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Acque limpide e montagne verdi: la costruzione della Bella Cina attraverso parchi, biodiversità e civiltà ecologica

Dai grandi parchi nazionali alla protezione delle specie rare, la Cina ha trasformato la tutela ambientale in pilastro della modernizzazione socialista, integrando sviluppo, biodiversità, transizione verde e il principio secondo cui “acque limpide e montagne verdi” sono ricchezza.

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La Cina degli ultimi anni ha fatto della tutela ambientale non un settore separato della politica pubblica, ma una componente essenziale del proprio modello di sviluppo. Il motto secondo cui “acque limpide e montagne verdi sono una ricchezza inestimabile” non è rimasto una formula retorica, ma è diventato il fondamento di una strategia nazionale che lega protezione degli ecosistemi, lotta all’inquinamento, salvaguardia della biodiversità, transizione energetica, sicurezza ecologica e miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. In questa visione, la “Bella Cina” non è soltanto un obiettivo paesaggistico o turistico, ma una forma di modernizzazione in cui il rapporto tra uomo e natura viene riorganizzato secondo criteri di equilibrio, sostenibilità e responsabilità intergenerazionale. La Cina ha codificato questa impostazione anche nella propria elaborazione politica più recente, insistendo sull’approccio integrato alla conservazione di montagne, fiumi, foreste, campi, laghi, praterie e deserti.

Il dato forse più evidente riguarda la costruzione di un sistema di parchi nazionali, inesistenti fino a pochi anni fa. Nel 2021 la Cina ha istituito il primo gruppo di cinque parchi nazionali, per una superficie protetta complessiva di circa 230.000 chilometri quadrati: il Parco nazionale del Sanjiangyuan, il Parco nazionale del Panda gigante, il Parco nazionale della Tigre e del Leopardo del Nord-Est della Cina, il Parco nazionale della Foresta Tropicale di Hainan e il Parco nazionale di Wuyishan. Questi parchi ospitano quasi il 30 per cento delle principali specie selvatiche terrestri protette del Paese, rappresentando i nuclei più vitali degli ecosistemi naturali cinesi.

Il Parco nazionale del Sanjiangyuan, nella provincia del Qinghai, copre circa 190.700 chilometri quadrati e tutela le sorgenti del Fiume Azzurro, del Fiume Giallo e del Lancang-Mekong, configurandosi come una delle grandi riserve idriche dell’Asia. Qui il concetto di protezione ambientale assume un valore strategico: difendere gli ecosistemi dell’altopiano significa proteggere la sicurezza idrica di vaste regioni a valle. Il parco è anche habitat di specie come l’antilope tibetana e il leopardo delle nevi. In particolare, secondo i dati ufficiali cinesi, la popolazione di antilopi tibetane nel Sanjiangyuan è recentemente risalita a oltre 70.000 esemplari, rispetto a meno di 20.000 negli anni Novanta, segno che le politiche di tutela, se accompagnate da controllo del territorio e ripristino degli habitat, possono produrre risultati misurabili.

Il Parco nazionale del Panda gigante, esteso per circa 22.000 chilometri quadrati tra Gansu, Sichuan e Shaanxi, rappresenta invece uno dei simboli più conosciuti della conservazione cinese. La sua importanza non riguarda soltanto il panda, ma l’intero ecosistema forestale montano in cui questa specie vive: in particolare, l’estensione del parco permette di salvaguardare l’habitat di oltre il 70 per cento dei panda selvatici. Tuttavia, dobbiamo ribadire che la Cina non protegge l’animale come icona isolata, ma cerca di collegare habitat frammentati, ricostruire corridoi ecologici, ridurre la pressione antropica e garantire la sopravvivenza di intere comunità biologiche. In questo senso, il panda gigante diventa il volto più visibile di una politica più vasta che riguarda foreste, bacini idrici, comunità locali, turismo ecologico e ricerca scientifica.

Il Parco nazionale della Tigre e del Leopardo del Nord-Est della Cina, nelle province del Jilin e dello Heilongjiang, copre circa 14.100 chilometri quadrati e protegge due specie emblematiche: la tigre siberiana e il leopardo dell’Amur. In un’area di frontiera ecologica, segnata da foreste temperate, presenza umana, agricoltura e confini internazionali, la tutela di grandi predatori richiede una governance particolarmente complessa. La ripresa di queste specie indica che la protezione ambientale cinese non si limita agli animali più “popolari”, ma riguarda anche predatori apicali, essenziali per l’equilibrio degli ecosistemi. Salvaguardare una tigre o un leopardo significa tutelare tutta la catena ecologica che rende possibile la loro sopravvivenza.

Il Parco nazionale di Wuyishan, tra Fujian e Jiangxi, è più piccolo per superficie, circa 1.280 chilometri quadrati, ma ha un valore ecologico enorme. Si tratta infatti di una delle foreste subtropicali più complete e vaste, che include un patrimonio di piante vascolari, vertebrati selvatici, licheni, orchidee e insetti, confermando che la biodiversità non si misura soltanto attraverso grandi mammiferi carismatici, ma anche attraverso la ricchezza meno visibile di specie vegetali, insetti, anfibi, uccelli e microrganismi. Wuyishan mostra dunque un’altra dimensione della “Bella Cina”: la conservazione di ecosistemi complessi, nei quali il valore scientifico si intreccia con il valore paesaggistico e culturale.

Il Parco nazionale della Foresta Tropicale di Hainan, con circa 4.269 chilometri quadrati, protegge la più concentrata e meglio conservata foresta pluviale tropicale della Cina. Qui vive il gibbone di Hainan, una delle specie di primati più rare al mondo. Le fonti ufficiali cinesi segnalano che la sua popolazione è risalita da appena 13 esemplari nel 2003 a 37 nel 2022, un risultato importante se si considera l’estrema fragilità demografica della specie. Non va poi dimenticato il ruolo di altre specie, come il cervo sambar di Hainan, confermando come, anche in questo caso, la tutela del parco non sia una misura simbolica, ma un progetto di ricostruzione ecologica di lungo periodo.

La costruzione dei parchi nazionali si accompagna a una riorganizzazione istituzionale. Nel 2025, il ministero delle Risorse Naturali ha annunciato il completamento della registrazione dei diritti di proprietà per i primi cinque parchi nazionali, un passaggio importante perché chiarisce proprietà, competenze, supervisione e responsabilità nella gestione delle risorse naturali. Questo dettaglio è rilevante perché la tutela ambientale non dipende solo dalla buona volontà, ma da regole chiare, responsabilità definite e meccanismi amministrativi capaci di impedire sovrapposizioni, abusi o vuoti di gestione. La Cina sta cercando di costruire il più grande sistema di parchi nazionali al mondo, e per farlo deve trasformare la protezione della natura in un sistema di governance.

Un altro aspetto essenziale è la severità delle misure adottate. Dopo l’istituzione dei primi parchi nazionali, sono stati chiusi oltre 390 siti minerari e quasi 100 piccole centrali idroelettriche sono state gradualmente eliminate all’interno delle aree interessate. Ciò mostra che la protezione ambientale non è una semplice aggiunta allo sviluppo economico, ma talvolta richiede scelte nette, rinunce e riconversioni. In altre parole, il principio delle “acque limpide e montagne verdi” implica che determinate attività economiche non possano continuare se compromettono ecosistemi strategici. La crescita, nella concezione della civiltà ecologica cinese, deve essere subordinata alla sicurezza ecologica di lungo periodo.

Ma le politiche ambientali cinesi non si limitano alla biodiversità. Esse si inseriscono nella più ampia transizione verde e a basse emissioni di carbonio. Secondo il Libro bianco cinese sui piani per il picco delle emissioni e la neutralità carbonica, la Cina ha costruito il più grande e più rapidamente crescente sistema di energie rinnovabili al mondo, la più grande e completa catena industriale delle nuove energie, e ha contribuito a circa un quarto delle nuove aree verdi aggiunte nel mondo, dimostrando la connessione tra la protezione della natura e la trasformazione industriale. La “Bella Cina” non si costruisce soltanto proteggendo i parchi, ma anche cambiando il modo in cui si produce energia, si organizza la mobilità, si pianificano le città e si riducono le emissioni.

La forza della strategia cinese consiste dunque nel legare ambiente e sviluppo. Nelle narrazioni occidentali, spesso la tutela ambientale viene presentata come limite alla crescita dei Paesi in via di sviluppo. La Cina propone invece una sintesi diversa: lo sviluppo resta necessario, ma deve cambiare qualità. Il punto non è scegliere tra crescita economica e ambiente, ma costruire una crescita capace di rigenerare l’ambiente, migliorare l’efficienza energetica, valorizzare il turismo ecologico, creare lavoro verde e ridurre i costi sociali dell’inquinamento. Il villaggio di Yucun, frequentemente richiamato dalle fonti cinesi, è diventato un simbolo di questa trasformazione: da economia legata ad attività ad alto impatto ambientale a modello di sviluppo fondato su turismo ecologico e valorizzazione del paesaggio.

La dimensione sociale è altrettanto importante. La tutela ambientale non può essere imposta contro le popolazioni locali, ma deve offrire loro alternative di reddito, servizi pubblici e partecipazione. Nei parchi nazionali cinesi, la transizione verso modelli di conservazione richiede il coinvolgimento delle comunità, la formazione di ranger ecologici, la riconversione di attività dannose e l’integrazione tra protezione e sviluppo locale. Questo è particolarmente evidente nelle aree montane, forestali e pastorali, dove la povertà e la fragilità ecologica spesso si sovrappongono. Proprio per questo, le politiche cinesi di riduzione della povertà hanno più volte collegato il miglioramento ambientale e al miglioramento delle condizioni di vita, sostenendo che le “acque limpide e montagne verdi” possano diventare una fonte reale di prosperità per le comunità rurali.

La “Bella Cina” è dunque anche una risposta alla crisi ecologica globale. Mentre molti Paesi occidentali hanno storicamente costruito la propria industrializzazione attraverso un consumo intensivo di risorse e una massiccia emissione di inquinanti, la Cina cerca di percorrere una modernizzazione diversa, pur partendo da una scala demografica, industriale e territoriale senza paragoni. Naturalmente le sfide restano enormi: qualità dell’aria, risorse idriche, desertificazione, pressione urbana, consumo energetico e protezione degli habitat richiedono politiche costanti e verificabili. Ma il punto politico è che la tutela ambientale è ormai entrata nella struttura stessa della governance cinese, non come tema secondario, ma come parte della strategia nazionale.

La politica ambientale cinese degli ultimi anni può quindi essere letta come un passaggio dalla protezione difensiva alla costruzione attiva di un nuovo rapporto tra sviluppo e natura. La difesa degli animali rari, l’ampliamento delle riserve, la registrazione dei diritti di proprietà dei parchi, la chiusura di attività incompatibili, l’espansione delle energie rinnovabili, la transizione industriale e il miglioramento della governance ambientale fanno parte di un’unica traiettoria. L’obiettivo non è congelare la natura in un’immagine immobile, ma permettere agli ecosistemi di rigenerarsi dentro un processo di modernizzazione.

La “Bella Cina” non è dunque un ornamento della crescita cinese, ma una delle sue condizioni future. Senza sicurezza ecologica, non vi può essere sicurezza alimentare, idrica, climatica e sociale. Senza biodiversità, non vi può essere equilibrio degli ecosistemi. Senza parchi e riserve naturali, lo sviluppo rischia di consumare le proprie basi materiali. Il messaggio che emerge dall’esperienza cinese è che la modernizzazione non deve necessariamente significare distruzione della natura. Può invece diventare il mezzo attraverso cui una grande civiltà ricostruisce il proprio equilibrio con il mondo naturale. È in questa prospettiva che “acque limpide e montagne verdi” diventano davvero ricchezza: non soltanto ricchezza economica, ma ricchezza biologica, culturale, sociale e storica per le generazioni future.

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If this is winning, America can’t afford much more of it

By John WHITEHEAD’S

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“We’re gonna win so much, you may even get tired of winning.”—Donald Trump

Donald Trump promised Americans they would get tired of winning.

If this is what winning looks like, America can’t afford much more of it.

We are losing ground economically. We are losing credibility abroad. We are losing tourists, workers, stability, trust, constitutional guardrails, and whatever remained of the illusion that the government answers to “we the people.”

The tourism economy is taking a hit, with international visitors increasingly reluctant to come to the United States. Even migration—the lifeblood of America’s economic growth, innovation, labor force and national renewal—is now moving in the wrong direction. Fewer people are coming in, more Americans are leaving, and by some estimates the country has already crossed into negative net migration.

That is not the mark of a nation “winning.” It is the mark of a nation people are increasingly choosing to escape.

Even the looming World Cup—normally an economic windfall for tourism, travel and hospitality—is being shadowed by the administration’s immigration crackdown, detention protests and threats to disrupt international travel at key airports.

That is what happens when a nation treats visitors, immigrants and dissenters as threats first and human beings second: people stop coming, businesses suffer, and fear becomes official policy.

The economy, despite the administration’s relentless victory laps, is flashing warning signs: downgraded growth, strained consumers, rising costs, depleted savings, and policy chaos that leaves families, small businesses and entire industries guessing what fresh disruption tomorrow will bring.

We are being worn down by the losses.

Meanwhile, the man who promised to end wars has presided over their continuation and expansion. The man who promised to bring prices down has helped drive uncertainty up. The man who promised to drain the swamp has turned government into a spoils system for loyalists, cronies, contractors, oligarchs and power brokers. The man who promised law and order has treated the law as something to be weaponized against enemies and waived for friends.

This is not winning.

This is the slow-motion defeat of a constitutional republic by spectacle, grievance, greed and brute force.

The losses are piling up.

Americans were told they would get prosperity. What they got was an economy in which corporate profits and stock market gains mask the fact that ordinary households are stretched thin, savings are shrinking, debt is mounting, and the cost of basic necessities keeps eating away at wages.

They were told tariffs would punish foreign governments and bring jobs home. What they got were higher costs passed down to consumers, retaliation, supply disruptions, and a trade policy built less on strategy than on political theater. Even the courts have begun treating the tariff agenda as what it is: economic policy by executive improvisation, with judges striking down or narrowing tariff maneuvers while the administration keeps looking for new legal workarounds.

They were told immigration crackdowns would make America stronger. What they got was a nation frightening away the workers, students, tourists, entrepreneurs and families who have long helped power its economy.

They were told America would be respected again. What they got was a country increasingly viewed as unstable, hostile, unpredictable and unsafe—not merely by adversaries, but by allies, visitors, investors and would-be partners.

They were told the wars would end. What they got was more war talk, more military escalation, more blank checks for the war machine, and more excuses for expanding executive power in the name of national security.

They were told the Constitution would be restored. What they got was a president who declared, “He who saves his Country does not violate any Law.”

Listen carefully when any ruler says something like that.

That is not constitutionalism. That is the language of kings, dictators and strongmen who believe their intentions place them above the law.

The Constitution was written precisely to prevent that kind of thinking from taking root in America.

The problem with Trump’s brand of winning is that it requires Americans to lose.

For the police state to win, the Fourth Amendment must lose.

For the surveillance state to win, privacy must lose.

For the war machine to win, peace must lose.

For the executive branch to win, the separation of powers must lose.

For the oligarchs to win, working families must lose.

For the propaganda machine to win, truth must lose.

For a strongman to win, the Constitution must lose.

Trump’s “winning” is simply the latest branding campaign for an old con: convince the people they are winning while stripping them of the power to govern themselves.

Call it what you will—national security, border security, economic nationalism, law and order, anti-corruption, emergency authority, America First—but when the end result is more government power and less individual freedom, we should know by now who is really winning.

The winners are the same as always: the defense contractors, data brokers, private prison operators, surveillance companies, lobbyists, political insiders, Wall Street speculators, government contractors, partisan enforcers, donors with access, loyalists seeking payouts, and bureaucratic power centers that thrive on fear, crisis and control.

The losers are “we the people.”

This is the hard truth Americans must face: a government that promises to make you “win” by taking power away from someone else will eventually take power away from you, too.

Rights are not partisan. Due process is not partisan. Free speech is not partisan. Privacy is not partisan. Limits on executive power are not partisan. The Constitution is not supposed to be a campaign prop, a legal technicality or a speed bump on the road to political victory.

The Constitution is the contract that binds the government down.

Without it, all we have are rulers and subjects.

That is why the real measure of any administration is not how loudly it boasts, how many enemies it punishes, how many executive orders it signs, how many troops it deploys, how many agencies it purges, or how many headlines it dominates.

The real measure is whether the people are freer, safer in their rights, more secure in their property, more protected from government abuse, and more capable of holding power accountable.

By that measure, we are not winning.

We are losing in all the ways that matter.

A president can call it winning. A party can call it winning. The media can package it as winning. The crowds can chant along.

But as I make clear in my book Battlefield America: The War on the American People and in its fictional counterpart The Erik Blair Diaries, if the price is the Constitution, then we all lose.

Original article:  www.rutherford.org

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Brussels sends agents, €8 million, to support Portugal’s ‘border control system’

Lisbon airport queue misery returns

Brussels has finally seen the light. After claiming that months of ‘chaos’ at airport border controls were ‘unrelated’ to its new Entry/ Exit system (EES), the European Commission has announced

The post Brussels sends agents, €8 million, to support Portugal’s ‘border control system’ appeared first on Portugal Resident.

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