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Ddl Costa: condivido l’obbligo di dare spazio ad archiviazioni o assoluzioni, ma non se riscrivono la realtà

Nel dibattito seguito al disegno di legge proposto dal deputato Enrico Costa, approvato nei giorni scorsi dalla Camera, sembra sfuggire un aspetto fondamentale quando si parla di informazione giudiziaria.
Obbligare i media, che hanno dato notizie inerenti ad un procedimento penale, a dare visibilità e spazio adeguato all’archiviazione o all’assoluzione risponde ad un’esigenza importante per chi è incappato nelle maglie di una vicenda giudiziaria, della quale hanno parlato giornali e televisione.

Pertanto, l’idea che si debba dare conto della decisione favorevole con un rilievo analogo a quello dato all’accusa è degna di apprezzamento, in quanto riequilibra il rapporto tra giustizia, informazione e reputazione. In realtà, prima che essere una regola giuridica costituisce un principio di correttezza, che peraltro è già sancito dal codice deontologico dei giornalisti e in parte risulta regolamentato da una norma della Cartabia.

Tuttavia, al di là delle perplessità sollevate dalle opposizioni parlamentari sul ddl Costa, con particolare riferimento all’intervento del Garante della privacy, ritengo che vi sia un profilo di criticità meritevole di maggiore attenzione. Non vi è dubbio, infatti, che esista una differenza fondamentale tra il diritto di essere informati sull’esito di un procedimento e la pretesa che quell’esito possa cancellare il valore informativo dei fatti emersi nel corso dell’inchiesta o del processo.

È questo il punto cieco di molta retorica che accompagna le nuove norme sull’obbligo di pubblicazione di assoluzioni e proscioglimenti, laddove sembra insinuarsi l’idea che il processo penale, o meglio il suo esito finale, sia l’unico metro per giudicare la rilevanza di una vicenda pubblica. Come se un’assoluzione sia in grado di trasformare automaticamente una storia di interesse collettivo in una non-notizia.

Ma in una democrazia l’informazione non può funzionare in questo modo. La giustizia penale, invero, accerta le responsabilità individuali secondo standard probatori molto rigorosi. L’informazione, invece, ha il compito di raccontare fatti, contesti, comportamenti e conseguenze, che possono conservare un rilievo pubblico indipendentemente dalla loro rilevanza penale.

Tanto per esemplificare, nessuno può seriamente sostenere che il sistema di relazioni opache, di favori, di affidamenti e condizionamenti, che possono emergere da indagini e procedimenti penali possa perdere rilievo politico e amministrativo solo perché una qualificazione giuridica è stata esclusa. In altri termini, identificare la memoria dei fatti solo con il dispositivo finale di una sentenza non può certamente contribuire a formare un’opinione pubblica consapevole e documentata, per la semplice ragione che la storia giudiziaria e quella politica non coincidono mai perfettamente.

Il problema è che una certa cultura politica sembra voler sostituire il diritto all’informazione con una sorta di diritto alla cancellazione dei fatti e del contesto in cui gli stessi si sono verificati. Si accetta che i giornali raccontino un’inchiesta soltanto a condizione che, anni dopo, l’assoluzione venga considerata una specie di colpo di spugna retroattivo.

Si dimentica, tuttavia, che un amministratore pubblico può essere assolto e aver comunque assunto decisioni discutibili; che un ministro può non aver commesso reati e aver esercitato il proprio ruolo in modo politicamente censurabile; che un dirigente può risultare penalmente innocente e aver mantenuto comportamenti incompatibili con gli standard di trasparenza richiesti da una funzione pubblica. La distinzione è essenziale: il processo penale stabilisce ciò che può essere punito; il dibattito pubblico valuta ciò che è opportuno, corretto, responsabile. Per questo l’obbligo di informare sulle assoluzioni è sicuramente condivisibile; non lo è, invece, la pretesa, più o meno esplicita, di trasformare l’assoluzione in una forma di riscrittura della realtà.

I giornali hanno il dovere di riferire gli esiti dei procedimenti, anche quelli assolutori, ma non possono sottacere i fatti, perché la verità processuale è una cosa, la memoria pubblica è un’altra. Ne’ bisogna dimenticare quanto prescrive l’art. 48 della Costituzione, vale a dire che “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. E il controllo sull’osservanza di questo dovere spesso richiede la conoscenza dei fatti che emergono nei procedimenti penali, non solo quelli che si concludono con l’accertamento della responsabilità penale, ma anche quelli che terminano con un provvedimento di archiviazione o una sentenza di assoluzione.

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Far pagare i magistrati di tasca propria? L’ennesima riforma da talk show che non risolverà nulla

Dopo l’archiviazione da parte del gip del Tribunale di Firenze, su conforme richiesta della Procura, del procedimento in cui si indagava sui rapporti tra il fondatore di Forza Itala e Marcello Dell’Utri con Cosa nostra, si torna ad agitare lo spettro della responsabilità civile dei magistrati, quella diretta. Colpisce che a farlo sia Marina Berlusconi in relazione ad una vicenda nella quale l’esito giudiziario è stato favorevole al padre, per cui in questo caso si potrebbe sostenere, a ragione, che il sistema stavolta ha funzionato, anche a tutela delle persone indagate. La proposta, però, viene da lontano ed è stata portata nei giorni scorsi all’attenzione anche del ministro Nordio, che però si sarebbe dimostrato in disaccordo.

Evidentemente ogni governo ha il suo nemico preferito. Negli anni Novanta erano i “lacci e lacciuoli”. Poi sono arrivati i fannulloni pubblici. Oggi, di nuovo, tocca ai magistrati, il bersaglio prediletto.

La ricetta proposta è molto semplice: basta responsabilità indiretta dello Stato, siano i giudici e i pubblici ministeri a pagare personalmente per gli errori giudiziari. Uno slogan potente. Peccato che sia soprattutto propaganda.

Da oltre trent’anni la politica promette di “riformare la giustizia”. Nel frattempo si sono succeduti governi di ogni colore, commissioni, riforme epocali annunciate e quasi sempre dimenticate. Dalla legge Vassalli del 1988 alla riforma Renzi-Orlando del 2015, fino agli interventi della Cartabia ed alle attuali modifiche costituzionali sulla separazione delle carriere. Eppure i problemi reali sono sempre gli stessi: processi infiniti, carenza di personale, uffici al collasso, arretrati mostruosi. È di giovedì la notizia della pendenza di ben 1300 richieste di misure cautelari inoltrate dai pm della Procura di Napoli, che però i giudici del Tribunale non riescono ad evadere.

Tuttavia, invece di affrontare questi nodi strutturali si preferisce agitare il fantasma del magistrato irresponsabile.

È una vecchia storia. Quando la politica non riesce a rendere più efficiente la macchina della giustizia, cerca consenso individuando un colpevole. E quale bersaglio migliore di una categoria che, per definizione, deve prendere decisioni impopolari? Il punto è che la responsabilità civile diretta non colpisce il magistrato negligente. Colpisce il magistrato indipendente. Un giudice deve poter decidere nei confronti di un amministratore pubblico, di un potente gruppo economico o di un’organizzazione criminale senza avere il timore che ogni decisione sgradita si trasformi in una causa milionaria contro il suo patrimonio personale.

Chi immagina che questa riforma aumenti la qualità delle decisioni probabilmente non ha capito come funziona l’istituzione giudiziaria. Accadrebbe l’esatto contrario. Nascerebbe una magistratura difensiva, paralizzata dalla paura. Non il giudice che applica la legge, ma il giudice che si chiede come evitare guai a sé stesso.

Del resto la stessa politica che oggi invoca il pugno duro contro i magistrati è spesso la stessa che per decenni ha lasciato gli uffici giudiziari senza personale amministrativo, con sistemi informatici inadeguati ed organici insufficienti. Secondo la narrazione dominante, i ritardi della giustizia dipenderebbero da giudici pigri e irresponsabili. Una favola comoda. La realtà racconta altro: migliaia di procedimenti pendenti per magistrato, cancellieri mancanti, scoperture di organico croniche e una produzione legislativa caotica, che cambia continuamente le regole del gioco.

Negli ultimi anni il Parlamento ha approvato decine di modifiche ai codici, spesso contraddittorie tra loro. Ogni maggioranza promette semplificazione e produce nuove complessità. Poi, quando il sistema si inceppa, la colpa si riversa sui magistrati.

Naturalmente gli errori esistono, anche gravi. Sarebbe ipocrita negarlo. Ma il rimedio non è trasformare il magistrato in un professionista sotto ricatto economico permanente. La domanda da porsi è diversa: perché le procedure disciplinari sono così lente? Perché le valutazioni di professionalità sono spesso percepite come meri adempimenti burocratici? Perché gli uffici che funzionano male continuano a funzionare male per anni senza interventi organizzativi efficaci?

Se davvero si vogliono ridurre errori ed inefficienze, le strade da intraprendere dovrebbero essere altre. Ad esempio: valutazioni professionali rigorose e trasparenti, fondate sulla qualità delle decisioni e sulla capacità organizzativa; ispezioni più frequenti negli uffici con criticità croniche e pubblicazione dei risultati; investimenti massicci in personale amministrativo e digitalizzazione funzionante; formazione continua obbligatoria su nuove normative, tecnologie e gestione dei procedimenti complessi; procedure disciplinari rapide.

Tutto questo richiede risorse, programmazione e volontà politica. Molto più difficile che scrivere una norma punitiva da esibire nei talk show.

La verità è che la responsabilità civile diretta dei magistrati non è una riforma della giustizia, ma una riforma della comunicazione politica. Serve a soddisfare un sentimento di rivalsa, non a migliorare il funzionamento dei tribunali. Da trent’anni ogni governo promette la svolta definitiva. Da trent’anni si cambia il bersaglio ma non si affrontano le cause. Una riforma della responsabilità civile non farebbe altro che aggravare lo stato comatoso della giustizia, rendendola ancora più lenta ed inefficiente, con cittadini meno tutelati e magistrati più pavidi nei confronti dei potenti, ma anche più ricattabili.

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