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Zelensky a Putin: “Non possiamo aspettare gli Usa per la pace”. E dall’Ue approvano. Così il fronte pro-Kiev prova a escludere il tycoon dai colloqui

Quello lanciato da Volodymyr Zelensky il 3 giugno durante l’incontro con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, sembrava un sassolino in un enorme stagno. Ma l’onda provocata dalle sue dichiarazioni è diventata più alta del previsto e rischia di stravolgere equilibri ormai consolidati, ma anche incancreniti, della guerra in Ucraina. “Purtroppo, al momento non siamo al centro dell’attenzione – ha detto il presidente al capo dell’Alleanza – A mio avviso, l’Iran è la questione numero uno per gli Stati Uniti e poi viene la questione ucraina. Purtroppo, siamo in coda“. Sembrava una semplice lamentela, ma le stesse parole sono state ripetute nella lettera pubblicata e indirizzata direttamente a Vladimir Putin per proporre un incontro bilaterale diretto tra i due leader per arrivare a un cessate il fuoco e a gettare le basi per un accordo di pace: “Constatiamo che gli Stati Uniti sono pienamente concentrati sulla questione iraniana e sarebbe un errore aspettare semplicemente che la guerra in Europa torni al centro della loro attenzione”, ha detto all’omologo russo. Dal Cremlino manifestano disponibilità apparente, ma prendono tempo. Mentre l’Europa cerca di sfruttare l’occasione per tornare ad avere un ruolo centrale.

Le parole di Zelensky manifestano tutta la sfiducia accumulata nei confronti dell’amministrazione Trump. Pur ribadendo che il contributo americano ed europeo rimane fondamentale per la buona riuscita di eventuali colloqui, nella testa del presidente ucraino è maturata la consapevolezza che il conflitto con la Russia non rappresenta più, se mai l’ha rappresentata, una priorità per Washington e che il contributo dato da Trump in alcuni casi è stato addirittura deleterio per la causa ucraina. Così ha messo sul tavolo una carta pesante: l’esclusione del tycoon da un ipotetico processo di pace. “Credo fermamente che gli Stati Uniti d’America siano i più forti tra quelli in grado di incoraggiare Putin a porre fine alla guerra. Ed è per questo che ho sempre sostenuto che la migliore opzione per noi sia il coinvolgimento degli Stati Uniti nei negoziati, insieme all’Europa”, ha premesso nel corso dell’incontro con Rutte. Per poi dire però che “siamo in costante contatto con la parte americana. Stiamo aspettando l’arrivo della squadra di negoziatori, ma ci sta volendo moltissimo tempo. L’Iran è attualmente la questione numero uno per gli Stati Uniti. Sfortunatamente, noi siamo in attesa in questa coda di guerre”.

Solo una boutade, una provocazione? Per niente. Il concetto Zelensky lo ripete anche il giorno dopo nella lettera inviata a Putin: è il tempo della pace, parliamoci io e te senza dover attendere i comodi degli americani, è il succo della missiva. Il Cremlino, un po’ provocatoriamente, ha invitato il capo dello Stato ucraino a Mosca, pur sapendo che si tratta di una pista complicata da battere. È sembrato più un modo di Putin per prendere tempo e non chiudere alla possibilità di un incontro. Anche perché se qualcuno ha tratto giovamento dal cambio di presidenza negli Stati Uniti, quello è proprio il presidente russo che in Trump ha spesso trovato più un alleato che un nemico. E lo suggeriscono anche le parole pronunciate il giorno dopo, nel pomeriggio di venerdì, quando è tornato ad attaccare l’Ue che non ha mai voluto al tavolo negoziale: “Le élite europee stanno provocando un caos nel quale cercano di attrarre sempre più Paesi”, ha detto dalla plenaria del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (Spief).

Il tema è già diventato di attualità e ha attirato l’attenzione dell’Unione europea, ormai quasi rassegnata a un ruolo marginale negli sforzi di pace, di mero supporto economico e militare alla resistenza di Kiev. La lettera aperta di Zelensky è “un’altra dimostrazione dell’Ucraina d’interesse genuino per i negoziati e la sosteniamo. L’Ucraina vuole la pace, l’Europa vuole la pace”, ha detto una portavoce della Commissione precisando di non voler entrare nella discussione “su chi debba essere il mediatore”. Se non lo fa Bruxelles, però, ci pensano i singoli Stati membri. A partire dalla Francia che con il presidente Emmanuel Macron dice di aver “sempre sostenuto i negoziati diretti tra l’Ucraina e il Cremlino. Penso che oggi l’Ucraina e la Russia possano costruire sia un cessate il fuoco sia un piano di pace. Sono gli europei che possono aiutarle in questo, dato che siamo di gran lunga i maggiori finanziatori dello sforzo bellico ucraino. Gli europei devono, a un certo punto, sedersi al tavolo delle trattative per un piano di pace”.

Chi debba rappresentare l’Unione al tavolo è ancora da chiarire, ma dalle ultime dichiarazioni e proposte d’iniziativa, oltre al ruolo ricoperto tra i 27, tra i nomi circolati c’è quello del cancelliere tedesco Friedrich Merz che proprio nei giorni scorsi ha proposto di accogliere l’Ucraina in Ue come “membro associato, ossia con un accordo di associazione più solido dell’attuale, non soddisfando le richieste di Kiev ma mostrandosi, proprio per questo, equilibrato nelle valutazioni. Da Berlino, per bocca del ministro degli Esteri, Johann Wadephul, ci si è limitati, per ora, a dire che “è giunto il momento di sedersi al tavolo delle trattative. Credo che tutti si rendano conto che il conflitto ha raggiunto una fase che necessita urgentemente di una soluzione”. Nessuna candidatura, ma a rendere più chiaro il pensiero di una parte degli Stati membri ci ha pensato il primo ministro ceco, Andrej Babis: “È tempo che l’Europa abbia un ruolo per la pace. Il cancelliere dovrebbe ora prendere la leadership” dei negoziati. Lasciando fuori Trump, s’intende. Sempre che Mosca accetti la sua esclusione.

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Libano-Israele, la tregua che non c’è. Tel Aviv continua a bombardare e Hezbollah (escluso dai colloqui) replica: “Accordo inaccettabile”

Evviva la tregua, la tregua che non c’è. A Washington e tra le cancellerie europee si esulta per la firma dell’intesa tra Israele e Libano su un cessate il fuoco condizionato che dovrebbe mettere fine al conflitto nel Paese dei Cedri, ai raid israeliani su Beirut e all’invasione del Sud. Il condizionale è d’obbligo perché, nonostante le reazioni positive, l’accordo presenta diverse clausole che rendono ancora complicato parlare di tregua.

La tregua che nessuno rispetta

Per dare un’idea del clima tra le parti conviene partire innanzitutto dalle dichiarazioni dei protagonisti. Tra i primi a prendere la parola c’è il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che chiarisce subito un punto: Israele continuerà le sue operazioni nel Libano meridionale, con le truppe rimarranno nella zona di sicurezza, la cosiddetta Yellow Line collocata unilateralmente da Tel Aviv ben più a nord della zona di demarcazione individuata dalle Nazioni Unite, perché continuerà a “smantellare le infrastrutture terroristiche nell’area“. Una tregua che deve essere rispettata solo dalla controparte, quindi, ossia Hezbollah, dato che per “infrastrutture terroristiche” lo Stato ebraico intende proprio quelle del Partito di Dio. Non sarà così perché proprio i vertici della formazione armata sciita hanno chiarito di non riconoscere l’accordo sul cessate il fuoco firmato a Washington. Il gruppo ha “informato ufficialmente il presidente libanese Joseph Aoun del proprio rifiuto dell’accordo, insistendo sul fatto che qualsiasi accordo accettabile debba iniziare con il ritiro completo di Israele da tutto il territorio libanese. Il ritorno degli sfollati, gli sforzi di ricostruzione e il rilascio dei prigionieri libanesi sono condizioni essenziali per qualsiasi futuro accordo”. Il leader della formazione, Naim Qassem, ha poi definito l’intesa “una capitolazione e una sconfitta“, invitando il governo libanese a “porre fine alla farsa e all’umiliazione dei negoziati”: “La dichiarazione di Washington – conclude – definisce i principi fondamentali che gli Stati Uniti e Israele prevedono per la sottomissione del Libano al progetto del Grande Israele”.

La presa di posizione di Hezbollah, secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz, è frutto del coordinamento tra il partito sciita libanese e l’Iran. Per Teheran, il cessate il fuoco in Libano non può essere discusso a parte, ma deve diventare un elemento delle ben più ampie contrattazioni tra Usa e Iran.

“Condizioni inaccettabili”

La posizione intransigente di Hezbollah e Repubblica Islamica ha motivazioni di tipo strategico. Ma non solo. Nell’accordo di cessate il fuoco firmato a Washington senza interpellare il partito-milizia libanese, l’unica controparte veramente coinvolta nello scontro con Israele, c’è una condizione non di poco conto imposta dallo Stato ebraico: verranno istituite zone di sicurezza libanesi che escluderanno Hezbollah e lo stop alle ostilità, si precisa nella dichiarazione congiunta, sarà subordinato alla “cessazione completa del fuoco di Hezbollah e all’evacuazione di tutti i membri di Hezbollah dal settore del Litani meridionale“. Infine, “Israele ha riaffermato che la sua sicurezza e il rispetto della sua integrità territoriale possono essere raggiunti solo attraverso il disarmo di Hezbollah e lo smantellamento della sua infrastruttura in tutto il Libano”. In sostanza, Beirut e Tel Aviv hanno trovato un accordo senza coinvolgere il Partito di Dio pretendendo da esso il ritiro, il disarmo e la mancata presenza nelle zone di sicurezza. Inevitabile, quindi, il rifiuto da parte del gruppo sciita che, va ricordato, non è un attore marginale nel contesto bellico: si tratta di una milizia che vanta un numero di combattenti non troppo inferiore a quello dei soldati dell’esercito regolare ma, soprattutto, si ritiene abbia a disposizione un arsenale missilistico e di droni d’attacco più imponente di quello di Beirut.

Si continua a sparare

Così, come annunciato da Katz, i raid e le operazioni israeliane non si fermano. Dopo la firma dell’accordo, Israele ha diramato un avviso urgente ai residenti del Libano meridionale per ricordare che “i combattimenti nel Libano meridionale continuano, mentre l’esercito israeliano prosegue nel colpire strutture e infrastrutture di Hezbollah presenti nei vostri villaggi e nelle loro vicinanze. L’Idf non intende arrecare danno alla popolazione civile. Per la vostra sicurezza, evitate di dirigervi a sud del fiume Zahrani fino a nuovo avviso. Chiunque si rechi verso sud mette a rischio la propria vita”. E infatti i media libanesi riferiscono di attacchi israeliani nel Sud in mattinata, poche ore dopo l’annuncio del cessate il fuoco. Le Forze di Difesa Israeliane hanno dichiarato di aver utilizzato “sei tonnellate di esplosivo per distruggere oltre 20 siti terroristici nell’area”, mentre un drone dello Stato ebraico ha colpito un’auto tra le città di Kfar Kila e Zefta.

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Huaweigate, la commissione Juri vota per togliere l’immunità all’europarlamentare di Forza Italia Martusciello e salva il collega De Meo

La commissione Affari giuridici (JURI) del Parlamento europeo ha revocato l’immunità al deputato di Forza Italia Fulvio Martusciello su richiesta della procura belga che indaga sul cosiddetto Huaweigate. Nessuna revoca, invece, per il collega di partito Salvatore De Meo. Da quanto si apprende da fonti parlamentari Forza Italia ha chiesto il sostegno di Conservatori e Riformisti europei (Ecr) che avrebbe votato per salvare Martusciello, ma il voto anonimo ha fatto si che a scaricarlo siano stati i suoi compagni di partito nel Partito Popolare Europeo. Il voto non è definitivo, ma rappresenta un passaggio decisivo in vista del pronunciamento definitivo dell’Aula di Strasburgo: la plenaria raramente ribalta l’orientamento espresso dalla commissione competente.

L’inchiesta, esplosa nel marzo 2025 con una serie di perquisizioni in Belgio, Portogallo e altri Paesi europei, riguarda presunte attività di lobbying illecito riconducibili al gruppo cinese Huawei. Secondo la procura federale belga, l’azienda avrebbe cercato di influenzare il processo decisionale delle istituzioni europee attraverso una rete di consulenti, lobbisti e intermediari incaricati di coltivare rapporti con eurodeputati e loro collaboratori. Gli investigatori ipotizzano che siano stati offerti vantaggi di diversa natura – tra cui inviti a eventi sportivi, viaggi, ospitalità e altre utilità – per favorire gli interessi del colosso delle telecomunicazioni all’interno del Parlamento europeo.

Nell’ambito di questo filone, la magistratura belga ha chiesto la revoca dell’immunità di Martusciello e De Meo per poter svolgere ulteriori accertamenti sul loro ruolo nella vicenda. I due eurodeputati non risultano formalmente imputati e hanno sempre respinto qualsiasi addebito. Per quanto riguarda Martusciello, gli inquirenti ritengono che alcuni collaboratori a lui vicini possano aver avuto un ruolo nei rapporti tra Huawei e il Parlamento europeo. Nel caso di De Meo, la procura intende approfondire il contesto di alcuni contatti e iniziative parlamentari che, secondo l’ipotesi accusatoria, potrebbero essere stati collegati alle attività di influenza contestate a Huawei. La richiesta di revoca dell’immunità non costituisce un giudizio di colpevolezza, ma consentirebbe alla procura di proseguire le indagini senza le limitazioni previste dallo status di europarlamentare.

A guidare il lavoro della commissione sono state le relazioni predisposte dall’eurodeputato conservatore polacco Dominik Tarczynski. Fino a poche ore fa l’esito appariva tutt’altro che scontato. Nel Partito popolare europeo, la famiglia politica di Forza Italia, nei mesi scorsi non erano mancate le critiche alla procura belga, accusata da diversi esponenti popolari di non aver fornito elementi sufficientemente dettagliati a sostegno delle richieste di revoca. Nella notte, tuttavia, gli equilibri sembrano essersi complicati. Fonti parlamentari riferiscono che il Ppe avrebbe deciso di non imporre una linea comune, lasciando libertà di voto ai propri membri solo sul caso di Martusciello.

I Socialisti, invece, sarebbero stati orientati a sostenere la revoca dell’immunità. Tra le fila del gruppo S&D si insiste da settimane sulla necessità di evitare “doppi standard” nella gestione delle richieste della magistratura, dopo le tensioni provocate dai casi delle eurodeputate del Pd Alessandra Moretti, a cui l’immunità fu revocata, ed Elisabetta Gualmini, a cui venne confermata, nell’ambito degli sviluppi del Qatargate. Proprio quel precedente ha incrinato l’asse garantista che tradizionalmente aveva visto Popolari e Socialisti convergere sulle questioni relative alle immunità parlamentari.

Nelle ultime ore sono però entrati in gioco anche altri fattori. Secondo fonti vicine ai negoziati, esponenti della maggioranza italiana avrebbero lavorato per evitare una doppia bocciatura degli eurodeputati azzurri. Alcuni osservatori ritengono che De Meo avrebbe beneficiato di una maggiore disponibilità al dialogo da parte di Socialisti e Renew Europe, mentre la posizione di Martusciello era apparsa subito più esposta. A rendere ancora più imprevedibile il voto ha contribuito il ruolo di Ecr, che avrebbero mobilitato alcuni componenti italiani della commissione.

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