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L’algoritmo e l’umanesimo. Perché il discorso del Nunzio Caccia a Washington parla al cuore del potere globale

Oltre 400 tra responsabili politici, dirigenti del settore tecnologico, accademici e funzionari pubblici si sono riuniti a Washington il 3 giugno per la seconda edizione degli AI Honors organizzati dal Washington AI Network. Presentato come “l’unico gala in black tie della capitale americana dedicato all’intelligenza artificiale”, l’evento ha riunito esponenti del governo, dell’industria e del mondo della ricerca per premiare alcune delle personalità che stanno contribuendo a plasmare il futuro della tecnologia.

In questo contesto, la presenza dell’Arcivescovo Gabriele Caccia, da poche settimane Nunzio Apostolico negli Stati Uniti, non è passata inosservata. La sua partecipazione ha richiamato un dato sempre più evidente: l’intelligenza artificiale non è più una discussione confinata ai laboratori di ricerca, alle aziende tecnologiche o alle agenzie governative. È diventata una questione che coinvolge un numero crescente di istituzioni interessate alle implicazioni sociali, culturali e umane del cambiamento tecnologico. Tra queste dinamiche, il Vaticano vuole avere il suo spazio.

Caccia ha utilizzato l’occasione per presentare una delle priorità emergenti del pontificato di Leone XIV: garantire che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale rimanga ancorato alla dignità della persona e orientato al bene comune.

Al centro del suo intervento vi era la “Magnifica Humanitas”, la prima enciclica di Papa Leone XIV, pubblicata il 15 maggio scorso. Portare questo documento in una platea dominata da discussioni sull’innovazione, sulle politiche tecnologiche e sul futuro dell’intelligenza artificiale rappresenta un segnale della volontà della Santa Sede di partecipare a un dibattito che va assumendo una portata sempre più ampia e trasversale.

Uno dei temi nevralgici del suo discorso è stato il rapporto tra le grandi trasformazioni tecnologiche e le conseguenze che esse producono sul piano sociale ed etico. Richiamando l’eredità della Rerum Novarum di Leone XIII, pubblicata nel 1891 nel pieno delle trasformazioni della Rivoluzione Industriale, Caccia ha sottolineato alcuni parallelismi con le sfide poste oggi dall’intelligenza artificiale.

Se la Rivoluzione Industriale costrinse le società dell’epoca a confrontarsi con questioni legate al lavoro, al capitale e alla giustizia sociale, la rivoluzione dell’IA solleva nuovi interrogativi sul ruolo della persona, sulla responsabilità e sul rapporto tra uomo e tecnologia. In entrambi i casi, il punto centrale non è l’innovazione in sé, ma il modo in cui le società decidono di governarne gli effetti.

L’Arcivescovo ha inoltre evidenziato come l’intelligenza artificiale richieda il contributo di una pluralità di attori e non possa essere guidata da una sola categoria di esperti. “Questo stesso incontro rappresenta ciò che Papa Leone invoca nella sua recente enciclica Magnifica Humanitas: un documento condiviso che coinvolge molti settori della società”, ha affermato Caccia. “Il futuro di questa tecnologia non può essere guidato da un solo ambito. Ha bisogno della scienza e della politica, dell’impresa e del servizio pubblico, dell’etica e della fede”.

Si tratta di un passaggio che spiega bene la presenza della Santa Sede in un appuntamento come gli AI Honors. Nella prospettiva vaticana, l’intelligenza artificiale è molto di più di una questione tecnologica: Oltretevere c’è la consapevolezza di quanto sia un tema che tocca la società nel suo insieme, con implicazioni che attraversano la politica, l’economia, l’istruzione, la cultura, le relazioni umane e i conflitti.

Per questo il messaggio di Caccia si è concentrato sui principi che dovrebbero accompagnarne lo sviluppo, spostandosi dalla miope, anacronistica critica al progresso tecnologico. “Fin dall’inizio e in ogni fase, lo sviluppo e l’applicazione dell’intelligenza artificiale devono essere guidati dalla dignità della persona umana e dal bene comune della famiglia umana”, ha affermato.

Sono temi che negli ultimi anni hanno assunto un peso crescente nelle riflessioni della Santa Sede sulle tecnologie emergenti e che la Magnifica Humanitas sembra destinata a consolidare nel nuovo pontificato, cristallizzando l’AI come sfida totale del nostro secolo. L’enciclica rappresenta infatti un tentativo di affiancare alle discussioni sull’innovazione e sulle opportunità economiche una riflessione più ampia su etica, morale, responsabilità e sviluppo umano.

In un dibattito spesso dominato da considerazioni sulla competitività, sulla regolazione e sul vantaggio strategico, l’intervento di Caccia ha proposto una prospettiva diversa. Non una riflessione sulle capacità degli algoritmi o sulla potenza di calcolo, ma sulle finalità che dovrebbero guidarne l’impiego.

Il significato della sua presenza a Washington risiede nell’affermare la volontà della Chiesa di contribuire a una discussione destinata a influenzare sempre più la politica, l’economia e la vita pubblica. Portando il messaggio della Magnifica Humanitas a uno dei principali appuntamenti americani dedicati all’AI, Caccia ha segnalato che la Santa Sede intende essere parte di questa conversazione.

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Guerra robotica con caratteristiche cinesi. Pechino mostra la sua AI militare

Nel deserto della Mongolia Interna, tra veicoli corazzati, droni tattici e robot quadrupedi, la Cina ha offerto una delle rappresentazioni più concrete di ciò che i suoi strateghi definiscono intelligentized warfare. Durante le esercitazioni Steppe Partner 2026 con la Mongolia, soldati, sistemi autonomi ed elementi di comando assistiti dall’intelligenza artificiale hanno operato come parti di un unico ecosistema. Pechino sta cercando di dimostrare che l’integrazione tra uomini, macchine e algoritmi non appartiene più ai laboratori o alle fiere tecnologiche, ma sta entrando nella pianificazione operativa delle forze armate.

La dimostrazione arriva in una fase in cui l’Indo-Pacifico si sta rapidamente adattando alla trasformazione tecnologica del settore della difesa. Taiwan ha presentato nuove piattaforme robotiche per missioni di sorveglianza e supporto armato. Gli Stati Uniti continuano a rafforzare la propria architettura di deterrenza nella regione. Il Giappone accelera il dibattito sul riarmo. Il Vietnam amplia la cooperazione militare con Washington. La competizione non riguarda più soltanto flotte, missili e basi militari. Sempre più spesso riguarda la capacità di integrare sensori, software, robotica e sistemi decisionali.

La modernizzazione cinese produce effetti che vanno ben oltre il campo di battaglia. Un’inchiesta del New York Times ha descritto lo sviluppo, da parte di aziende legate all’apparato di sicurezza cinese, di sistemi di intelligenza artificiale progettati per analizzare enormi quantità di dati personali e identificare individui potenzialmente problematici dal punto di vista politico. Il passaggio più significativo è quello dalla sorveglianza alla previsione. L’obiettivo non sarebbe soltanto individuare un comportamento ritenuto rischioso, ma anticiparlo.

Una dinamica che conferma come l’AI possa diventare un’infrastruttura di potere capace di attraversare sicurezza interna, governance e pianificazione strategica. Le stesse tecnologie che promettono di coordinare sistemi autonomi sul campo di battaglia possono essere utilizzate per classificare, monitorare e interpretare il comportamento delle società.

Allo stesso tempo, la traiettoria cinese appare più complessa di quanto suggerisca la narrativa di una crescita guidata esclusivamente dallo Stato. Secondo un’analisi pubblicata da War on the Rocks, dietro l’ascesa di aziende come DeepSeek, Alibaba o ByteDance esiste una competizione estremamente aggressiva tra imprese, governi provinciali e centri di ricerca. In Cina esiste persino un termine per descrivere questa dinamica: neijuan, una forma di competizione permanente che spinge gli attori economici a innovare sempre più rapidamente. Pechino continua a orientare il settore, ma spesso si trova anche a incorporare innovazioni generate da un ecosistema che evolve con velocità propria.

È su questo sfondo che assume rilievo l’intervento del Vaticano. A Washington, il nuovo Nunzio Apostolico negli Stati Uniti, Monsignor Gabriele Caccia, ha presentato la Magnifica Humanitas di Leone XIV come una possibile cornice etica per governare l’intelligenza artificiale. Il documento mette in guardia contro la concentrazione di potere, la raccolta massiva di dati e la progressiva delega di decisioni a sistemi algoritmici.

La questione riguarda ormai molto più della tecnologia. La sfida per le democrazie non sarà soltanto tenere il passo dell’innovazione cinese. Sarà dimostrare che velocità tecnologica e accountability politica possono procedere insieme. La Cina sta mostrando come potrebbe apparire una società e una struttura militare profondamente integrate con l’intelligenza artificiale. Resta aperta la domanda su quali limiti accompagneranno questa trasformazione e chi avrà la forza di definirli. Non riguarda soltanto ciò che la tecnologia renderà possibile, ma chi deciderà come utilizzarla.

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L’Ue appoggia il dialogo Kyiv‑Mosca, ma il Cremlino resta ambiguo

Nessuno sa se, dopo quattro anni di guerra, sia finalmente giunto il momento di chiuderla con un vertice tra Putin e Zelensky. Ma intanto è l’Ue a fare un passo deciso verso la strutturazione di un tavolo diplomatico che sia il più largo possibile. Bruxelles sostiene che la lettera aperta di Volodymyr Zelensky a Vladimir Putin è “un’altra dimostrazione dell’Ucraina d’interesse genuino per i negoziati” e “sosteniamo” la richiesta di Zelensky di un incontro. Due le strade percorribili, al momento: l’utilizzo dell’E3 al tavolo dei negoziati o l’appalto “diretto” al mediatore che andrà individuato. Mosca, come è noto, vorrebbe l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, uomo di punta in Gazprom, ma proprio per questa ragione lontano dall’essere super partes.

La lettera aperta

Nella lettera aperta indirizzata al leader del Cremlino, Zelensky aveva chiesto un incontro a Putin nelle stesse ore in cui lo zar si mostrava (per l’ennesima volta) favorevole a nuovi colloqui di pace con l’Ucraina e proponendo come mediatore l’ex cancelliere tedesco. Una mossa che va letta in relazione alla contingenza russa, fatta di soldati in affanno, scarsezza di risorse e mezzi, ma che è stata seguita dal consueto prologo “diplomatico”, con l’attacco a Washington da parte del ministro degli Esteri russo. Serghei Lavrov infatti si è lamentato del fatto che gli Usa non avrebbero rispettato i patti del vertice in Alaska con Donald Trump dello scorso agosto. In parallelo Mosca sarebbe disposta a sedersi al tavolo con l’Unione europea: “La Russia non rifiuta i contatti con la Ue. L’Unione Europea potrebbe aiutare a risolvere la crisi ucraina, ma questa assistenza dovrebbe rientrare negli accordi di Anchorage”, ha precisato lo zar, aggiungendo che Mosca “non è contraria all’adesione dell’Ucraina alla Ue, ma è contraria al fatto che la Ue diventi un blocco militare”.

Bastone, carota, bastone: la tattica russa

Come spesso accade da quattro anni a questa parte, Putin sceglie di usare bastone, carota e poi ancora bastone. Dopo il sì al tavolo diplomatico ha ribadito che le sue truppe avanzano sul campo di battaglia ogni giorno, aggiungendo che le proposte di pace del presidente statunitense potrebbero far cessare i combattimenti se Kyiv fosse disposta a scendere a compromessi. Trump ha detto che sarebbe fantastico se i due leader si incontrassero. Ma le notizie dal campo riportano che l’avanzata russa ha subito un fortissimo rallentamento che ha impedito alla Russia di raggiungere i propri obiettivi militari. La narrazione putiniana però va in senso opposto: “L’offensiva è in corso quotidianamente – ha dichiarato lo zar – Attualmente, la Federazione Russa ha assunto il pieno controllo della Repubblica Popolare di Luhansk, al 100%. E la Russia ha portato sotto il suo controllo oltre l’85% del territorio della Repubblica Popolare di Donetsk. (E) l’80% del territorio della regione di Zaporizhzhia”. Infine una frase che vorrebbe essere una concessione, ma che secondo alcuni analisti cela solo un’altra grande debolezza russa: la Russia non ha ancora utilizzato il suo missile ipersonico Oreshnik contro l’Ucraina in condizioni di combattimento reali, ma lo ha solo testato per osservarne i risultati al fine di prendere decisioni sul suo futuro impiego su vasta scala, anche contro obiettivi urbani. Teatro o realtà?

L’altra lettera

Il giro di missive si completa con quella scritta da 11 Paesi membri dell’Unione europea, preoccupati dai flussi di rifugiati che arrivano in Europa a causa della guerra in Ucraina. A guidare il gruppo i paesi scandinavi, baltici e polacchi, con l’adesione di Repubblica Ceca, Olanda, Islanda e Norvegia (queste ultime extra Ue) che hanno inviato una lettera all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, e al commissario all’Interno, Magnus Brunner. “È preoccupante vedere turisti russi svagarsi sulle spiagge europee mentre missili e droni colpiscono i civili in Ucraina”, osservano, per cui chiedono a gran voce una politica restrittiva e uniforme sui visti per i russi.

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Sir Alex Younger, l’anti James Bond di cui avremmo ancora bisogno

Sir Alex Younger si era detto pubblicamente «combattuto» su James Bond. Il personaggio nato dalla penna di Ian Fleming è stato un ottimo testimonial per il Secret Intelligence Service (o MI6), ma ha anche consolidato stereotipi lontani dalla realtà di chi lavora per l’intelligence di Sua Maestà. Era di questo che parlava circa dieci anni fa, quando da due anni Sir Alex era C, cioè chief, capo di MI6 (nella saga letteraria, invece, è M). E lo sarebbe rimasto per altri quattro anni, diventando il C più longevo degli ultimi cinquant’anni.

Bastava guardarlo camminare e sentirlo parlare per cogliere la distanza con l’Agente 007. È vero che le spie di MI6, o del Service come lo chiamava lui, viaggiano in luoghi lontani e pericolosi. Ma, secondo Sir Alex, una figura sconsiderata e senza scrupoli come James Bond, che infrange la legge a ripetizione, non sarebbe vista di buon occhio all’interno del Servizio. Sir Alex era, o quantomeno appariva, agli antipodi dell’Agente 007. Era certamente un gentleman, ma non spaccone: «piacevole, divertente e modesto, e sembrava piuttosto rilassato», come lo descrive il Times. Il suo modo di parlare era leggero: poche parole, quasi sussurrate, ma dense di contenuto, accompagnate da molti sorrisi. Gli occhi curiosi. La presenza, invece, era discreta. Era «il meglio di MI6», ha scritto il suo successore come C, Sir Richard Moore citando caratteristiche sempre più rare: «grande intelligenza, umiltà, grande determinazione; dietro il suo aspetto affabile, era una persona con grandi valori morali, gentile, divertente e schietta. E una spia eccezionale».

Dietro quella naturalezza c’era anche una difficoltà con cui aveva convissuto per tutta la vita: la dislessia. Ne era abbastanza consapevole da preoccuparsi, in occasione del suo primo discorso pubblico da capo di MI6, che qualche errore potesse finire nelle registrazioni diffuse dai media. Per questo fece distribuire ai media una versione preregistrata dell’intervento. Col tempo sarebbe diventato uno dei comunicatori più efficaci mai passati dal Servizio, convinto che il talento e l’intelligenza assumano forme diverse e che l’intelligence dovesse impegnarsi di più per riconoscerle e valorizzarle.

È morto martedì all’età di 62 anni, ucciso da un tumore alla prostata, che lui aveva ribattezzato “Putin”, su un corpo già segnato dal dolore per ciò che di peggiore può accadere a un genitore: sopravvivere ai propri figli. Sam aveva 22 anni quando, nel 2019, morì in un incidente in moto.

Dopo aver servito nelle Guardie Scozzesi e concluso una carriera trentennale al Six, Younger aveva lavorato nei Balcani durante le guerre in Jugoslavia, poi a Vienna, Dubai e Afghanistan. A Londra era stato capo del reparto antiterrorismo, delle operazioni e poi vicedirettore, prima di assumere la guida del Servizio in un periodo segnato dalla Brexit e da una Russia più aggressiva tanto da tentare di avvelenare su suolo britannico Sergej Skripal, un ex spia sovietica passata dalla parte di Londra.

Sir Alex era un leader amato dai suoi, già una leggenda, e un partner rispettato all’estero. Tra le tante dimostrazioni di stima e affetto, anche quella del principe William, l’erede al trono, che ne ha lodato «integrità, coraggio e impegno incrollabile nella protezione» del Paese e «e della sua gente».

Prima di lasciare l’incarico di C, aveva scelto di tornare all’Università di St. Andrews, la sua alma mater. Era il 2018. L’intelligenza artificiale era già molto efficace in compiti specifici, ma ancora lontana da forme avanzate o conversazionali come quelle odierne. In quel contesto, in un discorso pubblico rarissimo per un capo del SIS, Younger aveva parlato delle minacce ibride, della «quarta generazione di spionaggio» e della crescente integrazione tra capacità umane e tecnologiche: «Anche nell’era dell’intelligenza artificiale, l’intelligenza umana rimane indispensabile; anzi, in un mondo sempre più complesso, assumerà un’importanza ancora maggiore». La traduzione di artificial intelligence e human intelligence rischia qui di far perdere parte dell’ambiguità del suo intervento, che riguardava tanto lo spionaggio quanto la società nel suo insieme.

Quei due interventi pubblici hanno indicato una direzione per il Service nell’ultimo decennio. Una linea inaugurata dal predecessore, Sir John Sawers, e poi seguita, se non incarnata, dai successori. Sir Richard ha ereditato e rafforzato la spinta verso una maggiore apertura del Servizio, sia sul piano della comunicazione pubblica sia su quello del reclutamento, fondamentale oggi anche in un’organizzazione tradizionalmente votata alla discrezione. In un’occasione, il Servizio ha anche inviato alla BBC Radio due funzionari, uno nero e uno asiatico, per contribuire a scardinare gli stereotipi legati all’immaginario di James Bond. «Lavorare per MI6 può essere più eccitante di un film di James Bond», ha spiegato uno di loro, raccontando di aver visto cose «che lasciano a bocca aperta», «ben oltre quelle che si vedono nei film di spionaggio». Blaise Metreweli, invece, nominata a ottobre prima donna alla guida del Servizio, nel suo primo discorso pubblico ha scelto di parlare di human agency e del ruolo dei valori nella legittimazione dell’azione dell’intelligence.

Dopo aver lasciato il Servizio, Sir Alex ha unito il lavoro da consulente per aziende e think tank e all’impegno per la promozione della cultura della sicurezza. Era convinto che per affrontare le minacce esterne, incluse le campagne ibride, sia necessario creare resilienza. Come aveva spiegato al Financial Times nell’ultima intervista da C: «Non sono stati i russi a creare ciò che ci divide: siamo stati noi a farlo. Loro sono abili, anche se in modo piuttosto grossolano, nell’esacerbare le divisioni, e noi dovremmo impedirlo».

All’inizio dell’anno scorso era stato ascoltato dalla commissione Difesa della Camera dei Comuni nell’ambito dell’indagine “Defence in the Grey Zone”. «La realtà è che la nostra superficie d’attacco è molto più ampia rispetto a quella degli Stati autocratici», aveva spiegato. «In quanto democrazie, prendiamo decisioni in modo aperto e trasparente, e questo ci rende vulnerabili alla manipolazione da parte di avversari maligni». E ancora: «Dobbiamo organizzarci per resistere a queste minacce, ma senza cadere nella fallacia autocratica. La rigidità che vediamo nei regimi autocratici – le parate, i ranghi ordinati – è una debolezza intrinseca, non un segno di resilienza».

Era convinto che le democrazie, pur fragili, fossero più forti delle autocrazie: «Le autocrazie godono di alcuni vantaggi nel breve termine, come la capacità di pianificare a lungo periodo e di agire rapidamente, senza vincoli legali o morali. Tuttavia, sono fondamentalmente fragili, perché mancano di un meccanismo per il trasferimento pacifico del potere».

Poche settimane più tardi era ospite del programma Newsnight della BBC, dove dava l’ennesima dimostrazione dell’intelligenza con cui guardava, capiva, spiegava e provava a proteggere il mondo. Parlava di «una nuova era in cui le relazioni internazionali non saranno più determinate da regole e istituzioni multilaterali, ma da uomini forti e accordi». «Penso alla Conferenza di Yalta del 1945, quando tre leader delle grandi potenze decisero il destino dei paesi più piccoli. Questa è la mentalità di Donald Trump. Sicuramente è quella di [Vladimir] Putin. Ed è la mentalità di Xi Jinping. Non è quella dell’Europa». E ancora: «Stiamo assistendo a una discussione sulle sfere di influenza. E temo che gli unici a non essersene ancora resi conto siamo noi, in Europa. Per questo non si tratta più di soft power o valori, ma di hard power».

Il tutto detto con quella calma e chiarezza di cui oggi si sente già la mancanza. Come quando, a una lunga domanda di Cipher Brief sul caos globale, aveva risposto semplicemente: «Penso che sia normale», lasciando l’intervistatrice sorpresa. Poi una pausa, quindi la spiegazione: «La nostra generazione è cresciuta in un’epoca insolita, quasi un’anomalia, in cui gli Stati Uniti erano una potenza unipolare con la capacità e la volontà di sostenere il sistema internazionale che avevano contribuito a creare». Oggi tutto è cambiato, ma per chi ha vissuto prima di quell’epoca, questo nuovo ordine sarebbe stato in realtà più «familiare».

Amava l’Italia. Si era sposato con la moglie Sarah a Borgo a Mozzano, in provincia di Lucca, vicino alla villa dei suoceri. Sull’Independent resta traccia del loro matrimonio. Era il 1994 e Younger veniva presentato semplicemente come civil servant. «Ma nonostante le pratiche burocratiche, sposarci in Italia è stato meglio di quanto avremmo mai potuto immaginare», scriveva. «Anche se il sindaco fosse stato ubriaco e io avessi dimenticato l’anello, la location e la cerimonia avrebbero compensato tutto».

In un ritratto pubblicato dal Times emerge anche un dettaglio privato che restituisce bene il contrasto tra la sua professione e la vita familiare. La moglie, figlia dei celebri architetti Michael e Patty Hopkins e dirigente nel mondo delle istituzioni culturali (tra Tate, National Gallery e Royal Opera House), rimase sorpresa dal fatto che Younger non avesse mai detto alla madre di essere una spia. Quando alla fine glielo rivelò, la risposta fu disarmante: «Yes, darling, so was I», «Sì, caro, anche io lo sono stata».

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Il cessate il fuoco tra Israele e Libano c’è, ma non basta a chiudere la guerra

L’accordo annunciato da Israele, Libano e Stati Uniti per il rinnovo del cessate il fuoco lungo il confine israelo-libanese rappresenta molto più di una tregua locale. Dietro l’intesa mediata a Washington si intravede infatti uno dei nodi centrali della crisi mediorientale degli ultimi mesi: il tentativo dell’amministrazione Trump di separare il dossier libanese dal più ampio confronto con l’Iran, mentre Teheran cerca di fare esattamente il contrario.

Secondo i termini dell’accordo, Hezbollah dovrebbe cessare completamente gli attacchi contro Israele e ritirare i propri operativi dal settore meridionale del Libano. In alcune aree pilota, il controllo esclusivo della sicurezza verrebbe assunto dalle Forze armate libanesi, con l’esclusione di qualsiasi attore armato non statale. Se attuata, la misura ridurrebbe significativamente la presenza operativa di Hezbollah lungo il confine settentrionale israeliano.

È proprio questo aspetto a spiegare perché l’intesa abbia un valore strategico che va ben oltre il teatro libanese. Per Israele, l’obiettivo è creare una fascia di sicurezza che impedisca a Hezbollah di minacciare direttamente il nord del Paese senza dover ricorrere a una presenza militare permanente oltre confine. Per Washington, invece, il cessate il fuoco costituisce un tassello fondamentale di una strategia più ampia volta a stabilizzare la regione e favorire un’intesa con l’Iran sulla sicurezza marittima nel Golfo e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il presidente Donald Trump si è detto pronto a incontrare la Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei.

Il problema è che Teheran non sembra intenzionata a trattare questi dossier separatamente. Negli ultimi giorni esponenti iraniani e dirigenti di Hezbollah hanno ripetuto che una soluzione duratura non può prescindere dal ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale e dalla fine delle operazioni militari contro il movimento sciita. In altre parole, l’Iran sta cercando di trasformare un negoziato sulla sicurezza regionale e sulla navigazione nel Golfo in una trattativa più ampia sull’assetto strategico del Levante.

Dal punto di vista iraniano, la questione è tutt’altro che marginale. Hezbollah non è soltanto un alleato politico o militare. Rappresenta uno dei principali strumenti della deterrenza regionale costruita dalla Repubblica islamica negli ultimi quarant’anni. La sua capacità di minacciare Israele costituisce un elemento essenziale dell’architettura di sicurezza iraniana. Accettare un arretramento significativo del movimento in Libano significherebbe quindi ridurre una delle leve più importanti di Teheran nei confronti sia di Israele sia degli Stati Uniti.

Per questo motivo la tenuta dell’accordo resta tutt’altro che scontata. Le dichiarazioni provenienti da Hezbollah continuano a indicare una forte opposizione a qualsiasi cessate il fuoco che non preveda anche concessioni israeliane più ampie. Le stesse violazioni registrate nelle ore successive all’annuncio dimostrano quanto il terreno resti instabile e quanto sia fragile il confine tra de-escalation e nuova escalation.

L’intesa tra Israele e Libano va dunque letta non come il punto di arrivo di una crisi, ma come una tappa di un negoziato molto più vasto. La vera partita si gioca infatti sul rapporto tra Washington e Teheran e sulla definizione dei nuovi equilibri regionali dopo mesi di conflitto.

Se gli Stati Uniti riusciranno a mantenere separati il dossier libanese e quello iraniano, il cessate il fuoco potrebbe aprire la strada a una progressiva stabilizzazione del fronte settentrionale di Israele. Se invece l’Iran riuscirà a imporre il collegamento tra i due tavoli negoziali, il Libano rischia di diventare il principale terreno di confronto politico e militare attraverso cui si deciderà il futuro assetto del Medio Oriente.

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L’Ue si è svegliata, e batte un colpo sulla sovranità tecnologica

Dopo ben quattro rinvii, l’Unione Europea è pronta a dotarsi di un primo pacchetto di misure che la avvicinino alla sovranità tecnologica. 

Il Tech Sovereignty Package, così si chiama il provvedimento elaborato dalla Commissione europea, formalizza le proposte per ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera, in particolar modo da quella americana, dopo l’aperta ostilità mostrata dall’amministrazione Trump già dal suo insediamento e i sempre più difficili rapporti commerciali, segnati dalla politica dei dazi imposti dalla Casa Bianca. 

Di certo, la Commissione non si farà molti amici a Washington, ma anche a Pechino, dopo la pubblicazione del testo che, secondo le indiscrezioni toccherà ampi settori, dal cloud computing alla realizzazione e gestione dei sempre più indispensabili data center, dalla produzione dei chip a quella di software, fino al velocissimo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dove l’Europa appare già fuori dai giochi se non fosse per gli LLM della francese Mistral o il genio di Yann LeCun.

All’interno del pacchetto sulla sovranità tecnologica, secondo gli esperti le misure più incisive sono proprio quelle contenute nel Cloud and AI Development Act, poiché prevedono in settori ritenuti strategici l’utilizzo di hardware e software che siano sviluppati nei ventisette Paesi della Ue. La Commissione, secondo la Reuters, suggerirà per ragioni di sicurezza di escludere Amazon, Google e Microsoft dalle gare di appalto pubbliche, con l’introduzione di criteri non più legati al miglior prezzo ma, appunto, al luogo di sviluppo.

A ciò dovrebbe aggiungersi una maggiore tutela dei dati personali dei cittadini europei, con un ulteriore barriera indiretta per gli hyperscaler della Silicon Valley e come risposta al Cloud Act fatto approvare da Donald Trump già nel suo primo mandato, con l’obbligo di condividere i dati con le autorità americane, anche nel caso in cui siano conservati in server al di fuori degli Stati Uniti. Cioè, i dati di milioni di europei raccolti dalle aziende americane sono da tempo nella disponibilità del governo di Washington. 

L’introduzione del Tech Sovereignty Package non risolverà da solo il problema della dipendenza tecnologica dell’Europa, sono svariati gli ostacoli di tipo economico, giuridico, politico da superare ed è molto probabile che la reazione di Trump sarà immediata. Secondo Katja Bego, ricercatrice dell’istituto Chatham House interpellata dalla newsletter Il Mattinale Europeo, per esempio con un’ulteriore ritorsione su Asml, l’azienda olandese che domina il mercato mondiale dei macchinari per la produzione dei semiconduttori. La dipendenza europea dall’infrastruttura digitale americana, però, ha raggiunto dimensioni che non sono più tollerabili e che preoccupano i leader europei.

Le importazioni di servizi di proprietà intellettuale dagli Stati Uniti hanno raggiunto i duecento miliardi di dollari annui, la Germania da sola paga mezzo miliardo di euro l’anno in licenze Microsoft e su cento modelli di IA rilasciati nel 2025, solo uno è made in Europe. La situazione non migliora nei confronti della Cina: nei primi tre mesi dell’anno il deficit commerciale con Pechino ha raggiunto i 145 miliardi di euro, in gran parte dovuto all’acquisto di macchinari e auto elettriche, con alto tasso di tecnologia. «Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che mantengono in funzione i nostri ospedali, stabili le nostre reti energetiche e sicuri i nostri servizi», ha dichiarato Ursula von der Leyen. 

Le soluzioni a cui Bruxelles sta lavorando sono di varia natura. In materia di cloud, secondo Politico, i ventisette Paesi sarebbero indotti a obbligare la loro pubblica amministrazione a testare l’eccessiva dipendenza da aziende extra Ue. Questo aiuterebbe a prepararsi per un eventuale “disconnessione” dalla rete internet a più riprese minacciata da Trump, visto che Amazon, Microsoft e Google da sole detengono due terzi dei servizi cloud continentali.

La Commissione studia anche la revisione della legge sui microchip come primo passo per favorire la produzione su larga scala in Europa grazie a uno snellimento delle procedure di autorizzazione di accesso ai finanziamenti pubblici, in modo da contrastare la sempre più ciclica carenza di forniture. Un’altro passaggio decisivo della nuova strategia europea dovrebbe essere il favorire l’adozione di tecnologia open source, in modo da ridurre la dipendenza da un solo fornitore e la collaborazione tra istituzioni, sviluppatori, produttori europei. 

Tutto ciò richiede tempi lunghi, alcune parti del pacchetto potrebbero impiegare un anno per diventare legge. E tutto ciò ha un costo. Si stimano come necessari almeno duecento, duecentoventi miliardi di euro entro il 2036. Soldi che la Commissione Ue non ha e che dovrebbero mettere i singoli Paesi o gli investitori privati. Senza rischiare che la sovranità digitale si trasformi in un protezionismo antistorico e senza sottovalutare che i colossi d’Oltreoceano proveranno a giocarsi le proprie carte. Anzi, già lo fanno, favorendo accordi di collaborazione con partner locali, ma di cui mantengono il controllo. 

L’attivismo europeo produce di per sé risultati, dunque. Non può essere del tutto casuale, così, che Anthropic dopo l’iniziale chiusura e vista la forte insistenza di Bruxelles proprio in queste ore abbia allargato l’accesso a Mythos, il suo modello di intelligenza artificiale con capacità avanzate in ambito cyber, a diverse agenzie Ue e a sei Paesi dell’Unione, tra cui l’Italia.

Al tempo stesso è ormai chiaro anche Oltreoceano che l’intelligenza artificiale avrà bisogno di limitazioni, di normative. Donald Trump martedì ha firmato in sordina l’atteso ordine esecutivo sull’IA, una direttiva meno rigorosa di quella che due settiimane fa David Sacks e aziende come OpenAI erano riusciti a stoppare, ma che comunque introduce un primo controllo con la richiesta di sottoporre i nuovi modelli a una revisione volontaria del governo trenta giorni prima del rilascio al pubblico. Da Trump tutto ci si può attendere, ma d’ora in poi negare all’Europa regolamentazioni simili sarebbe poco digeribile.

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L’Ucraina resiste meglio della Russia alle difficoltà di una guerra lunga

Gli atroci bombardamenti sui civili scatenati dalla Russia, che continuano a colpire edifici residenziali e persino un parco giochi, dimostrano la malvagità di chi prende di mira consapevolmente uomini, donne e bambini, e anche di chi continua a battersi per negare l’invio di sistemi antimissile a Kyjiv. Ma non cambiano il risultato sul campo.

Anche Foreign Affairs scrive ormai che l’Ucraina ha rovesciato la situazione. Per tutto il 2024 e buona parte del 2025, osserva Jack Watling, la Russia è riuscita a reclutare più uomini di quanti ne perdesse al fronte, mentre il contrario accadeva all’Ucraina, e così Putin poteva ritenere che col tempo, sia pure al prezzo di un numero di perdite esorbitante, avrebbe raggiunto i suoi obiettivi, dunque non aveva motivo di trattare.

Ora però la situazione si è rovesciata, sia per il modo in cui le forze armate ucraine hanno saputo riorganizzarsi, e utilizzare al meglio l’innovazione tecnologica per impedire l’avanzata del nemico e al tempo stesso colpire in profondità sul territorio russo, sia per la crescente inefficienza, corruzione e impreparazione degli invasori. Esempio: «In un esercito in cui la logistica è coordinata in modo preponderante tramite Telegram, ma in cui Telegram è vietato, un addetto alla logistica coscienzioso corre un alto rischio di essere fermato dalla polizia militare ed essere costretto a scegliere tra pagare una tangente e venire riassegnato alle unità d’assalto».

Per tutte queste ragioni vi sono alte probabilità che la Russia cominci a prendere seriamente in considerazione l’idea di un cessate il fuoco. Resta da vedere, ma è un punto che l’articolo non affronta, se l’eventuale accordo segnerebbe effettivamente la fine della guerra e del progetto imperialista del regime putiniano, o invece solo una breve pausa, o addirittura una tregua di facciata, funzionale a preparare il terreno per nuove aggressioni, come avvenne di fatto con la vergognosa pace di Minsk.

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Stati Uniti e Iran si sono colpiti a vicenda, in una delle notti più violente dal cessate il fuoco

Gli Stati Uniti e l’Iran sono tornati a colpirsi a vicenda, nella notte più violenta dal cessate il fuoco del 13 aprile. Missili, droni, attacchi contro navi commerciali e basi militari hanno riportato il Golfo Persico al centro di una crisi che sembrava essersi temporaneamente congelata, mentre i negoziati per una nuova tregua appaiono sempre più in difficoltà.

L’escalation, scrive il Guardian, è iniziata quando le forze statunitensi hanno fermato e danneggiato con un missile Hellfire una petroliera battente bandiera del Botswana, la Lexie, diretta verso l’isola iraniana di Kharg, uno dei principali hub petroliferi del Paese. Il Comando Centrale statunitense (Centcom) sostiene che l’imbarcazione stesse tentando di violare il blocco navale imposto ai porti iraniani e che l’equipaggio avesse ignorato per oltre ventiquattro ore gli avvertimenti americani.

Poco dopo è arrivata la risposta di Teheran. Le difese aeree del Kuwait sono entrate in azione contro missili e droni diretti verso il Paese, mentre le sirene d’allarme hanno risuonato anche in Bahrein. Secondo il Centcom, due missili iraniani diretti verso il Kuwait non hanno raggiunto il bersaglio o si sono disintegrati in volo, mentre altri tre, lanciati contro il Bahrein, sono stati intercettati dalle forze americane e bahreinite. Washington afferma inoltre di aver abbattuto diversi droni diretti verso le proprie installazioni militari e verso navi civili in transito nell’area.

Gli Stati Uniti hanno poi colpito una stazione di controllo militare sull’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz. I Guardiani della Rivoluzione hanno invece rivendicato attacchi contro il quartier generale della Quinta Flotta americana in Bahrein e contro basi statunitensi nella regione, anche se Washington sostiene che tutti i tentativi iraniani siano stati respinti senza conseguenze.

Lo scambio di raid arriva in un momento di completo stallo diplomatico. Da un lato il segretario di Stato Marco Rubio continua a sostenere che un accordo con Teheran sarebbe ancora possibile e che il regime iraniano avrebbe mostrato aperture sul dossier nucleare. Dall’altro, l’Iran minaccia di sospendere i colloqui accusando Stati Uniti e Israele di aver compromesso il cessate il fuoco attraverso le operazioni militari in Libano.

Proprio il fronte libanese rappresenta uno dei principali ostacoli ai negoziati. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito che la tregua con Washington «vale su tutti i fronti, compreso il Libano», sostenendo che qualsiasi violazione da parte di Israele rischia di far saltare l’intera architettura diplomatica costruita nelle ultime settimane. Secondo il Guardian, nelle ultime ventiquattro ore l’aviazione israeliana ha condotto decine di raid nel sud del Libano, provocando vittime civili e nuove tensioni con Hezbollah.

La nuova escalation conferma la fragilità della tregua raggiunta in aprile. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa una quota significativa del commercio energetico mondiale, resta il principale punto di pressione esercitato da Teheran. Gli Stati Uniti rivendicano di aver già bloccato o deviato oltre cento navi dirette verso porti iraniani dall’inizio del blocco navale. L’Iran, dal canto suo, continua a considerare queste operazioni un atto di aggressione e promette nuove ritorsioni se Washington dovesse proseguire con la strategia della massima pressione.

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L’Ucraina ha colpito un grande terminal petrolifero vicino San Pietroburgo

L’Ucraina torna a colpire in profondità il territorio russo. Nella notte tra il 2 e il 3 giugno un attacco con droni ha preso di mira il terminal petrolifero di San Pietroburgo, uno dei principali impianti russi per lo stoccaggio e l’esportazione di prodotti petroliferi. Lo riporta il Kyiv Independent, citando immagini e video diffusi sui social e analizzati dal canale indipendente russo Astra. Le riprese mostrano una vasta colonna di fumo nero e incendi nell’area del porto, sul Golfo di Finlandia. Secondo Astra, i droni avrebbero colpito il grande terminal petrolifero della zona, una struttura che movimenta circa 12,5 milioni di tonnellate di carburanti all’anno attraverso collegamenti ferroviari, stradali e fluviali. Le autorità russe non hanno ancora confermato il danneggiamento dell’impianto. Il governatore della regione di Leningrado, Aleksandr Drozdenko, ha dichiarato che le difese aeree hanno abbattuto cinquanta droni sopra la regione, senza però commentare gli incendi segnalati nell’area portuale.

L’attacco arriva appena ventiquattro ore dopo uno dei più pesanti bombardamenti russi delle ultime settimane contro Kyjiv, Dnipro e altre città ucraine. Sempre secondo il Kyiv Independent, il raid missilistico e con droni lanciato da Mosca ha causato almeno ventitré morti, tra cui due bambini, e oltre cento feriti.

La tempistica dell’operazione ha anche un forte valore simbolico. L’attacco coincide infatti con l’apertura dello St. Petersburg International Economic Forum, il grande appuntamento economico internazionale promosso ogni anno dal presidente russo Vladimir Putin e spesso definito il “Davos russo”. Alla manifestazione partecipano delegazioni provenienti da oltre centotrenta Paesi e territori e il Cremlino la usa tradizionalmente per mostrare la forza dell’economia russa nonostante sanzioni e isolamento diplomatico.

Negli ultimi mesi Kyjiv ha intensificato gli attacchi contro infrastrutture energetiche, raffinerie e nodi logistici situati lontano dal fronte. Una strategia che punta a colpire le entrate petrolifere della Russia e a portare la guerra sempre più vicino ai centri economici del Paese. San Pietroburgo era già stata bersaglio di raid analoghi in passato: nel gennaio 2024 un drone aveva provocato un incendio nello stesso terminal, mentre nel settembre 2025 le forze ucraine avevano colpito il porto petrolifero di Primorsk, il più grande terminal russo sul Baltico.

L’entità dei danni provocati dall’ultimo attacco non è ancora stata verificata in modo indipendente. Ma il messaggio politico appare chiaro: mentre Mosca continua a colpire le città ucraine, Kyjiv dimostra di poter raggiungere obiettivi strategici a centinaia di chilometri dal fronte, proprio mentre Putin cerca di presentare al mondo l’immagine di una Russia stabile e aperta agli affari.

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La militante Maga che fa da cacciatrice di streghe di Trump

L’aveva previsto due mesi prima: la prossima sarà Tulsi Gabbard. E così è stato: la direttrice dell’intelligence nazionale degli Stati Uniti ha annunciato due settimane fa che a fine mese lascerà l’incarico. Ufficialmente per stare accanto al marito malato. Ma il mandato dell’ex deputata dem convertitasi al credo Maga più complottista si chiude come era iniziato: in modo disallineato rispetto al centro di gravità dell’amministrazione Trump.

Torniamo alla previsione, che non era stata affatto generica. Già il 18 marzo, subito dopo le dimissioni di Joe Kent dalla direzione del Centro nazionale antiterrorismo, Laura Loomer, attivista di estrema destra, teorica della cospirazione e autoproclamata «giornalista investigativa», aveva scritto su X: «Tulsi Gabbard si dimetterà prossimamente», indicando la direttrice dell’intelligence come bersaglio successivo. A fine marzo, le piattaforme di scommesse come Polymarket assegnavano solo il 13 per cento di probabilità a una sua uscita entro il 31 marzo, e i principali organi di stampa americani avevano trattato le affermazioni di Loomer con scetticismo. Aveva ragione lei.

Il caso Gabbard non è un episodio isolato. È l’ultimo capitolo di una storia che ha trasformato Loomer, trentatreenne di Tucson senza alcun incarico ufficiale, in uno degli centri di potere più temuti a Washington. Il neologismo che ne ha segnato l’ascesa è entrato nel lessico della capitale: essere loomered, colpito da Loomer, significa essere pubblicamente additato come infedele a Donald Trump, con conseguenze spesso immediate. Lo stesso presidente ha dichiarato: «Se vieni loomered sei nei guai. È la fine della carriera, in un certo senso».

Il metodo Loomer è sempre lo stesso. Accumula dossier su funzionari in carica, ne verifica le affiliazioni passate, cerca dichiarazioni incompatibili con la linea Maga, poi pubblica serie di post su X che raggiungono oltre un milione di persone. La logica è quella della colpa per associazione: un funzionario che ha lavorato con un critico di Trump è automaticamente sospetto, indipendentemente dal suo operato attuale.

Nell’aprile 2025, si era presentata nell’Ufficio Ovale con un fascicolo contenente circa una dozzina di nomi di funzionari del Consiglio di sicurezza nazionale che riteneva non sufficientemente fedeli. Trump ne aveva licenziati sei, tra cui Brian Walsh, direttore per l’intelligence; Thomas Boodry, responsabile per gli affari legislativi; David Feith, responsabile per tecnologia e sicurezza nazionale; e Maggie Dougherty, responsabile per le organizzazioni internazionali. La riunione era straordinaria anche per il profilo dei presenti: oltre a Trump, parteciparono il vicepresidente JD Vance, la capo di gabinetto Susie Wiles, il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz e il segretario al Commercio Howard Lutnick. Waltz cercò di difendere i propri collaboratori. Poche settimane dopo, anche lui sarebbe stato rimosso per il Signalgate e mandato a New York come ambasciatore alle Nazioni Unite.

Lo stesso giorno, nel giro di ore, il raggio della purga si allargò ben oltre il Consiglio di sicurezza. Il generale Timothy Haugh, direttore della National Security Agency e capo del Cyber Command, fu rimosso insieme alla sua vice Wendy Noble. Loomer aveva incluso entrambi nella lista portata all’incontro con Trump, sostenendo che Haugh era stato scelto da Mark Milley, ex capo degli stati maggiori congiunti che Trump aveva pubblicamente accusato di tradimento. Noble fu descritta da Loomer come «una che odia Trump, nominata da Joe Biden», che «ha trascorso il suo tempo alla Nsa promuovendo le politiche di diversità e inclusione». I democratici al Senato e alla Camera protestarono invano: con quelle rimozioni, l’agenzia responsabile della sicurezza informatica americana perdeva in un pomeriggio la sua intera catena di comando.

Il meccanismo ha generato un riflesso condizionato negli uffici della capitale. Il senatore democratico Mark Warner, vicepresidente della commissione Intelligence del Senato, ne sa qualcosa: aveva programmato una visita all’Agenzia nazionale di intelligence geospaziale quando Loomer lo aveva attaccato preventivamente, accusando il Pentagono di permettere a un «senatore democratico anti Trump» di accedere a strutture riservate. La visita fu cancellata. «Quando Laura Loomer pubblica un post, il gabinetto di Trump si mobilita», ha dichiarato Warner.

La capacità “predittiva” di Loomer affascina e inquieta a Washington in egual misura, ma va letta con cautela. Le sue «profezie» sui funzionari da rimuovere sono meno previsioni che campagne di pressione: lei stessa contribuisce a creare le condizioni che poi si avverano. Nel caso Gabbard, Roger Stone aveva accusato Loomer di aver tentato di convincere Trump che la direttrice dell’intelligence fosse «sul punto di dimettersi – nel tentativo di spingere Trump a licenziarla preventivamente. Tutta una farsa. Per fortuna ho agito in tempo», aveva scritto Stone su X ad aprile. Ciò significa che Loomer aveva già tentato di accelerare la caduta di Gabbard almeno un mese prima che si concretizzasse.

Non sempre le sue campagne vanno a segno. Il New Yorker ha raccontato il caso di Vinay Prasad, scienziato della Food and Drug Administration impegnato in un blocco regolatorio su un farmaco per la distrofia muscolare per ragioni di sicurezza clinica. Loomer lo aveva attaccato definendolo un «cavallo di Troia marxista» infiltrato nell’amministrazione. Prasad si era dimesso sotto pressione – ma era stato reintegrato meno di due settimane dopo, quando era emerso che la campagna contro di lui coincideva con gli interessi finanziari del produttore del farmaco, Sarepta Therapeutics.

Il fenomeno Loomer si inserisce, racconta il settimanale americano, in un quadro più ampio che ha prodotto un neologismo: «chi posta comanda». La porosità tra l’infosfera della destra radicale e le decisioni di governo è inedita. Un funzionario di alto livello dell’amministrazione ha descritto la dinamica in termini espliciti: «Se qualcosa è popolare su X di destra, la Casa Bianca vi dà seguito nel novanta per cento dei casi». Loomer è il terminale più visibile di questo circuito, ma non necessariamente il più trasparente quanto ai mandanti.

Diverse fonti citate dal New Yorker suggeriscono che alcune delle sue campagne siano alimentate da interessi privati che usano la sua piattaforma per regolare conti interni all’amministrazione o per orientare decisioni di regolamentazione economica. Lei nega di essere una «pistola a pagamento». Ma il confine tra militanza genuina e attività di pressione indiretta è, nel suo caso, impossibile da tracciare; ed è proprio questa ambiguità a rendere il suo operato tanto difficile da neutralizzare.

Quel che è certo è che il suo potere è contingente e personale. Un ex funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale ha sintetizzato la sua posizione con lucidità: «Non ha una base che la sostenga se il presidente dovesse cambiare idea sul suo valore. È uno di quei cortigiani utili come cassa di risonanza, come agente, ma in definitiva sacrificabili». Per ora, però, la sua cassa di risonanza funziona. E a Washington lo sanno tutti.

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Un Consiglio di sicurezza europeo per risolvere la crisi di governance strategica

L’idea di un Consiglio di sicurezza europeo è tornata al centro del dibattito europeo con una rapidità che dice molto più della proposta in sé che della sua fattibilità. Non si tratta infatti di un progetto istituzionale definito, ma del sintomo di una domanda più profonda: chi prende oggi le decisioni strategiche sulla sicurezza dell’Europa? Ne ha scritto nei giorni scorsi il Financial Times, citando anche una serie di contributi paralleli che mostrano un consenso raro sulla diagnosi ma anche una forte divergenza sulle cure. Tutti concordano che l’architettura attuale – un triangolo imperfetto tra Unione europea, Nato e formati ad hoc – non è più adeguata. Nessuno, però, concorda su cosa debba sostituirla.

Il punto di partenza è noto: la governance della sicurezza europea è frammentata. L’Unione europea fatica a superare la regola dell’unanimità in politica estera e di difesa; la Nato resta strutturalmente dipendente dalla leadership e dalle capacità degli Stati Uniti; nel mezzo, proliferano coalizioni informali, gruppi di contatto e formati “volenterosi” che suppliscono all’assenza di una cabina di regia stabile. In questo contesto, la domanda attribuita a Henry Kissinger, «Chi chiamo se voglio parlare con l’Europa?», continua a non avere una risposta convincente. La figura dell’Alto rappresentante, oggi Kaja Kallas, non dispone del peso politico necessario per fungere da vero centro decisionale. E i leader nazionali, pur decisivi, agiscono in modo disallineato e spesso reattivo.

L’invasione russa dell’Ucraina ha accelerato una trasformazione già in corso. Non solo ha riportato la guerra convenzionale nel continente, ma ha anche reso evidente che l’Europa non può più contare su un automatismo transatlantico. La crescente attenzione strategica degli Stati Uniti verso l’Indo-Pacifico e la possibilità di future frizioni politiche con Washington hanno incrinato l’assunto fondamentale dell’ordine post-Guerra fredda. Parallelamente, l’Ucraina è diventata un attore centrale della sicurezza europea, non soltanto un paese candidato all’adesione. Le analisi convergono nel riconoscere che Kyjiv, con la sua esperienza militare e la sua capacità di innovazione bellica, è ormai parte integrante dell’ecosistema di difesa europeo. Non a caso, molte proposte includono la sua partecipazione a un futuro Consiglio di sicurezza europeo come elemento strutturale e non opzionale.

Le proposte oggi sul tavolo non sono uniformi. Al contrario, delineano cinque approcci distinti alla stessa domanda: come creare un livello efficace di leadership strategica europea?

Luigi Scazzieri dell’European Union Institute for Security Studies, think tank dell’Unione europea, immagina il Consiglio come un meccanismo di coordinamento intermedio tra Unione europea e Nato. Un forum strutturato per accelerare la traduzione dell’analisi strategica in decisioni operative. La sua è una visione funzionale, attenta a evitare duplicazioni istituzionali ma consapevole della necessità di superare i limiti procedurali dell’Unione.

Il professor Richard Whitman dell’Università del Kent, nel Regno Unito, invece, insiste sul problema politico di fondo: non esiste oggi uno spazio unico in cui gli Stati europei discutano in modo coerente la propria architettura di sicurezza. Il Consiglio di sicurezza europeo, in questa lettura, non è tanto una soluzione quanto una risposta alla dispersione del dibattito strategico.

Sergey Lagodinsky della Heinrich-Böll-Stiftung, fondazione politica tedesca affiliata ai Verdi, adotta una postura più radicale. La sua critica si concentra sull’inadeguatezza del metodo europeo basato sul consenso e sulla lentezza procedurale. In un contesto di minacce immediate, sostiene, l’Europa deve accettare forme decisionali più ristrette e più rapide, anche a costo di ridurre l’inclusività del processo.

Ionela Ciolan del Martens Centre, dal canto suo, interpreta il Consiglio come uno strumento di autonomia strategica europea. Il punto non è solo migliorare il coordinamento, ma ridurre la dipendenza strutturale dagli Stati Uniti. In questa visione, il Consiglio di sicurezza europeo diventa un passo verso una vera soggettività geopolitica dell’Europa.

Infine, le proposte di Andrius Kubilius, commissario europeo per la Difesa, e di Michel Barnier, ex primo ministro francese e commissario europeo, convergono su un modello più intergovernativo e selettivo, che includa non solo gli Stati membri dell’UE ma anche Regno Unito, Norvegia e Ucraina. Un formato più flessibile, pensato per riflettere la realtà della sicurezza europea oltre i confini istituzionali dell’Unione.

Dietro queste differenze si nasconde un dilemma strutturale che l’Europa non ha ancora risolto: la tensione tra inclusività e capacità decisionale. Un Consiglio di sicurezza europeo realmente efficace richiederebbe probabilmente un nucleo ristretto di attori in grado di condividere una valutazione comune delle minacce e di agire rapidamente. Ma questo implicherebbe inevitabilmente la creazione di gerarchie tra Stati membri, con conseguenze politiche difficili da accettare per molti governi. Al contrario, un modello pienamente inclusivo rischierebbe di replicare le inefficienze già visibili nelle istituzioni esistenti.

In realtà, più che di una proposta nuova, si tratta della formalizzazione di una tendenza già in corso. La sicurezza europea si sta già strutturando attraverso formati variabili, coalizioni temporanee e coordinamenti ristretti tra grandi potenze europee. Il Consiglio di sicurezza europeo, in questo senso, non creerebbe un nuovo sistema, ma renderebbe esplicito quello emergente. Il rischio, però, è evidente: senza una chiara definizione istituzionale, il risultato potrebbe essere l’ennesimo strato aggiuntivo in un sistema già complesso, senza risolvere il problema di fondo della frammentazione.

Il dibattito in corso segnala meno la nascita di una nuova istituzione e più la crisi irreversibile dell’equilibrio precedente. L’Europa si trova in una fase di transizione in cui le vecchie strutture non garantiscono più efficacia, mentre le nuove non sono ancora formalizzate. In questo spazio intermedio, il Consiglio di sicurezza europeo funziona soprattutto come contenitore concettuale: un modo per dare un nome alla necessità crescente di leadership strategica. Ma la domanda decisiva rimane aperta. Non è se l’Europa avrà un Consiglio di sicurezza. È chi, in Europa, sarà disposto ad accettare che la sicurezza non possa più essere gestita come un’architettura pienamente orizzontale.

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