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Inchiesta sugli spazi in Galleria a Milano affittati dal Comune: negli esposti il nome dell’imprenditore Rudy Citterio

L’inchiesta della Procura sugli spazi affittati dal Comune di Milano ai privati, anche nella Galleria Vittorio Emanuele, ha tra i protagonisti Rudy Citterio, imprenditore da trent’anni attivo nel business dei locali notturni milanesi. È quello di cui è convinto Massimiliano Lisa, che lo cita nei suoi esposti che, presentati un anno fa alla Guardia di finanza, hanno dato origine all’inchiesta oggi condotta dalla pm Grazia Colacicco. Citterio è descritto da Lisa come il mediatore informale che si occupa di facilitare i rapporti tra imprenditori privati e la pubblica amministrazione.

Nei suoi esposti, Lisa denuncia la gestione, a suo dire opaca, degli spazi in Galleria affittati dal Comune, tra i quali quelli dove ha sede il Museo Leonardo3 da lui gestito.

Nei mesi scorsi, Lisa si è candidato sindaco di Milano con la lista civica Milano libera, che ha indicato come candidato vicesindaco e assessore alla trasparenza Tiziana Siciliano, il sostituto procuratore che ha avviato le indagini sull’urbanistica milanese e che, dopo essere andata in pensione nel dicembre scorso, ha dato la sua disponibilità a candidarsi nella lista di Lisa.

Nato a Desio nel 1959, Rodolfo Citterio ha avuto ruoli di vertice dentro Silb, il Sindacato italiano locali da ballo, e Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi, aderente alla Confcommercio. Nel 2010 è stato coinvolto (e perfino posto agli arresti domiciliari) in una inchiesta sui locali notturni milanesi e sui rapporti con funzionari pubblici, da cui è uscito prosciolto.

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Il prof della Scuola militare Teuliè arrestato per violenza sessuale: “Mandi una fotina? Ti do 8,5 per dettagli hard”

Scriveva al suo studente in chat: “7,5 meritato, 8,5 per qualche dettaglio hard all’insaputa di Elena (nome di fantasia, ndr)”. Solo una delle centinaia di messaggi che il professore mandava a otto studenti maschi. Seguivano richieste di foto intime, video di rapporti e altro. Il tutto in cambio “dell’aiutino”. Per anni, almeno dal 2024 e fino a pochi giorni fa, ha agito in questo modo un professore di latino che insegna all’interno della notissima Scuola militare Teuliè di Milano con sede in corso Italia nel pieno centro della città. È stato arrestato oggi e messo ai domiciliari con l’accusa di violenza sessuale, maltrattamenti e concussione. Perché “abusando della propria posizione di docente e delle condizioni di inferiorità psichica degli studenti costringeva gli stessi a subire ripetuti atti sessuali (…) chiedendo loro di inviargli materiale fotografico e video ritraente il corpo, il torso nudo, le parti intime”.

A far scattare l’indagine, coordinata dalla sezione di pg dei carabinieri di Palazzo di Giustizia agli ordini del colonnello Alessio Carparelli, è stata una denuncia interna. Secondo il gip con il suo comportamento il docente “ha dimostrato un chiaro spregio delle più elementari regole deontologiche oltre che della legge penale avendo costretto studenti anche minorenni a subire atti sessuali”. Inoltre ha dimostrato “di essere capace di porre in essere condotte sessualmente violente e manipolatorie nei confronti di un significativo numero di studenti”.

Secondo la ricostruzione della Procura di Milano riportata nell’ordinanza del giudice, le attenzioni del docente della Teuliè “si concentravano soprattutto sugli studenti più fragili, con problemi scolastici e quindi maggiormente esposti all’influenza di un professore. Per di più, deve essere tenuto presente che tutte le persone offese sono studenti di una scuola militare dove la gerarchia ha, senza dubbio, un valore ancor più rilevante che negli ordinari percorsi scolastici”. Dalle testimonianze degli studenti emerge poi che il professore “rivolgeva domande sulla vita sentimentale, corporea e intima, chiedendo di riferire particolari di relazioni sessuali con le fidanzate (…). Imponeva rapporti personali riservati e occultati rispetto all’ordinario contesto scolastico, consegnando il proprio numero di telefono, imponendo di non salvarlo con il proprio nominativo, invitando a scaricare Telegram, utilizzando nickname e messaggi effimeri cancellando o facendo cancellare le conversazioni e convocando gli studenti in luoghi appartati (…). Strumentalizzava il proprio potere valutativo e il ruolo di docente e di componente interno della commissione di maturità, richiamando il proprio potere di incidere sul percorso scolastico degli allievi e lasciando intendere possibili conseguenze negative in caso di mancata adesione alle sue richieste”.

Uno dei ragazzi, infatti, riferirà ai carabinieri: “Posso dire che durante le ore di lezione è solito toccare e appoggiarsi proprio fisicamente sui ragazzi e inizia a palpare, anche stamattina mi è successo. Mi si è appoggiato addosso e ha iniziato a toccare il petto e la gola”. Un altro studente dopo aver ricevuto dai lui il compito: “Dopo avermi dato chiarimenti sul mio elaborato mi diceva di essere sempre disponibile per aiuti scolastici, come persona, per chiarimenti o altro, ma in cambio mi chiedeva l’invio di foto o video di me e di quello che stavo facendo. Foto anche esplicite, di parti intime”. In un’altra testimonianza uno studente racconta: “Mi ricordo una volta, in un compito meritavo un voto molto basso, tipo 4, e io gli chiedevo di alzarmi il voto perché altrimenti non sarei potuto uscire. In quell’occasione lui mi ha chiesto esplicitamente una mia foto intima e io gliela mandavo. Mi scriveva su Telegram ‘mi mandi una fotina?’ accompagnata da una emoji di una melanzana per farmi capire cosa volesse. Quando mi serviva qualcosa gli mandavo quello che mi chiedeva”. Il professore, probabilmente ben consapevole di quello che stava facendo, in più occasioni ha chiesto ai suoi studenti di cancellare messaggi e foto anche distruggendo i telefoni.

Annotano i carabinieri: “Il 29 aprile 2026, mentre si trovava con un compagno di scuola fuori dalla caserma, veniva avvicinato dal docente che, dopo avergli offerto un lecca-lecca, gli proponeva di distruggere il suo telefono dietro il pagamento di 400/500 euro dicendogli di aver lui stesso provveduto a cambiare dispositivo dopo aver cancellato tutto. Dato il netto rifiuto del ragazzo, l’indagato insisteva affinché cancellasse almeno il contenuto”. Inquietante il fatto che solo poche settimane fa lo stesso professore sia venuto a conoscenza dell’indagine a suo carico e per questo ha iniziato a fare pressione sugli studenti casomai questi fossero stati convocati in Procura.

Intercettato dice: “È importante, so tutto, qualcuno mi ha informato”, dopodichè aggiunge “di essere venuto a conoscenza tramite sue fonti che uno dei ragazzi era dai magistrati per testimoniare”. Anche per questo il gip scrive che i motivi per i quali il docente è stato informato sulle indagini in corso “dovranno necessariamente essere oggetto di accertamento”. L’indagato inoltre pagava gli studenti non solo per cancellare le tracce delle loro comunicazioni, ma anche, secondo i pm, per ingrazziarseli. Spiega uno studente che dopo un corso di recupero il professore di latino “mi regalò un buono Amazon di 100 euro, lui mi rispondeva che era un regalo per il mio compleanno. Dopo il corso mi ha portato 350 euro in contanti dicendomi di divertirmi. Mi ripeteva di tenere a me e che per me avrebbe fatto qualsiasi cosa. Inizialmente mi diceva che i soldi erano un prestito, ma poi mi diceva che il denaro non era un problema”.

Insomma l’obiettivo del professore della Teuliè, secondo la Procura, era sempre lo stesso: ottenere sotto la minaccia anche della bocciatura agli esami di maturità. “Se non vieni a a casa mia concretizzando, la maturità la sostieni con le tue sole forze”. E ancora: “ Alla fine, chi ti ha aiutato in maniera molto concreta in questo anno sono io, sono solo io e mi sono dovuto pure sorbire quella classaccia di merda. Quindi io non voglio ogni volta, diciamo, ribadire e sottolineare questo, però un po’ di gratitudine la potresti concretamente mostrare ogni tanto, perché poi ti ricordo, che c’è sempre la maturità e la maturità non c’è il generale che ti ascolta eh, perché li ci sono tutti i vari professori capito?”.

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Ahuva Zeloof arriva a Milano con “Faith”: libro e mostra dal 5 al 14 giugno alla Galleria Rubin

Il lancio di un libro e una mostra personale. Doppio appuntamento dal titolo Faith che segna l’approdo milanese del lavoro artistico di Ahuva Zeloof. Alla Fondazione Sozzani verrà presentato l’opera dell’autrice che ripercorre il suo percorso scultoreo, e quale occasione migliore per mostrare per la prima volta al pubblico del capoluogo lombardo, in questo caso alla Galleria Rubin, le creazioni raccontate tra le pagine del libro. La mostra, curata dall’art director Avshalom Gur, inizierà il 5 giugno e si concluderà il 14 in via Santa Marta 10.

Faith ripercorre lo sviluppo dell’ultima serie scultorea di Zeloof e si propone come una guida visiva per “riconnettersi con la propria anima” e ritrovare pace e armonia con il mondo naturale. Un impianto che si muove tra immagine e materia, e che restituisce la complessità di un lavoro in cui la scultura viene osservata tanto nella sua forma tridimensionale quanto nella sua trasposizione fotografica.

Il percorso dell’artista, iniziato negli anni Novanta attraverso la sperimentazione con diversi media, è segnato da un rapporto costante e quasi magnetico con la pietra. Un materiale che Zeloof non intende semplicemente modellare, ma interrogare, esplorando quel confine sottile tra ciò che viene scolpito e ciò che la natura ha già inscritto nella materia. Il progetto nasce anni fa su una spiaggia della Terra Santa, nei pressi di Cesarea, dove l’artista inizia a raccogliere pietre nubiane levigate dal mare. Con il tempo, quelle forme organiche sembrano rivelare ai suoi occhi scenari biblici e iconici: il Muro del Pianto, Mosè, il Monte Sinai. Ecco perché Zeloof sceglie di rinunciare alla manipolazione fisica della materia: “perché l’Arte è già lì”. L’artista si concentra quindi sulla composizione e sulla disposizione degli elementi, sperimentando per oltre un anno con materiali diversi, dal plexiglass al legno, affinché siano le forme stesse a raccontare una storia.

Il riferimento alla natura e alla sua capacità di generare meraviglia si intreccia con una sensibilità che richiama i maestri del Romanticismo. In questa prospettiva, la natura diventa luogo di rigenerazione di senso, capace di restituire speranza e unità in contrasto con la vita urbana contemporanea. La fede, suggerisce il progetto, emerge così come sentimento universale, inscrivibile anche nelle forme più umili, semplicemente “trovate” dall’artista. “Questa volta non cerco volti, ma figure bibliche. Monumenti sacri e scene di pellegrinaggio appaiono ai miei occhi quando guardo queste collezioni di pietre. Creato dalla natura e trovato dall’artista”, spiega Zeloof.

Faith 25 in bronze (foto di Georgia Metaxas)

Figura nota per le sue sculture in pietra e per le figure in bronzo, Zeloof ha attraversato un lungo percorso di ricerca sul tema della texture e della completezza artistica. Dopo aver cresciuto quattro figli, ha iniziato a scolpire solo quando questi hanno lasciato la casa: un passaggio biografico che ha segnato l’avvio di una nuova fase creativa, culminata in un successo sviluppatosi negli ultimi quindici anni. L’artista ha esposto a livello internazionale accanto a nomi come Tracey Emin e David Hockney, e ha presentato tre grandi mostre personali a Londra. Faith è un ulteriore punto di svolta del suo percorso, in cui la manipolazione della materia si riduce per lasciare spazio a una dimensione più essenziale e spirituale, affidata allo sguardo di chi osserva.

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Milano, arrestato un insegnante della scuola militare Teuliè: violenza sessuale, concussione e maltrattamenti sugli allievi

Violenza sessuale, concussione e maltrattamenti nei confronti di “diversi allievi della Scuola” (almeno 7): l’accusa è infamante ed è rivolta a un insegnante della scuola militare Teuliè di Milano. Il professionista ha 48 anni ed è stato arrestato (ai domiciliari). L’indagine delle pm Letizia Mannella e Alessia Menegazzo, condotta dai carabinieri della sezione di Polizia giudiziaria, ha ricostruito anche la “condizione di assoggettamento psichico degli studenti”, oltre a sopraffazioni, umiliazioni e vessazioni e agli abusi sessuali.

Le indagini della Procura di Milano, in particolare dei dipartimenti di contrasto ai reati ai danni delle ‘fasce deboli” e nella pubblica amministrazione, come si legge in una nota del procuratore Marcello Viola, “svolte dai Carabinieri della Sezione di Polizia Giudiziaria” hanno portato “all’applicazione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di un insegnante della Scuola Militare Teuliè”, molto nota in città e frequentata da ragazzi che hanno l’età degli ultimi tre anni delle superiori. L’arresto è “per i reati di violenza sessuale, concussione e maltrattamenti, commessi nei confronti di diversi allievi della Scuola”. Le contestazioni, stando alle indagini, “rappresentano un quadro di costanti pressioni svolte dall’insegnante, il quale, abusando della posizione educativa ricoperta“, e in particolare del ruolo “di componente interno della Commissione al prossimo esame di maturità”, e della condizione “di assoggettamento psichico degli studenti, sottoposti a un regime di sopraffazione, vessazione, umiliazione e manipolazione, costringeva i giovani allievi a subire abusi sessuali, a condividere particolari della vita intime”. Da quanto si apprende la pm Menegazzo, che coordina l’inchiesta, sta sentendo in queste ore professori e ufficiali dell’istituto militare di corso Italia, colleghi del docente arrestato.

Che, stando a quanto si legge nell’ordinanza del gip, anche “dopo aver saputo di essere sottoposto a indagine ed essendo perfettamente conscio dell’illegittimità del suo comportamento, ha cercato di inquinare le prove arrivando a chiedere a degli studenti” di “mentire ai magistrati requirenti“. Tra le condotte contestate, come emerge dalle oltre 20 pagine del provvedimento emesso su richiesta della Procura diretta da Marcello Viola, c’è anche il fatto che gli studenti – alunni liceali a cavallo della maggiore età – erano “costretti” a subire abusi, perché altrimenti il 48enne li avrebbe “ostacolati“, così gli diceva, “nell’esame e nel conseguimento della maturità” di quest’anno. L’inchiesta è scattata dopo le dichiarazioni rese lo scorso marzo da uno degli allievi “ai suoi superiori”.

Uno studente ha raccontato a verbale di aver “percepito” una “richiesta” del docente come “una velata minaccia” e il fatto che poteva “venire meno il suo sostegno scolastico”. E ancora: “Io non vado molto bene a scuola – ha detto il ragazzo – e quindi potrei rischiare la bocciatura“. Un altro ha spiegato che il prof avrebbe potuto “assumere un atteggiamento ostile“, se non sottostava alle sue richieste. L’insegnante dava anche soldi ai ragazzi, dai 100 ai 300 euro, sempre stando agli atti, e chiedeva in alcuni casi anche di inviargli “fotografie erotiche“. Su Telegram scriveva: “Mi mandi una fotina?”. Un alunno ha raccontato di essere rimasto “pietrificato” durante un abuso. Due studentesse hanno messo a verbale che, “pur non avendo mai assistito direttamente” alle violenze “nei confronti dei compagni maschi” sapevano dei “netti favoritismi” nei confronti di alcuni allievi. La giudice mette in rilievo tutte le “condotte sessualmente violente e manipolatorie nei confronti di un significativo numero di studenti“. E oggi le pm Mannella e Menegazzo, coi carabinieri, stanno ascoltando una serie di testimoni, tra cui altri docenti della scuola.

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“Bastardo. Ora mi aspetto giustizia”, la madre di Pamela Genini urla in aula contro Gianluca Soncin imputato per il femminicidio

La Corte d’Assise di Milano ha ammesso come parti civili i familiari di Pamela Genini nel processo a carico di Gianluca Soncin, il 53enne accusato di aver ucciso la ex compagna il 14 ottobre scorso nella sua abitazione nel quartiere Gorla di Milano. Respinta invece la richiesta di costituzione di parte civile di Francesco Dolci, ex fidanzato della vittima e oggi indagato dalla Procura di Bergamo nell’inchiesta sulla profanazione della tomba della giovane. Soncin è imputato per omicidio volontario pluriaggravato dalla premeditazione, dalla crudeltà, dai futili motivi e dalla relazione affettiva cessata. Secondo la ricostruzione della Procura, coordinata dall’aggiunta Letizia Mannella e dalla pm Alessia Menegazzo, avrebbe fatto realizzare di nascosto una copia delle chiavi dell’abitazione della donna, entrando in casa armato di un coltello prelevato dalla sua collezione e colpendola con 76 fendenti.

All’apertura dell’udienza erano presenti la madre della vittima, Una Smirnova, i fratelli Nicola e Veronica Genini e gli altri familiari. Quando l’imputato è entrato in aula scortato dalla polizia penitenziaria, la donna gli ha urlato contro: “Bastardo”. Poco dopo si è sentita male ed è stata accompagnata fuori dall’aula. Al termine dell’udienza ha spiegato ai cronisti il motivo della sua reazione: “Vederlo mi ha provocato un effetto devastante, la sua crudeltà, la sua lucidità, la sua mancanza di rispetto e di pentimento… Èuna persona che non si può descrivere, in aula purtroppo ho avuto un momento di sfogo, ma è stato terribile guardarlo per la prima volta. Ora mi aspetto giustizia”. La famiglia punta alla massima pena. “Noi chiediamo giustizia e l’ergastolo”, ha dichiarato Pier Giuseppe Rota, compagno della madre di Pamela, prima dell’inizio del processo.

La Corte ha ammesso come parti civili la madre della giovane, anche in qualità di amministratrice di sostegno del marito malato, e i due fratelli della vittima. Respinte invece le richieste avanzate da due associazioni e quella di Francesco Dolci. “La esistenza di un rapporto sentimentale di pochi mesi, maggio-ottobre 2025, non connotato da una stabile e continuativa convivenza e caratterizzato dalla presenza di un rapporto sentimentale parallelo non consente di riconoscere la legittimazione alla costituzione di parte civile di Francesco Dolci, aldilà di ogni questione su separati procedimenti”, hanno scritto i giudici nelle motivazioni lette in aula. La posizione di Dolci è stata al centro di un duro confronto tra le parti. L’avvocato della madre della vittima, Nicodemo Gentile, ha chiesto di respingere la sua istanza sostenendo che “Francesco Dolci è stato uno stalker in vita e dopo la morte” di Pamela Genini. “Con questa istanza la realtà supera la più fervida immaginazione. Nessun rispetto per la famiglia già oltraggiata”, ha affermato il legale. “Come emerge dagli atti dell’inchiesta di Bergamo, Pamela lo chiamava ‘amico con benefit, stalker, mostrò’. Da ottobre 2025 abbiamo questo stalker e lo dice anche la Procura di Bergamo che parla dell’ossessione di Dolci”.

La difesa dell’uomo ha invece sostenuto l’esistenza di una relazione stabile tra lui e la vittima. “Questo procedimento non c’entra con Bergamo e da maggio del 2025 i due avevano un rapporto stabile e ciò emerge dal cellulare e dalle testimonianze dei genitori. Era un rapporto parallelo sì, ma duraturo e continuativo e lui è stato l’ultima persona con cui ha parlato lei e questo deve far riflettere”, ha dichiarato l’avvocata Eleonora Prandi. “Lei ha chiesto aiuto a lui e poi Dolci ha collaborato con i pm. La loro relazione è sfociata anche in una richiesta di matrimonio di lei, avevano un progetto in essere”. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Dolci fu effettivamente l’ultima persona a sentire Pamela. Poco prima dell’omicidio la giovane gli inviò un messaggio: “E’ matto (…) che faccio?”. “Stanno arrivando, la polizia, li ho chiamati”, rispose lui dopo aver allertato le forze dell’ordine. Quando gli agenti arrivarono nell’appartamento, però, la donna era già stata uccisa.

Dopo la decisione della Corte, Dolci ha commentato all’Adnkronos la sua esclusione dal processo. “Peccato perché come parte civile avrei potuto combattere con il mio avvocato contro Soncin”. E ancora: “Bisogna sempre affidarsi nelle mani della giustizia, ma io ero la persona più vicina a Pamela e infatti quando aveva bisogno mi veniva sempre a cercare. Di certo non lo facevo per soldi di costituirmi parte civile, ma per combattere fino alla fine questa guerra”. L’uomo ha poi replicato alle accuse rivoltegli dalla famiglia della vittima. “Io di fronte a queste cose sono totalmente allibito. Mi hanno riferito che sembrava il processo a me e non a Soncin”. E ha aggiunto: “Come sempre dalla morte di Pamela a questa parte la famiglia attacca me e non Soncin. Mi sembra assurdo che queste persone parlino di miei atti persecutori nei confronti di Pamela, che non sono veri, e nessuno invece parla di quelli di Soncin”.

Sul fronte processuale, la difesa del 53enne ha depositato una serie di richieste istruttorie, tra cui una consulenza medico-legale e accertamenti sui telefoni cellulari acquisiti durante le indagini. L’obiettivo è contestare le aggravanti formulate dall’accusa. “Lo scopo del processo è capire come è successo il fatto e appurarlo nel modo migliore possibile e capire perché è successo, il movente”, hanno spiegato gli avvocati Pietro Sartori e Simona Luceri. “Pamela Genini è morta per i colpi inferti dall’imputato, ma c’è tutto il tema delle aggravanti su cui la difesa avanzerà degli argomenti”. La Procura si è opposta alla richiesta di una nuova perizia medico-legale, ritenendola “solo esplorativa, per cercare una nuova ricostruzione di dinamica”. La Corte si è riservata di decidere sulle richieste difensive al termine dell’istruttoria dibattimentale e ha rinviato il procedimento al 13 luglio, quando inizierà l’esame dei primi testimoni.

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Caso Igor Squeo: morì dopo un intervento di polizia, la Procura generale avoca l’inchiesta e indaga 6 agenti e un medico

Quattro agenti l’avrebbero sottoposto a una “impropria contenzione“, altri due avrebbero falsificato la annotazione di servizio, una dottoressa avrebbe somministratico un farmaco anestetico senza monitoraggio e poi avrebbe falsificato la relazione. Sono i sette indagati per la morte di Igor Squeo, deceduto a 33 anni dopo un intervento della polizia nel suo appartamento. Era la notte tra l’11 e il 12 giugno del 2022: una volante della polizia intervenne per sedare una rissa tra Squeo e un ragazzo ivoriano. Il giovane milanese fu ammanettato mani e piedi e bloccato al suolo, era agitato, sotto l’effetto degli stupefacenti. I poliziotti chiesero l’intervento di un medico che gli somministrò un farmaco per sedarlo. Il decesso arrivò 4 ore più tardi in ospedale. Del caso si è occupata negli ultimi anni anche la parlamentare di Verdi-Sinistra Ilaria Cucchi.

Ora, a dare la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati di agenti e medico, è stata Chi l’ha visto? che ha anche rivelato che a procedere è la procuratrice generale di Corte d’appello, Francesca Nanni, che ha avocato a sé l’inchiesta dopo due richieste di archiviazione dei pm i quali hanno ipotizzato una morte per “intossicazione acuta da cocaina”. Nanni, insieme col sostituto pg Massimo Gaballo, hanno accolto così la richiesta dei legali della famiglia. Nei giorni scorsi la Procura generale ha chiesto alla gip Maria Idria Gurgo di Castelmenardo di disporre una perizia medico legale per “accertare le cause del decesso“. La perizia medico legale in incidente probatorio, secondo la Pg, è necessaria anche “eventualmente per procedere all’esumazione del cadavere per verificare la presenza di ulteriori fratture ossee, oltre a quelle rilevate in sede di autopsia”.

Per la Procura generale, come si legge negli atti, le indagini hanno “totalmente trascurato l’ipotesi investigativa proposta dalle parti civili“, ossia che “il decesso di Squeo possa essere stato causato da asfissia posizionale determinata dall’impropria contenzione fisica” del 33enne, durante l’intervento degli agenti, “riferita da personale del 118“. In sostanza, Squeo sarebbe deceduto per l’impossibilità di respirare dovuta al peso dei poliziotti che lo bloccavano a terra e forse per il farmaco usato per sedarlo. Quattro poliziotti sono, perciò, indagati per omicidio preterintenzionale, due per falso ideologico mentre la dottoressa per omicidio colposo e falso ideologico perché in questa ricostruzione ha somministrato un farmaco anestetico al giovane “senza monitoraggio, nonostante la saturazione dell’82%” e poi ha “ritoccato” la relazione di soccorso, indicando “falsamente la saturazione del 96%“.

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“Un euro e cinquanta all’ora, pagati come in Kenya”: parlano gli operai sfruttati al cantiere del consolato Usa

“Un euro e cinquanta all’ora. Dieci ore al giorno, sei giorni su sette. Quando sono arrivato in Italia credevo che la vita fosse migliore che in Kenya e invece..”. Davanti al cantiere del consolato Usa di Milano, Joseph (nome di fantasia) si mischia tra le bandiere dei sindacati confederali che si sono date appuntamento questa mattina per protestare contro lo sfruttamento fatto emergere dalla procura di Milano. “Ci venivano a prendere dal residence alle sei del mattino e ci riportavano indietro alle sei di sera” aggiunge l’uomo che aveva già lavorato per la stessa ditta. “Sul contratto con il quale ci hanno fatto prendere il visto, lo stipendio era di 2200 euro”.

Ma la realtà è differente. E quando i sindacati hanno provato ad entrare nel cantiere sono stati respinti per “questioni di extraterritorialità”. Una situazione che secondo Fillea Cgil, Filca Cisl e Fenea Uil “non è l’eccezione ma la punta di un iceberg”. I controlli in un settore che è sempre più in espansione sono insufficienti. “Non bastano venti ispettori in tutta Milano – conclude il segretario della Camera del Lavoro di Milano Luca Stanzione – chiediamo che il governo intervenga aprendo un tavolo con noi perché solo con gli ispettori si possono controllare i cantieri. Senza gli ispettori le leggi non vengono applicate”.

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