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Forum sulla governance dei diritti umani a Pechino: un passo nella giusta direzione

Mentre nel mondo si susseguono conflitti mortali e si moltiplicano e accrescono i pericoli per la pace mondiale, minacciando lo scatenamento di una catastrofe bellica nucleare che potrebbe travolgerci tutte e tutti, mi trovo a Pechino, oasi di pace, armonia e fraternità, per i lavori del Forum 2026 per la governance globale dei diritti umani in rappresentanza del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (Cred).

È una bellissima giornata, oggi mercoledì 10 giugno. Il cielo su Pechino è sereno e l’aria pulita. Quanta differenza dalla prima volta che venni da queste parti, circa quindici anni fa. Una fondamentale conquista del sistema socialista cinese, dove la mano pubblica ha attuato nei fatti e non a chiacchiere la transizione ecologica che stenta a decollare nelle nostre decadenti nazioni europee ed occidentali, dominate, alla faccia della finta democrazia di facciata, dalle lobby degli armamenti, del fossile e delle “grandi opere” inutili e dannose.

La Cina costituisce oggi il principale soggetto internazionale della trasformazione basata sui principi della pace e dell’armonia. Mentre gli Stati Uniti agitano grottescamente il loro logoro bastone, ricevendo sberle significative dall’indomito e battagliero Iran e minacciando di strangolare e invadere Cuba e altri Paesi, la Cina promuove lo sviluppo equo e sostenibile mediante una cooperazione internazionale basata sui principi del mutuo rispetto e dell’autodeterminazione dei popoli.

La missione di visita di tre giorni a Chengdu che il gruppo cui appartenevo ha compiuto nel Sichuan ci ha consentito di toccare con mano i risultati davvero entusiasmanti raggiunti dalla Cina in molti campi, dalla tutela dell’ambiente e della biodiversità (riserva dei panda) alla gestione delle risorse come l’acqua, dall’attuazione di programmi di produzione alimentare gestita dai contadini al ruolo delle 55 nazioni minoritarie di cui è tutelata l’identità e la partecipazione democratica, a molti altri aspetti ancora.

La favoletta ridicola del ruolo dell’Occidente e dell’Europa come autoproclamati campioni della democrazia e dei diritti umani è rimasta definitivamente sepolta sotto le macerie di Gaza insieme alle oltre 70mila vittime accertate del genocidio che continua, compiuto dal governo Netanyahu col beneplacito e la complicità dei governi occidentali, con l’Italia purtroppo ancora in prima linea.

Alla tribuna si susseguono gli interventi di Paesi vittime del colonialismo e dell’imperialismo, quali Gambia, Iraq, Perù e molti altri, che sottolineano l’importanza del diritto allo sviluppo approvato nel 1986, quarant’anni fa, dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e vari rappresentanti cinesi illustrano il nuovo Piano quinquennale per l’attuazione dei diritti umani.

Qui i diritti umani sono una realtà tangibile perché basati sulla salvaguardia dei servizi pubblici e dei diritti collettivi, entrambi fortemente minati dalla scellerata preponderanza delle dottrine neoliberali in Occidente e in molti Paesi ancora dipendenti dallo stesso e ancora più dal ricorso alla guerra e al genocidio come strumenti infami per puntellare il proprio dominio in via di estinzione.

La promozione dei diritti si basa anche sulla partecipazione democratica esercitata da tutto il popolo cinese mediante le decine di milioni di militanti del Partito Comunista ma anche mediante il sistema dei Consigli istituiti localmente a tutti i livelli. Un miracolo dell’armonia che da millenni costituisce il fondamentale principio ispiratore della Cina, ma prevede anche im rovesciamento, con ogni mezzo necessario, dei governi che non siano all’altezza delle aspettative e dei desideri della società reale.

Il rapporto cooperativo con la Cina rappresenta oggi un imperativo categorico per l’Italia e l’Europa tutta, la cui necessaria e urgente applicazione è purtroppo ostacolata da anguste visioni geopolitiche e sciagurati interessi di ristretti gruppi di potere.

Il superamento di tali vincoli appare oggi indispensabile per inserire il nostro Paese, con la sua civiltà millenaria e le sue capacità ancora non del tutto menomate dal malgoverno di Meloni, Draghi, Renzi, Letta e altri personaggi del genere, nella realtà multipolare che si va delineando per dare al nostro pianeta un governo all’altezza delle enormi problematiche attuali e delle altrettanto enormi aspettative dei popoli del mondo.

Oltre che sulle questioni strategiche della pace e del disarmo, il necessario rinnovamento dell’Italia si dovrà caratterizzare in questa prospettiva sull’equità economica e finanziaria basata sulla forte tassazione della finanza, delle imprese multinazionali e dei grandi patrimoni, contrastando la demagogia di infimo livello diffusa da chi definisce le imposte come “pizzo di Stato” e solletica la propensione alla proprietà privata, fantasticata ma non garantita nei fatti, se non ai soggetti antisociali indicati, che se ne avvalgono per frustrare i diritti dell’immensa maggioranza.

Questa Conferenza cui ho l’onore e il piacere di partecipare costituisce senza dubbio un passo fondamentale nella direzione del superamento definitivo della barbarie corrente verso l’affermazione, a livello internazionale e nazionale, del futuro condiviso dell’umanità.

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Mandare via questo governo è urgente, ma va sostituito con uno che sia realmente alternativo

Nel giardino zoologico denominato convenzionalmente “governo Meloni” convivono varie specie animali, tutte fortemente nocive. Ci sono gli incapaci e incompetenti, tipo Nordio o Pichetto Fratin, che proprio per le loro ridotte attitudini e capacità appaiono forse i meno pericolosi, ma, anche per questo motivo, fanno a ben vedere danni non minori degli altri. Poi ci sono i lobbisti, che rappresentano categorie ben determinate e ne fanno prevalere gli interessi su quelli del popolo italiano (vedi Crosetto e l’ascendente imbattibile che i fabbricanti e commercianti di armi esercitano su di lui, o anche Salvini che però ha titoli più che validi e comprovati per appartenere anche alla prima categoria). Poi ci sono quelli più pericolosi e cioè i fascisti veri e propri.

Tra di loro voglio mettere innanzitutto Giorgia Meloni e Ignazio Benito La Russa, i quali entrambi hanno recentemente rivendicato con orgoglio la loro piena continuità ideologica e sentimentale col criminale antisemita (vero, non alla Gasparri/Delrio) e fucilatore di partigiani Giorgio Almirante, che rappresenta a sua volta l’anello di congiunzione tra il fascismo del Ventennio, quello repubblichino e quello del Movimento Sociale Italiano, poi trasfuso in Alleanza Nazionale e quindi in Fratelli d’Italia.

Ma il problema, storicamente posto, non è solo di radici, quanto della funzione che il fascismo e i fascisti hanno sempre svolto e continuano a svolgere di carta di ricambio al servizio del sistema capitalistico per perpetuarne l’esistenza mediante strumenti in parte diversi da quelli del liberalismo classico e improntati all’uso dell’autoritarismo, del razzismo (ieri contro gli ebrei, oggi contro i migranti) e se necessario della violenza aperta.

In Italia siamo fortunatamente ben lontani da una qualche riedizione della Marcia su Roma, né penso ci arriveremo mai, anche perché sono presenti forti anticorpi politici, sociali e culturali come dimostrato da ultimo dall’esito, disastroso per Meloni & C., del recente referendum sulla giustizia.

Ciò tuttavia non ci esime dall’individuare e analizzare attentamente taluni aspetti del governo Meloni che presentano elementi evidenti di un tentativo di fascistizzazione delle istituzioni italiane. Mi soffermerò al riguardo su due personaggi che ritengo fortemente emblematici al riguardo e cioè il ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara e quello degli Interni Piantedosi.

Il primo è noto per le sue crociate contro due libertà costituzionali fondamentali, e cioè quella di pensiero e quella di insegnamento e per tentare di soffocare ad ogni costo nella culla quella sacrosanta disposizione all’esercizio della critica che è una caratteristica, per fortuna naturale e insopprimibile, delle giovani generazioni, tanto più se condannate come le attuali a un triste futuro dalle classi dominanti. In questo senso Valditara si è reso tristemente famoso per il tentativo, ovviamente fallito, di bandire il genocidio palestinese dalle aule scolastiche e universitarie e per le misure disciplinari adottate nei confronti degli insegnanti che avessero l’ardire di invitare, ad esempio, una pericolosa fuorilegge come la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati, Francesca Albanese.

Piantedosi, dal canto suo, già oscuro questurino burocrate al servizio di Salvini, ha legato il suo nome a un disegno di legge liberticida, impropriamente intitolato alla “sicurezza”, che si propone di impedire ogni conflitto sociale, che costituisce il sale della democrazia per chiunque non sia organicamente e profondamente fascista. Quello stesso conflitto sociale, per intenderci, che i caporali pakistani perfettamente inseriti nel sistema politico, padronale e mafioso italiano reprimono bruciando vivi i giovani braccianti che reclamano condizioni di lavoro più degne, com’è avvenuto recentemente ad Amendolara.

I due personaggi in questione sono, proprio per tali accennate e innegabili caratteristiche delle loro politiche, i principali fautori del neofascismo meloniano inteso come progetto di trasformazione in senso anticostituzionale della Repubblica italiana.

Il fatto che tale progetto sia stato temporaneamente sconfitto nel referendum dello scorso anno non esime ovviamente dal perseguire con ogni mezzo legittimo e necessario l’auspicabile cacciata del governo Meloni. A condizione però che tale cacciata non rappresenti l’occasione per reinsediare al vertice della Repubblica personaggi non troppo dissimili dai governanti attuali in termini di subalternità al capitale, agli Stati Uniti, alla Nato e all’Unione Europea nella sua accezione corrente, e quindi al riarmo, alla guerra, allo sfruttamento senza limiti della classe lavoratrice e alla svendita della ricchezza sociale.

Che si tratti di Calenda o di Renzi, di Gentiloni o di Draghi, di Picierno o di Guerini, infatti, la loro mera presenza non solo renderebbe arduo il rovesciamento di Meloni ma preparerebbe le condizioni per nuove vittorie delle destre in un futuro neanche troppo lontano. Quindi vanno banditi subito da ogni schieramento alternativo se vogliamo che sia effettivamente tale. Speriamo che Conte e soprattutto Schlein lo capiscano.

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