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La fascia in testa per proteggere la cicatrice, la promessa al padre prima che morisse: la storia dietro le lacrime di Raúl Jiménez

Occhi e mani sono rivolti verso il cielo. Il volto è coperto dalle lacrime. Raúl Jiménez ha perso il papà tre mesi fa. Ma prima che se ne andasse gli aveva promesso: “Segnerò ai Mondiali”. E così è stato. Nella partita inaugurale allo Stadio Atzeca tra Messico e Sudafrica (terminata 2-0) c’è anche la sua firma che gli vale il secondo posto nella classifica marcatori all-time della nazionale. Nel 2020 ha rischiato la vita su un campo da calcio per una frattura al cranio. Sei anni dopo il destino lo ha messo di fronte a oltre 80mila tifosi per un gol che aspettava da quattro edizioni.

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“Sono un miracolato”

La fascia che indossa Raúl Jiménez non è per estetica. Ma c’è qualcosa di più profondo. La lunga cicatrice sul lato destro della testa racconta l’episodio che gli ha cambiato la carriera e la vita. Nel novembre 2020, durante un Arsenal-Wolverhampton deserto per la pandemia, l’attaccante messicano si frattura il cranio dopo un pericoloso scontro con David Luiz. Emorragia celebrale interna e operazione d’urgenza. “I medici hanno fatto un ottimo lavoro. Mi hanno subito detto dei rischi e mi hanno detto che sono un miracolato”. Nel lungo periodo di riabilitazione crescono i dubbi. Lo ricorda anche uno dei medici che lo ha seguito passo dopo passo: “È riuscito a passare dall’attività atletica di base all’allenamento agonistico completo a marzo, evitando soltanto i colpi di testa e i contrasti aerei”. Dopo oltre 6 mesi Jiménez rientra tra i convocati con tutte le precauzioni del caso. “È un miracolo che io sia persino tornato in campo”. Rimasto in isolato durante il Covid, il messicano resta in Premier League. E dopo la parentesi Fulham è pronto a tornare in maglia Wolves in Championship.

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Le lacrime e la dedica

Le parole del ct Javier Aguirre suonano come un avvertimento: “Raúl ha detto che questo sarà il suo Mondiale”. Alla prima vera occasione contro il Sudafrica l’attaccante non sbaglia. L’esultanza è un’istantanea che resta nella storia. C’è la sofferenza di un segno indelebile rimasto sulla pelle e una promessa mantenuta alla persona più importante della sua vita. “Un gol con dedica speciale”, il primo in assoluto ai Mondiali. Per il Messico, per suo padre. Raúl Jiménez non hai mai smesso di crederci.

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Tutti i record dei Mondiali, anche quelli più improbabili: da Klose capocannoniere alla tripla ammonizione

Nel 2018 il capocannoniere del Mondiale è stato l’autogol (12 in 64 partite). La Svizzera è la prima (e unica) nazionale nella storia della competizione a essere eliminata senza aver subito – e segnato – nemmeno un gol. E con solamente 300 persone allo stadio, la gara tra Romania e Perù del 1930 è stata la partita con il minor numero di spettatori nella storia. Questi sono solo alcuni dei record più bizzarri – e imbattibili – dei Mondiali.

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Longevità

Icone del calcio e tra i più longevi dei Mondiali: Ronaldo, Messi e il portiere del Messico Ochoa saranno gli unici calciatori nella storia ad aver partecipato a sei edizioni diverse. Germania, Sudafrica, Brasile, Russia, Qatar. E ora l’America. Tutto in 20 anni di carriera. A proposito di continuità sempre l’argentino dell’Inter Miami è il giocatore con il maggior numero di partite giocate (26). Klose, invece, è quello che ne ha vinte di più con la “sua” Germania (17).

Una questione di gol

Se Miroslav Klose è il capocannoniere alltime della competizione (con 16 gol in 24 partite), il francese Just Louis Fontaine è stato il calciatore ad aver segnato più gol in una singola edizione (13 nel 1958). E il giocatore che ha segnato di più in una singola partita? Oleg Salenko: in un RussiaCamerun del 1994 terminato 6-1, cinque di questi portano la sua firma. Poi c’è il Mondiale brasiliano del 2014: tutti lo ricordano per i lampi di genio di James Rodriguez e per lo psicodramma verdeoro in semifinale. La storia dice che è stata la manifestazione con il maggior numero di gol segnati: ben 171, come nel 1998 e nel 2018. Nel 1954 Austria e Svizzera hanno combinato 12 gol nella stessa gara. El Salvador, invece, è entrata nella storia dei Mondiali. Ma dalla parte sbagliata: contro l’Ungheria nell’82 il 10-1 subito vale lo scarto più ampio di sempre. Quante cose si possono fare in 11 secondi? Hakan Şükür risponderebbe “un gol ai Mondiali”. La Corea del Sud ne sa qualcosa.

Tripla ammonizione

Il Mondiale regala emozioni, risultati impronosticabili alla vigilia. E anche “nuove” regole arbitrali. Josip Simunic, infatti, è l’unico calciatore ad aver ricevuto 3 cartellini gialli in una singola sfida Mondiale. La svista è dell’inglese Graham Poll. La tripla ammonizione risale al 2006, nella gara contro l’Australia. Il primo giallo per il croato arriva al 61esimo per un fallo di ostruzione. Il secondo al 79esimo per un fallo tattico. Espulsione imminente, come da regolamento. E invece Poll se ne dimentica e Simunic prosegue indisturbato la gara. L’espulsione arriverà pochi minuti più tardi dopo l’ennesimo fallo. L’arbitro svelerà solo qualche giorno dopo di aver segnato l’ammonizione al numero 3 nella colonna sbagliata del taccuino, ovvero quella dell’Australia. Oggi con il VAR tutto questo non potrebbe accadere, in teoria.

Espulsione lampo e sanzioni record

Il cartellino rosso più rapido della storia appartiene a José Batista: nel 1986 il suo UruguayScozia durò solamente 56 secondi. Quando si tratta di cartellini e sanzioni, però, c’è sempre di mezzo l’Olanda. Prima con il Portogallo nel 2006, poi contro l’Argentina nel 2022, gli Oranje non si tirano mai indietro. Queste due, infatti, sono le partite con il record di cartellini estratti in una singola gara (16).

Vecchia e nuova generazione

Il nordirlandese Normam Whiteside è il giocatore più giovane di sempre a esordire in un Mondiale. Era il 1982: scese in campo nello 0-0 contro la Jugoslavia a 17 anni e 41 giorni. Il suo record durerà almeno per altri quattro anni perché il più giovane di questa edizione sarà il messicano Gilberto Mora che ha già 17 anni e 240 giorni. E il più anziano? Il primo posto spetta all’egiziano Essam ElHadary (45 anni e 161 giorni). Tra pochi giorni ci penserà il 43enne portiere scozzese Craig Gordon a ritoccare la classifica, ma non il podio.

Fabio Cannavaro può fare (ancora) la storia

Cos’hanno in comune Zagallo, Beckenbauer e Deschamps? Questo trio ha vinto il Mondiale sia da giocatore che da allenatore. Tra i ct in gara per l’edizione americana solo Fabio Cannavaro può aggiungersi alla lista. Anche se con l’Uzbekistan il primato è altamente improbabile. Se non impossibile.

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Mondiali, da Donnarumma a due ex Napoli: la Top 11 degli assenti vale più di 700 milioni di euro

Da possibili protagonisti a grandi assenti. Che sia per un infortunio, per scelta tecnica o per la mancata qualificazione della propria nazionale, la Top 11 degli esclusi dai Mondiali 2026 – secondo i dati di Transfermarkt – vale esattamente 722 milioni di euro.

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I grandi assenti

Per comporre la formazione dei grandi assenti abbiamo pensato a un 4-2-3-1. La porta è occupata da Donnarumma (45 milioni di euro), tra i portieri più forti del mondo. Ma ancora a secco di Mondiali giocati con gli Azzurri. Sugli esterni ci sono due eccellenti esclusioni: aveva scelto il Real Madrid per sviluppare la sua versione migliore. E invece, la stagione di AlexanderArnold (60 milioni di euro) è stata sotto le aspettative. Non convocato dall’Inghilterra, la stessa decisione è stata presa dalla Francia nei confronti di Kalulu (nonostante l’ottimo campionato con la Juventus, e infatti il valore di 32 milioni di euro non è un caso). La coppia di centrali di questa ipotetica Top 11 resterà a casa per colpa di un infortunio: De Ligt (30 milioni di euro) sarà l’uomo in meno per l’Olanda del ct Koeman, Militao (20 milioni di euro) per il Brasile. Il centrocampo vale esattamente 150 milioni di euro. Szoboszlai non si è qualificato con la sua Ungheria, mentre Camavinga non è stato scelto dalla Francia.

Un attacco da quasi 400 milioni

I quattro davanti potrebbero tranquillamente portare qualsiasi squadra a vincere qualsiasi tipo di trofeo. Ci sono i due grandi esclusi dell’Inghilterra del ct Tuchel, Palmer e Foden (100 e 70 milioni di euro). E poi i due ex Napoli: il primo è stato nominato MVP dell’ultima Champions League, l’altro ha segnato più di 20 gol in questa stagione. Georgia e Nigeria non si qualificano, e con loro anche Kvaratskhelia (140 milioni di euro) e Victor Osimhen (75 milioni di euro).

La panchina di lusso

Non solo la Top 11. Anche la panchina regala esclusioni notevoli e giocatori che hanno perso l’ultima occasione per poter disputare un Mondiale. Tra questi impossibile non citare Robert Lewandowski, assente a causa della mancata qualificazione della sua Polonia. Ci sono poi Ter Stegen, Griezmann, Dybala e Luis Suarez che, invece, non sono partiti per gli Stati Uniti – rispettivamente con Germania, Francia, Argentina e Uruguay – per scelta tecnica. Menzione speciale per Ederson dell’Atalanta, rimasto fuori dalla lista del Brasile del ct Ancelotti, e per Nicolò Barella, fermato dalla Bosnia nello spareggio playoff. Georgia, Danimarca e Nigeria non vanno ai Mondiali e così anche Mamardashvili, Højlund e Lookman saranno costretti a seguire le partite dal divano di casa. Poi c’è l’imprevisto infortunio: l’Olanda dovrà fare a meno di Xavi Simons (per una lesione al legamento crociato del ginocchio destro), la Seleção di Rodrygo (per la rottura del crociato) e la Francia di Ekitike (per la rottura del tendine d’Achille).

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Mondiali 2026, c’è il rischio partite più lunghe di sempre per l’allerta fulmini negli Usa: come funziona

Giocare a calcio d’estate in America non è mai una grande idea. Le temperature estreme, il caldo torrido e soprattutto l’allerta fulmini sono la costante che potrebbe creare più di qualche problema durante i Mondiali. Il Wall Street Journal lo aveva pronosticato meno di un anno fa: “Gli Stati Uniti rischiano di essere un pessimo paese ospitante”. Le preoccupazioni e i disagi del Mondiale per Club dello scorso anno non hanno fatto altro che certificare la previsione. I cieli imprevedibili hanno provocato lunghi ritardi (fino a due ore), problemi di programmazione e ripercussioni economiche che rischiano di replicarsi anche durante l’evento più importante.

Arabia Saudita-Portorico sospesa per quasi 2 ore

E come se non bastasse, a meno di una settimana dall’esordio, ci sono alcune amichevoli che confermano il pronostico. Nella notte italiana tra venerdì e sabato, infatti, la gara tra Arabia Saudita e Portorico – giocata ad Austin, in Texas – è stata sospesa per quasi due ore per allerta fulmini. I giocatori sono rientrati negli spogliatoi al 21’ del primo tempo. I tifosi presenti sugli spalti, invece, sono stati fatti evacuare verso aree più sicure. Un’ora e mezza dopo, con condizioni climatiche diverse, le squadre sono rientrate regolarmente in campo. Con il ritmo totalmente spezzato e un’inerzia completamente ribaltata. Insomma, per un fenomeno conosciuto negli USA come Weather Delay (letteralmente “ritardo meteorologico”), c’è una grande probabilità di assistere ai Mondiali con le partite più lunghe di sempre.

Il precedente

Quello degli ultimi giorni, ovviamente, non è un caso isolato. C’è infatti un precedente che riporta proprio all’ultimo Mondiale per Club. Nella città di Charlotte, Chelsea e Benfica si giocano l’accesso ai quarti di finale. Iniziata alle 22 italiane il fischio finale arriva dopo le 2.30. A quattro minuti dalla fine dei 90’, la partita disputata al Bank of America Stadium viene sospesa per circa due ore – con i Blues in vantaggio per 1-0 – proprio per l’allerta meteo. La gara terminerà poi ai tempi supplementari sul risultato di 4-1 per la squadra allenata, in quel momento, da Enzo Maresca.

Il Seek Cover Protocol

Negli Stati Uniti temporali e fulmini pericolosi non sono una novità, soprattutto in questo periodo dell’anno. La Florida è generalmente considerata la “capitale dei fulmini”, con oltre 2.000 feriti negli ultimi 50 anni. E metropoli come Houston, San Antonio, Austin e New Orleans sono l’epicentro di tempeste, alluvioni e tornado. Il cambiamento climatico, però, ha portato a situazioni ancora più estreme che hanno condizionato anche il mondo dello sport. Per questo motivo in tutti gli stadi di calcio è stato introdotto il Seek Cover Protocol, una procedura standard di emergenza che viene attivata ogni volta che le condizioni meteorologiche diventano potenzialmente pericolose. A differenza dell’Europa, dove l’eventuale sospensione di una partita è a discrezione dell’arbitro e avviene solo a evento in corso, in America il protocollo entra in azione in modo quasi automatico, grazie al supporto di sofisticati radar e sistemi di monitoraggio meteorologico in tempo reale.

Come funziona l’allerta fulmini

L’annuncio viene trasmesso direttamente dallo speaker e dai pannelli luminosi: “Seek Cover Now – Dangerous Weather Approaching” (“Cercate subito riparo – maltempo in avvicinamento”). Il protocollo è chiaro: in caso di tempeste con fulmini, lampi o tuoni rilevate nel raggio di 8 miglia dall’impianto (circa 13 chilometri) dove si sta svolgendo la gara, la partita viene immediatamente sospesa per 30 minuti. Il rinvio viene riproposto di mezz’ora in mezz’ora fino a quando la situazione non migliora (quella che viene definita in gergo “30-30 rule”). Se un nuovo fulmine viene avvistato nel frattempo, il conto alla rovescia riparte da capo. Per gli stadi senza tetto (dal Metlife Stadium nel New Jersey, dove si giocherà la finalissima del 19 luglio, fino all’Arroweahead di Kansas City o gli impianti di Philadelphia, San Francisco, Boston, Seattle) c’è il rischio di partecipare a partite infinite.

Le ripercussioni economiche

La rivista Forbes ha analizzato i rischi di queste pause forzate che potrebbero influire negativamente sulla permanenza degli spettatori negli stadi, sulla trasmissione per un pubblico più ampio e sulla programmazione. I ritardi nella programmazione televisiva, infatti, potrebbero costringere le emittenti a ridistribuire il tempo di trasmissione, negoziare risarcimenti o perdere spazi pubblicitari. Interruzioni ripetute e costanti per l’allerta fulmini non sono di certo di grande aiuto per assicurarsi i diritti televisivi di eventi futuri. Tutto si trasforma in un effetto a cascata: i tempi si allungano, i costi del personale e di gestione all’interno dello stadio aumentano. Alcuni tifosi che rimangono anche dopo l’interruzione potrebbero chiedere il risarcimento per il biglietto, altri invece potrebbero decidere di abbandonare il proprio posto lasciando lo stadio completamente vuoto. Poi entrano in gioco anche le potenziali difficoltà logistiche per le squadre. La permanenza negli hotel sarà maggiore, gli autobus da affittare saranno sempre di più e i costi continueranno ad alzarsi. Senza dimenticare la necessità di dover aumentare il numero di dipendenti per il personale medico. Il quadro è molto chiaro: con l’impatto climatico sempre più decisivo nel mondo dello sport le interruzioni forzate diminuiscono la fiducia degli sponsor, gonfiano i budget operativi e svalutano i futuri diritti mediatici. Vale davvero la pena continuare a insistere sugli Stati Uniti?

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