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DancEn?gma brilha no espetáculo de abertura da Semana Regional das Artes 2026

O DancEn?gma – Clube de Dança da Escola Secundária Jaime Moniz participou, no passado dia 8 de junho, no espetáculo de abertura da Semana Regional das Artes 2026, realizado no Jardim Municipal do Funchal. Integrado no programa oficial do evento, o grupo apresentou uma atuação que evidenciou o talento, a dedicação e a criatividade dos seus elementos, […]
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Ateneu Artístico Cartaxense sagra-se tricampeão nacional de Infantis

O Ateneu Artístico Cartaxense voltou a destacar-se no panorama nacional da ginástica ao conquistar, pelo terceiro ano consecutivo, os títulos de Campeão Nacional Individual e Campeão Nacional por Equipas na disciplina de Tumbling, durante o Campeonato Nacional de Infantis e Níveis, realizado este fim de semana no Pavilhão Multiusos de Sines. Laura Martins conquistou o título de Campeã…

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Município de Santarém reforça apoio ao desporto

O Município de Santarém formalizou esta segunda-feira, na Feira Nacional da Agricultura, os Contratos-Programa de Apoio ao Associativismo Desportivo, num investimento global de 690.465 euros destinado a apoiar a atividade dos clubes e associações desportivas do concelho. A cerimónia decorreu no Stand Institucional do Município e reuniu o executivo municipal e representantes de 51 associações…

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Vento continua a complicar a vida no aeroporto da Madeira

Ontem foram vários os voos cancelados e divergidos. Hoje o cenário mantém-se. Até agora, desde a meia-noite de hoje, 7 chegadas já foram canceladas. A ANA avisa que as previsões meteorológicas apontam para condições adversas que podem condicionar a operação (partidas e chegadas) nos próximos dias. E recomenda aos passageiros que deven contacta a Companhia […]
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Abrantes assinalou os 25 anos do seu Estádio Municipal

Com a presença de campeões nacionais de Atletismo e Futebol: Rosa Mota, Paulo Guerra e Marco Caneira, o Município de Abrantes comemorou o 25º aniversário do Estádio Municipal, numa cerimónia evocativa realizada no dia 7 de junho. Foi descerrada uma placa alusiva à efeméride e inaugurada uma exposição fotográfica ao ar livre, com imagens que retratam a intensa atividade desportiva vivida neste…

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Abrantes celebra 110 anos de elevação a cidade

No ano em que se celebram os 110 anos da elevação de Abrantes a Cidade, as cerimónias oficiais irão decorrer no MAC com o hastear das Bandeiras ao som do hino nacional e a entrega das Medalhas de Mérito Municipal e a habitual homenagem aos trabalhadores do Município de Abrantes que celebram 25 anos de serviço e todos os que se aposentaram este ano depois de uma vida dedicada ao serviço público.

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Maria Martins conquista Omnium no 9.º Grand Prix Presov

A Seleção Nacional de Pista voltou à ação no passado domingo, dia 7 de Maio, para o segundo e último dia do 9.º Grand Prix Prešov, que se realizou na Eslováquia. A Equipa Portugal voltou a apresentar-se com excelentes resultados, destacando-se a vitória de Maria Martins no Omnium e o segundo lugar de Daniela Campos, na mesma prova, em Elite feminina. Também João Silva esteve no pódio…

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Alunos do secundário apresentam propostas para um Entroncamento mais inclusivo, sustentável e atrativo

O Município do Entroncamento recebeu, no dia 3 de junho, no Salão Nobre dos Paços do Concelho, um grupo de alunos do 12.º ano da disciplina de Geografia C, da Escola Secundária do Entroncamento, no âmbito das comemorações do Ano Internacional dos Voluntários para o Desenvolvimento Sustentável – 2026 e inspirados pelos princípios da iniciativa New European Bauhaus, lançada pela Presidente da…

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Trump rivendica il controllo su Israele, ma la tregua con l’Iran vacilla

La tregua tra Israele e Iran ha superato nelle ultime ore il test più duro dalla sua entrata in vigore ad aprile. Nella notte tra domenica e lunedì, l’esercito israeliano ha colpito obiettivi militari nell’Iran occidentale e centrale, compreso un impianto petrolchimico a Mahshahr, dopo che Teheran, nella serata di domenica, aveva lanciato una serie di missili contro il territorio israeliano. L’Iran ha presentato l’attacco come una risposta ai blitz israeliani in Libano, dove da qualche giorni è in corso una nuova offensiva e anche domenica erano stati colpiti obiettivi nell’area meridionale di Beirut: tutti target legati a Hezbollah, sostiene Israele, che rivendica il diritto di colpire l’organizzazione sciita legati ai Pasdaran come protezione dell’interesse nazionale.

Che il Libano fosse l’ago della bilancia della tregua in corso, che ovviamene coinvolge anche gli Stati Uniti, lo aveva spiegato già Orna Mizrahi, senior researcher dell’Institute for National Security Studies (Inss) di Tel Aviv; di come tutte le crisi mediorientali fossero indissolubilmente concatenante ne aveva parlato Giuseppe Dentice, responsabile dell’Osservatorio Mediterraneo (OsMed) dell’Istituto Studi Strategici San Pio V. Non stupisce dunque che le dinamiche in Libano vadano a toccare il fragilissimo equilibrio con Teheran, attorno a cui si cercando di costruire un quadro pragmatico per ricostruire l’equilibrio nella regione; tanto meno stupisce che, come conseguenza diretta dell’attacco iraniano, il COGAT (la divisione delle forze armate israeliane che regola gli accessi alla Striscia di Gaza) abbia annunciato domenica la chiusura dei valichi da e per Gaza fino a nuovo ordine, inclusi Rafah e Kerem Shalom, confermando come ogni escalation regionale si rifletta anche sul dossier palestinese.

Il rischio di una nuova escalation regionale c’è, per questo dietro la cronaca militare emerge una partita politica più ampia che coinvolge direttamente Washington. Tanto che in un’intervista telefonica al Financial Times, Donald Trump ha minimizzato l’impatto degli attacchi iraniani sul negoziato in corso con Teheran e ha ribadito la propria intenzione di perseguire un accordo più ampio. Ancora più significativo è stato il messaggio rivolto indirettamente a Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha sostenuto che il premier israeliano non avrebbe altra scelta che accettare un eventuale accordo negoziato dagli Stati Uniti con l’Iran. ”Sono io a decidere”, ha affermato Trump, rivendicando apertamente la leadership del dossier.

La dichiarazione arriva in un momento delicato che precede gli attacchi di queste ultime ore, e forse ne è in qualche modo matrice. Da settimane l’amministrazione americana lavora per trasformare la tregua raggiunta con Teheran in primavera in un’intesa più strutturata che affronti due questioni centrali: il futuro dello Stretto di Hormuz e il programma nucleare iraniano. Gli attacchi delle ultime ore avrebbero potuto interrompere questo percorso. Trump, invece, ha scelto di separare il negoziato dalla nuova mini-crisi militare, insistendo sul fatto che i due binari debbano restare distinti.

Il problema è che la credibilità di questa strategia non dipende soltanto dalle intenzioni della Casa Bianca. A Teheran cresce infatti la convinzione che il nodo principale non sia raggiungere un accordo, ma potersi fidare della sua durata. L’esperienza del ritiro americano dall’intesa nucleare del 2015 – voluto propio da Donald Trump durante il suo primo mandato – continua a pesare sui calcoli della leadership iraniana. In questo quadro, la diplomazia viene osservata con sospetto. Una parte dell’establishment iraniano teme che eventuali concessioni sul nucleare o sulla sicurezza possano ridurre gli strumenti di deterrenza del paese senza offrire garanzie sufficienti contro future pressioni militari.

Da qui deriva l’importanza attribuita da Teheran a tre leve considerate essenziali: la capacità di influenzare il traffico nello Stretto di Hormuz, il mantenimento di un’opzione nucleare reversibile e la possibilità di imporre costi ai propri avversari attraverso una rete regionale che comprende alleati e gruppi armati attivi in diversi teatri del Medio Oriente.

Gli eventi delle ultime ore riflettono questa logica. L’Iran ha reagito al nuovo blitz israeliano in Libano cercando di dimostrare di poter colpire direttamente Israele. Israele ha risposto colpendo il territorio iraniano per riaffermare la propria capacità di deterrenza. Entrambe le parti stanno cercando di modificare il calcolo strategico dell’avversario, aumentando il prezzo di eventuali future iniziative militari.

In questo contesto, Trump sta tentando di svolgere un ruolo che va oltre quello tradizionale di un’America che detta le regole. Le sue dichiarazioni suggeriscono la volontà di convincere Teheran che Washington sia in grado di controllare il comportamento israeliano e quindi di garantire la sostenibilità di un accordo. È un messaggio rivolto tanto agli iraniani quanto agli alleati regionali degli Stati Uniti.

Resta da capire quanto questa pretesa corrisponda alla realtà. Proprio gli sviluppi che hanno portato alla crisi attuale mostrano i limiti dell’influenza americana. Nonostante i ripetuti tentativi di Washington di contenere le tensioni sul fronte libanese, Israele ha continuato a condurre operazioni contro Hezbollah. Il bombardamento nei pressi di Beirut che ha preceduto la risposta iraniana dimostra quanto sia difficile separare i diversi fronti del conflitto. Libano, Iran, Yemen (da cui, fronte Houthi, sarebbe partito almeno uno dei missili diretti verso Israele nelle ultime ore), Iraq e Gaza appaiono sempre più come elementi di un’unica architettura regionale.

Anche il contesto politico israeliano restringe i margini di manovra. Netanyahu si trova sotto la pressione di una coalizione che chiede una risposta dura a ogni attacco proveniente dall’Iran o dai suoi alleati. Allo stesso tempo, l’opposizione lo accusa di indebolire la deterrenza israeliana qualora non reagisse con sufficiente fermezza. In queste condizioni, la possibilità che Washington possa imporre unilateralmente una linea di moderazione resta tutt’altro che scontata.

La tenuta della tregua dipenderà quindi da fattori che vanno ben oltre il numero di missili intercettati o la portata dei danni provocati dagli ultimi attacchi. La questione centrale riguarda la capacità degli Stati Uniti di costruire un accordo percepito come credibile da entrambe le parti.

Trump sostiene che il negoziato possa proseguire indipendentemente dall’escalation. Ma la crisi degli ultimi giorni mostra quanto sia difficile separare diplomazia e deterrenza in una regione dove ogni cessate il fuoco viene costantemente messo alla prova da dinamiche locali, pressioni politiche interne e rivalità strategiche che nessun accordo, da solo, può cancellare.

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Caso Bosnia, fra Usa e Ue. A che gioco gioca l’Italia? Messaggio per Meloni (e Schlein)

La partita non è chiusa, ed è forse questo il dato politico più importante. Antonio Zanardi Landi non è stato nominato nuovo Alto rappresentante per la Bosnia Erzegovina nella sessione di tre giorni fa del Comitato Direttivo del Peace Implementation Council (Pic), ma non è stato nemmeno escluso dalla corsa. Il Pic non è riuscito a trovare un accordo e la decisione dovrebbe slittare alle prossime settimane. Ma sono queste le ore decisive.

Gli Stati Uniti hanno insistito fino all’ultimo per una nomina immediata del diplomatico italiano. Dall’altra parte, un blocco di Paesi guidato da Francia e Germania, e altri partner europei hanno spinto il sostegno attorno al francese René Troccaz.

È uno scontro che racconta molto più del dossier “Bosnia”. Da una parte c’è Washington, che ha individuato in Zanardi Landi il profilo più adatto per gestire una fase delicata degli equilibri balcanici. Non a caso il segretario di Stato americano Marco Rubio ha sottolineato pubblicamente il sostegno degli Stati Uniti alla candidatura dell’ex ambasciatore italiano, definendolo una figura di grande esperienza e ribadendo la necessità di una leadership forte per garantire stabilità e attuazione degli accordi di pace in Bosnia Erzegovina. Dall’altra parte c’è un’aliquota di Europa che ha scelto una strada diversa.

Il risultato è uno stallo che ha spinto gli stessi americani a parlare apertamente di incapacità europea di raggiungere un consenso. In una nota diffusa dall’ambasciata statunitense a Sarajevo, Washington ha sottolineato che “l’incapacità del Pic Steering Board di raggiungere un consenso dimostra ancora una volta le difficoltà dell’Europa nel parlare con una sola voce su questioni fondamentali per il futuro della Bosnia Erzegovina” e ha avvertito che questa situazione potrebbe portare gli Stati Uniti a riconsiderare il proprio ruolo nell’attuale presenza internazionale nel Paese.

Il dato più rilevante, sul piano diplomatico, è che la candidatura di Zanardi Landi è stata promossa dagli Stati Uniti e sostenuta anche da Giappone e Turchia, mentre una parte significativa dei Paesi europei lavora per Troccaz. Non si tratta quindi di una semplice competizione tra due profili, ma di una divergenza emersa all’interno del gruppo dei principali attori transatlantici e like-minded coinvolti nella governance internazionale della Bosnia Erzegovina.

Antonio Zanardi Landi è un diplomatico con una conoscenza diretta dei Balcani, della Russia e delle dinamiche che attraversano l’Europa sud-orientale. Ambasciatore a Belgrado, alla Santa Sede e a Mosca, poi consigliere diplomatico del presidente della Repubblica, rappresentava una candidatura difficilmente contestabile sul piano professionale. Indiscutibile la qualità della scelta, quindi.

E dunque, il dato politico è chiaro: mentre Washington ha puntato su un candidato italiano, una parte rilevante dell’Europa ne ha sostenuto un altro. Un paradosso che solleva una domanda semplice: chi ha difeso, in questa partita, quella candidatura? Il rinvio della decisione conferma inoltre l’assenza di un consenso tra gli alleati occidentali anche su un dossier strategico come quello balcanico.

E tutto questo merita ovviamente attenzione anche dal punto di vista italiano. Roma si trova infatti in una posizione particolare: da un lato è uno dei Paesi europei più direttamente interessati alla stabilità dei Balcani occidentali; dall’altro vede un proprio diplomatico sostenuto da Washington in una partita nella quale alcuni partner dell’Unione europea hanno scelto una linea diversa.

La questione, per l’Italia, non riguarda quindi soltanto l’esito della candidatura, ma anche la capacità di far valere il proprio peso in un processo decisionale che investe una regione strategica per la sua politica estera e di sicurezza.

Qui entra in gioco la politica italiana. La questione riguarda Giorgia Meloni, che guida il governo, ma riguarda anche Elly Schlein come leader dell’opposizione. Quando emerge una candidatura autorevole, sostenuta da partner strategici e collocata in un quadrante di interesse diretto per il Paese, il riflesso dovrebbe essere quello della tutela dell’interesse nazionale. Esistono dossier sui quali la competizione politica lascia spazio a una convergenza di fondo. I Balcani dovrebbero essere uno di questi. Per posizione geografica, interessi economici, sicurezza ed energia, ciò che accade tra Sarajevo, Belgrado e Podgorica riguarda direttamente l’Italia.

L’Italia ha già mostrato recentemente difficoltà nel fare sistema quando si è aperto lo spazio attorno alla candidatura di Maurizio Martina alla guida della Fao. Il rischio è che ogni dossier venga immediatamente assorbito dalla dinamica della politica interna, indebolendo la capacità del Paese di sostenere le proprie posizioni.

La domanda, in queste ore che potrebbero essere decisive per il dossier balcanico, non è semplicemente se Zanardi Landi riuscirà a ottenere l’incarico. La realtà è se l’Italia riuscirà a comportarsi come un Paese capace di difendere una propria candidatura quando questa coincide con un interesse nazionale, europeo e transatlantico. La risposta che arriverà dal dossier ”Bosnia” parlerà della capacità della politica italiana, delle scelte europee e della cooperazione transatlantica (a poche settimane dal Nato Summit di Ankara).

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Torino festeggia i 20 anni di Pride: “Oltre 160mila persone in corteo”. Luxuria dal palco: “Ora scioperi contro il ddl Valditara”

Su Torino soffiano “venti di lotte”. Sotto gli eleganti palazzi del centro, un fiume arcobaleno ha attraversato la città tra musica, cori e striscioni. Sono 160mila, secondo gli organizzatori, le persone che sabato 6 giugno hanno preso parte alla ventesima edizione di Torino Pride. Madrine Ambra Angiolini e la figlia Iolanda. Ad parire il corteo, Vladimir Luxuria e il sindaco Pd di Torino Stefano Lo Russo.

Torino ha festeggiato 20 anni di Pride

Partito dal Parco del Valentino, il corteo ha attraversato le principali vie cittadine fino a piazza Vittorio Veneto, trasformando il centro in uno spazio di festa ma anche di rivendicazione politica. “Venti di lotte” è infatti il claim scelto per celebrare il ventennale della manifestazione. Un titolo che richiama non solo il traguardo raggiunto, ma anche l’idea di una comunità che continua a muoversi e a costruire alleanze. Nel documento politico diffuso per l’edizione 2026, il Coordinamento Torino Pride sottolinea come la conquista degli spazi e il sostegno reciproco tra persone e comunità non possano limitarsi a un appuntamento annuale, ma debbano diventare una pratica quotidiana. “La nostra battaglia non è solo nostra: è una lotta intersezionale per una società più giusta e più abitabile” per tutti e tutte, si legge nel testo, che per la prima volta dedica anche una sezione ai diritti digitali e al contrasto dell’hate speech online. Un messaggio che assume un significato particolare alla luce di quanto accaduto pochi giorni prima dell’evento. Il 2 giugno Chiara Tarantello, co-coordinatrice del Torino Pride, ha denunciato di essere stata aggredita verbalmente su un treno mentre partecipava a una videocall dedicata proprio all’organizzazione del Pride. “Un uomo mi ha dato della ridicola, ha detto che il Pride è inutile”, aveva raccontato, riferendo anche i tentativi dell’aggressore di tirarle dei calci. L’episodio ha suscitato solidarietà e indignazione, riportando l’attenzione su quanto il lavoro contro discriminazioni e pregiudizi sia ancora necessario. Tema, questo, emerso più volte anche dagli interventi conclusivi dal palco allestito in piazza Vittorio Veneto, dove il corteo è approdato nel tardo pomeriggio dopo due ore e mezza di marcia.

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Gli interventi dal palco

Jacopo Rosatelli, assessore di Sinistra ecologista al Welfare, Diritti e Pari opportunità del Comune di Torino, ha duramente criticato il via libera del Senato al disegno di legge del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara in materia di consenso informato in ambito scolastico per l’educazione sessuo-affettiva. “Alla prossima aggressione omolesbobitrasfobica risparmiateci le vostre parole retoriche”, ha dichiarato. “Vergognatevi, perché la colpa è anche vostra che avete votato queste leggi che impediscono di cambiare la mentalità, di rompere gli stereotipi e i pregiudizi”. L’assessore ha inoltre richiamato l’attenzione sulla situazione internazionale, lanciando un messaggio di solidarietà verso i membri della comunità LGBTQIA+ che, a diverse latitudini, continuano a essere perseguitati, come accade in Senegal, che di recente ha inasprito le pene per le relazioni omosessuali. Tra gli interventi più applauditi anche quello di Vladimir Luxuria, che tornando sul provvedimento sull’educazione affettiva nelle scuole ha invitato studenti e docenti a farsi sentire durante il prossimo anno scolastico: “Mobilitatevi contro il ddl, fate sciopero”, ha detto, definendo il disegno di legge un attacco non solo ai diritti delle persone LGBTQIA+, ma anche all’autonomia scolastica.

Lo sguardo al futuro con EuroPride

L’edizione numero 20 del Torino Pride arriva in un momento particolarmente significativo per la città piemontese, che guarda già al 2027, quando ospiterà l’EuroPride, la manifestazione itinerante che ogni anno viene affidata a una diversa città europea e che richiama centinaia di migliaia di persone da tutto il continente. Una sfida importante che, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrà rappresentare un’occasione per continuare a trasformare la città in uno spazio sempre più inclusivo. “Sarà una rivoluzione”, ha promesso dal palco Alessandro Battaglia, responsabile del progetto EuroPride 2027 e membro del Coordinamento Torino Pride.

Vent’anni dopo la sua prima edizione, il Torino Pride continua così a rivendicare la propria identità. Una manifestazione che non vuole essere soltanto una festa o una celebrazione, ma uno strumento di partecipazione politica. Perché quei “venti di lotte” che hanno attraversato le strade della città non raccontano soltanto la storia della comunità LGBTQIA+, ma quella di tutte le battaglie contro discriminazioni, esclusioni e disuguaglianze.

L'articolo Torino festeggia i 20 anni di Pride: “Oltre 160mila persone in corteo”. Luxuria dal palco: “Ora scioperi contro il ddl Valditara” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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“A agricultura portuguesa está forte e pujante, apesar dos problemas que tem enfrentado”

A Feira Nacional de Agricultura / Feira do Ribatejo regressa ao CNEMA, em Santarém, até 14 de Junho, com os pequenos frutos como tema central, naves cheias e expositores recusados por falta de espaço. Para Luís Mira, administrador do CNEMA e secretário-geral da CAP, este sinal mostra a vitalidade do certame e a capacidade de resistência da agricultura portuguesa, mas não esconde os problemas que o…

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Libano, Gaza, Hormuz, vi spiego la nuova geografia dell’instabilità mediorientale. Conversazione con Dentice

“Il tratto distintivo dell’attuale scenario mediorientale è la crescente interconnessione tra i diversi teatri di crisi”. Giuseppe Dentice, responsabile dell’Osservatorio Mediterraneo (OsMed) dell’Istituto Studi Strategici San Pio V, sintetizza così una dinamica che negli ultimi mesi è diventata sempre più evidente. Dal Libano a Gaza, passando per il confronto tra Stati Uniti e Iran e per la sicurezza dello Stretto di Hormuz, le principali tensioni della regione non possono più essere lette come dossier separati. Al contrario, si alimentano reciprocamente, trasformando ogni crisi locale in una potenziale variabile dell’equilibrio regionale.

Secondo Dentice, il conflitto di Gaza, la guerra in Libano, il dossier nucleare iraniano e la competizione per il controllo delle rotte energetiche del Golfo rappresentano oggi le diverse manifestazioni di un’unica poli-crisi strategica. Un’escalation a Beirut può incidere sui negoziati tra Washington e Teheran; una crisi nello Stretto di Hormuz può produrre conseguenze sul Mar Rosso e sulle dinamiche del conflitto israelo-palestinese. È proprio questa crescente interdipendenza a rendere il quadro mediorientale più complesso e meno prevedibile.

Il Libano resta uno degli epicentri di questa fase. Il rinnovo della tregua ha evitato una nuova escalation immediata, ma non ha affrontato le questioni che continuano ad alimentare il confronto. Hezbollah ha respinto una nuova proposta di cessate il fuoco mediata dagli Stati Uniti, ribadendo che qualsiasi accordo potrà essere preso in considerazione soltanto dopo il completo ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale.

“La presenza militare israeliana nel sud del Paese viene percepita non come una misura temporanea di sicurezza, ma come un tentativo di modificare in modo permanente gli equilibri territoriali e strategici lungo il confine settentrionale di Israele”, osserva Dentice.

Nel frattempo, il governo di Beirut continua a rivendicare il diritto esclusivo a esercitare la sovranità sul territorio nazionale attraverso le Forze armate libanesi. Tuttavia, la debolezza delle istituzioni statali e il peso politico-militare acquisito da Hezbollah nel corso degli anni rendono difficile il ripristino di un effettivo monopolio della forza. Il risultato è un equilibrio precario tra uno Stato che cerca di riaffermare la propria autorità, un movimento sciita che non intende rinunciare al proprio ruolo di deterrenza e Israele, che continua a considerare Hezbollah una minaccia strategica di primissimo piano.

Le tensioni si sono ulteriormente aggravate dopo la nuova intensificazione delle operazioni israeliane nel Libano meridionale e dei raid contro Beirut. L’avanzata oltre il Litani e i nuovi ordini di evacuazione hanno rafforzato, secondo l’analista, il timore diffuso nel mondo arabo che Israele, mentre lavora per indebolire Hezbollah, punti anche a consolidare una fascia di sicurezza permanente nel sud del Paese.

Questa dinamica si intreccia sempre più strettamente con il confronto tra Stati Uniti e Iran. Le trattative tra Washington e Teheran risultano sostanzialmente bloccate e il quadro appare più deteriorato rispetto ai mesi precedenti. Sul tavolo restano il programma nucleare iraniano, il regime sanzionatorio, la presenza militare americana nel Golfo, la sicurezza dello Stretto di Hormuz e il ruolo regionale di Israele. Ma negli ultimi mesi il dossier iraniano ha assunto una dimensione più ampia.

“Non si tratta più soltanto di nucleare o di sanzioni economiche. È in corso una ridefinizione complessiva degli equilibri di sicurezza regionali”, spiega Dentice.

La decisione di Teheran di interrompere i colloqui indiretti con Washington e di collegare la questione di Hormuz all’evoluzione del confronto in Libano conferma, secondo l’analista, la volontà iraniana di integrare il sostegno a Hezbollah all’interno della propria strategia di deterrenza e negoziazione.

Anche nel Golfo il livello di tensione resta elevato. Le operazioni militari statunitensi contro obiettivi iraniani nell’area di Hormuz e le successive risposte di Teheran contro infrastrutture e basi americane in Bahrain e Kuwait mostrano come il confronto continui a muoversi lungo una linea sottile. Nessuna delle parti sembra interessata a una guerra aperta su larga scala, ma il rischio di incidenti e di un progressivo allargamento dello scontro rimane concreto.

In questo contesto, Washington continua a mantenere una posizione rigida. L’amministrazione americana considera il dossier nucleare, il sistema delle sanzioni e il comportamento regionale dell’Iran come elementi inscindibili di qualsiasi futuro accordo. Parallelamente, all’interno degli Stati Uniti emergono segnali di crescente cautela rispetto all’ipotesi di un coinvolgimento diretto in un conflitto con Teheran, alimentati dal timore di una progressiva regionalizzazione della crisi.

Se il Libano rappresenta uno dei fronti più instabili e il Golfo uno dei più sensibili, Gaza continua a essere il teatro umanamente e politicamente più problematico. A quasi due anni dall’inizio della guerra, Israele ha consolidato il controllo diretto di una parte significativa della Striscia e le indicazioni provenienti dal governo israeliano sembrano orientate verso un’ulteriore estensione della presenza sul territorio.

“Ciò che emerge è una progressiva trasformazione del conflitto: da operazione militare finalizzata alla neutralizzazione di Hamas a una forma di controllo territoriale sempre più estesa e potenzialmente permanente”, osserva Dentice.

Il problema, sottolinea l’analista, va oltre la dimensione militare: al momento non esiste alcun consenso internazionale sulla governance della Striscia nel dopoguerra e nessun attore appare realmente in grado di colmare il vuoto politico che rischia di consolidarsi.

Meno visibile ma non meno rilevante resta la situazione in Cisgiordania. L’espansione degli insediamenti israeliani, l’indebolimento dell’Autorità nazionale palestinese e il deterioramento delle condizioni di sicurezza continuano a erodere le basi di una futura soluzione politica. Una crisi che procede lontano dai riflettori ma che contribuisce ad alimentare radicalizzazione e sfiducia reciproca.

Nel complesso, la fotografia scattata da Dentice restituisce l’immagine di una regione entrata in una nuova fase, caratterizzata dalla sovrapposizione dei conflitti e dall’assenza di soluzioni politiche condivise. “Le tregue attualmente in vigore restano fragili, tattiche e reversibili”, conclude l’analista. Le questioni che alimentano le tensioni — dalla sicurezza di Israele al ruolo regionale dell’Iran, dalla sovranità del Libano alla questione palestinese — rimangono infatti sostanzialmente irrisolte.

Più che verso una de-escalation strutturale, il Medio Oriente sembra quindi avviato verso una gestione permanente delle crisi. E in un sistema regionale dove ogni fronte influenza gli altri, il rischio principale non è soltanto una nuova esplosione di violenza, ma l’allargamento progressivo di un confronto che ha già superato da tempo i confini dei singoli teatri di guerra.

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Câmara de Almeirim homenageia Fazendense e anuncia novo relvado sintético

A Câmara Municipal de Almeirim recebeu esta manhã, nos Paços do Concelho, a Associação Desportiva Fazendense depois das recentes vitórias do clube na Taça do Ribatejo e no Campeonato Distrital da 1.ª Divisão da Associação de Futebol de Santarém. A recepção aos dirigentes, treinadores e atletas serviu de homenagem pelos feitos alcançados e que segundo o presidente da autarquia, Joaquim Catalão…

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Coruche recebe festival Sons de Verão

O festival Sons de Verão regressa a Coruche entre 13 de junho e 11 de julho, com cinco noites de concertos gratuitos ao ar livre em vários espaços emblemáticos da vila, anunciou a organização. Em comunicado, a Câmara Municipal autarquia indica que a programação da edição de 2026 estende-se por cinco sábados e percorre diferentes géneros musicais, do folclore ao blues, do rock português à música…

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