Reading view

Bartolozzi lascia l’Anm: l’ex “zarina” si dimette dal sindacato dei magistrati. “Amareggiata da polemiche strumentali”

Giusi Bartolozzi lascia l’Associazione nazionale magistrati. L’ex capo gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio ha inviato nei giorni scorsi una lettera – anticipata dal quotidiano Il Dubbio – alla sezione Anm di Roma, in cui “comunica di rassegnare, con effetto immediato, le proprie dimissioni e il contestuale recesso” dal sindacato delle toghe, dicendosi “fortemente amareggiata per le strumentali polemiche che hanno caratterizzato questi ultimi mesi” e chiedendo di “provvedere agli aggiornamenti del caso nei registri associativi”. Bartolozzi, magistrata dal 1999, è in distacco fuori ruolo dal 2018, prima come deputata (eletta con Forza Italia) e poi come braccio destro di Nordio: dopo la sconfitta al referendum è stata costretta a lasciare l’incarico per le sue incredibili parole in un dibattito tv, dove aveva paragonato la magistratura a un “plotone di esecuzione. Durante la campagna, invece, era entrata in conflitto con l’Anm per la sua richiesta di conoscere i nomi dei finanziatori del comitato per il No promosso dall’associazione.

Ad aprile il Csm ha deliberato il rientro in toga dell’ex “zarina” di via Arenula nelle ultime funzioni occupate, quelle di giudice distrettuale della Corte d’Appello di Roma (una figura “tappabuchi” che può essere assegnata a tutti i tribunali del distretto in base alle carenze d’organico). Dopo oltre un mese, però, il decreto ministeriale che dovrebbe sancire il suo ritorno in servizio non è ancora stato pubblicato. Bartolozzi infatti punta a ottenere un altro prestigioso incarico, quello di magistrato di collegamento nel Regno Unito: ma la nomina spetterebbe al ministero degli Esteri guidato da Antonio Tajani, che per ora, col sostegno della Presidenza del Consiglio, non sembra avere intenzione di accontentarla. Un’impasse che spiega anche il ritardo nella firma del decreto: se l’ex capo di gabinetto tornasse nelle aule di giustizia, infatti, dovrebbe attendere ben tre anni prima di poter ottenere un nuovo incarico fuori ruolo.

L'articolo Bartolozzi lascia l’Anm: l’ex “zarina” si dimette dal sindacato dei magistrati. “Amareggiata da polemiche strumentali” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Il Csm approva l'”autobavaglio”: obbligo di “rettifica” delle comunicazioni dei pm. Ma i vertici della Cassazione si sfilano

L'”autobavaglio” alla fine passa, ma a fatica e con defezioni importanti. Dopo un dibattito di tre ore, il Consiglio superiore della magistratura ha approvato le nuove Linee guida sulla comunicazione giudiziaria, la discussa circolare che regola le informazioni fornite dalle procure ai media. Il testo aggiorna le attuali Linee guida – datate 2018 – alla luce delle “leggi bavaglio” approvate dalla politica negli ultimi anni: niente interviste sui singoli procedimenti, ma solo comunicati o “in via eccezionale” conferenze stampa; vietate “aggettivazioni enfatiche, dettagli superflui, denominazioni suggestive delle operazioni” e “ogni espressione che presenti l’indagato o l’imputato come colpevole”; proibito citare tra virgolette le ordinanze di arresto. La novità più importante, però, è un inedito dovere direttifica” imposto ai procuratori in nome della “protezione reputazionale”: se danno notizia di un’indagine o di un’arresto con un comunicato, dovranno fare lo stesso – pena potenziali sanzioni disciplinari – se una decisione successiva contraddicesignificativamentel’ipotesi d’accusa, anche a moltissimi anni di distanza. Insomma, servirà un nuovo comunicato o una nuova conferenza stampa, che dovrà osservare “criteri di tempestività, visibilità e proporzionalità informativa rispetto alla comunicazione iniziale”. Una previsione assai criticata dai vertici delle Procure, che hanno protestato con i loro rappresentanti al Csm riuscendo a far slittare l’approvazione già due volte.

La proposta di delibera è stata approvata con quattro voti contrari, tra cui quello – assai signficativo – del primo presidente della Cassazione Pasquale d’Ascola. L’altro membro di diritto del Csm, il procuratore generale Pietro Gaeta, si è invece astenuto. Intervenendo nel dibattuto, D’Ascola aveva chiesto un ritorno della pratica in commissione, parlando di un “approfondimento ancora insufficiente in relazione alla delicatezza e all’importanza” del tema: l'”obbligo di inseguire i comunicati”, ha avvertito, rischia di creare un “effetto distorsivo”, scoraggiando i procuratori a fornire qualsiasi tipo di informazione. “Per certi uffici significa costituire un ufficio parallelo alla cancelleria che deve occuparsi solo di questo. Vogliamo trasformare gli uffici giudiziari in compilatori?”, ha chiesto. Il ritorno in commissione però è stato respinto, così come un emendamento del pg Gaeta che chiedeva, dopo la fase delle indagini, di spostare l’obbligo di aggiornamento a carico del giudice che emette la sentenza di assoluzione o proscioglimento, cancellando inoltre la “rettifica” d’ufficio e mantenendola solo nei casi in cui a chiederla sia l’accusato (in alcuni casi, ha sottolineato Gaeta, potrebbe essere lo stesso imputato assolto a non voler dare visibilità alla vicenda).

Su questo tema invece è passata un’altra proposta di modifica, firmata dai quattro togati di Unità per la Costituzione (UniCost) e dal progressista indipendente Roberto Fontana. Prevede che l’obbligo scatti solo se la Procura cita il nome dell’indagato (di solito assente) e che l’aggiornamento avvenga d’ufficio solo durante le indagini, mentre nelle fasi successive servirà una richiesta della persona interessata. Per rispondere ai timori di eccessive incombenze sui magistrati, Fontana ha citato i numeri di alcuni grandi uffici del Nord: in tutto il 2025, per dire, la Procura di Milano e quella di Venezia hanno emesso 29 comunicati, quella di Torino sei, quella di Genova cinque. Un altro emendamento approvato, degli stessi firmatari, cancella la norma che vieta ai magistrati di trasmettere le ordinanze di arresto ai cronisti: la nuova versione si limita a ribadire il divieto per i media di pubblicare estratti dell’atto tra virgolette, come già previsto dall’ultimo “bavaglio” approvato dal governo. A votare contro la delibera, oltre a D’Ascola, tre consiglieri togati della corrente progressista di Area (Marcello Basilico, Maurizio Carbone e Tullio Morello) che avevano proposto un testo integralmente sostitutivo, recependo l’emendamento di Gaeta e modificando vari passaggi della delibera per sottolineare il valore della comunicazione giudiziaria.

L'articolo Il Csm approva l'”autobavaglio”: obbligo di “rettifica” delle comunicazioni dei pm. Ma i vertici della Cassazione si sfilano proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Fine vita, la nuova proposta di Forza Italia: ampliati i requisiti, ok all’assistenza gratuita dei medici del Servizio sanitario

Sul fine vita Forza Italia porta avanti la sua guerra di posizione. Dopo aver ottenuto la riapertura del termine, gli azzurri hanno presentato una serie di emendamenti al testo base, approvato la scorsa estate e da allora fermo nelle Commissioni Giustizia e Affari sociali del Senato per il veto di Fratelli d’Italia. Le proposte di modifica, firmate dalla capogruppo Stefania Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo, ampliano i requisiti per accedere al suicidio assistito: in linea con i criteri stabiliti della Corte costituzionale, ad esempio, si prevede che il paziente debba essere tenuto in vita “da trattamenti sanitari di sostegno vitale” e non più “da trattamenti sostitutivi di funzioni vitali”, espressione, quest’ultima, che avrebbe limitato l’applicazione a chi si trova attaccato a una macchina. Superando il divieto assoluto di coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale, poi, un altro emendamento stabilisce che “l’assistenza al suicidio può essere resa da un medico ospedaliero o di medicina generale, su base volontaria e gratuita, nell’ambito dell’attività libero-professionale ovvero in regime di intramoenia. Gli strumenti di eventuale supporto all’autosomministrazione” del farmaco letale, invece, dovranno essere “reperiti dal Consiglio nazionale delle ricerche”. La proposta di Fi, inoltre, si preoccupa di specificare che “l’assistenza al suicidio non può rientrare nei livelli essenziali di assistenza o canoni equivalenti”, mentre “il Servizio sanitario nazionale garantisce le cure palliative del dolore e l’assistenza domiciliare continua alle persone in condizione di grave non autosufficienza”.

Gli emendamenti, non concordati con gli alleati (che anzi frenano anche sul testo originario) mirano a coinvolgere le opposizioni nella battaglia per approvare la proposta entro la legislatura, nell’ambito del nuovo corso inaugurato da Marina Berlusconi. “Quello che è stato fatto con questi emendamenti, in particolare con l’emendamento sul Servizio sanitario nazionale, è un tentativo di mediazione. Sappiamo che questo testo era bloccato da tanti mesi: Forza Italia, in particolare attraverso la presidente Craxi, ha cercato di trovare soluzioni che speriamo possano essere apprezzate per cercare di portare fuori dalle secche questo disegno di legge. L’auspicio è che si apra un dibattito sereno, che possibilmente tutti i partiti lascino libertà di coscienza ai propri rappresentanti, così come fa Forza Italia, e che si possa, come relatori, ragionare su un testo il più largamente condivisibile”, dice il senatore azzurro Pierantonio Zanettin, relatore del provvedimento insieme al meloniano Ignazio Zullo. Dal Pd per ora la reazione è fredda: “Sono proposte che noi apprezziamo, perché sono un tentativo di fare un passo in avanti, però purtroppo non sciolgono i nodi fondamentali che noi avevamo sottolineato e che sono ancora sul tappeto. Sono anche proposte un po’ pasticciate. C’è ancora molto lavoro da fare per arrivare a un testo accettabile”, dice il capogruppo in Commissione Giustizia Alfredo Bazoli, firmatario di un testo alternativo approdato in Aula il 3 giugno ma respinto dalla maggioranza.

L'articolo Fine vita, la nuova proposta di Forza Italia: ampliati i requisiti, ok all’assistenza gratuita dei medici del Servizio sanitario proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Una controriforma che allunga le cause e spreca risorse”: l’Anm contro il ritorno dei “tribunalini” firmato Nordio e Lega

Una “controriforma priva di fondamento empirico“, che “abbandona la strada della razionalizzazione assecondando istanze localistiche“, senza “una visione sistematica” né “una seria analisi delle risorse disponibili”. L’Associazione nazionale magistrati demolisce il disegno di legge del governo per istituire il nuovo Tribunale della Pedemontana veneta con sede a Bassano del Grappa (Vicenza), voluto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e dal sottosegretario leghista Andrea Ostellari, entrambi originari di quell’area. Un provvedimento, spinto dal Carroccio a scopo elettorale, che va in direzione opposta rispetto alla soppressione di 37 “tribunalini” voluta dal governo Monti nel lontano 2012. In Commissione Giustizia alla Camera – dove il testo è in discussione da gennaio – martedì è stato ascoltato il giudice milanese Sergio Rossetti, membro della giunta centrale dell’Anm, che ha depositato un documento in cui il sindacato delle toghe “esprime una valutazione fortemente negativa del disegno di legge”, chiedendone il ritiro o quantomeno un “complessivo ripensamento“. Quella di Nordio e Ostellari, denunciano i magistrati, è “a tutti gli effetti una controriforma: non corregge la riforma del 2012 sulla base di una valutazione dei suoi effetti, ma la rovescia assecondando istanze locali, senza una adeguata istruttoria sulle effettive carenze di cui soffrono i circondari interessati dall’intervento normativo, che dovrebbero essere risolte immettendo risorse umane e materiali dove servono, senza istituire nuovi tribunali o mantenere in vita quelli che si era scelto di sopprimere”. Oltre a creare la sede di Bassano, infatti, il ddl ripristina ufficialmente i “tribunalini” abruzzesi di Avezzano, Sulmona, Lanciano e Vasto, nonché le sezioni distaccate all’Isola d’Elba, Lipari e Ischia, tutti uffici aboliti sulla carta ma mantenuti attivi attraverso continue proroghe.

Segnalando i rischi del dietrofront, l’Anm cita uno studio di Bankitalia dello scorso anno, secondo cui la cancellazione dei piccoli tribunali “ha aumentato la capacità di definizione dei procedimenti del 3,8% complessivo e ridotto la durata dei processi del 5%“. E a beneficiarne di più, si legge, sono state “le materie più complesse, a conferma dell’importanza della specializzazione, possibile solo in uffici di dimensioni sufficienti: in un ufficio con cinque o sei giudici”, infatti, “non è possibile alcuna seria ripartizione per materie”. Il ddl, inoltre, ha “ignorato completamente” le linee guida del Cepej, la Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa, che ha indicato come “la produttività più elevata” si raggiunga “in uffici con un numero di giudici tra quaranta e ottanta“, segnalando invece “i rischi strutturali dei piccoli tribunali”. Non solo: secondo un recentissimo studio di Gran Sasso Science Institute e Università Ca’ Foscari di Venezia, la riforma del 2012 “ha contribuito a ridurre la criminalità in misura apprezzabile. L’aumento di efficienza della giustizia penale”, infatti, “ha prodotto un effetto deterrente significativo e misurabile: i reati contro il patrimonio (furti e reati contro la proprietà) sono diminuiti del 6-8% nei territori serviti da tribunali accorpati, mentre i reati di criminalità organizzata (associazione per delinquere, estorsione, sequestro di persona, usura, riciclaggio) sono diminuiti del 7-13%“. La controriforma del governo, conclude quindi l’Anm, “non solo è contraria all’evidenza empirica sul piano dell’organizzazione giudiziaria, ma rischia di produrre conseguenze negative anche sul piano della sicurezza pubblica“.

C’è poi il capitolo costi: il provvedimento stanzia quasi cinque milioni l’anno, di cui 2.753.400 per il funzionamento delle nuove strutture e 2.189.263 per l’assunzione di sette nuovi magistrati e 25 unità di personale amministrativo. “In altre parole”, riassume l’Anm, “si spendono più soldi per tenere aperti i contenitori che per riempirli di contenuto”. Per questo la proposta è di rinunciare ai “tribunalini” e “convertire integralmente i 2,75 milioni annui” previsti per crearli in “ulteriori assunzioni”, per “un investimento complessivo di circa cinque milioni annui in risorse umane”. In questo modo, segnalano i magistrati, si potrebbe “restituire efficienza a uffici già operativi, invece di disperdere risorse in presidi condannati alla cronica sotto-organicazione”. Una battaglia in cui le toghe potrebbero trovare un inedito alleato in Forza Italia: nel partito azzurro infatti c’è una fortissima resistenza al piano di Nordio e Ostellari, capeggiata dal senatore vicentino Pierantonio Zanettin, preoccupato per il futuro del Tribunale berico, a cui il nuovo ufficio toglierebbe il 30% dei magistrati. Enrico Costa, attuale capogruppo azzurro a Montecitorio, in Commissione Giustizia era stato chiaro: così com’è il provvedimento “risulta difficilmente condivisibile da parte del gruppo”. E visto il clima già teso tra alleati sulla giustizia – che ha fatto saltare il vertice di maggioranza previsto per martedì – è possibile che il governo decida di metterci una pietra sopra.

L'articolo “Una controriforma che allunga le cause e spreca risorse”: l’Anm contro il ritorno dei “tribunalini” firmato Nordio e Lega proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Un diritto trasformato in delitto”: la Procura di Torino chiede di portare alla Consulta il nuovo reato di blocco stradale

Il reato di blocco stradale voluto dal governo Meloni è contrario alla Costituzione perché ha “trasformato un diritto in delitto“. Lo sostiene il pubblico ministero di Torino Elisa Pazè, che ha chiesto al gip di sollevare la questione alla Corte costituzionale nell’ambito di un procedimento contro 18 indagati per aver bloccato la tangenziale della città – per un totale di una decina di minuti – durante una manifestazione pro-Gaza il 17 maggio 2025. La norma, introdotta col primo decreto Sicurezza per stroncare le proteste degli attivisti climatici, prevede il carcere da sei mesi a tre anni per chi “impedisce la libera circolazione su strada ostruendo la stessa con il proprio corpo, se il fatto è commesso da più persone riunite”: un comportamento che prima costituiva un semplice illecito amministrativo, punito con una multa da mille a quattromila euro. La magistrata torinese ha depositato una memoria di otto pagine sostenendo il contrasto della fattispecie con sei norme costituzionali. Il nuovo reato, scrive, “è frutto dell’intervento di un decreto-legge adottato al di fuori dei casi straordinari di necessità e urgenza, in contrasto con l’articolo 77” della Carta, e “collide con la libertà di riunione sancita dall‘articolo 17 e con il diritto di sciopero tutelato dall’articolo 40“. Ancora, “contrasta con il principio di ragionevolezza, di cui è espressione l’articolo 3“, e con quello della funzione rieducativa della pena, previsto dall’articolo 27.

Secondo Pazè, in primo luogo, l’intero decreto del 2025 è illegittimo per essere stato emanato senza i requisiti di necessità e urgenza, motivati nel preambolo con “una serie di affermazioni apodittiche” e “senza alcun richiamo a situazioni di fatto”. La pm ricorda, peraltro, come il provvedimento avesse copiato integralmente i contenuti di un disegno di legge in discussione in Parlamento da oltre un anno, “così vanificando il lavoro svolto dalle Camere ed esautorandole“. Nel merito, invece, la memoria sostiene innanzitutto il contrasto della norma sul blocco stradale con i diritti di riunione e di sciopero: “La possibilità che si creino rallentamenti o addirittura blocchi del traffico è connaturata alle manifestazioni, sia che esse si svolgano in forma statica sia in forma dinamica”, si legge. “Nel trasformare un diritto in delitto il legislatore non ha effettuato un bilanciamento degli interessi in gioco conforme ai valori costituzionali, valutando i fondamentali diritti di libertà individuale e collettiva come recessivi rispetto all’interesse alla circolazione”.

La pena minima prevista, sei mesi di reclusione, è poi definita “sproporzionata sia in sé, sia rispetto a quella prevista per altro reato” e quindi “lesiva del principio di eguaglianza”, in base al quale la pena dev’essere “proporzionata al disvalore del fatto illecito commesso”. Per la magistrata, “sanzioni così sproporzionate appaiono illegittime anche alla luce del principio della finalità rieducativa della pena di cui all’articolo 27, comma 3, della Costituzione”: la norma, infatti, “viene a colpire manifestanti che esprimono istanze solidaristiche, pacifiste, ambientaliste, rivendicazioni di carattere sociale e che percepiscono come immotivata e ingiusta la reazione repressiva dell’ordinamento”. A esprimere soddisfazione per l’iniziativa della pm Alleanza Verdi e Sinistra, con il deputato torinese Marco Grimaldi: “È ciò che sosteniamo da tempo, quella misura è lesiva dei diritti fondamentali tutelati dagli articoli 17 e 40 della Costituzione. È un attacco diretto al diritto di riunione e di sciopero. Ora la decisione spetta al gip attendiamo con fiducia”.

L'articolo “Un diritto trasformato in delitto”: la Procura di Torino chiede di portare alla Consulta il nuovo reato di blocco stradale proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Accuse false nel libro con Sallusti”: Palamara condannato a risarcire 23mila euro all’ex pg della Cassazione Salvi

Luca Palamara è stato condannato a risarcire con 23mila euro Giovanni Salvi, ex procuratore generale della Corte di Cassazione, che lo aveva citato in giudizio per alcune affermazioni contenute nel best-seller Il Sistema, scritto con l’attuale direttore di Libero Alessandro Sallusti. Il Tribunale civile di Roma ha giudicato diffamatorio il racconto dell’ex pm – radiato dall’ordine giudiziario in seguito allo scandalo nomine – in merito a un pranzo tra i due avvenuto il 23 giugno 2017, nel periodo in cui Salvi, allora procuratore generale di Roma, aveva presentato per la prima volta la sua candidatura per il vertice dell’ufficio requirente della Suprema Corte, poi ottenuto due anni dopo. In quel momento Palamara era presidente della Quinta Commissione del Consiglio superiore della magistratura, quella che si occupa delle assegnazioni degli incarichi direttivi. “In giugno – ce n’è traccia sul mio cellulare – vedo Giovanni Salvi, che mi invita su una splendida terrazza di un lussuoso albergo romano nei pressi di corso Vittorio Emanuele”, scrive nel libro. “Un candidato che incontra privatamente il presidente designato della commissione che dovrà giudicarlo?”, lo imbecca Sallusti. “Se lo fanno un politico su una nomina pubblica o un imprenditore su un appalto finiscono diritti sotto inchiesta, se lo fa un magistrato nulla da dire”, risponde l’ex magistrato. E ancora: “Nel momento stesso in cui uno si raccomanda per una nomina vìola le regole del gioco, ammette che i curricula e l’oggettività del giudizio non sono l’unico criterio possibile e accettabile. (…) Quando il procuratore Giovanni Salvi si apparecchiò con me su una terrazza romana per diventare procuratore generale della Corte di Cassazione, cosa si aspettava? Che ne avrei parlato la sera a cena con mia moglie o che avrei messo in campo tutte le mie relazioni per fargli raggiungere l’obiettivo?”.

Insomma, Palamara sostiene che Salvi lo invitò a pranzo per “autoraccomandarsi” per la nomina a pg. Una ricostruzione che la sentenza – depositata il 4 giugno – definisce falsa e diffamatoria sotto più aspetti: in primo luogo, scrive il giudice Francesco Rossini, dallo scambio di messaggi tra i due “non è possibile determinare con ragionevole certezza da chi sia partito l’invito per l’incontro conviviale oggetto della contestazione”. Ma “da ritenersi falsa” è soprattutto “la circostanza riferita dal dottor Palamara sul contenuto dell’incontro”: l’ex ras delle nomine, infatti, non ha “prodotto né registrazioni, né documenti, né articolato prove testimoniali che dimostrino la verità delle dichiarazioni rese nel libro”. L’ex pg della Cassazione, invece, ha fornito una versione diversa, spiegando che l’oggetto dell’incontro era la comunicazione della Prefettura di Roma di non voler rinnovare la scorta a Palamara: per il rinnovo della tutela era necessario il parere del procuratore generale della Capitale, ruolo in quel momento ricoperto dallo stesso Salvi. Una ricostruzione, riconosce il giudice, “supportata dalla documentazione acquisita agli atti” e in particolare da cinque sms scambiati tra i due. Secondo il Tribunale, “il tenore complessivo” del libro-intervista “induce il lettore alla constatazione per cui anche il dottor Salvi faceva parte delsistema” descritto dal Palamara”, attraverso affermazioni che “sviliscono l’onorabilità” dell’ex alto magistrato con “modalità espositive suggestive”.

Palamara ha commentato la decisione con una nota, rivendicando il fatto che il Tribunale abbia “escluso la sussistenza di qualsiasi profilo diffamatorio” rispetto ad altri passaggi del libro oggetto della causa, in cui si faceva riferimento a Salvi relativamente alla sua nomina a pg di Catania e poi di Roma. “In particolare, sulla vicenda della Procura generale di Roma, il Tribunale ha riconosciuto che la descrizione delle dinamiche correntizie e del confronto interno al Csm sulle nomine degli incarichi direttivi rientrava nel legittimo racconto di fatti di interesse pubblico, escludendo che tale ricostruzione potesse integrare una lesione della reputazione personale di Salvi”, afferma l’ex presidente dell’Associazione magistrati. Sulla vicenda del pranzo per la nomina in Cassazione, lamenta invece, “il giudizio si è formato senza che fosse ammessa la prova testimoniale richiesta dalla mia difesa, che avrebbe consentito di dimostrare la veridicità della ricostruzione contenuta nel libro e il contesto nel quale si svolse l’incontro richiamato. Lo stesso Tribunale dà atto che la richiesta istruttoria è stata rigettata (per irrilevanza in quanto volta a “a provare fatti diversi rispetto a quanto controverso”, ndr). Per questa ragione”, conclude Palamara, “ho già conferito mandato ai miei legali di proporre appello dinanzi alla Corte d’Appello di Roma, affinché possa essere svolto un pieno accertamento dei fatti e possano essere valutati tutti gli elementi di prova”.

L'articolo “Accuse false nel libro con Sallusti”: Palamara condannato a risarcire 23mila euro all’ex pg della Cassazione Salvi proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Responsabilità dei magistrati, Fi insiste per una legge: “Per noi è irrinunciabile”. Ma Nordio fa muro: “Inutile e insensata”

“Sosteniamo il sacrosanto diritto del cittadino colpito da malagiustizia a essere risarcito”. Dopo lo scontro con Fratelli d’Italia al vertice di maggioranza di mercoledì, Forza Italia torna a sfidare gli alleati sul tema della responsabilità civile dei magistrati, la bandiera scelta dagli azzurri in tema giustizia per l’ultima parte di legislatura. Nelle scorse settimane, nell’ambito del nuovo corso chiesto da Marina Berlusconi, il capogruppo alla Camera Enrico Costa ha chiesto un provvedimento per ampliare i casi in cui giudici e pm possono essere chiamati a risarcire i danni causati dalle loro decisioni: l’idea è di intervenire sulla norma per cui “non può dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove“, nonché sulla definizione di “colpa grave” che fonda la responsabilità. Il ministro Carlo Nordio – ispirato da FdI – aveva alzato un muro da subito: “Non è nel programma, né all’ordine del giorno e, per quanto mi riguarda, non lo sarà”, ha tagliato corto. Costa, però, non si arrende e rilancia con una nota congiunta firmata insieme all’omologa al Senato, Stefania Craxi: “Rendere effettiva la responsabilità civile del magistrato significa mettere al centro la persona, i suoi diritti e le sue libertà”, si legge. “La centralità della persona è un principio che appartiene al dna di Forza Italia e della sua azione politica, ed è la chiave con cui va affrontato il tema”.

“A scanso di equivoci”, sottolineano i due capigruppo, “non parliamo di censure alla discrezionalità di giudizio delle toghe, ma di errori gravi per i quali le persone hanno perso libertà, lavoro, risparmi e occasioni professionali e imprenditoriali, hanno avuto la reputazione infangata e subìto il tracollo della propria attività e la disgregazione della famiglia. In 15 anni, soltanto 15 vittime di malagiustizia hanno ottenuto il risarcimento del danno: una all’anno, per colpa di una legge inadeguata. È mai possibile? Nell’identità liberale che ci anima, la priorità è la tutela del cittadino e dei suoi diritti, specialmente se a violarli è lo Stato”, incalzano. I berlusconiani replicano anche al mantra di Nordio – ripetuto ancora sabato in un’intervista a Repubblica – secondo cui i magistrati inadeguati “non vanno colpiti nel portafoglio ma nella carriera“, cioè sul piano disciplinare: “La responsabilità civile non è uno strumento per “colpire” nel portafoglio il magistrato che sbaglia, ma un istituto di tutela di fronte alle ingiustizie. Ecco perché il ballottaggio tra responsabilità civile e responsabilità disciplinare a nostro parere non è appropriato: si tratta di istituti giuridici con natura e finalità diverse. E dev’essere chiaro che per Forza Italia la tutela dei diritti del cittadino è una missione irrinunciabile”.

Non passa nemmeno mezza giornata, però, che il Guardasigilli torna a respingere gli alleati usando la stessa argomentazione: “La responsabilità civile dei magistrati secondo me è un provvedimento inutile, perché colpire il magistrato inetto, inadeguato, indegno, impreparato sul portafoglio non ha nessuna deterrenza e non ha neanche nessuna efficacia sanzionatoria, perché sono e siamo tutti ultra-assicurati”, dice alla festa del Foglio a Venezia. “Io capisco il principio “chi sbaglia paga”, e il nostro referendum era fondato su quello, perché avevamo previsto il sorteggio nella sezione disciplinare (del Csm, ndr) proprio per evitare la giustizia domestica. Bocciato questo, l’idea anche di costituire un tavolo tecnico per discutere la responsabilità civile dei magistrati, a parte che in questa legislatura non avremmo il tempo di portarlo in Parlamento, rischia di essere una specie di surrogato – su cui discuteremo – ma che vedo inutile”, ripete. “Non c’è nessun senso nel sanzionare pecuniariamente un magistrato inadeguato. Va invece sanzionato nella carriera, nella promozione o addirittura nel caso di inadeguatezza assoluta con la rimozione. Cioè, o deve cambiare mestiere o magari deve cambiare ufficio”. Nordio frena anche sulle altre riforme spinte da Forza Italia, quelle della prescrizione e del sequestro degli smartphone, già approvate in un ramo del Parlamento ma ferme rispettivamente al Senato e alla Camera: “Il Parlamento è sovrano e deciderà”, si limita a dire. Ma allo stesso tempo pronuncia parole simili a una resa dopo la sconfitta al referendum costituzionale: “È chiaro che di fronte a una manifestazione di volontà popolare, che può essere interpretata in mille modi – politico, emotivo o altro – però è stata manifestata e va rispettata, il cammino delle riforme è molto più difficile“, ammette.

Forza Italia però non ha intenzione di abbandonare la sua crociata. Sull’ampliamento della responsabilità civile Costa ha battuto sabato anche in un’intervista al Corriere: “È falso che metta a rischio l’indipendenza della magistratura. Autonomia non significa immunità. Anche di fronte a macroscopici errori, il magistrato non è mai chiamato a rispondere”. La legge attuale, sostiene il deputato, “prevede limitazioni che non fanno scattare la responsabilità del magistrato neppure di fronte a enormi ingiustizie. Addirittura, gli errori sulla valutazione del fatto e della prova non sono sindacabili. Questo impedisce al cittadino di far valere il proprio diritto al risarcimento del danno”. Sulla stessa linea il viceministro azzurro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto: “Nella riunione di maggioranza abbiamo chiesto un tavolo per discutere della responsabilità civile dei magistrati. È chiaro che non esiste una responsabilità senza sanzioni: un intervento è necessario. Non c’è nessun revanchismo, non c’è voglia di punire nessuno, ma di responsabilizzare tutti. È necessario stabilire delle regole per cui, come per tutti gli altri, i magistrati siano effettivamente chiamati a dare conto degli errori gravi”, ha detto al Quotidiano nazionale.

L'articolo Responsabilità dei magistrati, Fi insiste per una legge: “Per noi è irrinunciabile”. Ma Nordio fa muro: “Inutile e insensata” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Tre gip per gli arresti, la riforma slitta di sei mesi. Dietrofront anche sui migranti: cancellato l'”emendamento Musk”

L’applicazione della riforma del gip collegiale slitta a fine febbraio 2027. Lo ha annunciato il ministro della Giustizia Carlo Nordio nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri di giovedì, che ha ufficializzato la data del rinvio in un decreto-legge. La norma “garantista”, contenuta nella legge Nordio del 2024, prevede che a decidere sulle richieste di custodia cautelare in carcere non sia più un singolo giudice, ma un collegio di tre: la novità avrebbe dovuto scattare dal 25 agosto, cioè a due anni dall’entrata in vigore della legge. Un intervallo previsto per adeguare nel frattempo gli organici della magistratura. Le assunzioni promesse però non sono state realizzate, e così nei mesi scorsi l’Associazione nazionale magistrati ha chiesto più volte un rinvio della riforma, trovando alla fine il consenso del Guardasigilli. Restava da decidere l’estensione del rinvio: Forza Italia chiedeva di limitarlo al minimo indispensabile, mentre Fratelli d’Italia, con il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni, proponeva addirittura un anno. Alla fine il compromesso trovato è di sei mesi: la norma “è già legge e quindi è ovviamente fuori discussione, però ha trovato delle difficoltà soprattutto nella digitalizzazione, cioè nella dematerializzazione degli atti, che rendono in un certo senso impossibile oggi l’entrata in vigore dell’attuazione concreta”, ha detto Nordio, riducendo quindi la questione a un mero problema informatico (di cui non sono stati specificati i contorni).

Ma quello sul gip collegiale non è l’unico dietrofront del governo: alla chetichella, il Cdm ha cancellato anche l’emendamento che a fine 2024 aveva spostato in Corte d’Appello (senza alcun motivo razionale) la competenza a decidere sui trattenimenti dei migranti, per “vendetta” contro i giudici del Tribunale di Roma che avevano bloccato i trasferimenti in Albania. La norma era stata ribattezzata “emendamento Musk” perché approvata dopo un tweet del miliardario statunitense contro le toghe italiane, colpevoli di ostacolare il piano del governo: “These judges need to go”, “Questi giudici devono andarsene”, aveva scritto. L’intervento del governo non ha ottenuto lo scopo di avere decisioni più gradite, ma in compenso ha aumentato il carico di lavoro delle Corti d’Appello già oberate. Così ora Nordio annuncia che la competenza sull’asilo e l’immigrazione “ritorna al Tribunale circondariale”: “Fatte le valutazioni, soprattutto per quanto riguarda gli organici, ci siamo resi conto, anche dopo confronti molto costruttivi con l’Anm e i presidenti delle Corti di Appello, che questa sarebbe stata la soluzione migliore”, dice il ministro. Tramontate le esigenze di propaganda, la razionalità ha potuto tornare a galla.

L'articolo Tre gip per gli arresti, la riforma slitta di sei mesi. Dietrofront anche sui migranti: cancellato l'”emendamento Musk” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Emiliano torni giudice a Benevento”: al Csm la destra vota per il rientro in toga dell’ex governatore Pd dopo 23 anni

Per conoscere il suo immediato futuro, Michele Emiliano dovrà pazientare ancora un po’. Al termine di un ping pong durato oltre sei mesi, la Terza Commissione del Consiglio superiore della magistratura si è finalmente espressa sulla richiesta dell’ex sindaco di Bari e governatore pugliese – tuttora un pubblico ministero in aspettativa elettorale – di diventare consulente istituzionale in attesa di un seggio in Parlamento, evitando un clamoroso ritorno in toga dopo 23 anni (la legge Cartabia anti-porte girevoli non si applica al suo caso, essendo entrata in vigore dopo l’ultima elezione). Ma il verdetto non è stato univoco: la commissione ha partorito due proposte contrapposte, tra cui il plenum, l’organo al completo, dovrà scegliere in una delle prossime sedute (probabilmente a luglio). La prima, votata dai quattro consiglieri togati, dà il via libera al collocamento fuori ruolo di Emiliano come consulente della Commissione d’inchiesta del Senato sulle condizioni di lavoro. La seconda, votata dalle due “laiche” Isabella Bertolini e Daniela Bianchini, elette in quota Fratelli d’Italia, respinge invece la richiesta e ricolloca Emiliano in ruolo come giudice del Tribunale di Benevento, sede indicata da lui stesso come seconda preferenza (la prima era la Direzione nazionale antimafia). Una posizione, a guardar bene, abbastanza paradossale: proprio le rappresentanti della maggioranza allergica alle “toghe rosse” ora chiedono di far rientrare in magistratura uno dei più importanti esponenti del Partito democratico, di cui fu candidato addirittura alla segreteria.

La consulenza al Senato è il “piano B” studiato per Emiliano dal suo amico e conterraneo Francesco Boccia, capogruppo del Pd a palazzo Madama. La soluzione iniziale individuata per l’ex governatore, infatti, era la nomina a collaboratore di Antonio Decaro, suo delfino politico e successore alla guida della Regione. La richiesta di Decaro, però, è stata respinta per ben tre volte dalla Terza Commissione, nonostante vari aggiustamenti formali e sostanziali: secondo il Csm, né l’incarico di “consigliere giuridico” né quello di consulente per le crisi industriali erano autorizzabili in base alla legge. Così, con la mediazione di Boccia, il presidente della Commissione d’inchiesta sul lavoro Tino Magni (Alleanza Verdi e Sinistra) ha lanciato un salvagente inviando un’istanza alternativa a palazzo Bachelet. Anche questa strada, però, si è rivelata non priva di ostacoli: su richiesta del Consiglio superiore, Magni ha dovuto spiegare perché abbia bisogno proprio di Emiliano, considerato anche il fatto che la sua commissione si avvale già della consulenza di un altro magistrato fuori ruolo. Lo stesso ex governatore, mercoledì, è stato ascoltato dalla Terza Commissione del Csm, sottolineando l’inopportunità di un suo rientro in toga dopo due decenni: “L’attuale normativa prevede che chi è stato in politica non possa rientrare nelle funzioni per evitare un danno molto grave all’indipendenza e all’immagine di imparzialità della magistratura. Anche se ovviamente a me non si applica, ho comunque dato disponibilità ad applicarla”, ha detto.

L'articolo “Emiliano torni giudice a Benevento”: al Csm la destra vota per il rientro in toga dell’ex governatore Pd dopo 23 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Giustizia, scontro FdI-Fi al vertice con Nordio: gli azzurri chiedono uno sprint sulle riforme, i meloniani fanno muro

Sulla giustizia nel centrodestra è ormai scontro aperto. A oltre due mesi dalla disfatta al referendum, le divergenze tra alleati sono esplose mercoledì mattina nel vertice con i capigruppo di maggioranza al ministero, convocato dal Guardasigilli Carlo Nordio su richiesta di Forza Italia e durato quasi tre ore. Gli azzurri Stefania Craxi ed Enrico Costa, spalleggiati dal viceministro Francesco Paolo Sisto, hanno insistito per portare a termine le riforme della prescrizione e del sequestro degli smartphone, già approvate da un ramo del Parlamento, in modo da “dare risposte” ai 12 milioni di elettori che hanno votato Sì. Una posizione su cui c’è il sostanziale accordo anche della Lega. Fratelli d’Italia, però, ha alzato un muro di gomma: i meloniani, poco entusiasti di aprire nuovi fronti con la magistratura, prendono tempo chiedendo modifiche ai due provvedimenti, che intanto restano congelati in commissione. I due partiti spingono in direzioni opposte anche per quanto riguarda il gip collegiale, la norma – contenuta nella legge Nordio del 2024 – che dal 25 agosto imporrebbe un collegio di tre giudici, invece di uno solo, per decidere sulle richieste di custodia cautelare in carcere. Di fronte agli allarmi delle toghe, che avvertono sul rischio paralisi dei tribunali per le carenze di personale, il ministero ha già deciso di rinviare l’entrata in vigore. I berlusconiani però vorrebbero un differimento di pochi mesi, mentre Nordio e FdI ragionano su un termine più lungo (tra nove mesi e un anno) per scavallare le elezioni, e bocciano la proposta di Forza Italia di prevedere i collegi solo nei grandi tribunali – dove i giudici sono di più – per velocizzare l’applicazione. Uno stallo che ha costretto a convocare una nuova riunione per il 9 giugno, quando il ministro, i suoi vice e i partiti si rivedranno per trovare una quadra.

A Forza Italia sta a cuore soprattutto il ddl sul sequestro degli smartphone, firmato dal senatore azzurro Pierantonio Zanettin e da Giulia Bongiorno, presidente leghista della Commissione Giustizia di palazzo Madama. In base al testo, per sequestrare un dispositivo elettronico e acquisire i suoi contenuti i pm dovranno ottenere più via libera dal gip tramite una complessa procedura, mentre adesso possono farlo in autonomia con un decreto. Dopo l’ok al Senato nell’aprile 2024, il provvedimento è rimasto bloccato alla Camera per il veto di Fratelli d’Italia e in particolare di Chiara Colosimo, presidente della Commissione bicamerale Antimafia, che si è fatta interprete dei timori del procuratore nazionale Giovanni Melillo per i potenziali “effetti disastrosi” delle nuove norme. Colosimo ha presentato una lunga serie di emendamenti alla riforma, che ora Fratelli d’Italia chiede di approvare: nell’ultima conferenza dei capigruppo il ddl è stato calendarizzato in Aula per luglio, ma l’iter in Commissione non sembra vicino a sbloccarsi. I meloniani chiedono modifiche anche alla riforma della prescrizione, e in particolare una norma transitoria per evitare il rischio-amnistia di cui ha parlato in audizione l’Associazione nazionale magistrati. Infine, Nordio ha ribadito la sua contrarietà all’ipotesi di una legge per estendere la responsabilità civile dei magistrati, lanciata dal capogruppo azzurro alla Camera Enrico Costa. Sul tema il ministro si è richiamato alle sue parole dei giorni scorsi: un provvedimento del genere “non è nel programma, né all’ordine del giorno e, per quanto mi riguarda, non lo sarà”, aveva detto.

L'articolo Giustizia, scontro FdI-Fi al vertice con Nordio: gli azzurri chiedono uno sprint sulle riforme, i meloniani fanno muro proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌