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“Una cascata di liquami ci ha travolto mentre mangiavamo, eravamo bagnati da capo a piedi. I bambini sono rimasti scioccati e in lacrime”: la disavventura in un fast food a La Spezia

Quello che doveva essere un pranzo informale tra amici si è trasformato in un’esperienza da dimenticare per due coppie della provincia de La Spezia, accompagnate dai rispettivi figli piccoli. Seduti ai tavoli di una nota catena di fast food per consumare hamburger e patatine, si sono ritrovati improvvisamente investiti da una copiosa fuoriuscita di liquido proveniente dall’impianto fognario del locale. L’episodio è avvenuto nel primo pomeriggio di lunedì 8 giugno. In seguito all’accaduto, l’Asl ha disposto la sospensione dell’attività dell’esercizio commerciale, mentre sulla vicenda sono state avviate verifiche da parte delle autorità competenti.

Come riportato da “La Nazione”, alcuni segnali di criticità erano emersi già al momento dell’arrivo delle due famiglie nel locale. “Appena entrati nel locale, abbiamo chiesto di poter accompagnare i bambini ai servizi igenici. Ci è stato risposto che tutti i bagni erano fuori uso senza offrirci ulteriori spiegazioni. Quindi ci siamo accomodati ai tavoli assegnati”, raccontano i clienti coinvolti.

Una volta seduti, il gruppo avrebbe notato la presenza di diversi tecnici impegnati a controllare ripetutamente il controsoffitto nella zona dei tavoli. Un’attività che, in quel momento, non aveva destato particolari sospetti. La situazione è precipitata poco dopo. “Pochi minuti dopo, la pressione nelle tubature ha fatto saltare in aria un pannello del soffitto e si è improvvisamente riversata una grande quantità di liquido fognario che ci ha investiti completamente come una vera e propria cascata. Siamo stati bagnati da capo a piedi, compresi i due bambini presenti che sono rimasti scioccati e in lacrime, mentre gli adulti cercavano di capire come fosse avvenuto. I tecnici hanno confermato che si trattava di acque scure”.

Al via gli accertamenti sul caso

Oltre allo choc per quanto accaduto, le famiglie hanno manifestato preoccupazione per le possibili conseguenze sotto il profilo igienico-sanitario. Nel mirino anche la gestione dell’emergenza da parte del personale del fast food: “Dopo l’accaduto nessun membro del personale ha prestato assistenza al gruppo, non ci sono stati forniti né fazzoletti né asciugamani o altro per pulirci. E non abbiamo ricevuto neanche le scuse”. Dopo l’intervento della polizia locale e degli altri enti competenti, i clienti hanno deciso di formalizzare un esposto. “Abbiamo sporto denuncia affinché vengano svolte tutte le verifiche necessarie e sia fatta piena chiarezza sull’accaduto”. Sulla vicenda sono ora in corso gli accertamenti delle autorità, chiamate a ricostruire la dinamica dell’incidente e a verificare eventuali responsabilità legate alla manutenzione degli impianti e alle procedure di sicurezza adottate dal locale.

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La trave nel piatto – Hormuz, l’altro ostaggio si chiama agricoltura

Il solido sistema agricolo moderno è vecchio, non moderno, è fragile, non solido. È questa la trave che la guerra in Iran e la conseguente chiusura dello stretto di Hormuz ci serve nel piatto. Il modello di produzione agricola vigente è dipendente dal fossile: poiché dallo stretto di Hormuz passa un quarto del petrolio mondiale, ma soprattutto un terzo del commercio marittimo di fertilizzanti e dei componenti necessari per produrli (ammoniaca, urea, zolfo). Questo porta molti agricoltori a temere sulle prossime semine. Secondo le Nazioni Unite, a rischio fame 45 milioni di persone in più nel mondo, se la situazione non si sblocca rapidamente. Tra l’altro una criticità simile legata ai fertilizzanti si era presentata già nel 2022, dopo l’aggressione russa all’Ucraina, essendo quest’ultima un esportatore di fertilizzanti azotati. Ma i cicli stagionali agricoli mal si adattano alle variabili imprevedibili come quelle belliche, geopolitiche e speculative; pertanto, il danno è già effettivo e serviranno mesi prima che quei due milioni di tonnellate di fertilizzanti bloccati nel Golfo possano raggiungere i paesi di destino. Nell’UE il prezzo dei fertilizzanti azotati è cresciuto del 60% rispetto al 2024, e solo in Italia ogni anno se ne usano 300 mila tonnellate. Se la media europea di fertilizzanti inorganici si attesta tra 70 e 72 kg per ettaro, in Italia i dati mostrano un uso tra 110 e 130 kg per ettaro, nonostante si stimi che gli agricoltori applichino circa 67 kg di azoto in più rispetto alle capacità di assorbimento del terreno.

Tutto questo evidenzia come quel modello agricolo e alimentare stia lavorando contro e non con la natura: gli ecosistemi agricoli sono concepiti come luoghi artificiali in cui il vivente si deve adeguare alle esigenze del mercato globale. Paradossalmente, ma prevedibilmente i colossi dell’agrobusiness propongono come soluzione gli stessi strumenti che hanno in larga parte portato al collasso e alla fragilità attuale: più dipendenza tecnologica, più input energetici, nuove generazioni di Ogm e sementi brevettate. E le misure tampone proposte dall’Europa – sospendere i dazi sui fertilizzanti, elargire fondi agli agricoltori, promuovere stoccaggi strategici, fertilizzanti alternativi – non tendono a quel necessario e urgente cambio paradigmatico che i tempi ci impongono. Dobbiamo compiere delle rotture rispetto alla dipendenza di un sistema globalizzato inevitabilmente verticale, concentrato nelle mani di pochissimi e potentissimi attori. Se crediamo davvero in un cibo buono pulito e giusto come reale diritto di tutte e tutti, se crediamo nella sovranità alimentare, allora appare urgente valorizzare i sistemi locali del cibo che restituiscono centralità a contadini e biodiversità nella cornice di un approccio agroecologico. L’agroecologia non è solo una soluzione “tecnica”: non si tratta infatti solo di un insieme di pratiche agronomiche, si tratta di una prospettiva politica.

L’agroecologia, infatti, è un approccio “dal basso”: permette un governo dei territori da parte delle comunità locali, da dignità al sapere diffuso e orizzontale dei popoli, consente la rigenerazione del tessuto sociale lacerato e intende le risorse naturali come beni comuni da custodire, rigenerare e condividere. L’agroecologia applica principi ecologici alla gestione di sistemi agricoli e si basa su alcuni fondamentali: riciclo dei nutrienti (quindi non avremo più bisogno di comprare fertilizzanti chimici), rotazione delle sostanze organiche, conservazione dell’acqua e della fertilità del suolo ed equilibrio microbiologico. L’agroecologia concepisce i campi coltivati come ecosistemi nei quali si verificano relazioni naturali sinergiche tra colture, alberi e animali. Lavora con e non contro la natura. Secondo un’analisi della Agroecology Coalition, i governi globalmente spendono ogni anno più di 600 miliardi di dollari in sussidi agricoli, di cui quasi 400 miliardi sostengono quello stesso modello intensivo che devasta clima e biodiversità. La stessa analisi stima che la transizione globale verso sistemi agroecologici richiederebbe tra i 250 e i 430 miliardi di dollari l’anno: quindi meno di quanto già si spende per tenere in piedi l’agricoltura imperniata sul fossile. L’agroecologia, dunque, rappresenta una rottura: rimette i semi nelle mani dei contadini superando la logica dei brevetti; accorcia le filiere a tutela del reddito degli agricoltori; promuove la sovranità alimentare rendendo i popoli responsabili e indipendenti perché il cibo non sia sommesso alle crisi belliche ma alle reti di solidarietà tra comunità. Il modello agroecologico non è solo un’alternativa teorica, si tratta di un paradigma produttivo già sperimentato e applicato positivamente in molti territori: in attesa che la politica si attivi mettendo la transizione agroecologica al centro dell’agenda politica, le comunità stanno già costruendo e dando vita ad un modello di sviluppo realmente sostenibile che ha a cuore il presente e il futuro del vivente tutto.

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