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Pechino: “Tartarughe e pesci spia nei nostri mari per rubare dati sensibili”. Così la Cina accusa le intelligence straniere

Nuove accuse da parte di Pechino alle agenzie di intelligence occidentali, che usano tartarughe e pesci per carpire i segreti strategici della Cina attraverso sensori fissati al corpo degli animali marini. Il ministero della Sicurezza di Stato, in un post sui social media dal titolo ‘sotto il blu profondo, le correnti sotterranee stanno montando’, ha affermato che le agenzie di spionaggio internazionali stanno utilizzando “nuovi tipi di apparecchiature di spionaggio” per rubare dati marini sensibili. “In alcune acque della Cina sono stati scoperti animali marini relativamente grandi con sensori attaccati”, ha detto il ministero aggiungendo che le creature sono state trovate “nuotare in una zona specifica, raccogliendo dati sensibili sull’ambiente marino come la temperatura dell’acqua, la salinità e le correnti oceaniche, trasmettendoli all’estero via satellite”.

I sensori sui corpi di pesci e tartarughe sono finalizzati alla creazione di mappe subacquee. Oltre a questa tecnica, vengono utilizzate dalle agenzie straniere – spiega Pechino – boe di rilevamento, droni oceanici e dispositivi elettronici installati sulle navi, per sottrarre dati sensibili. Come riportato da Global Times, in un articolo pubblicato sull’account WeChat, il ministero ha spiegato che in alcune aree marittime cinesi sarebbero state individuate boe equipaggiate con sensori acustici ad alta precisione in grado di raccogliere dati in tempo reale, comprese le firme sonore dei sottomarini cinesi. Nello specifico, Pechino ha inoltre denunciato il ritrovamento di grandi animali marini, definiti “tartarughe spia” e “pesci spia”, equipaggiati con sensori per monitorare temperatura dell’acqua, salinità e correnti marine, con trasmissione dei dati via satellite all’estero. Secondo il ministero, anche alcune aziende straniere avrebbero promosso dispositivi elettronici per navi mercantili presentati come servizi marittimi, ma utilizzabili per monitorare attività portuali e raccogliere informazioni strategiche. Le autorità cinesi hanno invitato cittadini e armatori a segnalare dispositivi sospetti e a evitare installazioni di apparecchiature di origine sconosciuta.

Tra gli episodi e le notizie trapelate rispetto a tecniche di spionaggio, a giugno 2025 Pechino aveva accusato l’intelligence americana, la Central Intelligence Agency (Cia), di compiere un “assurdo” tentativo di reclutamento dei suoi cittadini tramite i video diffusi su X, social media peraltro al bando nella Repubblica popolare. Insomma, una campagna non basata sugli approcci segreti e riservati da film di Hollywood, ma con modalità chiare, alla luce del sole. All’epoca, il ministero della Sicurezza di Stato cinese aveva denunciato la pubblicazione dei video sulla piattaforma di Elon Musk: “annunci di lavoro” che invece andavano valutati come “stratagemma amatoriale” per convincere le persone a fare la spia per conto degli americani. La campagna di arruolamento della Cia per tutti i “delusi” dalla leadership cinese era stata illustrata in via ufficiale dal suo direttore John Ratcliffe, chiarendo che i video pubblicati già a maggio, che sollecitavano la condivisione di segreti di Stato, miravano a “reclutare funzionari cinesi per aiutare gli Stati Uniti”. Si trattava, spiegò nell’occasione Ratcliffe, “solo di uno dei tanti modi in cui stiamo modificando le nostre strategie”. All’epoca, Pechino condannò i post definendoli “una palese provocazione politica”. Un altro episodio attinente allo spionaggio che si era guadagnato per 17 giorni le prime pagine dei giornali, era stata la flotta di droni misteriosi che a dicembre 2023 aveva sorvolato la base militare di Langley, in Virginia, violando lo spazio aereo su una zona che ha la più alta concentrazione di strutture sensibili per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Un fenomeno che aveva innervosito il Pentagono e scatenato due settimane di incontri segreti alla Casa Bianca tra Joe Biden, funzionari dell’Fbi, del dipartimento della Difesa e dell’Homeland Security, tutti impegnati a capire se si trattasse di dronisti amatoriali o dell’infiltrazione di forze ostili agli Stati Uniti come Russia e Cina. Uno smacco per la difesa americana, come la storia del pallone spia cinese infine abbattuto su decisione di Biden.

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La Cina ha usato ChatGPT per influenzare il dibattito Usa sui data center

A prima vista è un caso di influenza digitale tra i tanti. Ma il nuovo report di OpenAI intercetta qualcosa di più strutturale: il punto in cui la competizione tra Stati Uniti e Cina sull’intelligenza artificiale si intreccia con la politica infrastrutturale americana. Secondo OpenAI, una rete di account con presunti legami con la Cina avrebbe utilizzato ChatGPT per produrre post in inglese contro la costruzione di nuovi data center negli Stati Uniti. I contenuti insistevano su un tema sensibile nel dibattito locale: l’aumento dei costi dell’elettricità e l’impatto delle grandi infrastrutture digitali sulle comunità. L’operazione è stata ribattezzata “Data Center Bandwagon” e attribuita a un soggetto privato cinese che lavorerebbe per il governo.

Bloomberg aggiunge il contesto: negli Stati Uniti la resistenza ai data center è in crescita. Secondo dati citati dall’agenzia, nel 2025 progetti per oltre 150 miliardi di dollari sono stati rallentati o bloccati da opposizioni locali. Le preoccupazioni riguardano consumi idrici, pressione sulle reti elettriche e impatto sulle bollette. È in questo spazio già polarizzato che si inserirebbero i contenuti individuati da OpenAI.

Il punto centrale, però, non è tanto la scala della campagna – definita limitata dalla stessa azienda – quanto la sua logica. Infatti, si inserisce in un contesto geopolitico particolare: la Cina ha ulteriormente elevato l’intelligenza artificiale a priorità nazionale, con il Quarto Plenum e il nuovo piano quinquennale che la collocano tra i pilastri della crescita tecnologica. Dunque, anche senza un coordinamento diretto, operazioni di questo tipo risultano coerenti con un obiettivo più ampio: rendere più difficile e più lenta la costruzione dell’infrastruttura che sostiene la leadership americana nell’AI. Non serve dimostrare un ordine esplicito. Il punto è che il sistema di incentivi – politico, industriale e tecnologico – converge verso la stessa direzione.

A questo si lega il tema di chi conduce queste operazioni. OpenAI descrive una struttura non statale diretta, ma una società privata che lavora per clienti pubblici a livello provinciale. È un dettaglio che si inserisce in una tendenza più ampia: la professionalizzazione dell’influence-for-hire. Rispetto alle prime campagne attribuite alla Cina, spesso rudimentali e facilmente individuabili, lo scenario si è evoluto. L’uso di intelligenza artificiale generativa e strumenti di analisi del sentiment permette oggi di produrre contenuti più credibili, adattati a pubblici specifici e inseriti in dibattiti reali invece che creati artificialmente. Non siamo ancora di fronte a operazioni particolarmente efficaci, ma la direzione è chiara: una filiera dell’influenza sempre più simile a un’industria.

Inoltre, gli account coinvolti non usavano ChatGPT solo per generare post pubblici, ma anche per produrre documenti interni e report destinati ai clienti. Questo dettaglio trasforma la natura del caso: per la prima volta su larga scala, una piattaforma di intelligenza artificiale non osserva solo il contenuto finale di una campagna, ma frammenti del suo processo produttivo. Strutture organizzative, obiettivi operativi, flussi di lavoro emergono indirettamente attraverso l’uso stesso dello strumento. In questo senso, le aziende di intelligenza artificiale non sono più soltanto fornitori di infrastruttura informativa: diventano anche osservatori privilegiati delle operazioni che transitano sulle loro piattaforme, con implicazioni dirette per il mondo dell’intelligence.

Infine, c’è il fatto che le attività attribuite alla rete cinese avrebbero utilizzato proprio ChatGPT per produrre contenuti destinati al pubblico americano. È un dettaglio che racconta un’asimmetria: per parlare efficacemente a un’audience occidentale, può essere più utile uno strumento sviluppato negli Stati Uniti che alternative cinesi operanti in un ambiente informativo più chiuso e censurato. L’intelligenza artificiale americana diventa così, paradossalmente, uno strumento dentro la competizione narrativa contro sé stessa.

Il report di OpenAI non descrive quindi solo una campagna di influenza, ma un ecosistema in trasformazione. Da un lato la crescente conflittualità attorno alle infrastrutture dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti, dall’altro la nascita di un mercato globale dell’influenza sempre più automatizzato e professionalizzato. La competizione tra Washington e Pechino si sposta così su un terreno ibrido: non solo chip, data center e modelli, ma anche la capacità di influenzare il dibattito pubblico che rende possibili – o ostacola – quelle stesse infrastrutture.

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L’Ue pensa a nuove restrizioni commerciali per i prodotti cinesi e Pechino reagisce: cancellati due incontri diplomatici con Bruxelles

Sempre più influente dal punto di vista politico, la Cina è intenzionata a difendere in tutti i modi la sua più grande forza: la sua straordinaria proiezione economica e commerciale. Questo spiega l’improvvisa cancellazione unilaterale di due eventi diplomatici previsti a Pechino nei prossimi giorni che avrebbero visto la partecipazione dell’Unione europea e in cui si sarebbe parlato di questioni digitali. La mossa, come riportato per primo dal Financial Times, è legata alla volontà di mettere in guardia Bruxelles in vista del Consiglio Europeo del 18-19 giugno. Ufficialmente, in quel consesso i capi di Stato e di governo dei 27 Paesi aderenti all’Ue parleranno di competitività globale e delle sfide economiche più impellenti. Ma sono già filtrate indiscrezioni secondo le quali uno dei temi trattati sarà la necessità di contenere la Cina dal punto di vista commerciale.

Qualche numero aiuta a capire la portata della partita che si sta giocando. Le esportazioni cinesi verso l’Europa sono aumentate di oltre il 16% dall’inizio dell’anno e il deficit commerciale nei confronti del Dragone – ossia la differenza tra esportazioni Ue verso la Cina e importazioni da quest’ultima – ha raggiunto circa 1 miliardo di euro al giorno. Dati ufficiali dell’Unione europea alla mano, nel 2025 il principale mercato di esportazione delle merci provenienti dalla Repubblica Popolare è stato proprio quello comunitario, con quasi 500 miliardi euro, a differenza dei poco più di 370 miliardi di euro di beni che Pechino ha diretto verso il mercato statunitense. Volendo sintetizzare, per la Cina quello Ue è un mercato irrinunciabile.

La tensione sempre più evidente che corre lungo l’asse est-ovest è legata anche alle contromisure che Bruxelles sta cercando di introdurre per provare a salvaguardare il proprio sistema produttivo e milioni di posti di lavoro. Si parla di nuovi dazi, limitare la partecipazione di alcune aziende cinesi agli appalti pubblici, delineare norme in materia di cybersicurezza che potrebbe escludere i giganti tecnologici cinesi, di indagini antidumping nei confronti dei prodotti provenienti dal gigante asiatico. Mosse o minacce a cui da parte cinese si risponde ufficialmente con nuove leggi per rafforzare il controllo sugli investimenti e proteggere le proprie catene di approvvigionamento da sanzioni e restrizioni straniere. Ufficiosamente, invece, numerose indagini hanno svelato tutte le modalità di elusione dei dazi e delle limitazioni di accesso che le aziende cinesi stanno mettendo in campo, tra passaggi attraverso Paesi terzi e modifiche minime ai prodotti per farli rientrare in categorie doganali differenti da quelle sotto la lente di Bruxelles.

In un periodo di grande turbolenza commerciale favorita dall’atteggiamento imprevedibile del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per Pechino è fondamentale tenere non aperto, ma spalancato il mercato europeo. D’altronde storicamente la Repubblica Popolare produce molti più beni di quanti l’economia interna sia in grado di assorbirne e quindi la locomotiva guidata dal leader cinese Xi Jinping non può subire battute d’arresto. Oltretutto una parte della produzione della Cina è sempre più avanzata in termini tecnologici – un esempio su tutti è quello del settore automobilistico – e compete con quella europea in modalità sconosciute fino a pochi anni fa. Ecco perché è probabile si verifichino reazioni ancora più aggressive da parte del Dragone – che potrebbero tirare in ballo anche le terre rare di cui la Cina è il primo esportatore al mondo – oltre ad attività di lobbying già in atto nei confronti di alcuni paesi dell’Ue per cercare di far leva sulle divisioni tra il gruppo dei 27.

Questa situazione fa parlare molti analisti di una possibile guerra commerciale tra Bruxelles e Pechino. Le ragioni dell’Ue risiedono nella critica di un modello economico basato su sussidi statali e una spinta strutturale verso le esportazioni che non sarebbe sostenibile per le economie di arrivo. Di contro, la Repubblica Popolare accusa l’Unione europea di protezionismo e di usare la capacità produttiva e l’efficienza cinese come capri espiatori rispetto a un’incapacità d’innovazione che si riscontrerebbe nel sistema industriale europeo. Si tratta di posizioni che a prima vista appaiono molto difficilmente conciliabili.

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Butantan mantém estudo sobre vacina da dengue em idosos

Logo Agência Brasil

O Instituto Butantan reiterou que manterá em andamento o estudo clínico sobre a vacina contra a dengue conduzido desde janeiro em quatro centros de pesquisa na Região Sul do país. A informação já havia sido levantada na segunda-feira (8), durante entrevista coletiva do ministro da Saúde, Alexandre Padilha, que anunciou a suspensão da imunização com a vacina produzida pelo instituto. 

O estudo clínico pretende investigar como populações que não tiveram contato com a dengue reagem à vacinação, com foco nos idosos, avaliando a segurança e comparando a resposta imunológica por meio de testes laboratoriais. Um dos objetivos é entender se a produção de anticorpos dos participantes idosos é semelhante à do grupo adulto, alvo de estudos anteriores com o imunizante.

Notícias relacionadas:

A Região Sul do país foi escolhida pela baixa incidência da doença. A maior parte das vagas para voluntários é para pessoas entre 60 e 79 anos. Os testes clínicos serão realizados ao longo de um ano, em Porto Alegre e Pelotas, no Rio Grande do Sul, e em Curitiba.

O imunizante teve suspensão de sua aplicação na população, para estudo de casos pontuais em que houve reações adversas graves, com dois óbitos.

"A gente tem de entender a natureza dessa investigação. A vacinação poderá ser retomada e isso depende desse processo de discussão. A gente é confiante que a vacina é uma importante arma no combate à dengue e devemos basear essa retomada em dados muito rigorosos e criteriosos, e em metodologia científica", declarou o médico Ésper Kallas, diretor do Instituto Butantan, à AgênciaSP, agência estadual de notícias paulista.

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Butantan mantém estudo sobre vacina da dengue em idosos

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O Instituto Butantan reiterou que manterá em andamento o estudo clínico sobre a vacina contra a dengue conduzido desde janeiro em quatro centros de pesquisa na Região Sul do país. A informação já havia sido levantada na segunda-feira (8), durante entrevista coletiva do ministro da Saúde, Alexandre Padilha, que anunciou a suspensão da imunização com a vacina produzida pelo instituto. 

O estudo clínico pretende investigar como populações que não tiveram contato com a dengue reagem à vacinação, com foco nos idosos, avaliando a segurança e comparando a resposta imunológica por meio de testes laboratoriais. Um dos objetivos é entender se a produção de anticorpos dos participantes idosos é semelhante à do grupo adulto, alvo de estudos anteriores com o imunizante.

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O imunizante teve suspensão de sua aplicação na população, para estudo de casos pontuais em que houve reações adversas graves, com dois óbitos.

"A gente tem de entender a natureza dessa investigação. A vacinação poderá ser retomada e isso depende desse processo de discussão. A gente é confiante que a vacina é uma importante arma no combate à dengue e devemos basear essa retomada em dados muito rigorosos e criteriosos, e em metodologia científica", declarou o médico Ésper Kallas, diretor do Instituto Butantan, à AgênciaSP, agência estadual de notícias paulista.

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“Mais Santa Cruz” questiona intervenção na piscina da Praia das Palmeiras

A Coligação Mais Santa Cruz veio manifestar a sua preocupação com a intervenção actualmente em curso no fundo da piscina da Praia das Palmeiras, promovida pela Câmara Municipal de Santa Cruz, em virtude da eventualidade de essa opção estética poder comprometer condições elementares de segurança dos banhistas, em especial a vigilância e a deteção visual […]
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Quais sintomas ficar atento para quem tomou vacina do Butantan

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Nesta segunda-feira (8), o Ministério da Saúde anunciou a suspensão temporária da aplicação da vacina contra a dengue desenvolvida pelo Instituto Butantan. A medida foi tomada após 42 pessoas apresentarem sintomas graves depois de terem sido vacinadas. Três foram internadas e duas faleceram. 

Os casos de reação adversa e as mortes estão sendo investigados para saber se há uma relação de fato com a vacina. 

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O ministério alerta que a suspensão é uma medida de precaução e que as pessoas vacinadas estão protegidas contra a dengue. 

"É importante lembrar que essa vacina tem eficácia comprovada. Todas essas pessoas que estão vacinadas, elas estão protegidas conforme a proteção que é dada pela vacina", destaca o diretor do Departamento do Programa Nacional de Imunizações do Ministério da Saúde, Eder Gatti, em entrevista à Rádio Nacional

O que fazer se tiver reação adversa

O diretor explica que aqueles que receberam a vacina nos últimos 21 dias estão em um período chamado viremia vacinal, quando ainda há presença da forma enfraquecida do vírus da dengue no sangue. Isso ocorre porque a vacina "imita" a infecção de forma controlada, ajudando o organismo a desenvolver os anticorpos contra a doença.

Desta forma, as pessoas vacinadas, nesse período, devem ficar atentas a algum sintoma semelhante a dengue, como os citados abaixo, e procurar atendimento médico

  • febre
  • dor no corpo
  • manchas no corpo
  • sinais de sangramento
  • vômito

"Se porventura tiverem algum desses sinais ou sintomas, elas devem procurar um serviço de saúde e devem procurar assistência", orienta Gatti. 

Os vacinados há mais de 21 dias não necessitam buscar atendimento médico. 

"As pessoas que foram vacinadas há mais de 21 dias estão fora de qualquer tipo de risco, e inclusive elas estão protegidas contra dengue", explica o diretor.

A vacina do Butantan evita em 65% a ocorrência de dengue e em mais de 80% casos graves da doença e de hospitalização.  

"As pessoas que foram vacinadas e estão bem, passaram do período de 21 dias, não têm o que se preocupar", disse. 

Até o dia 30 de maio, mais de 501 mil pessoas foram vacinadas com o imunizante, incorporado ao Sistema Único de Saúde (SUS) em janeiro deste ano. Na primeira fase de implantação, foram vacinadas as populações de três municípios-piloto: Botucatu (SP), Maranguape (CE) e Nova Lima (MG). Nessas localidades, o público-alvo é composto por adolescentes e adultos de 15 a 59 anos, que é a indicação aprovada para o Programa Nacional de Imunizações (PNI).

Em março, também foi promovida uma ação de vacinação na região de Araguaína (TO). Em fevereiro, passaram a ser vacinados os profissionais de saúde da atenção primária.

Antes de ser adotada no SUS, a vacina passou por todos os ritos necessários para o uso no país. Na fase de testes, foram vacinadas mais de 11 mil pessoas e monitoradas por até cinco anos. Após os testes, a vacina foi autorizada pela Anvisa.

* Colaborou Pedro Lacerda, da Rádio Nacional

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Vacina do Butantan não é aplicada em crianças nos postos de saúde

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A vacina contra dengue do Butantan, que teve a aplicação suspensa pelo Ministério da Saúde, não é o imunizante aplicado em crianças nos postos de saúde.

Chamada de Qdenga, a vacina aplicada em crianças e adolescentes de 10 anos a 14 anos é fabricada pelo laboratório Takeda (japonês). Esse imunizante não sofreu nenhum tipo de suspensão. 

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"A vacina do laboratório Takeda, que é feito para crianças de 10 anos até adolescentes de 14 anos, essa segue com a vacinação normal em todo o país", explica o diretor do Departamento do Programa Nacional de Imunizações do Ministério da Saúde, Eder Gatti, em entrevista à Rádio Nacional.

A Qdenga está disponível na rede pública desde 2024. Cerca de 8 milhões de doses já foram aplicadas no Brasil, conforme o Ministério da Saúde.

Além disso, Gatti ressalta que a vacina do Butantan é indicada para pessoas acima de 15 anos de idade e não estava disponível para toda a população

"Ela [vacina do Butantan] estava direcionada para um público muito específico, porque a gente tinha começado apenas a estratégia", afirma. 

A vacina do Butantan foi incorporada ao Sistema Único de Saúde (SUS) em janeiro deste ano.

Foram vacinadas profissionais de saúde da Atenção Primária à Saúde e, de forma ampliada, público de 15 a 49 anos de idade de três cidades - Botucatu (SP), Maranguape (CE) e Nova Lima (MG) - e da região de Araguaína (TO). Até o dia 30 de maio, mais de 501 mil pessoas foram imunizadas.

Dengue no Brasil

De janeiro a maio, o Brasil já registrou uma queda de 97% nas mortes e de 94% nos casos de dengue em comparação ao mesmo período de 2024, segundo dados do Ministério da Saúde.

* Colaborou Pedro Lacerda, da Rádio Nacional

 

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Municípios devem guardar vacina do Butantan até nova decisão

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Os municípios e estados devem guardar as vacinas contra dengue do Butantan até uma nova orientação do Ministério da Saúde, informou o diretor do Departamento do Programa Nacional de Imunizações do Ministério da Saúde, Eder Gatti.

Na última segunda-feira (8), o Ministério da Saúde suspendeu temporariamente a aplicação da vacina após o registro de 42 casos de reações graves e duas mortes, que estão sob investigação para saber se há correlação com a vacina. 

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"A orientação é que os municípios coloquem o imunobiológico em reserva dentro da sua rede de frio, ou seja, nós não vamos distribuir mais vacinas de dengue por hora. Os estados que tiverem vacina de dengue no seu estoque devem segurar essa vacina. Os municípios que eventualmente tenham vacinas no seu território devem também guardar essas vacinas até segunda ordem", explicou Eder Gatti, em entrevista à Rádio Nacional

Foi a vigilância de rotina do Programa Nacional de Imunização (PMI) que identificou as 42 pessoas que apresentaram dor abdominal, vômitos persistentes, episódios de sangramento e até perda de consciência.

Além disso, foram verificados três casos graves que apresentaram um quadro típico de dengue grave e precisaram de internação. Duas pessoas morreram.

Até o dia 30 de maio, mais de 501 mil foram vacinadas com o imunizante, sendo profissionais de saúde e público acima de 15 anos de três cidades: Botucatu (SP), Maranguape (CE) e Nova Lima (MG), além da região de Araguaína (TO).

Casos inusitados

A suspensão temporária foi uma medida de precaução do Ministério da Saúde, para evitar riscos até a elucidação dos casos identificados. O governo informou que a suspensão não significa que a vacina deixou de ser eficaz na prevenção de casos e mortes por dengue.

Os casos adversos são considerados inusitados, pois não apareceram durante o período de testes clínicos. 

"Uma vez que a gente começa a usar em larga escala, é quando os eventos muito raros começam a aparecer. A vigilância do programa é que capta esses casos. O que aconteceu agora foi algo inesperado, identificado numa ação de vigilância de rotina, o que demonstra, inclusive, que a vigilância do Programa Nacional de Imunização está funcionando muito bem. O programa cuida da qualidade e da segurança da vacinação que é feita na nossa população", disse. 

A expectativa do Programa Nacional de Imunização é que após a divulgação dos casos de reação adversa e da suspensão da vacina, novas notificações possam ser identificadas. 

"Após darmos publicidade à ocorrência desses casos, é de se esperar que a vigilância se sensibilize, ou seja, ela comece a captar mais casos, porque as pessoas que eventualmente apresentaram algo e não buscaram assistência ou não foram notificadas, agora elas vão buscar notificação", explica. 

Quem deve ficar atento

O grupo de pessoas que recebeu a vacina nos últimos 21 dias precisa ficar atento a sintomas como febre, dor no corpo, manchas na pele, sangramento e vômito. Se eles surgirem, a orientação é buscar atendimento médico. 

Esse período é quando a forma enfraquecida do vírus da doença ainda está no sangue, e por isso pode causar reações. 

"Elas precisam ficar atentas para o surgimento de sintomas do tipo febre acompanhado de outros sintomas como, por exemplo, dor no corpo, manchas pelo corpo, sinais de sangramento, vômito. Tudo aquilo que leve a pensar em dengue. As pessoas precisam ficar atentas e se, porventura, tiverem algum desses sinais ou sintomas, devem procurar um serviço de saúde, devem procurar assistência", orienta o diretor. 

Já quem está vacinado há mais de 21 dias não tem risco. 

"As pessoas que foram vacinadas há mais de 21 dias estão fora de qualquer tipo de risco, e inclusive estão protegidas contra dengue", disse, acrescentado que a vacina do Butantan evita em 65% a ocorrência de dengue e em mais de 80% casos graves e de hospitalização.

Retomada da vacina do Butantan

O diretor informou que um comitê de especialistas está sendo convocado para realizar estudos e avaliar o que a vigilância detectou. 

"A partir dessa avaliação [do comitê]", a gente vai definir prazos e até uma decisão final posterior. Ainda é cedo para eu dizer quando é que a gente vai ter uma decisão definitiva". 

Vacina Qdenga

A vacina Qdenga, fabricada pelo laboratório Takeda (Japão) e recomendada para crianças e adolescentes de 10 a 14 anos, segue sendo aplicada normalmente. Gatti destaca que a vacina do Butantan é indicada apenas para pessoas de 15 anos ou mais.

"O SUS tem outra vacina da dengue, que é a vacina do laboratório Takeda. Ela é recomendada para pessoas de 10 a 14 anos e não apresentou qualquer tipo de sinal de segurança [alerta], ou seja, essa vacina segue com sua vacinação sendo feita normalmente", esclareceu.

* Colaborou Pedro Lacerda, da Rádio Nacional

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Anche le navi fantasma dietro il mistero dei prezzi del petrolio che (ancora) non esplodono nonostante il blocco di Hormuz

Con il traffico nello Stretto di Hormuz crollato da tre mesi a una piccola frazione dei livelli pre guerra, il prezzo del petrolio resta sotto i 100 dollari al barile. Un mistero che interroga trader, analisti e banche d’affari. Perché non si è vista la paventata esplosione delle quotazioni? E’ solo questione di tempo? Una prima risposta all’arcano porta in Cina: la Repubblica popolare ha drasticamente ridotto le importazioni di greggio contribuendo a tamponare la carenza globale di offerta. Ma in parallelo c’è un altro fattore che secondo diverse stime può aver giocato un ruolo non secondario: una parte del petrolio del Golfo continua ad uscire dal Golfo Persico su petroliere che spengono i sistemi di localizzazione durante l’attraversamento dello Stretto e attraverso successive operazioni di trasbordo in mare aperto che rendono più difficile ricostruire il percorso del greggio.

A rilanciare l’ipotesi è stato Javier Blas, editorialista di Bloomberg specializzato in materie prime. Secondo Blas, il calo delle scorte di greggio negli Emirati Arabi Uniti e l’aumento delle operazioni di trasferimento tra petroliere appena fuori dallo Stretto suggeriscono che una parte dei flussi continui a raggiungere i mercati internazionali. Un ulteriore indizio è la gara bandita dalla compagnia petrolifera statale emiratina Abu Dhabi National Oil Company per la vendita di circa 14 milioni di barili, seguita a pochi giorni di distanza da una seconda offerta da 2 milioni di barili.

L’ipotesi è che parte del greggio venga caricata su piccole navi che attraversano il tratto più delicato del Golfo tenendo spenti i transponder AIS – i dispositivi che per questioni di sicurezza comunicano costantemente le coordinate, il nome e le dimensioni della barca – in modo da impedire il monitoraggio satellitare dei movimenti. Una volta fuori dall’area più controllata, il petrolio verrebbe trasferito su altre petroliere attraverso operazioni ship-to-ship, o STS, già utilizzate in passato per aggirare sanzioni e restrizioni commerciali.

Secondo JP Morgan, nelle ultime due settimane di maggio questi flussi clandestini avrebbero toccato quota 2,1 milioni di barili al giorno. Jan Stuart, stratega energetico di Piper Sandler, parlando con la Cnn ha stimato che nell’intero mese circa 2,9 milioni di barili al giorno siano riusciti a lasciare il Golfo Persico, 900mila dei quali grazie a veri e propri transiti fantasma effettuati da navi che navigano “al buio. Altri 2,1 milioni di barili sarebbero invece transitati dietro il pagamento di pedaggi o accordi con soggetti legati all’Iran.

Si tratta di numeri comunque del tutto insufficienti, da soli, a spiegare la tenuta del mercato, visto che prima della guerra attraverso Hormuz transitavano circa 15-16 milioni di barili al giorno. La stabilità dei prezzi resta legata a doppio filo alla riduzione dell’import cinese, all’aumento delle esportazioni americane e alla capacità dei produttori del Golfo di utilizzare oleodotti che bypassano Hormuz come il saudita East-West Pipeline che collega i giacimenti dell’est del Paese al porto di Yanbu sul Mar Rosso o quello che collega Abu Dhabi al terminale di Fujairah. Il tutto in parallelo al crescente ricorso alle riserve strategiche. Una serie di tasselli che finora hanno evitato il precipitare della crisi. Ma la calma apparente non può durare a lungo: più le scorte si avvicinano ai livelli operativi minimi, sotto i quali il petrolio rimasto non è davvero disponibile perché serve a mantenere in funzione raffinerie, oleodotti, depositi e reti di distribuzione, più sale il rischio della violenta esplosione dei prezzi che distruggerebbe sufficiente domanda da compensare il crollo dell’offerta.

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Washington alza la pressione su Pechino mettendo al bando le big tech cinesi

La decisione del Pentagono, annunciata lune, di inserire alcune delle principali aziende tecnologiche cinesi, tra cui Alibaba, Baidu e Byd, nella lista delle “Chinese military companies” rappresenta un ulteriore tassello nella crescente competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Sebbene il provvedimento non equivalga a una sanzione immediata, i suoi effetti politici, finanziari e reputazionali sono tutt’altro che marginali.

La lista, conosciuta come 1260H list, nasce da una disposizione del Congresso e ha l’obiettivo di identificare le imprese che, secondo Washington, intrattengono legami diretti o indiretti con l’apparato militare cinese. L’inclusione non comporta automaticamente il blocco delle attività commerciali negli Stati Uniti, ma introduce una serie di restrizioni progressive e segnali di rischio che possono incidere profondamente sulle prospettive internazionali delle aziende coinvolte.

Nel breve periodo, l’effetto più concreto riguarda il divieto per il Pentagono di stipulare contratti diretti con le società inserite nella lista. A partire dall’anno prossimo, inoltre, le restrizioni si estenderanno anche agli acquisti indiretti attraverso terze parti. Questo significa che le aziende colpite vengono progressivamente escluse dalla supply chain della difesa statunitense, un settore non solo economicamente rilevante ma anche strategicamente centrale per la reputazione globale.

Tuttavia, l’impatto più immediato è di natura finanziaria e reputazionale. L’inclusione nella lista viene infatti interpretata dai mercati come un red flag regolatorio, capace di anticipare possibili sanzioni future o restrizioni più severe. Anche in assenza di un divieto esplicito di investimento, molti fondi istituzionali e investitori internazionali tendono a ridurre l’esposizione verso le società coinvolte, per evitare rischi legali o reputazionali. È in questo senso che la decisione del Pentagono agisce come un moltiplicatore di incertezza.

Dal punto di vista geopolitico, la mossa si inserisce nella logica della competizione sistemica tra Washington e Pechino, in particolare nei settori dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori, della robotica e dei veicoli elettrici. L’inclusione di aziende come Alibaba e Baidu segnala che il perimetro della sicurezza nazionale statunitense non si limita più all’hardware militare tradizionale, ma si estende all’intero ecosistema tecnologico avanzato, considerato dual-use per definizione. Questa impostazione riflette la crescente convinzione, bipartisan negli Stati Uniti, che la cosiddetta fusione civile-militare cinese renda difficile distinguere tra attività commerciali e potenziale supporto strategico allo Stato. Da qui la tendenza a includere grandi campioni industriali e tecnologici in una categoria di rischio sistemico, anche in assenza di prove pubbliche di collaborazione diretta con l’esercito cinese.

La reazione di Pechino è stata prevedibile: il governo cinese ha denunciato la decisione come discriminatoria e contraria ai principi del commercio internazionale, mentre le aziende coinvolte hanno respinto con forza le accuse, sottolineando la natura puramente commerciale delle proprie attività.

Tuttavia, al di là delle dichiarazioni ufficiali, l’effetto reputazionale rimane significativo, soprattutto nei rapporti con partner occidentali e istituzioni accademiche o finanziarie. Un aspetto spesso sottovalutato riguarda infatti l’effetto a cascata su università, fondi sovrani, aziende partner e organizzazioni internazionali. Anche in assenza di obblighi legali diretti, molti attori tendono ad adottare politiche di compliance più restrittive per evitare esposizioni indirette. Questo può tradursi in una progressiva riduzione delle collaborazioni scientifiche, tecnologiche e industriali con le società inserite nella lista.

Per l’Europa la decisione statunitense rappresenta un ulteriore elemento di pressione in un contesto già segnato dal tentativo di definire una propria postura di “de-risking” tecnologico verso la Cina. Pur non essendo direttamente coinvolta nelle designazioni del Pentagono, l’Unione europea e i suoi Stati membri tendono spesso ad allinearsi, almeno parzialmente, alle valutazioni di rischio di Washington, soprattutto nei settori sensibili come semiconduttori, telecomunicazioni, cloud e intelligenza artificiale. Questo può tradursi in un rafforzamento delle cautele su investimenti, partnership industriali e progetti di ricerca con le aziende cinesi coinvolte. Allo stesso tempo, la mossa americana accentua una tensione strutturale già presente in Europa: da un lato la necessità di mantenere accesso al mercato cinese e alle sue catene del valore, dall’altro la crescente spinta a ridurre le dipendenze tecnologiche considerate critiche per la sicurezza. Il risultato è una posizione intermedia e spesso ambivalente, in cui Bruxelles cerca di evitare un allineamento automatico alle strategie statunitensi, pur condividendone in parte le preoccupazioni.

In prospettiva, la decisione americana non va letta come un episodio isolato, ma come parte di una strategia più ampia di “de-risking” tecnologico nei confronti della Cina. L’obiettivo non è necessariamente il disaccoppiamento totale, ma la costruzione di barriere selettive nei settori considerati critici per la sicurezza nazionale. La lista 1260H diventa così uno strumento di pressione preventiva più che punitiva: segnala al mercato e agli alleati quali aziende potrebbero diventare in futuro oggetto di restrizioni più dure, influenzando così investimenti e catene del valore prima ancora dell’adozione di sanzioni formali. Il risultato è un ambiente sempre più frammentato, in cui la tecnologia globale si polarizza lungo linee geopolitiche. Per le aziende coinvolte, questo significa dover navigare tra mercati sempre più separati; per gli Stati Uniti, consolidare un perimetro di sicurezza tecnologica sempre più ampio; per la Cina, accelerare lo sviluppo di ecosistemi alternativi e meno dipendenti dall’Occidente.

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Industria, marittimi, aeronautica. Meloni sprona l’Ue sull’Ets

La competitività europea, di domani ma anche di oggi, passa inequivocabilmente dal dossier Ets. Ovvero dal meccanismo di neutralità climatica che potrebbe deindustrializzare il Vecchio continente. Per questa ragione, in occasione della videoconferenza ospitata dal presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni, dal Cancelliere federale tedesco Friedrich Merz e dal Primo Ministro belga Bart De Wever, è stata messa nero su bianco la necessità di una accelerata netta sul punto: ovvero che la prevista proposta di revisione della Direttiva Ets, attesa entro il prossimo luglio, si concentri sulla mitigazione del suo impatto sui prezzi dell’energia, sulla riduzione della volatilità delle tariffe e sull’eliminazione degli effetti asimmetrici sugli Stati membri.

Questa la posizione di Roma esplicitata dinanzi a un ricco parterre, composto dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e dai Leader di Austria, Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Grecia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Spagna e Svezia.

Si tratta di un’esigenza particolarmente sentita da Confindustria, secondo cui il rischio è uno solo: “Senza una revisione profonda dell’Emissions Trading System usato per scambiare quote di emissioni di Co2, andiamo verso una deindustrializzazione, che l’Europa non si può permettere”. Parole dure quelle del vicepresidente di viale dell’Astronomia con delega all’Energia Aurelio Regina, intervenuto a Bruxelles in una conferenza stampa dedicata proprio al delicatissimo tema dell’Ets. L’associazione datoriale, aggiunge, “è determinata” a favorire una revisione dell’Ets che “non faccia perdere competitività” all’Europa, proprio in un momento in cui si trova in una “guerra commerciale dalla Cina senza precedenti”, perché “le merci cinesi stanno invadendo l’Europa”. Questa, avverte, “è l’ultima chiamata”.

Tra i riflessi diretti che accusano il colpo vanno menzionati anche due comparti specifici. Primo, quello marittimo, nella consapevolezza che la transizione ecologica deve procedere “con pragmatismo e apertura ai carburanti alternativi, evitando approcci ideologici che rischiano di penalizzare industria, lavoro e competitività”. Un passaggio che il viceministro alle infrastrutture Edoardo Rixi ha dedicato alla questione, intervenendo al Consiglio dei ministri dei Trasporti dell’Unione Europea, in programma a Lussemburgo, rappresentando il Governo italiano. Un desco a cui Rixi la posto la questione della revisione del meccanismo Ets applicato al trasporto marittimo, dal momento che il governo italiano teme che l’attuale impostazione andrebbe solo a foraggiare fenomeni di delocalizzazione dei traffici verso scali extraeuropei, con possibili ripercussioni negative sui porti nazionali e sull’intera economia marittima europea.

Secondo, quello aeronautico: per questa ragione i leader di Airlines for Europe (A4E), Aci Europe, Asd, Canso Europe ed Era, hanno inviato una lettera aperta alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, al vicepresidente esecutivo Stéphane Séjourné e ai commissari Wopke Hoekstra e Maroš Šefčovič in rappresentanza dell’ecosistema dell’aviazione europea: chiedono che la revisione supporti e non ostacoli, il percorso del settore aeronautico verso le emissioni nette zero.

“Le decisioni prese nell’ambito della revisione – si legge nella missiva – saranno cruciali sia per la decarbonizzazione sia per la competitività del settore aeronautico europeo. In un momento di crescente concorrenza globale e di esigenze di investimento senza precedenti, l’Europa deve evitare misure che indeboliscano il settore aeronautico”. In sostanza la posizione del governo italiano, secondo cui il sistema Ets “rappresenta un’ulteriore tassa a carico delle imprese europee, con effetti sui costi di produzione e sulla competitività”.

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Perché il petrolio non è salito oltre i 200 dollari al barile nonostante la chiusura di Hormuz? Il ruolo della Cina e quanto può durare

Dura ormai da oltre tre mesi, per il mercato petrolifero mondiale, quello che per l’Agenzia internazionale dell’energia è il più grave choc di approvvigionamento dell’epoca moderna. La chiusura dello Stretto di Hormuz seguita agli attacchi di Usa e Israele contro l’Iran ha sottratto ai normali flussi commerciali oltre 10 milioni di barili al giorno, circa un quinto del petrolio trasportato via mare. Perché, allora, lo scenario da incubo di quotazioni a 200 o addirittura 300 dollari al barile non si è materializzato? Come si spiega che il Brent sia rimasto sotto quota 100 dollari per gran parte della crisi? Analisti e diverse banche d’affari lo spiegano con una combinazione di fattori straordinari: il ricorso alle riserve strategiche occidentali, l’aumento delle esportazioni statunitensi, la capacità dei produttori del Golfo di aggirare parzialmente Hormuz attraverso gli oleodotti. Ma, soprattutto, il drastico calo degli acquisti di greggio da parte della Cina.

In aprile le importazioni totali cinesi sono scese a circa 9,3-9,4 milioni di barili al giorno di cui 8 via mare, il minimo da quasi quattro anni. A maggio, secondo le società specializzate nel monitoraggio delle petroliere Vortexa e Kpler, gli arrivi via mare sono ulteriormente crollati a 6,5-7,5 milioni di barili al giorno, i livelli più bassi da circa un decennio. Si tratta di una riduzione enorme rispetto ai volumi osservati all’inizio dell’anno: secondo JP Morgan, vale circa tre quarti dell’aggiustamento complessivo registrato sul mercato mondiale durante la crisi. Dopo che per oltre vent’anni il Paese è stato il principale motore della crescita della domanda mondiale di petrolio, ora quella che l’esperto di materie prime di Bloomberg Javier Blas ha definito “la mano invisibile della Cina” sta insomma contribuendo a stabilizzare i prezzi mentre il mondo affronta una delle più gravi crisi energetiche degli ultimi decenni.

Le stime, va chiarito, derivano dal monitoraggio dei flussi via nave, non dai dati doganali definitivi. E una riduzione delle importazioni non coincide necessariamente con un crollo dei consumi. Vale a dire che la Repubblica popolare non sta necessariamente usando molto meno greggio: ne compra molto meno sul mercato internazionale perché sta attingendo alle sue enormi scorte. Nei primi quattro mesi dell’anno, infatti, raffinerie e trader cinesi avevano approfittato degli acquisti di greggio russo e iraniano a prezzi scontati per mettere da parte riserve record che si sono aggiunte a quelle accumulate in passato. Reuters, sempre in base a dati di Vortexa e Kpler, stima che a inizio maggio le scorte commerciali avessero raggiunto un picco di almeno 1,25 miliardi di barili. Nelle settimane successive, con le importazioni in forte calo, le raffinerie hanno iniziato ad attingere a quei magazzini a un ritmo stimato intorno a un milione di barili al giorno.

Per la Cina c’è anche una convenienza economica immediata. Con il petrolio vicino ai 100 dollari al barile, attingere alle scorte accumulate nei mesi precedenti consente di evitare acquisti a prezzi gonfiati dalla guerra e di limitare le perdite delle raffinerie. Molti impianti cinesi stanno operando con margini negativi perché il governo continua a contenere i prezzi dei carburanti per proteggere consumatori e imprese dall’impennata delle quotazioni internazionali. In queste condizioni, comprare meno greggio sul mercato e utilizzare le riserve diventa una scelta razionale.

Ma dietro la svolta potrebbero però esserci anche fattori strutturali. Rory Green, responsabile della ricerca macro sui mercati emergenti di TS Lombard, commentando i dati con Cnbc ha ipotizzato che la rapida elettrificazione del Paese abbia ridotto la dipendenza dal petrolio molto più velocemente di quanto previsto. La diffusione delle auto elettriche, l’espansione delle energie rinnovabili, il potenziamento del trasporto pubblico e l’aumento della produzione domestica di energia starebbero insomma modificando il rapporto tra crescita e consumi di greggio. Consentendo a Pechino di ridurre gli acquisti senza effetti immediati sull’economia.

Resta però da capire quanto questa strategia possa durare. Secondo Bloomberg e Société Générale, il mercato regge perché sta consumando rapidamente tutti i cuscinetti disponibili. Gli Stati Uniti hanno già attinto alle riserve strategiche per 172 milioni di barili su un totale di circa 357 milioni (se si considera la sola riserva federale) e la Cina dovrà presto o tardi tornare sul mercato per ricostituire le scorte. Se quel momento arriverà prima della normalizzazione dei flussi attraverso Hormuz, il balzo delle quotazioni rischia di essere repentino e violento. Cosa dicono i dati? Emma Li, analista di Vortexa, ha detto a Reuters che anche nell’ipotesi di un’accelerazione dei prelievi fino a 2 milioni di barili al giorno le riserve potrebbero sostenere il mercato cinese almeno fino a metà settembre. Più complicato ipotizzare che Pechino da sola possa continuare a lungo ad attutire gli squilibri globali creati dal conflitto scatenato da Washington con l’alleato israeliano.

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La Corea del Nord non vuole essere solo il junior partner della Cina

Xi Jinping è stato accolto a Pyongyang come si accoglie un alleato storico. Ieri, in piazza Kim Il Sung, una folla festante agitava bandiere cinesi e nordcoreane sotto gli slogan che celebravano l’«eterna amicizia» tra i due Paesi. Ad aspettarlo c’erano Kim Jong Un e la moglie Ri Sol Ju, una guardia d’onore dell’Esercito popolare coreano e una coreografia studiata per rappresentare l’unità tra Pechino e Pyongyang. Nei messaggi diffusi dai media di Stato, Xi ha definito le relazioni bilaterali giunte a un «nuovo punto di partenza storico», perché Cina e Corea del Nord condividono le «nuove missioni del nostro tempo».

Dietro la liturgia dell’amicizia di lunga data c’è una relazione stratificata, che non riguarda solo i due Paesi. L’ultima visita di Xi in Corea del Nord risaliva al 2019. Da allora è cambiato molto. La pandemia ha isolato ulteriormente Pyongyang, la guerra in Ucraina ha avvicinato Kim Jong Un a Vladimir Putin e il programma nucleare nordcoreano è diventato ancora più sofisticato. Soprattutto, la Corea del Nord non dipende più dalla Cina come un tempo.

Xi Jinping usa i suoi viaggi all’estero di inizio anno sempre in maniera strategica, come per mandare un messaggio al mondo. Nel 2023 la priorità della diplomazia cinese era la Russia, l’anno dopo l’Europa, mentre nel 2025 era il Sud-est asiatico. Adesso la scelta è caduta sulla Corea del Nord, uno dei fronti più delicati della competizione geopolitica in Asia.

Ai tempi dell’ultima visita a Pyongyang, nel 2019, il negoziato sul nucleare nordcoreano con gli Stati Uniti era ancora vivo, e Cina e Russia sostenevano formalmente il regime di sanzioni internazionali costruito per convincere il leader nordcoreano a rinunciare alle sue ambizioni atomiche. Oggi Kim non parla più di denuclearizzazione. Anzi, continua ad ampliare il proprio arsenale e considera ormai irreversibile lo status della Corea del Nord come potenza nucleare. Anche per Xi la priorità è cambiata. Il leader cinese, scrive l’Economist, sembra ormai più interessato a gestire una Corea del Nord nucleare che a disarmarla – o forse sa che dissuaderla sarebbe un impegno troppo dispendioso. L’obiettivo principale è evitare che Pyongyang scivoli troppo nell’orbita di Mosca, che negli ultimi anni ha accresciuto enormemente la propria influenza grazie alla cooperazione militare nata attorno alla guerra in Ucraina.

Non è una questione secondaria. La Cina resta di gran lunga il principale partner economico della Corea del Nord: la maggior parte del commercio estero nordcoreano passa ancora attraverso il confine cinese e nei primi mesi del 2026 gli scambi tra i due Paesi sono cresciuti di oltre il venti per cento rispetto all’anno precedente. Ma l’invasione russa dell’Ucraina ha modificato gli equilibri. In cambio di munizioni, missili e soldati inviati al fronte, Mosca ha fornito a Pyongyang energia e tecnologia militare, oltre a nuova liquidità e sostegno diplomatico.

Per questo motivo la visita di Xi assume un significato diverso da quello suggerito dalla coreografia dell’accoglienza.

Per anni la Corea del Nord è stata descritta come uno Stato isolato, economicamente dipendente dalla Cina e costretto a muoversi entro limiti ben definiti. In un certo senso è ancora così. Ma diversi osservatori ritengono che questa rappresentazione non sia più sufficiente: per la prima volta da molti anni, Pyongyang ha qualche carta alternativa da mettere sul tavolo nella sua alleanza con Pechino. In una lunga analisi pubblicata sul numero di maggio-giugno di Foreign Affairs, Oriana Skylar Mastro, politologa della Stanford University e studiosa degli equilibri strategici nell’Indo-Pacifico, sostiene che la guerra in Ucraina stia modificando profondamente la posizione internazionale di Pyongyang. I rapporti economici, militari e diplomatici costruiti con Mosca negli ultimi anni hanno «alleviato parte della pressione che per decenni ha mantenuto la Corea del Nord subordinata alla Cina». Il risultato è che Pyongyang «dispone oggi di meno vincoli che mai e può permettersi di giocare su due tavoli, sfruttando contemporaneamente il sostegno della Russia e quello della Cina».

La nuova libertà di manovra della Corea del Nrod arriva anche al culmine di un processo di lunga duranta, che ha portato un profonda trasformazione interna del regime. Ne ha parlato il New York Times in una lunga ricostruzione pubblicata poco prima del viaggio di Xi Jinping: Kim Jong Un ha sfruttato gli anni della pandemia per rafforzare il controllo sulla società e sull’economia nordcoreana, trasformando una fase che sembrava minacciare la sopravvivenza del regime in un’opportunità per consolidare il proprio potere. «Kim ha iniziato la pandemia chiudendo il confine con la Cina, emanando ordini di sparare a vista per impedire ai nordcoreani di fuggire oltre confine. Ha represso il commercio e il contrabbando attraverso il confine, costringendo il suo popolo a dipendere meno dalle importazioni e a produrre più beni a livello nazionale», si legge sul New York Times. La crisi sanitaria è diventata quindi l’occasione per ricostruire il monopolio statale sull’economia e sull’informazione, riportando sotto il controllo del partito gli spazi di autonomia che si erano aperti dopo la grande carestia degli anni Novanta.

Nel 2022 l’invasione dell’Ucraina gli ha offerto un altro assist. Il sostegno militare fornito a Mosca – dalle munizioni ai missili, fino all’invio di migliaia di soldati – ha permesso alla Corea del Nord di migliorare la sua condizione di junior partner nei rapporti bilaterali. Secondo il New York Times, l’economia nordcoreana è tornata a crescere nel 2024 al ritmo più elevato degli ultimi otto anni, mentre il regime ha ripreso a investire in infrastrutture, edilizia e grandi progetti simbolici. «Negli ultimi anni, Kim Jong-un è passato dall’inferno al paradiso», ha detto al New York Times Jiro Ishimaru, caporedattore dell’agenzia di stampa giapponese Asia Press International.

La nuova realtà della Corea del Nord cambia anche la sua posizione all’interno di quell’asse delle autocrazie che Anne Applebaum nel suo saggio del 2024 aveva definito “Autocrazie S.p.A.”.

Pur dipendendo ancora da Cina e Russia, sul piano globale Pyongyang è riuscita a rilanciare il suo valore strategico e questo le consente di giocare una partita molto più autonoma. Le autocrazie continuano a collaborare e a sostenersi reciprocamente, come scrivevamo anche su Linkiesta Magazine la scorsa estate. Ma la visita di Xi a Pyongyang mostra che all’interno di quella rete esistono anche interessi divergenti e nuove forme di competizione. Putin ha bisogno di Kim per sostenere il proprio sforzo bellico. Xi non vuole perdere influenza sulla penisola coreana. E Kim, forse più di tutti, sta imparando a sfruttare questa situazione a proprio vantaggio.

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Enamed 2026: inscrições estarão abertas de 15 a 29 de junho

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As inscrições para o Exame Nacional de Avaliação da Formação Médica (Enamed) de 2026 poderão ser feitas entre os dias 15 e 29 de junho, exclusivamente pelo Sistema Enamed

No mesmo período, os participantes poderão solicitar tratamento pelo nome social e atendimento especializado. Neste último caso, o Inep vai assegurar os recursos de acessibilidade para participantes que comprovem a necessidade e tenham sua solicitação aprovada pela autarquia federal.

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As regras e prazos foram definidos no o edital publicado pelo Instituto Nacional de Estudos e Pesquisas Educacionais Anísio Teixeira (Inep). 

Quem deve participar

O Enamed é obrigatório para estudantes concluintes dos cursos de graduação em medicina habilitados e inscritos pelo coordenador de curso e avaliado no Exame Nacional de Desempenho dos Estudantes (Enade) 2026.

Também será obrigatória a participação dos estudantes do quarto ano de medicina inscritos pelo coordenador do curso de graduação das instituições de ensino.

Para todos os estudantes nestas duas condições inscritos pelos coordenadores de curso no Enade dos cursos de medicina, a inscrição estará confirmada no Enamed.

Além disso, o exame poderá ser realizado de forma voluntária por médicos já graduados interessados em utilizar os resultados nos processos seletivos das especialidades médicas de acesso direto do Exame Nacional de Residência (Enare) 2026/2027.

Todos os participantes deverão preencher o questionário do estudante destinado a coletar informações que permitam caracterizar o perfil do candidato e o contexto de sua formação. 

Provas

As provas do Enamed serão aplicadas na tarde de 13 de setembro, em todos os estados e no Distrito Federal por uma instituição contratada pelo Inep.

O caderno de prova terá 100 questões de múltipla escolha, com quatro alternativas e uma única resposta correta.

A nota do Enamed, calculada com base na escala de proficiência da TRI, terá validade de três anos, exceto para estudantes do quarto ano de graduação.

Enare

Os participantes concluintes ou graduados que desejarem usar os resultados do Enamed para participação no Enare deverão seguir as regras previstas no edital do processo seletivo da residência médica, incluindo critérios de inscrição, pagamento de taxa e eventuais pedidos de isenção.

A novidade desta edição é que quem tem resultado válido do Enamed 2025 poderá escolher, no momento da inscrição, entre usar a nota já obtida para participar do Enare ou realizar o Enamed em 2026 para obter uma nova nota.

As regras de inscrição, de pagamento da taxa de inscrição e/ou de isenção da taxa do Enare 2026/2027 estão previstas em edital próprio, publicado pela HU Brasil, a antiga Empresa Brasileira de Serviços Hospitalares (Ebserh).

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Vacina da dengue do Butantan é suspensa após investigação de duas mortes

O Ministério da Saúde anunciou nesta segunda-feira (8) a suspensão temporária da vacina contra a dengue desenvolvida pelo Instituto Butantan. A decisão foi tomada após o início de investigações para apurar relatos de eventos adversos graves registrados após a aplicação do imunizante.

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Segundo informações divulgadas pela pasta, foram notificados três casos considerados graves, além de duas mortes que estão sendo analisadas pelas autoridades de saúde. Os episódios motivaram a abertura de uma investigação para verificar se existe alguma relação entre as ocorrências e a vacinação.

Durante coletiva de imprensa, o ministro da Saúde, Alexandre Padilha, ressaltou que, até o momento, não há comprovação de que os óbitos tenham sido causados pela vacina. De acordo com ele, as apurações seguem em andamento para esclarecer as circunstâncias dos casos registrados.

Ministério orienta acompanhamento de vacinados

Como medida preventiva, o governo federal recomendou que pessoas imunizadas nos últimos 21 dias procurem uma unidade de saúde para avaliação e acompanhamento. A orientação tem como objetivo monitorar possíveis reações adversas e garantir atendimento rápido caso surjam sintomas que demandem atenção médica.

O Ministério da Saúde informou ainda que aproximadamente 500 mil doses já foram aplicadas em todo o país desde o início da campanha de vacinação. A estratégia de imunização começou neste ano, tendo como público prioritário os profissionais da área da saúde.

Desenvolvida pelo Instituto Butantan, a vacina representa um marco para a ciência nacional por ser a primeira contra a dengue produzida integralmente no Brasil. O imunizante também se destaca por ser o primeiro do mundo contra a doença administrado em dose única, característica que foi considerada um avanço na ampliação da cobertura vacinal.

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Pechino punta sul mercato interno, i cinesi devono spendere di più: così l’abolizione dell’hukou voluto da Mao può risolvere le guerre commerciali

“La Cina affronterebbe meno guerre commerciali con il resto del mondo se i suoi cittadini fossero meno parsimoniosi”. A dirlo è l’Economist, a pensarlo sono in molti. Il motivo è semplice: se la Cina vende più merci di quante ne acquista, guadagna più di quanto spende, per scongiurare duelli a colpi di tariffe basterebbe che i cinesi risparmiassero meno e consumassero di più. L’autorevole settimanale finanziario parte dai numeri: secondo la Banca Mondiale, i consumi delle famiglie cinesi rappresentano appena il 39% del PIL nazionale, rispetto a una media globale del 63-67%. Convincere la popolazione ad aprire il portafoglio figura tra i principali propositi di Pechino già da un bel po’. Soprattutto da quando il COVID-19 e le incertezze internazionali hanno direzionato l’attenzione della leadership sulle potenzialità inespresse del vasto mercato interno.

Con l’approvazione della “Decisione di approfondire ulteriormente e in modo completo la riforma per promuovere la modernizzazione in stile cinese”, nel luglio 2024 il Partito ha posto come priorità la creazione di “un mercato nazionale unificato”, eliminando le barriere alla libera circolazione di capitali e talenti. Un ulteriore passo avanti è stato compiuto il 22 maggio, quando il Consiglio di Stato ha divulgato i “Pareri di attuazione sulla promozione dell’erogazione dei servizi pubblici essenziali presso il luogo di residenza abituale”. In base alle nuove disposizioni, tutti i lavoratori possono ora iscriversi ai programmi di previdenza sociale nelle città in cui sono impiegati, indipendentemente dal luogo di registrazione ufficiale (hukou): istruzione, alloggi pubblici in affitto, assicurazione sanitaria di base, e varie forme di assistenza sociale verranno estesi a tutta la popolazione residente. Parliamo di oltre 357 milioni di persone (statistiche governative di fine 2025) che, dopo aver vissuto nell’”ombra”, potranno finalmente accedere al sistema previdenziale nazionale. Almeno sulla carta.

Il potenziale economico dell’operazione è considerevole. Secondo un documento pubblicato lo scorso anno dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel periodo 2012-2022 il tasso di risparmio delle famiglie di migranti residenti in città con hukou rurale è stato in media superiore di 6,8 punti percentuali rispetto a quello di famiglie simili con hukou urbano. Ecco perché, secondo l’Economist, una riforma radicale del sistema e la liberazione dei consumi – non i dazi doganali – potrebbe costituire la vera soluzione alle guerre commerciali. Letteralmente: “Una maggiore spesa dei migranti lascerebbe alle aziende cinesi meno merci in eccesso da riversare sui mercati globali, riducendo il surplus delle esportazioni cinesi [pari a oltre 1.200 miliardi di dollari lo scorso anno] e allentando le tensioni con il resto del mondo”.

Facile a dirsi tutt’altro che a farsi. Introdotto negli anni Cinquanta da Mao Zedong, l’hukou viene considerato un vero e proprio passaporto interno che vincola i diritti essenziali al luogo in cui si è registrati. Inizialmente serviva soprattutto a impedire migrazioni incontrollate dalle campagne alle città così da garantire una produzione agricola sufficiente e mantenere la stabilità sociale nelle aree urbane con limitate opportunità di lavoro. Ma col tempo le priorità economiche sono cambiate: la mobilità – temuta dal Grande Timoniere – è diventata una condizione imprescindibile per sviluppare le aree ancora arretrate del paese. Così negli ultimi decenni il sistema è stato gradualmente allentato.

Oggi molte città medie consentono ai migranti di ottenere più facilmente lo status locale. Gli effetti economici della liberalizzazione sono già evidenti. Stando al FMI, il divario nei tassi di risparmio tra gli abitanti delle città con e senza hukou urbano si è ridotto da 11,8 punti percentuali nel 2014 a soli 3,2 punti nel 2022. Tuttavia resta ancora molto da fare. Specialmente nelle metropoli più ricche, dove si dirige gran parte dei migranti. Non solo contadini ma anche sempre più spesso neolaureati in cerca di un’occupazione flessibile nel dinamico ecosistema dell’economia digitale.

Grandi centri come Pechino, Shanghai, Guangzhou e Shenzhen, mantengono barriere molto alte per ottenere la residenza completa, indispensabile per usufruire dei benefici più importanti. Nei nuclei urbani più accessibili (con probabilità di insediamento superiori al 50%) ma con meno opportunità professionali solo in pochi ci vogliono andare. Spesso chi sulla carta potrebbe fare domanda desiste sapendo di non possedere i requisiti richiesti, come la capacità di dimostrare di aver versato contributi previdenziali per diversi anni. Un cruccio ricorrente per gli impiegati nella gig-economy, che solo recentemente è stata regolamentata con l’introduzione di tutele minime. Per qualcun altro cambiare hukou semplicemente non conviene, perché implicherebbe la rinuncia ai diritti fondiari nel villaggio di nascita.

Sono problematiche che le nuove misure non sembrano ancora affrontare. Mentre si parla di semplificare le procedure per rendere “più conveniente” l’iscrizione dei bambini migranti nelle scuole pubbliche, estendere gli alloggi pubblici in affitto alle famiglie di residenti permanenti non registrati, e offrire pari copertura in termini di assicurazione sanitaria, rimangono ancora profonde disuguaglianze da appianare. Charles Sun e Christopher Nye in un’analisi per la Jamestown Foundation, citano il sistema pensionistico: chi è inserito nel regime urbano dei lavoratori dipendenti ha diritto a una pensione media circa 17 volte maggiore di chi rientra nel circuito rurale o semi-rurale. Lo stesso vale per l’istruzione: i figli dei migranti potranno frequentare scuole urbane più facilmente, ma l’accesso al gaokao – l’esame nazionale di ammissione all’università – rimane legato al possesso dell’hukou locale nelle grandi città.

Di fatto con le nuove norme si tenta di agevolare la ripartizione dei servizi lasciando intatta la vecchia impalcatura. Per i due esperti, la principale debolezza sta nelle motivazioni dietro la manovra: la riforma nasce da necessità fiscali più che da un obiettivo egualitario. Secondo Rhodium Group, nel 2024 il costo per integrare un migrante si aggirava tra i 50.000 e i 155.900 yuan (6.357 -19.823 euro): ovvero 15-46 mila miliardi di yuan per tutta la “popolazione fluttuante” presente nelle città cinesi. Ma le nuove direttive anziché introdurre fondi aggiuntivi, si limitano a ridistribuire quelli esistenti entro un bilancio statale già sotto pressione. Questo significa che per dare di più a chi riceve i forestieri, qualcosa dovrà essere tolto altrove in un gioco di pesi e contrappesi tra luogo d’origine e città d’adozione. Con queste premesse, difficilmente il sistema evolverà verso la “prosperità comune” auspicata dal presidente Xi Jinping. Piuttosto, i due esperti prevedono un “livellamento verso il basso” dei privilegi urbani. In altre parole, invece di estendere a tutti gli stessi vantaggi, il rischio è che anche le élite locali perdano i vecchi benefici.

Alle difficoltà economiche si sommano gli ostacoli politici. Abbattere i muri invisibili delle città cinesi non solo richiederebbe uno spostamento delle risorse tra aree geografiche. Per Desmond Shum, ex imprenditore di Hong Kong che in Red Roulette (2021) ha raccontato i retroscena del capitalismo clientelare cinese, “significa spostare il potere lontano dagli attori politici: governi locali, imprese legate allo Stato, interessi acquisiti e la macchina statale che ha diretto il modello di crescita della Cina per decenni”. Quella – secondo Shum – è la vera posta in gioco: “In Cina, la politica non si muove perché un argomento economico è corretto. Si muove solo quando il costo politico dell’azione diventa più accettabile del costo politico dell’immobilità”.

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“Rapito, ucciso e poi mangiato”: il cane influencer Chutou scompare nel nulla mentre il proprietario è all’estero, poi la scoperta choc

Si chiamava Chutou ed era un Border Collie di otto anni diventato una piccola celebrità online. Con oltre 1,5 milioni di follower su Douyin, la versione cinese di TikTok, non era soltanto un animale domestico, ma un vero e proprio “compagno di viaggio digitale” seguito da una vasta community. Accanto al suo proprietario, conosciuto sui social come Guo, aveva attraversato la Cina raccontando una vita nomade fatta di paesaggi estremi, tende montate ovunque e lunghe giornate in viaggio. Negli ultimi giorni, però, la sua storia ha preso una piega drammatica che ha lasciato sotto shock il pubblico. Mentre Guo si trovava all’estero per un viaggio in solitaria, il cane era rimasto nella casa di famiglia, affidato al padre. È lì che, secondo quanto ricostruito, l’11 maggio Chutou sarebbe stato portato via da due persone riprese dalle telecamere di sicurezza. Le immagini mostrano i sospetti allontanarsi in bicicletta elettrica con il cane.

Dopo giorni di tentativi, Guo riesce a rintracciare un uomo che ritiene coinvolto nel furto e gli propone una somma di denaro per riavere il cane. L’uomo, però, sostiene di averlo trovato e di averlo seguito spontaneamente, una versione che non convince il proprietario, anche perché Chutou indossava collare e dispositivo GPS. Poco dopo arriva la notizia più dura da accettare: il cane sarebbe stato venduto a un ristorante per una cifra irrisoria e successivamente ucciso e consumato.

La battaglia legale di Guo

Il proprietario si è rivolto anche al personale del ristorante nella speranza di recuperare almeno qualche traccia del cane, ma avrebbe scoperto che non era rimasto nulla: anche il pelo sarebbe stato gettato via. A questo punto Guo ha deciso di procedere per vie legali, denunciando il caso alle autorità.

La situazione è complessa anche dal punto di vista giuridico: in Cina il furto è punibile solo oltre una certa soglia di valore economico, e stabilire quello di un animale domestico, soprattutto uno famoso sui social, non è semplice. Inoltre, il riconoscimento del danno emotivo non è sempre previsto in modo diretto.

La vicenda ha riacceso il dibattito sulla tutela degli animali da compagnia nel Paese. Pur essendo stati fatti alcuni passi avanti negli ultimi anni, come l’esclusione dei cani dal catalogo del bestiame in diverse aree urbane e alcuni divieti locali sul consumo di carne di cane e gatto, non esiste ancora una normativa nazionale univoca che protegga pienamente gli animali domestici. Sui social, intanto, migliaia di utenti hanno espresso rabbia e tristezza, ricordando i video di Chutou e la sua vita accanto al proprietario.

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Robot umanoide colpisce con un calcio un bambino durante uno spettacolo di arti marzialI – IL VIDEO

Durante uno spettacolo in una località turistica dello Xinjiang, in Cina, un robot umanoide ha colpito con un calcio un bambino tra il pubblico mentre si stava esibendo in una dimostrazione. L’episodio è stato ripreso in video e ha iniziato rapidamente a circolare online, sollevando nuove domande sulla sicurezza di queste performance in contesti aperti.

Il robot si trovava all’interno di un’area dedicata alle esibizioni e stava eseguendo una sequenza di movimenti ispirati alle arti marziali quando, durante la performance, ha colpito il piccolo spettatore facendolo cadere a terra. Secondo le ricostruzioni, l’automa non operava in autonomia, ma sarebbe stato controllato manualmente da un addetto della struttura. Il bambino non avrebbe riportato ferite. La madre ha comunque criticato la gestione dell’accaduto, sostenendo che il personale sarebbe intervenuto con ritardo dopo l’incidente.

Robot umanoidi, la nuova frontiera dello spettacolo

Negli ultimi mesi, i robot umanoidi sono sempre più spesso utilizzati non solo in ambito industriale o sperimentale, ma anche come attrazione in eventi pubblici e turistici. Le dimostrazioni puntano a mostrare agilità, coordinazione e capacità di intrattenimento. Tutto questo, rende queste macchine veri e propri strumenti di spettacolo.

Non è raro che le performance includano movimenti ispirati alle arti marziali, coreografie o sequenze di intrattenimento pensate per il pubblico. In un altro episodio diventato virale, un robot umanoide è stato ripreso mentre eseguiva una danza sulle note di “Billie Jean” di Michael Jackson, simulando una vera performance dal vivo.

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