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Sono entrato nella stanza del timekeeping in MotoGp. Ecco come funziona il cervellone del cronometro

C’è un momento, in MotoGP, che dura meno di un battito di ciglia. Un lampo. Un soffio. Una frazione di secondo così piccola da sembrare irrilevante. Eppure può separare la gloria dall’oblio, la pole position dalla seconda fila, la vittoria da una sconfitta che brucia per anni.

Quando due moto tagliano il traguardo quasi affiancate a oltre 300 km/h, il pubblico vede un’esplosione di emozioni. I piloti sentono l’adrenalina. I team trattengono il respiro. Ma qualcuno deve stabilire la verità.

Quel qualcuno è Tissot, main sponsor della MotoGP e grazie all’azienda svizzera sono stato in un luogo segreto, aperto solo al personale che detiene un grande, ma silenzioso ed invisibile lavoro. Quel luogo è la stanza del Timekeeping. Il cronometraggio, detta in soldoni. Da anni il marchio svizzero è il cronometrista ufficiale della MotoGP e custodisce uno dei compiti più delicati dell’intero paddock: trasformare la velocità in numeri e l’emozione in dati certi. Perché in uno sport dove le moto sfiorano i 360 km/h e i distacchi si misurano in millesimi, il tempo non può essere soltanto contato. Deve essere catturato.

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Dietro ogni gara esiste infatti un mondo che gli spettatori non vedono mai. Una vera e propria carovana tecnologica che attraversa il pianeta seguendo il calendario del Motomondiale. Camion, server, antenne, telecamere, sensori e tecnici specializzati vengono trasportati da un circuito all’altro per ricostruire ogni volta un sistema di rilevazione completamente indipendente. Non importa se si corre al Mugello, a Phillip Island o a Motegi: Tissot installa il proprio ecosistema di cronometraggio da zero. Come?

Ogni moto della griglia possiede un transponder, una sorta di carta d’identità elettronica che trasmette continuamente un segnale alle antenne distribuite lungo il circuito. Quando il pilota passa davanti a uno dei sensori, il sistema registra la sua posizione e il tempo impiegato con una precisione quasi chirurgica.

Ma non basta. Perché la MotoGP è imprevedibile. È il regno dell’impossibile.

E allora, accanto al sistema principale, esiste sempre un esercito di riserva. Telecamere ad altissima velocità sorvegliano il traguardo pronte a immortalare il fotofinish. Se i dati non fossero sufficienti a determinare un vincitore, sono le immagini a raccontare chi ha davvero attraversato per primo la linea bianca.

Ed è qui che si apre un archivio storico di vittorie al fotofinish: Brno 1996, categoria 125cc, memorabile arrivo in volata tra Haruchika Aoki, Masaki Tokudome, Emilio Alzamora e Tomomi Manako, con i primi quattro racchiusi nello spazio di soli 0.05 secondi. Oppure la ben più famosa Estoril 2006, in MotoGP. Una delle volate più incredibili di sempre con Elias che beffa Valentino Rossi per appena 0.002 secondi. Quei 5 punti, a posteriori, saranno fondamentali per la vittoria del titolo mondiale di Nicky Hayden. Ma di esempi ce ne sono a decine.

Torniamo alla struttura: è una rete di sicurezza costruita per eliminare qualsiasi dubbio. Poi arrivano i computer. Milioni di informazioni scorrono attraverso software sofisticati che trasformano impulsi elettronici in classifiche, velocità massime, tempi sul giro, settori record, dati di accelerazione e statistiche che finiscono sugli schermi dei box, nelle cabine di commento e nelle televisioni di tutto il mondo.

Ogni numero che compare sul monitor di un team o sul televisore di casa nasce da questo gigantesco lavoro invisibile. Eppure, nel cuore di una tecnologia tanto avanzata, resta ancora spazio per l’uomo. Osservatori specializzati verificano continuamente che i dati corrispondano alla realtà. Se il sistema indica un pilota in testa, qualcuno controlla che sia davvero lui a guidare la corsa. Un ultimo filtro umano a protezione della precisione assoluta.

Durante il weekend operano circa undici professionisti dedicati esclusivamente al cronometraggio. Quando la bandiera a scacchi cala sul traguardo, il loro lavoro non finisce: inizia la distribuzione dell’enorme patrimonio statistico a squadre, televisioni, giornalisti e piattaforme digitali di tutto il mondo.

Perché in MotoGP il tempo non è soltanto una misura. È il millesimo che consegna una pole position. È il fotofinish che decide un Gran Premio. È il record sul giro che entra nella storia.

Mentre milioni di tifosi guardano i piloti sfidare i limiti dell’uomo e della macchina, questi professionisti combattono una battaglia diversa ma altrettanto importante: quella contro l’errore. Una sfida silenziosa, invisibile, che si gioca nell’arco di pochi millesimi che in MotoGp possono valere una carriera. Tutto questo avviene in questa stanza silenziosa dove nessuno può entrare.

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Il mio weekend al GP del Mugello: una festa unica. Peccato arrivi solo una volta l’anno

Non è solo la vittoria storica di Marco Bezzecchi, o dell’Aprilia.
Non è solo la pole position storica del romagnolo, o la velocità record di Jorge Martin.
Non è solo la presenza straordinaria (più di 178 mila spettatori nel weekend di gara), o il calore che i tifosi sanno donare.
Non è soltanto la leggenda, che è più vera che mai, che al Mugello non si dorme.
Il fatto è che il Mugello, anche quest’anno, è un evento mistico, magico, che fonde e confonde il sacro e il profano. È una festa fatta di motori che vengono schiantati fino all’esaurimento, odori di brace, di miscela, di fiumi di birra e lacrime che invadono le colline toscane.

Dal 16 maggio 1976 – 50 anni fa – la leggenda del Mugello va avanti, imperterrita. Quando il Mugello entra nel Mondiale non ospita semplicemente una gara: apre un capitolo destinato a diventare iconico. Dalle vittorie dei grandi campioni degli anni Settanta e Ottanta fino ai duelli che accendono gli anni Novanta, il circuito toscano cresce insieme al motociclismo stesso. Poi arriva Valentino Rossi e tutto cambia. Con lui il Mugello diventa molto più di una pista: si trasforma in un rito collettivo, un luogo dove sport, passione e spettacolo si fondono. Le colline si colorano di giallo, i tifosi diventano protagonisti e il Gran Premio d’Italia si trasforma in una festa popolare unica al mondo, capace di raccontare generazioni intere attraverso il rombo di una moto.

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Da Rossi a Dovizioso, passando per Melandri, Simoncelli e Petrucci, il circuito toscano continua a raccontare storie italiane di talento e passione, diventando sempre più rosso Ducati grazie anche alle recentissime vittorie di Bagnaia, ma la storia cerca sempre un nuovo protagonista. Il rosso Ducati e il nero Aprilia si sfidano davanti a un pubblico che non ha mai smesso di sognare, mentre il Mugello resta ciò che è sempre stato: una cattedrale del motorsport e, allo stesso tempo, una festa senza fine. Tra musica, campeggi, notti sotto le stelle, incontri con i piloti e il tricolore che disegna il cielo, il Gran Premio d’Italia continua a essere molto più di una gara. È un rito, un’emozione condivisa, un appuntamento che ogni anno rinnova la propria leggenda. E quel rito, quell’emozione, quell’evento che per molti è unico, oggi hanno un volto e un nome: Marco Bezzecchi.

Nel paddock, sulle colline, in giro per le città puoi fermare piloti, addetti ai lavori, gente comune, semplici appassionati, ma alla domanda: qual è il circuito migliore del mondo, aspettati che ti dicano il Mugello. C’è la velocità, ci sono i sali e scendi, le curve di percorrenza, i cambi di direzione improvvisi, le grandi staccate che mettono alla prova i freni e le braccia. Non è solo una pista, è il Mugello. E basta così, peccato arrivi una volta sola all’anno.

Parliamo di numeri, ora. Vince Bezzecchi alla quarta vittoria in stagione, davanti al suo compagno di squadra che nel retro podio gli dice “te lo meriti, Marco”. Il distacco resta irrisorio, ma Bez ha 173 punti, Martin 156 e dietro Fabio Di Giannantonio (terzo nella Tissot Sprint, solo quinti la Domenica) a quota 134. Lo spagnolo è attento, furbo, caparbio. Sa come vincere alla lunga, lo ha già fatto nel 2024 quando senza essere il pilota più veloce in pista, riuscì a beffare Bagnaia grazie a 16 secondi posti e una costanza senza senso. Bezzecchi deve fare tesoro del fallimento di Pecco e non concedere mai una distrazione, mai un errore fatale, mai una disattenzione se vuole vincere questo titolo. Di certo, ciò che sembra da questa prima parte di stagione è che sia Aprilia a conquistare il titolo costruttori. La moto di Noale riesce a portare i suoi quattro piloti sempre a ottime performance. Al Mugello i piloti ufficiali arrivano primo e secondo, Ogura per un pelo non soffia il podio a Bagnaia e Raul Fernandez (questi ultimi appartenenti al team satellite Trackhouse) ha vinto la Tissot Sprint il sabato pomeriggio, peccato poi essersi perso il giorno successivo.

Questo fine settimana si andrà in Ungheria, poi Repubblica Ceca, Olanda e Germania. Sono queste le tappe che porteranno la MotoGP alla pausa estiva di quasi un mese. Difficile dire se sarà in queste cinque sfide che si potrà decidere il titolo, almeno da un punto di vista mediatico visto che per la matematica ci vorrà molto più tempo, considerando che mancano ancora undici gare dopo il rientro dalla pausa, praticamente un altro mini campionato. A Bez, per vincere, servono testa e velocità e un pizzico di fortuna.

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