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Nucleare, la Camera approva la legge delega. Pichetto: “Scelta di concretezza, non ideologica”. Opposizioni di traverso

La Camera approva la legge delega sul nucleare con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti. Come da cronoprogramma annunciato settimane fa dal ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, il testo passa ora al Senato. Il governo conta nell’approvazione definitiva prima della pausa estiva e sull’emanazione dei decreti delegati entro il 2026. Perché il Governo Meloni portasse l’Italia fino a questo punto, è accaduto di tutto. Fino alla fine, alla vigilia del voto. Mercoledì, infatti, la maggioranza ha deciso di cambiare l’ordine dei lavori della Camera contro il parere delle opposizioni, imponendo la discussione sulla legge delega per il nucleare, invece che quella su una mozione che riguarda il gioco d’azzardo. Poi, l’Aula della Camera ha bocciato con 74 voti favorevoli e 116 contrari le pregiudiziali di costituzionalità di Avs ed M5s sulla legge delega sul nucleare. Anche Azione ha votato contro, insieme alla maggioranza. E così si è arrivati al voto finale della Camera, che non ha svelato nulla di nuovo sul fronte delle posizioni. Tramite la legge le camere conferiranno al governo una delega, da esercitare entro un anno, per disciplinare la produzione di energia da ‘fonte nucleare sostenibile’, la ricerca sulla fusione e la gestione dei rifiuti radioattivi. Il testo definisce i campi d’intervento dei futuri decreti governativi tra cui la disciplina per la costruzione e l’esercizio di impianti nucleari (SMR, AMR e micro-reattori), la produzione di idrogeno tramite energia nucleare, la gestione del combustibile esaurito, la sicurezza nucleare e la riorganizzazione della governance, con il riordino delle funzioni degli enti competenti. Per gli esponenti di maggioranza – in questo caso appoggiati da Azione – la legge è il primo passo verso l’indipendenza energetica, per le altre forze politiche questa legge è una forzatura. E ci sono una serie di perplessità sull’iter seguito, sull’utilità e anche sul nodo del nucleare a scopi militari. Su cui il Governo Meloni si lascia la porta aperta. Anche se il ministro ha precisato che il ddl “riguarda solo il nucleare civile”.

Il ministro Pichetto Fratin: “Una scelta di concretezza, non di ideologia”

“Con l’approvazione compiamo un passo importante per il futuro energetico dell’Italia. Oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio” ha commentato Pichetto Fratin. E ancora: “Il nucleare sostenibile significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza. In un mondo in cui la domanda di energia è destinata a crescere rapidamente, anche per effetto dell’intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile, chi sarà in grado di produrre energia sarà più libero, più forte e più sicuro”. Per il ministro il nucleare “non è una bandiera politica o ecologica: è uno strumento da valutare con serietà, fiducia nella ricerca e responsabilità verso le prossime generazioni”. Insomma, si parla di sostenibilità e sicurezza ma, intanto, il testo stabilisce anche i criteri direttivi che l’esecutivo deve seguire nel redigere i decreti: garantire sì i massimi standard di sicurezza e la protezione della salute, oltre a prevedere misure di compensazione e beneficio per i territori ospitanti gli impianti, ma anche semplificare i procedimenti autorizzativi. E, ovviamente, assicurare la partecipazione dell’industria italiana alla filiera tecnologica. “Se mi si dice quando pensi di vedere l’energia da fonte nucleare, da fissione, vi dico 2034-2035 perché poi diventerà molto più veloce. Se noi seguiamo quella che che è l’evoluzione della scienza nella ricerca – ha aggiunto il ministro – e quindi della tecnologia, l’accelerazione è notevole ed è sta avvenendo in tutto il mondo”.

Esultano gli esponenti del Governo. E puntano sulle “bollette delle famiglie”

“Sono assolutamente soddisfatto. L’Italia non può fare a meno dell’energia nucleare. È la cosa più urgente e importante per abbassare in prospettiva le bollette per le famiglie e le imprese, però dobbiamo partire con i progetti entro la fine della legislatura” ha detto il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, a margine del question time alla Camera. Anche se diversi studi indicano che l’energia da fissione nucleare non abbassa e non abbasserà le bollette. Per il viceministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, la leghista Vannia Gava “l’approvazione rappresenta un passo importante per costruire un sistema energetico più sicuro, sostenibile e competitivo. L’Italia sceglie di guardare avanti con pragmatismo, puntando su tutte le tecnologie disponibili per garantire energia stabile a famiglie e imprese, ridurre la dipendenza dall’estero e accompagnare il percorso di decarbonizzazione”. Soddisfatto anche il ministro degli esteri e vicepresidente del Consiglio dei Ministri, Antonio Tajani: “Una scelta fondamentale per la nostra economia, per le politiche energetiche nucleare di ultima generazione, ci permetterà di fare un salto di grande qualità e finalmente garantire la nostra libertà da condizionamenti esterni”. Anche la ministra dell’Università, Anna Maria Bernini, non manca di mostrare il suo sostegno alla causa: “Una scelta strategica e di visione per il futuro”. Ha votato a favore anche Azione. E Carlo Calenda lo rivendica: “Era nel nostro programma e Azione ha fatto una grande campagna per il nucleare. È l’unica energia che ci consente di essere indipendenti, di pagare poco e di emettere nulla. Un passo avanti importante per l’Italia”.

Per la maggioranza si tratta di un passo storico

Il deputato e responsabile del dipartimento energia di Forza Italia, Luca Squeri, relatore del ddl sul nucleare parla di “una visione lucida e concreta: quella di costruire un vero mix energetico. È in questa integrazione tra fonti che si gioca la sicurezza energetica nazionale – aggiunge – e in questo quadro oggi manca un elemento strategico come il nucleare”. Per Squeri “l’Italia ha già una forte base rinnovabile” (anche se è lontana dagli obiettivi al 2030, ndr), ma resta ancora esposta a una dipendenza significativa dal gas nella produzione elettrica”. “Nessuna fonte, da sola, è in grado di risolvere rapidamente il fabbisogno energetico nazionale. In questo quadro – aggiunge – il ritorno al nucleare rappresenta una scelta di realismo e di prospettiva industriale”. Il deputato di Fratelli d’Italia Massimo Milani, segretario della commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici della Camera dei deputati sottolinea la differenza con il nucleare a cui gli italiani hanno detto no con il referendum: “Mettiamo un primo tassello verso una futura indipendenza energetica. Il testo della legge delega è molto chiaro: il nuovo nucleare non è tecnologicamente comparabile con quello a cui l’Italia rinunciò in passato con i due referendum, perché parliamo di nucleare di nuova generazione”. Soddisfatto anche il deputato della Lega e capogruppo in Commissione Ambiente della Camera, Gianpiero Zinzi. “Abbiamo il dovere di mettere cittadini e imprese al riparo da choc energetici come quelli provocati negli ultimi anni dalle crisi internazionali e dalle tensioni geopolitiche. Quando ne parlavamo tempo fa eravamo considerati pazzi visionari” commenta. Anche il senatore del Carroccio, Manfredi Potenti, ribadisce: “Una notizia storica e un passaggio fondamentale per il futuro energetico dell’Italia. La Lega lo dice da sempre, anche quando altri non ci credevano, perché senza nucleare non può esserci vera autonomia energetica, né bollette più leggere per famiglie e imprese”.

Le opposizioni: “Parlamento marginalizzato. Voto su delega in bianco”

Ma il dibattito è tutt’altro che chiuso. Al ministro Pichetto Fratin si rivolge in un post sui social il vicepresidente M5S Stefano Patuanelli: “A parte le grafiche sui social in cui rilancia il nucleare, ci potrebbe dire dove intendete realizzare il deposito nazionale delle scorie radioattive? Grazie”. Molto critica Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera dei Deputati, intervenendo a Rainews: “Ora ci impongono una legge delega sul nucleare spacciando tecnologie inesistenti sul mercato e soluzioni a 15 – 20 anni mentre ogni giorno i cittadini si chiedono quanto ancora aumenterà un litro di benzina. Hanno sempre la solita ricetta: propaganda e vittimismo, l’unica che hanno imparato a praticare bene”. A parlare dell’iter è stato il capogruppo Pd in commissione Attività produttive alla Camera, Alberto Pandolfo, intervenendo in Aula per annunciare il voto contrario del gruppo al Ddl delega sul nucleare. “Il Parlamento è stato marginalizzato su una delle scelte di politica energetica più rilevanti degli ultimi cinquant’anni. Oggi non votiamo su una scelta di politica energetica, ma su una delega in bianco. C’è una differenza netta tra la ricerca e la propaganda che fa il governo, tra una prospettiva scientifica di lungo periodo e la pretesa di presentare ipotesi di lavoro come soluzioni cantierabili, tra una politica energetica e un’illusione da conferenza stampa”. E non si placa neppure la polemica sulla questione degli scopi militari, nonostante le parole di Pichetto Fratin. “In Parlamento è successo un fatto di una gravità inaudita” denunciano Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, deputati Avs. Al centro, ancora una volta, l’emendamento che avrebbe impegnato il governo, all’articolo 2 della legge delega sul nucleare, a prevedere il divieto di utilizzare il nucleare per scopi militari sia nella ricerca che nell’applicazione. Solo che il Governo ha dato parere negativo determinandone la bocciatura. “Una scelta che indica l’ambiguità di Giorgia Meloni su un aspetto così importante. Si tiene aperta la porta all’uso militare del nucleare in Italia? Il voto di ieri, che ha bocciato il nostro emendamento, dice chiaramente che si è aperto un problema serio nel nostro Paese” sottolineano Bonelli e Fratoianni.

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Processo ex Solvay, la contaminazione da Pfas si risolve con i risarcimenti: quasi scomparse le parti civili. Avs: “Transazione economica al ribasso sulla salute dei cittadini”

In Piemonte, a due anni dal suo avvio, la fase dell’udienza preliminare a carico dei dirigenti ex Solvay (oggi Syensqo), ad Alessandria, è a un bivio e la questione dei risarcimenti resta centrale. Nel corso dell’ultima udienza agli ex manager accusati di disastro colposo legato alla contaminazione da Pfas (Leggi l’approfondimento), i cosiddetti inquinanti eterni, nello stabilimento chimico di Spinetta Marengo, gli avvocati della difesa hanno annunciato l’intenzione di chiedere il patteggiamento. Subordinato alla derubricazione dell’ipotesi di reato, da disastro ambientale colposo a inquinamento ambientale colposo. Ma l’istanza dei legali di Stefano Bigini, direttore dello stabilimento tra il 2008 e il 2018 e del suo successore Andrea Diotto, è già stata respinta dal pubblico ministero Enrico Arnaldi di Balme. Almeno così formulata. Secondo l’accusa i due ex manager avrebbero omesso interventi per il risanamento della contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche, ma anche per il contenimento degli inquinanti. La giudice dell’udienza preliminare, Arianna Ciavattini, ha fissato per il 10 giugno il termine ultimo per formalizzare la richiesta dei legali e chiedere eventuali riti alternativi. Ma in udienza sono stati anche depositati gli assegni circolari contenenti le offerte reali per proporre nuovi risarcimenti economici. E questo è uno dei fronti su cui la tensione è più alta. Perché in quel di Alessandria cittadini e associazioni vogliono che si vada a processo, che istituzioni e realtà coinvolte – le poche rimaste – non accettino soldi. E che si arrivi alla bonifica del territorio.

Il nodo dei risarcimenti: “Decenni di inquinamento non si monetizzano”

L’udienza preliminare, intanto, è slittata al prossimo 25 giugno. Entro quella data le parti civili rimaste esprimeranno il loro parere sulle transazioni e si chiuderà, quindi, la fase preliminare davanti al gup. La tensione è tanta, dentro e fuori il palazzo di giustizia, dove ieri c’è stato il presidio del movimento ‘Ce l’ho nel sangue’. “Decenni di inquinamento non si monetizzano, si bonificano” è da mesi il grido del movimento. Anche perché la multinazionale belga ha già pagato risarcimenti per un milione di euro. In cambio, se nel 2024 si erano costituite trecento parti civili, oggi ne restano una quindicina. Hanno accettato i risarcimenti i Comuni di Alessandria e Montecastello, le associazioni ambientaliste ProNatura e Medicina Democratica. Restano ancora tra le parti civili il Wwf (l’inchiesta è partita proprio da un esposto presentato dall’associazione a giugno 2020, attraverso l’avvocato Vittorio Spallasso, ndr), Legambiente nazionale e il circolo di Legambiente Ovada, la Camera del lavoro, Cgil Alessandria e diversi cittadini. Negli ultimi due anni, diversi rinvii sono stati causati proprio dalle trattative avviate per i risarcimenti, compreso quello tra l’azienda, il ministero dell’Ambiente e la Regione Piemonte. Ma fuori dal palazzo di giustizia, da mesi i cittadini chiedono che Mase e Regione non accettino, pretendendo invece la bonifica del sito. E da questo punto di vista il ruolo del ministero è cruciale.

Cristina Guarda (AVS): “Segnale allarmante”

Anche la politica prende posizione. Con il silenzio (quasi di tutti) o con le accuse di Sinistra italiana e Alleanza Verdi e Sinistra. “La salute dei cittadini e il futuro del territorio di Spinetta Marengo non possono essere l’oggetto di una transazione economica al ribasso” ha commentato l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, Cristina Guarda, intervenendo in merito all’udienza preliminare. “Il crollo delle parti civili rimaste in aula è un segnale allarmante. Ma ciò che desta profonda preoccupazione è il silenzio delle istituzioni” aggiunge. Secondo l’eurodeputata “è inaccettabile che il ministero dell’Ambiente e la Regione Piemonte stiano conducendo trattative riservate per un accordo economico”, proprio mentre “la Giunta regionale si trincera dietro i ‘non so’ e non rispetta le scadenze promesse alla cittadinanza”. Sul tema era intervenuta anche Alice Ravinale, consigliera e capogruppo di Alleanza Verdi Sinistra in Consiglio Regionale, presentando un’interrogazione alla giunta regionale. Guarda si rivolge anche all’assessore regionale alla Sanità, Federico Riboldi. “Convoca task force e promette monitoraggi che poi, nei fatti, faticano a tradursi in risposte tempestive sul territorio. I cittadini aspettano ancora il completamento del biomonitoraggio a partire dal raggio dei tre chilometri dallo stabilimento. Inoltre – aggiunge l’eurodeputata – sebbene sia stata finalmente trovata la soluzione per l’uso del macchinario di Torino per le analisi del sangue, manca ancora la definizione della tariffa. Non si può chiedere alla popolazione di andare fino a Milano per un esame che spetta alla sanità piemontese garantire in loco”.

La questione della bonifica

La verità è che questa vicenda giudiziaria non può che ruotare intorno alle necessità di un territorio ferito. Quindi non solo un processo, ma anche monitoraggi, la bonifica e le garanzie su ciò che accadrà in futuro. “Pretendiamo assoluta trasparenza sulle bonifiche della falda acquifera, il blocco immediato della produzione di composti Pfas (compreso il cC6O4) entro l’anno – di cui ci sarebbe conferma – e un confronto pubblico trasparente sull’iter del rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale” sottolinea Cristina Guarda. L’iter del rinnovo dell’Aia (scaduta dal 2022) è fermo da gennaio 2025, mentre – aggiunge – “è scandalosamente bloccato quello per la bonifica esterna, a causa di una Provincia che non si sta muovendo e che non ha ancora completato il piano di caratterizzazione”. La difesa degli ex manager ha comunicato che per la bonifica dell’acqua di falda sarebbero necessari 36 milioni. La speranza di cittadini e associazioni è legata alle sorti del Veneto, dove il Consiglio di Stato ha di recente confermato che, per l’inquinamento da Pfas del territorio compreso tra le province di Vicenza, Verona e Padova, a pagare la bonifica (si stima un costo di 85 milioni, che potrebbero presto aumentare, ndr) dovranno essere le multinazionali gruppo Ici, Mitsubishi corporation e Eni Rewind. Si attende, invece, la pronuncia sul ricorso di Manifattura Lane Marzotto & figli. La Provincia ha individuato la società tra i responsabili e, finora, il Tar Veneto ha dato ragione alla Provincia.

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El Niño sta già arrivando, tra caldo ed eventi estremi. Il segretario dell’Onu: “Gli impatti saranno ancora più forti”

L’Organizzazione meteorologica mondiale invita a prepararsi per El Niño, fenomeno climatico naturale che ciclicamente provoca un riscaldamento anomalo delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico. Di solito si verifica ogni due/sette anni e dura dai nove ai dodici mesi. Inizia a svilupparsi tra marzo e giugno e raggiunge la sua intensità massima tra novembre e febbraio. Già normalmente, quindi, il fenomeno incide in modo significativo su temperature e precipitazioni in tutto il mondo. Gli esperti aspettano il prossimo evento e ne parlano da tempo. Molti ritengono che potrebbe essere il più intenso di questo secolo, tanto da indicarlo come un Super El Niño. Certamente, come già accaduto, innalzerà le temperature di tutto il mondo e intensificherà gli eventi estremi. Probabilmente, però, i suoi effetti saranno già evidenti prima di quanto non ci si aspettasse. Già da questa estate. Secondo un bollettino pubblicato dall’Organizzazione meteorologica mondiale, esiste l’80% di probabilità che si formi prima di settembre, quindi durante l’estate, e il 90% che continui fino al mese di novembre. Resta una certa incertezza sull’intensità e su quale sarà il picco di El Niño, ma la maggior parte delle previsioni dei modelli meteorologici suggerisce che si arriverà almeno a un’intensità moderata, non escludendo affatto un’intensità elevata. Di fatto, temperature superiori alla media sono previste quasi ovunque da giugno ad agosto.

L’allarme lanciato da Guterres

Dai modelli all’allarme lanciato da Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, l’uomo che da anni pronuncia discorsi sulla necessità di prepararsi agli effetti dei cambiamenti climatici. “I dati scientifici sono inequivocabili: c’è il 90% di possibilità che El Niño arrivi alle nostre porte nei prossimi mesi. Il mondo deve trattarlo come l’urgente avvertimento climatico che è. Le condizioni di El Niño – ha detto Guterres – getteranno benzina sul fuoco di un mondo in via di riscaldamento. Gli impatti saranno ancora più forti e si faranno sentire ancora più lontano. Attraverseranno i confini a una velocità devastante”. Per il segretario generale delle Nazioni Unite, come ha ribadito ormai innumerevoli volte “l’unica risposta efficace è un’azione climatica all’altezza della crisi. Si tratta di porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili, accelerare la transizione verso le energie rinnovabili, proteggere i più vulnerabili e istituire sistemi di allarme rapido per tutti. D’altronde i bollettini su Niño e Niña dell’Omm sono la fonte di informazioni più affidabile al mondo in questo campo per i governi, le organizzazioni umanitarie e i settori sensibili al clima come l’agricoltura, la salute, l’energia e la gestione delle risorse idriche. E sono il risultato di una collaborazione tra l’Omm con l’Istituto internazionale di ricerca sul clima e la società.

I segnali dell’arrivo di El Niño

Secondo le osservazioni effettuate attraverso diverse piattaforme, da fine aprile a metà maggio, la temperatura della superficie del mare si avvicinava alle soglie El Niño nel centro-est del Pacifico equatoriale, che rappresenta la zona di monitoraggio di riferimento. Queste anomalie crescenti sono alimentate da temperature elevate, superiori di oltre 6 °C rispetto alla media, sotto la superficie di tutto il Pacifico tropicale. Costituiscono un importante serbatoio di calore che contribuisce al riscaldamento osservato in superficie. L’Omm non utilizza l’espressione super El Niño, perché non fa parte delle classificazioni operative standardizzate.

L’ultimo report: cosa accadrà in 5 anni

Ma le previsioni su questo fenomeno arrivano dopo che, nei giorni scorsi, è stato pubblicato il nuovo report dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale sulle temperature medie globali annuali per il periodo 2026-2030. Secondo gli esperti saranno comprese tra 1,3 e 1,9 gradi al di sopra della media rispetto al periodo 1850-1900. C’è, inoltre, l’86% di probabilità che uno di questi 5 anni superi il 2024 come quello più caldo mai registrato. Il sorvegliato speciale è il 2027, che potrebbe rivelarsi particolarmente rovente proprio a causa dell’arrivo di El Niño. Il rapporto, prodotto dal Met Office del Regno Unito in qualità di centro di riferimento della Wmo, offre una sintesi delle previsioni fornite da 13 istituti di tutto il mondo. Tra questi, quattro Centri di Produzione Globale, cioè istituti meteorologici designati dalla Wmo per generare previsioni climatiche e meteorologiche su scala globale: il Centro di supercalcolo di Barcellona, il Centro canadese per la modellazione e l’analisi climatica, il Servizio meteorologico tedesco e il Met Office stesso. Il nuovo rapporto conferma le previsioni fornite da quello del 2025, che già indicava come il riscaldamento globale medio avrebbe superato i livelli preindustriali di oltre 1,5 gradi nei 5 anni seguenti. Gli ultimi dati indicano che c’è il 91% di probabilità, nei prossimi 5 anni, che la temperatura media globale superi temporaneamente di 1,5 gradi i livelli medi del periodo 1850-1900. Questo livello è stato superato anche nel 2024, quando la temperatura ha sorpassato quella soglia di 1,55 gradi. L’Artico continuerà a risentire in maniera particolarmente intensa del riscaldamento globale: nei prossimi 5 inverni dell’emisfero settentrionale, si prevede che le temperature artiche saranno di 2,8 gradi più alte di quelle medie, un valore 3,5 volte superiore rispetto a quello globale. Inoltre, il ghiaccio marino subirà un’ulteriore riduzione in particolare nel Mare di Barents tra Norvegia e Russia, nel Mare di Bering tra Alaska e Siberia, e in quello di Okhotsk tra Siberia e Giappone.

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Estrazione illegale di oro in Amazzonia: le miniere abusive hanno distrutto 100mila ettari di foreste protette in tre anni

Il contesto globale di crescente instabilità geopolitica ed economica alimenta la domanda internazionale di oro, facendo aumentare la pressione sulla foresta pluviale tropicale più grande del pianeta. In Amazzonia l’estrazione illegale continua ad avanzare: in tre anni le miniere abusive hanno distrutto 100mila ettari di foreste protette. Un fenomeno reso possibile da gravi falle normative e dall’assenza di un sistema di tracciabilità efficace. Tra il 2023 e il 2025, oltre 5mila ettari di foresta sono stati distrutti dall’estrazione di oro solo all’interno di terre indigene. È quanto emerge dal report di Greenpeace Brasile “Gold Laundering in the Amazon: Anatomy of a Fraud”, che documenta come il sistema dei permessi di Lavra Garimpeira, introdotto dal governo brasiliano per consentire l’attività mineraria artigianale, venga in realtà sfruttato per riciclare oro estratto illegalmente da terre indigene e aree protette, dove questa attività è vietata dalla legge. Complice il mercato internazionale, come mostra un’indagine della Polizia Federale brasiliana che, nel 2025, ha rivelato un giro miliardario di estrazione ed esportazione illegale di oro proveniente dall’Amazzonia. Pubblicata da Repórter Brasil e diffusa in esclusiva per l’Italia da Il Fatto Quotidiano, l’inchiesta ha ricostruito il percorso di parte di questo oro illegale fino al mercato internazionale, inclusa l’Italia.

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Field Expedition in the Kayapó Indigenous LandExpedição de campo na Terra Indígena Indígena Kayapó

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Flyover Exposes over 500 Illegal Mining Barges in the Madeira River, BrazilGreenpeace flagra mais de 500 balsas de garimpo em sobrevoo no Rio Madeira

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Overflight to Monitor Illegal Mining in Indigenous Lands in the AmazonSobrevoo de monitoramento de garimpo ilegal em Terras Indígenas na Amazônia

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Illegal Mining in Munduruku Indigenous Land in BrazilMineração ilegal na Terra Indígena Munduruku (Outubro, 2021)

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Illegal Mining in the Sete de Setembro Indigenous Land, BrazilGarimpo Ilegal na Terra Indígena Sete de Setembro

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Overflight to Monitor Illegal Mining in Indigenous Lands in the AmazonSobrevoo de monitoramento de garimpo ilegal em Terras Indígenas na Amazônia

Come l’oro illegale entra nelle catene globali

Dal 1985 al 2022, l’estrazione illegale di oro è aumentata del 1.100%, con attività concentrate per il 91% in Amazzonia. “L’assenza di controlli efficaci da parte dell’Agenzia nazionale mineraria brasiliana e l’esenzione dall’obbligo di una preventiva analisi geologica – denuncia il dossier – hanno creato un ‘punto cieco’ che impedisce di valutare correttamente l’impatto dell’attività estrattiva e facilita il riciclaggio dell’oro illegale”. Attraverso hub di commercio, raffinazione e consumo, l’oro illegale entra così nelle catene globali di approvvigionamento e può raggiungere mercati come Italia, Svizzera, Francia, Germania, Canada e Emirati Arabi. In questi Paesi, una volta immesso nel sistema, diventa estremamente difficile da tracciare. Solo nel 2024, dal Brasile sono state esportate oltre 61mila tonnellate d’oro per un valore superiore a 3,9 miliardi di dollari statunitensi verso mercati di tutto il mondo.

La sentenza della Corte Suprema e i limiti del sistema

In questo contesto, mentre una legge del 2013 stabiliva una ‘presunzione di legalità’ basata sulla semplice autodichiarazione del venditore, a marzo 2025, la Corte Suprema brasiliana (Supremo Tribunal Federal) ha dichiarato incostituzionale questo principio della presunzione di buona fede nell’acquisto dell’oro. Una sentenza storica che punta proprio a bloccare il riciclaggio dell’oro di provenienza illecita proveniente dall’Amazzonia. “La decisione rappresenta un passo importante, ma non sarà sufficiente senza un sistema di tracciabilità realmente efficace lungo tutta la filiera” spiega Martina Borghi della campagna Foreste di Greenpeace Italia. “Finché il Brasile non introdurrà controlli rigorosi – aggiunge – basati su dati geologici affidabili e verifiche indipendenti, l’oro estratto illegalmente continuerà a entrare nel mercato globale alimentando deforestazione, violazioni dei diritti umani e distruzione dei territori indigeni. Anche l’Unione Europea e i Paesi importatori devono fare la propria parte, introducendo regole più severe sulla tracciabilità dell’oro e impedendo l’ingresso nel mercato europeo di metallo legato alla distruzione dell’Amazzonia”.

Le miniere fantasma, un fenomeno fuori controllo

L’indagine rivela inoltre la persistenza di ‘miniere fantasma’: permessi minerari attivi solo sulla carta, privi di attività coerente con i dati satellitari o con le verifiche sul campo, che funzionano come copertura legale per introdurre oro proveniente da altre aree, inclusi territori indigeni e zone protette. E i dati sono allarmanti: complessivamente, il 94% dei processi minerari analizzati da Greenpeace tra il 2018 e il 2026 è stato classificato come ‘miniera fantasma’ oppure operazione industriale incompatibile con il regime previsto per l’estrazione artigianale.

Gli impatti sociali e le terre indigene

L’estrazione illegale di oro ha anche gravi impatti sociali, che colpiscono in modo particolare le popolazioni indigene, con un aumento di violenze, sfruttamento economico e deterioramento delle condizioni di vita, soprattutto per le donne. Anche la contaminazione da mercurio rappresenta una minaccia: uno studio della Fundação Oswaldo Cruz nelle terre indigene del Popolo Munduruku ha rilevato che il 98,5% delle donne in gravidanza sottoposte ad analisi presentava livelli di mercurio superiori alla soglia di sicurezza, evidenziando un grave rischio per la salute riproduttiva e le generazioni future. Per contrastare efficacemente l’estrazione illegale di oro in Amazzonia, Greenpeace ritiene fondamentale rafforzare le misure normative e amministrative contro il riciclaggio, promuovendo al tempo stesso un processo di riconversione economica della regione e sostenendo attività compatibili con la foresta, che siano rispettose dei diritti umani e capaci di contrastare la povertà.

Fotocredits: Greenpeace Brasile

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