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Ballottaggi elezioni comunali, Meloni esulta: “Avanti così”. Schlein: “Ha problemi con la calcolatrice, ha vinto il centrosinistra”. Ecco tutti i numeri

Hanno vinto tutti, come al solito. Ha vinto il centrodestra, che tiene Arezzo e Macerata e si prende Lecco. Ma ha vinto anche il centrosinistra, che trionfa – a sorpresa – ad Agrigento e si conferma a Chieti e Trani. E dunque, a stare a sentire i politici degli opposti schieramenti, c’è da festeggiare. Tuttavia a ben guardare le elezioni amministrative nel complesso non ha vinto né l’uno né l’altro. Sì, perché nei 118 comuni con più di 15mila abitanti al voto quest’anno tanto il centrodestra quanto il centrosinistra perdono sindaci. Chi vincono, quindi? I civici.

Tutti i risultati

L’elaborazione è pubblicata da YouTrend: dopo la tornata del 2026 il centrosinistra, in termini assoluti, porta a casa 50 città, 40 invece il centrodestra. Qual era la situazione prima del voto? Il centrosinistra aveva 59 sindaci, 42 il centrodestra. E dunque è boom per i candidati civici, che da 17 passano a 28.

Nei 18 capoluoghi di provincia il centrosinistra ne porta a casa dieci, sei il centrodestra e due i civici. E qui sì che per i due schieramenti c’è un miglioramento: il primo partiva da otto, il secondo da cinque. Dunque un piccolo incremento per entrambi. I ballottaggi di oggi, invece, dicono che c’è stato un sostanziale equilibrio: tre a tre, col centrodestra che ha strappato Lecco e il centrosinistra, come detto, Agrigento. Per Lorenzo Pregliasco di YouTrend “i capoluoghi confermano la tendenza del primo turno, di un certo equilibrio. L’affluenza registra un calo fisiologico di circa otto punti” e si conferma il “punto debole dei ballottaggio che tendono a vedere una partecipazione inferiore”. L’affluenza si è attestata al 52,07%, in calo di oltre otto punti.

Centrodestra vs centrosinistra

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel pomeriggio ha fatto sapere, attraverso i social, che è soddisfatta del risultato, che conferma “ancora una volta la forza del centrodestra, la solidità della coalizione e il suo radicamento nei territori. Avanti così, con serietà e concretezza”. Per Antonio Tajani “il centrodestra vince moltissimi ballottaggi e si conferma la coalizione protagonista”. Soddisfazione anche per la Lega, con la ministra per la Disabilità, Alessandra Locatelli, secondo cui “la Lega vince a Lecco, Arezzo, Macerata e in tantissimi altri comuni e vince il centrodestra”, e con Matteo Salvini, che ha affidato ai social poche parole di circostanza, impegnato com’è nella gestione degli scossoni all’interno del partito e con una probabile riorganizzazione dei vertici.

A Meloni risponde prima Matteo Renzi, su X: “Nei comuni capoluogo è finita 10-6 per il centrosinistra. Sulla politica internazionale non ci hanno invitato a Londra. Sulla politica economica peggiorano debito, stipendi, bollette e produttività. E tu ci dici ‘avanti così?’ Chi si contenta gode, capisco. Ma così è troppo”. Poi tocca a Elly Schlein: “Vedo che continua ad avere problemi con la calcolatrice. Che si tratti di ammettere i troppo scarsi investimenti sulla sanità pubblica di questo governo o i risultati delle amministrative, il tentativo è sempre lo stesso: capovolgere la realtà. Quanto a noi, avevamo detto che i conti li avremmo fatti alla fine. Su 18 capoluoghi al voto, tra primo turno e ballottaggi, al centrosinistra vanno 8 sindaci e al centrodestra 6 sindaci. Belle vittorie a Agrigento, dove governavano loro, a Chieti e a Trani. Già al primo turno tra i comuni sopra i 15mila abitanti il centrosinistra ha vinto in 37 e il centrodestra in 25, cui si aggiungono numerosi comuni vinti in questo secondo turno, come la splendida vittoria di Molfetta. Al di là della propaganda di Meloni e Salvini, anche in questa tornata elettorale i numeri fotografano una chiara affermazione dell’alleanza progressista, con il Pd primo partito in gran parte del Paese”.

Sempre per i dem, c’è il responsabile organizzazione Igor Taruffi: “Alle vittorie di Mantova, Pistoia, Prato, Avellino e Andria al primo turno si aggiungono oggi Chieti, Trani e Agrigento al ballottaggio. Numeri ancora più chiari se si tiene conto dei risultati di altri due capoluoghi quali Salerno ed Enna già assegnati al primo turno in cui a prevalere non è stato certo il centrodestra”. E infine, il caso Molfetta, con Manuel Minervini di Rifondazione, sostenuto dal campo largo: “La vittoria netta del candidato del campo progressista è una nota particolarmente preziosa maturata in condizioni difficili ma che segnala l’affermazione anche del nuovo corso del Pd, che ha scelto di costruire l’alleanza progressista dicendo no a trasformismi e ambiguità”.

Il caso Vigevano e il No al referendum

A far parlare di sé, dopo il primo turno, era stata la seconda città più popolosa della provincia di Pavia – dopo il capoluogo – vale a dire Vigevano. E lo aveva fatto per il risultato oltre le aspettative del candidato di Roberto Vannacci, che correva senza simbolo (per ragioni organizzative), Fulvio Suvilla. Il candidato di Futuro Nazionale, infatti, aveva preso oltre il 14% dei voti, mentre Salvini aveva commissariato il partito dopo il disastro elettorale (il candidato del Carroccio è stato escluso dal ballottaggio). Nei giorni scorsi, Vannacci ha dato l’indicazione di non appoggiare nessuno, e di fare scheda bianca o nulla. Oggi ha vinto il candidato di Forza Italia, Paolo Previde Massara. E dall’analisi dei flussi elettorali di YouTrend, risulta che il 52% di chi aveva espresso il voto per Fuvilla è rimasto a casa, mentre il 41% ha dato la propria preferenza a Previde Massara.

Interessante un’altra elaborazione di YouTrend, che ha preso in considerazione il voto al referendum costituzionale dello scorso 22-23 marzo. Incrociando i dati tra le elezioni comunali e il referendum, emerge che il centrodestra “ha conquistato 25 comuni nei quali aveva prevalso il No. Al contrario, ci sono 6 comuni in cui aveva vinto il Sì ma in cui si è affermato il centrosinistra. Sebbene in questa tornata i comuni sopra i 15mila abitanti in cui il No aveva prevalso siano nettamente più numerosi rispetto a quelli in cui aveva vinto il Sì (91 contro 27), il dato evidenzia come il consenso raccolto dal No al referendum non si sia tradotto automaticamente in un sostegno ai candidati di centrosinistra alle amministrative”.

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Braccianti uccisi, in tremila al corteo Cgil nel Cosentino. Schlein: “Sequestro preventivo per le aziende che sfruttano”

Circa tremila persone hanno partecipato ad Amendolara, nel Cosentino alla manifestazione organizzata dalla Cgil dopo l’omicidio di quattro braccianti (tre afghani e un pakistano) trovati carbonizzati in un minivan lunedì scorso, e uccisi secondo la Procura di Castrovillari dai loro caporali (che si trovano in custodia cautelare in carcere) per aver protestato contro le condizioni di lavoro. Presenti vari esponenti politici, dalla segretaria Pd Elly Schlein al leader di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, fino ai parlamentari M5s Anna Laura Orrico, Vittoria Baldino, Pasquale Tridico. In testa al corteo il segretario generale del sindacato, Maurizio Landini, e quello della Flai Cgil (il sindacato di categoria dei lavoratori agricoli) Giovanni Minnini. “Questa tragedia rappresenta un sistema sbagliato di fare impresa, fondato sullo sfruttamento e sul caporalato. È il momento che tutti, uscendo dall’ipocrisia, dicano basta a questo sistema che mette in discussione la dignità, l’umanità, la vita stessa delle persone”, ha detto Landini prima dell’inizio della manifestazione. Per questo, ha aggiunto, “c’è bisogno che ci sia una reazione da parte di tutti i soggetti politici e istituzionali, imprenditoriali, perché ci sono tutti gli strumenti legislativi, e non solo, per poter invertire questa tendenza e bloccare questo sfruttamento che sta portando alla morte delle persone”.

In questo senso Schlein ha lanciato una proposta dal corteo: “Bisognerebbe rafforzare la legge sul caporalato non soltanto mettendo più risorse e assicurando che sia attuata fino in fondo, ma anche prevedendo il sequestro preventivo delle aziende che impiegano lavoratori sfruttati e vittime di caporalato”, ha detto la segretaria dem a margine della manifestazione. “Non si può più parlare soltanto di caporalato, ma bisogna parlare di padronato. Spesso, adesso vedremo le indagini che cosa faranno emergere, ci sono dietro delle responsabilità oltre a quelle delle due persone che sono state già fermate e che devono affrontare la giustizia. Parlare di padronato vuol dire guardare anche alle responsabilità delle connivenze delle aziende”, spiega. Quella del caporalato e dello sfruttamento, denuncia Schlein, “è una piaga strutturale, non sono fenomeni episodici, questo ce lo siamo detti davanti ad ogni tragedia, anche quella della morte di Satnam Singh“, il bracciante indiano abbandonato di fronte a casa con un braccio amputato nel 2024 a Latina. “Bisogna rafforzare la tutela delle vittime che denunciano, con percorsi chiari, con soluzioni abitative, una casa, con formazione, assistenza legale, sanitaria e psicologica. Bisogna rendere conveniente e sicuro denunciare lo sfruttamento”.

“Siamo qui per dire basta con l’ipocrisia in questo Paese di chi fa finta di non vedere ciò che vedono tutti. Per dire basta all’idea che il lavoro sia sempre più marginalizzato, sfruttato, umiliato”, ha detto il leader di Sinistra Italiana Fratoianni. “Il governo ogni Primo maggio fa un decreto lavoro e fa un grande scherzo a lavoratori e lavoratrici. In queste ore c’è un emendamento della maggioranza che punta a incentivare e legittimare i contratti pirata, quelli che avevano messo fuori legge con l’ultimo intervento normativo”, denuncia. Per Pasquale Tridico, ex presidente dell’Inps e capodelegazione del M5s al Parlamento europeo, “è tutto un sistema che purtroppo è marcio. È marcio perché non si può permettere a quattro persone, lavoratori, di essere sfruttati fino alla morte. Perché questo è successo, soltanto per aver chiesto i loro elementari e basilari diritti, ovvero il proprio salario”.

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Tassare i super ricchi, Schlein frena dopo le polemiche: “La patrimoniale non è nel programma dell’alleanza progressista”

“La patrimoniale non è tra le cose già condivise nel programma dell’alleanza progressista, come ho detto sempre ne discuteremo ma non è all’ordine del giorno”. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ospite a Rapallo (Genova) al 55esimo convegno nazionale dei giovani imprenditori di Confindustria, frena sulla patrimoniale dopo le polemiche per le sue affermazioni sulla tassazione dei super ricchi.

Ospite ad Accordi&Disaccordi il 30 maggio scorso, la segretaria dem aveva parlato del tassare i super ricchi e i grandi patrimoni, sottolineando che non dovrebbe essere “un tabù” e di essere “sempre stata favorevole” a introdurre una tassazione a livello europeo. Parole che avevano fatto storcere il naso al centrodestra. Mentre la deputata M5s, Vittoria Baldino, aveva sottolineato che la patrimoniale, in questo momento, “è fumo negli occhi” e che non è inclusa nel programma in discussione.

“Ho letto le dichiarazioni che ha fatto ieri Elly Schlein: se il tema è che questo punto (la patrimoniale ndr.) non è ancora stato definito come un punto del programma – ha ribattuto Nicola Fratoianni a margine dell’assemblea di European Left Alliance – è vero, ci sono altre leggi, altre proposte che sono già definite, firmate da tutte le forze politiche, sono largamente assunte come un punto programmatico, dal salario minimo alla riduzione dell’orario di lavoro”. “Se il tema è che di questo non si deve discutere, allora non sono d’accordo, ma non credo che si tratti di questo – ha spiegato -. In ogni caso lo verificheremo, perché redistribuire la ricchezza è fondamentale e soprattutto è una questione su cui esiste una solida maggioranza nel Paese”.

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Pina Picierno lascia il Pd ed entra nel Pde di Gozi: “Decisione sofferta, ma il partito di Schlein non è più inclusivo”

Alla fine anche Pina Picierno ha deciso di lasciare il Pd. Dopo Arianna Madia ed Elisabetta Gualmini, anche la convinta “riformista” che i Dem hanno candidato al Parlamento europeo ha deciso di lasciare la casa Democratica per entrare nel Pde di Sandro Gozi. Troppi gli scontri a distanza con la segretaria Elly Schlein, troppa la distanza su temi diventati di prim’ordine come il conflitto in Medio Oriente. Così, la politica di Santa Maria Capua Vetere da oltre 120mila preferenze ha dato l’annuncio in un’intervista al Foglio: “Di dubbi ne ho avuti moltissimi, mi sono più che lacerata, ma credo che per rispetto della mia dignità politica e personale sia arrivato il momento di lasciare il Partito Democratico di Elly Schlein che è divenuto un posto diverso da quello che abbiamo fondato e perché ho sempre chiesto alla politica la forza e il coraggio di fare in coscienza le scelte più giuste. Ora tocca a me avere coraggio”.

Secondo l’eurodeputata, il partito avrebbe perso quella vocazione inclusiva che lo caratterizza dalle origini, nel tentativo di mettere insieme diverse realtà della sinistra, dagli ex Ds ai figli della Margherita. Con la nuova segreteria, sostiene, il partito sta escludendo alcune correnti: “Dopo gli anni della Margherita abbiamo provato a unire le migliori tradizioni democratiche del Paese, a conciliare la giustizia sociale con la libertà individuale, ad avvicinare e tenere insieme le aspirazioni socialiste e liberali. Questo era e sarebbe dovuto essere il Pd. Ma ha subìto uno snaturamento avvenuto per scivolamenti inesorabili, senza nemmeno una reale discussione, senza nemmeno il privilegio di poterne discutere in un congresso, come ho più volte chiesto. Il Pd che abbiamo voluto al Lingotto non esiste più ed è necessario prenderne atto, ma le ragioni per cui è nato esistono ancora. Resto democratica, non torno indietro”.

E chiude invocando “un riformismo coerente e popolare” e un “nuovo soggetto politico largo“: “Credo che ci sia bisogno di ridare dignità e prospettiva unitaria a milioni di elettori che in questi anni hanno progressivamente abbandonato il Partito Democratico scegliendo altre proposte a destra o a sinistra o rimanendo a casa. Questa diaspora va ricomposta fuori dalle alchimie di coalizione e dalla riduzione in tende e cespugli, di vecchie e nuove formule. Serve un riformismo coerente e popolare, in grado di entusiasmare e di far scattare quella scintilla, di costruire con fiducia il cambiamento. Credo che ci possa e ci debba essere un impegno comune per fare nascere, tenendo insieme le differenze e le storie, un nuovo soggetto politico largo che tenga insieme, che nasca per unire esperienze e personalità politiche diverse. Mi metto al servizio di questa idea e di questo progetto”.

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Schlein trasforma il Pd in una Grande Sel di Vendola, mentre continuano gli addi riformisti

Si parte con la mozione contro le spese militari. Poi patrimoniale, reddito minimo o universale, soldi ai giovani, no al nucleare, tasse sugli extraprofitti, Europa boh, Ucraina addio. La grande Sel (Sinistra ecologia libertà era il partito post Rifondazione comunista) prende sempre più corpo. Si chiama Pd. I segni si moltiplicano.

Spiegano che Elly Schlein non era alla parata del 2 giugno, nell’ottantesimo anniversario della Repubblica (è questo il punto che avrebbe dovuto indurre lei e gli altri segretari a chiedere di essere presenti), perché il protocollo non prevede gli inviti ai leader di partito ma solo ai capigruppo. Il bello è che del Pd non c’erano nemmeno loro, i capigruppo. Chiara Braga e Francesco Boccia hanno mandato il povero Stefano Graziano, valoroso capogruppo dem in commissione Difesa, non esattamente una prima fila. Una cosa incredibile. Oltretutto, uno sgarbo al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sarebbe il minimo sindacale se qualcuno chiedesse ragione ai capigruppo di questo comportamento. Il Pds e il Partito popolare non avrebbero mai agito così, figuriamoci il Pci e la Dc.

Spiegano, dunque, che non c’era nessun leader di partito. Non Matteo Renzi (pure ex presidente del Consiglio) di Italia Viva, né Carlo Calenda di Azione, né i «disarmisti» in servizio permanente ed effettivo Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli di Alleanza verdi e sinistra. Ovviamente neppure Giuseppe Conte, un altro ex presidente del Consiglio, leader del Movimento 5 Stelle. Le giustificazioni formali reggono fino a un certo punto, giacché potevano benissimo chiedere di poterci essere, nessuno gliel’avrebbe negato. Sarebbe stato un bel gesto di condivisione di una giornata particolare.

In ogni caso, è evidente che la scusa formale è tornata utile alla sinistra per mettere una netta distanza fisica tra sé e le «armi», l’esercito, queste cose «reazionarie», e tra sé e Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Antonio Tajani, leader e leaderini della destra. Già, meglio non mescolarsi, che direbbe poi la gente, la «nostra gente». Così tutti hanno visto il presidente della Repubblica attorniato solo dalla destra, la Repubblica è parsa in tv cosa loro con Mattarella circondato.

Allo stesso modo, Schlein e Conte, due candidati a Palazzo Chigi, non si sono fatti vedere all’Assemblea di Confindustria mica perché non parlino con gli imprenditori in privato: ma per il fatto che sempre la «nostra gente» li avrebbe visti in pubblico coi padroni. Il fatto è che è davvero iniziata la campagna elettorale sull’immagine e sui famosi contenuti.

Ecco, facile facile, lo spartito della sinistra: prima di tutto, no al riarmo. Oggi la mozione del quartetto Pd-M5s-Avs-Iv in cui si chiede di «riconsiderare urgentemente gli impegni assunti in sede Nato in materia di spese per la difesa, considerato l’impatto strutturale sulla finanza pubblica di fatto insostenibile alla luce dei dati Istat».

Poi c’è l’evergreen della patrimoniale (Schlein ma non Conte); il reddito minimo (Schlein) o reddito universale (Conte); soldi per i giovani (aumento di duecento euro al mese per gli stipendi degli under 35 per tre anni); no al nucleare; tassare i superprofitti; Europa chissà; e soprattutto non si muore per Kyjiv. Una piattaforma rifondarola. È la leader del Pd a mollare le briglie. Lo fa anche e soprattutto per ostacolare Conte alle primarie ipotecando i voti della Cgil, dei propal, della sinistra radicale.

È la nuova pelle del partito che fu di Walter Veltroni che secondo le intenzioni del gruppo schleiniano, con Elly a Palazzo Chigi, vedrà Marco Furfaro alla guida dei dem: se toccherà a lui sarà la conferma che il Pd è una grande Sel, il partito che era guidato da Nichi Vendola.

Tutto questo in teoria dovrebbe suscitare una reazione dei riformisti dem. Elisabetta Gualmini, Marianna Madia e ora anche Pina Picierno – estenuata dal pessimo clima che il Nazareno ha creato intorno a lei – hanno scelto di andarsene. E forse non saranno gli ultimi addii.

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Più stipendio, diritto alla casa e trasporti gratis: la ricetta Pd contro la fuga dei giovani all’estero

La fuga all’estero degli italiani “è un esodo che ci è costato 170 miliardi di euro”, con “192mila giovani che se ne sono andati negli ultimi quattro anni, 630mila persone tra il 2021 e 2024. Una perdita da tutti i punti di vista, ma anche dal punto di vista economico. Questo non è ancora un Paese per giovani”. La segretaria del Pd, Elly Schlein, sceglie questi dati per illustrare un fenomeno che da anni porta all’estero un flusso sempre più consistente di connazionali, che decidono di lasciare l’Italia alla ricerca di migliori opportunità professionali e qualità di vita. E per questo presenta una rosa di iniziative che possano trattenere chi ha meno di 35 anni. “Proponiamo una serie di interventi concreti che vanno dall’aumento salariale di 200 euro al mese, per i primi tre anni sui nuovi contratti stabili attivati under 35; diritto alla casa; diritto al trasporto rendendo gratuito quello pubblico per i giovani studenti; sostegno alla ricerca con borse di studio per i dottorati nelle università del sud; fondi di sostegno all’imprenditoria giovanile nelle aree interne di questo Paese. Quindi un insieme di interventi concreti che possano dare una buona ragione per restare”. Il primo firmatario della proposta di legge, Marco Sarracino, responsabile Sud e Aree Interne nella segreteria nazionale ha indicato dove il Partito Democratico intende trovare le risorse. “Per gli interventi sui salari e per il sostegno all’abitare le risorse le prendiamo dagli extraprofitti delle imprese che faranno ricavi superiori a 50 milioni di euro l’anno”. “Partire – ha aggiunto – deve essere sempre una scelta fatta per arricchire il proprio percorso professionale e il proprio percorso di vita. Mai deve essere una scelta obbligata dalla mancanza di opportunità dove si nasce, dove si cresce, dove si studia, dove si lavora e dove si vuole restare”, ha concluso Schlein.

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