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L’Ucraina resiste meglio della Russia alle difficoltà di una guerra lunga

Gli atroci bombardamenti sui civili scatenati dalla Russia, che continuano a colpire edifici residenziali e persino un parco giochi, dimostrano la malvagità di chi prende di mira consapevolmente uomini, donne e bambini, e anche di chi continua a battersi per negare l’invio di sistemi antimissile a Kyjiv. Ma non cambiano il risultato sul campo.

Anche Foreign Affairs scrive ormai che l’Ucraina ha rovesciato la situazione. Per tutto il 2024 e buona parte del 2025, osserva Jack Watling, la Russia è riuscita a reclutare più uomini di quanti ne perdesse al fronte, mentre il contrario accadeva all’Ucraina, e così Putin poteva ritenere che col tempo, sia pure al prezzo di un numero di perdite esorbitante, avrebbe raggiunto i suoi obiettivi, dunque non aveva motivo di trattare.

Ora però la situazione si è rovesciata, sia per il modo in cui le forze armate ucraine hanno saputo riorganizzarsi, e utilizzare al meglio l’innovazione tecnologica per impedire l’avanzata del nemico e al tempo stesso colpire in profondità sul territorio russo, sia per la crescente inefficienza, corruzione e impreparazione degli invasori. Esempio: «In un esercito in cui la logistica è coordinata in modo preponderante tramite Telegram, ma in cui Telegram è vietato, un addetto alla logistica coscienzioso corre un alto rischio di essere fermato dalla polizia militare ed essere costretto a scegliere tra pagare una tangente e venire riassegnato alle unità d’assalto».

Per tutte queste ragioni vi sono alte probabilità che la Russia cominci a prendere seriamente in considerazione l’idea di un cessate il fuoco. Resta da vedere, ma è un punto che l’articolo non affronta, se l’eventuale accordo segnerebbe effettivamente la fine della guerra e del progetto imperialista del regime putiniano, o invece solo una breve pausa, o addirittura una tregua di facciata, funzionale a preparare il terreno per nuove aggressioni, come avvenne di fatto con la vergognosa pace di Minsk.

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Stati Uniti e Iran si sono colpiti a vicenda, in una delle notti più violente dal cessate il fuoco

Gli Stati Uniti e l’Iran sono tornati a colpirsi a vicenda, nella notte più violenta dal cessate il fuoco del 13 aprile. Missili, droni, attacchi contro navi commerciali e basi militari hanno riportato il Golfo Persico al centro di una crisi che sembrava essersi temporaneamente congelata, mentre i negoziati per una nuova tregua appaiono sempre più in difficoltà.

L’escalation, scrive il Guardian, è iniziata quando le forze statunitensi hanno fermato e danneggiato con un missile Hellfire una petroliera battente bandiera del Botswana, la Lexie, diretta verso l’isola iraniana di Kharg, uno dei principali hub petroliferi del Paese. Il Comando Centrale statunitense (Centcom) sostiene che l’imbarcazione stesse tentando di violare il blocco navale imposto ai porti iraniani e che l’equipaggio avesse ignorato per oltre ventiquattro ore gli avvertimenti americani.

Poco dopo è arrivata la risposta di Teheran. Le difese aeree del Kuwait sono entrate in azione contro missili e droni diretti verso il Paese, mentre le sirene d’allarme hanno risuonato anche in Bahrein. Secondo il Centcom, due missili iraniani diretti verso il Kuwait non hanno raggiunto il bersaglio o si sono disintegrati in volo, mentre altri tre, lanciati contro il Bahrein, sono stati intercettati dalle forze americane e bahreinite. Washington afferma inoltre di aver abbattuto diversi droni diretti verso le proprie installazioni militari e verso navi civili in transito nell’area.

Gli Stati Uniti hanno poi colpito una stazione di controllo militare sull’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz. I Guardiani della Rivoluzione hanno invece rivendicato attacchi contro il quartier generale della Quinta Flotta americana in Bahrein e contro basi statunitensi nella regione, anche se Washington sostiene che tutti i tentativi iraniani siano stati respinti senza conseguenze.

Lo scambio di raid arriva in un momento di completo stallo diplomatico. Da un lato il segretario di Stato Marco Rubio continua a sostenere che un accordo con Teheran sarebbe ancora possibile e che il regime iraniano avrebbe mostrato aperture sul dossier nucleare. Dall’altro, l’Iran minaccia di sospendere i colloqui accusando Stati Uniti e Israele di aver compromesso il cessate il fuoco attraverso le operazioni militari in Libano.

Proprio il fronte libanese rappresenta uno dei principali ostacoli ai negoziati. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito che la tregua con Washington «vale su tutti i fronti, compreso il Libano», sostenendo che qualsiasi violazione da parte di Israele rischia di far saltare l’intera architettura diplomatica costruita nelle ultime settimane. Secondo il Guardian, nelle ultime ventiquattro ore l’aviazione israeliana ha condotto decine di raid nel sud del Libano, provocando vittime civili e nuove tensioni con Hezbollah.

La nuova escalation conferma la fragilità della tregua raggiunta in aprile. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa una quota significativa del commercio energetico mondiale, resta il principale punto di pressione esercitato da Teheran. Gli Stati Uniti rivendicano di aver già bloccato o deviato oltre cento navi dirette verso porti iraniani dall’inizio del blocco navale. L’Iran, dal canto suo, continua a considerare queste operazioni un atto di aggressione e promette nuove ritorsioni se Washington dovesse proseguire con la strategia della massima pressione.

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L’Ucraina ha colpito un grande terminal petrolifero vicino San Pietroburgo

L’Ucraina torna a colpire in profondità il territorio russo. Nella notte tra il 2 e il 3 giugno un attacco con droni ha preso di mira il terminal petrolifero di San Pietroburgo, uno dei principali impianti russi per lo stoccaggio e l’esportazione di prodotti petroliferi. Lo riporta il Kyiv Independent, citando immagini e video diffusi sui social e analizzati dal canale indipendente russo Astra. Le riprese mostrano una vasta colonna di fumo nero e incendi nell’area del porto, sul Golfo di Finlandia. Secondo Astra, i droni avrebbero colpito il grande terminal petrolifero della zona, una struttura che movimenta circa 12,5 milioni di tonnellate di carburanti all’anno attraverso collegamenti ferroviari, stradali e fluviali. Le autorità russe non hanno ancora confermato il danneggiamento dell’impianto. Il governatore della regione di Leningrado, Aleksandr Drozdenko, ha dichiarato che le difese aeree hanno abbattuto cinquanta droni sopra la regione, senza però commentare gli incendi segnalati nell’area portuale.

L’attacco arriva appena ventiquattro ore dopo uno dei più pesanti bombardamenti russi delle ultime settimane contro Kyjiv, Dnipro e altre città ucraine. Sempre secondo il Kyiv Independent, il raid missilistico e con droni lanciato da Mosca ha causato almeno ventitré morti, tra cui due bambini, e oltre cento feriti.

La tempistica dell’operazione ha anche un forte valore simbolico. L’attacco coincide infatti con l’apertura dello St. Petersburg International Economic Forum, il grande appuntamento economico internazionale promosso ogni anno dal presidente russo Vladimir Putin e spesso definito il “Davos russo”. Alla manifestazione partecipano delegazioni provenienti da oltre centotrenta Paesi e territori e il Cremlino la usa tradizionalmente per mostrare la forza dell’economia russa nonostante sanzioni e isolamento diplomatico.

Negli ultimi mesi Kyjiv ha intensificato gli attacchi contro infrastrutture energetiche, raffinerie e nodi logistici situati lontano dal fronte. Una strategia che punta a colpire le entrate petrolifere della Russia e a portare la guerra sempre più vicino ai centri economici del Paese. San Pietroburgo era già stata bersaglio di raid analoghi in passato: nel gennaio 2024 un drone aveva provocato un incendio nello stesso terminal, mentre nel settembre 2025 le forze ucraine avevano colpito il porto petrolifero di Primorsk, il più grande terminal russo sul Baltico.

L’entità dei danni provocati dall’ultimo attacco non è ancora stata verificata in modo indipendente. Ma il messaggio politico appare chiaro: mentre Mosca continua a colpire le città ucraine, Kyjiv dimostra di poter raggiungere obiettivi strategici a centinaia di chilometri dal fronte, proprio mentre Putin cerca di presentare al mondo l’immagine di una Russia stabile e aperta agli affari.

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La militante Maga che fa da cacciatrice di streghe di Trump

L’aveva previsto due mesi prima: la prossima sarà Tulsi Gabbard. E così è stato: la direttrice dell’intelligence nazionale degli Stati Uniti ha annunciato due settimane fa che a fine mese lascerà l’incarico. Ufficialmente per stare accanto al marito malato. Ma il mandato dell’ex deputata dem convertitasi al credo Maga più complottista si chiude come era iniziato: in modo disallineato rispetto al centro di gravità dell’amministrazione Trump.

Torniamo alla previsione, che non era stata affatto generica. Già il 18 marzo, subito dopo le dimissioni di Joe Kent dalla direzione del Centro nazionale antiterrorismo, Laura Loomer, attivista di estrema destra, teorica della cospirazione e autoproclamata «giornalista investigativa», aveva scritto su X: «Tulsi Gabbard si dimetterà prossimamente», indicando la direttrice dell’intelligence come bersaglio successivo. A fine marzo, le piattaforme di scommesse come Polymarket assegnavano solo il 13 per cento di probabilità a una sua uscita entro il 31 marzo, e i principali organi di stampa americani avevano trattato le affermazioni di Loomer con scetticismo. Aveva ragione lei.

Il caso Gabbard non è un episodio isolato. È l’ultimo capitolo di una storia che ha trasformato Loomer, trentatreenne di Tucson senza alcun incarico ufficiale, in uno degli centri di potere più temuti a Washington. Il neologismo che ne ha segnato l’ascesa è entrato nel lessico della capitale: essere loomered, colpito da Loomer, significa essere pubblicamente additato come infedele a Donald Trump, con conseguenze spesso immediate. Lo stesso presidente ha dichiarato: «Se vieni loomered sei nei guai. È la fine della carriera, in un certo senso».

Il metodo Loomer è sempre lo stesso. Accumula dossier su funzionari in carica, ne verifica le affiliazioni passate, cerca dichiarazioni incompatibili con la linea Maga, poi pubblica serie di post su X che raggiungono oltre un milione di persone. La logica è quella della colpa per associazione: un funzionario che ha lavorato con un critico di Trump è automaticamente sospetto, indipendentemente dal suo operato attuale.

Nell’aprile 2025, si era presentata nell’Ufficio Ovale con un fascicolo contenente circa una dozzina di nomi di funzionari del Consiglio di sicurezza nazionale che riteneva non sufficientemente fedeli. Trump ne aveva licenziati sei, tra cui Brian Walsh, direttore per l’intelligence; Thomas Boodry, responsabile per gli affari legislativi; David Feith, responsabile per tecnologia e sicurezza nazionale; e Maggie Dougherty, responsabile per le organizzazioni internazionali. La riunione era straordinaria anche per il profilo dei presenti: oltre a Trump, parteciparono il vicepresidente JD Vance, la capo di gabinetto Susie Wiles, il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz e il segretario al Commercio Howard Lutnick. Waltz cercò di difendere i propri collaboratori. Poche settimane dopo, anche lui sarebbe stato rimosso per il Signalgate e mandato a New York come ambasciatore alle Nazioni Unite.

Lo stesso giorno, nel giro di ore, il raggio della purga si allargò ben oltre il Consiglio di sicurezza. Il generale Timothy Haugh, direttore della National Security Agency e capo del Cyber Command, fu rimosso insieme alla sua vice Wendy Noble. Loomer aveva incluso entrambi nella lista portata all’incontro con Trump, sostenendo che Haugh era stato scelto da Mark Milley, ex capo degli stati maggiori congiunti che Trump aveva pubblicamente accusato di tradimento. Noble fu descritta da Loomer come «una che odia Trump, nominata da Joe Biden», che «ha trascorso il suo tempo alla Nsa promuovendo le politiche di diversità e inclusione». I democratici al Senato e alla Camera protestarono invano: con quelle rimozioni, l’agenzia responsabile della sicurezza informatica americana perdeva in un pomeriggio la sua intera catena di comando.

Il meccanismo ha generato un riflesso condizionato negli uffici della capitale. Il senatore democratico Mark Warner, vicepresidente della commissione Intelligence del Senato, ne sa qualcosa: aveva programmato una visita all’Agenzia nazionale di intelligence geospaziale quando Loomer lo aveva attaccato preventivamente, accusando il Pentagono di permettere a un «senatore democratico anti Trump» di accedere a strutture riservate. La visita fu cancellata. «Quando Laura Loomer pubblica un post, il gabinetto di Trump si mobilita», ha dichiarato Warner.

La capacità “predittiva” di Loomer affascina e inquieta a Washington in egual misura, ma va letta con cautela. Le sue «profezie» sui funzionari da rimuovere sono meno previsioni che campagne di pressione: lei stessa contribuisce a creare le condizioni che poi si avverano. Nel caso Gabbard, Roger Stone aveva accusato Loomer di aver tentato di convincere Trump che la direttrice dell’intelligence fosse «sul punto di dimettersi – nel tentativo di spingere Trump a licenziarla preventivamente. Tutta una farsa. Per fortuna ho agito in tempo», aveva scritto Stone su X ad aprile. Ciò significa che Loomer aveva già tentato di accelerare la caduta di Gabbard almeno un mese prima che si concretizzasse.

Non sempre le sue campagne vanno a segno. Il New Yorker ha raccontato il caso di Vinay Prasad, scienziato della Food and Drug Administration impegnato in un blocco regolatorio su un farmaco per la distrofia muscolare per ragioni di sicurezza clinica. Loomer lo aveva attaccato definendolo un «cavallo di Troia marxista» infiltrato nell’amministrazione. Prasad si era dimesso sotto pressione – ma era stato reintegrato meno di due settimane dopo, quando era emerso che la campagna contro di lui coincideva con gli interessi finanziari del produttore del farmaco, Sarepta Therapeutics.

Il fenomeno Loomer si inserisce, racconta il settimanale americano, in un quadro più ampio che ha prodotto un neologismo: «chi posta comanda». La porosità tra l’infosfera della destra radicale e le decisioni di governo è inedita. Un funzionario di alto livello dell’amministrazione ha descritto la dinamica in termini espliciti: «Se qualcosa è popolare su X di destra, la Casa Bianca vi dà seguito nel novanta per cento dei casi». Loomer è il terminale più visibile di questo circuito, ma non necessariamente il più trasparente quanto ai mandanti.

Diverse fonti citate dal New Yorker suggeriscono che alcune delle sue campagne siano alimentate da interessi privati che usano la sua piattaforma per regolare conti interni all’amministrazione o per orientare decisioni di regolamentazione economica. Lei nega di essere una «pistola a pagamento». Ma il confine tra militanza genuina e attività di pressione indiretta è, nel suo caso, impossibile da tracciare; ed è proprio questa ambiguità a rendere il suo operato tanto difficile da neutralizzare.

Quel che è certo è che il suo potere è contingente e personale. Un ex funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale ha sintetizzato la sua posizione con lucidità: «Non ha una base che la sostenga se il presidente dovesse cambiare idea sul suo valore. È uno di quei cortigiani utili come cassa di risonanza, come agente, ma in definitiva sacrificabili». Per ora, però, la sua cassa di risonanza funziona. E a Washington lo sanno tutti.

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Un Consiglio di sicurezza europeo per risolvere la crisi di governance strategica

L’idea di un Consiglio di sicurezza europeo è tornata al centro del dibattito europeo con una rapidità che dice molto più della proposta in sé che della sua fattibilità. Non si tratta infatti di un progetto istituzionale definito, ma del sintomo di una domanda più profonda: chi prende oggi le decisioni strategiche sulla sicurezza dell’Europa? Ne ha scritto nei giorni scorsi il Financial Times, citando anche una serie di contributi paralleli che mostrano un consenso raro sulla diagnosi ma anche una forte divergenza sulle cure. Tutti concordano che l’architettura attuale – un triangolo imperfetto tra Unione europea, Nato e formati ad hoc – non è più adeguata. Nessuno, però, concorda su cosa debba sostituirla.

Il punto di partenza è noto: la governance della sicurezza europea è frammentata. L’Unione europea fatica a superare la regola dell’unanimità in politica estera e di difesa; la Nato resta strutturalmente dipendente dalla leadership e dalle capacità degli Stati Uniti; nel mezzo, proliferano coalizioni informali, gruppi di contatto e formati “volenterosi” che suppliscono all’assenza di una cabina di regia stabile. In questo contesto, la domanda attribuita a Henry Kissinger, «Chi chiamo se voglio parlare con l’Europa?», continua a non avere una risposta convincente. La figura dell’Alto rappresentante, oggi Kaja Kallas, non dispone del peso politico necessario per fungere da vero centro decisionale. E i leader nazionali, pur decisivi, agiscono in modo disallineato e spesso reattivo.

L’invasione russa dell’Ucraina ha accelerato una trasformazione già in corso. Non solo ha riportato la guerra convenzionale nel continente, ma ha anche reso evidente che l’Europa non può più contare su un automatismo transatlantico. La crescente attenzione strategica degli Stati Uniti verso l’Indo-Pacifico e la possibilità di future frizioni politiche con Washington hanno incrinato l’assunto fondamentale dell’ordine post-Guerra fredda. Parallelamente, l’Ucraina è diventata un attore centrale della sicurezza europea, non soltanto un paese candidato all’adesione. Le analisi convergono nel riconoscere che Kyjiv, con la sua esperienza militare e la sua capacità di innovazione bellica, è ormai parte integrante dell’ecosistema di difesa europeo. Non a caso, molte proposte includono la sua partecipazione a un futuro Consiglio di sicurezza europeo come elemento strutturale e non opzionale.

Le proposte oggi sul tavolo non sono uniformi. Al contrario, delineano cinque approcci distinti alla stessa domanda: come creare un livello efficace di leadership strategica europea?

Luigi Scazzieri dell’European Union Institute for Security Studies, think tank dell’Unione europea, immagina il Consiglio come un meccanismo di coordinamento intermedio tra Unione europea e Nato. Un forum strutturato per accelerare la traduzione dell’analisi strategica in decisioni operative. La sua è una visione funzionale, attenta a evitare duplicazioni istituzionali ma consapevole della necessità di superare i limiti procedurali dell’Unione.

Il professor Richard Whitman dell’Università del Kent, nel Regno Unito, invece, insiste sul problema politico di fondo: non esiste oggi uno spazio unico in cui gli Stati europei discutano in modo coerente la propria architettura di sicurezza. Il Consiglio di sicurezza europeo, in questa lettura, non è tanto una soluzione quanto una risposta alla dispersione del dibattito strategico.

Sergey Lagodinsky della Heinrich-Böll-Stiftung, fondazione politica tedesca affiliata ai Verdi, adotta una postura più radicale. La sua critica si concentra sull’inadeguatezza del metodo europeo basato sul consenso e sulla lentezza procedurale. In un contesto di minacce immediate, sostiene, l’Europa deve accettare forme decisionali più ristrette e più rapide, anche a costo di ridurre l’inclusività del processo.

Ionela Ciolan del Martens Centre, dal canto suo, interpreta il Consiglio come uno strumento di autonomia strategica europea. Il punto non è solo migliorare il coordinamento, ma ridurre la dipendenza strutturale dagli Stati Uniti. In questa visione, il Consiglio di sicurezza europeo diventa un passo verso una vera soggettività geopolitica dell’Europa.

Infine, le proposte di Andrius Kubilius, commissario europeo per la Difesa, e di Michel Barnier, ex primo ministro francese e commissario europeo, convergono su un modello più intergovernativo e selettivo, che includa non solo gli Stati membri dell’UE ma anche Regno Unito, Norvegia e Ucraina. Un formato più flessibile, pensato per riflettere la realtà della sicurezza europea oltre i confini istituzionali dell’Unione.

Dietro queste differenze si nasconde un dilemma strutturale che l’Europa non ha ancora risolto: la tensione tra inclusività e capacità decisionale. Un Consiglio di sicurezza europeo realmente efficace richiederebbe probabilmente un nucleo ristretto di attori in grado di condividere una valutazione comune delle minacce e di agire rapidamente. Ma questo implicherebbe inevitabilmente la creazione di gerarchie tra Stati membri, con conseguenze politiche difficili da accettare per molti governi. Al contrario, un modello pienamente inclusivo rischierebbe di replicare le inefficienze già visibili nelle istituzioni esistenti.

In realtà, più che di una proposta nuova, si tratta della formalizzazione di una tendenza già in corso. La sicurezza europea si sta già strutturando attraverso formati variabili, coalizioni temporanee e coordinamenti ristretti tra grandi potenze europee. Il Consiglio di sicurezza europeo, in questo senso, non creerebbe un nuovo sistema, ma renderebbe esplicito quello emergente. Il rischio, però, è evidente: senza una chiara definizione istituzionale, il risultato potrebbe essere l’ennesimo strato aggiuntivo in un sistema già complesso, senza risolvere il problema di fondo della frammentazione.

Il dibattito in corso segnala meno la nascita di una nuova istituzione e più la crisi irreversibile dell’equilibrio precedente. L’Europa si trova in una fase di transizione in cui le vecchie strutture non garantiscono più efficacia, mentre le nuove non sono ancora formalizzate. In questo spazio intermedio, il Consiglio di sicurezza europeo funziona soprattutto come contenitore concettuale: un modo per dare un nome alla necessità crescente di leadership strategica. Ma la domanda decisiva rimane aperta. Non è se l’Europa avrà un Consiglio di sicurezza. È chi, in Europa, sarà disposto ad accettare che la sicurezza non possa più essere gestita come un’architettura pienamente orizzontale.

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