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Contaminazioni riuscite: i dieci anni del FestiValle nella Valle dei Templi

C’è un momento al tramonto in cui il tufo calcareo della Valle dei Templi si fonde con il paesaggio; come in un rito collettivo la folla danza al ritmo di esibizioni live insolite per un sito archeologico che ha visto scorrere 2600 anni di storia. In dieci anni, per quattro giorni consecutivi, FestiValle è riuscito a costruire proprio questo: un festival che non usa i luoghi come sfondo scenografico, ma li trasforma in parte integrante dell’esperienza. Nato ad Agrigento da un’intuizione di Fausto Savatteri, FestiValle ha attraversato un decennio di mutazioni del mercato musicale senza cedere alla logica delle lineup fotocopia o dei grandi nomi messi lì per accumulare biglietti. Al contrario, ha costruito la propria reputazione attorno alla ricerca, alla contaminazione tra discipline, alla valorizzazione del patrimonio archeologico e a un’idea romantica, quella della musica suonata dal vivo.

Per il decennale, dal 7 al 10 agosto, il festival torna nella Valle dei Templi con una programmazione che tiene insieme Ezra Collective, Apparat live band, Greentea Peng, Cory Henry & The Funk Apostles, Octave One, Mace e una costellazione di artisti internazionali, live site specific, aftershow e produzioni originali come Il Risveglio degli Dèi, performance all’alba al Tempio della Concordia diventata ormai uno dei momenti simbolici della manifestazione. FestiValle è anche il racconto di una sfida culturale e territoriale. Quella di dare vita ad un festival internazionale in una città periferica, fuori dalle grandi rotte europee dei concerti. Di continuare a scommettere sulla scoperta in un momento storico in cui, come ci ha raccontato Savatteri «c’è meno volontà di ascoltare musica autentica». Ci abbiamo chiacchierato in occasione dei dieci anni del festival.

Courtesy of FestiValle

FestiValle nasce in un luogo che, geograficamente e culturalmente, non era il contesto più semplice in cui immaginare un festival internazionale. Come è iniziato tutto?
Agrigento è un luogo di svantaggio geografico, territoriale e anche culturale. Quando abbiamo iniziato, l’idea era educare la gente locale all’ascolto di sonorità non convenzionali e, dall’altra parte, attrarre un turismo musicale. Il nostro obiettivo è sempre stato creare un contenitore capace di mettere ancora più in risalto luoghi oggettivamente mozzafiato come quelli che abbiamo in Italia e in Sicilia.

Negli ultimi anni molti festival sono diventati esperienze ibride, dove musica, arti visive, performance e paesaggio convivono. Qual è la tua opinione in merito a questa contaminazione tra discipline?
Dipende dalla manifestazione e dal territorio. Con FestiValle abbiamo sempre cercato di evitare le lineup fotocopia. È una scelta identitaria, anche se non sempre è quella che ti premia di più. Oggi noto che c’è meno voglia di scoprire musica autentica, suonata davvero. L’ascoltatore medio italiano preferisce spesso rivedere per la decima volta gli stessi artisti invece di soffermarsi su un gruppo internazionale, magari famosissimo all’estero. Quello che conta per noi è raccontare il festival in maniera originale: allo straniero offriamo una Valle dei Templi da vivere, non da visitare in un giorno; allo stesso tempo, il residente si riappropria di una Valle che magari non aveva mai sperimentato prima.

Negli anni avete continuato a portare artisti molto ricercati, anche quando economicamente sarebbe stato più semplice puntare altrove.
Certo. Prendiamo gli Ezra Collective per esempio: nel Regno Unito sono delle star, ma in Sicilia li conoscono ancora in pochi. Eppure, costano quanto, se non più, di molti artisti pop italiani che farebbero numeri infinitamente superiori. È una sfida continua. In questi anni abbiamo cercato di costruire un’identità precisa: musica contemporanea, jazz, elettronica, format multidisciplinari. Ma senza snaturarci. Posso affermare con orgoglio che a FestiValle non è mai salito sul palco un artista con l’autotune. Ciò che conta per noi sono il concetto di spettacolo dal vivo, di sinergia con il pubblico.

Quanto conta il sito nella costruzione della programmazione?
Tutto parte dai luoghi. Ho sempre cercato l’artista giusto per ogni angolo della Valle. All’inizio c’erano il Tempio di Giunone e il Tempio dei Dioscuri, agli estremi opposti della Via Sacra. Poi negli anni il festival si è espanso e ci ha aiutato anche a raccontare altri spazi di Agrigento. Durante il Covid, per esempio, abbiamo trasformato un’area del giardino della Kolymbethra in un palco circolare al tramonto. Oggi è diventato uno dei simboli del FestiValle. La gente entra al tramonto ed esce all’alba attraversando tutta la Valle. Ad un certo punto, abbiamo perso il palco principale storico sotto il Tempio di Giunone. Sembrava un dramma, invece ci siamo reinventati nella Cava di Tufo, che per me è ancora più significativa: è da qui che si estraeva il materiale per costruire la Valle dei Templi. Non celebriamo solo il monumento finito, patrimonio dell’UNESCO, ma anche il colossale lavoro umano che c’è stato dietro.

Fausto Savatteri. Photo by Fabiana Amato. Courtesy of FestiValle

Edizione dopo edizione, avete introdotto sempre più elementi visivi e performativi. Quando hai capito che il festival poteva diventare qualcosa di più di una rassegna musicale?
Quando abbiamo iniziato a lavorare in modo site-specific. Nella Cava di Tufo organizziamo videoproiezioni, spettacoli audiovisivi, visual immersivi. L’anno scorso, per esempio, con i Cinematic Orchestra abbiamo costruito un’esperienza pensata apposta per quello spazio. Anche Il Risveglio degli Dèi nasce da questa idea: oltre quaranta performer al Tempio della Concordia, all’alba, in una produzione originale che mette insieme musica, teatro e ritualità contemporanea. Tutto rigorosamente dal vivo, ci tengo moltissimo.

FestiValle è cresciuto molto anche nei numeri, pur restando volutamente un boutique festival.
L’anno scorso abbiamo accolto 10.500 spettatori paganti in quattro giorni. Potremmo fare numeri più grandi, ma non è la direzione verso cui spingere. Più della metà del pubblico arriva con l’abbonamento completo e vive il festival come un’esperienza immersiva. La soddisfazione più grande è vedere persone che arrivano magari per un headliner e poi scoprono artisti che non conoscevano. È sempre stato questo il senso del festival: unire musiche diverse ma affini e creare connessioni.

In questi dieci anni hai avuto la sensazione di anticipare alcuni trend?
Ci è successo di ospitare artisti molto prima che diventassero popolari in Italia. Marco Castello, per esempio, l’abbiamo chiamato quando era meno conosciuto. Lo stesso discorso vale per Kokoroko o i Nu Genea, quando si chiamavano ancora Nu Guinea. Non siamo stati gli unici ma siamo stati sicuramente tra i primi a crederci, ad apprezzare la loro musica senza calcoli su quanti biglietti avrebbero venduto. Mi piace pensare a FestiValle come a un luogo dove certi artisti trovano finalmente spazio anche in Italia, il nostro mercato è diverso rispetto a quello francese, tedesco o inglese.

Quanto è difficile oggi tenere in piedi un festival indipendente in Italia?
È molto più difficile rispetto a dieci anni fa. I costi sono aumentati e spesso i sostegni non seguono il passo. Il paradosso è che il riconoscimento del Ministero, invece di facilitare le cose, a volte ha complicato i rapporti con gli enti territoriali: alcuni pensano che se hai il ministero allora non hai bisogno di altro supporto. Ogni volta devi ricominciare da zero, spiegare chi sei, cosa fai, perché vuoi organizzare una manifestazione in un sito archeologico. A mio parere, quei luoghi non devono appartenere a nessuno: bisogna piuttosto trovare idee creative per valorizzarli nel modo giusto. Sono molto critico verso certi utilizzi dei siti archeologici trasformati semplicemente in discoteche a cielo aperto. Per me il senso è creare un dialogo autentico tra cultura, performance e patrimonio.

Courtesy of FestiValle

Guardando alla line up del decennale, qual è il filo rosso di questa edizione?
La scena UK resta per me una delle più interessanti degli ultimi anni, quindi abbiamo invititato Ezra Collective, Greentea Peng, The Josh Barry Experience. Poi Apparat live band, Octave One, Cory Henry & The Funk Apostles. Mi interessava portare in scena una celebrazione coerente dei dieci anni, invitando artisti che avessero un senso dentro il percorso del festival. Anche quest’anno ci saranno molti debutti italiani e tanti artisti su cui scommettiamo. Per me il festival funziona quando qualcuno viene magari per Mace o Apparat e poi torna a casa dicendo che il concerto più bello è stato quello dell’opening act o dell’aftershow. È lì che succede davvero qualcosa.

E tu, dopo dieci anni, cosa senti di aver costruito?
Sicuramente una comunità. E forse anche un modo diverso di vivere la Valle dei Templi. Non è stato un percorso semplice. Però quando vedi migliaia di persone attraversare la Valle dei templi dalla sera fino all’alba, godersi la musica, scoprire artisti, vivere il territorio in modo rispettoso, allora capisci che forse qualcosa di buono è stato fatto per davvero.

FestiValle
Dal 7 al 10 agosto
Valle dei Templi, Agrigento
https://festivalle.it/

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