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Il divario quantistico tra Usa e Cina si assottiglia. E Pechino sogna il vantaggio

L’avanzata della Cina nel campo delle tecnologie quantistiche sembra spingersi ben oltre la ricerca di laboratorio, assumendo una dimensione sempre più concreta e quindi strategica. Lo evidenzia bene Sunny Cheung in un’analisi pubblicata da Jamestown Foundation, stressando il fatto che Pechino abbia ormai conquistato un vantaggio significativo nelle comunicazioni quantistiche sicure, mentre gli Stati Uniti mantengono ancora la leadership nei principali indicatori della computazione quantistica. Anche se questo divario si sta riducendo rapidamente. Per il Partito comunista cinese le tecnologie quantistiche rappresentano uno strumento essenziale per superare i colli di bottiglia tecnologici causati dalle restrizioni occidentali e rafforzare la competitività industriale e militare del Paese. Non a caso, la rivista teorica Qiushi ha recentemente definito il settore di “incommensurabile importanza strategica”, sottolineando come possa contribuire a risolvere il problema della dipendenza tecnologica dall’estero.

Nel suo studio Cheung propone una “scorecard” composta da undici indicatori suddivisi nelle tre categorie di tecnologie fondamentali, applicazioni pratiche ed ecosistema industriale. Il risultato fotografa una competizione ormai molto equilibrata, con Washington che mantiene il vantaggio in quattro parametri, Pechino guida in cinque, mentre due risultano sostanzialmente in parità. Dietro questi numeri, però, emergono dinamiche differenti, poiché gli Stati Uniti continuano a primeggiare nella ricerca di base e nello sviluppo dei processori quantistici, mentre la Cina ha concentrato gli investimenti sull’implementazione concreta delle tecnologie, soprattutto nel settore delle comunicazioni protette.

Uno dei risultati più significativi riguarda la cosiddetta “quantum advantage”, cioè la capacità di un computer quantistico di svolgere calcoli impossibili per qualsiasi supercomputer tradizionale. Negli ultimi dodici mesi due sistemi cinesi hanno stabilito nuovi record mondiali: il processore superconduttore Zuchongzhi 3.0 e soprattutto il computer fotonico Jiuzhang 4.0, che secondo i ricercatori sarebbe in grado di completare un’operazione che richiederebbe a un computer classico circa 10⁴² anni. Sebbene queste stime siano oggetto di continuo dibattito scientifico, il risultato testimonia la crescente competitività della ricerca cinese.

Il vero punto di forza di Pechino resta però la sicurezza delle comunicazioni. La Cina dispone già di una rete quantistica terrestre superiore ai 10.000 chilometri che collega grandi città, enti governativi, istituzioni finanziarie e centri di ricerca. A questa si affiancano i satelliti Micius e Jinan-1, che hanno dimostrato collegamenti quantistici su migliaia di chilometri, consentendo comunicazioni praticamente impossibili da intercettare senza alterarne il contenuto. Nessun Paese occidentale dispone oggi di un’infrastruttura paragonabile. La leadership cinese deriva soprattutto dallo sfruttamento del cosiddetto “entanglement quantistico”, il fenomeno che consente di rilevare qualsiasi tentativo di intercettazione di un messaggio. Grazie a un decennio di investimenti pubblici, Pechino è riuscita a trasformare una tecnologia sperimentale in una rete operativa, creando un vantaggio strutturale che potrebbe avere importanti implicazioni sia civili sia militari.

Gli Stati Uniti conservano comunque un vantaggio significativo in diversi aspetti della computazione quantistica. Google e Ibm guidano ancora nella precisione delle operazioni logiche, nella correzione degli errori e nello sviluppo dell’ecosistema software, elementi essenziali per costruire futuri computer quantistici universali. Tuttavia, anche in questi ambiti la Cina sta recuperando rapidamente terreno. Alla fine del 2025 il processore Zuchongzhi 3.2 è infatti riuscito a superare la cosiddetta soglia di correzione degli errori, dimostrando che il proprio approccio hardware può essere scalabile, sebbene rimanga ancora meno efficiente rispetto ai sistemi sviluppati da Google.

In ogni caso, secondo l’autore dello studio sarebbe prematuro trarre conclusioni definitive sull’esito della competizione. Le tecnologie quantistiche restano infatti in una fase relativamente iniziale e nessun esperto ritiene realistico che un computer quantistico possa compromettere nel breve periodo gli attuali sistemi di crittografia. E anche se la distanza tra Stati Uniti e Cina si è ridotta sensibilmente nell’ultimo anno, e molti programmi cinesi stanno avanzando più rapidamente di quanto stimato da numerose valutazioni occidentali, Washington ha ancora margine d’azione per non perdere la competizione.

La corsa quantistica si sta quindi delineando come uno dei principali fronti della competizione tecnologica tra Washington e Pechino. Se gli Stati Uniti continuano a dominare la ricerca di frontiera, la Cina sta dimostrando una crescente capacità di trasformare i risultati scientifici in infrastrutture operative, consolidando un vantaggio concreto nelle comunicazioni sicure e rafforzando uno dei pilastri della propria strategia di sicurezza nazionale.

 

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Il caso dei droni affonda (ancora di più) l’ex presidente sudcoreano Yoon

L’ex presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol è stato condannato a 30 anni di carcere con l’accusa di aver autorizzato l’invio di droni in Corea del Nord nell’ottobre 2024 per creare un pretesto che giustificasse la successiva dichiarazione della legge marziale. La sentenza, pronunciata dal Tribunale distrettuale centrale di Seul, rappresenta un nuovo e pesante capitolo della vicenda giudiziaria che ha travolto l’ex leader conservatore dopo la sua destituzione.

Secondo i giudici, Yoon si sarebbe reso colpevole di abuso di potere e di favoreggiamento del nemico, avendo preso parte fin dall’inizio alla pianificazione delle incursioni con droni oltre il confine. I procuratori speciali sostengono che l’operazione fosse finalizzata a “fabbricare condizioni di guerra” per creare un clima di emergenza nazionale e legittimare così la controversa proclamazione della legge marziale del dicembre 2024, poi dichiarata incostituzionale.

L’ex presidente ha però respinto tutte le accuse. I suoi avvocati hanno sostenuto che Yoon non ordinò né approvò successivamente la missione, affermando che i voli dei droni costituivano una risposta alle ripetute provocazioni di Pyongyang, che nei mesi precedenti aveva inviato oltre il confine numerosi palloni aerostatici carichi di rifiuti e materiale propagandistico.

L’episodio incriminato risale al 2024, quando la Corea del Nord accusò Seul di aver fatto sorvolare tre volte la capitale Pyongyang da droni incaricati di lanciare volantini di propaganda. All’epoca il ministro della Difesa Kim Yong-hyun fornì una risposta ambigua, mentre il ministero dichiarò di non poter né confermare né smentire l’accaduto. L’incidente provocò un forte aumento delle tensioni tra i due Paesi, senza però sfociare in uno scontro militare. Secondo l’accusa, l’operazione avrebbe inoltre compromesso la sicurezza nazionale, poiché alcuni droni precipitati in territorio nordcoreano avrebbero consentito la divulgazione di informazioni riservate sulle capacità operative delle forze armate sudcoreane.

La nuova condanna si aggiunge a quella già inflitta a febbraio, quando Yoon era stato condannato all’ergastolo per insurrezione, con l’accusa di aver tentato di paralizzare l’Assemblea nazionale attraverso la dichiarazione della legge marziale. Anche in quel caso l’ex presidente ha presentato ricorso, sostenendo di aver agito esclusivamente nell’interesse del Paese. Yoon era stato definitivamente rimosso dalla carica dopo che la Corte costituzionale aveva confermato il suo impeachment, aprendo la strada alle elezioni anticipate vinte dall’attuale presidente Lee Jae Myung.

La vicenda si inserisce in un contesto di persistente tensione tra le due Coree, ancora tecnicamente in guerra. L’utilizzo di droni continua infatti a rappresentare uno dei principali punti di attrito lungo il confine. All’inizio di quest’anno lo stesso presidente Lee aveva espresso rammarico dopo che un’indagine aveva rivelato il coinvolgimento di funzionari governativi nell’invio di droni verso il Nord nel gennaio 2025. Un gesto definito “saggio” dalla sorella del leader nordcoreano Kim Yo-jong, senza tuttavia tradursi in un reale miglioramento delle relazioni, poiché Pyongyang continua a considerare Seul il proprio “nemico più ostile”.

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Gli Usa provano a contenere l’ascesa biotech cinese. Ma la strada è in salita

Pochi giorni fa il Pentagono ha compiuto il suo annuale aggiornamento della “Lista 1260H”, un elenco delle aziende cinesi legate alla People’s Liberation Army che operano direttamente o indirettamente negli Stati Uniti. Oltre a colossi del calibro di Byd, AliBaba, Baidu, Nio et similia, nell’index officinorum prohibitorum del Dipartimento della Difesa Usa è finito anche il gruppo biotech WuXi AppTec. Una mossa che non arriva ex abrupto, ma che si inserisce in un più ampio tentativo da parte di Washington di prevenire un superamento cinese sugli Stati Uniti in un settore estremamente critico come quello delle biotecnologie.

“Nell’aprile 2025, la Nsceb (National Security Commission on Emerging Biotechnology) ha sottolineato la vulnerabilità che la nostra attuale dipendenza dalle aziende biotecnologiche cinesi comporta per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e ha chiesto il divieto di ricorrere a fornitori di biotecnologie ritenuti una minaccia per la sicurezza nazionale. Plaudiamo al Pentagono per aver intrapreso questa settimana misure concrete volte ad aggiornare la lista 1260H con l’aggiunta di aziende biotecnologiche cinesi che hanno legami noti con l’esercito cinese. Dobbiamo inoltre rafforzare l’ecosistema biotecnologico americano, anche investendo in alternative alle aziende biotecnologiche cinesi che destano preoccupazione, in modo che il nostro settore poggi su una base di fornitori e prestatori di servizi affidabili”, hanno affermato in una dichiarazione congiunta relativa alla scelta descritta poche righe sopra il presidente e il vicepresidente della Nsceb, il senatore Todd Young e la dott.ssa Michelle Rozo, evidenziando l’importanza del provvedimento, ma al tempo stesso non nascondendo come nel dominio delle biotecnologie gli Stati Uniti stiano sentendo sempre di più la pressione di Pechino. Come confermato dal vantaggio guadagnato dalla Repubblica Popolare rispetto a specifiche dinamiche.

Come ad esempio sul fronte della strategia nazionale, gli Stati Uniti non dispongono ancora di un documento unitario di indirizzo, con il National Biotechnology Initiative Act introdotto in forma bipartisan ad aprile 2025 che è ancora in fase parlamentare. Pechino, al contrario, ha fatto della biotecnologia una priorità strategica da vent’anni, e il Piano quinquennale 2026 rilancia ulteriormente quella scommessa, indicando biomedicina, biomanifattura, interfacce cervello-computer e farmaceutica come “industrie del futuro” e “settori prioritari”, sullo stesso piano di intelligenza artificiale e informatica quantistica.

Simile distanza anche sul terreno regolatorio. Il sistema americano è ancora percepito come un collo di bottiglia per l’innovazione, tanto che due proposte di legge per accelerarne la riforma sono state introdotte solo nel settembre 2025. La Cina, invece, ha completato una profonda revisione normativa già nel decennio scorso, dotandosi di un sistema a doppio binario che accelera l’accesso al mercato dei farmaci e consente di raccogliere dati preliminari sull’uomo in tempi più rapidi. Il risultato è che nel 2024 la Cina guida la classifica mondiale per numero di trial clinici avviati ogni anno, e molte aziende farmaceutiche americane si rivolgono ormai a Pechino per condurre i primi test sull’essere umano.

Sul versante delle infrastrutture produttive, gli Usa hanno stanziato 400 milioni di dollari in due anni per la rete BioMade di impianti bioindustriali pre-commerciali, ma nessuna struttura è ancora operativa. La Cina ha invece avviato nel 2025 partnership pubblico-private con 43 aziende per costruire impianti pilota di biomanifattura su scala nazionale, dopo aver già incentivato nel 2023 la produzione domestica di 32 molecole ad alto valore strategico.

Quanto agli investimenti, gli Stati Uniti contano ancora sulla forza dei mercati privati, ma riconoscono che il capitale privato da solo non basta per portare a maturità tecnologie critiche per la sicurezza nazionale; per tentare di colmare questo vuoto è stato concepito l’Independence Investment Fund Act, presentato a dicembre dello scorso anno. Pechino si affida ai Government Guidance Fund, fondi pubblico-privati che hanno raggiunto il picco nel 2021 con circa 1.800 veicoli annunciati e obiettivi di raccolta superiori a 1.500 miliardi di dollari. Il Piano quinquennale 2026 rilancia questo strumento, con il National Venture Capital Guidance Fund già attivo in biomedicina e interfacce cervello-computer.

Ma il divario più emblematico riguarda forse i dati biologici. Washington non li tratta ancora come risorsa strategica nazionale, ed alcune proposte legislative per raccogliere, curare e standardizzare dati bio-ready per l’IA sono state introdotte solo nel marzo 2026. Il Piano quinquennale cinese, invece, prevede esplicitamente la costruzione di un sistema nazionale di risorse sui dati (con una sezione dedicata alla salute e un framework per l’uso dei dati di addestramento dell’IA) oltre a una rete interna di dati biologici derivati dalle risorse naturali del paese, sviluppata sistematicamente nell’arco di un decennio.

L’aggiornamento della lista 1260H rappresenta dunque una mossa efficace, ma da sola è tutt’altro che sufficiente a permettere agli Stati Uniti di recuperare tutto il terreno perso a vantaggio di Pechino in un settore così critico come quello del biotech.

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In Ucraina l’IA ha ucciso in autonomia. Ecco come

Per la prima volta nella storia, droni completamente autonomi avrebbero ucciso esseri umani senza alcun intervento diretto degli operatori, segnando il superamento di un’importante linea rossa in ambito etico e morale. La rivelazione arriva da Alexander Kokhanovskyy, imprenditore del settore della difesa ucraino, che parlando con un corrispondente della rivista New Scientist ha raccontato di come quanto descritto poche righe sopra sia avvenuto nel corso di un test condotto circa due anni fa lungo la linea del fronte.

Secondo il racconto, dieci quadricotteri equipaggiati con sistemi IA furono lanciati verso una zona di combattimento compresa tra Bakhmut e Chasiv Yar. Dopo aver percorso alcuni chilometri in modalità programmata, i droni avrebbero attivato una funzione denominata “Terminator mode”, in cui veniva affidato all’IA il compito di identificare ed ingaggiare dei bersagli in modo completamente autonomo. Una volta avviata la missione, non esisteva alcun collegamento con i velivoli, con gli operatori che non potevano ricevere immagini video dal drone, né tantomeno intervenire sulle decisioni prese dall’algoritmo. “Una volta lanciati, sappiamo che tutto ciò che verrà trovato in quell’area sarà distrutto”, ha dichiarato Kokhanovskyy. Per verificare gli effetti dell’operazione, sarebbero stati successivamente inviati droni pilotati da remoto nella stessa area, che avrebbero rendicontato la morte di alcuni soldati russi e la distruzione di un camion (pur non essendoci, appunto, prova diretta).

Se confermato, l’episodio rappresenterebbe un punto di svolta nel dibattito internazionale sulle cosiddette Lethal Autonomous Weapons Systems (Laws), sistemi in grado di selezionare e colpire obiettivi senza che un essere umano autorizzi l’azione finale. Finora erano emersi altri esempi di casi controversi (come quello dei droni turchi Kargu-2 in Libia citato da un rapporto delle Nazioni Unite nel 2021), ma nessuno aveva fornito prove così esplicite di vittime causate esclusivamente da un processo decisionale automatizzato.

L’episodio però, come sottolinea lo stesso Kokhanovskyy, è stato un caso isolato per fini di testing, e la modalità di completa autonomia non è mai stata più impiegata. In ossequio alle regole dell’Ucraina, che mantiene un approccio chiaro sull’impiego dell’IA nei sistemi d’arma, permettendone l’utilizzo esteso nell’individuazione e nel tracciamento dei bersagli, ma non per l’autorizzazione finale all’ingaggio, preservando lo human-in-the-loop.

Ma l’episodio rimane comunque un monito di come l’IA stia trasformando il campo di battaglia, e dei rischi che questa trasformazione contiene al suo interno. Rischi che hanno spinto alcuni attori a cercare di prevenire il verificarsi di situazioni simili a quella descritta dall’imprenditore ucraino. Tra questi c’è il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, che ha più volte chiesto un divieto internazionale delle armi autonome letali, sostenendo che non vi sia spazio per sistemi capaci di decidere autonomamente sulla vita e sulla morte delle persone. Ma oltre a Guterres, tantissime organizzazioni umanitarie e numerosi esperti temono che l’eliminazione del giudizio umano possa aumentare il rischio di errori, colpire civili o rendere più difficile attribuire responsabilità legali per eventuali crimini di guerra.

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Quello di Kyiv sulla morte di Davydov è un silenzio calcolato

L’Ucraina torna (apparentemente) ad attaccare gli alti ranghi delle forze armate russe. Il colonnello Damir Davydov, responsabile della direzione per il rifornimento di artiglieria e munizioni missilistiche delle forze armate russe, è infatti morto nelle scorse in seguito all’esplosione della sua automobile nella cittadina di Balashikha, alle porte di Mosca. Secondo quanto riportato da diversi media russi (e confermato successivamente dal Cremlino), l’esplosione sarebbe avvenuta nelle prime ore del mattino di martedì, quando un ordigno collocato sotto il veicolo dell’ufficiale è detonata mentre l’automobile era in movimento. Le immagini diffuse sui social media e riprese da canali filogovernativi mostrano l’auto venire avvolta dalle fiamme prima di schiantarsi contro un’altra vettura parcheggiata. Alcuni passanti hanno tentato di soccorrere Davydov estraendolo dall’abitacolo in fiamme. Testimoni citati dal media indipendente Astra hanno riferito che il colonnello era ancora vivo dopo essere stato tirato fuori dal veicolo, ma è deceduto poco dopo a causa delle gravissime ustioni riportate.

Davydov ricopriva un ruolo logistico di primo piano all’interno dell’apparato militare russo, supervisionando la distribuzione di munizioni e armamenti alle forze impegnate sul campo. Sebbene il suo nome fosse poco noto al grande pubblico, la sua posizione lo rendeva una figura rilevante nella macchina bellica di Mosca. Le autorità russe non hanno attribuito ufficialmente la responsabilità dell’attacco. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha confermato che il presidente Vladimir Putin è stato informato dell’accaduto, limitandosi però a sottolineare che i dettagli dell’indagine restano riservati.

Neanche Kyiv, in accordo con i principi della plausible deniability, ha commentato l’episodio. Tuttavia, gli indizi che suggeriscono un coinvolgimento ucraino sono concreti. Dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022 i servizi di intelligence ucraini sono stati collegati, direttamente o indirettamente, a una serie di operazioni contro ufficiali militari russi, funzionari installati nei territori occupati e sostenitori della guerra. Molti di questi obiettivi sono stati accusati da Kyiv di essere coinvolti in crimini di guerra o nella conduzione delle operazioni militari contro l’Ucraina.

L’uccisione di Davydov rappresenta un nuovo motivo di imbarazzo per l’apparato di sicurezza russo. L’attentato è infatti avvenuto a meno di due chilometri dal luogo in cui, nell’aprile dell’anno scorso era stato assassinato con modalità analoghe il tenente generale Yaroslav Moskalik, vicecapo della Direzione operazioni dello Stato maggiore russo. A dicembre 2025, invece, era stato il generale Fanil Sarvarov, capo della direzione addestramento operativo dell’esercito dello Stato Maggiore russo, a rimanere ucciso in un incidente dalle dinamiche estremamente simili a quelle del caso Davydov.

L’episodio riporta ancora una volta l’attenzione sulla (scarsa) capacità delle autorità russe di proteggere personale militare e funzionari di alto livello anche nelle aree più sensibili del Paese. Negli ultimi anni Mosca ha rafforzato le misure di sicurezza per i vertici politici e militari, ma la serie di attentati e operazioni clandestine attribuite all’Ucraina continua a evidenziare la vulnerabilità del fronte interno russo. Non a caso, nella stessa giornata i media statali russi hanno riferito anche di un presunto tentativo di attentato contro un dipendente di un’impresa scientifico-industriale nella capitale. Secondo il Comitato investigativo russo, due adolescenti sarebbero stati arrestati dopo aver ricevuto istruzioni da presunti coordinatori ucraini per il trasferimento di un ordigno esplosivo destinato all’attacco.

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Da Tallin Zelensky lancia una nuova proposta per la pace in Ucraina

Un cessate il fuoco immediato e un vertice tra i principali attori coinvolti nel conflitto. È questa la proposta rilanciata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante il vertice dei Paesi Nordic-Baltic Eight (Nb8) tenutosi a Tallinn, in Estonia. Nel momento in cui i negoziati con Mosca continuano a non produrre risultati concreti, il leader ucraino ha ribadito che la priorità assoluta resta fermare i combattimenti e creare le condizioni per una pace duratura.

“La soluzione ideale nei negoziati di pace è porre immediatamente fine alla guerra”, ha dichiarato Zelensky nel corso della conferenza stampa finale, “come minimo, occorre compiere il primo passo: un cessate il fuoco incondizionato e totale”. Per raggiungere questo obiettivo, secondo il presidente ucraino, sarebbe necessario organizzare un incontro al massimo livello tra Ucraina, Russia, Europa e Stati Uniti. “L’Ucraina ha la volontà di fare tutto questo. Vedremo se anche la Russia ne avrà la volontà. Finora non l’ha dimostrata”, ha aggiunto.

Il tema della rappresentanza europea nei futuri colloqui è stato uno degli argomenti centrali affrontati a Tallinn. Zelensky ha sottolineato che l’Europa dovrà necessariamente essere coinvolta nel processo negoziale, ma ha escluso che possa assumere il ruolo di mediatore neutrale. “Putin è l’aggressore e l’Europa ha il potere di fermarlo”, ha affermato, sostenendo che il continente debba partecipare ai negoziati come parte direttamente interessata alla sicurezza europea. Quanto alla possibile composizione della delegazione europea, il presidente ucraino ha indicato Francia, Germania e Regno Unito come una possibile soluzione. Una soluzione che non arriva ex-abrupto: poche ore prima questi stessi Paesi avevano rilasciato una dichiarazione congiunta da Londra in cui si delineava un piano d’azione per sbloccare l’impasse diplomatica nel conflitto in Ucraina.

Oltre all’aspetto diplomatico, il vertice ha prodotto anche nuovi risultati nel settore della cooperazione militare. Zelensky ha annunciato la firma di un nuovo accordo con la Lettonia finalizzato a rafforzare la produzione congiunta e la cooperazione industriale nel settore dei sistemi senza pilota. Il presidente ucraino ha inoltre insistito sulla necessità di accelerare il processo di adesione del suo Paese all’Unione Europea, sostenendo che Kyiv abbia già soddisfatto i requisiti necessari per l’apertura dei cluster negoziali.

Il vertice di Tallinn arriva però in un momento in cui l’unità europea sul sostegno all’Ucraina mostra alcune crepe. Nelle stesse ore, infatti, la Bulgaria ha annunciato la sospensione degli aiuti militari a Kyiv. Il ministro della Difesa Dimitar Stoyanov ha spiegato che il nuovo governo guidato da Rumen Radev ritiene che la guerra non possa essere risolta sul campo di battaglia e che sia giunto il momento di puntare esclusivamente sui negoziati. Una decisione che si pone in netto contrasto con la linea emersa dal summit nordico-baltico, dove invece il sostegno all’Ucraina continua a essere considerato una condizione indispensabile per arrivare a una pace sostenibile. Ma che non stupisce particolarmente, considerando le posizioni filo-russe abbastanza esplicite della leadership bulgara al potere.

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Trump rischia un accordo peggiore del Jcpoa. Parola di Pedde (Igs)

La ripresa delle ostilità tra Iran e Israele non è uguale alle altre. In questo caso i nuovi vertici di Teheran hanno deciso di abbandonare la logica della risposta e abbracciare quella dell’iniziativa. Un mutamento di postura che ridisegna le coordinate del conflitto e complica ulteriormente il già fragile negoziato con Washington. Che sente il peso del fattore tempo. Per approfondire le complesse e intrecciate dinamiche che stanno emergendo in queste ore Formiche.net si è rivolta a Nicola Pedde, esperto di Iran e direttore dell’Institute for Global Studies, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.

Come legge la ripresa delle ostilità che ha visto coinvolti Iran e Israele negli scorsi giorni?

Come un segnale di “novità” rispetto al passato. I nuovi vertici della componente ultraconservativa hanno una linea politica molto diversa rispetto a quella che ha caratterizzato il passato e non hanno più alcuna intenzione di rispettare regole che ritengono superate, convinti di avere una capacità maggiore e quindi di poter attuare una politica più assertiva. Tant’è che abbiamo assistito per la prima volta a un attacco da parte iraniana senza che vi sia stato un preventivo attacco americano contro il Paese, e questo è un fattore di grande importanza perché determina un mutamento sostanziale nella postura strategica dell’Iran.

Come si sta approcciando Teheran a questo conflitto?

Il conflitto è stato gestito soprattutto in funzione dell’agenda che in questo momento è preminente per l’Iran, cioè quella della definizione di un accordo con gli Stati Uniti, dove una parte del vertice politico iraniano ritiene di avere in questo momento addirittura tre carte negoziali molto importanti. La prima è quella relativa allo Stretto di Hormuz, cioè la libertà di navigazione; la seconda è la questione nucleare; la terza è diventata il Libano, che è strumentale in termini negoziali per vincolare la trattativa e poter esercitare maggiori pressioni sugli Stati Uniti.

Possiamo aggiungere, come quarto elemento, anche il fatto che nonostante gli sforzi bellici di Usa e Israele in questo senso, le capacità militari iraniane non siano state neutralizzate?

Sì, questo è sicuramente un elemento. L’Iran è consapevole di avere una forte capacità di resistenza militare, sia sul piano della missilistica, dove non esistono ovviamente dati pubblici, ma dove gli stessi americani ritengono che gli arsenali siano ancora sostanzialmente integri almeno al 50%, sia sotto il profilo degli arsenali di droni, che dovrebbero avere una residua capacità operativa analoga. Tende però a far sottovalutare, o quantomeno a mascherare, quanto sia molto meno solido il profilo della resistenza economica e politica del paese, e questo è l’elemento davvero critico per l’Iran. È per questo che l’Iran sa che, nell’eventualità di una pace, le questioni economiche preminenti lo porterebbero incontro a una crisi economica e di conseguenza sociale, che potrebbe nuovamente generare un’ondata di proteste e una forte fase di instabilità interna. Una dinamica che, in modo diverso, vale anche per gli Stati Uniti.

Che intende?

Se l’Iran non riesce a ottenere concreti benefici e garanzie economiche sa di dover affrontare una situazione di crisi interna, alla quale è sicuramente preferibile la continuità del conflitto o comunque della tensione nella regione. Per gli Stati Uniti, parimenti, un accordo che non si traduca in una vittoria sostanziale rappresenta una debacle politica per l’amministrazione Trump, che verrebbe sicuramente scontata soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato. Quindi entrambe le parti continuano a portare avanti questo negoziato attraverso una sostanziale incapacità di venire meno alle posizioni massimaliste che lo hanno regolato sin dal suo avvio, e quindi non si vedono particolari risultati. Con l’aggiunta però che questa amministrazione iraniana ritiene di avere una maggiore forza negoziale sugli Stati Uniti, soprattutto sul fattore tempo, e quindi frustra sistematicamente qualsiasi aspettativa temporale di Washington riguardo alla risposta e al pragmatismo sulle richieste formulate.

Quale dei due attori è in svantaggio rispetto al “fattore tempo”?

Credo che i fatti e i commenti degli ultimi giorni abbiano dimostrato quanto l’elemento debole sul fattore tempo sia quello americano. Gli Usa devono cercare di portare qualche risultato in tempi brevi, perché l’alternativa è una ripresa delle ostilità che Washington cerca di scongiurare ad ogni costo, ma che potrebbe rivelarsi l’unica alternativa possibile al perdurare dello stallo. Penso che i commenti espressi dallo stesso Presidente Trump tra il 7 e l’8 giugno, quando è partita questa nuova fase di escalation tra Iran e Israele, mostrino come l’amministrazione sia stata realmente turbata da dinamiche che sfuggivano ormai completamente al suo controllo.

Negli ultimi giorni Trump ha più volte dichiarato che la firma dell’accordo è in procinto di arrivare. Quanto è realistico, secondo lei, che si arrivi nell’immediato futuro a un accordo, e di che tipo?

Credo che la posizione dell’amministrazione Trump sia molto irrealistica. Quello che, nella migliore delle ipotesi, gli Stati Uniti possono riuscire a ottenere in questa fase è un prolungamento del cessate il fuoco e quindi un prolungamento di questa fase negoziale, che potrebbe condurre in futuro alla definizione di accordi più completi. L’altro elemento paradossale di questa fase è che il nucleare, pur essendo portato da Trump come elemento centrale del negoziato, è di fatto un elemento secondario. Il vero cuore di questo accordo è la questione di Hormuz. Ma la spendibilità politica da parte dell’amministrazione americana ruota però intorno al nucleare, per dimostrare che Trump può portare a casa dei risultati concreti. Il che sarà piuttosto difficile.

Cosa glielo fa pensare?

Ricordiamoci che il Jcpoa ha richiesto anni per essere negoziato. Quello che l’amministrazione americana sembra sottovalutare è che la definizione di un nuovo accordo sul nucleare richiede la soluzione di moltissimi elementi, non ultimi il diritto all’arricchimento dell’Iran, la disponibilità delle scorte da arricchire e il loro eventuale trasferimento o la loro diluizione. Richiede molto tempo e fasi negoziali serrate. Quello che appare realistico è un accordo interlocutorio che possa prolungare il cessate il fuoco, dare un maggiore respiro alla capacità negoziale e aprire a spiragli di ulteriori fasi negoziali in futuro, con tutte le variabili che però continuano a regolare questa dinamica, cioè le variabili esterne che Washington controlla sempre di meno, tanto nei suoi alleati israeliani quanto nei suoi antagonisti iraniani, che si sono resi ormai sempre più autonomi e dimostrano di non essere in alcun modo influenzati dalla capacità coercitiva degli Stati Uniti.

Pensa che ci sia il rischio che gli Stati Uniti di Donald Trump arrivino a un accordo sul nucleare con l’Iran che, dati alla mano, sia peggiore del Jcpoa da cui lo stesso Trump si era ritirato nella prima amministrazione?

È altamente probabile. Quello che oggi gli iraniani stanno mettendo sul tavolo è molto meno di quanto avevano offerto nei colloqui di Ginevra. In quella sede l’Iran era in una posizione di forte difficoltà e aveva portato offerte negoziali che erano sicuramente migliorative rispetto al Jcpoa. Da ciò che traspare dai negoziati attuali, quello che gli iraniani stanno proponendo agli Stati Uniti è di gran lunga inferiore. Potrebbe quindi essere un accordo che non migliora affatto le condizioni del Jcpoa e rende più difficile la gestione futura del programma nucleare iraniano da parte americana.

 

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Da Byd a Nio, da Alibaba a Baidu, tutte le aziende cinesi accusate dal Pentagono di aiutare la Pla

Gli Stati Uniti hanno compiuto un nuovo passo nella competizione strategica con la Cina inserendo numerosi colossi tecnologici cinesi nella lista delle aziende considerate collegate all’apparato militare di Pechino. Con l’ultimo aggiornamento, nella cosiddetta “1260H list” del Department of Defense sono stati inclusi nomi di primo piano del panorama cinese come Alibaba, Baidu, Byd e Nio; accanto a loro, nella lista hanno trovato spazio anche i produttori di memorie Cxmt e Ymtc, la società di robotica Unitree, l’azienda di sensori per veicoli autonomi RoboSense e il gruppo biotech WuXi AppTec. Sebbene l’inclusione nella lista non comporti da subito l’imposizione immediata di sanzioni, la misura avrà comunque conseguenze concrete per le società interessate. A partire da questo mese, infatti, il Pentagono non potrà stipulare contratti diretti con le aziende designate, mentre dal 2027 sarà vietato acquistare i loro prodotti e servizi anche tramite intermediari.

La decisione arriva poche settimane dopo l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping e rappresenta un chiaro segnale della volontà di Washington di mantenere alta la pressione su Pechino, nonostante la temporanea tregua commerciale. Il nuovo elenco ricalca sostanzialmente una versione pubblicata e poi rapidamente ritirata dal Pentagono nel febbraio scorso, con l’aggiunta dei produttori di memorie Cxmt e Ymtc, la cui esclusione aveva suscitato critiche da parte dei falchi anti-cinesi del Congresso. Secondo il Dipartimento della Difesa, le aziende inserite nella lista soddisfano i criteri previsti dalla legge statunitense per essere considerate “Chinese military companies”, pur mantenendo attività o interessi negli Usa.

Particolarmente significativa è la presenza di Byd e Baidu, poiché la loro inclusione riflette una visione sempre più ampia della sicurezza nazionale americana, che considera strategici settori come mobilità elettrica, cloud computing, semiconduttori, robotica e IA. Anche l’inserimento di Unitree, azienda nota per i suoi robot quadrupedi e umanoidi, evidenzia come Washington guardi con crescente attenzione alle tecnologie dual-use, capaci di trovare applicazione sia in ambito civile sia militare.

Le aziende coinvolte hanno respinto con decisione le accuse. Alibaba ha sostenuto che non esiste alcun fondamento per la sua designazione e ha annunciato che utilizzerà tutti gli strumenti legali disponibili per contestarla. Baidu ha definito “del tutto infondata” l’ipotesi di essere una società militare, mentre WuXi AppTec ha parlato di una classificazione errata e ha promesso di agire per correggerla. Anche l’ambasciata cinese a Washington ha criticato la decisione, accusando gli Stati Uniti di utilizzare liste discriminatorie contro le imprese cinesi e chiedendo un ambiente commerciale più equo e non discriminatorio.

La mossa conferma lo spostamento della competizione tra Stati Uniti e Cina dall’ambito più strettamente commerciale auna sfida sistemica per il controllo delle tecnologie del XXI secolo, dall’IA ai veicoli elettrici e dai semiconduttori alla robotica avanzata. In questo quadro, l’aggiornamento della lista del Pentagono rappresenta un ulteriore tassello della strategia americana volta a limitare l’influenza tecnologica cinese e a rafforzare la propria sicurezza economica e industriale.

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La nuova vittoria di Pashinyan porta l’Armenia sempre più vicina all’Europa

I risultati elettorali in Armenia non lasciano dubbi su come lo Stato caucasico guardi al futuro. Le elezioni parlamentari tenutesi nel fine settimana hanno infatti consegnato una nuova vittoria al primo ministro in carica Nikol Pashinyan e al suo partito Contratto Civile, mentre la piattaforma di opposizione Strong Armenia del miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan si è fermata a circa un quarto dei seggi parlamentari. Il risultato rappresenta un successo significativo per il leader armeno, che negli ultimi anni ha progressivamente ridefinito la politica estera del Paese, puntando sulla cooperazione con l’Occidente, sulla normalizzazione dei rapporti con i vicini regionali, e sull’allontanamento da Mosca.

Subito dopo la pubblicazione dei risultati Pashinyan ha commentato l’esito del voto, ribadendo che la sua priorità resta il raggiungimento di un accordo definitivo con l’Azerbaigian e la normalizzazione delle relazioni con la Turchia, due obiettivi che considera indispensabili per garantire stabilità e prosperità al Paese. Secondo la sua visione, il lungo conflitto sul Nagorno-Karabakh ha intrappolato l’Armenia in una condizione di isolamento, militarizzazione e dipendenza strategica dalla Russia. La sconfitta del 2023 e la perdita definitiva dell’enclave contesa hanno rappresentato un trauma nazionale, ma Pashinyan ha cercato di trasformare quell’evento in un punto di svolta, sostenendo che solo l’accettazione della nuova realtà geopolitica possa consentire all’Armenia di costruire un futuro più sicuro.

La questione del Karabakh è d’altronde stata al centro della campagna elettorale. Le forze di opposizione hanno infatti accusato il premier di aver abbandonato territori storicamente considerati parte dell’identità nazionale armena e di aver ceduto alle pressioni dell’Azerbaigian. Tuttavia, una parte consistente dell’elettorato sembra aver privilegiato il desiderio di stabilità rispetto alle rivendicazioni nazionaliste. Dopo oltre trent’anni di tensioni e conflitti intermittenti, molti cittadini considerano la pace una priorità assoluta, anche a costo di accettare compromessi dolorosi. Nonostante il successo elettorale, Pashinyan non dispone però della maggioranza qualificata necessaria per modificare autonomamente la Costituzione, un aspetto rilevante perché Baku continua a chiedere la rimozione di alcuni riferimenti che potrebbero essere interpretati come rivendicazioni territoriali sul Nagorno-Karabakh, considerandola una condizione essenziale per la firma di un accordo di pace definitivo.

Le elezioni rappresentano anche un nuovo capitolo nel deterioramento dei rapporti tra Yerevan e Mosca. Molti armeni hanno maturato una profonda disillusione nei confronti della Russia dopo che il Cremlino non è intervenuto per impedire la riconquista azera del Nagorno-Karabakh, nonostante la presenza di contingenti di pace russi nella regione. La crisi di fiducia ha spinto il governo armeno a sospendere la partecipazione all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, l’alleanza militare guidata dalla Russia, in quella che è stata la più grave frattura nei rapporti bilaterali dalla fine dell’Unione Sovietica. Nelle settimane precedenti al voto, funzionari armeni e osservatori indipendenti hanno accusato Mosca di aver tentato di influenzare il processo elettorale attraverso campagne di disinformazione e sostegno ai candidati filorussi. Parallelamente, la Russia ha introdotto restrizioni commerciali che hanno colpito diversi settori dell’economia armena, dai prodotti agricoli al celebre brandy nazionale, aumentando la pressione economica sul governo di Yerevan.

Al contrario, la vittoria di Pashinyan è stata salutata con entusiasmo dalle istituzioni europee, che vedono nell’Armenia uno dei pochi esempi di pluralismo politico e competizione democratica in una regione dominata da leadership autoritarie. Negli ultimi anni il premier ha più volte indicato l’integrazione europea come una prospettiva strategica di lungo periodo e ha espresso l’auspicio che il Paese possa un giorno avvicinarsi all’Unione europea. Bruxelles ha già incrementato il proprio sostegno politico ed economico, annunciando un pacchetto di assistenza da 50 milioni di euro per aiutare l’Armenia a resistere alle pressioni economiche russe. Anche gli Stati Uniti hanno assunto un ruolo crescente nel Caucaso meridionale, sostenendo gli sforzi diplomatici per una pace tra Armenia e Azerbaigian e contribuendo a rafforzare il posizionamento internazionale del governo armeno.

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Sette anni di interferenze Gps sull’Europa. Colpa di Mosca?

Negli scorsi anni è stato registrato un fenomeno strano. A intervalli irregolari, per qualche secondo alla volta, il rapporto segnale-rumore dei ricevitori Gps crollava su un’area enorme che si estendeva dalla Finlandia alla Polonia e dalla Groenlandia al Canada, per poi tornare normale. Una disfunzione troppo breve per fare scattare un allarme e per finire nei report operativi, visibile soltanto in alcuni glitch dei grafici che mostravano l’attività del segnale. Poi, alcuni ricercatori dell’Università del Texas e di Stanford hanno deciso di studiare più a fondo questo fenomeno, concentrandosi su 75 giorni distinti tra il 2019 e il 2026 in cui erano stati registrati questi malfunzionamenti, avvenuti negli stessi istanti in decine di stazioni lontane tra loro migliaia di chilometri. Capendo che l’origine di questi malfunzionamenti non venisse dalla terra, ma dallo spazio.

Identificarla era però un altro problema. La durata degli eventi (compresa tra i tre e i cinque secondi) non permetteva di registrare abbastanza informazioni per poter risalire direttamente alla fonte del fenomeno. Ma nel febbraio di quest’anno, il gruppo ha ricevuto i campioni grezzi a banda larga catturati da due ricevitori (uno ad Amsterdam e uno a Trondheim) durante un evento del febbraio 2026. Con quella risoluzione, i ricercatori hanno potuto calcolare la differenza nei tempi di arrivo del segnale interferente ai due siti con precisione micrometrica, facendo confronti mirati per escludere ogni candidato inadatto fino a trovare il responsabile: un satellite militare russo in orbita di Molniya appartenente alla costellazione Eks, cioè il sistema di early warning missilistico di Mosca.

Ed è qui che la storia diventa più carica di implicazioni. Il segnale interferente non è centrato esattamente sulla frequenza GPS L1, ma circa due megahertz sopra. Gli eventi si concentrano nei giorni feriali e nelle ore lavorative e si ripetono con cadenza apparentemente periodica da sette anni. Secondo alcuni osservatori tutto questo potrebbe suggerire (il condizionale è d’obbligo, perché non esistono prove dirette dell’intento) che questi fenomeni siano dei test periodici di una capacità di guerra elettronica spaziale che mira a degradare la navigazione satellitare su scala continentale. Se quel segnale, invece di essere leggermente spostato di frequenza e attivo per pochi secondi, venisse sintonizzato con precisione e mantenuto attivo, la navigazione aerea e marittima su un intero continente potrebbe andare simultaneamente in blackout. Interessante notare che in alcuni eventi compare una seconda banda parzialmente sovrapposta al sistema cinese BeiDou, come se questo stesso test stia venendo condotto non solo per essere pronti ad un eventuale uso contro l’Occidente, ma anche ad uno contro la Repubblica Popolare Cinese.

Ma ci sono anche altre teorie. “Ogni volta che si aggiunge un payload ad un satellite si aumenta la sua complessità, complessità che potrebbe compromettere totalmente il suo corretto funzionamento. In questa tipologia di satelliti, che sono estremamente sensibile, è veramente difficile vedere l’inserimento di un componente così ‘superfluo’ rispetto al funzionamento del sistema. Ad oggi non risulta pubblicamente che né gli Stati Uniti, né la Cina, né tantomeno la Russia abbiano testato satelliti con una simile conformazione” spiega a Formiche.net Nicolò Boschetti, ricercatore presso il Blekinge Institute of Technology. Che fornisce una possibile spiegazione alternativa: “Gli Eks potrebbero avere un payload di comunicazione secondario in banda bassa pensato per garantire ridondanza nelle comunicazioni con i nodi a terra del sistema di allerta missilistica, anche in condizioni atmosferiche avverse, dato che le frequenze più basse penetrano nubi, neve e ostacoli fisici molto più facilmente di quelle in banda X. Nel caso in questione potrebbe essere che ci sia un continuo broadcast del satellite, per segnalare a terra che tutto va bene, e quando il satellite passa sopra l’Europa quel segnale esso generi un’interferenza. Non me la sento però di dire che lo stiano facendo apposta”.

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Cinque assi per accelerare lo sviluppo italiano nel settore dei droni. La risoluzione alla Camera

I droni non sono più una tecnologia del futuro, anzi. Oggi i sistemi unmanned devono essere approcciati come infrastrutture operative del presente, con applicazioni che spaziano dalla logistica sanitaria al monitoraggio delle infrastrutture critiche, dalla mobilità urbana alla sorveglianza delle coste. E che quindi devono avere il giusto spazio nel dibattito politico italiano.

Per affrontare i nodi che frenano lo sviluppo del settore, Giulia Pastorella (Azione) ha promosso la stesura di una risoluzione parlamentare presentata mercoledì 3 giugno presso la Camera dei deputati, alla presenza degli stakeholder di settore. Un atto di indirizzo al governo (e alle altre forze politiche) articolato in dodici impegni su cinque assi principali: semplificazione delle autorizzazioni, infrastrutture e sperimentazioni, formazione e certificazione, autonomia strategica della filiera europea, e infine droni subacquei.

A fornire la cornice dei dati è stata Paola Olivares dell’Osservatorio Droni e Mobilità Aerea Avanzata, che ha restituito l’immagine di un settore in crescita ma ancora incompiuto. Il mercato professionale si espande, e gli italiani sono sempre più favorevoli all’uso dei droni (soprattutto per la logistica sanitaria), ma nonostante questo consenso generale  la maggior parte dei progetti censiti resta nel limbo delle sperimentazioni o degli annunci, senza mai diventare operativa. Per quel che riguarda il tessuto produttivo nazionale nel settore, i dati mostrano un ecosistema fatto quasi interamente di micro e piccole imprese, schiacciato dalla concorrenza cinese e frenato da una burocrazia che gli operatori indicano unanimemente come il principale ostacolo. “Siamo in un momento di forte trade-off tra elementi di criticità ed elementi di forza”, ha detto Olivares, sottolineando che “l’ecosistema italiano è molto avanti rispetto agli altri paesi europei: è un’opportunità da non perdere”.

Come approcciarsi al tema, dunque? Il nodo centrale è la semplificazione normativa, senza però rinunciare alla sicurezza. “Non stiamo cercando una scorciatoia, non è un liberi tutti, ma vogliamo rendere le procedure più streamlined laddove si può, perché sono un ostacolo”, rimarca Pastorella, adducendo come esempio la già citata logistica sanitaria con percorsi lineari e ripetitivi tra laboratori e ospedali, come caso in cui un sistema autorizzativo alleggerito sarebbe immediatamente applicabile. Sul piano delle infrastrutture, ha ricordato che l’Italia ospita già la prima zona U-Space europea, in Abruzzo, chiedendo però di estendere le sperimentazioni operative su tutto il territorio e di renderle davvero tali, non solo annunci o progetti sulla carta. “Avere una direzione nazionale forte che dica che questo è qualcosa di prioritario, non di futuristico ma di adesso, è indispensabile”. Sul fronte della filiera, infine, la deputata ha messo in guardia dal rischio di una dipendenza strutturale dall’hardware extraeuropeo: “Non è possibile che diventiamo terra di colonia per droni cinesi quando abbiamo tutte le competenze per sviluppare la nostra filiera, non per nazionalismo, ma per un tema di sicurezza nazionale ed europea”.

Gli altri interventi hanno messo dei punti su quanto detto in precedenza, confermando e approfondendo il quadro. Nicola Nizzoli, presidente di Assorpas, ha puntato il dito sulla lentezza delle autorizzazioni Enac e sulla decimazione dei costruttori nazionali seguita all’entrata in vigore del regolamento europeo Easa: “I droni oggi sono un’infrastruttura operativa presente, non il futuro, e bisogna velocizzare il passaggio dalla sperimentazione all’uso quotidiano”. Mauro Berzovini di Leonardo Elicotteri ha raccontato la sperimentazione con Poste Italiane per il trasporto postale via drone in sostituzione del collegamento marittimo, sottolineando i nodi tecnici ancora aperti, densità energetica delle batterie, costi delle ridondanze imposte dalla normativa, e l’impegno del gruppo nello sviluppo di uno standard internazionale di pilotaggio per i velivoli dell’advanced air mobility. Sul fronte subacqueo, Chiara Petrioli di WSense ha inquadrato il settore nella blue economy globale, sottolineando il ruolo delle reti sottomarine per la sorveglianza delle infrastrutture critiche. Loredana Cortis di Fincantieri ha infine proposto la creazione di un test range nazionale permanente per il dominio subacqueo presso il Centro di Sperimentazione Navale della Marina Militare alla Spezia, candidando il gruppo da lei rappresentato a fare da “orchestratore” nell’integrazione di tecnologie, filiere e competenze del settore.

Un percorso ben chiaro già c’è, dunque. Adesso sta al resto del mondo dei decisori politici scegliere come sfruttare quest’opportunità per permettere all’Italia di mantenere una posizione d’avanguardia in un settore che oramai sembra essersi affermato non come una delle chiavi del domani, ma come una delle chiavi delle trasformazioni in corso già oggi.

 

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Più europeista e più filo-Kyiv. La svolta di Budapest sta prendendo forma

A meno di due mesi dalla vittoria elettorale che lo ha portato a sostituire Viktor Orbàn, il nuovo leader ungherese Peter Magyar sembra davvero intenzionato a portare avanti un’inversione a 180 gradi della politica estera del suo Paese, in particolare sul tema del rapporto con l’Ucraina. O almeno, così suggeriscono le notizie di questi giorni.

Lunedì scorso, Budapest ha infatti rimosso il veto posto due anni fa dall’esecutivo guidato da Orbàn sull’European Peace Facility, un meccanismo di finanziamento off-budget dell’Ue che rimborserebbe ai Paesi membri circa il 40% del valore delle armi inviate all’Ucraina attingendo alle proprie scorte. Ma il veto ungherese aveva bloccato il corretto funzionamento del suddetto meccanismo, portando ad un accumulo di rimborsi da valore di oltre 40 miliardi di euro, e spingendo Bruxelles a trovare vie alternative per garantire che l’Ucraina continuasse a ricevere forniture cruciali di armi e munizioni in un momento di massimo pericolo da parte delle forze russe. Con il suo passo indietro, Budapest ha permesso uno sblocco immediato di circa 6,6 miliardi di euro di rimborsi, a cui faranno presto seguito altre risorse.

Uno sviluppo che rientra in un più ampio momentum di riavvicinamento tra l’Europa e l’Ungheria. E che arriva a pochi giorni di distanza dallo sblocco di più di 16 miliardi di euro di fondi europei per Budapest da parte della Commissione europea. “Porteremo questi fondi nel nostro Paese, come promesso, per ricostruire l’Ungheria, rilanciare l’economia, ripristinare e potenziare i servizi pubblici e rafforzare la competitività delle aziende ungheresi e delle piccole e medie imprese” ha dichiarato Magyar parlando in una conferenza stampa a margine dell’incontro avuto sul tema con la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Parole che toccano un dossier molto importante, ovvero quello del rilancio dell’economia ungherese, stagnante da circa tre anni.

Ovviamente, la svolta di Budapest sul “tema Ucraina” passa anche dalla ridefinizione die rapporti con Kyiv, fino ad ora tutt’altro che semplici. E anche in questo caso, si può già vedere che le cose si stanno muovendo: dopo aver rimosso il veto sul prestito europeo di 90 miliardi al Paese in guerra con la Russia, il nuovo governo di Magyar sta avviando colloqui con la controparte ucraina sulla questione dei diritti della minoranza etnica ungherese presente nel Paese, questione addotta da Orbàn come principale motivazione dell’opposizione del Paese magiaro all’adesione di Kyiv all’Ue. Qualora si superasse l’impasse, le prospettive europee dell’ucraina si rafforzerebbero in modo sostanziale.

E questa svolta potrebbe essere molto vicina. “Sono pronto ad aprire un nuovo capitolo nelle relazioni tra Ucraina e Ungheria”, ha dichiarato Magyar parlando da Berlino, aggiungendo di essere pronto “a negoziare con il presidente ucraino Zelensky all’inizio della prossima settimana”. Parole che non poggiano sul vuoto, ma sull’avvio già da qualche settimana di negoziati tecnici tra le due parti, durante i quali l’Ungheria ha presentato a Kyiv un piano in 11 punti sui diritti delle minoranze che riguarda i settori dell’istruzione, della lingua e dei diritti culturali. “Questi negoziati stanno procedendo in modo molto positivo”, ha affermato Magyar. “Speriamo di concludere questi negoziati a livello tecnico già questa settimana”.

Da Budapest arrivano dunque buone notizie per Kyiv, che può continuare a sperare nell’obiettivo di entrare a far parte dell’Ue entro il prossimo anno. Obiettivo che fino a poche settimane fa veniva considerato quasi impossibile, ma che adesso pare più realistico che mai.

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Il caso Zapatero e il nodo irrisolto dell’influenza straniera in Europa. Parla Irdi (Gmf)

Il caso Zapatero non è solo una vicenda giudiziaria spagnola. È uno specchio in cui l’Europa è chiamata a guardarsi e a chiedersi quanto sia davvero resiliente di fronte alle strategie di infiltrazione e influenza di Mosca e Pechino. Una questione che chiama in causa la tenuta dell’establishment europeo, come spiega Beniamino Irdi, senior fellow del German Marshall Fund in una conversazione con Formiche.net.

Irdi, legge il caso Zapatero come una “deviazione personale” o come un segnale di una tendenza più strutturale presente in una parte dell’establishment europeo?

La storia di Zapatero è ancora all’inizio, e quindi dobbiamo essere cauti a giudicarla. Sia perché usciranno fuori tante altre cose ancora, sia perché è una vicenda giudiziaria che avrà tanti sviluppi a cascata. Questo è un caveat importante da fare su processi in corso. Ciò detto, questa non è la prima volta che Zapatero viene coinvolto in questioni che riguardano legami finanziari poco chiari con il Venezuela, con venature anche cinesi e russe.

A questo proposito, ritiene che esista una corrente politica in Europa che si discosta sistematicamente dalla linea euro-atlantica e guarda a Cina e Russia?

Quel che è certo è che la Cina e la Russia negli ultimi anni hanno reso chiarissimo che il cosiddetto di elite capture, ovvero il portare dalla propria parte l’elite dei Paesi occidentali, è uno degli strumenti fondamentali del loro toolbox per la guerra ibrida. E questo processo non è necessariamente corruzione pura, ma può assumere diverse configurazioni: solitamente quando viene messo in atto dalla Cina è più sottile di così, comporta delle attività di vero e proprio corteggiamento di lungo periodo di personaggi politici, accademici e del tessuto economico imprenditoriale; viceversa, la Russia ricorre spesso a una dimensione corruttiva pura. Le figure che solitamente vengono messe al centro di questi sforzi sono figure che ricoprono ruoli politici, economici e tecnici sensibili. E quando questi target sono individuati nell’establishment politico, solitamente vengono scelti anche in virtù del loro orientamento ideologico, più amichevole rispetto alle potenze competitor dell’Occidente meno atlantista, meno europeista. Figure simili si possono facilmente trovare ai due estremi dello spettro politico, soprattutto nelle piattaforme politiche più populiste. Quindi sì, esiste un humus ideologico e politico in Europa che si presta a questi sforzi di elite capture che nel lungo periodo portano a un incremento dell’influenza politica di Paesi avversari dell’Europa, così come a un aumento di penetrazione economica e trasferimento di know-how dall’Europa e dall’Occidente in generale verso questi Paesi.

Negli stessi anni in cui Zapatero governava la Spagna, Schroeder era cancelliere in Germania. Lo stesso Schroeder che è stato proposto da Putin come negoziatore europeo. Anche l’ex-cancelliere fa parte del gruppo “pro-revisionista”?

Il caso di Schroeder è abbastanza rappresentativo di quanto detto poco fa. Pur non essendoci un elemento ideologico dominante, ce ne sono diversi altri che inducono a pensare che il suo rapporto con la Russia fosse particolarmente stretto. Nell’ultima fase del suo governo, Schroeder è stato colui che ha firmato l’accordo del Nord Stream con Putin, da cui dopo aver terminato il mandato da cancelliere ha avuto diversi incarichi nel settore degli idrocarburi russo, e con il quale ha stretto nel tempo un’amicizia personale. Il suo atteggiamento dopo l’invasione dell’Ucraina ha in qualche modo confermato questa particolare sensibilità rispetto alla Russia, mostrandosi tutt’altro che duro verso Mosca, e per questo venendo criticato dai suoi stessi connazionali. Non stupisce che Putin abbia proposto proprio lui come mediatore europeo.

C’è un rischio politico e sistemico di questo fenomeno per la sicurezza nazionale dei Paesi europei, oltre che dell’Europa stessa?

Il rischio politico e sistemico di questa tendenza è assolutamente evidente, e viene dall’intenzione di Russia e Cina di acquisire gradualmente e attraverso uno sforzo di lungo periodo influenza e proiezione in Europa e in Occidente, sostanzialmente nei Paesi dove i meccanismi democratici sono i gangli decisionali, per alterarne le decisioni politiche, indebolirli nel tempo e acquisire influenza. Questa tendenza non va sottovalutata e, al di là delle figure politiche di alto livello, va soprattutto considerata un rischio sistemico per ciò che riguarda le posizioni, gli individui che hanno un rilievo importante nella società, ma che non sono altrettanto al centro dell’occhio mediatico, e quindi non sono costantemente oggetto di scrutinio pubblico. Su questo sarebbe necessario portare avanti una riflessione solida da parte di tutta l’Europa, perché il tema riguarda proprio l’Europa, la sua solidità e la sua resilienza democratica.

E l’Europa è solida abbastanza al suo interno per avviare questo tipo di riflessione?

C’è una divisione interna all’Europa, è vero, ma non tutto il male viene per nuocere. Abbiamo visto in Ungheria, dove le tendenze filorusse e anti-europee erano molto forti, che c’è stata una correzione di traiettoria spontanea che adesso sembra star riportando Budapest nel perimetro dei Paesi che guardano nella stessa direzione. In ogni caso questo tema dell’erosione dall’interno della resilienza democratica è il tema che deciderà il futuro della sopravvivenza delle democrazie europee, e se si maturano delle divergenze fondamentali su questi temi in Europa è bene che sia così.

Perché?

Perché è bene che il futuro dell’Europa sia perimetrato intorno ai Paesi che intorno a queste cose non hanno divisioni, che sono d’accordo sull’entità della minaccia, su come contrastarla e nel prendere tutte le misure necessarie, in altre parole Paesi che capiscono l’entità di questa minaccia e la vedono nello stesso modo. Perché un’Europa che è fatta di paesi che su questi temi sono eterogenei fra di loro, non è solo destinata a non funzionare, è anche destinata a ostacolare e alimentare la proiezione degli attori ostili in quei Paesi che invece vorrebbero difendersi da simili sforzi.

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