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Uccise il padre per difendere la madre: Makka Sulaev assolta in appello per legittima difesa, ribaltata la condanna a 9 anni

La Corte d’Assise d’appello di Torino ha assolto per legittima difesa Makka Sulaev, la ventenne processata per aver ucciso il padre con due coltellate a Nizza Monferrato, in provincia di Asti, il 1 marzo 2024, nel corso dell’ennesima lite familiare. “Non volevo ucciderlo, volevo difendere mia madre” dichiarò la ragazza. La decisione ribalta integralmente la sentenza di primo grado, che l’8 marzo 2025 aveva condannato la giovane a nove anni e quattro mesi di reclusione. La Corte ha disposto anche la sua immediata liberazione. Fino alla sentenza d’appello, Sulaev era sottoposta all’obbligo di firma. La giovane era stata arrestata pochi giorni dopo i fatti e successivamente collocata in una comunità protetta, dove ha potuto proseguire il percorso di studi.

La vicenda si inserisce in un contesto familiare segnato, secondo quanto emerso in dibattimento, da episodi di violenza domestica e maltrattamenti ripetuti. Il giorno dell’omicidio, secondo la ricostruzione processuale, l’uomo, Akhyad Sulaev, avrebbe aggredito la moglie durante l’ennesima lite in casa. La figlia sarebbe intervenuta per difenderla, interponendosi tra i genitori. Durante il processo d’appello è stato acquisito anche un audio registrato da uno dei figli minori con un tablet, che ha documentato le fasi della lite e che è stato ascoltato in aula. Elemento che, insieme alle altre risultanze istruttorie, ha contribuito alla rivalutazione complessiva del quadro probatorio.

In primo grado, il tribunale di Alessandria aveva escluso la legittima difesa, ritenendo non sussistenti i presupposti per applicarla e contestando anche profili di eccesso nella reazione della giovane. La sentenza d’appello, invece, ha riconosciuto la sussistenza della scriminante, ricostruendo il gesto della ventenne all’interno di una situazione di aggressione in atto e di vulnerabilità familiare. Nel corso del dibattimento, il procuratore generale aveva chiesto la conferma della condanna, sostenendo che non si potesse invocare la legittima difesa e richiamando il principio del divieto di autotutela. La difesa ha invece insistito sulla condizione di violenza domestica continuativa, sottolineando la posizione di soggetto vulnerabile della giovane e la dinamica dell’aggressione in corso.

“È stata stravolta la sentenza di primo grado”, ha dichiarato il difensore della ragazza, evidenziando come il giudizio d’appello abbia ribaltato l’impostazione accusatoria iniziale. La procura generale potrebbe ora valutare un ricorso in Cassazione, mentre si attendono le motivazioni della decisione. La vicenda giudiziaria si chiude per ora con l’assoluzione della giovane, che al momento della lettura della sentenza era in aula ed è scoppiata in lacrime. Per lei si apre ora una nuova fase personale, anche sul piano degli studi, con l’esame di maturità imminente e il progetto di iscriversi a Medicina.

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Dai sensori al targeting, così Maven cambia il campo di battaglia

Nei conflitti contemporanei raccogliere informazioni non basta più. Droni, satelliti, radar e sensori generano una massa di dati che può superare la capacità degli analisti di leggerli in tempo utile. Maven smart system, piattaforma militare americana basata su Intelligenza artificiale, integra queste informazioni, le organizza in un quadro operativo comune e aiuta a individuare bersagli e opzioni d’azione. Il sistema nasce per accelerare il passaggio dall’osservazione alla valutazione operativa, fino al targeting.

In un’analisi dedicata al sistema, il Csis ricostruisce l’evoluzione di Maven da progetto di Intelligenza artificiale applicata a immagini e video militari a piattaforma più ampia di integrazione dati, supporto decisionale e comando. La funzione iniziale era individuare oggetti e attività nel materiale raccolto da fonti militari. La traiettoria successiva ne ha ampliato il perimetro, collegando ciò che viene rilevato con ciò che può essere deciso.

Il software che accorcia la decisione

Il valore di Maven sta nella capacità di mettere insieme fonti diverse e presentarle dentro un ambiente comune. Immagini satellitari, video, segnali, mappe operative, dati sulle forze amiche e possibili bersagli entrano così in una stessa architettura, riducendo la frammentazione che rallenta il lavoro militare.

Questa integrazione spiega perché Maven sia diventato rilevante oltre la dimensione tecnica. La piattaforma incide sul modo in cui si costruisce il quadro operativo e su come le informazioni vengono trasformate in opzioni d’azione. La promessa è comprimere i tempi della catena che va dal rilevamento alla decisione.

Palantir emerge in questo processo come attore centrale, nel ruolo di integratore software. Quando un sistema entra nei processi ordinari della difesa, addestramento, dati, aggiornamenti e procedure iniziano a ruotare intorno alla stessa infrastruttura.

Quando l’IA entra nel giudizio operativo

La fase più sensibile riguarda l’uso di modelli linguistici e strumenti generativi. La logica iniziale di Maven era legata soprattutto alla computer vision, quindi al riconoscimento di elementi in immagini e video. Con interfacce in linguaggio naturale e capacità di sintesi, il sistema può invece aiutare gli operatori a interrogare i dati, riassumere rilevamenti e individuare schemi nel tempo.

Questa evoluzione aumenta la potenza dello strumento, rendendo più complessa la verifica. Classificare un veicolo resta un’operazione circoscritta. Suggerire priorità, connessioni o possibili corsi d’azione avvicina invece l’IA al giudizio operativo. Il rischio è che l’output algoritmico, presentato dentro un’interfaccia autorevole e rapida, venga percepito come più solido di quanto sia davvero. Il controllo umano resta quindi decisivo e deve essere reale.

Il vantaggio alleato e il rischio dipendenza

Maven si inserisce nella ricerca di architetture di comando e controllo più connesse tra domini e alleati. La logica è collegare sensori, comandi e mezzi in un flusso più coerente. Per le forze occidentali, l’interoperabilità consente di condividere quadri operativi e coordinare le decisioni con maggiore rapidità.

Lo stesso vantaggio introduce però un vincolo. Se una piattaforma sviluppata da un grande fornitore statunitense diventa parte dell’infrastruttura comune, gli alleati possono guadagnare efficienza ma perdere margini di autonomia. Per l’Europa, la questione riguarda il controllo sui dati, gli standard e le capacità future.

Maven indica una direzione precisa. L’IA militare più rilevante entra nei processi che selezionano, ordinano e rendono azionabile l’informazione. La superiorità operativa dipenderà sempre più dalla capacità di decidere velocemente senza perdere controllo sul modo in cui la decisione viene costruita.

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IA negli Emirati, chip Usa e stablecoin. Il patto del Golfo raccontato da Preziosa e Caldarola

Gli Stati Uniti hanno individuato nell’Intelligenza artificiale una tecnologia decisiva non soltanto per la crescita economica, ma anche per la sicurezza nazionale e per il mantenimento della propria leadership internazionale. La strategia di Washington mira a preservare il vantaggio competitivo americano attraverso lo sviluppo interno delle capacità tecnologiche e mediante l’esportazione selettiva di infrastrutture digitali, servizi cloud, semiconduttori avanzati e standard di sicurezza verso partner considerati affidabili.

Nel maggio 2025 questa strategia ha trovato nel Golfo uno dei suoi passaggi più significativi. Durante la visita di Donald Trump negli Emirati Arabi Uniti, negli accordi annunciati tra Washington e Abu Dhabi è emersa una visione che va ben oltre la semplice cooperazione tecnologica. Al centro dell’intesa vi è la realizzazione di un grande ecosistema dedicato all’intelligenza artificiale, destinato a ospitare infrastrutture computazionali avanzate, data center e servizi digitali di nuova generazione.

A prima vista potrebbe sembrare un normale accordo commerciale. In realtà, esso rappresenta un tassello di una trasformazione più profonda dell’ordine economico e strategico internazionale.

Per oltre mezzo secolo il rapporto tra Stati Uniti e monarchie del Golfo si è fondato su uno scambio relativamente semplice: sicurezza americana in cambio di stabilità energetica. Oggi questo paradigma sembra evolvere verso una nuova formula nella quale energia, capitale finanziario, capacità computazionale e intelligenza artificiale vengono integrate all’interno di un unico ecosistema strategico.

L’intelligenza artificiale richiede infatti enormi quantità di energia elettrica, infrastrutture digitali, capacità di calcolo e investimenti finanziari. Gli Stati Uniti mantengono la leadership nei semiconduttori avanzati, nel software e nei principali modelli di IA. Gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e il Qatar dispongono invece di capitali sovrani, disponibilità energetica e ambizioni crescenti nel settore tecnologico.

La convergenza di questi fattori sta producendo una nuova forma di interdipendenza strategica. Non si tratta più soltanto di controllare giacimenti petroliferi o rotte marittime, ma di costruire le infrastrutture che sosterranno l’economia dell’intelligenza artificiale nel XXI secolo. Questa strategia deve essere letta anche alla luce della crescente competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Negli ultimi anni Pechino ha consolidato la propria presenza nel Golfo attraverso investimenti infrastrutturali, reti 5G, piattaforme digitali e partnership energetiche. L’apertura controllata degli ecosistemi americani dell’intelligenza artificiale verso gli alleati del Golfo può essere interpretata anche come un tentativo di mantenere questi Paesi all’interno della sfera tecnologica occidentale, riducendo il rischio che future infrastrutture critiche vengano integrate in architetture digitali concorrenti.

In questa prospettiva, Abu Dhabi, Riyadh e Doha non aspirano semplicemente a diversificare le proprie economie. Ambiscono a trasformarsi in hub globali dell’economia computazionale, diventando nodi centrali delle future reti digitali e delle catene del valore dell’intelligenza artificiale. La partita, tuttavia, non riguarda soltanto i chip. Parallelamente alla competizione per semiconduttori e data center emerge una dimensione meno visibile ma potenzialmente altrettanto importante: quella monetaria.

Negli ultimi mesi è cresciuta l’attenzione verso le stablecoin ancorate al dollaro e verso nuovi strumenti finanziari digitali che potrebbero svolgere un ruolo rilevante nei futuri flussi economici internazionali. Se nel XX secolo il predominio del dollaro si è fondato sul commercio globale, sui mercati finanziari e sul sistema dei Treasury, nel XXI secolo la valuta americana potrebbe estendere la propria influenza anche alle infrastrutture digitali dei pagamenti e degli scambi transfrontalieri.

In questo contesto, energia, capacità computazionale e moneta tendono progressivamente a convergere. L’energia alimenta i data center. I dati alimentano gli algoritmi. L’intelligenza artificiale genera valore economico e vantaggio competitivo. Le nuove infrastrutture finanziarie digitali consentono la circolazione di tale valore all’interno dell’ecosistema globale.

La competizione geopolitica contemporanea non riguarda quindi soltanto il controllo del territorio o delle risorse naturali. Riguarda sempre più il controllo delle infrastrutture che organizzano l’informazione, la produzione del valore economico, la capacità decisionale e la circolazione della moneta. La geopolitica dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto chi sviluppa gli algoritmi più avanzati. Riguarda chi controlla l’intera filiera che rende possibile l’IA: energia, semiconduttori, capacità computazionale, dati, reti di comunicazione e strumenti finanziari.

Da questa prospettiva il Golfo assume un significato che supera ampiamente la dimensione regionale. Gli accordi tra Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti possono essere interpretati come parte di un più ampio tentativo americano di ricostruire i pilastri materiali del proprio potere strategico: energia, tecnologia avanzata, infrastrutture digitali e strumenti monetari.

Se nel Novecento il potere si misurava attraverso il controllo del territorio, dell’industria e delle rotte commerciali, nel XXI secolo esso dipenderà sempre più dalla capacità di controllare le infrastrutture che organizzano dati, algoritmi, energia e flussi finanziari.

L’accordo del Golfo appare quindi come qualcosa di più di una partnership tecnologica. Potrebbe rappresentare uno dei primi tasselli di un nuovo modello geopolitico nel quale il potere non deriva soltanto dal possesso delle risorse, ma dalla capacità di integrare energia, capacità computazionale e finanza all’interno di una medesima architettura strategica. Se il Novecento è stato il secolo del petrolio, questo secolo potrebbe essere ricordato come quello dell’integrazione tra energia e intelligenza artificiale. È in questo spazio strategico che si giocherà una parte decisiva della competizione tra le grandi potenze.

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Tossine progettate dall’IA, ecco la nuova frontiera della guerra biologica

La guerra biologica non è una novità, ma con l’avvento dell’IA la sua pericolosità rischia di raggiungere livelli mai visti. È questo l’allarme lanciato dal report “Promote the Antidote: Reducing the Risk from Toxins”, pubblicato dall’Atlantic Council. Un documento che rivolge una domanda scomoda all’intera comunità politica occidentale: siamo pronti a fronteggiare una minaccia che non si replica, non si trasmette, e spesso neanche si vede? La risposta, in oltre venti pagine di rapporto, è chiaramente no.

Cosa sono le tossine e come agiscono

Nel lessico della sicurezza internazionale, la sigla Nbcr (Nucleare, biologico, chimico, radiologico) racchiude le categorie di minaccia considerate più devastanti per la vita umana. Tra queste, la dimensione biologica è quella che ha come protagonisti gli agenti infettivi: virus, batteri e patogeni capaci di diffondersi da persona a persona con effetti potenzialmente pandemici. Le tossine, a differenza dei patogeni classici, sono veleni di origine biologica prodotti da alghe, batteri, cianobatteri, funghi, insetti, piante e animali. Non sono infettive, non si replicano e non si trasmettono da individuo a individuo. Bensì si inalano, si iniettano, si ingeriscono o si assorbono. Molte sono inodori e non penetrano attraverso la pelle, il che le rende più maneggevoli di numerose armi chimiche convenzionali. E alcune di esse sono letali in dosi nell’ordine di pochi microgrammi. La tossina botulinica, ad esempio, prodotta dal batterio Clostridium botulinum, interrompe gli impulsi nervosi e la contrazione muscolare. La ricina, ricavata dai semi di Ricinus communis, blocca la sintesi proteica cellulare, mentre l’epsilon-tossina del Clostridium perfringens provoca danni permamenti ai tessuti cerebrali. Questi tre agenti figurano infatti nella lista dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) tra gli agenti biologici più pericolosi. 

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Cina, Germania, Giappone, Russia, Regno Unito e Stati Uniti avevano tutti programmi militari che includevano le tossine. L’Unità 731 giapponese, ad esempio, conduceva esperimenti con la tossina botulinica già negli anni Trenta in Manciuria mentre, nel 1978, una punta di ombrello intrisa di ricina uccise il dissidente bulgaro Georgi Markov a Londra. Lettere contenenti ricina furono inviate a Barack Obama nel 2013 e a Donald Trump nel 2018 e nel 2020. Attori statali, terroristi e lupi solitari hanno tutti, in momenti diversi, scelto le tossine come strumenti di violenza. 

Quando l’IA incontra la biologia 

L’avanzamento della biologia sintetica non è una novità in sé, già da diversi anni gli esperti di biosicurezza ne segnalano i rischi. Ma lo sposalizio tra quella disciplina e i moderni sistemi di intelligenza artificiale, e in particolare con i Large language model, sta aprendo a scenari che fino a poco tempo fa appartenevano alla fantascienza. Se una volta la ricerca su questo tipo di armi biologiche era appannaggio esclusivo delle grandi potenze, con intere divisioni di scienziati e laboratori per condurre i loro esperimenti, adesso, come segnalato dal report, l’impiego dell’IA sta abbassando drasticamente la soglia d’accesso alla progettazione di nuove proteine tossiche, consentendo anche ad attori con risorse limitate di ottimizzare tossine esistenti per renderle più letali, più stabili e più difficili da rilevare con i metodi diagnostici attuali. Ciò significa che un attore ostile potrebbe progettare una tossina inedita, mai classificata, non presente su nessun elenco di controllo internazionale e capace di eludere sia i sistemi di sorveglianza sia le terapie disponibili. Il tutto con risorse talmente modeste da non poter essere facilmente scoperto dalle indagini di intelligence.

La minaccia portata dalle tossine non riguarda solo i teatri bellici o gli scenari di assassinio politico. Le tossine rappresentano un rischio anche per le catene di approvvigionamento alimentare globali. Le micotossine (come le aflatossine prodotte da funghi nel mais e nelle arachidi) causano già ogni anno ingenti perdite economiche e rischi per la salute, e sono una delle principali cause di respingimento delle importazioni alimentari alle frontiere. Ma il vero problema, come sottolinea il rapporto, è la vulnerabilità alle contaminazioni intenzionali. Il volume degli scambi commerciali globali rende i metodi tradizionali di campionamento e analisi del tutto inadeguati per rilevare episodi di contaminazione intenzionale. 

Diagnosi difficili e antidoti che mancano

Sul fronte clinico, il quadro non è più rassicurante. I sintomi precoci di avvelenamento da tossine imitano spesso quelli delle malattie comuni: l’esposizione all’enterotossina B stafilococcica si manifesta ad esempio come una sindrome influenzale, mentre l’avvelenamento da tossina botulinica può essere confuso con un ictus o con la sindrome di Guillain-Barré. Questa ambiguità, combinata con la scarsa formazione dei medici e l’assenza di strumenti diagnostici rapidi nei pronto soccorso, ritarda il riconoscimento dell’agente e la messa in campo di una risposta efficace. Anche la Riserva strategica nazionale americana accusa lacune significative. Se infatti essa possiede antitossine per il botulismo, è però priva di terapie approvate dalla Fda per le altre tossine ad alto rischio, come la ricina e l’enterotossina B. Il report raccomanda infatti di sviluppare piattaforme terapeutiche ad ampio spettro (anticorpi policlonali e inibitori) capaci di neutralizzare varianti diverse di una stessa tossina, anziché puntare su vaccini monovalenti. In altre parole, degli antidoti modulari.

Come difendersi da questa minaccia?

La risposta non è semplice, ma il report dell’Atlantic Council cerca lo stesso di fornire alcune indicazioni. Un primo punto di partenza è il metodo con cui l’intelligence affronta la questione. Innanzitutto, bisognerebbe considerare le tossine non come minaccia residuale, ma come componenti attive dei programmi biologici offensivi di Cina, Russia, Iran e Corea del Nord. Per ognuno, il report raccomanda di stilare  una stima nazionale dedicata, distinta da quelle sulle armi chimiche e biologiche tradizionali, con una sorveglianza specifica sull’uso dell’IA per progettare i nuovi agenti. Sul piano interno, la strada maestra è investire nella diagnostica rapida nei pronto soccorso, formare i medici a riconoscere le presentazioni cliniche di un attacco con tossine e colmare le lacune presenti nelle riserve nazionali. C’è poi il nodo internazionale, forse il più difficile da sciogliere. Come nel caso delle armi nucleari, le convenzioni internazionali per limitarne produzione e sviluppo esistono, ma tutte le grandi potenze si guardano bene dal ratificarle. 

La pandemia ci ha insegnato duramente quanto possa costare l’impreparazione nell’affrontare minacce sanitarie e biologiche e, come si evince dal report, persino gli Stati Uniti a oggi non sono in grado di dirsi pronti a rispondere adeguatamente a una simile emergenza. Lo stesso concetto di “Biodifesa” è ancora allo stato embrionale e fatica a distaccarsi dalla tradizionale teoria di contrasto alle minacce Nbcr. Le armi biologiche e il loro sviluppo da parte delle principali potenze non sono una novità, ma finora il delicato sistema della deterrenza (che non vale solo per le armi nucleari) ne ha impedito una proliferazione incontrollata. Adesso invece, con la democratizzazione tecnologica portata dall’IA, questo precario equilibrio rischia di saltare.

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Una nuova "guerra" nel Triangolo d'oro: cosa c'è dietro la crociata asiatica al narcotraffico

Il Triangolo d'oro torna al centro delle preoccupazioni internazionali. L'area montuosa al confine tra Myanmar, Laos e Thailandia, da decenni considerata uno dei principali hub mondiali per la produzione e il traffico di droga, è oggi teatro di una nuova offensiva regionale contro i cartelli criminali. A spingere quattro governi asiatici verso una cooperazione più stretta è la crescita del mercato locale delle droghe sintetiche, che continua ad alimentare reti transnazionali sempre più sofisticate. Ecco che cosa sta succedendo nel cuore dell’Asia.

La crociata asiatica contro il narcotraffico

Secondo quanto riportato da Vietnam News, Vietnam, Cina, Laos e Myanmar hanno avviato una campagna congiunta di tre mesi per contrastare il traffico di stupefacenti lungo le frontiere condivise. L'iniziativa, che prenderà forma tra giugno e settembre, prevede operazioni coordinate di controllo, indagini transfrontaliere e un rafforzamento dello scambio di informazioni tra le forze di sicurezza dei quattro Paesi.

Le autorità intendono colpire non soltanto il trasporto delle sostanze illegali, ma anche le filiere che alimentano la produzione di metanfetamine e altre droghe sintetiche. Particolare attenzione sarà riservata ai precursori chimici, elementi fondamentali per la fabbricazione degli stupefacenti e spesso oggetto di traffici paralleli che attraversano diversi Stati asiatici.

Negli ultimi anni le organizzazioni criminali hanno infatti adattato le proprie strategie, sfruttando la fragilità di alcune aree di confine e le difficoltà dei governi nel controllare territori remoti. Un rapporto dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) pubblicato nel 2025 ha evidenziato un aumento del 18% dei sequestri di droghe sintetiche nell'Asia orientale e sud-orientale rispetto all'anno precedente, confermando come il Triangolo d'oro resti uno dei principali centri di produzione mondiale.

Cosa succede nel Sud Est Asiatico

Dietro questa nuova offensiva non c'è soltanto la volontà di ridurre il traffico di droga, ma anche la necessità di contenere l'influenza economica e militare delle organizzazioni criminali che prosperano soprattutto nelle aree più instabili del Myanmar (dove, lungo il confine con la Thailandia, sono diffuse anche le cosiddette Scam Cities).

Dopo il colpo di Stato del 2021 e il successivo deterioramento della situazione interna, diverse zone del Paese sono finite sotto il controllo di gruppi armati e milizie locali, creando condizioni favorevoli per le attività illecite.

La situazione è dunque delicatissima. Anche perché i proventi del narcotraffico contribuiscono a finanziare reti criminali che operano oltre i confini nazionali e che spesso intrecciano i propri interessi con quelli di gruppi armati presenti sul territorio. La cooperazione tra Hanoi, Pechino, Vientiane e Naypyidaw rappresenta quindi un tentativo di affrontare il problema alla radice, colpendo sia le strutture logistiche sia le fonti di finanziamento delle organizzazioni coinvolte.

Resta però da capire se la nuova strategia riuscirà a produrre risultati duraturi in una regione dove il narcotraffico continua a dimostrare una notevole capacità di adattamento.

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Londra-New York in meno di 4 ore: come funziona l’aereo supersonico della Nasa

La rivoluzione del trasporto aereo arriverà molto presto. Infatti, l’aereo da ricerca supersonico “silenzioso” X-59 della Nasa si sta preparando per alcuni dei suoi voli più importanti. Tra pochi giorni, l'X-plane comincerà una nuova serie di voli di prova tra cui il primo volo ad una velocità superiore a quella del suono e altri obiettivi cruciali per la missione.

Le caratteristiche del bolide dei cieli

Dopo mesi in cui sono stati effettuati numerosi test, il team dell'X-59 ha esaminato i progressi compiuti a fine maggio e guarda con fiducia ai prossimi obiettivi tra cui altitudini più elevate e maggiori velocità. In questo modo gli ingegneri potranno valutare il comportamento dell'X-59 nelle condizioni operative richieste per la “missione Quest” della Nasa, il cui obiettivo sarà quello di raccogliere preziose informazioni sul volo supersonico silenzioso.

Gli sviluppatori prevedono che l’X-59 riuscirà a volare a più di 1010 km/h e un'altitudine stimata in 13 mila metri durante una serie di voli di prova all'inizio di giugno. Successivamente, arriverà anche un volo in "condizioni operative" nel corso del quale sarà toccato Mach 1,4 (1.490 km/h) a circa 16.700 metri di altitudine.

La “modalità silenziosa”

L’X-59 potrà volare al di sopra delle città in modalità silenziosa a differenza del passato quando la rottura della barriera del suono rappresentava un enorme problema per l’impatto acustico. In questo senso, infatti, l’X-59 riuscirà a generare rumori a bassa frequenza, ovattati, privi di un bordo netto o di un suono squillante (si chiama “quiet thumph”).

Distanze “dimezzate”

Se i test ulteriori daranno i risultati sperati, si potrà viaggiare tra grandi città con tempi dimezzati: da Londra a New York, ad esempio, si potranno impiegare circa 3 ore e 45 minuti invece delle 7-8 ore che si impiegano mediamente con i tradizionali aerei di linea. "Il prossimo passo sarà il primo volo supersonico di questo velivolo unico nel suo genere", ha dichiarato Cathy Bahm, responsabile del progetto Low Boom Flight Demonstrator della Nasa. "Ci stiamo avvicinando al punto di prova delle condizioni di missione per cui l'X-59 è stato progettato.

L'X-59 ha completato i primi voli di prova ad alta quota e a velocità prossime a quelle supersoniche, aprendo la strada a ulteriori voli incentrati sul suo intero raggio d'azione. Questi voli più recenti, a quote inferiori e a velocità ridotte, stanno contribuendo a confermare le prestazioni dell'X-plane in un'ampia gamma di condizioni, incluso il volo sia con il carrello di atterraggio retratto che esteso.

"La nostra priorità era quella di raggiungere la massima altitudine e velocità possibile nel minor tempo possibile per consentire al team di esaminare la porzione a maggior rischio dell'inviluppo di volo, per poi procedere con la regione a quote e velocità inferiori mentre il team analizzava i risultati", ha dichiarato Cathy Bahm, responsabile del progetto Low Boom Flight Demonstrator presso l'Armstrong Flight Research Center della NASA a Edwards, in California.

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Wass (Fincantieri) entra nel mercato canadese. L’intesa con Magellan Aerospace

Wass Submarine Systems, controllata del gruppo Fincantieri specializzata nei sistemi di difesa subacquea, e la canadese Magellan Aerospace hanno firmato un accordo finalizzato a sostenere e sviluppare le capacità di difesa underwater del Canada. L’intesa, firmata in occasione del salone Cansec di Ottawa, punta a rafforzare la collaborazione industriale tra le due aziende nel settore delle tecnologie subacquee avanzate.

L’accordo prevede la valorizzazione delle competenze complementari delle due società nell’ambito dei sistemi di difesa subacquea, con l’obiettivo di contribuire ai programmi e alle esigenze operative delle Forze armate canadesi. La collaborazione sarà orientata allo sviluppo di soluzioni tecnologiche e capacità industriali in grado di supportare i requisiti del mercato canadese nel dominio underwater.

L’intesa mira a promuovere opportunità di cooperazione industriale e tecnologica, facendo leva sull’esperienza maturata da Wass nelle tecnologie subacquee e sulla presenza industriale di Magellan Aerospace nel mercato canadese. L’obiettivo è contribuire allo sviluppo di capacità nazionali nel settore della difesa subacquea e supportare le future esigenze operative del Canada.

Dall’Italia al Canada

Wass rappresenta il polo di eccellenza di Fincantieri nel settore della difesa subacquea e opera nella progettazione e realizzazione di siluri, sonar, sistemi di lancio e contromisure per piattaforme navali e subacquee. La società è entrata a far parte del gruppo Fincantieri nel 2025 a seguito del completamento dell’acquisizione della linea di business Underwater Armaments & Systems di Leonardo. Magellan Aerospace è un gruppo industriale attivo nei settori aerospaziale e della difesa e dispone di una presenza consolidata in Canada attraverso attività di progettazione, produzione e supporto tecnologico per programmi nazionali e internazionali.

Nelle puntate precedenti

Oltre al nuovo accordo con Magellan Aerospace, Wass ha firmato a febbraio un contratto da oltre 200 milioni di euro con il ministero della Difesa dell’Arabia Saudita per la fornitura di siluri leggeri MU90 destinati alla Royal Saudi Naval Force, definito dall’azienda come il più importante nei 150 anni di storia dell’azienda. A dicembre 2025 la società si è aggiudicata un contratto da altri 200 milioni di euro con la Marina Indiana per la fornitura dei siluri pesanti Black Shark Advanced, destinati ai sei sottomarini classe Scorpène in servizio nella flotta di Nuova Delhi. L’intesa comprende inoltre i sistemi di lancio, le attrezzature per la manutenzione e il relativo supporto logistico. Le consegne sono previste tra il 2028 e il 2030, con produzione affidata allo stabilimento Wass di Livorno.

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Ex lagunare ucciso dall’esposizione all’amianto, il Tribunale di Milano condanna il ministero della Difesa a risarcire la figlia

Il Tribunale di Milano ha condannato il ministero della Difesa a risarcire con oltre 400mila euro la figlia di un ex lagunare dell’Esercito Italiano morto nel 2017 a causa di un mesotelioma pleurico, riconoscendo il nesso causale tra l’esposizione ad amianto durante il servizio militare e l’insorgenza della malattia. Secondo quanto ricostruito in sentenza, come comunica l’Osservatorio Nazionale Amianto, M.R., aveva prestato servizio negli anni Sessanta in ambienti militari nei quali l’amianto era ampiamente utilizzato e presente in modo diffuso, tra caserme, mezzi e materiali di uso quotidiano. Nel corso della sua attività avrebbe inoltre svolto operazioni di manutenzione e movimentazione di componenti contaminati, senza adeguate misure di protezione.

L’ex militare aveva iniziato a manifestare gravi problemi respiratori fino alla diagnosi di mesotelioma pleurico, una delle forme tumorali più aggressive e direttamente collegate all’esposizione alle fibre di amianto. La malattia lo ha portato alla morte il 31 luglio 2017, dopo un periodo di gravi sofferenze fisiche e psicologiche condivise con la figlia. La donna ha successivamente avviato una lunga battaglia giudiziaria per ottenere il riconoscimento della responsabilità del ministero della Difesa. Il Tribunale ha ora stabilito che non furono adottate adeguate misure di prevenzione e protezione, nonostante la pericolosità dell’amianto fosse già conoscibile all’epoca dei fatti.

I giudici hanno riconosciuto non solo il danno subito dal militare durante la malattia e nella fase terminale, ma anche il danno parentale subito dalla figlia, evidenziando il legame particolarmente intenso tra i due. Nelle motivazioni si fa riferimento a una relazione quotidiana fatta di contatti costanti, sostegno reciproco e forte vicinanza affettiva, documentata anche attraverso testimonianze e materiali personali. La sentenza sottolinea come la morte del padre abbia rappresentato per la figlia “uno sconvolgimento radicale della sua vita”, riconoscendo la profondità del trauma subito sia durante la malattia sia dopo il decesso. Il risarcimento complessivo supera i 400 mila euro, ma la decisione assume rilievo anche sul piano giuridico per il riconoscimento della responsabilità dello Stato in relazione all’esposizione all’amianto nelle Forze Armate.

“Dietro questa sentenza non ci sono numeri o semplici risarcimenti, ma la storia di una famiglia distrutta da una morte che poteva e doveva essere evitata”, ha dichiarato l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e legale della donna. “Per anni questa figlia ha combattuto perché fosse riconosciuta la verità sulla morte del padre, un uomo che aveva servito lo Stato in divisa senza sapere di essere stato esposto a un killer invisibile come l’amianto”. Il legale ha inoltre sottolineato come la decisione rappresenti un riconoscimento più ampio delle responsabilità istituzionali: “È una sentenza importante perché conferma ancora una volta che anche nelle Forze Armate ci sono state esposizioni gravissime e che lo Stato ha il dovere di tutelare chi lo serve”.

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Già 10mila firme per una legge popolare sulla Difesa civile. Il promotore Valpiana: “La sicurezza non la fanno solo gli eserciti”

Sul portale online del governo c’è una proposta di legge di iniziativa popolare che va verso le 10 mila firme nonostante il silenzio assoluto dei partiti e una scarsissima copertura mediatica. Eppure il tema è centrale come non mai, visto che si parla di difesa. “Il titolo dice già molto, se non tutto – racconta Mao Valpiana, presidente del Movimento nonviolento e coordinatore della campagna per la pdl – Si chiama: ‘Un’altra difesa è possibile‘. Il Paese non si difende solo con le Forze armate e anzi, tutte le spese per questo riarmo stanno in realtà mettendo in difficoltà il Paese stesso”.

Cosa prevede la legge? Il principio di partenza è che, appunto, sia sbagliato intendere il concetto di difesa solo dal punto di vista militare. “Bisogna coniugare l’articolo 52 della Costituzione, che sancisce il sacro dovere della difesa della Patria, con l’articolo 11, che ripudia la guerra e dunque anche gli strumenti che rendono possibile la guerra, cioè le armi”. La legge, promossa da Rete Italiana Pace e Disarmo, Conferenza nazionale enti di Servizio civile e Sbilanciamoci!, mira a creare un Dipartimento per la difesa civile non armata e nonviolenta. “Una sorta di cabina di regia costituita da alcuni organismi che già esistono, come gli uffici del Servizio civile, e altri che vorremmo istituire, come un centro di studio e ricerca su pace e disarmo, attività che in questo momento è in capo solo a sigle del Terzo settore. Ovviamente ci dovrebbe essere un dialogo con Vigili del fuoco, Protezione civile, dipartimento per le politiche giovanili, eccetera”.

Altro passaggio essenziale è quello sui Corpi civili di pace. “Esistono già come sperimentazione: molti ragazzi hanno partecipato a attività di prevenzione della violenza e dei conflitti in luoghi a rischio, all’estero. Secondo noi questa sperimentazione è andata bene e dunque questi Corpi devono essere istituzionalizzati”. L’obiettivo di questo dipartimento sarebbe perciò integrare la Difesa in senso militare con una serie di iniziative e di ricerche che vanno dalla prevenzione alla cooperazione internazionale fino ad attività di servizio civile in Italia, non più inteso come volontariato ma in mano a professionisti. “Oltre a risorse statali – aggiunge Valpiana – vorremmo che fosse prevista la possibilità di donare il 6×1000 a questo dipartimento”.

L’obiettivo è raggiungere 50 mila firme entro metà settembre per poi incardinare il testo in Senato. Non sarà facile, ma avere raggiunto circa 9mila adesioni senza praticamente alcuna pubblicità mediatica e senza padrini politici è un risultato tutt’altro che scontato: “Finora i partiti non hanno aderito. Sarebbe importante entrare nel dibattito politico sulla Difesa, visto che non si parla d’altro. Siccome abbiamo visto in quale vicolo cieco ci ha portato la Difesa intesa esclusivamente come militare, non è forse il momento di chiedersi se sia possibile qualcosa di diverso?”. Il tempo ci sarebbe e per aderire con Spid il portale è firmereferendum.giustizia.it, lo stesso sulle proposte di referendum.

L'articolo Già 10mila firme per una legge popolare sulla Difesa civile. Il promotore Valpiana: “La sicurezza non la fanno solo gli eserciti” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Il “pipistrello fantasma” Usa vola sul Pacifico: il drone che può cambiare la guerra aerea

Lo hanno soprannominato “Ghost Bat”, ovvero il “pipistrello fantasma”. Stiamo parlando del drone da combattimento sviluppato da Boeing in Australia, in lizza per diventare uno dei pilastri della futura aviazione militare occidentale nel complesso scacchiere geopolitico del Pacifico. L’MQ-28 ha iniziato a effettuare voli di prova dalla base navale di Point Mugu, in California, uno dei principali centri statunitensi per i test aeronautici e missilistici. Il velivolo senza pilota è progettato per operare accanto ai caccia tradizionali, condividendo dati, individuando bersagli e svolgendo missioni ad alto rischio senza mettere in pericolo piloti umani.

Un pipistrello fantasma nel Pacifico

Secondo quanto riportato dal portale The War Zone, gli ultimi test nel Pacifico servono a dimostrare la maturità tecnologica del programma e ad aprire la strada a possibili esportazioni, compresa un’eventuale integrazione nelle future strategie militari del Pentagono. Il Ghost Bat rappresenta infatti uno dei progetti più avanzati nel settore dei droni da combattimento collaborativi, i cosiddetti Collaborative Combat Aircraft, pensati per affiancare velivoli con equipaggio in scenari di guerra ad alta intensità.

L’MQ-28 è stato progettato con una struttura modulare che consente di cambiare rapidamente il muso del velivolo e installare sensori differenti a seconda della missione. Le ultime immagini diffuse da Boeing mostrano un esemplare dotato di sistema IRST, il sensore a infrarossi utilizzato per individuare bersagli aerei senza emettere segnali radar. Il drone è già stato impiegato in Australia in esercitazioni con aerei E-7 Wedgetail e caccia F/A-18 Super Hornet, dimostrando la capacità di operare come “gregario intelligente” in supporto ai velivoli pilotati.

Le future versioni saranno ancora più grandi e avranno una maggiore autonomia operativa, oltre a una stiva interna per armamenti. Boeing prevede che il futuro Block 3 possa trasportare missili AIM-120 AMRAAM oppure bombe guidate GBU-39, ampliando notevolmente le capacità offensive del sistema. Nei test precedenti il Ghost Bat ha già effettuato il lancio reale di un missile aria-aria, dimostrando che il programma non è più soltanto sperimentale.

Usa in prima linea

L’interesse americano per il progetto cresce anche perché la Marina statunitense sta cercando nuove soluzioni per rafforzare l’aviazione imbarcata del futuro. La US Navy lavora infatti allo sviluppo di droni da combattimento capaci di operare dalle portaerei insieme ai caccia tradizionali, riducendo i rischi per gli equipaggi nelle missioni più pericolose.

Da questo punto di vista, l’MQ-28 viene considerato un candidato credibile grazie alla sua autonomia basata sull’intelligenza artificiale e alla capacità di coordinarsi con altri sistemi in volo. Il teatro del Pacifico rappresenta inoltre il banco di prova ideale per queste tecnologie: enormi distanze, crescente competizione con la Cina e necessità di mantenere superiorità aerea anche in scenari altamente contestati.

Boeing guarda già oltre gli Stati Uniti e ha avviato contatti con diversi Paesi dell’Indo-Pacifico, incluso il Giappone, mentre in Europa il gruppo tedesco Rheinmetall collabora alla promozione del suddetto drone presso Berlino. Il “pipistrello fantasma” farà ancora parlare di sé.

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Spunta il "sesto occhio" nel Pacifico: la rivoluzione degli 007 che rafforza gli Usa

Il Giappone è ormai pronto a compiere uno dei cambiamenti più significativi della sua politica di sicurezza dal secondo dopoguerra. Il parlamento nipponico ha infatti approvato la creazione di un nuovo Consiglio nazionale per l'intelligence e di una National Intelligence Agency destinata a coordinare raccolta, analisi e condivisione delle informazioni strategiche. Si tratta di una riforma arrivata nel bel mezzo della crescente assertività della Cina e delle tensioni attorno a Taiwan, e che soprattutto conferma la volontà di Tokyo di assumere un ruolo più attivo nell'architettura di sicurezza dell'Indo-Pacifico.

Un “sesto occhio” al fianco degli Usa

La sensazione è che il suddetto progetto rappresenti un tassello fondamentale del percorso con cui il governo guidato da Takaichi Sanae punta a rafforzare la capacità del Paese di affrontare minacce sempre più complesse. Come ha fatto notare il portale Geopolitical Monitor, la nascita della nuova agenzia costituisce la più importante ristrutturazione del sistema informativo giapponese dai tempi della fondazione del Cabinet Intelligence and Research Office nel 1952.

Per oltre settant'anni il Giappone ha fatto affidamento su una rete frammentata di organismi civili e militari, integrata in larga misura dalle informazioni condivise dagli Stati Uniti. Il nuovo assetto punta invece a superare la dispersione delle competenze tra ministeri e agenzie, creando un centro decisionale in grado di coordinare in modo più efficace intelligence estera, controspionaggio e sicurezza nazionale.

Non solo: la riforma risponde alla trasformazione dell’arena asiatica che oggi richiede una capacità di raccolta e valutazione delle informazioni molto più rapida e integrata rispetto al passato. Cosa potrebbe succedere? Il Giappone ha tutte le carte in regola per diventare un partner sempre più autonomo, ma anche più utile all'interno delle reti di cooperazione con Washington e con gli altri alleati regionali.

La mossa del Giappone

Di recente Tokyo ha intensificato la cooperazione con Filippine, Australia, India e Stati Uniti, e sono ancora in discussione nuovi accordi per la condivisione di informazioni sensibili e per il coordinamento delle attività di sorveglianza marittima. Ecco che la futura agenzia viene vista da molti esperti come un potenziale "sesto occhio" del sistema di intelligence occidentale, in riferimento alla rete Five Eyes composta da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda.

Non mancano tuttavia le critiche. In Cina, diversi esperti e media interpretano la riforma come un ulteriore passo verso il superamento delle limitazioni imposte al Giappone nel dopoguerra e come un elemento destinato a rafforzare la strategia americana di contenimento nell'Indo-Pacifico.

Anche all'interno dello stesso Giappone sono emerse preoccupazioni riguardo alla tutela delle libertà civili e all'espansione dei poteri dello Stato in materia di sicurezza. Al di là delle polemiche, la direzione appare ormai tracciata: il Giappone vuole dotarsi di strumenti più moderni per avere un’intelligence all’avanguardia.

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Comunalità e interdipendenza. Nones indica la strada per la difesa europea

Siamo ormai entrati nel quinto anno di una nuova era, iniziata con l’attacco della Federazione Russa all’Ucraina. Si è così chiusa quella precedente, iniziata con la fine della Seconda Guerra Mondiale settantasette fa.

I tratti caratteristici della nuova era sono sotto gli occhi di tutti. Il quadro strategico è sempre più incerto e imprevedibile: tensioni e crisi possono prendere diverse direzioni in modo estremamente fluido, spiazzando e sorprendendo tutti. Si è passati da un mondo “relativamente stabile” a “fortemente instabile”: l’arco delle crisi si è allargato verso oriente ed occidente e verso settentrione, entrando nel territorio europeo.

Il passaggio dalla “forza del diritto” al “diritto della forza” segna la crisi dell’ordine internazionale basato su regole condivise, sostituito dalla supremazia degli Stati più forti che impongono la propria volontà. La politica di potenza si è allargata dal livello politico-diplomatico a quello economico-finanziario e militare assumendo un carattere di brutale prepotenza.

Il risultato è il depotenziamento delle organizzazioni internazionali: sempre meno efficaci nel gestire la governance del mondo e delle crisi (dalle Nazioni Unite ai diversi Trattati per arrivare alla Nato).

Per l’Italia e per l’Europa si sta verificando un’ulteriore preoccupante novità: la divaricazione transatlantica che ha ridotto rapidamente e fortemente il quadro della deterrenza e, nel mondo sempre più tecnologico in cui viviamo e in cui la dualità civile-militare è diventata prevalente, sta gettando ombre sull’ancora forte dipendenza europea dal sistema americano.

L’Unione europea ha cercato, in parte, di contrastare e rallentare questo cambiamento e, in parte, di reagire con una serie di iniziative volte a rafforzare le sue capacità di difesa e sicurezza sia direttamente (finanziamento di programmi di ricerca e sviluppo e di accelerazione di alcune produzioni e prestiti agli Stati membri) che indirettamente (soprattutto attraverso il sostegno all’Ucraina). Ma tutto ciò non è stato sufficiente perché l’attuale governance e perimetro di azione sono rimasti quelli costruiti ventinove anni prima col Trattato di Maastricht, a sua volta basato su quello, quarantacinque anni prima, di Roma. Nella nuova era l’Unione si è presentata, quindi, a giudizio unanime come un “gigante economico”, ma un “nano politico”, impotente di fronte ad un mondo di predatori in cui, per dirla con la felice sintesi del primo ministro canadese Carney, “se non siedi al tavolo sei nel menù”.

È mancato il coraggio di prendere atto che in un mondo così radicalmente cambiato, bisogna trovare e utilizzare nuovi approcci e nuovi strumenti politici, istituzionali e giuridici.

Per questo, al di là dell’aumento della spesa per la difesa, l’Europa dovrebbe darsi un obiettivo strategico e due obiettivi politico-militari. Il primo riguarda il coinvolgimento del Regno Unito (ma anche di Norvegia e Islanda), Paesi europei della Nato ma non dell’Unione; sul piano politico e militare soprattutto il contributo inglese è fondamentale ed è quindi necessario per assicurare la difesa europea. I secondi riguardano la “comunalità” degli equipaggiamenti militari e la “interdipendenza” dei Paesi coinvolti.

Per la “comunalità”, va ricordato che l’utilizzo di troppi diversi modelli di ogni singolo equipaggiamento dimezzi, almeno, l’efficacia della spesa militare europea sul piano operativo, addestrativo, logistico, manutentivo. Fino ad ora, al di fuori dei programmi congiunti (dove, comunque, vi sono troppo spesso versioni “nazionali”) si è puntato sull’interoperabilità, ma il risultato è che abbiamo costruito una vera e propria Torre di Babele militare e che, purtroppo, anche i più recenti finanziamenti europei sono andati nella stessa direzione. Per inciso, va sottolineato che senza equipaggiamenti comuni è ridicolo parlare di “esercito europeo”: anche se si realizzasse questo sogno futuribile, la sua valenza militare resterebbe solo di facciata. Non a caso la proposta non viene discussa dagli unici che dovrebbero essere ascoltati, i militari. Senza “comunalità” non sarebbe possibile fondere le capacità delle Forze Armate dei partner e farle operare come se fossero integrate, pur rimanendo nazionali.

Per la “interdipendenza”, va sottolineato che, a prescindere da ogni formale impegno politico, l’unica garanzia che potrebbe far superare timori e gelosie fra i principali Paesi europei sarebbe l’accettazione del principio che ciascuno dovrebbe essere indispensabile nella produzione di qualche equipaggiamento, soprattutto se di primaria importanza. Dipendere da altri partner se loro dipendono da noi potrebbe rendere accettabile l’indispensabile condivisione di una parte della nostra sovranità. Questo comporterebbe una progressiva, ma chiara, rinuncia a sviluppare nuovi programmi nazionali e la scelta di privilegiare programmi comuni e “specializzazione” nazionale in un quadro di reciproci riconoscimenti di leadership tecnologica e industriale. Questa impostazione potrebbe, inoltre, coinvolgere anche alcuni Paesi europei di minore dimensione allargandola alla supply chain dei componenti strategici.

Non è una soluzione semplice, come del resto ogni altra ipotesi fino ad ora formulata, ma avrebbe alcuni vantaggi. Innanzi tutto, potrebbe essere impostata a livello intergovernativo, coordinandola, ma inizialmente non integrandola con gli impegni previsti dai Trattati europei. Questo consentirebbe di prevedere un limitato ricorso al principio dell’unanimità che sta bloccando l’Unione e una soglia molto elevata per l’accesso di Paesi “willing and able” (compresi quelli non Ue) in modo da assicurare una maggiore omogeneità dei partecipanti. Qualche interessante spunto potrebbe essere trovato nel Framework Agreement riguardante le misure per facilitare la ristrutturazione e l’attività dell’industria europea della difesa, sottoscritto il 27 luglio 2000 fra Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia e Regno Unito.

In secondo luogo, concentrandosi sui principi di “comunalità” e “interdipendenza” nel campo degli equipaggiamenti militari, potrebbe basarsi su un utilizzo coordinato del meccanismo previsto dall’articolo 346, 1 b del Tfue: “Ogni Stato membro può adottare le misure che ritenga necessarie alla tutela degli interessi essenziali della propria sicurezza e che si riferiscano alla produzione o al commercio di armi, munizioni e materiale bellico; tali misure non devono alterare le condizioni di concorrenza nel mercato interno per quanto riguarda i prodotti che non siano destinati a fini specificamente militari”. Non vanno ovviamente dimenticate le limitazioni e i condizionamenti previsti dalle parti successive, ma è indubbio che niente vieta di considerare come “interessi essenziali della propria sicurezza” anche un accordo intergovernativo come quello prospettato. In quest’ottica va rilevato che il Trattato indica la “propria” sicurezza e non, formalmente quella “nazionale”. È possibile, e anche probabile, che sia la Commissione europea che gli Stati membri inizialmente esclusi non vedano di buon occhio questa soluzione, ma dovrebbero comunque prendere atto che avrebbero di fronte tutti i principali Stati membri (e non solo) che insieme rappresentano, di fatto, la quasi totalità delle capacità tecnologiche e industriali europee.

In terzo luogo, questa soluzione potrebbe inizialmente riguardare solo i programmi strategici da sviluppare o che sono ancora nelle fasi iniziali, utilizzando massicciamente le EDT-Emerging and Disruptive Technologies: sistemi terrestri/navali di difesa aerea, velivoli da combattimento pilotati e non, velivoli da trasporto a medio raggio, elicotteri da combattimento, satelliti di osservazione, navigazione, comunicazione, sistemi di accesso allo spazio, sottomarini a propulsione convenzionale e nucleare, sistemi missilistici, veicoli pesanti armati cingolati e ruotati, sistemi di difesa cyber, ecc. Questo consentirebbe di muoversi in una cornice giuridica comune con un’organizzazione leggera e un approccio pragmatico cercando soluzioni specifiche senza pretendere di risolvere ogni problema, ma solo quelli più importanti ed urgenti. E, soprattutto, potrebbe consentire un pragmatico approccio “a geometria variabile”, più facilmente utilizzabile in un quadro che, anche se limitato in termini di paesi partecipanti, resterebbe frastagliato e in cui andrebbero cercati punti di equilibrio fra differenti esigenze militari, finanziarie e industriali, tempistiche di sostituzione degli equipaggiamenti impiegati, organizzazioni e procedure del procurement militare, ecc.

Infine, potrebbe avvantaggiarsi ad un sistema industriale più maturo e strutturato rispetto a quello con cui ci si doveva confrontare ad inizio secolo. Il vertice della piramide è ormai consolidato e, quindi, ci si potrebbe concentrare sulla specializzazione settoriale sia con operazioni di Merger & Acquisition sia con la costituzione di nuove società transnazionali come è avvenuto in campo missilistico con Mbda e come si sta tentando di fare in campo spaziale con Bromo. Forse i tempi sono maturi anche per i velivoli militari, i mezzi pesanti terrestri, i siluri, alcuni sistemi elettronici.

Nel nuovo mondo così cambiato e in continuo cambiamento l’Europa può sopravvivere solo se diventa più europea e meno nazionale e, per farlo, definisce un nuovo percorso che rafforzi la sua difesa e sicurezza, superando i limiti e gli ostacoli che fino ad ora l’hanno bloccata.

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Sicurezza underwater, a Singapore si certifica il modello italiano. L’analisi di Caffio

La protezione delle infrastrutture critiche subacquee (Icu, dall’acronimo inglese) costituite dalle dorsali sottomarine di cavi digitali ed elettrici e di gasdotti è stata al centro dell’annuale Forum dello Shangri-La Dialogue organizzato a Singapore. Numerosi i Paesi partecipanti sia del sud-est asiatico come come Filippine, Australia, Nuova Zelanda, sia dal nord-Europa quali Estonia, Finlandia, Francia oltre all’Italia nella veste di hub digitale ed energetico mediterraneo, unico ad essere già dotato di un’organica normativa sulla sicurezza subacquea. Assenti, invece, Stati Uniti e Cina, a significare scarso interesse verso un approccio multilaterale al problema.

Al ministero della Difesa di Singapore si deve la proposta di principi guida per la cooperazione militare nella protezione delle Icu, documento che, per quanto non-binding, assurge a patto internazionale per lo scambio di sinergie nel mantenimento della loro integrità. Il testo, denominato Guide (dall’acronimo di “Guiding Principles for Underwater Infrastructure Defence Exchanges”) afferma a tal fine il rispetto della libertà di navigazione e dei diritti degli Stati nelle zone di sovranità e giurisdizione nazionale. Nello stesso tempo auspica la collaborazione tra tutti i soggetti pubblici e privati coinvolti nell’ambito delle competenti strutture militari e civili dei singoli Stati.

Tra le aree di volontaria cooperazione militare il Guide indica l’avvio, tra i Paesi aderenti, di un dialogo strutturato e di scambi di esperienze e best practices nella protezione delle Icu. Per far fronte ad emergenze e scenari di crisi, anche a livello regionale, si auspica la creazione di punti di contatto. La condivisione di volontarie informazioni di natura operativa e tecnica è in definitiva il principio fondamentale su cui si basa l’iniziativa secondo una visione pragmatica e realistica: nessun obbligo imposto da trattati, ma solo un impegno tra Paesi eguali che condividono principi ed interessi nel mantenimento della propria sicurezza. Insomma, un semplice framework nel cui ambito inserire future attività di cooperazione. Se si pensa agli scenari del Baltico in cui da tempo la tensione sulla sicurezza delle Icu alimenta un susseguirsi di iniziative navali, il Guide potrebbe sembrar non di grande rilievo. In effetti, esso apre la porta ad una risposta globale alla sfida dell’integrità delle Icu che travalica capacità e responsabilità giuridiche dei singoli Stati.

Come fare ad esempio per i cavi che transitano dal Mar Rosso e che mettono in comunicazione l’Europa con Medio ed Estremo Oriente? È chiaro che nessuno Stato – nemmeno quelli di approdo come l’Italia – possono garantire da soli il funzionamento delle infrastrutture di comunicazione. Se così è, l’iniziativa dello Shangri-La Dialogue potrebbe allargarsi ad altri Paesi della regione avendo di mira la sicurezza subacquea degli stretti come Bab el Mandeb ed Hormuz, al momento assente dall’agenda degli Stati rivieraschi.

Quanto all’Italia – presente a Singapore con il ministro Guido Crosetto e Nave “Giovanni dalle Bande Nere” in missione nell’Indo-Pacifico – è evidente che è già avanti rispetto ad altri aderenti a Guide. La legge 9-2026 sulla sicurezza subacquea pone infatti le basi per una robusta architettura interagenzia incentrata, alle dipendenze della presidenza del Consiglio, sulla costituenda Agenzia per la sicurezza subacquea (Asas) e sul Polo nazionale della dimensione subacquea (Pns) dal 2022 operante a La Spezia. Essa contiene molti dei principi del Guide, incaricando l’Asas di “promuove accordi internazionali… con istituzioni, enti e organismi di altri Paesi”.

Il coinvolgimento della Difesa nella protezione militare di cavi e condotte posati in aree della nostra Piattaforma continentale o giudicati di interesse nazionale è inoltre già stabilito dalla nuova legislazione come forma di “difesa militare dello Stato” che abilita la Marina ad intervenire in casi di necessità in presenza di azioni ostili contro l’integrità di cavi e condotte. Significativo è anche – alla luce dell’intesa raggiunta a Singapore – che alla Marina sia affidata “la cooperazione con le marine militari di Stati alleati o confinanti, nel rispetto delle direttive del Ministro della difesa, per la vigilanza delle infrastrutture subacquee”.

(Foto: MinisteroDifesa)

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Nuovi informatori in Cina: così la CIA vuole ricostruire il suo network segreto

Da mesi la CIA ha intensificato gli sforzi per reclutare nuovi informatori in Cina, puntando in particolare su funzionari governativi e ufficiali dell'Esercito popolare di liberazione (PLA) cinese. L'obiettivo è quello di rafforzare la capacità degli Stati Uniti di raccogliere informazioni dall'interno del sistema politico e militare cinese, considerato da Washington il principale concorrente strategico a livello globale. Ebbene, per raggiungere potenziali collaboratori, l'agenzia ha adottato anche strumenti inediti, come video pubblici in lingua cinese diffusi online, nei quali vengono illustrate modalità sicure per entrare in contatto con l'intelligence americana.

La strategia della CIA

La strategia della CIA punta a sfruttare le tensioni che attraversano gli apparati di potere cinesi dopo anni di campagne anticorruzione e di controlli interni sempre più severi. Alcuni dei video pubblicati dall'agenzia raccontano storie immaginarie di funzionari o militari delusi dalla propria carriera e preoccupati per il clima di sospetto che caratterizza le istituzioni del Paese.

Il messaggio è semplice: chi si sente minacciato o emarginato dal sistema può trovare un canale di comunicazione diretto con gli Stati Uniti. La CIA sostiene che queste campagne riescano a raggiungere il pubblico cinese nonostante le rigide limitazioni imposte da Pechino all'accesso a Internet.

L'agenzia considera infatti la Cina una delle priorità assolute delle proprie attività e ritiene fondamentale ampliare la rete di fonti umane in grado di fornire informazioni sulle decisioni politiche, militari e tecnologiche della leadership di Pechino. Ricordiamo che negli ultimi anni Washington ha investito ingenti risorse nel rafforzamento delle attività di intelligence rivolte alla Repubblica Popolare Cinese, affiancando alle tradizionali operazioni clandestine strumenti di comunicazione pubblica destinati a un pubblico selezionato.

There is a newer CIA video ("Save the Future") targets PLA officers disillusioned by Xi's purges — promising a "better path" for family/values. It's the latest in a 2025–2026 series that's racked up millions of views inside China.

Does it expose real cracks in loyalty... or…

— UnveiledChina (@Unveiled_ChinaX) February 12, 2026

Alla ricerca di nuovi informatori

La ricerca di nuove fonti risponde anche alla necessità di recuperare terreno dopo le difficoltà incontrate in passato. Tra il 2010 e il 2012, secondo diverse ricostruzioni apparse sulla stampa internazionale, i servizi di sicurezza cinesi riuscirono non a caso a smantellare una parte significativa della rete di informatori della CIA nel Paese, infliggendo uno dei colpi più duri all'intelligence statunitense degli ultimi decenni.

Da allora l'agenzia ha lavorato per ricostruire gradualmente la propria presenza informativa, mentre la Cina ha potenziato le strutture di controspionaggio e aumentato la sorveglianza interna.

Lo scontro tra Stati Uniti e Cina, dunque, non riguarda soltanto commercio, tecnologia e difesa, ma si estende sempre di più al campo dell'intelligence. Il motivo è presto detto: ottenere informazioni riservate sulle intenzioni dell'avversario è diventato un elemento centrale della competizione tra Washington e Pechino, una rivalità che molti osservatori descrivono come la forma contemporanea di una nuova Guerra fredda.

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L’Italia e il documento assente di sicurezza nazionale. Il commento di Castellaneta e Preziosa

La recente National Security Strategy britannica merita attenzione non tanto per le minacce che individua, quanto per il metodo che propone. Il documento parte da una constatazione ormai condivisa da gran parte delle democrazie occidentali: il mondo trasformato dalla guerra in Ucraina, dalla competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, dal ritorno della guerra convenzionale in Europa, dalle minacce ibride e dalla crescente instabilità internazionale non può più essere governato con gli strumenti concettuali del passato.

In questo contesto, la sicurezza non coincide più esclusivamente con la difesa. Comprende l’energia, le infrastrutture critiche, il cyberspazio, le reti di comunicazione, la sicurezza economica, le catene di approvvigionamento, la resilienza delle istituzioni e persino la capacità di una società di resistere alla manipolazione informativa. La vera novità della strategia britannica risiede proprio in questa visione integrata.

L’Italia dispone già di numerosi documenti strategici settoriali: la Strategia Nazionale di Cybersicurezza, il Documento Programmatico Pluriennale della Difesa, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, le strategie energetiche, i documenti dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, la pianificazione della Protezione Civile e molti altri strumenti di programmazione. Si tratta di documenti indispensabili, ma manca ancora un quadro strategico complessivo capace di collegare queste diverse dimensioni all’interno di una visione unitaria della sicurezza nazionale.

La differenza non è soltanto terminologica. Una National Security Strategy non rappresenta un ulteriore adempimento amministrativo, bensì il tentativo di rispondere ad alcune domande fondamentali che ogni Stato dovrebbe porsi: quali sono gli interessi vitali della Repubblica? Quali dipendenze strategiche costituiscono una vulnerabilità? Quale grado di autonomia industriale è necessario per garantire la sicurezza nazionale? Qual è il ruolo delle infrastrutture critiche nel funzionamento del Paese? Come preparare popolazione e istituzioni a crisi prolungate? Quale equilibrio deve esistere tra sicurezza economica e politica estera? Come proteggere il dominio cognitivo della società da operazioni di influenza, manipolazione e disinformazione?

Sono interrogativi che non riguardano soltanto il settore militare, ma l’intero sistema-Paese. La guerra in Ucraina ha evidenziato la vulnerabilità energetica europea; la pandemia ha mostrato la fragilità delle catene globali di approvvigionamento; le tensioni nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz hanno ricordato quanto il commercio internazionale dipenda dalla sicurezza delle rotte marittime. Allo stesso modo, la competizione tecnologica tra Washington e Pechino ha dimostrato che semiconduttori, dati, cloud e intelligenza artificiale sono ormai strumenti di potere geopolitico.

Tutti questi fenomeni condividono una caratteristica fondamentale: non rispettano le tradizionali divisioni amministrative dello Stato. Coinvolgono simultaneamente ministeri, imprese, università, infrastrutture, mercati finanziari e cittadini. Per questo la sicurezza non può più essere considerata una funzione esclusiva della difesa, ma deve diventare una funzione trasversale di governo.

Le principali potenze si stanno già muovendo in questa direzione. Gli Stati Uniti parlano apertamente di competizione strategica tra sistemi economici e tecnologici; il Regno Unito pone l’accento sulla resilienza nazionale; la Cina integra sicurezza economica, tecnologica e militare in una visione unitaria dello sviluppo nazionale.

L’Italia possiede importanti punti di forza per affrontare questa trasformazione. Dispone di un apparato industriale avanzato in settori strategici, è una delle principali economie manifatturiere europee, possiede capacità militari riconosciute a livello internazionale e ha sviluppato competenze significative nel dominio cyber e nella gestione delle emergenze. Inoltre, la sua posizione geografica la colloca al centro del Mediterraneo allargato, crocevia di interessi energetici, commerciali e geopolitici.

Ciò che manca non sono le capacità, bensì una sintesi: un documento capace di trasformare una pluralità di eccellenze in una strategia nazionale coerente. La questione assume particolare rilevanza in una fase storica in cui gli Stati Uniti stanno progressivamente spostando il proprio baricentro strategico verso l’Indo-Pacifico. Questo non significa mettere in discussione il rapporto transatlantico o il ruolo della Nato, ma prendere atto che gli europei saranno chiamati ad assumere responsabilità sempre maggiori nella gestione della propria sicurezza.

Tale responsabilità non riguarda soltanto la spesa militare. Include la protezione delle infrastrutture critiche, la sicurezza energetica, lo sviluppo di tecnologie strategiche, il rafforzamento della resilienza sociale e la tutela della libertà decisionale nazionale in un contesto internazionale sempre più competitivo.

La principale lezione che emerge dalla strategia britannica non riguarda il Regno Unito in sé, ma l’evoluzione del concetto stesso di sicurezza. Una sfida che richiede strumenti nuovi, una cultura strategica più ampia e una visione capace di integrare difesa, economia, energia, tecnologia, cyberspazio e resilienza nazionale.

L’Italia possiede già gran parte degli elementi necessari. Forse è arrivato il momento di dotarsi anche del documento che ancora manca: una vera Strategia di Sicurezza Nazionale, che possa essere coordinata e messa in atto da un responsabile per la Sicurezza Nazionale che risponda direttamente al presidente del Consiglio, di concerto con il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale.

Una struttura simile, per intenderci, a quelle che già esistono nel Regno Unito e negli Stati Uniti e che si potrebbe riadattare al contesto istituzionale italiano.

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Gli Usa preparano la nuova superbomba anti-bunker: come è fatta la GBU-76

L’aeronautica statunitense ha avviato una nuova fase di pianificazione industriale e tecnologica per la sostituzione della GBU-57/B Massive Ordnance Penetrator, oggi considerata il principale vettore convenzionale statunitense per la neutralizzazione di infrastrutture sotterranee fortificate. Il programma di nuova generazione, denominato Next Generation Penetrator e identificato ufficialmente come GBU-76/B, s’inscrive in una dinamica evolutiva di più ampio respiro strategico, in risposta alla proliferazione di asset infrastrutturali ipogei in scenari ad alta intensità geopolitica.

Cosa sappiamo

La fase attuale del programma è gestita dall’Air Force Life Cycle Management Center, attraverso la struttura AFLCMC/EBD presso la base di Eglin Air Force Base, con un’impostazione contrattuale basata su accordi IDIQ multi-fornitore. Tale modello consente di aggregare competenze industriali distribuite lungo l’intero ciclo di vita del sistema d’arma, dalla progettazione alla produzione, fino alla sostenibilità operativa.

Il documento di pre-acquisizione definisce un perimetro tecnologico estremamente ampio che include ingegneria dei sistemi, simulazione avanzata, aggiornamento della documentazione tecnica, sviluppo di architetture di mission planning e integrazione aeromeccanica completa. Particolare attenzione è riservata alla maturazione dei sistemi di spoletta intelligente, progettati per operare su bersagli multilivello, con capacità di discriminazione delle cavità strutturali e adattamento dinamico della funzione di detonazione in base alla profondità di penetrazione.

Tra i requisiti chiave figura inoltre lo sviluppo di soluzioni di navigazione alternative, in grado di garantire precisione anche in ambienti caratterizzati da degradazione o negazione del segnale satellitare, elemento cruciale negli scenari di guerra elettronica contemporanea.

Dominio della penetrazione profonda

Sul piano tecnico, la GBU-76/B , secondo gli analisti, rappresenta una rivoluzione concettuale rispetto alla GBU-57/B, attualmente integrata su piattaforme strategiche come il B-2 Spirit. Il sistema mantiene un’architettura di guida inerziale assistita da GPS, ma apre alla possibile integrazione di sistemi avanzati di Guidance, Navigation and Control capaci di operare in ambienti GNSS-contestati o completamente negati.

Le specifiche preliminari indicano inoltre l’adozione di una testata di classe pesante, con masse stimate nell’intervallo delle decine di migliaia di libbre, ottimizzata per la penetrazione di infrastrutture in cemento armato ad alta densità e stratificazioni geologiche complesse. In questo quadro, la precisione terminale diventa un fattore moltiplicatore della capacità cinetica, soprattutto in scenari in cui l’obiettivo è costituito da nodi infrastrutturali verticali o sistemi di ventilazione profondi.

L’esperienza maturata durante l’impiego della GBU-57/B in scenari reali, inclusa l’operazione nota come Operation Midnight Hammer, ha evidenziato l’importanza della sinergia tra capacità di penetrazione e accuratezza di impatto su bersagli altamente fortificati, consolidando la necessità di un’evoluzione incrementale delle prestazioni del sistema.

Integrazione nelle forze di bombardamento a lungo raggio

Dal punto di vista strategico, la futura GBU-76/B s’inserisce nel processo di transizione verso una nuova generazione di capacità d’attacco profondo, destinata a integrarsi non solo con la flotta esistente di B-2, ma anche con il futuro B-21 Raider. Quest’ultimo, pur caratterizzato da una minore capacità di carico per singola piattaforma rispetto al B-2, è concepito per operare in forma distribuita all’interno di una flotta più numerosa e tecnologicamente avanzata.

Nel contempo, l’industria della difesa statunitense, con attori come Boeing e Applied Research Associates, sembra essere già coinvolta nello sviluppo di prototipi e componenti critici, in particolare per quanto riguarda l’integrazione della sezione di coda e l’architettura complessiva del sistema d’arma.

Il Pentagono mantiene tuttavia una strategia di continuità, prevedendo l’aggiornamento progressivo della GBU-57/B e il mantenimento della sua piena capacità operativa nel medio periodo. In questa logica, secondo addetti ai lavori, la GBU-76/B non rappresenta una sostituzione immediata, bensì l’avvio di una transizione strutturale verso una capacità di penetrazione profonda ancora più resiliente, precisa e adattabile agli scenari di conflitto ad alta intensità.

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Cultura della Difesa, perché l’Italia non riesce ancora a discuterne seriamente

C’è una contraddizione che racconta lo stato della Cultura della Difesa in Italia. Gli italiani si fidano delle Forze Armate, le rispettano, le applaudono nelle emergenze, nelle missioni internazionali, nelle operazioni di soccorso. Affollano le piazze il 2 giugno, come avvenuto ieri ai Fori Imperiali. Considerano donne e uomini in uniforme tra i servitori dello Stato più credibili e apprezzati del Paese, li circondano di affetto.

Poi però qualcosa s’interrompe: quando si passa dalle persone ai principi, dai militari alla Difesa, dal sacrificio alla sicurezza nazionale, il sentimento cambia, la relazione appare meno solida. E il dibattito diventa nervoso, ideologico, mistificante; le argomentazioni cedono il passo agli slogan e le analisi vengono sostituite dalle tifoserie.

È qui che emerge il vero problema: non siamo più un Paese ostile alle Forze Armate; siamo ancora, però, un Paese che fatica a parlare seriamente di Difesa.

Eppure il mondo attorno a noi è cambiato. La guerra è tornata in Europa, il Medio Oriente continua a bruciare e l’incendio sembra indomabile. Le grandi potenze sono entrate in una nuova fase di competizione strategica, gli attacchi cyber sono una realtà quotidiana. Le infrastrutture critiche sono vulnerabili, l’energia è diventata una questione geopolitica e la sicurezza delle catene produttive è ormai una questione di sovranità nazionale.

In altre parole, la sicurezza è tornata ad essere una delle condizioni fondamentali della libertà. Eppure, proprio mentre la storia bussa nuovamente e rumorosamente alla porta, una parte del dibattito italiano continua a comportarsi come se fossimo ancora negli anni Novanta, nell’illusione che i conflitti siano sempre lontani, che la pace sia irreversibile e che la sicurezza sia un bene garantito per diritto naturale, mentre non lo è.

La principale conclusione che emerge dal Report “Cultura della Difesa – Comunicazione, geopolitica e formazione per l’interesse nazionale”, promosso recentemente da DYNAMES insieme alla Luiss School of Journalism e a FORM& ATP, è tanto semplice quanto scomoda: gli italiani conoscono molto meno la Difesa di quanto essi credano o vogliano far credere.

Le Forze Armate, nel frattempo, hanno compiuto passi avanti enormi. Hanno aperto le caserme alla società civile. Hanno investito nella comunicazione. Hanno rafforzato il dialogo con il mondo accademico (o almeno con quella parte di esso non contaminata dall’ideologia di un pacifismo avulso dalla realtà). Sono presenti nei media e nei social network e hanno imparato a raccontarsi.

Ma questo non è bastato e, soprattutto, non basta. Perché se le Forze Armate hanno evoluto il proprio linguaggio, c’è un limite che non è stato ancora davvero superato: la comunicazione della Difesa continua spesso a mostrarsi più prudente che coraggiosa. È timida, ingessata, come se avesse timore di disturbare, quasi chiedendo il permesso di esistere, consapevole che un errore commesso, ai militari non è mai perdonato e viene amplificato e strumentalizzato. Una comunicazione, quella della Difesa, che appare talvolta autoreferenziale, confinata in circuiti specialistici e incapace di raggiungere con continuità e in profondità il grande pubblico. La conseguenza è evidente: cresce la fiducia verso le istituzioni militari, ma resta limitata la comprensione del loro ruolo strategico.

In una fase storica caratterizzata da guerre, instabilità, competizione geopolitica e minacce senza precedenti, la prudenza rischia di trasformarsi in rinuncia. E quando la Difesa rinuncia a spiegare sé stessa, saranno altri a definirla al suo posto. Quasi sempre attraverso stereotipi, semplificazioni e pregiudizi, come appare evidente in svariati dibattiti televisivi.

Ma la Difesa non è interesse di categoria, né materia per soli specialisti. Non è un tema da confinare nei convegni, nei centri studi o nelle riviste di settore, perché riguarda ogni cittadino, come peraltro recita – troppo spesso inascoltata – la nostra Costituzione all’Articolo 52.

Il risultato di questa timidezza è illustrato anche nel Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes, che restituisce una fotografia particolarmente interessante. Le Forze Armate figurano stabilmente tra le istituzioni che raccolgono il maggiore consenso nel Paese: Aeronautica Militare 74%, Marina Militare 73,6%, Esercito Italiano 71,9%. Percentuali analoghe caratterizzano Guardia di Finanza, Guardia Costiera e Arma dei Carabinieri. Un capitale reputazionale che poche altre istituzioni possono vantare.

Lo stesso Rapporto evidenzia, però, anche una contraddizione significativa. Se gli italiani mostrano rispetto, fiducia e riconoscenza verso le donne e gli uomini della Difesa, faticano ancora a considerare la sicurezza nazionale come un investimento strategico. Il 44,2% degli intervistati ritiene, infatti, che le risorse destinate alla Difesa rappresentino un costo, mentre soltanto il 32,1% le considera un investimento; il restante 23,7% non esprime alcuna opinione. È il paradosso italiano: ci fidiamo di chi garantisce la sicurezza del Paese, ma fatichiamo a riconoscere il valore degli strumenti necessari a garantirla. In altre parole, apprezziamo il risultato ma rifiutiamo di discutere i mezzi che lo rendono possibile.

È qui che emerge il peso di una lunga stagione culturale nella quale la parola “Difesa” è stata troppo spesso raccontata attraverso categorie ideologiche anziché strategiche.

Ancora oggi, nel dibattito pubblico, termini semanticamente diversi come Difesa, riarmo, militarizzazione e guerra vengono utilizzati come sinonimi. Continuare a confonderli significa impedire qualsiasi confronto serio. La Difesa contemporanea non coincide con la guerra, serve esattamente a evitarla.

Comprende – è bene ricordarlo – la deterrenza, la sicurezza energetica, la protezione delle infrastrutture critiche, la resilienza digitale, la sicurezza marittima, la ricerca tecnologica, la protezione civile, l’intelligence, la sicurezza economica e industriale. Riguarda, in definitiva, la protezione delle condizioni che rendono possibile la vita democratica.

Eppure una parte del dibattito politico continua a reagire a questi temi con un riflesso ideologico quasi automatico, soprattutto nei periodi pre-elettorali.

È allora che la complessità viene sacrificata alla ricerca del consenso immediato. Le sfumature spariscono, gli slogan sostituiscono le argomentazioni e si torna a rappresentare il mondo come uno scontro immaginario tra pacifisti e militaristi.

Una caricatura utile, forse, per raccogliere qualche voto, ma disastrosa per comprendere la realtà. Perché sostenere la Difesa non significa desiderare la guerra, così come sostenere la pace non significa ignorare le minacce. Un pacifismo autentico dovrebbe interrogarsi su come preservare la pace. Quello ideologizzato, invece, finisce talvolta per rifiutare perfino gli strumenti che consentono di proteggerla.

Pace, libertà e democrazia non di difendono da sole: lo ha ricordato recentemente il ministro Guido Crosetto, definendo la Difesa un patrimonio culturale e civile della Repubblica, prima ancora che uno strumento operativo dello Stato.

Ed è esattamente qui che entra in gioco la formazione. La scuola italiana continua a dedicare uno spazio insufficiente alla comprensione della sicurezza nazionale. Non si tratta di introdurre forme di educazione militare, si tratta di fare educazione civica sul serio. I media, dal canto loro, sembrano aver abdicato al loro ruolo pedagogico.

La diffusa ignoranza sul ruolo della Nato, delle alleanze internazionali, delle missioni all’estero, delle Forze Armate, delle Forze dell’Ordine, della Protezione Civile e dell’Intelligence sono il risultato del “sonno della coscienza civica”, che impedisce ai più di comprendere il mondo in cui viviamo.

Ignorare questi temi non rende una società più democratica, la rende semplicemente più vulnerabile. Allo stesso modo andrebbe superata una delle contrapposizioni più ricorrenti del dibattito pubblico italiano: quella tra spese per la Difesa e investimenti in sanità, scuola o welfare. È una contrapposizione apparentemente intuitiva ma sostanzialmente fuorviante. Uno Stato moderno, democratico e maturo, infatti, non sceglie tra sicurezza e sanità, tra difesa e istruzione, perché tutte queste funzioni concorrono alla tutela e al progresso della comunità nazionale.

Senza sicurezza non esiste sviluppo economico, e senza sviluppo economico non esistono le risorse necessarie per finanziare sanità, istruzione e protezione sociale. In poche parole, la sicurezza non compete con il welfare, ne è una delle condizioni di esistenza.

Ferruccio de Bortoli ha sintetizzato quest’ambiguità con una frase efficace: l’Italia sembra aver compreso la necessità di investire nella Difesa, ma continua ad avere paura di dirlo.

Probabilmente è vero. Perché il problema non è più costruire fiducia verso le Forze Armate: quella esiste già. La vera sfida è trasformare quella fiducia in consapevolezza.

Oltre a conoscenza e responsabilità, anche la memoria costituisce uno strumento per fare un salto di qualità culturale. Ce lo ricorda, ad esempio, il Cimitero Americano di Firenze, dove riposano oltre 4.400 soldati statunitensi caduti per la liberazione dell’Italia, ricordati in modo solenne e devoto nel Memorial Day del 25 maggio scorso. Ce lo ricordano quelle file ordinate di croci bianche che raccontano una verità semplice e spesso dimenticata: la libertà non è una condizione naturale, ma una conquista. E ogni generazione ha il dovere di comprenderne il costo.

In fondo, la vera Cultura della Difesa nasce qui: non dall’esaltazione della forza, ma dalla consapevolezza che libertà, sicurezza e democrazia non sono rendite permanenti della storia, ma beni fragili. Una democrazia che non comprende la propria difesa difficilmente riuscirà a difendere sé stessa.

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Nuove atomiche in Europa: il piano Usa e i Paesi pronti a ospitare le testate

La Nato potrebbe presto aprire una delle discussioni più delicate dalla fine della Guerra Fredda: l’estensione del proprio programma di condivisione nucleare ai Paesi dell’Europa orientale.

Secondo quanto rivelato dal Financial Times e confermato da diverse fonti diplomatiche e militari, gli Stati Uniti avrebbero avviato colloqui informali per valutare la possibilità di coinvolgere nuovi alleati nel sistema che oggi consente a sei Paesi europei di ospitare armamenti nucleari statunitensi sotto controllo americano. Tra i candidati figurano soprattutto la Polonia e alcuni Stati baltici, da anni in prima linea nel chiedere un rafforzamento della deterrenza contro la Russia.

Da un lato la guerra in Ucraina ha riportato il rischio nucleare al centro della sicurezza europea; dall’altro l’amministrazione Trump sta spingendo gli alleati a farsi carico di una quota crescente della difesa convenzionale, alimentando interrogativi sulla futura presenza militare americana nel continente. In questo contesto, l’ombrello nucleare statunitense continua a essere considerato l’elemento irrinunciabile della sicurezza europea.

La richiesta dell’Est europeo: Varsavia guida il fronte dei favorevoli

La Polonia è da tempo il Paese più esplicito nel chiedere un maggiore coinvolgimento nella deterrenza nucleare occidentale. L’ex presidente Andrzej Duda aveva già sollecitato Washington a trasferire sul territorio polacco parte delle capacità nucleari condivise della Nato, sostenendo che l’espansione verso Est sarebbe una risposta naturale al dispiegamento di armamenti nucleari russi in Bielorussia e alla crescente militarizzazione dell’enclave di Kaliningrad.

Secondo le informazioni emerse nelle ultime ore, i colloqui riguarderebbero l’eventuale presenza di basi per velivoli “dual capable aircraft” (DCA), ossia aerei in grado di impiegare sia armamento convenzionale sia bombe nucleari americane. L’interesse non riguarda soltanto Varsavia. Anche alcuni Paesi baltici avrebbero manifestato disponibilità a ospitare infrastrutture collegate alla missione nucleare dell’Alleanza.

La guerra in Ucraina ha modificato profondamente la percezione della sicurezza nella regione. Le ripetute dichiarazioni di Vladimir Putin sulle capacità nucleari russe e il trasferimento di armi atomiche tattiche in Bielorussia hanno rafforzato nei governi dell’Est la convinzione che la deterrenza debba essere resa più visibile e più vicina ai confini della Federazione Russa.

Come funziona il “nuclear sharing” della Nato

Il programma di condivisione nucleare rappresenta uno dei pilastri meno conosciuti ma più importanti dell’architettura di sicurezza occidentale. Nato durante la Guerra Fredda, consente ad alcuni Paesi alleati non dotati di armi nucleari di partecipare alla pianificazione e alle esercitazioni dell’Alleanza relative alla deterrenza atomica, pur senza acquisire il controllo degli ordigni.

Attualmente il sistema coinvolge Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia e Regno Unito. Le bombe nucleari rimangono sotto custodia e controllo esclusivo degli Stati Uniti, che mantengono l’unica autorità autorizzata al loro impiego. I Paesi ospitanti, invece, addestrano equipaggi e forze aeree in grado di partecipare a eventuali operazioni e alle esercitazioni della Nato, come la periodica “Steadfast Noon”.

Per la Nato il sistema svolge una funzione politica oltre che militare: consente agli alleati europei di contribuire alla strategia nucleare dell’Alleanza senza sviluppare arsenali nazionali, rafforzando al tempo stesso la credibilità dell’impegno statunitense nella difesa collettiva.

Il nodo strategico: rassicurare l’Europa senza provocare Mosca

Le discussioni in corso riflettono una tensione crescente all’interno dell’Alleanza. Da una parte, molti governi europei temono che il progressivo spostamento dell’attenzione americana verso l’Indo-Pacifico possa ridurre la presenza militare statunitense nel continente. Dall’altra, Washington cerca di rassicurare gli alleati sulla permanenza della propria garanzia nucleare mentre chiede loro di assumere maggiori responsabilità sul piano convenzionale.

Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, sostiene che esiste una “comprensione comune” sul fatto che, anche se gli Stati Uniti concentreranno maggiormente la loro attenzione su altri teatri strategici, il livello complessivo di deterrenza e difesa in Europa dovrà restare invariato. Le sue parole sono state accompagnate da un avvertimento diretto a qualsiasi potenziale aggressore: un attacco contro l’Alleanza riceverebbe una risposta “devastante”.

Al momento non esiste alcun accordo imminente per ampliare il numero dei Paesi ospitanti e le discussioni restano in una fase preliminare. Tuttavia, il semplice fatto che il tema sia tornato sul tavolo testimonia quanto la sicurezza europea stia entrando in una nuova fase. Se per trent’anni la Nato ha progressivamente ridotto il ruolo delle armi nucleari nel continente, la guerra in Ucraina e il confronto sempre più duro con Mosca stanno spingendo l’Alleanza nella direzione opposta: riportare la deterrenza atomica al centro della propria strategia difensiva.

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Putin muove caccia, missili Kinzhal e sottomarini nucleari: cosa c'è dietro le mosse russe in Asia

Negli ultimi mesi la Russia ha intensificato la propria presenza militare nell'Estremo Oriente, schierando nuovi sistemi d'arma nelle aree che si affacciano sul Giappone e rafforzando le proprie capacità navali nel Pacifico. Il timore di Tokyo è che Mosca stia consolidando un nuovo teatro strategico proprio mentre i rapporti tra il Cremlino e la Cina diventano sempre più stretti. La risposta del governo giapponese sta tutta in un conseguente rafforzamento delle difese nell'isola di Hokkaido, il territorio nipponico più vicino alla Federazione Russa.

Cosa succede tra Russia e Giappone

Secondo diverse ricostruzioni rilanciate dall'account X di NEXTA, che segue da vicino gli sviluppi militari di Mosca, il Cremlino avrebbe dispiegato caccia Su-35 e sistemi missilistici antinave nelle isole Curili meridionali, l'arcipelago conteso tra Russia e Giappone dalla fine della Seconda guerra mondiale.

In primavera sarebbero inoltre stati avvistati velivoli equipaggiati con missili ipersonici Kinzhal nelle vicinanze delle acque giapponesi. Non solo: nel Mare di Ochotsk si registra una presenza crescente dei sottomarini nucleari della classe Borei, tra i pilastri della deterrenza strategica russa. Parliamo di mezzi in grado di trasportare missili balistici armati con numerose testate nucleari e rappresentano una componente fondamentale della triade atomica del Cremlino.

Il ministro della Difesa giapponese Shinjiro Koizumi ha definito le attività militari russe nell'Estremo Oriente "motivo di seria preoccupazione", collegandole anche alla crescente cooperazione strategica tra Mosca e Pechino. Negli ultimi anni, infatti, Russia e Cina hanno aumentato le esercitazioni congiunte nei cieli e nelle acque vicine al Giappone, alimentando i timori di Tokyo per un possibile coordinamento tra le due potenze in caso di crisi regionale.

La contromossa di Tokyo

Le preoccupazioni giapponesi non riguardano soltanto l'attuale dispiegamento di forze. Analisti e osservatori militari ritengono che il Cremlino stia investendo in modo significativo nelle proprie infrastrutture nel Pacifico. La base dei sottomarini nucleari nella penisola della Kamchatka sarebbe stata ampliata, mentre la Marina russa starebbe sviluppando nuove capacità per le operazioni sottomarine profonde.

In questo quadro rientra anche il sottomarino nucleare Khabarovsk, destinato alla Flotta del Pacifico e considerato uno degli asset più avanzati della Marina russa. Di fronte a questo scenario, il Giappone sta modificando una dottrina difensiva che per decenni era rimasta sostanzialmente immutata. Pur essendo limitato dalla propria Costituzione pacifista, il Paese ha avviato programmi per dotarsi di capacità di contrattacco a lungo raggio e ha aumentato in maniera significativa il budget destinato alla difesa.

Negli ultimi nove mesi i caccia giapponesi sono decollati centinaia di volte per intercettare velivoli stranieri nelle vicinanze dello spazio aereo nazionale. L’incubo di Tokyo è del resto uno: doversi trovare a fronteggiare contemporaneamente le pressioni di Mosca a nord e quelle della Cina nel Pacifico occidentale.

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Dall’Ucraina alla difesa europea, ecco la strategia di Losacco per la Nato

Cooperazione e confronto non possono che essere rafforzate quando l’agenda internazionale è densa, come in questo periodo, di sfide complicate e articolate che meritano risposte comuni da parte di democrazie che si incontrano. Ne è convinto il senatore del Partito Democratico Alberto Losacco, eletto vicepresidente dell’Assemblea Parlamentare Nato di cui fanno parte le delegazioni parlamentari dei 32 Paesi membri dell’Alleanza Atlantica e di 15 Paesi associati. Un risultato di notevole rilievo per l’Italia e per il ruolo della delegazione italiana all’interno dell’Assemblea che, ricordiamo, ha avuto una guida italiana dal 2016 al 2018 con il deputato centrista Paolo Alli.

“In un mondo attraversato da guerre e conflitti, diventa sempre più importante avere uno spazio di cooperazione e confronto che contribuisce a rafforzare la pace e la sicurezza collettiva”, spiega il sen. Losacco a Formiche.net, toccando con mano i dossier più delicati, partendo dall’Ucraina e dal suo possibile ingresso nella Nato: uno scenario tramontato?

“La priorità è sempre la stessa, arrivare a una pace giusta. Uno dei punti fondamentali è quello delle garanzie di sicurezza future: che si tratti dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea, di una coalizione dei volenterosi o di un altro formato, questo è un impegno che finirà per interpellare Paesi che già collaborano sotto le insegne del Patto Atlantico. Paesi che oggi sono in prima fila nel sostegno all’Ucraina, con uno sforzo decisivo per garantire all’Ucraina l’accesso a strumenti e attrezzature che, come vediamo, stanno riuscendo a cambiare l’inerzia del conflitto, con una Russia sempre più in difficoltà”.

In che modo costruire il pilastro europeo della Nato? Losacco non ha dubbi, attraverso la difesa comune europea. “La corsa all’aumento della spesa militare dei singoli Paesi europei aderenti all’Alleanza rischia, da sola, di non rafforzare davvero né la nostra capacità di deterrenza né il nostro contributo effettivo alla Nato. Verso una difesa europea, con una centrale unica d’acquisto e un maggior coordinamento delle politiche sulla difesa, permetterebbe invece di superare i problemi di interoperabilità, migliorare la qualità della spesa e mitigarne l’impatto sulle economie nazionali. È una strada che andrebbe perseguita con maggiore convinzione, con lo stesso piglio e lo stesso spirito che la Commissione europea ha saputo mostrare dopo la pandemia. La difesa comune non come alternativa alla Nato ma, appunto, come secondo pilastro”, puntualizza.

In questo senso, aggiunge, la Nato continua a rappresentare uno strumento indispensabile di pace, sicurezza e deterrenza, in un contesto internazionale segnato da crisi e conflitti: “Le sfide che abbiamo davanti sono tre: rafforzare la capacità di deterrenza dell’Alleanza, consolidare il contributo europeo alla sicurezza comune e migliorare la qualità della spesa per la difesa. In questo quadro, il Mediterraneo e il fronte meridionale devono assumere una centralità sempre maggiore nell’agenda della Nato. È qui che oggi si scarica una parte rilevante delle tensioni mondiali”, conclude.

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