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Caso Bosnia, fra Usa e Ue. A che gioco gioca l’Italia? Messaggio per Meloni (e Schlein)

La partita non è chiusa, ed è forse questo il dato politico più importante. Antonio Zanardi Landi non è stato nominato nuovo Alto rappresentante per la Bosnia Erzegovina nella sessione di tre giorni fa del Comitato Direttivo del Peace Implementation Council (Pic), ma non è stato nemmeno escluso dalla corsa. Il Pic non è riuscito a trovare un accordo e la decisione dovrebbe slittare alle prossime settimane. Ma sono queste le ore decisive.

Gli Stati Uniti hanno insistito fino all’ultimo per una nomina immediata del diplomatico italiano. Dall’altra parte, un blocco di Paesi guidato da Francia e Germania, e altri partner europei hanno spinto il sostegno attorno al francese René Troccaz.

È uno scontro che racconta molto più del dossier “Bosnia”. Da una parte c’è Washington, che ha individuato in Zanardi Landi il profilo più adatto per gestire una fase delicata degli equilibri balcanici. Non a caso il segretario di Stato americano Marco Rubio ha sottolineato pubblicamente il sostegno degli Stati Uniti alla candidatura dell’ex ambasciatore italiano, definendolo una figura di grande esperienza e ribadendo la necessità di una leadership forte per garantire stabilità e attuazione degli accordi di pace in Bosnia Erzegovina. Dall’altra parte c’è un’aliquota di Europa che ha scelto una strada diversa.

Il risultato è uno stallo che ha spinto gli stessi americani a parlare apertamente di incapacità europea di raggiungere un consenso. In una nota diffusa dall’ambasciata statunitense a Sarajevo, Washington ha sottolineato che “l’incapacità del Pic Steering Board di raggiungere un consenso dimostra ancora una volta le difficoltà dell’Europa nel parlare con una sola voce su questioni fondamentali per il futuro della Bosnia Erzegovina” e ha avvertito che questa situazione potrebbe portare gli Stati Uniti a riconsiderare il proprio ruolo nell’attuale presenza internazionale nel Paese.

Il dato più rilevante, sul piano diplomatico, è che la candidatura di Zanardi Landi è stata promossa dagli Stati Uniti e sostenuta anche da Giappone e Turchia, mentre una parte significativa dei Paesi europei lavora per Troccaz. Non si tratta quindi di una semplice competizione tra due profili, ma di una divergenza emersa all’interno del gruppo dei principali attori transatlantici e like-minded coinvolti nella governance internazionale della Bosnia Erzegovina.

Antonio Zanardi Landi è un diplomatico con una conoscenza diretta dei Balcani, della Russia e delle dinamiche che attraversano l’Europa sud-orientale. Ambasciatore a Belgrado, alla Santa Sede e a Mosca, poi consigliere diplomatico del presidente della Repubblica, rappresentava una candidatura difficilmente contestabile sul piano professionale. Indiscutibile la qualità della scelta, quindi.

E dunque, il dato politico è chiaro: mentre Washington ha puntato su un candidato italiano, una parte rilevante dell’Europa ne ha sostenuto un altro. Un paradosso che solleva una domanda semplice: chi ha difeso, in questa partita, quella candidatura? Il rinvio della decisione conferma inoltre l’assenza di un consenso tra gli alleati occidentali anche su un dossier strategico come quello balcanico.

E tutto questo merita ovviamente attenzione anche dal punto di vista italiano. Roma si trova infatti in una posizione particolare: da un lato è uno dei Paesi europei più direttamente interessati alla stabilità dei Balcani occidentali; dall’altro vede un proprio diplomatico sostenuto da Washington in una partita nella quale alcuni partner dell’Unione europea hanno scelto una linea diversa.

La questione, per l’Italia, non riguarda quindi soltanto l’esito della candidatura, ma anche la capacità di far valere il proprio peso in un processo decisionale che investe una regione strategica per la sua politica estera e di sicurezza.

Qui entra in gioco la politica italiana. La questione riguarda Giorgia Meloni, che guida il governo, ma riguarda anche Elly Schlein come leader dell’opposizione. Quando emerge una candidatura autorevole, sostenuta da partner strategici e collocata in un quadrante di interesse diretto per il Paese, il riflesso dovrebbe essere quello della tutela dell’interesse nazionale. Esistono dossier sui quali la competizione politica lascia spazio a una convergenza di fondo. I Balcani dovrebbero essere uno di questi. Per posizione geografica, interessi economici, sicurezza ed energia, ciò che accade tra Sarajevo, Belgrado e Podgorica riguarda direttamente l’Italia.

L’Italia ha già mostrato recentemente difficoltà nel fare sistema quando si è aperto lo spazio attorno alla candidatura di Maurizio Martina alla guida della Fao. Il rischio è che ogni dossier venga immediatamente assorbito dalla dinamica della politica interna, indebolendo la capacità del Paese di sostenere le proprie posizioni.

La domanda, in queste ore che potrebbero essere decisive per il dossier balcanico, non è semplicemente se Zanardi Landi riuscirà a ottenere l’incarico. La realtà è se l’Italia riuscirà a comportarsi come un Paese capace di difendere una propria candidatura quando questa coincide con un interesse nazionale, europeo e transatlantico. La risposta che arriverà dal dossier ”Bosnia” parlerà della capacità della politica italiana, delle scelte europee e della cooperazione transatlantica (a poche settimane dal Nato Summit di Ankara).

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Torino festeggia i 20 anni di Pride: “Oltre 160mila persone in corteo”. Luxuria dal palco: “Ora scioperi contro il ddl Valditara”

Su Torino soffiano “venti di lotte”. Sotto gli eleganti palazzi del centro, un fiume arcobaleno ha attraversato la città tra musica, cori e striscioni. Sono 160mila, secondo gli organizzatori, le persone che sabato 6 giugno hanno preso parte alla ventesima edizione di Torino Pride. Madrine Ambra Angiolini e la figlia Iolanda. Ad parire il corteo, Vladimir Luxuria e il sindaco Pd di Torino Stefano Lo Russo.

Torino ha festeggiato 20 anni di Pride

Partito dal Parco del Valentino, il corteo ha attraversato le principali vie cittadine fino a piazza Vittorio Veneto, trasformando il centro in uno spazio di festa ma anche di rivendicazione politica. “Venti di lotte” è infatti il claim scelto per celebrare il ventennale della manifestazione. Un titolo che richiama non solo il traguardo raggiunto, ma anche l’idea di una comunità che continua a muoversi e a costruire alleanze. Nel documento politico diffuso per l’edizione 2026, il Coordinamento Torino Pride sottolinea come la conquista degli spazi e il sostegno reciproco tra persone e comunità non possano limitarsi a un appuntamento annuale, ma debbano diventare una pratica quotidiana. “La nostra battaglia non è solo nostra: è una lotta intersezionale per una società più giusta e più abitabile” per tutti e tutte, si legge nel testo, che per la prima volta dedica anche una sezione ai diritti digitali e al contrasto dell’hate speech online. Un messaggio che assume un significato particolare alla luce di quanto accaduto pochi giorni prima dell’evento. Il 2 giugno Chiara Tarantello, co-coordinatrice del Torino Pride, ha denunciato di essere stata aggredita verbalmente su un treno mentre partecipava a una videocall dedicata proprio all’organizzazione del Pride. “Un uomo mi ha dato della ridicola, ha detto che il Pride è inutile”, aveva raccontato, riferendo anche i tentativi dell’aggressore di tirarle dei calci. L’episodio ha suscitato solidarietà e indignazione, riportando l’attenzione su quanto il lavoro contro discriminazioni e pregiudizi sia ancora necessario. Tema, questo, emerso più volte anche dagli interventi conclusivi dal palco allestito in piazza Vittorio Veneto, dove il corteo è approdato nel tardo pomeriggio dopo due ore e mezza di marcia.

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Gli interventi dal palco

Jacopo Rosatelli, assessore di Sinistra ecologista al Welfare, Diritti e Pari opportunità del Comune di Torino, ha duramente criticato il via libera del Senato al disegno di legge del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara in materia di consenso informato in ambito scolastico per l’educazione sessuo-affettiva. “Alla prossima aggressione omolesbobitrasfobica risparmiateci le vostre parole retoriche”, ha dichiarato. “Vergognatevi, perché la colpa è anche vostra che avete votato queste leggi che impediscono di cambiare la mentalità, di rompere gli stereotipi e i pregiudizi”. L’assessore ha inoltre richiamato l’attenzione sulla situazione internazionale, lanciando un messaggio di solidarietà verso i membri della comunità LGBTQIA+ che, a diverse latitudini, continuano a essere perseguitati, come accade in Senegal, che di recente ha inasprito le pene per le relazioni omosessuali. Tra gli interventi più applauditi anche quello di Vladimir Luxuria, che tornando sul provvedimento sull’educazione affettiva nelle scuole ha invitato studenti e docenti a farsi sentire durante il prossimo anno scolastico: “Mobilitatevi contro il ddl, fate sciopero”, ha detto, definendo il disegno di legge un attacco non solo ai diritti delle persone LGBTQIA+, ma anche all’autonomia scolastica.

Lo sguardo al futuro con EuroPride

L’edizione numero 20 del Torino Pride arriva in un momento particolarmente significativo per la città piemontese, che guarda già al 2027, quando ospiterà l’EuroPride, la manifestazione itinerante che ogni anno viene affidata a una diversa città europea e che richiama centinaia di migliaia di persone da tutto il continente. Una sfida importante che, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrà rappresentare un’occasione per continuare a trasformare la città in uno spazio sempre più inclusivo. “Sarà una rivoluzione”, ha promesso dal palco Alessandro Battaglia, responsabile del progetto EuroPride 2027 e membro del Coordinamento Torino Pride.

Vent’anni dopo la sua prima edizione, il Torino Pride continua così a rivendicare la propria identità. Una manifestazione che non vuole essere soltanto una festa o una celebrazione, ma uno strumento di partecipazione politica. Perché quei “venti di lotte” che hanno attraversato le strade della città non raccontano soltanto la storia della comunità LGBTQIA+, ma quella di tutte le battaglie contro discriminazioni, esclusioni e disuguaglianze.

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“A agricultura portuguesa está forte e pujante, apesar dos problemas que tem enfrentado”

A Feira Nacional de Agricultura / Feira do Ribatejo regressa ao CNEMA, em Santarém, até 14 de Junho, com os pequenos frutos como tema central, naves cheias e expositores recusados por falta de espaço. Para Luís Mira, administrador do CNEMA e secretário-geral da CAP, este sinal mostra a vitalidade do certame e a capacidade de resistência da agricultura portuguesa, mas não esconde os problemas que o…

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Libano, Gaza, Hormuz, vi spiego la nuova geografia dell’instabilità mediorientale. Conversazione con Dentice

“Il tratto distintivo dell’attuale scenario mediorientale è la crescente interconnessione tra i diversi teatri di crisi”. Giuseppe Dentice, responsabile dell’Osservatorio Mediterraneo (OsMed) dell’Istituto Studi Strategici San Pio V, sintetizza così una dinamica che negli ultimi mesi è diventata sempre più evidente. Dal Libano a Gaza, passando per il confronto tra Stati Uniti e Iran e per la sicurezza dello Stretto di Hormuz, le principali tensioni della regione non possono più essere lette come dossier separati. Al contrario, si alimentano reciprocamente, trasformando ogni crisi locale in una potenziale variabile dell’equilibrio regionale.

Secondo Dentice, il conflitto di Gaza, la guerra in Libano, il dossier nucleare iraniano e la competizione per il controllo delle rotte energetiche del Golfo rappresentano oggi le diverse manifestazioni di un’unica poli-crisi strategica. Un’escalation a Beirut può incidere sui negoziati tra Washington e Teheran; una crisi nello Stretto di Hormuz può produrre conseguenze sul Mar Rosso e sulle dinamiche del conflitto israelo-palestinese. È proprio questa crescente interdipendenza a rendere il quadro mediorientale più complesso e meno prevedibile.

Il Libano resta uno degli epicentri di questa fase. Il rinnovo della tregua ha evitato una nuova escalation immediata, ma non ha affrontato le questioni che continuano ad alimentare il confronto. Hezbollah ha respinto una nuova proposta di cessate il fuoco mediata dagli Stati Uniti, ribadendo che qualsiasi accordo potrà essere preso in considerazione soltanto dopo il completo ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale.

“La presenza militare israeliana nel sud del Paese viene percepita non come una misura temporanea di sicurezza, ma come un tentativo di modificare in modo permanente gli equilibri territoriali e strategici lungo il confine settentrionale di Israele”, osserva Dentice.

Nel frattempo, il governo di Beirut continua a rivendicare il diritto esclusivo a esercitare la sovranità sul territorio nazionale attraverso le Forze armate libanesi. Tuttavia, la debolezza delle istituzioni statali e il peso politico-militare acquisito da Hezbollah nel corso degli anni rendono difficile il ripristino di un effettivo monopolio della forza. Il risultato è un equilibrio precario tra uno Stato che cerca di riaffermare la propria autorità, un movimento sciita che non intende rinunciare al proprio ruolo di deterrenza e Israele, che continua a considerare Hezbollah una minaccia strategica di primissimo piano.

Le tensioni si sono ulteriormente aggravate dopo la nuova intensificazione delle operazioni israeliane nel Libano meridionale e dei raid contro Beirut. L’avanzata oltre il Litani e i nuovi ordini di evacuazione hanno rafforzato, secondo l’analista, il timore diffuso nel mondo arabo che Israele, mentre lavora per indebolire Hezbollah, punti anche a consolidare una fascia di sicurezza permanente nel sud del Paese.

Questa dinamica si intreccia sempre più strettamente con il confronto tra Stati Uniti e Iran. Le trattative tra Washington e Teheran risultano sostanzialmente bloccate e il quadro appare più deteriorato rispetto ai mesi precedenti. Sul tavolo restano il programma nucleare iraniano, il regime sanzionatorio, la presenza militare americana nel Golfo, la sicurezza dello Stretto di Hormuz e il ruolo regionale di Israele. Ma negli ultimi mesi il dossier iraniano ha assunto una dimensione più ampia.

“Non si tratta più soltanto di nucleare o di sanzioni economiche. È in corso una ridefinizione complessiva degli equilibri di sicurezza regionali”, spiega Dentice.

La decisione di Teheran di interrompere i colloqui indiretti con Washington e di collegare la questione di Hormuz all’evoluzione del confronto in Libano conferma, secondo l’analista, la volontà iraniana di integrare il sostegno a Hezbollah all’interno della propria strategia di deterrenza e negoziazione.

Anche nel Golfo il livello di tensione resta elevato. Le operazioni militari statunitensi contro obiettivi iraniani nell’area di Hormuz e le successive risposte di Teheran contro infrastrutture e basi americane in Bahrain e Kuwait mostrano come il confronto continui a muoversi lungo una linea sottile. Nessuna delle parti sembra interessata a una guerra aperta su larga scala, ma il rischio di incidenti e di un progressivo allargamento dello scontro rimane concreto.

In questo contesto, Washington continua a mantenere una posizione rigida. L’amministrazione americana considera il dossier nucleare, il sistema delle sanzioni e il comportamento regionale dell’Iran come elementi inscindibili di qualsiasi futuro accordo. Parallelamente, all’interno degli Stati Uniti emergono segnali di crescente cautela rispetto all’ipotesi di un coinvolgimento diretto in un conflitto con Teheran, alimentati dal timore di una progressiva regionalizzazione della crisi.

Se il Libano rappresenta uno dei fronti più instabili e il Golfo uno dei più sensibili, Gaza continua a essere il teatro umanamente e politicamente più problematico. A quasi due anni dall’inizio della guerra, Israele ha consolidato il controllo diretto di una parte significativa della Striscia e le indicazioni provenienti dal governo israeliano sembrano orientate verso un’ulteriore estensione della presenza sul territorio.

“Ciò che emerge è una progressiva trasformazione del conflitto: da operazione militare finalizzata alla neutralizzazione di Hamas a una forma di controllo territoriale sempre più estesa e potenzialmente permanente”, osserva Dentice.

Il problema, sottolinea l’analista, va oltre la dimensione militare: al momento non esiste alcun consenso internazionale sulla governance della Striscia nel dopoguerra e nessun attore appare realmente in grado di colmare il vuoto politico che rischia di consolidarsi.

Meno visibile ma non meno rilevante resta la situazione in Cisgiordania. L’espansione degli insediamenti israeliani, l’indebolimento dell’Autorità nazionale palestinese e il deterioramento delle condizioni di sicurezza continuano a erodere le basi di una futura soluzione politica. Una crisi che procede lontano dai riflettori ma che contribuisce ad alimentare radicalizzazione e sfiducia reciproca.

Nel complesso, la fotografia scattata da Dentice restituisce l’immagine di una regione entrata in una nuova fase, caratterizzata dalla sovrapposizione dei conflitti e dall’assenza di soluzioni politiche condivise. “Le tregue attualmente in vigore restano fragili, tattiche e reversibili”, conclude l’analista. Le questioni che alimentano le tensioni — dalla sicurezza di Israele al ruolo regionale dell’Iran, dalla sovranità del Libano alla questione palestinese — rimangono infatti sostanzialmente irrisolte.

Più che verso una de-escalation strutturale, il Medio Oriente sembra quindi avviato verso una gestione permanente delle crisi. E in un sistema regionale dove ogni fronte influenza gli altri, il rischio principale non è soltanto una nuova esplosione di violenza, ma l’allargamento progressivo di un confronto che ha già superato da tempo i confini dei singoli teatri di guerra.

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Câmara de Almeirim homenageia Fazendense e anuncia novo relvado sintético

A Câmara Municipal de Almeirim recebeu esta manhã, nos Paços do Concelho, a Associação Desportiva Fazendense depois das recentes vitórias do clube na Taça do Ribatejo e no Campeonato Distrital da 1.ª Divisão da Associação de Futebol de Santarém. A recepção aos dirigentes, treinadores e atletas serviu de homenagem pelos feitos alcançados e que segundo o presidente da autarquia, Joaquim Catalão…

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Coruche recebe festival Sons de Verão

O festival Sons de Verão regressa a Coruche entre 13 de junho e 11 de julho, com cinco noites de concertos gratuitos ao ar livre em vários espaços emblemáticos da vila, anunciou a organização. Em comunicado, a Câmara Municipal autarquia indica que a programação da edição de 2026 estende-se por cinco sábados e percorre diferentes géneros musicais, do folclore ao blues, do rock português à música…

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Parla Marco Poggi: “Siamo convinti che Stasi sia colpevole e che le sentenze a cui siamo arrivati siano la realtà. Le intercettazioni di Sempio? Le ho sentite e resto della mia idea”

“Era da tempo che pensavo di parlare per sperare di far finire le illazioni”. Marco Poggi, fratello di Chiara, rompe il silenzio dopo 19 anni dall’omicidio della sorella e si racconta a “Quarto grado”. Sebbene non sia mai stato indagato, al suo indirizzo sono state rivolte calunnie e diffamazioni. Secondo alcuni, ad esempio, non è vero che Marco fosse in vacanza in montagna con la famiglia il giorno della morte di Chiara. “Non so come si sia arrivati a questo punto”, confida alla giornalista del programma di Rete 4 Martina Maltagliati nella puntata in onda venerdì 5 giugno. “L’accusa che mi ha ferito di più? Essere coinvolto nella sua morte”. Da quando, nell’ultimo anno, si sono riaperte le indagini, Poggi spiega di essere arrabbiato, ma anche stanco e rassegnato perché “sembra non esserci mai una fine vicina. C’è chi mi ha voluto chiuso in una clinica psichiatrica. Probabilmente non aver mai rilasciato interviste può aver alimentato queste voci. Forse se l’avessi fatto prima, queste voci magari non sarebbero nate”.

Le “fake news” su Marco Poggi

Secondo l’ultima versione emersa da alcuni audio, Marco Poggi, sua cugina e Andrea Sempio sarebbero stati parte di un giro di droga scoperto da Chiara: “Si è detto di tutto. Io non ho mai avuto problemi di droga, non ho neanche mai provato la cocaina”, spiega il fratello di Chiara. “Siamo nella fantasia. Ho sempre pensato che chi indagava poteva smorzare alcune piste, non solo la mia, ma anche quelle con cui si è giocato per un anno sulla vita e morte di Chiara. Mi ha ferito il voler rovinare il suo ricordo”. Secondo Poggi anche l’ipotesi di un giro di pedofilia e droga riconducibile al Santuario della Bozzola di Garlasco frequentato pure da Sempio e scoperto da Chiara sarebbe “fantasia”: “Mi aspettavo che la Procura intervenisse per smorzare le voci. Ora le indagini sono finite, spero che il fango che abbiamo subìto si interrompa. È giusto che ci siano i processi e che si vada avanti, che la stampa faccia cronaca, non è giusto tutto il resto”. E ancora: “Posso capire le intercettazioni nel mio caso, sui miei genitori mi dispiace, si poteva evitare. Quello che mi è dispiaciuto di quest’indagine è che siamo stati messi da parte, come se non esistessimo. Già scoprire che ci avevano prelevato il dna di nascosto dalla spazzatura non fa piacere. La morte di Chiara è qualcosa di nostro, essere tenuti così in disparte ci ha amareggiato. Mi aspettavo che prima della notizia della riapertura delle indagini ci convocassero per dircelo, è questione di rispetto”.

La posizione di Marco Poggi su Alberto Stasi

Interrogato da Maltagliati a proposito di Alberto Stasi, Poggi riferisce che inizialmente lui e la famiglia non pensavano fosse colpevole: “L’abbiamo difeso tanto, ero convinto fosse innocente. Era proprio l’ultima persona che volevamo potesse essere stato”. Poi qualcosa è cambiato: “Ho letto le varie memorie e informative. Siamo convinti che Stasi sia colpevole e che le sentenze a cui siamo arrivati siano la realtà. Non pretendiamo che la nostra convinzione diventi tale per tutti”. A chi accusa la famiglia Poggi di temere una revisione nei confronti della sentenza di colpevolezza di Alberto Stasi per non restituire il risarcimento di 750mila euro, Marco Poggi replica: “Quella somma, come hanno già detto i miei genitori, è depositata a parte. Una parte è stata utilizzata per pagare le spese legali e consulenti di tutta la trafila dei processi che c’erano stati. La nostra vita va avanti con i nostri stipendi”. Parte dell’opinione pubblica ritiene che Stasi sia innocente. Marco Poggi se lo spiega con una “forte campagna mediatica di indiscrezioni rivelatesi poi false che hanno influenzato l’opinione pubblica. Se abbiamo mai ricevuto una richiesta di aiuto da Stasi? No, nessun contatto, non ci ha mai scritto niente dal carcere”.

L’amicizia con Andrea Sempio

L’intervista tocca poi l’argomento del suo rapporto con Sempio: “Siamo stati amici per molti anni, lo siamo ancora oggi anche se ci vediamo di meno”. Se è vero, come ritiene la Procura di Pavia, che Andrea Sempio importunava Chiara telefonicamente, Marco Poggi pensa che la sorella ne avrebbe parlato con lui o con una persona a lei vicina. La ricostruzione secondo cui Sempio avrebbe avuto un movente a sfondo sessuale per l’omicidio della ragazza non sembra convincere suo fratello: “Faccio fatica a trovarci una logica perché non c’era nessun contatto tra di loro. Non ho ricordo di Chiara con i miei amici, non li ricordo chiacchierare con lei anche quando ci si incrociava in casa”. Poggi non esclude che Sempio si sia potuto trovare qualche momento da solo in camera con Chiara: “Può essere che lo abbia lasciato un paio di minuti lì. Perché eravamo in quella stanza? Per giocare ai videogiochi, era un computer di famiglia, non di Chiara”. Quanto invece all’ipotesi che Sempio abbia potuto vedere video intimi di Chiara con il fidanzato Alberto Stasi, il fratello della vittima dice di non averli mai visti: “Sapevo di una loro presunta esistenza da una chat Msn che avevo letto anni prima. Non ne ho mai parlato con gli amici, nemmeno come battuta. Sono cose private di mia sorella, non avrei messo in giro nemmeno la voce”. Quindi commenta altri punti delle indagini: “Non ho ricordo di Andrea Sempio che arriva a casa nostra in bici. Non lo ricordo con scarpe Frau, anzi aveva scarpe totalmente diverse, stivaletti”.

L’impronta 33

Chiamato a commentare le intercettazioni dei discorsi fatti da Sempio da solo in auto mentre avrebbe parlato del delitto di Garlasco, il fratello della vittima osserva: “Le ho sentite e rimango della mia idea, non sono io che devo giudicare”. La lunga intervista si sposta quindi sull’impronta 33, quella trovata sulla parete della scala che conduce alla cantina della villetta di Garlasco dove è stato trovato il corpo di Chiara e attribuita dagli inquirenti a Sempio: “Ho il ricordo che con gli amici siamo scesi alcune volte. La cantina era una sorta di magazzino, c’erano riviste di videogiochi, giochi da tavolo, è capitato che siamo scesi, non so dire chi c’era e chi no”. Poggi fa sapere che quando gli è stata mostrata la foto dell’impronta e gli è stato detto che era di Sempio “ricordo di essere uscito da quell’interrogatorio che pensavo fosse sangue. È stato uno choc per come me l’hanno presentata. Ho capito dopo che era il reagente alla ninidrina. Se fosse insanguinata diventerebbe difficile da spiegare”.

L’ultimo saluto

Sul finire dell’intervista, a Marco Poggi viene chiesto di ricordare quel 5 agosto 2007, quando, pochi giorni prima del delitto, lui e i genitori partirono per le vacanze lasciando a casa Chiara malgrado l’insistenza del padre a seguirli: “Purtroppo è un ricordo che è sfumato completamente e mi spiace. L’ultimo saluto non me lo ricordo più”. E chiosa, a proposito della vita della sorella spezzata: “Ho rimpianti personali di non aver potuto vivere Chiara quando la differenza di età diventava meno importante, non aver potuto trasformare il nostro rapporto di fratello-sorella in rapporto di amicizia”.

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Trump porta l’AI nel cuore della sicurezza nazionale americana

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato il National Security Presidential Memorandum 11, una direttiva che definisce le priorità per l’adozione dell’intelligenza artificiale nel sistema della sicurezza nazionale americana. Il provvedimento arriva mentre a Washington aumenta la consapevolezza sull’importanza dell’AI come componente nevralgica della competizione strategica globale, risorsa destinata a influenzare capacità militari, intelligence e processi decisionali.

Il memorandum affronta una questione che accompagna da anni il dibattito tecnologico americano: la distanza tra la velocità dell’innovazione commerciale e i tempi dell’apparato federale. Le aziende che sviluppano i modelli più avanzati operano con cicli di aggiornamento rapidi; le strutture governative seguono procedure molto più lente. In un mondo in cui Anthropic dichiara che la rapidità dell’innovazione dei suoi modelli è ormai dettata da un ritmo di auto-innovazione imposto dai modelli stessi, la direttiva nasce per ridurre questo divario e favorire un accesso più rapido alle tecnologie considerate rilevanti per la sicurezza nazionale.

L’amministrazione Trump presenta la misura come uno strumento per accelerare l’adozione dell’AI senza rinunciare a requisiti di affidabilità, sicurezza e responsabilità. Nelle dichiarazioni diffuse dalla Casa Bianca, l’obiettivo è mettere a disposizione delle forze armate e delle agenzie federali i sistemi più avanzati, garantendo che il loro impiego avvenga secondo procedure definite e sotto supervisione adeguata. Qualcosa che Washington sta iniziando a gestire anche tramite altri provvedimenti legislativi.

Tra i passaggi più significativi c’è la scelta di promuovere l’utilizzo di soluzioni provenienti da più fornitori. Michael Kratsios, direttore del White House Office of Science and Technology Policy, ha spiegato che il memorandum accelera l’adozione di sistemi sviluppati da diversi vendor per evitare punti di vulnerabilità derivanti dalla dipendenza da una singola piattaforma.

La formulazione riflette una preoccupazione crescente a Washington: l’ecosistema dell’intelligenza artificiale è dominato da un numero limitato di aziende che controllano modelli, infrastrutture di calcolo e servizi essenziali. Per il governo americano, affidare funzioni critiche a un unico soggetto privato rappresenta un rischio operativo. La diversificazione delle soluzioni disponibili viene trattata come una misura di resilienza.

Lo stesso ragionamento emerge nella disposizione che impedisce la disattivazione o il degrado di sistemi AI impiegati dai warfighters americani senza preventiva autorizzazione. È una clausola che richiama il tema del controllo operativo. Con l’aumento dell’integrazione tra tecnologie commerciali e apparato militare, cresce anche la necessità di chiarire chi abbia l’autorità finale su capacità considerate essenziali per la difesa.

Il punto riguarda la continuità delle operazioni e il rapporto tra Stato e fornitori privati. Se l’Intelligenza artificiale diventa parte integrante delle funzioni di sicurezza nazionale, Washington vuole assicurarsi che decisioni esterne alla catena di comando non possano comprometterne l’utilizzo in momenti critici. Ci sono stati già precedenti dopo le operazioni sull’Iran, d’altronde.

Un altro capitolo rilevante è dedicato i sistemi d’arma autonomi. Kratsios ha indicato che la direttiva aggiorna le linee guida del Dipartimento della Guerra sull’autonomia per adeguarle all’evoluzione delle tecnologie di frontiera. Il riferimento segnala la volontà di rivedere criteri e procedure sviluppati in una fase precedente, quando le capacità offerte dall’intelligenza artificiale generativa e dai modelli più avanzati erano ancora lontane dagli standard attuali.

L’aggiornamento suggerisce che l’amministrazione considera l’AI destinata a incidere sempre di più sulle capacità operative delle forze armate. La discussione coinvolge tecnologie che possono influenzare pianificazione, sorveglianza, identificazione di obiettivi e processi decisionali in ambito militare.

La direttiva interviene anche sulle infrastrutture necessarie a sostenere questa trasformazione. Il memorandum punta a facilitare l’accesso a capacità di calcolo sicure, rafforzare gli ambienti di test e valutazione e creare meccanismi che consentano una collaborazione più stretta tra governo e settore privato. L’obiettivo è costruire un percorso che permetta alle innovazioni sviluppate all’esterno dell’amministrazione di essere integrate più rapidamente nelle strutture federali.

Nel linguaggio utilizzato dalla Casa Bianca emerge una lettura apertamente competitiva del tema. L’intelligenza artificiale viene presentata come una tecnologia strategica sulla quale gli Stati Uniti devono mantenere una posizione di vantaggio. Kratsios ha parlato di “AI dominance”, una formula che collega direttamente la leadership tecnologica alla capacità americana di difendere i propri interessi e sostenere la propria superiorità militare.

Sullo sfondo c’è una competizione che va oltre la tecnologia. Nelle recenti esercitazioni Steppe Partner 2026, la Cina ha mostrato una crescente integrazione tra soldati, sistemi autonomi, droni e strutture di comando assistite dall’intelligenza artificiale, una visione che Pechino definisce “intelligentised warfare”. Il punto, da entrambe le parti del Pacifico, non è il singolo robot o il singolo modello. La posta in gioco è la capacità di collegare sensori, software, piattaforme autonome e processi decisionali in un’unica architettura operativa. Letto in questa chiave, il memorandum firmato da Trump appare anche come una risposta alla corsa in atto per incorporare l’AI nella catena di comando militare prima che diventi un vantaggio strutturale per i rivali degli Stati Uniti.

La sfida che emerge dal documento è assorbire l’innovazione prodotta dal settore privato senza perdere controllo, affidabilità e autonomia decisionale. Per Washington, il vantaggio nell’intelligenza artificiale dipenderà sempre meno dalla disponibilità dei modelli e sempre più dalla capacità delle istituzioni di integrarli in modo stabile nelle proprie strutture operative. La competizione che si sta delineando non riguarda soltanto lo sviluppo della tecnologia: tocca piuttosto il cuore della capacità degli Stati di trasformarla in potenza organizzata, sostenibile e utilizzabile su scala nazionale.

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How trade bans and local conservation helped save a dazzling blue gecko

Beauty is a curse — at least for the turquoise dwarf gecko of central Tanzania. Between December 2004 and July 2009, demand for this gecko from collectors in Europe boomed, leading to the capture and export of an estimated 40,000 of these striking reptiles from Tanzania. “I remember when I saw them for the first time [at] a fair, it was about 600 euros per specimen,” or about $700, Dennis Rödder, a herpetologist at the Leibniz Institute for the Analysis of Biodiversity Change in Germany, told Mongabay in a video call. “I think within three or four years, the species appeared everywhere across Europe. You could buy them in every pet shop.” Turquoise dwarf geckos (Lygodactylus williamsi) grow to a length of 6-9 centimeters (about 2.5-3.5 inches) and are known from only two small patches of forest in Tanzania: The Kimboza and Ruvu forest reserves. These protected areas cover a combined 34 square kilometers (13 square miles). Adult females have a green-brownish color that mimics the leaves of the trees they live in, but the males’ skins are a vivid contrasting blue, one of the rarest colors in nature, meant to stand out and attract females. Turquoise dwarf gecko (Lygodactylus williamsi). Image © Simon via iNaturalist (CC BY-NC 4.0). Active during the day, and so fiercely territorial they evict their young hatchlings from their home trees soon after birth, this species lives exclusively on screwpines (Pandanus rabaiensis), a tree found in Kenya and Tanzania. Standing anywhere from 3-20 meters tall…This article was originally published on Mongabay

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Tomar recebe Feira do Livro com evocação a Lopes-Graça

A Feira do Livro de Tomar arranca hoje e assinala os 120 anos do nascimento de Fernando Lopes-Graça, com a apresentação de dois livros sobre o compositor tomarense, num programa que junta literatura, oficinas, música e divulgação científica. A 16.ª edição do certame, que decorre até 14 de junho no Complexo Cultural da Levada, recebe nomes como Rui Zink, Marco Neves, Fernando Pinto do Amaral…

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Mação abre época balnear após recuperar danos de cheias e tempestade

O concelho de Mação abre a época balnear a 13 de junho, após trabalhos de recuperação dos estragos provocados pelas cheias e pela tempestade Kristin, mantendo por concluir apenas os passadiços da Ortiga, cuja solução continua em avaliação. “Estamos a preparar as praias fluviais para fazermos a sua abertura no dia 13 de junho”, disse hoje à Lusa o presidente da Câmara de Mação…

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Guerra robotica con caratteristiche cinesi. Pechino mostra la sua AI militare

Nel deserto della Mongolia Interna, tra veicoli corazzati, droni tattici e robot quadrupedi, la Cina ha offerto una delle rappresentazioni più concrete di ciò che i suoi strateghi definiscono intelligentized warfare. Durante le esercitazioni Steppe Partner 2026 con la Mongolia, soldati, sistemi autonomi ed elementi di comando assistiti dall’intelligenza artificiale hanno operato come parti di un unico ecosistema. Pechino sta cercando di dimostrare che l’integrazione tra uomini, macchine e algoritmi non appartiene più ai laboratori o alle fiere tecnologiche, ma sta entrando nella pianificazione operativa delle forze armate.

La dimostrazione arriva in una fase in cui l’Indo-Pacifico si sta rapidamente adattando alla trasformazione tecnologica del settore della difesa. Taiwan ha presentato nuove piattaforme robotiche per missioni di sorveglianza e supporto armato. Gli Stati Uniti continuano a rafforzare la propria architettura di deterrenza nella regione. Il Giappone accelera il dibattito sul riarmo. Il Vietnam amplia la cooperazione militare con Washington. La competizione non riguarda più soltanto flotte, missili e basi militari. Sempre più spesso riguarda la capacità di integrare sensori, software, robotica e sistemi decisionali.

La modernizzazione cinese produce effetti che vanno ben oltre il campo di battaglia. Un’inchiesta del New York Times ha descritto lo sviluppo, da parte di aziende legate all’apparato di sicurezza cinese, di sistemi di intelligenza artificiale progettati per analizzare enormi quantità di dati personali e identificare individui potenzialmente problematici dal punto di vista politico. Il passaggio più significativo è quello dalla sorveglianza alla previsione. L’obiettivo non sarebbe soltanto individuare un comportamento ritenuto rischioso, ma anticiparlo.

Una dinamica che conferma come l’AI possa diventare un’infrastruttura di potere capace di attraversare sicurezza interna, governance e pianificazione strategica. Le stesse tecnologie che promettono di coordinare sistemi autonomi sul campo di battaglia possono essere utilizzate per classificare, monitorare e interpretare il comportamento delle società.

Allo stesso tempo, la traiettoria cinese appare più complessa di quanto suggerisca la narrativa di una crescita guidata esclusivamente dallo Stato. Secondo un’analisi pubblicata da War on the Rocks, dietro l’ascesa di aziende come DeepSeek, Alibaba o ByteDance esiste una competizione estremamente aggressiva tra imprese, governi provinciali e centri di ricerca. In Cina esiste persino un termine per descrivere questa dinamica: neijuan, una forma di competizione permanente che spinge gli attori economici a innovare sempre più rapidamente. Pechino continua a orientare il settore, ma spesso si trova anche a incorporare innovazioni generate da un ecosistema che evolve con velocità propria.

È su questo sfondo che assume rilievo l’intervento del Vaticano. A Washington, il nuovo Nunzio Apostolico negli Stati Uniti, Monsignor Gabriele Caccia, ha presentato la Magnifica Humanitas di Leone XIV come una possibile cornice etica per governare l’intelligenza artificiale. Il documento mette in guardia contro la concentrazione di potere, la raccolta massiva di dati e la progressiva delega di decisioni a sistemi algoritmici.

La questione riguarda ormai molto più della tecnologia. La sfida per le democrazie non sarà soltanto tenere il passo dell’innovazione cinese. Sarà dimostrare che velocità tecnologica e accountability politica possono procedere insieme. La Cina sta mostrando come potrebbe apparire una società e una struttura militare profondamente integrate con l’intelligenza artificiale. Resta aperta la domanda su quali limiti accompagneranno questa trasformazione e chi avrà la forza di definirli. Non riguarda soltanto ciò che la tecnologia renderà possibile, ma chi deciderà come utilizzarla.

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Ministra do Ambiente e Energia e Ministro da Agricultura inauguram FNA 26

A Ministra do Ambiente e Energia, Maria da Graça Carvalho, e o Ministro da Agricultura e Mar, José Manuel Fernandes, inauguram amanhã, pelas 11.00 horas, a FNA 26 – Feira Nacional de Agricultura / Feira do Ribatejo, que decorre de 6 a 14 de junho, no CNEMA, em Santarém, e que tem como tema os “Pequenos Frutos” como mirtilos, morangos, framboesas e amoras. A Feira Nacional de Agricultura /

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Cartaxo recebeu Reunião Nacional de Enfermeiros Diretores

Decorreu, no dia 29 de maio, no auditório da Quinta das Pratas, a Reunião Nacional de Enfermeiros Diretores, um encontro que reuniu responsáveis de enfermagem de várias instituições de saúde do país para a partilha de experiências, projetos e desafios. A sessão de abertura contou com as intervenções de Fátima Lopes, enfermeira diretora da ULS Lezíria, Rui Miguel Cruz, membro da Direção da…

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Benavente atribui 550 mil de euros de apoios às coletividades e associações do concelho

A Câmara Municipal de Benavente aprovou, por unanimidade, a transferência da segunda tranche dos subsídios destinados às coletividades e associações do concelho, no valor de 376.000 euros, elevando para 550.000 euros o montante global de apoios atribuídos durante o presente ano. No próximo mês o executivo irá ainda deliberar sobre a atribuição de mais alguns subsídios e apoios…

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Bombeiros Voluntários de Santarém celebram 155 anos entre a memória da cidade e o compromisso com o futuro

Cinco anos depois de a pandemia ter impedido as comemorações do 150.º aniversário, os Bombeiros Voluntários de Santarém iniciaram as celebrações dos 155 anos com uma cerimónia marcada pela homenagem a antigos dirigentes, pela evocação da memória colectiva da corporação e pela apresentação de um livro que revisita mais de século e meio de história da instituição e da própria cidade. Entre discursos…

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Il fascino anti-cafonal del Conero tra moscioli, spiagge selvagge e riscoperta del tempo lento: la nostra guida per un weekend nelle Marche

Serve davvero attraversare mezzo continente per sentirsi in vacanza? È la domanda che sempre più persone si stanno ponendo per l’estate ormai alle porte, tra voli a rischio cancellazione ed equilibri internazionali quanto mai precari. Il Conero, a poco più di tre ore di treno (quattro in auto) da Milano, sembra rispondere di no. Non con campagne pubblicitarie aggressive o attrazioni da record. Nelle Marche la tendenza è opposta: ci si racconta poco, quasi si fosse gelosi delle proprie bellezze. La verità è che certi luoghi non hanno bisogno di essere urlati, ma semplicemente sussurrati. Non è un caso che a Portonovo, ai piedi del Monte Conero, il primo impatto sia il silenzio. Preso posto sulla spiaggia di ciottoli bianchi, l’unico rumore è quello discreto delle onde. Nessuna musica sparata dagli stabilimenti, nessuna corsa alla conquista del lettino migliore. La sola “voce” che, d’un tratto, si leva con forza è del mare: onde improvvise si infrangono sulla battigia senza che il cielo abbia dato alcun segnale premonitore. È la natura che impone i propri ritmi e invita a prendere le cose come vengono. Del resto, qui il lusso non è fare di più, ma concedersi finalmente il tempo di fare meno, di rallentare.

Ricaricarsi nella natura

La stessa sensazione si respira mettendo piede nel SeeBay Hotel, il “Mistico” della collezione Begin Hotels fondata dall’imprenditore marchigiano Guido Guidi. Più che stupire con effetti speciali, la struttura vuole dialogare con il paesaggio circostante. I colori degli ambienti richiamano quelli della baia, tra il bianco dei sassi, il verde della macchia mediterranea e il blu del mare, mentre la “Terrazza degli Agrumi” diventa il luogo ideale per una colazione lenta, accompagnata dal canto degli uccelli e dal profumo della vegetazione. A Portonovo il territorio non entra solo nelle camere o nei panorami. Si ritrova anche in cucina, dove il mare è, a mani basse, il grande protagonista. Lo dimostrano i moscioli, cozze selvatiche che crescono spontaneamente sugli scogli e che sono tra i simboli della baia. A differenza delle comuni cozze, non vengono allevati: si raccolgono in natura e perciò sono diventati Presidio Slow Food. Un equilibrio delicato il loro, reso ancora più fragile dai cambiamenti climatici che negli ultimi anni hanno inciso sulla presenza di questo mollusco nelle chiare acque della zona. A tavola i moscioli arrivano in molte forme: al guazzetto, gratinati, nei primi piatti. Ma per capire davvero il legame che unisce il territorio al mare bisogna allontanarsi e guardarlo da un’altra prospettiva: dal largo.

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Le Due Sorelle

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Santuario di Loreto

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Duomo di Ancona

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Tramonto a Portonovo

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Terrazza degli Agrumi

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Spiaggia di Numana

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Spiaggia a Portonovo

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SeeBay Hotel Portonovo

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Errico Recanati, chef di _Andreina_

La costa si racconta dal mare

A bordo della barca di Antonio e Pietro, cugini e pescatori, la costa scorre tra falesie bianche, grotte nascoste e spiagge che sembrano fatte apposta per essere scoperte via acqua. L’Adriatico assume sfumature che passano dal verde smeraldo al turchese, e il promontorio rompe la continuità di una costa per il resto bassa e sabbiosa. Davanti ai nostri occhi compaiono le Due Sorelle, celebri faraglioni che emergono dall’acqua come due figure raccolte in preghiera, la Grotta del Frate e la Spiaggia della Vela, dal cui scoglio gli adolescenti del posto si tuffano in una sorta di rito di passaggio dall’infanzia alla giovinezza. Più avanti lo Scoglio del Trave e Mezzavalle, una lunga lingua di spiaggia ancora libera e selvaggia. Osservando la costa dal largo si legge la storia di queste terre. La pietra bianca del Conero, utilizzata fin dall’epoca romana per abitazioni e monumenti, caratterizza ancora oggi chiese, torri e costruzioni disseminate lungo il promontorio. Tra tutte spicca Santa Maria di Portonovo, piccolo gioiello romanico dell’XI secolo miracolosamente sopravvissuto alle frane che nel tempo hanno modellato la baia.

Non solo mare: il Conero via terra e la cucina di “Andreina”

Il Conero, però, non è soltanto mare. C’è Sirolo con i vicoli e il belvedere affacciato sulla costa, Numana con il suo volto più ordinato e borghese, Ancona, spesso ignorata dai turisti diretti verso altre destinazioni, che conserva tracce greche, romane e medievali in un intreccio sorprendente. E c’è Loreto, meta di pellegrinaggio per il suo santuario mariano, dove la tradizione incontra una delle interpretazioni più interessanti della cucina marchigiana contemporanea. Nel ristorante stellato “Andreina”, lo chef Errico Recanati è stato tra i primi in Italia a trasformare la brace in un vero linguaggio gastronomico. “La materia prima deve trovare la giusta distanza dal fuoco”, spiega. Una frase che descrive bene anche il Conero stesso: vicino al turismo, ma mai abbastanza da lasciarsene travolgere. “Da noi vengono persone in cerca di visioni che riempiono il cuore. Chi viene qui non vuole il divertimento sfrenato, ma ricaricare le pile e tornare rigenerato”, raccontano gli operatori turistici. Forse è proprio questo il segreto del Conero: ricordare che la distanza non è sempre una misura della qualità del viaggio.

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Santarém – Aí está mais uma Feira do Ribatejo!

É já neste sábado que a Monumental “Celestino Graça” abre as suas portas para acolher a primeira das duas corridas que compõem a mini-Feira Taurina de Santarém, por ocasião da Feira do Ribatejo / Feira Nacional de Agricultura. A corrida do dia 6 de Junho oferece-nos a grande apoteose da arte de pegar toiros, com o valoroso Grupo de Forcados Amadores de Santarém a pegar em solitário os seis…

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“Dopo il Grande Fratello avevo una guardia del corpo e prendevo più di 5mila euro per pochi minuti in discoteca. Oggi sono un’altra persona”: lo rivela Mascia Ferri

Nel 2001 Mascia Ferri non vinse la seconda edizione del “Grande Fratello”, ma ne divenne uno dei volti più noti anche grazie all’imitazione che di lei fece Paola Cortellesi. Oggi ha 52 anni, due figli e con il marito gestisce 5 locali a Ravenna, dove è nata e vive tuttora. “Tornassi indietro rifarei tutto, il ‘Gf’ mi cambiò la vita in meglio” ammette ai microfoni di Fanpage.

L’esperienza al “Grande Fratello”

La permanenza di Mascia nella casa più spiata d’Italia durò 78 giorni. Ai tempi il gioco era decisamente più impegnativo: “Oggi la Casa è molto più confortevole, dentro e fuori. Ci sono stanze alternative, noi al contrario eravamo limitati a due cameroni, ad un salone, ad uno sputo di piscina e ad una micro-sauna. Non avevamo altro”, ricorda. “Furono mesi tosti. Era un gioco psicologico e dovevi stare sul pezzo. Il ‘Gf’ ti mette a nudo, dopo una settimana ti dimentichi delle telecamere e può uscire il peggio del tuo carattere”. Mentre era chiusa tra le mura di Cinecittà, fuori era già diventata un personaggio grazie all’imitazione di Paola Cortellesi: “Fu un onore”, riconosce. “L’imitazione equivale ad una consacrazione. Quella parodia fu una spinta ulteriore per me. Era una caricatura simpatica, non volgare. Anche il fatto di dare il nome alle mie tette, la Wanda e la Luisa, era in chiave ironica. Ho riso tantissimo”.

La fama e il calendario hot

Terminata l’esperienza nel reality di Canale 5 ci fu l’impatto con la fama, che Mascia definisce “un’onda d’urto devastante. Per un periodo fui costretta a girare con una guardia del corpo. Non potevo uscire da sola, venivo assalita. Questa pressione continuò per almeno due anni”. Il calendario hot in coppia con Alessia Fabiani contribuì a fare di lei una celebrity: “Pagavano bene, andò in ristampa tre volte”. Interrogata su come abbiano preso quell’esperienza i suoi figli, Ferri fa sapere: “Ho dovuto affrontare soprattutto gli amici di mia figlia. Al liceo è normale che se ne parli, che vadano a controllare. C’è umana curiosità. E io ogni volta replico: ‘Oggi non li vedete più, ma all’epoca andavano a ruba. Tutte le donne lo facevano‘”. Come molti suoi colleghi, anche lei provò l’ebbrezza delle pagatissime apparizioni in discoteca, che potevano arrivare a fruttare “anche più di 5mila euro” per pochi minuti.

Il passo indietro di Mascia Ferri

Poi, a un certo punto, la decisione di fare un passo indietro: “Vidi che cominciava a scemare il tutto. Evidentemente quello non era il mio habitat ideale. Avevo la necessità di sentirmi realizzata. Decisi di investire in qualcosa di alternativo, che potesse assicurarmi una stabilità a lungo termine”. Il presente di Mascia è molto diverso, già a partire da un discorso estetico: “Non ho più lo stesso look. Adesso sono mora, ho cambiato fisicità, sono un’altra persona. Spesso i personaggi noti hanno paura a trasformarsi perché hanno il terrore di non essere più riconoscibili. Io me ne sono fregata. E la gente, nonostante tutto, mi riconosce ugualmente. A volte basta semplicemente che sentano la mia voce”. La tv è tornata a bussare alla sua porta: “Sono arrivate delle richieste, sia per il ‘Grande Fratello’ che per ‘L’Isola’, per cui ho svolto i provini per la prossima edizione”, rivela. “Non se ne è fatto nulla. Ho avuto questioni familiari importanti da affrontare, altrimenti credo che sarei partita. Ero piaciuta agli autori”. Mascia non esclude il ritorno, “ma alle mie condizioni. Non dovrebbe essere qualcosa che possa danneggiare ciò che ho creato. Non ho la sete di celebrità, non devo fare niente per forza”, conclude.

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