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Elezioni Perù, il Paese è spaccato: la figlia di Fujimori avanti di meno di un punto percentuale. L’ultima parola alla Giuria speciale

Lotta in Perù, fino all’ultimo voto. Ci è voluta una settimana per passare al setaccio gli ultimi 3mila verbali, provenienti dalle zone rurali e dall’estero. Il Perù resta tuttavia spaccato, anche nella geografia del voto. Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore e candidata ultraconservatrice, risulta eletta con il 50,012% dei voti, mentre il progressista Roberto Sánchez è arrivato secondo, con il 49,988%. La differenza è minima: meno di un punto percentuale, 4.519 voti.

I voti di Fujimori sono quasi tutti a Lima e nel Settentrione del Paese, dove si sogna uno Stato onnipresente – la famigerata “mano dura” – in termini di sicurezza, ma assente in economia. Altra linea di divisione importante riguarda lo scontro Usa-Cina, che si contendono i porti del Paese a suon di investimenti (anche militari, nel caso di Washington). Sánchez ha invece vinto a Sud, nelle regioni più povere del Paese, tra la gente delle Ande, di solito disprezzata nei grandi centri urbani.

Ora tocca alla giuria speciale

Ma per la proclamazione si dovrà ancora attendere, probabilmente metà luglio. I verbali, registrati dall’Onpe, l’autorità elettorale, saranno messi al setaccio dalla Giuria elettorale speciale: entità tenuta a verificare, entro trenta giorni, eventuali impugnazioni e irregolarità. In bilico oltre mille verbali, secondo lo stesso Onpe. “Si tratta di un processo nuovo, introdotto di recente, e consiste nel riconteggio dei voti”, spiega ai media la portavoce della Giuria, Grecia Reintería. L’invenzione è nata a seguito degli scandali e irregolarità che hanno travolto l’Onpe dopo il primo turno, con denunce su presunti favoritismi e contratti milionari. Dieci funzionari sono tuttora sotto inchiesta mentre Piero Corvetto, l’allora presidente dell’Onpe, è stato spinto alle dimissioni. La fiducia sull’ente è ai minimi. A tal punto che, alla chiusura dei seggi, l’Onpe ha voluto subito rassicurare gli elettori: “Niente brogli“. Almeno stavolta.

L’ombra di Fujimori e le ferite mai rimarginate

La frattura è profonda. E va oltre la singola puntata elettorale. Pesa, appunto, l’ombra dell’ex dittatore Alberto Fujimori (1938-2024) che, un po’ alla Kronos, ha divorato una generazione di politici e i tre poteri dello Stato, usando il pretesto dell’autogolpe perpetrato nel 1992. In seguito Fujimori è stato condannato a 25 anni nel 2009, ma la sua figura è stata riabilitata da un’assidua propaganda sostenuta dalle élites del Paese. “C’erano migliaia di persone ai suoi funerali“, ricorda il politologo Gonzalo Banda, ricercatore all’University College London, sottolineando che a Lima e nel Perù settentrionale “c’è un fujimorismo che resiste, con una base sociale e politica molto grande”.

Invece, nelle regioni meridionali – specie ad Apurimac e Ayacucho, dove Sánchez ha preso circa l’80% – brucia ancora la ferita lasciata dalla deposizione del presidente di sinistra Pedro Castillo, previa mozione di censura del Parlamento e scontri sociali che lasciarono decine di morti da quelle parti. Manca però un confronto autentico. “Qui si ricorre a ogni forma di discriminazione al fine di squalificare chi non vota diversamente”, dice l’analista Ana María Torres. Già in passato l’ex candidato ultraconservatore Rafael López Aliaga, chiamò quell’elettorato “gente spazzatura” e, alle elezioni precedenti, la stessa Keiko Fujimori chiese l’annullamento di alcuni verbali provenienti da sud, perché “inattendibili“. Si arrivò anche a dire – parole dell’ex presidente Pablo Kuczynski – che alla gente delle Ande “non arriva l’ossigeno al cervello”. E perciò “vota male“.

Usa e Cina si prendono i porti

Perù resta osservato speciale di Washington e Pechino. Di recente gli Stati Uniti hanno assicurato l’investimento di 7 miliardi nel Porto di Corío, situato nell’Arequipa meridionale. Il doppio di quanto investito dalla Cina nel Porto di Chancay, al centro di una spinosa controversia giudiziaria, che impedisce a Lima di controllare i movimenti di Pechino nell’Infrastruttura. Il Porto di Chancay – costruito da Cosco Shipping Ports e inaugurato nel 2024, durante una visita di Xi Jinping – resta al centro delle preoccupazioni del Dipartimento di Stato Usa, che lo reputa in mano a “proprietari cinesi predatori”.

L’influenza di Pechino sul Paese sudamericano si è palesata durante i governi di Dina Boluarte, caduto nell’ottobre 2025, e quello di José Jerí, che ha sostenuto riunioni segrete con imprenditori cinesi come Zhihua Yang, già noto ai circuiti di potere di Lima. Nel frattempo gli Usa giocano tutte le loro carte, attraverso il rinnovo del Trattato di libero scambio Lima-Washington, la designazione di Perù ad “alleato principale non membro della Nato”, l’investimento di 1,5 miliardi di dollari sulla Base navale de El Callao e alcune mosse coercitive per forzare Lima all’acquisto di una trentina di F-16 targati Lockheed Martin.

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Venezuela, militari nelle miniere gestite dalle gang: 21 morti. “Il governo esegue il volere degli Usa e apre la strada a Big Oil”

Spari a raffica, dall’alto. Provengono dagli elicotteri delle Forze armate bolivariane. Colpiscono minatori, i nuovi schiavi, e non solo. E ne uccidono almeno 21. Le cifre potrebbero essere più alte, ma Caracas tace. Hanno l’ordine di “liberare”, così dicono, Las Claritas e i chilometri 33 e 88, due zone estrattive situate nel meridione dello Stato Bolívar, nel cosiddetto Arco Minero, che detiene le più grandi riserve di oro, coltan e terre rare del Venezuela. Ufficialmente l’operazione, in corso da tre giorni, punta a colpire le mafie coinvolte nel business estrattivo. In particolar modo il Tren de Aragua, designata come “organizzazione terroristica” dagli Stati Uniti. Alcune fonti parlano dell’uccisione di Hector Guerrero Flores, alias Niño Guerrero, su cui il Dipartimento di Stato Usa aveva messo una taglia di 5 milioni di dollari. La sua uccisione è stata confermata e rivendicata questa notte dall’amministrazione Trump, che ha confermato un attacco diretto sul suolo venezuelano. Altro bersaglio: Johan José Romero, Petrica, leader del Sindicato, fazione del Tren de Aragua.

Tuttavia le gang vantano ancora degli appoggi all’interno dello Stato venezuelano, in particolare nella corrente del ministro dell’Interno Diosdado Cabello, che ha filtrato in anticipo la notizia sull’imminente operazione. Sfollate anche centinaia di famiglie, ma Caracas non fornisce stime ufficiali. Nelle ore precedenti i residenti de Las Claritas hanno chiuso i varchi di entrata alla località (Troncal 10) chiedendo la fine delle operazioni e delle violazioni dei diritti umani in corso. Per ragioni di sicurezza erano stati chiusi anche gli accessi al trasporto pubblico nel municipio di Caroní.

Altissime fonti a Ilfattoquotidiano.it sostengono che l’operazione su larga scala sia stata voluta da Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, recatosi a Caracas lo scorso 3 giugno, a cinque mesi dal golpe della Cia che ha portato all’arresto del presidente Nicolas Maduro, su iniziativa di Donald Trump. Durante la sua visita Caine ha incontrato i vertici dell’amministrazione Rodríguez – assente la presidente in carica, che era in India – e ha ribadito il tema sicurezza come “priorità” dell’agenda Caracas-Washington, anche a nome delle Big Oil che chiedono ulteriori garanzie per sbarcare a pieno regime nel Paese.

Ergo: l’arrivo di Trafigura, Chevron e altre big, pronte a impossessarsi dell’Arco dell’Orinoco, non può coesistere con la presenza delle gang che, al momento, si spartiscono il territorio. Di qui l’improvvisa operazione, avvenuta in fretta e furia. Lo conferma il politologo Enderson Sequera: “Nessuna azienda investirebbe nel settore minerario in Venezuela senza garanzie di sicurezza. Gli Usa vogliono l’espulsione dei gruppi armati, tra cui l’Ejército de liberación nacional, e le mafie locali presenti nel territorio”. Per Sequera il tentativo è anche quello di recuperare “il monopolio della forza” nel meridione del Paese, poiché il vecchio equilibrio, garantito da Maduro, è ormai andato in frantumi.

L’operazione, che coinvolge diverse sigle militari, tra cui Guardia nazionale, Conas e le Forze speciali dell’esercito, è in continuità con l’approvazione della Legge organica delle Miniere, lo scorso 9 aprile, a Caracas, previa visita di Doug Burgum, segretario del Dipartimento degli Interni Usa. La normativa, in continuità con la riforma in materia di idrocarburi, elimina i vincoli statali posti durante i governi di Hugo Chávez e apre ai capitali stranieri in assenza di vincoli. “Stiamo parlando di una vernice di legalità per il saccheggio sistematico dell’Amazzonia e dello Scudo guyanese, aggravando danni umani e ambientali”, ha lamentato Cristina Volmer de Burelli, fondatrice dell’ong SosOrinoco. “La zona dello scontro, ricca di oro e rame, già al centro di sanguinose dispute territoriali, suggerisce forti pressioni politiche in atto”, ha aggiunto.

Interpellato da Ilfattoquotidiano.it, il sociologo e attivista Emiliano Terán Mantovani osserva: “Siamo in presenza di un radicale mutamento nella governance mineraria della zona. Si vuole fare spazio agli Stati Uniti”. Però l’esito non è scontato. “Difficile eliminare tutte le strutture criminali radicate anzitempo – sottolinea – Legale o no, l’attività mineraria continuerà a colpire interi ecosistemi e comunità, ignorando le esigenze dell’Amazzonia”. C’è preoccupazione anche per le famiglie, specialmente donne e bambini, che di solito subiscono i danni maggiori dalle dispute minerarie. In pericolo anche i minatori artigianali, alcuni di loro spinti dalla crisi ad abbandonare altri impieghi per aderire al lavoro estrattivo. Tra loro Javier Méndez che racconta a Ilfattoquotidiano.it: “Facevo il maestro, ma guadagnavo 5 dollari al mese. Non sono un criminale. Ho semplicemente abbandonato il gessetto per il piccone. Ora posso arrivare anche a 500 dollari, coprendo quasi il paniere base”.

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Le mani dei narcos sullo stadio Azteca: già controllano servizi e attività, così il Mondiale sarà il paradiso del riciclaggio

Più plata, meno plomo. Anche i narcos cambiano pelle in vista dei Mondiali di calcio 2026: vogliono far circolare più soldi versando meno sangue. L’ordine ai loro uomini: “Non fate casino. Occupatevi di seguire le attività”. E il riciclaggio diventa la priorità in agenda. Stando alle proiezioni della Fifa, i mondiali porteranno al Messico un indotto che andrà da 2,5 a 3 miliardi di dollari. Ogni match avrà ricadute economiche di oltre 311 milioni di dollari. Di qui una serie di investimenti anomali a Città del Messico: nei pressi dello stadio Azteca, lo storico impianto dove si gioca la partita inaugurale Messico-Sudafrica, e nel viale Tlalpan. È impennata di compravendite di ristoranti, stazioni di benzina, piccoli negozi e altre attività.

“Negli scorsi mesi hanno sborsato anche 5 milioni di pesos in contanti, che sarebbero quasi 300mila dollari, e in molti hanno ceduto”, racconta un residente, Juan Manuel Osorio, a ilfattoquotidiano.it. Cifre e modalità sono confermate anche dai dossier dell’Uif, Unidad de inteligencia financiera. L’ente rileva una “riconfigurazione finanziaria” della criminalità organizzata, volta a “capitalizzare l’afflusso di turisti” nel Paese. L’Uif segnala anche l’aumento di contratti d’affitto con canoni al di sopra della media.

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Lo schema si ripete anche in altre città, come Guadalajara e Monterrey. Il top player, secondo l’Intelligence locale, è il Cartel nueva generación de Jalisco, che avrebbe investito quasi 6 milioni di dollari in immobili, pacchetti turistici e altri prodotti. Seguono il cartello di Sinaloa e Famiglia Michoacana, con circa 4 e 2 milioni rispettivamente. Di fronte al fenomeno, l’Uif e la Commissione messicana bancaria e di valori hanno elevato l’allarme per il rischio di attività economiche illecite – e anche di tratta di persona e altri reati – nel corso della manifestazione sportiva.

La strada ai narcos è stata spianata anche dall’aumento delle locazioni, che in vista del mondiale hanno raggiunto il picco di +200% a Città del Messico, che ha costretto diversi esercenti a chiudere le serrande. Ad altri invece è stato impedito il rinnovo del contratto di locazione. “È da 15 anni che lavoriamo qui. I proprietari ci hanno detto che non rinnoveranno più il contratto”, ha lamentato Roberto Valdéz, gestore di una birreria nel viale Tlalpan. In risposta la Procura messicana ha dispiegato il proprio personale nei punti nevralgici delle città che ospiteranno i mondiali, tra cui aeroporti e zone turistiche e vicine agli stadi. È stato anche abilitato un portale online perché i turisti possano presentare le proprie denunce e identificare uffici competenti a cui rivolgersi.

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“La criminalità organizzata è molto cambiata e ora agisce come una Holding. Il mondiale? è un’occasione di diversificazione di asset senza precedenti”, spiega Luis Alberto Hinojos alla testata Nación. Il territorio messicano è anche presidiato da 100mila agenti, di cui 50mila soltanto a Città del Messico. L’impegno è quello di “rafforzare i processi di monitoraggio e identificazione di operazioni anomale ed eventuali segnali di allerta”. Ma potrebbe non bastare. “Siamo in presenza di una colonizzazione anticipata. Non si attende l’arrivo dei turisti, ma si acquista in anticipo l’infrastruttura che li riceverà”, ha aggiunto Hinojos. Fonti di Intelligence parlano anche di infiltrazioni narcos nel settore alimentare e nel controllo delle catene di fornitura di beni primari. A tale proposito le autorità messicane hanno bloccato 17 conti correnti associati al cartello di Sinaloa e ad altre organizzazioni.

Inoltre, le strutture alberghiere in mano ai narcos – a imprese a loro associate – sono presenti su piattaforme come AirBnb, mentre i loro servizi di trasporto si ricavano sempre più spazio negli aeroporti internazionali di Città del Messico e Felipe Angeles. Fonti qualificate parlano a ilfattoquotidiano.it dell’appropriazione di attività commerciali attraverso metodi coercitivi. È successo lo scorso anno a Cuemanco, quando un gang identificata con il clan “Los Rodolfos” ha chiesto ai proprietari di abbandonare la propria attività. Loro hanno opposto resistenza e, 15 giorni dopo, hanno trovato il locale bruciato. In seguito sono stati minacciati di morte e hanno lasciato il negozio.

Secondo le autorità messicane, l’appropriazione violenta di attività commerciali è un meccanismo più diffuso di quanto si pensi e colpisce soprattutto realtà piccole, da bar a negozi di souvenir. Diverse fonti sostengono che i controlli predisposti saranno insufficienti a contrarrestare le attività di riciclaggio nel corso dei mondiali, poiché molte attività potrebbero giustificare impennate di incassi con l’afflusso straordinario di turisti. “I controlli andavano adeguati prima, un paio di anni fa. Ora è impossibile“, sostiene Víctor Manuel Sánchez Valdés, professore nell’università autonoma di Coahulia.

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Prodotti trafficati illegalmente e prezzi alle stelle: gli Usa colpiscono l’economia cubana usando anche il mercato nero

Navi private Usa attraccano a Matanzas. Portano carburante – benzina e gasolio -, che poi viene rivenduto a tre o a cinque dollari al litro. “Il prezzo è inaccessibile, ma le macchine girano ancora”, ci dice Norberto Pérez, 41 anni, che risiede nella città portuale. Si salvano a malapena la Chiesa o altri enti umanitari. “Paghiamo due euro al litro per attività con finalità umanitarie. Di più sarebbe insostenibile”, spiega un operatore Caritas, che chiede l’anonimato.

Il carburante viene trasportato da ditte Usa, tra cui Apacargo Express e Katapulk Marketplace LLC. Non c’è embargo che tenga. Le ditte, divenute spesso oggetto di controversia, hanno licenze Ofac o del Bureau of Industry and Security. Poi, la merce va nelle mani di oligarchi, militari e luogotenenti. Che si sono arricchiti negli ultimi mesi. “Questo tempo di crisi è stato fonte di prosperità per alcuni”, lamenta Yulitza Márquez, 30 anni, due figli, disoccupata. “Qui non ci resta che emigrare. I prezzi sono alle stelle”, lamenta. Va così anche con il cibo, le medicine e altri beni primari. Il mercato ero si è sostituito a quello convenzionale. “Parliamo di un’occupazione subdola e silenziosa, che non necessita cannoni ed erode il tessuto sociale ed economico dell’Isola, escludendo i settori più fragili della popolazione. È una storia già vista in Romania, Albania e altri luoghi. Ed è solo l’inizio”, commenta Massimo Nevola, padre gesuita, rientrato dall’Isola poco fa. “Metà della popolazione, pur soffrendo, si arrangia e vive con dignità. Preoccupa la tenuta del 30% di loro, costretto a frugare nella spazzatura per trovare da mangiare”, aggiunge Nevola. A lui l’invasione Usa non sembra molto vicina: “Il costo politico sarebbe troppo alto. E i cubani sarebbero contrari, nonostante la crisi”. L’invasione delle merci serve anche a rendere gli Usa fornitore esclusivo dell’Isola, scavalcando Cina e Russia. Palazzo della Revolución chiude un occhio, poiché carente di alternative. Alla fine il presidente Miguel Díaz-Canel, fedelissimo di Castro, può fare ben poco per invertire la rotta.

Fonti riservate riferiscono che, per uscire dalla crisi, L’Avana sarebbe anche disponibile a consegnare le terre ai contadini, anche aprendo alla privatizzazione. Manca però la manodopera. Buona parte della popolazione (1,7 milioni di persone) è all’estero. E chi è dentro non vuole tornare nei campi.

Del resto “ciascuno sopravvive come può”, ci racconta Daniel Pedraza Díaz, che denuncia l’indifferenza del resto del mondo.
“Conoscere tutti la situazione che si vive nel mio Paese. Sapete che c’è crisi e repressione; che mancano medicine e altri beni primari. Ma nessuno fa niente”. Pure l’ultimatum del 5 giugno imposto dagli Usa – che ha minacciato sanzioni contro le aziende straniere – è passato inosservato. “Di geopolitica si parla più all’estero: la gente è concentrata sul qui e ora, facendo lunghe file per comprare qualcosa da mangiare. Alcuni vivono senza gas e altri senza luce o senz’acqua per intere giornate. Anche il cibo va a male, poiché non può essere conservato”, ci racconta Inneris Suarez, responsabile di Sant’Egidio a L’Avana. “La vita è ferma. Non ci sono trasporti. Ho fatto cinque chilometri in taxi per visitare una giovane in ospedale: è costato 6.500 pesos (quasi 300 dollari, ndr), che è il doppio del mio stipendio”. I rincari paralizzano la vita. Serve una pensione, mille pesos (quasi 36 dollari) per pagare un litro d’olio. La popolazione è al limite. D’altro canto, i prodotti erogati dal governo, attraverso la Libreta de abastecimiento, non durano nemmeno due settimane. Le folle si concentrano davanti alle mense, anche se non c’è cibo per tutti.

“La crisi sta cambiando anche il volto della gente. Ci è stato rubato il buonumore che un tempo ci caratterizzava. Soprattutto all’Avana vecchia, dove le abitazioni, assai datate, non reggono il caldo”, racconta Inneris. Persino i proclami “Cuba Libre” o “Ben vengano gli americani” sono indotti dalla disperazione. Gerardo Torres, anche lui operatore umanitario, ci spiega che, “spinto al limite, il popolo esprime la sua rabbia, anche senza tener conto delle conseguenze. Serve invece un vero dialogo, con aperture da parte del governo e meno prepotenza da parte degli Usa. Ma le parti sembrano lontane da un’intesa reale”.

Nel frattempo il carovita – l’inflazione è oltre il 14% – divora le rimesse che un tempo garantivano la sopravvivenza dei più fragili. “Quei cento o duecento dollari, che sono un sacrificio per chi vive e lavora altrove, non ci bastano più”, dice Grisel Acosta, 72enne, il cui figlio la aiuta da Madrid. “C’è uno scollamento mai visto tra prezzi e soldi a disposizione che non si era mai visto e che ci rende tutti più poveri, anche chi ha lavorato tutta la vita e ora vede sparire i propri risparmi”, conclude.

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Cuba soffocata e sempre più sola. Lo stop di alberghi e compagnie aeree per evitare le sanzioni di Trump

L’ora zero si avvicina. Cuba è sempre più sola. Venerdì 5 giugno scade l’ultimatum imposto dall’amministrazione Trump – attraverso l’Executive Order 14404 – ai “soggetti stranieri” presenti sull’isola e vincolati al conglomerato Gaesa, Grupo de administración especial sociedad anónima, col quale dovranno “liquidare le transazioni”. Vale anche per le entità partecipate con il 50% o più dal conglomerato. Altrimenti scattano le sanzioni.

Ed è già esodo. Addirittura la catena alberghiera Melià Hotels International – l’irriducibile partner europeo, sbarcato a Cuba nel 1990 e simbolo del sodalizio Madrid-L’Avana – ha annunciato l’abbandono di quindici strutture. La “cessazione immediata”, comunicata alla Commissione spagnola dei mercati finanziari, è legata al “contesto geopolitico, sociale, legale ed economico” dell’Avana. Così anche Iberostar, che ha mollato dodici strutture alberghiere. Melià sottolinea che la maggior parte degli alberghi erano già “chiusi” a causa dei “problemi energetici” e del “crollo della domanda” turistica all’Avana. Fonti ufficiali registrano un crollo del 55,8% del turismo a Cuba, con meno di 300mila visitatori stranieri registrati nel 2025 (il minimo storico). Si acuisce anche la crisi energetica, con diverse località che registrano appena tre ore di corrente al giorno.

Altre dodici strutture alberghiere sono state abbandonate dalla catena Iberostar in un “processo di adattamento al clima di regolamentazione internazionale”. Dagli eufemismi filtra il timore di sanzioni Usa, che non attecchiscono nell’Ue, ma potrebbero colpire gli asset delle catene in America. Al fuggi fuggi si unisce il colosso canadese Blue Diamond, che lascia i quindici alberghi in gestione. Altre strutture hanno semplicemente sospeso le prenotazioni, come Valentin Hotels, Blau e Roc.

Fonti consultate da Ilfattoquotidiano.it sostengono che, in queste ore, le aziende straniere attive ed esposte alle sanzioni Usa sbrigano pratiche e consulenze per mettere in salvo le proprie attività. Persino le compagnie aeree Iberia e World2Fly hanno sospeso i voli all’Avana mentre Air Europa attende l’evolversi della situazione. Anche i circuiti di pagamento Visa e MasterCard saranno fuori servizio dal 6 giugno.

Gli annunci a catena delle chiusure hanno offuscato le cerimonie per il 95° anniversario della nascita di Raúl Castro, fratello di Fidel. A sua volta la Spagna esprime “grande preoccupazione” per le “misure unilaterali Usa” che aggravano la “crisi umanitaria” a Cuba. Ma al momento la reazione è tiepida – e persino deludente, per alcuni – visto il soft power che da decenni Madrid esercita su Cuba (già persa con gli Usa a fine Ottocento). Interpellato da Rtv.es, l’analista Raisel Rodríguez lamenta l’assenza spagnola, che “dovrebbe essere l’asse europeo nell’Isola” ma “non risulta pervenuta”. E Madrid teme che la nuova stretta Usa sia animata dalla finalità di eliminare la concorrenza a futuri investimenti Usa nell’Isola, già presente nella lista dei desideri di Trump almeno dal 1998.

L’escalation infiamma anche il dibattito a Washington. Martedì il segretario di Stato Usa ha provato a convincere la Commissione esteri del Senato sulla strategia anti-Gaesa, sostenendo che il conglomerato “possiede quasi tutto nel Paese”, cioè 17 milioni di dollari in attivi, mentre “ci sono persone che stanno letteralmente morendo di fame”. Rubio ha anche ripetuto che Cuba sponsorizza il terrorismo, menzionando le Farc ed Eln colombiane, e parlando anche di “Centri di raccolta dati russi e cinesi nell’Isola”. Tuttavia, incalzato dal deputato Dem Chris Van Hollen – che chiedeva al segretario di Stato di tirare fuori le “prove” sul sostegno cubano al terrorismo – Rubio ha risposto: “Non avremo tempo per affrontare questo punto”.

In un articolo pubblicato su Granma il governo cubano ha smentito che Gaesa sia “una struttura opaca” o “parallela allo Stato”, spiegando che il conglomerato ha permesso all’Isola di “sopravvivere” all’assedio Usa, attraverso la costruzione di 10mila abitazioni e manutenzione di infrastrutture essenziali. L’Avana denuncia inoltre l'”escalation più intensa, sproporzionata e pericolosa” nella storia recente tra Usa e Cuba, animata da “ideologi dell’ultradestra cubano-americana”.

Del resto i colloqui proseguono, con anche il recente summit tra vertici militari a Guantanamo Bay, ma l’avanzamento delle trattative resta ancora un mistero. Soprattutto a causa del coinvolgimento di Raúl Guillermo Rodríguez Castro, i cui interessi – specie in Panama, dall’imprenditore Ramón Carretero Napolitano – potrebbero risultare diversi da quelli del popolo cubano e della stessa Revolución.

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La Bolivia sull’orlo della guerra civile: un mese di proteste per chiedere le dimissioni del presidente Paz. Che minaccia di schierare l’esercito

Un mese di proteste. La Bolivia è sull’orlo della guerra civile. Oltre novanta strade bloccate in sei dipartimenti, soprattutto a La Paz e Cochabamba, roccaforte dell’ex presidente Evo Morales Ayma. “È giunta l’ora di definire chi comanda. O il popolo o l’impero”, dice in diretta il leader indigeno, la cui candidatura alle Presidenziali 2025 era stata inabilitata dal Tribunale costituzionale plurinazionale della Bolivia. L’appello: “Ribelliamoci contro il modello neoliberista e lo Stato coloniale”.

Le manifestazioni hanno preso il via il 1 maggio con richieste come l’abrogazione della Legge 1720 che apriva all’ipoteca delle terre dei contadini in cambio di crediti, l’aumento dei salari (soprattutto per maestri e operai) e della qualità del carburante che ha destato l’ira dei trasportatori. Pochi giorni dopo la piazza – che riunisce contadini, minatori e trasportatori, molti di loro di provenienza indigena – ha chiesto la testa del presidente conservatore Rodrigo Paz, in carica da sei mesi. “Que renuncie, carajo!“, grida la folla nelle vicinanze di Palazzo Quemado, sede dell’esecutivo, il cui perimetro è bloccato dalle Forze dell’ordine. “L’esigenza unica delle venti province (coinvolte nello sciopero, ndr) è la rinuncia di Rodrigo Paz”, ha affermato Vicente Salazar, presidente della Federazione di lavoratori contadini di La Paz “Túpac Katari“, uno dei principali movimenti aderenti alla rivolta. Della stessa posizione la Central obrera boliviana (Cob) che declina l’invito di Paz ai negoziati. “Abbiamo deciso di mantenere le misure di pressione. Non c’è alternativa. Scartiamo il dialogo“, ha fatto sapere la Central attraverso il portavoce José Luis Álvarez.

Tra i manifestanti si insinua anche la via di mezzo di un referendum revocatorio sulla presidenza di Paz e, anche se la strada è percorribile solo a metà mandato, cioè fra due anni, qualcuno propone di accelerare i tempi. Oppure di convocare elezioni anticipate.

I sindacati denunciano anche l’aumento della repressione, che registra oltre 127 arresti e una vittima, Víctor Cruz Quispe, 24 anni, ucciso il 25 maggio dalla polizia a colpi d’arma da fuoco. “Esprimiamo le nostre condoglianze alla famiglia e alla comunità. Comprendiamo il vostro dolore”, è stata la dichiarazione del governo nazionale, dopo aver provato a rinnegare l’accaduto, attraverso il portavoce José Luis Gálvez.

Secondo il Ministero della Sanità, i blocchi hanno provocato la morte indiretta di almeno cinque pazienti a causa di mancate forniture di ossigeno, carestia di farmaci e sospensione dei servizi medici. In risposta al problema Paz ha annunciato l’apertura di corridoi umanitari al fine di rifornire le strutture sanitarie. “Il Paese ha bisogno di ordine e la situazione sta arrivando al limite”, dice il presidente che ha dimezzato della metà il suo stipendio di 3.448 dollari al mese. Per lui l’attuale crisi risulta “peggio della pandemia” là dove l’inflazione è al 14%, i danni economici delle rivolte sfiorano i 600 milioni di dollari e il Paese ha esaurito le sue riserve dal 2023.

Ma non c’è solo l’invito alla concordia. La scorsa settimana Paz ha approvato la Legge 1731, che autorizza l’esecutivo a inviare le Forze armate nelle strade e dichiarare lo stato di emergenza, abrogando i divieti posti nel 2020 dall’ex presidente Jeanine Añez. E nemmeno le casse vuote hanno impedito il recente acquisto di agenti chimici (gas lacrimogeno) per l’equivalente a 8,5 milioni di euro, con l’obiettivo di sciogliere le proteste. Un cenno d’intesa agli industriali boliviani che hanno lamentato “l’insufficiente capacità di azione” dell’esecutivo nel contenere le proteste. Gli industriali sostengono che il “tessuto produttivo” è al “limite delle sue possibilità” e occorrono “scelte immediate”.

Sulla crisi è intervenuto anche il segretario di Stato Usa Marco Rubio: “Che nessuno si confonda, gli Stati Uniti sostengono il governo costituzionale legittimo della Bolivia”. E non si fa mancare l’insulto ai manifestanti: “Non permetteremo che criminali e trafficanti di droga facciano cadere leader eletti democraticamente nel nostro continente”. Parole copiate dalla coalizione militare Shield of the Americas – guidata dagli Usa e di cui fa parte anche la Bolivia – che esprime “profonda preoccupazione” per le manifestazioni in corso. La Bolivia ha ricevuto almeno un invio di aiuti umanitari dagli Stati Uniti. Washington è schierata con Paz che dopo vent’anni gli ha restituito il primato sul Paese sudamericano. Soprattutto sul litio e altre risorse a partire dal memorandum d’intesa sulla “cooperazione in materia di minerali critici” sottoscritto lo scorso 27 aprile.

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