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Il risultato dell’autobavaglio del Csm sarà una giustizia troppo pavida verso i potenti

Le nuove linee guida approvate dal Csm, che stabiliscono le regole sull’informazione giudiziaria da dare ai media, prevedendo l’obbligo per i procuratori di aggiornare e rettificare i precedenti comunicati, nascono da una constatazione difficilmente contestabile: troppo spesso l’annuncio di un’indagine o di un arresto riceve una grande esposizione mediatica, mentre le eventuali archiviazioni e le assoluzioni, ovvero il ridimensionamento delle accuse iniziali passano spesso inosservate.

È un problema reale. Un sistema giudiziario che impiega anni, talvolta decenni, per arrivare ad una decisione definitiva espone cittadini ed imputati al rischio di una condanna anticipata sul piano dell’opinione pubblica. Da questo punto di vista, l’obiettivo di garantire una comunicazione più equilibrata e rispettosa della presunzione di innocenza mi appare condivisibile. Il problema emerge, però, quando questo meccanismo viene calato nella realtà degli uffici giudiziari italiani, già alle prese con carenze di organico, arretrati cronici e carichi di lavoro spesso insostenibili. Ogni nuovo obbligo amministrativo richiede tempo, personale, procedure, controlli e responsabilità: un tempo che viene sottratto all’attività principale della magistratura, che è di indagare e giudicare.

A questi adempimenti si accompagna poi il rischio di rilievi disciplinari per chi non ottempera correttamente agli obblighi informativi. Perciò, l’effetto è quello che in gergo è stato definito “autobavaglio”. Non si tratta di un divieto esplicito, ma di un sistema di incentivi e disincentivi, che induce prudenza, oltre ogni ragionevole limite. Per un procuratore o un magistrato dirigente, ogni comunicato può trasformarsi in una futura incombenza, in una verifica, in una possibile contestazione. Ed a beneficiare di questo clima sono, di fatto, soprattutto coloro che dispongono già di strumenti per proteggere la propria immagine pubblica: grandi imprenditori, manager, politici, professionisti influenti, vale a dire i cosiddetti colletti bianchi. Figure che possono permettersi uffici stampa, consulenti della comunicazione e studi legali capaci di presidiare ogni fase del procedimento.

Il rischio maggiore riguarda le indagini più complesse e delicate: reati come la corruzione, il traffico di influenze, lo scambio politico-mafioso o le grandi frodi economiche raramente producono prove immediate e schiaccianti. Si tratta quasi sempre di procedimenti lunghi, costruiti attraverso intercettazioni, riscontri documentali e collaborazioni investigative. In questo contesto, un sistema che aumenta gli oneri burocratici per chi conduce le indagini potrebbe produrre un effetto deterrente sulla propensione ad affrontare le inchieste più controverse ed impegnative, quelle, cioè, che coinvolgono centri di potere economico e politico, e che già espongono magistrati e investigatori a forti pressioni pubbliche.

Il risultato potrebbe essere una giustizia troppo pavida verso i potenti, per la quale l’unica preoccupazione diventa quella di osservare le prescrizioni formali e “mettere le carte a posto”. Ma una giustizia nella quale la tutela della reputazione degli indagati assume un peso crescente finisce per far passare in secondo piano il diritto dei cittadini ad essere informati su fenomeni di rilevante interesse pubblico.

Il punto, perciò, è che queste riforme si concentrano eccessivamente sugli effetti mediatici della giustizia, trascurando di affrontare le cause profonde della sua inefficienza. Se un procedimento penale si conclude dopo dieci anni con un’assoluzione o una prescrizione, il problema principale non può essere il comunicato stampa della procura, bensì che lo Stato ha impiegato dieci anni per accertare se una persona fosse colpevole o innocente.

Le nuove norme rischiano così di intervenire sul sintomo anziché sulla malattia. Queste riforme è che introducono obblighi informativi, procedure, verifiche e adempimenti amministrativi per gli uffici giudiziari, ma non affrontano con la stessa determinazione le croniche carenze di organico, gli arretrati, la complessità procedurale e l’insufficienza delle risorse che rendono la giustizia italiana una delle più lente d’Europa. Invero, non viene riservata un’adeguata attenzione al cittadino comune, che attende anni una sentenza civile, alla vittima che aspetta giustizia per tempi interminabili o all’imputato privo di notorietà, che resta intrappolato in procedimenti destinati a durare oltre ogni ragionevole limite.

Si crea così una singolare inversione di priorità. Da un lato si rafforzano le tutele comunicative per chi è coinvolto in procedimenti ad alta esposizione mediatica; dall’altro rimangono sostanzialmente irrisolti i problemi che incidono quotidianamente sulla vita di milioni di persone: la lentezza dei processi, la scarsità di personale, le inefficienze organizzative e la difficoltà di ottenere decisioni in tempi ragionevoli.

Il rischio è che la politica finisca per occuparsi principalmente dell’immagine della giustizia anziché del suo funzionamento, dimenticando che il vero scandalo non è che un’indagine venga raccontata dai giornali, bensì che troppo spesso servano anni per sapere come quella vicenda finirà. E finché questo nodo non verrà affrontato, ogni riforma della comunicazione giudiziaria rischierà di apparire come un intervento marginale, utile forse a proteggere la reputazione di chi esercita un potere, ma insufficiente a migliorare la giustizia uguale per tutti.

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Ddl Costa: condivido l’obbligo di dare spazio ad archiviazioni o assoluzioni, ma non se riscrivono la realtà

Nel dibattito seguito al disegno di legge proposto dal deputato Enrico Costa, approvato nei giorni scorsi dalla Camera, sembra sfuggire un aspetto fondamentale quando si parla di informazione giudiziaria.
Obbligare i media, che hanno dato notizie inerenti ad un procedimento penale, a dare visibilità e spazio adeguato all’archiviazione o all’assoluzione risponde ad un’esigenza importante per chi è incappato nelle maglie di una vicenda giudiziaria, della quale hanno parlato giornali e televisione.

Pertanto, l’idea che si debba dare conto della decisione favorevole con un rilievo analogo a quello dato all’accusa è degna di apprezzamento, in quanto riequilibra il rapporto tra giustizia, informazione e reputazione. In realtà, prima che essere una regola giuridica costituisce un principio di correttezza, che peraltro è già sancito dal codice deontologico dei giornalisti e in parte risulta regolamentato da una norma della Cartabia.

Tuttavia, al di là delle perplessità sollevate dalle opposizioni parlamentari sul ddl Costa, con particolare riferimento all’intervento del Garante della privacy, ritengo che vi sia un profilo di criticità meritevole di maggiore attenzione. Non vi è dubbio, infatti, che esista una differenza fondamentale tra il diritto di essere informati sull’esito di un procedimento e la pretesa che quell’esito possa cancellare il valore informativo dei fatti emersi nel corso dell’inchiesta o del processo.

È questo il punto cieco di molta retorica che accompagna le nuove norme sull’obbligo di pubblicazione di assoluzioni e proscioglimenti, laddove sembra insinuarsi l’idea che il processo penale, o meglio il suo esito finale, sia l’unico metro per giudicare la rilevanza di una vicenda pubblica. Come se un’assoluzione sia in grado di trasformare automaticamente una storia di interesse collettivo in una non-notizia.

Ma in una democrazia l’informazione non può funzionare in questo modo. La giustizia penale, invero, accerta le responsabilità individuali secondo standard probatori molto rigorosi. L’informazione, invece, ha il compito di raccontare fatti, contesti, comportamenti e conseguenze, che possono conservare un rilievo pubblico indipendentemente dalla loro rilevanza penale.

Tanto per esemplificare, nessuno può seriamente sostenere che il sistema di relazioni opache, di favori, di affidamenti e condizionamenti, che possono emergere da indagini e procedimenti penali possa perdere rilievo politico e amministrativo solo perché una qualificazione giuridica è stata esclusa. In altri termini, identificare la memoria dei fatti solo con il dispositivo finale di una sentenza non può certamente contribuire a formare un’opinione pubblica consapevole e documentata, per la semplice ragione che la storia giudiziaria e quella politica non coincidono mai perfettamente.

Il problema è che una certa cultura politica sembra voler sostituire il diritto all’informazione con una sorta di diritto alla cancellazione dei fatti e del contesto in cui gli stessi si sono verificati. Si accetta che i giornali raccontino un’inchiesta soltanto a condizione che, anni dopo, l’assoluzione venga considerata una specie di colpo di spugna retroattivo.

Si dimentica, tuttavia, che un amministratore pubblico può essere assolto e aver comunque assunto decisioni discutibili; che un ministro può non aver commesso reati e aver esercitato il proprio ruolo in modo politicamente censurabile; che un dirigente può risultare penalmente innocente e aver mantenuto comportamenti incompatibili con gli standard di trasparenza richiesti da una funzione pubblica. La distinzione è essenziale: il processo penale stabilisce ciò che può essere punito; il dibattito pubblico valuta ciò che è opportuno, corretto, responsabile. Per questo l’obbligo di informare sulle assoluzioni è sicuramente condivisibile; non lo è, invece, la pretesa, più o meno esplicita, di trasformare l’assoluzione in una forma di riscrittura della realtà.

I giornali hanno il dovere di riferire gli esiti dei procedimenti, anche quelli assolutori, ma non possono sottacere i fatti, perché la verità processuale è una cosa, la memoria pubblica è un’altra. Ne’ bisogna dimenticare quanto prescrive l’art. 48 della Costituzione, vale a dire che “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. E il controllo sull’osservanza di questo dovere spesso richiede la conoscenza dei fatti che emergono nei procedimenti penali, non solo quelli che si concludono con l’accertamento della responsabilità penale, ma anche quelli che terminano con un provvedimento di archiviazione o una sentenza di assoluzione.

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Far pagare i magistrati di tasca propria? L’ennesima riforma da talk show che non risolverà nulla

Dopo l’archiviazione da parte del gip del Tribunale di Firenze, su conforme richiesta della Procura, del procedimento in cui si indagava sui rapporti tra il fondatore di Forza Itala e Marcello Dell’Utri con Cosa nostra, si torna ad agitare lo spettro della responsabilità civile dei magistrati, quella diretta. Colpisce che a farlo sia Marina Berlusconi in relazione ad una vicenda nella quale l’esito giudiziario è stato favorevole al padre, per cui in questo caso si potrebbe sostenere, a ragione, che il sistema stavolta ha funzionato, anche a tutela delle persone indagate. La proposta, però, viene da lontano ed è stata portata nei giorni scorsi all’attenzione anche del ministro Nordio, che però si sarebbe dimostrato in disaccordo.

Evidentemente ogni governo ha il suo nemico preferito. Negli anni Novanta erano i “lacci e lacciuoli”. Poi sono arrivati i fannulloni pubblici. Oggi, di nuovo, tocca ai magistrati, il bersaglio prediletto.

La ricetta proposta è molto semplice: basta responsabilità indiretta dello Stato, siano i giudici e i pubblici ministeri a pagare personalmente per gli errori giudiziari. Uno slogan potente. Peccato che sia soprattutto propaganda.

Da oltre trent’anni la politica promette di “riformare la giustizia”. Nel frattempo si sono succeduti governi di ogni colore, commissioni, riforme epocali annunciate e quasi sempre dimenticate. Dalla legge Vassalli del 1988 alla riforma Renzi-Orlando del 2015, fino agli interventi della Cartabia ed alle attuali modifiche costituzionali sulla separazione delle carriere. Eppure i problemi reali sono sempre gli stessi: processi infiniti, carenza di personale, uffici al collasso, arretrati mostruosi. È di giovedì la notizia della pendenza di ben 1300 richieste di misure cautelari inoltrate dai pm della Procura di Napoli, che però i giudici del Tribunale non riescono ad evadere.

Tuttavia, invece di affrontare questi nodi strutturali si preferisce agitare il fantasma del magistrato irresponsabile.

È una vecchia storia. Quando la politica non riesce a rendere più efficiente la macchina della giustizia, cerca consenso individuando un colpevole. E quale bersaglio migliore di una categoria che, per definizione, deve prendere decisioni impopolari? Il punto è che la responsabilità civile diretta non colpisce il magistrato negligente. Colpisce il magistrato indipendente. Un giudice deve poter decidere nei confronti di un amministratore pubblico, di un potente gruppo economico o di un’organizzazione criminale senza avere il timore che ogni decisione sgradita si trasformi in una causa milionaria contro il suo patrimonio personale.

Chi immagina che questa riforma aumenti la qualità delle decisioni probabilmente non ha capito come funziona l’istituzione giudiziaria. Accadrebbe l’esatto contrario. Nascerebbe una magistratura difensiva, paralizzata dalla paura. Non il giudice che applica la legge, ma il giudice che si chiede come evitare guai a sé stesso.

Del resto la stessa politica che oggi invoca il pugno duro contro i magistrati è spesso la stessa che per decenni ha lasciato gli uffici giudiziari senza personale amministrativo, con sistemi informatici inadeguati ed organici insufficienti. Secondo la narrazione dominante, i ritardi della giustizia dipenderebbero da giudici pigri e irresponsabili. Una favola comoda. La realtà racconta altro: migliaia di procedimenti pendenti per magistrato, cancellieri mancanti, scoperture di organico croniche e una produzione legislativa caotica, che cambia continuamente le regole del gioco.

Negli ultimi anni il Parlamento ha approvato decine di modifiche ai codici, spesso contraddittorie tra loro. Ogni maggioranza promette semplificazione e produce nuove complessità. Poi, quando il sistema si inceppa, la colpa si riversa sui magistrati.

Naturalmente gli errori esistono, anche gravi. Sarebbe ipocrita negarlo. Ma il rimedio non è trasformare il magistrato in un professionista sotto ricatto economico permanente. La domanda da porsi è diversa: perché le procedure disciplinari sono così lente? Perché le valutazioni di professionalità sono spesso percepite come meri adempimenti burocratici? Perché gli uffici che funzionano male continuano a funzionare male per anni senza interventi organizzativi efficaci?

Se davvero si vogliono ridurre errori ed inefficienze, le strade da intraprendere dovrebbero essere altre. Ad esempio: valutazioni professionali rigorose e trasparenti, fondate sulla qualità delle decisioni e sulla capacità organizzativa; ispezioni più frequenti negli uffici con criticità croniche e pubblicazione dei risultati; investimenti massicci in personale amministrativo e digitalizzazione funzionante; formazione continua obbligatoria su nuove normative, tecnologie e gestione dei procedimenti complessi; procedure disciplinari rapide.

Tutto questo richiede risorse, programmazione e volontà politica. Molto più difficile che scrivere una norma punitiva da esibire nei talk show.

La verità è che la responsabilità civile diretta dei magistrati non è una riforma della giustizia, ma una riforma della comunicazione politica. Serve a soddisfare un sentimento di rivalsa, non a migliorare il funzionamento dei tribunali. Da trent’anni ogni governo promette la svolta definitiva. Da trent’anni si cambia il bersaglio ma non si affrontano le cause. Una riforma della responsabilità civile non farebbe altro che aggravare lo stato comatoso della giustizia, rendendola ancora più lenta ed inefficiente, con cittadini meno tutelati e magistrati più pavidi nei confronti dei potenti, ma anche più ricattabili.

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