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Nordio e il caso Minetti: “Pd caduto nel tranello. Non ce l’avevano con me, il bersaglio era Mattarella”

“L’attacco che ha fatto il Fatto, l’avrebbe capito un bambino, non era contro di me, era contro il capo dello Stato”. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ritorna così sul caso Nicole Minetti e la grazia concessa dal Quirinale. Che non verrà revocata dopo che la procura generale di Milano ha valutato di non avviare una rogatoria per approfondire gli elementi emersi dall’inchiesta giornalistica e dopo che il Colle aveva chiesto approfondimenti urgenti. Alla Festa dell’Innovazione organizzata dal Foglio a Venezia il Guardasigilli tenta un affondo che arriva pochi giorni dopo la chiusura dell’istruttoria sull’ex consigliera regionale lombarda, protagonista delle vicende giudiziarie legate al caso Ruby e alle serate di Arcore, e condannata in via definitiva.

“Mentre l’attacco a un ministro da parte dell’opposizione può essere anche comprensibile e prevedibile, quello che ho trovato indecoroso e intollerabile è stato proprio l’attacco al Capo dello Stato”, ha continuato. “Avevo letto tutti gli atti” e “si capiva benissimo che era tutto regolare. Però bene e doverosamente ha fatto il Quirinale a chiedere a noi un supplemento di istruttoria”, ha continuato Nordio ricordando che “le indagini si fanno attraverso la procura generale. Così è stato e, dopo quasi un mese di intensa e molto competente indagine, i risultati sono quelli che avete visto“.

Per Nordio, la vicenda sarebbe ormai archiviata. “A questo punto la questione è risolta, forse ci sarà qualche piccolo seguito di istruttoria ma credo che sia risolta“, ha affermato. E ha riservato parole particolarmente dure al Partito democratico, che aveva chiesto le dimissioni del ministro sulla gestione della pratica anche se solo dopo la richiesta di chiarimenti del Colle: “Rimane il fatto che è stupefacente come un partito serio come il Pd sia caduto nel tranello di queste sconsiderate accuse che si sono rivelate infondate e che ora penso li stiano coprendo di ridicolo”. Le parole del ministro arrivano al termine di una vicenda che, però, ha avuto una genesi più complessa di quanto oggi lasci intendere il governo.

La grazia a Nicole Minetti era stata concessa da Sergio Mattarella nel febbraio scorso per ragioni umanitarie legate alle condizioni di salute del figlio adottivo della ex consigliera regionale. Successivamente un’inchiesta del Fatto Quotidiano aveva sollevato dubbi su alcuni degli elementi contenuti nell’istanza di clemenza, a partire dalla procedura di adozione del minore in Uruguay e da altri aspetti della situazione personale dell’ex collaboratrice di Silvio Berlusconi.

Le rivelazioni avevano provocato la reazione del Quirinale con la richiesta al ministero della Giustizia e agli uffici competenti ulteriori verifiche sulla fondatezza delle informazioni emerse sulla stampa, per accertare che non vi fossero state falsità o omissioni nella pratica che aveva portato alla concessione della grazia.

Da quel momento la Procura generale di Milano ha svolto accolto le indagini difensive e svolto approfondimenti, ritenendo di aver verificando la regolarità dell’adozione, le condizioni sanitarie del bambino (affetto da una patologia curabile in Italia) e l’assenza di procedimenti giudiziari a carico di Minetti all’estero. Al termine degli accertamenti, i magistrati hanno concluso che non erano emersi elementi tali da mettere in discussione il provvedimento di clemenza. Sulla base di queste conclusioni, il Quirinale ha fatto sapere di non ravvisare motivi per una rivalutazione della grazia e ha confermato la fiducia nell’operato della magistratura.

È a questo punto che Nordio ha scelto di trasformare la chiusura dell’istruttoria in una polemica politica. Secondo il ministro, le accuse rivolte alla gestione del dossier si sarebbero rivelate infondate e avrebbero finito per coinvolgere impropriamente il presidente della Repubblica. Senza gli articoli del Fatto Quotidiano e senza i dubbi sollevati dalla stampa, non ci sarebbe stata la richiesta di nuovi accertamenti da parte del Quirinale. Ed è stato proprio Mattarella, non l’opposizione, a ritenere necessario un supplemento di verifiche su una pratica che portava la sua firma. Accertamenti che alla fine avrebbero confermato la correttezza formale della procedura, ma che hanno trasformato una grazia concessa nel più assoluto riserbo in uno dei casi politici più discussi degli ultimi mesi.

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Caso Minetti, noi contro il muro di gomma. Rivedi la diretta con Peter Gomez e Antonello Caporale

Caso Minetti, noi contro il muro di gomma. Rivedi la diretta con il direttore del Fattoquotidiano.it, Peter Gomez, e il giornalista Antonello Caporale

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Per me il caso Minetti ha evidenziato la distanza siderale tra il Fatto Quotidiano e gli altri giornali

di Angelo Palazzolo

La vicenda della grazia a Nicole Minetti per me ha evidenziato, se ancora ce ne fosse bisogno, la distanza siderale tra il Fatto Quotidiano e gran parte dell’informazione italiana. Non parlo del Foglio, del Giornale o del Secolo d’Italia, quotidiani che di tanto in tanto leggo sia perché la pluralità dell’informazione è un valore oltre che un metodo in sé, sia perché adoro provare l’ebbrezza del vuoto: la vertigine provocata da parole altisonanti e prive di sostanza, da discorsi contorti costruiti per difendere sempre la stessa parte politica. Discorsi che hanno la forma del logos, ma che quasi sempre si risolvono in falsi sillogismi o in allusioni volutamente vaghe, perché, se scendessero nel concreto, si dissolverebbero come bolle di sapone.

No, parlo dei quotidiani storici del nostro Paese: il Corriere della Sera, la Repubblica, la Stampa. Quotidiani che incarnano un’informazione istituzionale che i più benevoli definiscono “moderata”, ma è una moderazione che rifuggo e rifiuto. Non c’è nulla di moderato nel rispetto incondizionato verso un’istituzione, una carica o un’autorità. Ciò che vi scorgo è piuttosto un’indole pavida, che non si mette di traverso, non contesta, non si espone e preferisce allinearsi.

Mi riferisco al rapporto di totale riverenza, se non di sudditanza, che la stampa italiana intrattiene nei confronti del Presidente della Repubblica. Se una cosa è bianca ma Mattarella dice che è nera, allora diventa nera. Se Mattarella paragona la Russia al Terzo Reich e la Russia contesta quel paragone, si parla di un “vergognoso attacco della Russia al PDR”. Se Mattarella, in ogni occasione possibile, attribuisce alla Russia tutti i mali del nostro tempo e la Russia, di conseguenza, lo definisce russofobo, ecco un altro attacco ingiustificato. D’altro canto, se parlando di Israele Mattarella non ricorre mai a espressioni come “Terzo Reich”, è perché la moderazione e il senso delle istituzioni – in certi casi – valgono ancora.

In questo desolante contesto, in cui la verità dei fatti viene sistematicamente piegata alle convenienze politiche e in cui manca il coraggio di usare le parole giuste quando sono scomode, elogio il carattere del Fatto Quotidiano. Un giornale che prima mette in discussione la grazia a Nicole Minetti, entrando nel merito e nel metodo dell’iter che ha portato alla sua concessione, e costringe la Presidenza della Repubblica a chiedere un supplemento d’indagine al Ministero della Giustizia; poi, quando quel supplemento d’indagine — affidato allo stesso soggetto coinvolto nella vicenda contestata — conclude, prevedibilmente, di aver agito correttamente, insiste nell’evidenziarne le palesi incongruenze, le inesattezze e le lacune.

Il carattere del Fatto Quotidiano non consiste soltanto nel coraggio di andare controcorrente. È anche resilienza, consapevolezza e sicurezza di chi sa di svolgere il proprio lavoro senza dover rendere conto a nessuno. Il Fatto non ha politici o istituzioni da compiacere, non ha interessi editoriali da tutelare e rinuncia persino al finanziamento pubblico che gli spetterebbe, proprio per rivendicare la propria libertà e fare informazione nell’esclusivo interesse dei lettori.

Non è un caso che gli scoop e le notizie più scomode pubblicate dal Fatto colpiscano trasversalmente gli schieramenti politici, con una particolare attenzione per i governi di turno. Basti pensare alle inchieste sul “giglio magico” ai tempi di Renzi, prova dell’indifferenza del Fatto verso il potere. Allo stesso modo, non teme la “lesa maestà”, come dimostra il caso in esame, né ha esitato a criticare quello che ritengo il politico-tecnico più sopravvalutato di sempre: Draghi.

Così come non si preoccupa di dare spazio a chi viene silenziato o isolato — il professor Orsini, il generale Mini, l’ambasciatrice Basile, il professor Canfora e altri — per aver espresso opinioni difformi rispetto a un’informazione mainstream che, troppo spesso, sembra avere più padroni occulti che lettori. Meno male che il Fatto c’è!

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Grazia a Minetti: perché la legge lascia discrezionalità?

di Roberto Celante

Il procedimento di concessione della grazia è regolato dal codice di procedura penale, cioè dalla stessa legge che regola lo svolgimento del processo penale, comprese le modalità di acquisizione delle prove durante le indagini. Ci si aspetterebbe, quindi, che anche la ricognizione dei presupposti per la concessione della grazia fosse normata con la stessa precisione ed il medesimo rigore.

Invece, si resta perlomeno perplessi quando, leggendo il secondo comma dell’art. 681 c.p.p., che disciplina i “provvedimenti relativi alla grazia”, si giunge alla seguente disposizione: “Se il condannato non è detenuto o internato, la domanda può essere presentata al predetto procuratore generale, il quale, acquisite le opportune informazioni, la trasmette al ministro con le proprie osservazioni”.

Qual è il problema di fondo? È che “le opportune informazioni” attribuiscono una tanto evidente, quanto anomala, discrezionalità di giudizio in capo al procuratore generale. Perché anomala? Perché il pm, in ogni indagine su un reato, deve acquisire tutti gli elementi di prova, sia a carico che a discarico dell’indiziato, per valutare se proporre al gip il rinvio a giudizio o l’archiviazione, cioè non può tralasciare niente, non può considerare utili soltanto determinati elementi, selezionandoli tra tutto ciò che l’indagine gli ha messo a disposizione e inserire nel fascicolo solo quelli, in quanto solo quelli avvalorano le proprie sensazioni e i propri presentimenti. Eppure un comportamento del genere, che non è concepibile in un’indagine penale, sarebbe astrattamente possibile in un procedimento di concessione della grazia.

Queste righe non intendono giudicare il caso specifico, cioè il lavoro svolto dalla procura generale di Milano nel caso Minetti, né in occasione della valutazione svolta a seguito della domanda di grazia, né per il supplemento di indagine chiesto dal Presidente della Repubblica, perché le due istruttorie, su cui si fondano i pareri, non sono atti accessibili al pubblico: è impossibile commentare ciò che non si conosce.

Per lo stesso motivo, Thomas Mackinson del Fatto Quotidiano ha svolto un’inchiesta giornalistica: ha raccolto documenti e testimonianze, li ha valutati (improbabile che l’abbia fatto con assoluta leggerezza, considerando le possibili conseguenze legali), li ha ritenuti verosimili e, in accordo con il proprio direttore, li ha pubblicati.

E le notizie raccolte sono state pubblicate non per diffamare Nicole Minetti, non per delegittimare o far revocare il provvedimento di grazia, ma per fare giornalismo; cioè, in tal caso, per permettere all’opinione pubblica di valutare se sia opportuno che l’attuale iter per la concessione della grazia non sia rigoroso come le modalità di acquisizione delle prove durante le indagini. In altre parole, se sia opportuno che un procedimento che può arrivare ad una condanna penale sia normato per filo e per segno dalla legge, mentre per un procedimento che può cancellare quella stessa pena ci sia a monte una valutazione discrezionale sull’opportunità di talune informazioni e l’irrilevanza di talaltre. Se sia opportuno, in ultima analisi, che sui presupposti di un procedimento di concessione della grazia si possa astrattamente dubitare di un difetto di istruttoria, per l’eventuale valorizzazione di sensazioni e presentimenti (anche eventualmente a sfavore del reo), che invece sono estromessi dalla normativa che regola le indagini sui reati.

Il mio parere è proprio questo: non è opportuna questa differenza nei due iter e l’art. 681 c.p.p. andrebbe modificato di conseguenza. Perché entrambi gli iter attengono a provvedimenti sulla libertà delle persone e quindi per entrambi dovrebbe essere garantita la medesima rigorosità, chiunque sia la persona della cui libertà si tratta, perché questo è l’unico modo per contemperare la possibilità di concedere la grazia (art. 87 Cost.), con il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge (art. 3 Cost.).

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Caso Minetti, Travaglio a Mieli: “I giornalisti esistono per dubitare delle verità ufficiali, non per fotocopiarle”. Su La7

Botta e risposta a Otto e mezzo (La7) tra Paolo Mieli e Marco Travaglio sul caso della grazia concessa da Mattarella a Nicole Minetti. L’editorialista del Corriere della Sera e il direttore del Fatto Quotidiano si confrontano sulla decisione della Procura Generale di Milano, guidata dalla procuratrice generale Francesca Nanni, che ha confermato il proprio parere positivo alla grazia dopo le verifiche chieste dal Quirinale. Nella sua nota ufficiale, Nanni ha scritto che “i fatti riportati nelle notizie di stampa” (quelle pubblicate dal Fatto Quotidiano) “non corrispondono al vero”.

Mieli, pur riconoscendo la validità dell’inchiesta del Fatto, invita Travaglio a prendere atto delle verifiche istituzionali: “Quando un giornale, a meno che non vada avanti per partito preso, ha di fronte un insieme di persone, cioè giudici, poliziotti, carabinieri, capo dello Stato, che ribadiscono il punto, devi prenderne atto“.
Ti piacerebbe – replica ironicamente il direttore del Fatto – Quello è l’ipse dixit, noi giornalisti esistiamo per dubitare delle verità ufficiali, non per fotocopiarle“.
Mieli insiste: “Andare avanti per partito preso non è un buon modo, ci deve essere una volta in cui riconosci che il risultato di una decisione del capo dello Stato ti dà torto e fai il signore”.
“Ma neanche per sogno – ribadisce Travaglio, che cita la procuratrice generale Francesca Nanni, autrice della nota che ha smentito le rivelazioni del Fatto – Vorrei vedere te se avessi intervistato una persona con tutti i riscontri fatti prima di pubblicare l’intervista e ti sentissi dire da una che manco l’ha sentita e che ha l’insegna di Procura Generale di Milano che sei un falsario. Vorrei un po’ vedere se faresti pippa o se risponderesti come si merita questa signora”.

Mieli commenta: “No, falsario non me lo prenderei, però lascerei passare un giorno dai, secondo me si fa miglior figura”.
“Ma io non faccio passare un minuto”, replica il direttore del Fatto.
“Ma ti è mai capitato una volta di dire che questa cosa dà torto a una tesi che io sostenevo e ne prendo atto? Punto”, chiede Mieli.
“Se avevo torto, sì – risponde Travaglio – Io ho fatto il mio mestiere: ho pubblicato un’intervista a una persona reale con nome e cognome che la Procura Generale non ha voluto sentire perché contraddiceva quello che aveva deciso”.

Mieli rilancia: “Ma allora perché Mattarella ha fatto riaprire il caso? Bastava che non dicesse niente e basta”.
“Perché ha letto le notizie del Fatto Quotidiano – spiega il direttore – Dato che sa che non siamo dei falsari ma che raccontiamo cose vere, si è preoccupato e si è affidato alla Procura Generale. Il caso però è stato affidato allo stesso magistrato che aveva deciso la prima volta. Abbiamo appena votato addirittura per separare le carriere, ma non potevano almeno affidare il caso a un magistrato diverso da quello che aveva firmato il primo parere? Hanno chiesto a quello che ha firmato il parere se il suo parere era buono”.
“Ma allora, avendo preso Mattarella questa cosa per buona, è ingenuo e sprovveduto?”, chiede provocatoriamente Mieli.
“Secondo me, è un amante del pericolo – risponde Travaglio – è un uomo che nonostante la sua fama di prudenza è uno spericolato, perché il rischio a cui va incontro con un caso così spinoso, con dei peperini come i personaggi di cui stiamo parlando e con le notizie che continuano ad arrivarci dall’Uruguay, dove basta tendere l’orecchio per sapere quello che succedeva, secondo me è un amante del brivido”.

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Caso Minetti, scontro Bocchino-Travaglio. “Il Fatto chieda scusa”. “Pretendi di dare lezioni di giornalismo, non so da quale cattedra”. Su La7

Scontro acceso a Otto e mezzo (La7) tra Italo Bocchino e Marco Travaglio sul caso della grazia concessa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Nicole Minetti.
L’ex parlamentare del Pdl attacca frontalmente il direttore del Fatto Quotidiano: “Penso che Il Fatto dovrebbe chiedere scusa. Io non ho simpatia per Nicole Minetti, però tutti possono redimersi. Intanto, è il fondamento dell’inchiesta che non mi convince. Poi ci sono dei dati che sono falsi”.
Bocchino contesta anche l’attendibilità della principale testimone intervistata dal Fatto, che secondo lui avrebbe parlato per dispetto dopo essere stata licenziata da Cipriani. E aggiunge: “La Procura l’ha sentita perché non era possibile la rogatoria e poi perché lei stessa aveva parlato di una fragilità della sua tesi, si era contraddetta”
Travaglio scoppia a ridere e commenta: “Ma cosa stai dicendo?”.
Il direttore del Secolo d’Italia rincara: “È stato addirittura fatto per credere al lettore che fosse stata uccisa l’avvocatessa che seguiva i genitori che volevano tenere il bambino. Quando si fanno queste inchieste, mandi là un inviato che si affida a un giornalista del posto, e quindi probabilmente qualcuno ha pasticciato. Uno chiede scusa rispetto ai pasticci”.

Tranchant la replica di Travaglio: “Il racconto fantasy di Bocchino è strepitoso almeno quanto la sua pretesa di dare lezioni di giornalismo, non so da quale cattedra. Non c’è nulla di vero in quello che ha raccontato. Noi non ci siamo mai affidati a giornalisti locali. Noi ci affidiamo a giornalisti del Fatto Quotidiano che verificano scrupolosamente quello che scrivono e quindi per smentirli bisogna sentire le stesse persone e fare le indagini”.
E aggiunge una bordata alla Procura Generale di Milano: “Se non fai le indagini perché sostieni di non poterle fare, non dici che quello che Il Fatto Quotidiano ha scritto è falso e che quello che sostengono le indagini difensive è vero, perché io non ho mai visto un magistrato prendere i testimoni della difesa per oro colato. Qui invece manca l’altra parte, questo è il problema. Ma per me possono darle pure la beatificazione, possono dedicarle pure l’aeroporto di Malpensa, visto che l’aeroporto di Linate è già impegnato dal suo ex principale: a me non interessa”.

Il direttore del Fatto ribadisce: “Quello che è offensivo è dire che noi abbiamo scritto cose false, mentre le cose che abbiamo scritto non sono smentibili. E quelle che la Procura smentisce non c’entrano niente con la grazia. Circa la storia dell’avvocata bruciata viva, noi non abbiamo mai detto che sia stata ammazzata da persone di questo caso. Noi abbiamo parlato dei due capisaldi della grazia che sono farlocchi: l’esigenza di fare espatriare la Minetti perché il figlio poteva essere curato soltanto in America e il fatto che, dopo avere mollato Berlusconi ed essersi messa con Cipriani, avesse cambiato vita e mestiere. Abbiamo plurime testimonianze del fatto che non è vero”.
E sottolinea: “Tutto il resto è fuffa per confondere le acque, perché non si possono smentire coloro che sono stati chiamati a smentirsi. Se fosse un procedimento penale normale, non sarebbe lo stesso procuratore generale a decidere se il suo parere primigenio era buono o meno. Qui – conclude – abbiamo una serie di osti che chiedono fra di loro se il vino è buono e tutti si rispondono che il vino è buono. È un complotto? No, è umano, devono salvarsi tutti la faccia e quindi c’è una enorme convergenza di interessi a darsi tutti ragione per non dover smentire una decisione scriteriata che è stata presa “a umma a umma” il 18 febbraio 2026″.

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Caso Minetti, Travaglio: “La Procura non può accusare il Fatto di falso, è diffamazione. Si rimangino tutto e ci chiedano scusa o li denunciamo”. Su La7

“Possono anche raccontare che gli asini volano, ma l’unica cosa che la Procura Generale non può fare è accusare il Fatto Quotidiano di falso, perché questa è una diffamazione. E non possono farlo perché non hanno sentito le persone che abbiamo sentito noi. Quella cosa lì se la rimangiano e ci chiedono scusa, altrimenti li denunciamo“. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo (La7) dal direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, sul caso della grazia concessa a Nicole Minetti e sulle verifiche della Procura Generale di Milano che ha smentito l’inchiesta del quotidiano.

Il direttore sottolinea: “Continueremo a lavorare su questa vicenda invereconda per dare delle notizie. Non sta a noi del Fatto Quotidiano dare o togliere le grazie. Le grazie le danno o le tolgono eventualmente quelli che ne hanno la competenza. Noi ci siamo semplicemente occupati di una grazia che non stava né in cielo né in terra – continua – Abbiamo fatto interviste a testimoni che hanno smontato punto per punto il parere favorevole alla grazia dato a gennaio dalla Procura Generale di Milano. Abbiamo offerto ai nostri lettori delle notizie: intanto che era stata concessa la grazia, visto che il Quirinale se l’era inguattata. Abbiamo fatto interviste che non possono essere smentite per la semplice ragione che i testimoni che noi abbiamo intervistato non sono stati sentiti dai magistrati“.

Travaglio aggiunge: “Non so se avete letto il tragicomico comunicato della Procura Generale di ieri che dice che l’intervista alla massaggiatrice che lavorava a casa di Cipriani non è vera, perché è stata smentita dalle indagini difensive. Cioè praticamente tu affidi le indagini sulla Minetti alla Minetti, agli avvocati della Minetti e ai testimoni che hanno trovato gli avvocati della Minetti. È l’oste che dice che il vino è buono, ma va benissimo. Noi abbiamo un inviato in loco – prosegue e continueremo a documentare che i due presupposti alla origine della grazia non ci sono: che Minetti ha cambiato vita e che sottrarla ai servizi sociali che le avrebbero tolto il passaporto avrebbe pregiudicato il trasporto del bambino malato all’unico ospedale al mondo che poteva curarlo”.

Circa la richiesta di risarcimento danni pari a 250 milioni di euro avanzata da Minetti e Cipriani contro Il Fatto, Travaglio precisa: “Mi occuperò di fare causa anch’io a quelli che hanno diffamato noi, così vediamo chi vince. Se bastasse chiedere dei soldi per ottenerli, saremmo tutti lì che li chiediamo. Non basta chiedere dei soldi per ottenerli: di solito chi fa richieste di soldi per liti temerarie non solo non li incassa ma li sborsa”.

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Caso Minetti, il comunicato del Quirinale: “Mattarella ha preso atto delle conclusioni della Procura. Nessun motivo per rivalutare la grazia”

La grazia a Nicole Minetti resta. “Non ci sono motivi per rivalutarla”. È questa la presa di posizione di Sergio Mattarella in un comunicato ufficiale della Presidenza della Repubblica, dopo gli accertamenti sollecitati dallo stesso Quirinale in seguito agli articoli del Fatto Quotidiano. La decisione del Capo dello Stato era attesa alla luce di quanto prodotto dalla Procura Generale di Milano, che mercoledì aveva chiuso le porte concludendo al termine della nuova istruttoria – e citando le indagini difensive della stessa ex consigliera regionale lombarda e del suo compagno Giuseppe Cipriani, senza considerare la testimonianza di una massaggiatrice che aveva parlato con Il Fatto – che il quadro era rimasto invariato rispetto al primo parere: nessun festino con escort e droga nel ranch uruguaiano della coppia, ma solo incontri conviviali.

“L’Autorità Giudiziaria competente ha condotto gli accertamenti, richiesti dalla Presidenza della Repubblica e sollecitati dal Ministero della Giustizia, sulla asserita infondatezza delle condizioni che hanno portato alla concessione della grazia alla signora Minetti”, ricorda il Quirinale parlando di “accurate verifiche in ogni direzione necessaria” attraverso polizia e Interpol “giungendo alla conclusione” che le notizie alla base dei dubbi del Fatto “non corrispondono al vero”. Il presidente della Repubblica “ringrazia” il ministero della Giustizia per aver “sollecitamente provveduto” a disporre gli accertamenti e spiega di aver “preso atto con rispetto delle conclusioni della Procura Generale di Milano, in base alle quali non si ravvisano motivi per una rivalutazione del provvedimento di clemenza adottato, ribadendo la propria fiducia nella magistratura”.

Il comunicato del Quirinale prosegue con una rivendicazione: “Da oltre undici anni, quando una domanda di grazia è accompagnata dal parere favorevole degli organi giudiziari competenti”, il presidente la “concede abitualmente” e lo fa “senza farsi influenzare da considerazioni estranee alle finalità umanitarie della grazia”. In particolare, il riferimento è alle critiche sulla “segretezza” del provvedimento. Nel caso di Minetti, il Quirinale “non si è discostato dai comportamenti abituali, senza alcuna inconsueta segretezza: nella maggior parte dei casi di concessione di grazia non viene emesso comunicato, in ragione della presenza di dati sensibili – malattie, vicende e relazioni familiari, coinvolgimento di bambini e altri aspetti delicati – che vanno doverosamente tenuti al riparo da forme di divulgazione”. Durante il mandato presidenziale in corso, conclude il Colle, “da oltre quattro anni sono state concesse 42 grazie: per 12 di esse vi è stato un comunicato che le ha rese note, mentre non vi è stato comunicato per 30 casi perché questi coinvolgevano dati sensibili. La Presidenza della Repubblica – conclude la nota – osserva il rispetto del divieto della loro diffusione”.

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Caso Minetti, Gomez: “Mai vista un’indagine per stabilire se qualcuno ha detto il vero e poi non viene interrogato”

“In tutta la mia carriera non avevo mai visto un’indagine che si fa per stabilire se” una persona “ha detto ad un giornale o in tv delle cose vere e poi non viene interrogato“. A parlare è Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it e condirettore del Fatto Quotidiano, intervistato da Giorgio Lauro e Nancy Brilli a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1. Il tema è la relazione conclusiva della Procura generale di Milano sulla nuova istruttoria che ha rivalutato l’iter che ha portato al provvedimento di grazia per l’ex consigliera regionale Nicole Minetti.

Gomez sottolinea che nel comunicato della procura generale “si scrive che non è stata fatta la rogatoria, perché non si poteva fare, quindi non hanno sentito la testimone che noi abbiamo intervistato”. “Non hanno fatto altri atti di indagine, se non appoggiandosi all’Interpol, ma hanno stabilito sulla base delle indagini difensive, e di qualcuno che hanno sentito, che non è vero quello che ha detto a noi la testimone”.

Continua il direttore de ilfatto.it: “Noi non facciamo le inchieste per far revocare qualcosa, noi abbiamo fatto un’inchiesta per raccontare una storia alla luce di un fatto preciso. La decisione di graziare Nicole Minetti ha provocato un enorme sconcerto dell’opinione pubblica perché è una decisione che è stata scoperta per caso perché è stata tenuta segreta inizialmente per motivi legati alla presenza di un minore. Dopodiché abbiamo avuto delle notizie, le abbiamo raccontate con nome e cognome e prendiamo atto che le notizie che abbiamo raccontato non vengono considerate vere senza sentire la fonte da cui provengono. Curioso”. Ad ogni modo, assicura Gomez, “le inchieste del Fatto non finiscono qui”.

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“Niente rogatoria sulla testimone”. Grazia a Nicole Minetti, la procura generale di Milano conferma il parere e smentisce il Fatto Quotidiano

La Procura generale di Milano non cambia idea e dopo la richiesta del Quirinale su nuovi accertamenti in seguito agli articoli del Fatto quotidiano, oggi ha confermato il suo parere positivo alla richiesta di grazia di Nicole Minetti. Secondo parere, perché il primo aveva portato alla concessione della grazia all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi nel febbraio scorso. Qui ora, però, c’era da rimettere sul tavolo una complessa istruttoria dopo le rivelazioni del Fatto soprattutto sullo stile di vita di Nicole Minetti che, stando alle testimonianze raccolte, non era affatto cambiato rispetto alle cene eleganti di Arcore.

Nella sua richiesta di grazia, invece, l’ex olgettina spiegava di aver tagliato con quel passato che gli era costato una condanna a tre anni per favoreggiamento alla prostituzione e peculato. “Dagli accertamenti svolti – scrive la Procuratrice generale Francesca Nanni – risulta che i fatti riportati nelle notizie di stampa dalle quali ha tratto origine il presente supplemento di attività non corrispondono al vero e che non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito e in base al quale sono state assunte le determinazioni da parte delle Autorità competenti nell’iter procedimentale nella concessione della grazia”. Dopodiché la Procura generale rispetto alla testimonianza della massaggiatrice uruguaiana che al Fatto ha raccontato di feste ed escort gestire da Minetti nel ranch a Punta dell’Este del compagno Giuseppe Cipriani, ha spiegato che “non si è proceduto ad accertamenti mediante rogatoria internazionale in quanto il trattato di cooperazione giudiziaria in materia penale tra Italia e Uruguay ratificato con legge n. 45 del 22 aprile 2022, è finalizzato all’acquisizione di prove o elementi di prova nel corso di un procedimento penale”.

In questo caso, né in Italia né in Sudamerica è incardinato un fascicolo su Minetti. Prosegue poi la Pg: “Contrariamente a quanto riportato sul Fatto quotidiano risulta che il decesso in circostanze non chiare non riguarda il legale dei genitori del figlio adottivo ma si tratta del legale di quest’ultimo, favorevole all’adozione, nel cui procedimento non vi è stata alcuna battaglia legale, non essendosi costituiti i genitori naturali, rappresentati dal difensore d’ufficio ed essendo risultata da sempre irreperibile la madre biologica del minore”. Inoltre, secondo la Pg, “non emergono irregolarità nel procedimento di adozione riconosciuto in Italia dal Tribunale per i Minorenni di Venezia”.

Sul fronte di possibili nuovi fascicoli a carico di Minetti e del compagno Cipriani, le attività di indagini delegate al Nucleo operativo dei carabinieri di Milano e all’Interpol, hanno verificato che “non vi sono segnalazioni di reato o pendenze giudiziarie o coinvolgimento in inchieste di alcuna natura in Uruguay e in Spagna”. Inoltre “risultano smentite da numerose dichiarazioni assunte in sede di indagini difensive, nonché dalle dichiarazioni rese ai Carabinieri da persone informate sui fatti, le affermazioni circa feste con droga e sesso a cui avrebbe preso parte Nicole Minetti negli ultimi anni, affermazioni rese originariamente al Fatto Quotidiano dalla massaggiatrice, dapprima con modalità anonime e in seguito con indicazione del proprio nominativo”.

Infine sulla questione sanitaria riguardo allo stato di salute del bambino uruguaiano adottato dalla coppia, la Procura generale ha una posizione netta: “E’ confermato il grave quadro sanitario del minore in cura al Boston Children’s Hospital, oltre che in Italia”. Resta poi documentato “il volontariato in Italia e la presenza pressochè stabile di Nicole Minetti a far tempo dal gennaio 2024 e per tutto il 2025”. Chiusa in questo modo l’istruttoria la Procuratrice generale Francesca Nanni e il sostituto Gaetano Brusa, entrambi titolari del primo parere positivo, hanno inviato il dossier al ministro di Giustizia Carlo Nordio “al fine di consentire al ministero e alla Presidenza della Repubblica di assumere le determinazioni di rispettiva competenza”.

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