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Così l’Europa cerca una risposta alla crisi delle professioni sanitarie. Parla Picaro (Ecr)

Il voto del 3 giugno in Commissione Sanità pubblica rappresenta, secondo l’eurodeputato di Ecr/FdI Michele Picaro, un passaggio cruciale per il futuro della sanità europea. Al centro del dossier c’è la carenza di personale sanitario, un problema strutturale che richiede – a suo avviso – una risposta di lungo periodo. “Non si tratta soltanto di colmare le carenze attuali”, spiega Picaro a Formiche.net. “Servono piani nazionali ed europei per formare, attrarre e trattenere medici, infermieri e operatori sanitari. L’obiettivo è costruire sistemi sanitari sostenibili e capaci di rispondere alle sfide future”.

Un’attenzione particolare va alle aree rurali, montane, insulari e più svantaggiate, dove la carenza di professionisti è più acuta. Per Picaro occorrono misure mirate: incentivi economici e non economici, maggiore flessibilità organizzativa e strumenti di sostegno abitativo. “Non possiamo accettare una sanità a due velocità”, afferma. “I cittadini devono poter accedere a servizi di qualità indipendentemente dal luogo in cui vivono”.

Chi cura va tutelato

Sul fronte delle condizioni di lavoro, Picaro è esplicito: affrontare la carenza di personale senza intervenire sul benessere di chi lavora negli ospedali e nei servizi territoriali sarebbe contraddittorio. “È necessario garantire il rispetto della direttiva europea sull’orario di lavoro, adeguati periodi di riposo, ferie retribuite e un migliore equilibrio tra vita professionale e privata”, sottolinea. Le conseguenze di turni eccessivi e organici insufficienti ricadono non solo sugli operatori: “Generano stanchezza, burnout e un aumento del rischio di errori clinici. Tutelare il benessere degli operatori significa anche migliorare la sicurezza dei pazienti e la qualità dell’assistenza”.

Uno dei temi più qualificanti del dossier riguarda i giovani medici, gli specializzandi e i tirocinanti. “Abbiamo sostenuto con forza la necessità di riconoscerli sia come lavoratori sia come persone in formazione”, dice Picaro. “Devono ricevere una retribuzione equa, adeguata supervisione e condizioni di lavoro sicure. Bisogna impedire che vengano utilizzati come sostituti del personale strutturato”. Il dossier affronta anche la salute mentale degli operatori: Picaro chiede programmi accessibili di supporto psicologico e misure contro violenza e molestie nei luoghi di lavoro. “Chi si prende cura degli altri deve essere messo nelle condizioni di essere a sua volta tutelato”.

Digitale e investimenti

Sul versante dell’innovazione, Picaro riconosce il potenziale della telemedicina e degli strumenti digitali, soprattutto per le aree più remote. Ma fissa un limite preciso: “Gli strumenti digitali devono integrare il lavoro dei professionisti sanitari, non sostituire l’assistenza in presenza”. Un principio che l’eurodeputato ha applicato con forza nel dibattito sulla telefarmacia: una definizione vaga del testo originario avrebbe potuto aprire la strada a piattaforme digitali e grandi operatori internazionali. “Il rischio era indebolire la farmacia territoriale e sottrarre agli Stati membri il controllo effettivo del servizio farmaceutico”, spiega. Ha quindi chiesto che la telefarmacia fosse espressamente limitata a servizi forniti “sotto la responsabilità di un farmacista abilitato e collegati a una farmacia fisica autorizzata secondo la legislazione nazionale”. La sintesi è netta: “La digitalizzazione deve sostenere la rete delle farmacie territoriali, non sostituirla”.

In chiusura, Picaro rilancia sulla priorità degli investimenti in sanità come scelta strategica, non come voce di spesa. “Servono finanziamenti adeguati e sostenibili per rafforzare il personale sanitario, sostenere la prevenzione, migliorare la preparazione alle emergenze e valorizzare l’assistenza primaria”, conclude. “Investire nella salute non è un costo, ma una scelta strategica per la crescita economica, la coesione sociale e la sicurezza dei cittadini europei”.

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Zahedi e il controspionaggio iraniano, così Roma è diventata snodo della guerra tecnologica

Le nuove sanzioni americane contro una rete accusata di trasferire tecnologie sensibili all’apparato militare iraniano riportano l’Italia al centro di una vicenda che intreccia intelligence, cybersicurezza, controllo delle esportazioni e confronto geopolitico tra Washington e Teheran. Tra gli individui colpiti dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti figura Saeid Zahedi, cittadino iraniano residente a Roma e titolare anche della cittadinanza italiana. Secondo Washington avrebbe contribuito alle attività di una rete che, attraverso società di copertura e identità commerciali fittizie, avrebbe acquisito illegalmente tecnologie occidentali destinate a strutture collegate al Ministero della Difesa iraniano. “Roma è diventata uno snodo della guerra tecnologica globale”, afferma Antonio Teti, docente universitario ed esperto di intelligence, cybersecurity e geopolitica tecnologica, intervistato da Formiche.net.

Professor Teti, perché questa vicenda merita attenzione anche fuori dagli ambienti dell’intelligence?

Perché rappresenta un esempio concreto di come si combattono oggi le guerre invisibili. Molti immaginano ancora lo spionaggio come un’attività fatta di agenti segreti, documenti trafugati e incontri clandestini. In realtà, una parte crescente della competizione tra gli Stati si svolge attraverso l’acquisizione di tecnologie avanzate. Nel caso emerso dagli Stati Uniti non si tratta semplicemente di violazioni commerciali, ma di apparati accusati di aver cercato di ottenere software di sicurezza informatica, sistemi di crittografia, analizzatori di spettro e dispositivi per individuare apparati di intercettazione. Si tratta di strumenti che possono avere un valore strategico enorme per un Paese impegnato in una costante competizione militare e informativa con l’Occidente.

Il Tesoro americano parla di una rete che avrebbe ingannato decine di aziende tecnologiche statunitensi. Quanto è sofisticato questo tipo di operazione?

Molto più di quanto si possa immaginare. Secondo la documentazione americana, il gruppo guidato da Ali Majd Sepehr avrebbe creato false identità aziendali statunitensi per acquistare prodotti soggetti a restrizioni all’esportazione. Attraverso domini Internet, documentazione commerciale e strutture logistiche apparentemente legittime, sarebbero riusciti a presentarsi come normali imprese americane.

Questa evidenza rappresenta un elemento di enorme pericolosità: è la dimostrazione che attualmente le operazioni di procurement clandestino si sviluppano lungo l’intera supply chain digitale. Non basta più controllare i confini o monitorare le spedizioni, ma occorre analizzare identità digitali, transazioni finanziarie, registrazioni di domini internet e reti logistiche internazionali. È una forma di intelligence economica avanzata che fonde cyber, finanza e commercio internazionale.

Perché gli Stati Uniti considerano così pericolosa questa rete?

Perché l’obiettivo finale sarebbe stato il Ministero della Difesa iraniano e alcune sue società controllate. Tra queste compare la Sairan Information Exchange Space Security Industries Company, indicata dagli americani come destinataria di alcune delle tecnologie ricercate dalla rete. Le apparecchiature oggetto delle indagini comprenderebbero analizzatori di spettro e rilevatori di giunzioni non lineari, strumenti tipicamente utilizzati nelle attività di controspionaggio tecnico e bonifica elettronica. In altre parole, stiamo parlando di tecnologie che possono aiutare a individuare microfoni nascosti, sistemi di sorveglianza clandestina o vulnerabilità nelle comunicazioni governative.

Quindi il vero tema potrebbe essere il controspionaggio iraniano?

Esattamente. Negli ultimi anni l’Iran ha subito alcune delle più sofisticate operazioni di intelligence mai condotte in Medio Oriente. Penso alle infiltrazioni attribuite al Mossad, alle compromissioni di programmi strategici, alle eliminazioni mirate di figure chiave e alle continue fughe di informazioni da apparati considerati altamente protetti. Da questo punto di vista l’acquisizione di tecnologie capaci di rafforzare la sicurezza delle comunicazioni e la protezione delle infrastrutture sensibili rappresenta una necessità strategica per Teheran. L’intelligence moderna non consiste soltanto nel raccogliere informazioni, bensì nel proteggere le proprie informazioni.

In questa vicenda emerge nuovamente il nome dell’Italia. È un caso? 

Non credo. L’Italia possiede una posizione geografica e logistica straordinariamente favorevole. È uno dei principali hub commerciali europei, è inserita nelle reti finanziarie occidentali e dispone di infrastrutture portuali e aeroportuali di grande rilevanza. Sono tutti elementi che possono renderla interessante anche per reti che cercano di aggirare regimi sanzionatori internazionali. Naturalmente questo non significa che l’Italia sia particolarmente vulnerabile o permeabile. Significa semplicemente che, essendo un nodo importante della globalizzazione, diventa inevitabilmente anche un punto di osservazione privilegiato per chi conduce attività di intelligence economica. Colpisce il fatto che l’operazione sia stata condotta con il coinvolgimento dell’Fbi. È un dettaglio molto significativo. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una trasformazione profonda delle priorità delle agenzie di sicurezza americane. L’Fbi oggi dedica una parte crescente delle proprie risorse alla protezione delle tecnologie strategiche e delle supply chain. Non è più soltanto una questione di terrorismo o controspionaggio tradizionale. La tutela della superiorità tecnologica americana è diventata un obiettivo di sicurezza nazionale. Per questo vediamo sempre più spesso operazioni congiunte tra Dipartimento del Tesoro, Dipartimento del Commercio, Fbi e comunità di intelligence.

Questa operazione si inserisce nella campagna americana denominata “Economic Fury”. Che cosa significa? 

Significa che Washington considera la dimensione economica una vera e propria arena di conflitto. La campagna “Economic Fury” punta a colpire le reti finanziarie, logistiche e commerciali che consentono all’Iran di aggirare le sanzioni internazionali. Negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno sanzionato non soltanto questa rete di approvvigionamento tecnologico ma anche numerose entità coinvolte nel commercio petrolifero iraniano e nei sistemi di finanziamento collegati alle forze armate di Teheran. L’obiettivo è semplice: impedire all’Iran di reperire risorse economiche e tecnologie necessarie per rafforzare le proprie capacità militari.

Quale messaggio viene inviato all’Europa?

Che la competizione geopolitica passa sempre più attraverso la tecnologia. Gli Stati Uniti stanno dicendo agli alleati europei che il controllo delle filiere tecnologiche è ormai un elemento centrale della sicurezza collettiva. La sfida non riguarda soltanto l’Iran, ma può coinvolgere qualunque attore statale che tenti di acquisire capacità strategiche attraverso reti occulte di approvvigionamento. È una lezione che vale anche per la competizione con Cina e Russia.

Qual è la principale lezione che l’Italia dovrebbe trarre da questa vicenda?

Che la sicurezza nazionale del XXI secolo non coincide più con la sola difesa militare. Oggi bisogna proteggere dati, tecnologie, filiere industriali, infrastrutture digitali e reti finanziarie. Le guerre contemporanee si combattono sempre meno sui campi di battaglia tradizionali e sempre più lungo le catene globali dell’innovazione. Il caso Zahedi, indipendentemente dagli accertamenti che eventualmente seguiranno, ci ricorda che Roma non è un semplice osservatore delle grandi dinamiche geopolitiche, ma rappresenta uno dei luoghi in cui queste dinamiche si incontrano, si intrecciano e talvolta si scontrano. E questo rende indispensabile investire sempre di più in intelligence economica, cybersecurity, controspionaggio tecnologico e capacità di analisi strategica. Perché il prossimo grande conflitto potrebbe non iniziare con un missile, ma con un dominio internet registrato sotto falsa identità.

 

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Sulla Cina l’Europa faccia l’americana, o diventerà cinese. L’allarme di Forchielli

Fosse per lui, Alberto Forchielli, il muro contro la Cina lo farebbe più alto di quello di Berlino. E invece l’Europa si riempie la bocca di buoni propositi, ma alla prova dei fatti, fallisce. L’economista, saggista e imprenditore, grande esperto di Cina, non ha l’ombra di un dubbio: il recente irrigidimento dell’Ue contro il Dragone, reo di giocare secondo regole tutte sue, è provvidenziale e opportuno. Ma poco efficace. “Sono un po’ scettico sulla possibilità dell’Europa di fermare la Cina. Manca una posizione univoca, omogenea, ognuno va per i fatti suoi. La Germania, per esempio, ha legami molto forti con Pechino, a suo modo anche la Francia. Già questo basterebbe a indebolire una strategia anti cinese”, premette Forchielli.

Una cosa è certa però, qualcuno in Europa “non ha capito come sono i cinesi. Sono nostri alleati solo finché serviamo, poi ti cancellano. Adesso hanno bisogno di noi per introdurre i loro investimenti, vogliono comprare una fabbrichetta e allora ti trattano a champagne e inchini. Ma il giorno in cui hanno ottenuto quello che vogliono, ti mandano a quel Paese. Il cinese non ha la logica dell’equo profitto, non conosce il 50-50: vuole che sia -20 per te e 120 per lui, deve essere tutto suo. E lo dimostra il fatto che in pochi anni sono arrivati a detenere quasi due terzi della capacità produttiva industriale del mondo, ma la utilizzano solo per metà e hanno bisogno di far girare di più gli impianti, hanno bisogno di appropriarsi della domanda mondiale”.

Insomma, secondo Forchielli il muro contro il Dragone “dovrebbe essere alto almeno sette metri. Ma, come ho detto, l’Europa è divisa, ambigua, frammentata. E se non si va avanti compatti, non si mette alle corde la Cina. Che peraltro, lo voglio dire, è una potenza industriale anche senza sussidi. Quella degli aiuti all’economia è vero fino a un certo punto, poi diventa una leggenda metropolitana. I cinesi investono tanto, anche in ricerca, sono un’industria completa, anche senza sussidi. Ce lo raccontiamo noi che la potenza cinese sia solo figlia degli aiuti di Stato. Detto questo fosse per me io i cinesi li farei entrare con il contagocce, ma le misure europee non mi sembrano all’altezza del compito. Ci vorrebbero regole alla Trump, tassative, non negoziabili, altrimenti il potere economico che loro acquisiscono diventa anche potere politico”.

Forchielli poi insiste sul paragone tra Stati Uniti ed Europa. “In Ue siamo lenti, farraginosi, un disastro. Spendiamo un sacco di tempo in trattative e consulenze, e li temiamo. Se decidiamo di mettere un vincolo impieghiamo tre anni, facciamo regole tenui piene di scappatoie e, se chiudiamo un varco, loro vanno in Ungheria, dove trovano le porte  aperte. Negli Usa invece sono meno timorosi: in 90 giorni mettono i dazi e in gran parte riescono a tenerli fuori dai settori strategici. La verità è che bisogna chiudere la porta. Se li facciamo investire in casa nostra, distruggeranno le nostre in dustrie e la nostra economia”.

Ma non solo. C’è un disegno più ampio. “La Cina fuori dalla Cina, ecco cosa vuole Pechino. Sanno benissimo che di fronte alla loro avanzata i Paesi occidentali metteranno altri dazi per difendersi. Quindi si stanno preparando a comprare tutto il comprabile e a investire tutto l’investibile, in modo da camuffarsi da industria nazionale. Fanno una fabbrica di assemblaggio in Europa per bypassare le regole, ma spediscono i componenti sottocosto dalla Cina. Così la nostra componentistica locale va a farsi benedire e ci smantellano i posti di lavoro”.

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