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Il Papa ha capito l’IA più di tanti politici. Parla lo youtuber Gaito

Quando Leone XIV ha pubblicato la Magnifica Humanitas, la lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, i media si sono quasi all’unisono concentrati principalmente su una parola, “disarmare”. Il risultato è stato prevedibile, con titoli che evocavano prese di posizione papali sui conflitti armati e sull’agenda geopolitica. Tutto giusto, ma non sufficiente a restituire il quadro di quanto espresso dal Pontefice. Raffaele Gaito, divulgatore digitale con oltre 200.000 iscritti su YouTube, autore del volume In cosa posso esserti utile. Guida molto pratica e poco emotiva all’intelligenza artificiale (Mondadori, 2026), ha dedicato un video sui suoi canali social proprio a smontare quella lettura.

«Hanno preso una frase, anzi una singola parola molto forte, “disarmare”, ed è stato facile costruire una notizia attorno a quel termine», dice Gaito a Formiche.net. Nel documento pontificio, il verbo compare in riferimento a un meccanismo di dominio legato all’intelligenza artificiale, ovvero la concentrazione del potere tecnologico nelle mani di pochi grandi attori privati. «Il pericolo di lasciare tutto nelle mani di un gruppo di imprenditori della Silicon Valley e di utilizzare queste tecnologie senza una seria riflessione etica. Il messaggio è evidente fin dalle prime pagine».

Tre livelli di lettura

Restando al di là del contenuto di natura spirituale, e quindi religiosa, materie di cui Gaito non si occupa, il divulgatore identifica nell’enciclica almeno tre livelli di significato distinti. Il primo è storico. «Il fatto stesso che esista un’enciclica dedicata all’intelligenza artificiale ha un valore non indifferente. Ci fa capire quanto la tecnologia sia ormai presente nelle nostre vite e quanto stia già incidendo in modo trasversale sulla società». Il secondo è politico, nel senso più ampio del termine. L’enciclica ha detto cose che altri non hanno detto. «Il Papa ha condiviso riflessioni che ci saremmo aspettati da altri soggetti, ma che non sono arrivate, né dalla politica, né tantomeno dal mondo accademico o da quello degli intellettuali». Molti di coloro che seguono i suoi canali, racconta Gaito, gli hanno scritto chiedendogli se non trovasse paradossale che fosse stato il Papa a colmare quel vuoto. «E io dico sì, e nel frattempo i politici stanno lì a guardare e forse il Papa e il suo team, che hanno lavorato a questa enciclica, hanno compreso più di tanti l’impatto che ha questa tecnologia».

Il terzo livello riguarda il contenuto. Gaito spiega infatti di avere costruito negli anni una divulgazione esplicitamente centrata sulla persona, il che lo porta ad essere particolarmente diretto su questo punto. «È un messaggio in cui io mi ritrovo molto. Sono diversi anni ormai che condivido il mio pensiero sull’intelligenza artificiale, raccontando i pro e i contro, i benefici e le limitazioni e così via, e mi sono rivisto in molte di quelle parole».

Il tifo da stadio che non aiuta il dibattito

Uno dei nodi più discussi dell’enciclica è il modo in cui il tema dell’intelligenza artificiale viene trattato nel dibattito pubblico. Leone XIV chiede di non essere spettatori passivi. «L’intelligenza artificiale spesso viene trattata in modo divisivo. Sei a favore o sei contrario. Il tifo da stadio non fa bene al dibattito», spiega Gaito, che tuttavia individua un ostacolo strutturale. «La tecnologia è qua, è già nelle nostre vite. Non stiamo parlando del futuro ma del presente. Cercare di comprenderla significa raccontarne le potenzialità e i limiti, gli aspetti positivi e i rischi, far capire quello che c’è dietro». Un approccio che però, riconosce, non è commercialmente conveniente. «Questo approccio razionale, molto concreto, quindi poco emotivo, è una cosa molto rara. È una cosa che non funziona quanto funziona urlare allo scandalo e fare il titolone che magari ti fa vendere una copia in più o ti fa ottenere un clic in più».

Algoritmi che decidono vite

L’enciclica dedica poi ampio spazio al tema delle disuguaglianze prodotte dall’intelligenza artificiale. Non un problema teorico, dice Gaito. «Già in realtà c’è. Il fatto è che molte persone non lo sanno. Ogni volta che apriamo un social c’è un algoritmo che decide cosa mostrarci, e quella roba ci influenza quotidianamente. Ma la parte grave è quando è un’IA a decidere che magari non puoi avere un mutuo, un’assicurazione oppure no, persino se puoi essere assunto o licenziato. Ecco, in quei casi la questione diventa molto importante, perché non ci si può nascondere dietro la scusa del “l’ha deciso l’algoritmo”, con un effetto scaricabarile, nel quale nessuno si prende la responsabilità e nessuno paga le conseguenze». La risposta, per Gaito, passa per la regolazione e la trasparenza. «Bisogna pretendere che il legislatore vada in una certa direzione, che le aziende decidano un certo livello di trasparenza e che ci sia una supervisione umana».

Il manifesto di Palantir e il sogno infranto

Poi c’è il tema della concentrazione del potere nelle mani di grandi attori privati che, scrive Leone XIV, «fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione». Già Gaito nelle scorse settimane aveva analizzato sul suo canale il manifesto pubblicato da Palantir, la società di analisi dei dati fondata da Peter Thiel. «Io ho definito quel manifesto come una delle cose più distopiche che abbia mai incontrato nella mia vita, in questo lavoro che faccio da una ventina d’anni». Poi rincara la dose. «Probabilmente, fino a qualche anno fa, l’avremmo letto con il sorriso sulle labbra. Avremmo detto: vabbè, questi sono un po’ strani, sono i soliti soggetti un po’ particolari che vivono in Silicon Valley, fuori dal mondo. Oggi, purtroppo, quella cosa non mi fa più sorridere. È da prendere molto seriamente, perché è la visione del mondo che hanno alcune persone, e che non mette l’uomo al centro, assolutamente no, e che vogliono imporre al resto del mondo». Il raffronto con l’enciclica è conseguenziale. «Qualsiasi cosa leggevo lì dentro, uno, mi spaventava; due, ero in profondo disaccordo; e tre, se vogliamo fare il parallelismo con l’enciclica, era estremamente lontana da quella visione che invece abbiamo letto nel documento del Papa. Le due visioni si oppongono proprio: sono antitetiche».

La questione, per Gaito, è che ormai il modello del “fondatore che costruisce nel garage e cambia il mondo” è scomparso. «Io ero un ex-ragazzino cresciuto con il mito della Silicon Valley. Un po’ alla volta mi è crollato, da diverso tempo ormai. Leggere un documento del genere è stata proprio la pietra finale messa su quel sogno. A un certo punto, hanno avuto un potere enorme tra le mani, e da quel momento hanno iniziato a fare un po’ quello che volevano. Senza controllo. Perché quando diventi più potente e ricco di uno Stato non è sicuramente la multa della Comunità Europea a fermarti».

Il paragrafo 107 e la questione della governance

Quale paragrafo dell’enciclica consiglierebbe quindi Gaito a chi lavora ogni giorno con l’IA? «C’è questo passaggio che io trovo potentissimo, al paragrafo 107, dove dice che non serve un’IA più morale se questa morale è decisa da pochi. Riassume perfettamente quello che penso. La lezione è: non dimentichiamoci che di fronte abbiamo degli esseri umani. In un mondo che va alla velocità della luce e dove il dato regna sovrano, ricordiamoci che dietro quei dati ci sono sempre delle persone, con esigenze e problematiche, oltre che sogni e obiettivi». Paradossalmente, però, potrebbe essere proprio l’IA a restituire spazio alle relazioni umane. «Se la usiamo per automatizzare quella parte più noiosa, più macchinosa del lavoro, possiamo liberare tempo da dedicare alle persone, a ricostruire quelle relazioni che forse abbiamo un po’ messo da parte negli ultimi anni. Dobbiamo capire che è una scelta. Non dobbiamo subire questa tecnologia. Possiamo decidere noi in che direzione vogliamo indirizzarla».

 

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L’IA arriva al G7. L’appello dei vescovi ai leader, nel nome di Prevost

L’appello lanciato da Città del Vaticano è forte, indirizzato ai leader che si riuniranno a Evian dal 15 al 17 giugno. Due giorni in cui al G7 si farà il punto della situazione. Impossibile quindi non parlare di intelligenza artificiale. L’augurio da parte dei presidenti delle Conferenze episcopali dei sette paesi più importanti al mondo è che possano dibatterne seguendo i principi espressi da papa Leone XIV. “Chiediamo ai leader del G7 e alle aziende tecnologiche di stabilire regole internazionali chiare affinché le nuove tecnologie siano poste al servizio della persona umana e del bene comune”, scrivono ricalcando quanto scritto dal Pontefici nell’enciclica Magnifica Humanitas. “Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia ma impedirle di dominare l’umano”, sottolineano. “Non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale. Deve rimanere sotto il controllo umano ed essere governata da chiari principi etici”.

Tra le firme della petizione ci sono anche quelle del presidente della Cei, Matteo Zuppi, e il presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea, Monsignor Mariano Crociata. Anche loro riaffermano la necessità di mettere al centro “la dignità di ogni persona umana”, al centro di qualsiasi rivoluzione. “Le istituzioni internazionali restano indispensabili per prevenire i conflitti, proteggere le popolazioni civili e promuovere la giustizia dei popoli”, ricordano.

Anche per questo, i vertici delle Conferenze episcopali mettono l’accento su un timore che li accomuna: la riduzione della spesa pubblica. “Destano viva preoccupazione i recenti tagli agli aiuti pubblici allo sviluppo in diversi paesi del G7. Mentre in molte regioni del mondo aumentano i bisogni umanitari, incoraggiamo a mantenere un forte impegno a favore della lotta contro la povertà, dell’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, della sicurezza alimentare e di uno sviluppo che rispetti le popolazioni e l’ambiente. Milioni di persone vedono diminuire le loro possibilità di accedere a cibo, salute, istruzione e protezione. Chiediamo agli Stati del G7 di rinnovare il loro impegno a favore della solidarietà internazionale e di un partenariato equo con i Paesi del Sud. Le politiche di sviluppo devono avere come scopo prioritario la riduzione della povertà, la sicurezza alimentare, l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, nonché la tutela delle persone più vulnerabili”.

Un primo passo verso quello che viene auspicato sembra già essere stato compiuto. Dal G7 di Evian verrà partorito un manifesto sull’IA promosso dai giovani da tutto il mondo. Il documento conterrà le preoccupazioni sulla tecnologia che si spera vengano prese in considerazione della politica. Al contrario di quel che si potrebbe pensare, infatti, attorno all’IA ci sono molte paure – sempre collegate al ruolo che potrà avere l’uomo nella transizione digitale. Come afferma il Paris Peace Forum in una nota, questa iniziativa rientra nell’agenda della presidenza di turno francese. Non a caso prenderanno parte all’evento di lancio del 15 giugno anche la viceministra responsabile per l’IA e il Digitale, Anna Le Hénanff, e l’Alta commissaria per l’infanzia, Sarah El Ha’ry.

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Inps, al Forum PA la sfida del nuovo welfare tra IA e demografia

Rendere i servizi più vicini, accessibili e calibrati sui bisogni delle persone. È questo l’orizzonte tracciato dall’Inps al Forum PA 2026, l’appuntamento annuale dedicato all’innovazione nella pubblica amministrazione, dove l’Istituto ha portato al centro del confronto trasformazione digitale, intelligenza artificiale e qualità delle prestazioni offerte ai cittadini.

Un percorso che non si limita all’innovazione tecnologica, ma investe il modo stesso in cui il welfare dialoga con l’utenza. In questo quadro si collocano sia il ruolo delle piattaforme nazionali sia l’eredità del Pnrr, indicati come fattori chiave per accelerare la digitalizzazione dei servizi pubblici. Allo stesso tempo, l’Inps punta anche su modelli più evoluti di ascolto e interazione, come dimostra il “Corner Welfare”, spazio dedicato all’ecosistema dell’Istituto e al rapporto con cittadini e territori.

Nel corso della manifestazione, ampio spazio è stato dedicato al tema dell’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione. Non solo applicazioni concrete, ma anche riflessioni sulle implicazioni strategiche e sulla governance, con particolare attenzione a dati, competenze e sicurezza. Un ambito che si intreccia direttamente con la modernizzazione del welfare e con l’impatto delle nuove tecnologie sui processi amministrativi.

Gabriele Fava, presidente dell’Inps, ha inquadrato queste trasformazioni nel contesto più ampio delle sfide in corso. “Di fronte all’inverno demografico, alle transizioni tecnologiche e alle tensioni geopolitiche, il sistema di welfare deve evolversi per rispondere ai bisogni della società contemporanea”, ha spiegato, sottolineando la necessità di superare un modello esclusivamente assistenziale. L’obiettivo, ha aggiunto, è accompagnare i cittadini lungo tutto l’arco della vita con un sistema dinamico, capace di adattarsi ai cambiamenti sociali ed economici e di superare logiche pensate per un altro secolo.

In questo processo, l’intelligenza artificiale è indicata come una leva operativa. Secondo Fava, l’Istituto sta adottando queste tecnologie per rendere i servizi più efficienti e migliorare la personalizzazione. Un passaggio che, nelle sue parole, non deve essere interpretato come una minaccia per il lavoro, ma come un’opportunità per valorizzare le competenze, alleggerendo le attività ripetitive e consentendo di offrire prestazioni più rapide e trasparenti.

Le criticità restano tuttavia strutturali: invecchiamento della popolazione, calo delle nascite e impatto delle nuove tecnologie. Sfide che, ha osservato il presidente, non possono essere gestite solo su base nazionale ma richiedono un coordinamento più ampio. In questa prospettiva si inserisce la proposta di creare un “G7 del welfare e della previdenza”, un tavolo permanente di confronto tra i principali enti europei, che potrebbe tenere in Italia una prima riunione già nel prossimo anno. L’obiettivo è dar vita a un laboratorio stabile di analisi e proposta, in grado di elaborare soluzioni da sottoporre al legislatore.

Sul rapporto tra tecnologia e dimensione umana si è soffermata anche il direttore generale Valeria Vittimberga, evidenziando come trasformazione digitale e intelligenza artificiale debbano restare strumenti al servizio delle persone. “Dobbiamo decidere se rendere la tecnologia sovrana o se mettere al centro l’umanità”, ha sottolineato, indicando nelle nuove tecnologie una possibile risposta alle fragilità e ai bisogni sempre più differenziati della società.

Una trasformazione che, per essere sostenibile, richiede anche una revisione dell’organizzazione interna. In questa direzione, tra gli strumenti indicati figurano lo smart working, il lavoro per processi e il cosiddetto metaprocesso, che consente di allocare la produzione dove si concentra la capacità operativa, mantenendo al contempo una presenza capillare sul territorio come presidio del welfare e punto di riferimento per i cittadini, anche nei centri più piccoli.

La partecipazione dell’Inps al Forum PA si è sviluppata attraverso tavole rotonde e incontri dedicati a leadership pubblica, ruolo della dirigenza, nuove relazioni tra amministrazione e cittadini e modelli di partecipazione sociale. Tra i momenti principali, il panel “Dirigenza e leadership per una PA che guarda al futuro”, con la presenza del direttore generale Vittimberga, e la presentazione del volume “Le eccellenze nella pubblica amministrazione. Competenze, merito e risultati: storie che cambiano il Paese”, a cui hanno preso parte il ministro Paolo Zangrillo, il presidente Fava e rappresentanti del mondo istituzionale, accademico e professionale.

Il programma si è chiuso con un focus dedicato al ruolo dell’Istituto in uno scenario segnato da incertezza e trasformazioni – demografiche, economiche e geopolitiche – intitolato “L’Inps nel tempo dell’incertezza: inverno demografico, transizioni e crisi geopolitiche”.

A conclusione della manifestazione è stata inoltre presentata la nuova uscita della rivista dell’Istituto, “Del Futuro, il welfare che unisce”, con contributi del ministro Marina Calderone, del presidente Fava, del direttore generale Vittimberga, del consigliere di amministrazione Micaela Gelera e dei direttori centrali Giuseppe Conte (Relazioni internazionali), Diego De Felice (Comunicazione) e Maria Sciarrino (Ammortizzatori sociali). Un numero che punta a raccontare un welfare capace di parlare alla vita delle persone e di rispondere ai bisogni nel momento in cui si manifestano.

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Il Cdm approva la normativa sull’IA. Ecco cosa prevede

Dare organicità. È questo il senso della normativa sull’intelligenza artificiale approvata dal Consiglio dei ministri, che ha dato il lasciapassare – in via preliminare – a due decreti legislativi per concretizzare quanto affermato nella legge n. 132 dello scorso anno. “È un provvedimento complesso, che richiama la competenza di più di metà del governo”, afferma il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, durante la conferenza stampa post consiglio. “L’Italia è la prima nazione che si dota di una disciplina normativa nazionale organica”, rivendica. Sul tema, il resto d’Europa appare “meno avanzato rispetto a noi”. Ora la palla passa alle commissioni parlamentari, alla conferenza delle regioni e ad “alcune autorità di garanzia”. Quindi – sottolinea Mantovano – certamente da questo esame arriverà un ulteriore arricchimento di un quadro che però è già molto particolare e complesso”.

La normativa stabilisce quindi gli ambiti di applicazione a livello nazionale. Da una parte quindi disciplina i poteri delle autorità nazionali, dall’altra segnano un perimetro giuridico entro cui operare. La governance viene affidata all’AgID (Agenzia dell’Italia Digitale), all’Acn (Agenzia per la cybersicurezza nazionale), a cui verranno affiancate altre autorità in base alla materia di competenza. E dunque Banca d’Italia, Consob, Ivass e Garante della privacy. Tutto questo perché il fulcro della normativa è che l’IA deve essere uno strumento di aiuto, grazie ad analisi e previsioni, ma non di sostituzione. Nessuna decisione potrà quindi essere presa senza il via libera dell’essere umano.

L’impatto della normativa riguarda tutti i settori. Per quanto riguarda la formazione, l’IA entra di fatto nel curriculum formativo dei licei, mentre la materia viene accennata nei programmi delle scuole elementari, così da dare un’infarinatura generale ai ragazzi. “Per saper insegnare i rischi legati all’intelligenza artificiale e l’IA come disciplina è evidente che occorre formare i docenti”, aggiunge il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, annunciando una nuova app pensata per la formazione dei docenti. In tutto, il Dicastero ha stanziato un budget di 300 milioni per portare avanti le iniziative nell’Istruzione. Per il Ministero dell’Università e della Ricerca, l’IA dovrà intervenire nel rafforzamento delle competenze e nella formazione e valorizzazione della ricerca.

Sul lavoro, la ministra Marina Calderone assicura che nessun sistema automatizzato potrà prendere decisioni in ambito di “assunzione, modifica delle condizioni contrattuali,  licenziamento e sanzioni disciplinari”. La tutela dell’essere umano è al centro della normativa, riflettendo lo spirito antropocentrico espresso da Papa Leone XIV nella sua enciclica Magnifica Humanitas.

Un aspetto che viene ribadito anche dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. In ambito di sicurezza, “non è previsto alcun sistema di sorveglianza di massa o di Grande fratello generalizzato ed è vietato l’utilizzo di grandi banche dati biometriche”, assicura. Solo di fronte a “casi eccezionali, in casi di pericolo, minacce gravi e specifiche”, le forze dell’ordine si serviranno dei dati biometrici per prevenire i reati. “L’IA applicata ai dati biometrici di soggetti noti potrebbe portare all’identificazione in tempo reale di possibili attentatori”, così come “la ricerca di latitanti, di persone scomparse o di presunti autori di vittime della tratta, sequestro o sfruttamento sessuale”. Tutto però deve passare dal Gip, a cui bisogna chiedere l’autorizzazione. Anche nell’utilizzo ex post del reato, aggiunge Piantedosi, “sono previste garanzie”. Il concetto viene sottolineato poi dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio. “Tutte le attività di rilievo biometrico possono avvenire solo con il controllo della magistratura e su richiesta del pubblico ministero al gip. Solo in caso di urgenza possono essere adottate dal pm, con successiva convalida da parte del gip”. Il Guardasigilli annuncia inoltre l’introduzione “di una nuova fattispecie di reato, ossia la punizione di chi progetta, realizza o omette le necessarie misure di sicurezza dei sistemi di IA quando da tale condotta derivi un concreto pericolo per la sicurezza delle persone o dello Stato”.

Nel suo intervento all’assemblea di Confcommercio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso le sue preoccupazioni per l’IA. Due, in particolare. Quella dell’impatto sul mercato del lavoro e, più in generale, l’influenza che l’intelligenza artificiale può avere “sulle nostre democrazie”. “Andiamo verso un mondo nel quale diventa difficile distinguere quello che è vero da quello che non lo è”. Da qui un esempio a effetto, ma chiaro. “Se mi vedete mezza nuda sul letto, voglio che ci sia scritto ‘generato con l’IA'”.

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Niente Siri AI in Europa. Il prezzo del Dma tra sicurezza, concorrenza e competitività

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Industria, marittimi, aeronautica. Meloni sprona l’Ue sull’Ets

La competitività europea, di domani ma anche di oggi, passa inequivocabilmente dal dossier Ets. Ovvero dal meccanismo di neutralità climatica che potrebbe deindustrializzare il Vecchio continente. Per questa ragione, in occasione della videoconferenza ospitata dal presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni, dal Cancelliere federale tedesco Friedrich Merz e dal Primo Ministro belga Bart De Wever, è stata messa nero su bianco la necessità di una accelerata netta sul punto: ovvero che la prevista proposta di revisione della Direttiva Ets, attesa entro il prossimo luglio, si concentri sulla mitigazione del suo impatto sui prezzi dell’energia, sulla riduzione della volatilità delle tariffe e sull’eliminazione degli effetti asimmetrici sugli Stati membri.

Questa la posizione di Roma esplicitata dinanzi a un ricco parterre, composto dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e dai Leader di Austria, Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Grecia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Spagna e Svezia.

Si tratta di un’esigenza particolarmente sentita da Confindustria, secondo cui il rischio è uno solo: “Senza una revisione profonda dell’Emissions Trading System usato per scambiare quote di emissioni di Co2, andiamo verso una deindustrializzazione, che l’Europa non si può permettere”. Parole dure quelle del vicepresidente di viale dell’Astronomia con delega all’Energia Aurelio Regina, intervenuto a Bruxelles in una conferenza stampa dedicata proprio al delicatissimo tema dell’Ets. L’associazione datoriale, aggiunge, “è determinata” a favorire una revisione dell’Ets che “non faccia perdere competitività” all’Europa, proprio in un momento in cui si trova in una “guerra commerciale dalla Cina senza precedenti”, perché “le merci cinesi stanno invadendo l’Europa”. Questa, avverte, “è l’ultima chiamata”.

Tra i riflessi diretti che accusano il colpo vanno menzionati anche due comparti specifici. Primo, quello marittimo, nella consapevolezza che la transizione ecologica deve procedere “con pragmatismo e apertura ai carburanti alternativi, evitando approcci ideologici che rischiano di penalizzare industria, lavoro e competitività”. Un passaggio che il viceministro alle infrastrutture Edoardo Rixi ha dedicato alla questione, intervenendo al Consiglio dei ministri dei Trasporti dell’Unione Europea, in programma a Lussemburgo, rappresentando il Governo italiano. Un desco a cui Rixi la posto la questione della revisione del meccanismo Ets applicato al trasporto marittimo, dal momento che il governo italiano teme che l’attuale impostazione andrebbe solo a foraggiare fenomeni di delocalizzazione dei traffici verso scali extraeuropei, con possibili ripercussioni negative sui porti nazionali e sull’intera economia marittima europea.

Secondo, quello aeronautico: per questa ragione i leader di Airlines for Europe (A4E), Aci Europe, Asd, Canso Europe ed Era, hanno inviato una lettera aperta alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, al vicepresidente esecutivo Stéphane Séjourné e ai commissari Wopke Hoekstra e Maroš Šefčovič in rappresentanza dell’ecosistema dell’aviazione europea: chiedono che la revisione supporti e non ostacoli, il percorso del settore aeronautico verso le emissioni nette zero.

“Le decisioni prese nell’ambito della revisione – si legge nella missiva – saranno cruciali sia per la decarbonizzazione sia per la competitività del settore aeronautico europeo. In un momento di crescente concorrenza globale e di esigenze di investimento senza precedenti, l’Europa deve evitare misure che indeboliscano il settore aeronautico”. In sostanza la posizione del governo italiano, secondo cui il sistema Ets “rappresenta un’ulteriore tassa a carico delle imprese europee, con effetti sui costi di produzione e sulla competitività”.

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Dall’ambiente al sociale, ecco chi è stato premiato agli Impact Award

Si è svolta la seconda edizione dell’Impact Award, promosso da Polimi Graduate School of Management in collaborazione con il centro di ricerca Tiresia e con il sostegno di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp).

Premiate le iniziative capaci di trasformare le sfide ambientali e sociali in opportunità per il Paese, generando impatti tangibili per persone, comunità e territori.

L’evento si è tenuto presso il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano con la partecipazione del presidente di Cdp, Giovanni Gorno Tempini, dell’amministratore delegato di Cdp, Dario Scannapieco, e della Rettrice del Politecnico di Milano, Donatella Sciuto, che hanno consegnato il riconoscimento ai rappresentanti dei sette progetti vincitori.

L’Impact Award si articola in più categorie: Pmi, Imprese, Infrastrutture, Pubblica Amministrazione – con riconoscimenti distinti per l’impatto ambientale e sociale – e Cooperazione internazionale.

I sette progetti vincitori sono stati scelti per la capacità di produrre benefici misurabili per l’ambiente e le persone, grazie a soluzioni innovative che rispondono a bisogni concreti con effetti positivi e duraturi.

L’iniziativa è rivolta ai soggetti attivi in tali ambiti che hanno siglato un accordo di finanziamento con Cassa depositi e prestiti.

La giuria, composta da esperti di sostenibilità e innovazione provenienti dall’imprenditoria, dal settore pubblico, ma anche dal mondo accademico e dal terzo settore, ha selezionato i vincitori a partire da una rosa di 20 finalisti.

“La sfida più grande per aziende e Istituzioni è coniugare competitività e sostenibilità, garantendo al tempo stesso una transizione che non lasci indietro nessuno”, ha spiegato il presidente Giovanni Gorno Tempini.

“Cdp ha un approccio equilibrato e pragmatico: sosteniamo lo sviluppo del Paese facilitando l’accesso al credito e indirizzando i finanziamenti verso progetti capaci di produrre impatti positivi. Inoltre, guardiamo all’innovazione che oggi più che mai richiede un impegno di sistema. Le esperienze che premiamo insieme al Politecnico di Milano con l’Impact Award sono un esempio chiaro del legame tra sostenibilità e trasformazione digitale”.

Dario Scannapieco poi ha sottolineato che “i vincitori e i finalisti della seconda edizione dell’Impact Award raccontano casi concreti di realtà che
progettano il futuro in chiave sociale e green, generando impatti reali e misurati grazie anche alle nostre metodologie di valutazione e al lavoro con il Politecnico di Milano. Come emerso dalla ricerca DOXA, aziende ed Enti continuano a vedere gli investimenti in sostenibilità come possibilità dicrescita nel medio-lungo periodo. Il compito di CDP è quello di mettere a disposizione risorse e competenze per promuovere un circolo virtuoso verso una transizione giusta”.

La Rettrice Donatella Sciuto ha affermato che “come università tecnologica impegnata per il bene comune, crediamo che l’impatto vada oltre i risultati ottenuti; è importante anche la capacità di generare nuova conoscenza e opportunità per i territori. L’Impact Award riconosce non solo ciò che è stato fatto, ma anche il potenziale di crescita delle persone e delle iniziative premiate per renderne gli effetti ancora più solidi, trasformando esperienza e conoscenza in valore condiviso”.

I progetti vincitori

Categoria PMI
Simpro S.p.A. (Piemonte): ha realizzato un edificio industriale per azzerare la quasi totalità dei consumi energetici, grazie a un impianto fotovoltaico, un sistema geotermico e strutture per la mobilità elettrica.

Categoria Imprese Ambientale
Damiano S.p.A. (Sicilia): ha sviluppato l’efficientamento idrico del processo produttivo lungo la filiera della frutta secca, la digitalizzazione del magazzino e la creazione di un reparto dedicato agli allergeni.

Categoria Imprese Sociale
Esaote S.p.A. (Liguria): ha creato e commercializzato un dispositivo di risonanza magnetica per la chirurgia del glioma cerebrale, collaborando con neurochirurghi e utilizzando tecnologie innovative.

Categoria Infrastrutture

E-Distribuzione S.p.A. (Lazio): ha investito nel potenziamento della rete di distribuzione elettrica nazionale, migliorando la qualità, l’efficienza del servizio e rafforzandone la resilienza climatica.

Categoria PA Ambientale
ABC Napoli (Campania): ha realizzato una piattaforma di ultima generazione per ridurre le perdite della rete idrica, migliorando l’efficienza del servizio e la gestione sostenibile della risorsa acqua.

Categoria PA Sociale
ARCA Puglia Centrale (Puglia): ha avviato la riqualificazione del patrimonio residenziale pubblico, con priorità all’eliminazione delle barriere architettoniche e all’accessibilità degli alloggi.

Categoria Cooperazione Internazionale
XacBank (Mongolia): ha ampliato il portafoglio prestiti a sostegno delle micro, piccole e medie imprese mongole, in particolare a guida femminile e giovanile e nelle aree rurali, e di progetti green e della filiera del cashmere sostenibile.

La ricerca

Nel corso della premiazione è stata anche presentata l’indagine “Sostenibilità, competitività e impatto” curata da DOXA1, parte del Gruppo Ipsos, da dove emerge come, in uno scenario globale caratterizzato dall’incertezza, le aziende orientate a investire in sostenibilità e gli Enti locali
dedichino maggiore attenzione alla dimensione sociale e di governance, pur senza trascurare la componente ambientale.

La quota delle imprese, Pmi incluse, che dichiara di voler – nei prossimi tre anni – aumentare gli investimenti nel benessere e nella tutela dei lavoratori (offrendo smart working, flessibilità dell’orario lavorativo, welfare aziendale e formazione), raggiunge il 66%, in incremento
dal 44% degli ultimi tre anni.

Cresce il numero delle realtà imprenditoriali che mirano ad accrescere l’impegno per la salute e la salvaguardia dei dipendenti anche in termini di sicurezza: 53% dal 44% del triennio precedente.

In aumento infine le percentuali relative agli investimenti per migliorare la governance (39% dal 33%). L’indicazione per una riduzione dell’impatto ambientale invece, diminuisce pur restando prioritaria, passando al 69% dall’89%.

Maggiore attenzione alla componente sociale si rileva anche per gli enti locali: il 35% dei Comuni che investono in sostenibilità sono intenzionati a rendere più attrattivi i loro territori in termini di infrastrutture e servizi (era al 26% nei tre anni passati) mentre rimane costante l’impegno per la riduzione dell’impatto ambientale (69%).

La ricerca evidenzia inoltre come per l’intero campione degli intervistati la sostenibilità non rappresenti più solo un fattore reputazionale ma sia percepita sempre più come una leva economico-finanziaria nel medio-lungo periodo: in particolare per il 30% delle imprese migliora le performance finanziarie e per il 26% facilita l’accesso ai fondi pubblici ed europei.

Infine, per accelerare gli investimenti, l’81% delle aziende e il 93% dei Comuni ritiene necessario un supporto, con risorse e competenze, soprattutto nella fase di progettazione tecnica ed economica.

 

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Più sole e più vento in Italia (ma senza Cina). La pioggia di incentivi Ue

Incentivi, e tanti, alle rinnovabili italiane. Il che, in tempi di petrolio a 100 dollari al barile e gasolio oltre i due euro non è proprio una cattiva notizia. Se poi, come già fatto in questi mesi, è possibile estromettere i produttori di pannelli solari made in China dalle gare per i sussidi, il gioco è fatto. La Commissione europea ha approvato, nell’ambito del quadro degli aiuti di Stato del Clean Industrial Deal, un piano italiano da 23 miliardi di euro a sostegno della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.

Ora, la misura, hanno chiarito da Bruxelles, “contribuirà alla transizione verso un’economia a zero emissioni nette e al raggiungimento dell’obiettivo in materia di energie rinnovabili fissato a livello Ue per il 2030”. Nello specifico, il piano tricolore mira a sostenere la costruzione di impianti che generano energia elettrica utilizzando energia eolica onshore, solare, idroelettrica e biogas. Gli impianti dovrebbero aggiungere un totale di 37,15 GW di capacità di energia elettrica rinnovabile, pari a circa il 48% dell’attuale capacità di fonti rinnovabili in Italia. Tutto questo significa, essenzialmente, più energia verde per lo stivale.

La misura “contribuirà in modo significativo all’obiettivo di decarbonizzazione dell’Italia, che prevede di raggiungere il 39,4% del consumo finale lordo di energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2030 e contribuirà a ridurre i prezzi dell’energia elettrica e la dipendenza dell’Unione dalle importazioni energetiche, in linea con gli obiettivi definiti nel Clean Industrial Deal e nel piano Repower Eu”, viene sottolineato dalla stessa Commissione. Nel dettaglio, gli aiuti saranno erogati sotto forma di pagamenti variabili nell’ambito di contratti per differenza bilaterali, che prevedono un bonus per ogni kWh di energia elettrica prodotto e immesso in rete, sulla base di un cosiddetto prezzo di riferimento.

In sostanza, se i prezzi di mercato dell’energia elettrica saranno inferiori al prezzo di riferimento, lo Stato pagherà la differenza. Se saranno superiori, le imprese rimborseranno la differenza. I contratti avranno una durata di 20 anni mentre gli aiuti saranno concessi sulla base di una procedura di gara trasparente e non discriminatoria, in cui i beneficiari presenteranno offerte sul prezzo di riferimento necessario per la realizzazione di ciascun singolo progetto. Ed è molto probabile che i pannelli con componentistica cinese, se non addirittura prodotti nel Dragone, restino fuori dai giochi.

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Perché Trump vuole far entrare gli americani nel capitale dei colossi IA

Elemento di comunanza di vedute apparente o reale convergenza di opinioni. Donald Trump e Bernie Sanders sembrano d’accordo su un punto: l’idea che una parte della ricchezza generata dall’Intelligenza artificiale debba tornare direttamente ai cittadini americani. Non attraverso un nuovo schema regolatorio, almeno per ora, ma con una partecipazione pubblica nelle grandi società del settore.

Secondo Axios, il presidente americano ha aperto alla possibilità che gli Stati Uniti acquisiscano una piccola quota nei giganti dell’IA, così da consentire alla popolazione di condividere il potenziale rialzo di aziende destinate, nelle attese degli investitori, a valutazioni nell’ordine dei trilioni di dollari. Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, Trump ha descritto il modello come una sorta di “partnership” tra le società tecnologiche e il pubblico americano. Una formula che richiama al tentativo di legare il consenso verso l’IA alla redistribuzione di una parte dei suoi benefici finanziari.

Già OpenAI, Anthropic e SpaceX sono da tempo al centro delle attese di Wall Street per possibili quotazioni o operazioni di mercato di grandi dimensioni. E l’amministrazione americana guarda alla possibilità di costruire un meccanismo attraverso cui i cittadini possano partecipare al valore creato dalle imprese che stanno guidando la corsa tecnologica. Ecco perché Trump ha detto che il suo team sonderà la possibilità di una partecipazione statunitense nelle aziende dell’AI, mentre la Casa Bianca continua a cercare un equilibrio tra sostegno industriale, controllo strategico e gestione degli effetti sociali della nuova tecnologia.

Le idee

Il tema arriva ma non nasce alla Casa Bianca. Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha spinto negli ultimi mesi per un “AI New Deal”, portando l’idea anche nei colloqui con esponenti dell’amministrazione e del Congresso. E, sul versante politico opposto, Sanders ha rilanciato il dossier con la proposta – più radicale – di un fondo sovrano alimentato da una tassa una tantum del 50% sulle azioni delle principali società americane dell’intelligenza artificiale. Proposta che affonda le sue radici nell’idea che la ricchezza prodotta dall’AI non deriverebbe sì dal capitale privato, ma soprattutto dal sapere collettivo, dai dati e dalle infrastrutture sociali su cui i modelli sono stati costruiti. Per questo, sostiene Sanders, una quota rilevante dovrebbe tornare alla collettività.

L’Industria

L’industria, naturalmente, guarda a un’ipotesi molto meno onerosa. Secondo Axios, tra i sostenitori più pragmatici dell’idea si ragiona su quote comprese tra l’1% e il 5%, da conferire a un fondo pubblico o a uno schema analogo. Una differenza sostanziale rispetto al modello Sanders, ma sufficiente riconoscere che la legittimazione sociale dell’IA passerà anche dalla distribuzione dei suoi dividendi. Anche perché trasformare i cittadini in beneficiari diretti della crescita dell’IA  potrebbe diventare uno strumento di consenso. In poche parole, se gli americani parteciperanno al successo economico della tecnologia, saranno più inclini ad accettarla.

L’amministrazione Trump ha già sperimentato, in settori ritenuti critici, un approccio più interventista rispetto al tradizionale modello dei sussidi. L’accordo con Intel, che ha previsto un investimento pubblico in azioni ordinarie del gruppo, è stato presentato come parte della strategia per rafforzare la capacità americana nei semiconduttori. Applicare una logica simile all’intelligenza artificiale significherebbe spostare ulteriormente il confine tra politica industriale, sicurezza nazionale e mercato.

Washington guarda anche a Pechino. Trump ha legato la proposta alla necessità di mantenere il vantaggio americano sull’IA rispetto alla Cina. Una partecipazione pubblica nei campioni tecnologici nazionali potrebbe essere letta, in questa prospettiva, come un modo per consolidare l’ecosistema industriale statunitense e presentare la corsa all’intelligenza artificiale non solo come una competizione tra imprese, ma come un progetto nazionale.

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Se l’IA indebolisce il nostro arsenale intellettuale

Non sappiamo più fare a meno dell’IA?

Facendo un giro sui social – tra gli articoli stampati su carta di qualche raro (distratto) giornalista, tra le testate online e, in particolar modo, tra i post dei cosiddetti esperti su Linkedin – è ormai facile trovare contenuti scritti, in parte o interamente, per mano dell’intelligenza artificiale.

Sembra infatti sempre più raro, se non anacronistico, trovare chi, di fronte all’esigenza di essere rapidi, di coprire l’argomento nel minor tempo possibile, sia disposto a perdere minuti in più per scrivere di sana pianta, con le proprie parole e il proprio spirito critico, un post, un articolo, un’analisi o un ragionamento.

Che l’IA possa causare danni all’intelletto o ritardare lo sviluppo di funzioni cerebrali non è stato ancora scientificamente accertato; quello che certo è che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale come alternativa al proprio lavoro intellettuale rappresenti, alla lunga, una forma di debito cognitivo capace di coinvolgere memoria, vocabolario e linguaggio, spirito critico e acume analitico.

Ma è solamente nostra responsabilità? La necessità di produrre contenuti, a discapito della qualità di questi, rappresenta senza dubbio un primo fattore che spinge chiunque debba scrivere un post, un’analisi o un articolo ad affidarsi alla rapidità dei nostri colleghi artificiali. Ma a che prezzo? Contenuti tutti più o meno simili, nei quali le capacità di reporting dei sistemi di intelligenza artificiale prevalgono sulle qualità intrinseche di chi svolge un lavoro intellettuale: il ragionamento, la capacità di unire i puntini, di riportare gli avvenimenti in una chiave di lettura differente, di caratterizzare i testi – dal post all’analisi geopolitica o politica – con il proprio bagaglio culturale, con la propria capacità di visione.

E così troviamo, anche nei post di coloro che solitamente tengono seminari, lezioni, conferenze sull’utilizzo dell’IA o sulla guerra cognitiva in corso, contenuti simili, nei quali è sempre presente uno “scenario o quadro più ampio”, nei quali “x non è solo x, ma anche y” e gli avvenimenti si collocano sempre più spesso “in un’epoca segnata da…”, o dove è facile leggere formule come “è proprio questo il punto”.

Le conseguenze

Oltre alla produzione di contenuti simili e mai davvero pienamente “propri”, occorre sottolineare due punti ai quali forse non si pone la giusta attenzione.

Primo: la dialettica hegeliana del servo-padrone. Siamo abituati ad adoperare questi strumenti come ausilio, come aiuto, con l’errata convinzione di poter essere sempre e comunque capaci di esercitare le nostre funzioni cognitive quanto e quando vogliamo. Peccato che non sia così. E man mano, utilizzo dopo utilizzo, diveniamo dipendenti dallo strumento che credevamo di governare, che nel frattempo plasma le nostre percezioni, prima, le nostre opinioni, poi. E quelle di chi legge.

Il debito cognitivo che causa l’eccessivo utilizzo dell’IA indebolisce, uso dopo uso, la nostra capacità di ragionare, di applicare coscienza storica e letture critiche, di cogliere l’eccezionalità di alcuni eventi o, semplicemente, di analizzarli per conto nostro. Ancora, l’eccessivo utilizzo di IA riduce la qualità e la durata della nostra attenzione. E, come ultimo e più importante, erode la conoscenza, selezionando le informazioni al nostro posto e impattando negativamente sul pensiero critico di studenti e professionisti.

Secondo: il conflitto cognitivo. Disinformazione e manipolazione delle percezioni sono, in quanto minacce ibride, “suscettibili di essere moltiplicate dall’evoluzione dello spazio cibernetico e dell’ambiente mediatico”. Se un modello linguistico (Llm) viene avvelenato con contenuti falsi o parzialmente corrotti o se l’IA seleziona una delle molte informazioni non veritiere presenti sul web, allora il contenuto da lei prodotto sarà, di conseguenza, viziato, manipolato.

E questo contenuto contribuirà a plasmare le percezioni di chi lo legge e di chi lo “scrive”, contribuendo all’inquinamento dell’ecosistema informativo e, ancora, impattando sulla capacità collettiva di difendersi dagli attacchi cognitivi ai quali siamo, tutti, quotidianamente sottoposti.

Senza ombra di dubbio gli strumenti dell’IA sono utili, a volte più che necessari, perché capaci di valutare una mastodontica mole di informazioni in pochi attimi o perché capaci di riassumere, scrivere, progettare video e immagini, il tutto quasi istantaneamente.

Ma è anche vero che delegare qualcuno o qualcosa, chiedendogli di pensare e scrivere al nostro posto, significa rinunciare a pensare con la propria testa, scegliendo la rapidità rispetto alla qualità e la comodità rispetto alla responsabilità.

Quale responsabilità? Quella di rispondere con la nostra testa alla disinformazione e agli attacchi cognitivi che ci circondano, rimanendo presenti, vigili, consapevoli. E rifiutandosi di svuotare l’unico arsenale che possiamo tutti avere, quello intellettuale.

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Intelligenza artificiale, chi ha il diritto di spegnere tutto? La riflessione di Piselli

Chi ha il diritto di “spegnere” tutto? Non un programma, non un server, ma una corsa intera, la corsa all’IA. Gli Stati, che sul progresso hanno sempre costruito la loro sovranità? Le imprese, che per definizione inseguono l’innovazione per profitto? O quel costrutto vago e indecifrabile che, banalizzando, chiamiamo popolo, e che non ha mai votato su nulla di tutto questo?

La questione non è retorica. Questa settimana Anthropic — il famoso AI lab che ha ideato Claude e che è oggi valutato vicino al trilione di dollari — ha chiesto al mondo di costruire un meccanismo per rallentare, o fermare, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale di frontiera.

Ma può il tecno-capitalismo rallentare? Può l’evoluzione umana rallentare? Chiedere alla tecnologia – che è nient’altro che uno specchio dell’umanità – di frenare è come chiedere all’acqua di non scorrere a valle: la tecnologia non ha un freno perché non è “altro” da noi. E l’uomo da sempre prende, conquista, si propaga, contamina — l’agente Smith di Matrix lo aveva reso con chiarezza: non una specie, ma un virus che si diffonde finché trova nutrimento. Il get big fast, e faster, importato qui per moda dai circoli della Silicon Valley come fosse legge di natura.

È vero, degli stop nella storia ci sono stati (Asilomar e Dna ricombinante, Omg e moratoria europea, nucleare in alcuni paesi etc), ma si è trattato di tecnologie a più bassa diffusione commerciale della IA.

C’è poi un dettaglio che vale la pena considerare. Lo stesso laboratorio che invoca un freno ammette che oggi più dell’80% del suo codice non lo scrive più l’uomo, ma la macchina; quella stessa macchina che è sempre più vicina al recursive self-improvement, all’Artificial General Intelligence. E chi invoca il freno è lo stesso che poi preme l’acceleratore verso la quotazione. Non è ipocrisia. È la prova che la tecnologia non (si) può frenare. E che persino chi grida “fermatevi” (oggi Marina Favaro e Jack Clark, ieri Elon Musk e persino papa Leone in Magnifica humanitas) lo fa a sua volta correndo o rin-correndo.

E abbiamo paura, a ragione. Non sapremo governare la transizione. Mestieri interi svaniranno, professioni che credevamo eterne si scopriranno fragili, e il lavoro cognitivo — in teoria — tenderà a un costo marginale pari a zero. Si annulleranno le occasioni di scambio, come quelle che avvenivano tra i devs nei corridoi delle grandi software house («mi aiuti a far girare questo script?») e che generavano un piccolo debito umano e un pizzico di conoscenza reciproca.

Ed è ben probabile che il mondo si spezzi in due: chi possiede i sistemi/modelli informatici e chi se ne serve, una frattura più profonda di quella teorizzata da K. Marx, tra capitale e lavoro. Intorno a questa paura fiorirà, prevedibile come la primavera, una stagione abbondante di convegni e di bandi PRIN sull’etica e la public policy dell’intelligenza artificiale. Se ne discuterà molto, e con competenza. Servirà soprattutto, temo, a chi ne discute.

E chi se ne importa.

Voglio dire: è la domanda a essere sbagliata. Non perché la paura non sia fondata, ma perché ci inchioda a una scelta che non esiste — accelerare o frenare, abbracciare o respingere, salvezza o apocalisse. La partita non è lì. Mettiamo da parte la fede e il terrore, le due liturgie gemelle del nostro tempo. Togliamo tutto. Cosa rimane?

Rimangono due cose, che poi, a guardar bene, forse sono una sola: il rischio e la responsabilità.

Rimarranno perché qualcuno in carne e ossa deve pur poter rispondere e rischiare. La macchina può scrivere il codice; ma qualcuno dovrà firmare la revisione che lo manda in produzione, e quel qualcuno, se il sistema crolla, sarà chiamato a portarne il relativo peso. La macchina potrà ordinare mille precedenti meglio di qualsiasi giurista; ma la sentenza la pronuncerà sempre un giudice, perché una decisione che cambia una vita esige un soggetto responsabile (almeno in teoria). La macchina potrà istruire ogni delibera di un CdA; ma il rischio d’impresa lo porterà sempre un consiglio fatto di persone che rispondono davanti a chi ha investito — e nessuna business judgment rule assolverà mai un algoritmo, perché un algoritmo non ha nulla da rischiare, né perdere.

Ecco allora il punto. L’umano non sopravviverà perché un giudice in carne e ossa giudichi in astratto meglio di una macchina, o un medico curi meglio, o un avvocato tratti meglio con le persone (e forse è addirittura vero il contrario). Né tanto meno perché lo human in the loop si impone per legge. Sono balle, e presto i fatti le smentiranno. L’umano sopravvivrà per una ragione: perché la società non sarà mai disposta a esternalizzare dall’uomo stesso tali funzioni. Si tratta di primitive sociali irriducibili. Perché responsabilità vuol dire avere qualcosa da perdere, e solo chi può perdere può rispondere. E rischiare vuol dire scommettere una posta contro un ritorno incerto e solo chi è umanamente toccato dal calcolo cost-reward può rischiare.

Siamo allora condannati a essere revisori docili della macchina, a firmare ciò che non riusciremo più a comprendere? Non necessariamente. C’è una legge, in informatica, che porta il nome di Gene Amdahl: la velocità di un processo o di un sistema non la decide la parte che accelera, ma quella che resta lenta. E se accelera tutto, il collo di bottiglia insostituibile rimane l’uomo. Siamo insieme l’innesco di questa rivoluzione e il suo limite — e il limite, qui, non va invocato tramite forza di legge, ma semplicemente osservato quale l’esito naturale di un processo evolutivo di un sistema (ormai ibrido) che si autoregola.

Non credo che il mondo di domani sarà mai Matrix. Anche se forse vi si avvicinerà in qualche modo. Ma sospetto che il futuro segnerà, per contraccolpo, un ritorno all’uomo: al suo giudizio e alla compassione — alle sole cose che nessun sistema informatico saprà rendere a costo marginale zero, perché per l’uomo non hanno prezzo.

Chi ha il diritto di spegnere tutto, allora? Credo nessuno, collettivamente: è pressoché impossibile nel caso della IA. E la domanda giusta forse è un’altra: non chi avrà il diritto di frenare, ma chi, quando tutto intorno correrà a velocità inumana, saprà ancora fermarsi, svegliarsi, e chiedersi il senso più profondo di tutto questo.

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Troppa o troppo poca? La situazione dell’acqua in Italia

“La temperatura media atmosferica del Paese registrata negli ultimi 50 anni è aumentata di 2°C e questo comporta un impatto diretto sul ciclo dell’acqua: più la temperatura cresce, più aumenta l’evaporazione e con essa il rischio di siccità; ma allo stesso tempo, più la temperatura aumenta e maggiore è l’umidità che si immagazzina nell’atmosfera e che può dare vita a precipitazioni particolarmente intense. Si viene così a creare un apparente paradosso in cui di acqua o ce n’è troppa, come nei casi di bombe d’acqua e alluvioni, o troppo poca, come le siccità nei mesi estivi”. Crisi climatica e crisi dell’acqua sono oggi due facce della stessa medaglia.

A dirlo è il rapporto “Troppa o poca acqua. L’acqua in Italia in un clima che cambia”, realizzato da Italy for Climate, il centro studi su clima ed energia della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, e presentato a Venezia in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, dove vengono analizzati i nessi tra la crisi climatica e la risorsa idrica, evidenziando come l’acqua sia uno degli elementi più esposti agli effetti del cambiamento climatico.

Gli impatti dell’aumento della temperatura determinano eventi meteo estremi sempre più frequenti e più intensi, con ripercussioni anche sulle risorse idriche. Secondo l’ultimo rapporto Ipcc, l’Intergovernmental Panel of Climate Change delle Nazioni Unite, “il cambiamento climatico ha ridotto la sicurezza alimentare e ha impattato sulla sicurezza idrica, a causa del cambiamento nel pattern di precipitazioni, nella riduzione e perdita di elementi criosferici, nell’intensità e nella maggiore frequenza degli eventi climatici estremi”.

Il riscaldamento globale non impatta allo stesso modo sulle varie regioni del mondo. L’area del bacino del Mediterraneo è un hotspot climatico e in Italia l’aumento delle temperature sta avvenendo più velocemente rispetto alla media del pianeta. La conseguenza è un’Italia divisa in due, con un Nord colpito da precipitazioni sempre più intense e dannose, mentre il Sud e le Isole sono sempre più esposti a rischio siccità. Nel 2025 sul territorio italiano sono caduti una media di 962 mm di pioggia, ma le variazioni regionali sono rilevanti: a fronte degli oltre 1.800 mm di precipitazioni in Friuli Venezia Giulia non si raggiungono i 700 mm in Puglia, Sardegna e Sicilia.

“La crisi climatica in corso genera rilevanti pericoli sia di siccità che di inondazioni – ha spiegato Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – Per aumentare la resilienza e ridurre la vulnerabilità verso questi pericoli serve, da una parte, un cambio di modello nella gestione della risorsa idrica, passando dall’uso lineare dell’acqua a uno circolare, puntando al risparmio idrico, al rinnovo delle reti per porre fine alle dispersioni, alla raccolta e al riuso delle acque piovane. Dall’altra, servono misure strutturali: fermare la cementificazione del territorio, aumentare le aree di espansione e ripristino delle fasce fluviali, di accumulo delle piogge nelle aree urbane”.

In Italia sono quasi 3 milioni le famiglie che vivono in zone a rischio alluvioni e con loro 1 milione e mezzo di edifici, 643 mila aziende e 34 mila beni culturali. Un rischio che non dipende solo dal clima ma anche dalla cementificazione del territorio: nel 2024 sono stati cementificati quasi 8 mila ettari di suolo. Negli ultimi anni sono aumentati gli eventi estremi: nel 2025 sono state censite 1.670 grandinate e piogge intense, contro 660 nel 2019. Nelle sole regioni del Nord Italia (Veneto, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia , Emilia-Romagna) si sono concentrate il 60% di tutte le piogge intense e grandinate. Tra il 1980 e il 2024 i danni per eventi climatici estremi sono costati al nostro Paese 145 miliardi di euro e causato quasi 57 mila vittime.

Le precipitazioni sempre più intense non rappresentano una minaccia solo a causa delle alluvioni. Hanno un impatto diretto anche sullo “stato dei suoli agricoli e sulla loro capacità di sostenere la produzione alimentare”. L’erosione del suolo, infatti, è una delle forme più diffuse di degrado del suolo in Europa. “In Italia il 24% dei suoli agricoli e seminaturali è esposto a gravi fenomeni di erosione idrica, il dato più alto dei Paesi europei, la cui media si ferma al 5%”.

Secondo gli ultimi dati dell’Agenzia europea dell’Ambiente, l’Italia, con i suoi 135 miliardi di metri cubi di acqua disponibile, si colloca al quarto posto in Europa dopo Francia (206 miliardi), Svezia (184) e Germania (173). Secondo ISPRA stiamo assistendo, nel nostro Paese, a una progressiva disponibilità media annua di acqua. Questo trend sarebbe destinato a consolidarsi e anche a peggiorare a causa del cambiamento climatico. Se non riusciamo a invertire la rotta sulle politiche di decarbonizzazione, “in uno scenario di aumento delle temperature di *3 o 4°C, a fine secolo potremmo avere un ulteriore 40% in meno di acqua disponibile”.

E comunque, l’Italia è un Paese a stress idrico, la disponibilità d’acqua è calata del 20% negli ultimi cento anni. Ciò nonostante, preleviamo il 27% dell’acqua complessivamente disponibile sul territorio. Con questo indice di sfruttamento, il nostro è uno dei quattro Paesi europei, insieme a Malta, Cipro e Spagna, guarda caso tutti ricadenti nel bacino del Mediterraneo. Il 2022, per l’Italia, è stato l’anno con la minore disponibilità idrica, con meno della metà dell’acqua rispetto alla media dell’ultimo trentennio. Uno studio sull’impatto del riscaldamento globale sulla disponibilità di acqua riguarda anche le precipitazioni nevose che si sono dimezzate dagli anni ’50 ad oggi e i ghiacciai che si sono ridotti del 30%.

Anche se la disponibilità di acqua diminuisce, l’Italia si conferma il Paese europeo con il record di prelievi: circa 36 miliardi di metri cubi nel 2023, più della Spagna (33 miliardi), della Francia (26) e Germania (24).

I motivi? Innanzitutto la necessità di irrigare i campi agricoli, con 17 miliardi di m3 prelevati nel 2023. Dopo l’agricoltura seguono quelli per uso civile: 8 miliardi nel 2023, record assoluto in Europa. Su questi prelievi pesano non poco le perdite: il 42% dell’acqua che preleviamo si perde durante il trasporto nelle reti di distribuzione, e la situazione è in continuo peggioramento. Poi ci sono i prelievi del settore industriale, stimati, sempre nel 2023, in 6, 6 miliardi di m3. Dove il nostro Paese fa un po’ meglio è nella generazione elettrica, dove, con 4 miliardi di metri cubi, siamo al sesto posto in una classifica che vede la Francia primatista assoluta con 16 miliardi.

“Una gestione integrata e sostenibile della risorsa idrica, si legge nell’ultimo rapporto Ispra sullo stato delle acque in Italia, deve basarsi su adeguati strumenti conoscitivi e di analisi dello stato dei corpi idrici, delle pressioni a cui sono soggetti e di valutazione dell’efficacia delle misure volte al miglioramento dello stato e alla mitigazione degli impatti. In un contesto climatico e di sviluppo economico e sociale in rapida evoluzione, la gestione integrata e sostenibile dell’acqua si configura non soltanto come una priorità ambientale, ma come una scelta strategica per il futuro del Paese”.

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Autoinnovazione e potere, perché la velocità dell’AI cambia la geopolitica globale

Per anni la competizione sull’Intelligenza artificiale è stata descritta come una corsa a costruire modelli sempre più potenti. Oggi sta emergendo una dinamica diversa. La sfida non riguarda soltanto le capacità raggiunte da un sistema, ma la rapidità con cui è possibile sviluppare il successivo.

È il messaggio che emerge dal nuovo documento pubblicato da Anthropic. L’azienda afferma che Claude contribuisce ormai alla maggioranza del codice integrato nei propri sistemi e che gli strumenti di AI stanno aumentando in modo significativo la produttività della ricerca e dell’ingegneria. La prospettiva dell’auto-miglioramento ricorsivo resta teorica e piena di incognite. Più concreto è ciò che sta accadendo oggi: l’Intelligenza artificiale viene utilizzata sempre più spesso per accelerare il lavoro necessario a costruire altra Intelligenza artificiale.

La differenza può sembrare tecnica. In realtà tocca uno dei nodi principali della competizione tecnologica contemporanea.

Finora il vantaggio dei grandi laboratori dipendeva dall’accesso a capitale, talenti, dati e capacità computazionale. Se i modelli iniziano a ridurre il tempo necessario per scrivere codice, testare soluzioni, individuare errori o supportare la ricerca, entra in gioco una nuova forma di vantaggio competitivo: la velocità del ciclo di innovazione.

In uno scenario simile, il valore di un modello non si misura soltanto in ciò che è in grado di fare oggi, ma nella sua capacità di contribuire alla realizzazione della generazione successiva. Anche miglioramenti limitati possono produrre effetti cumulativi. Un laboratorio che sviluppa più rapidamente nuove capacità potrebbe accrescere il proprio vantaggio con una velocità difficilmente replicabile da chi resta indietro.

La questione non riguarda soltanto le aziende. Coinvolge anche le istituzioni chiamate a governare questa trasformazione.

Negli ultimi anni il dibattito sulla regolazione dell’Intelligenza artificiale si è concentrato prevalentemente sulle capacità dei modelli. Quali rischi presentano? Quali limiti imporre? Quali obblighi di trasparenza richiedere? Il documento di Anthropic suggerisce una domanda ulteriore: cosa accade quando la velocità dell’evoluzione tecnologica cresce più rapidamente della capacità delle istituzioni di monitorarla?

La politica opera attraverso procedure che richiedono tempo. Le agenzie regolatorie, i parlamenti e le organizzazioni internazionali ragionano in termini di mesi o anni. I laboratori di frontiera descrivono invece cicli di sviluppo che si misurano sempre più spesso in settimane. Il problema non è soltanto governare sistemi più potenti. È governare sistemi che potrebbero cambiare molto rapidamente.

Questo elemento conferisce alla discussione una dimensione geopolitica sempre più evidente.

L’Intelligenza artificiale è ormai al centro della competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Se la capacità di innovare diventa il principale moltiplicatore di vantaggio, allora assumono un peso ancora maggiore tutte le infrastrutture che rendono possibile quell’innovazione. Semiconduttori avanzati, capacità energetica, data center, reti di ricerca e capitale umano qualificato diventano asset strategici in misura crescente.

La corsa all’AI viene spesso raccontata come una gara per costruire il modello migliore. Potrebbe essere più corretto interpretarla come una competizione per costruire l’ecosistema capace di migliorare più rapidamente. In questo quadro, il controllo delle infrastrutture conta quanto il controllo degli algoritmi.

Per questo il documento di Anthropic merita attenzione anche al di là delle previsioni sull’auto-miglioramento ricorsivo. Il punto più rilevante non è stabilire se le macchine siano vicine a progettare autonomamente versioni superiori di sé stesse. Il punto è che i principali laboratori stanno già sperimentando forme di sviluppo nelle quali l’Intelligenza artificiale contribuisce direttamente al processo di innovazione.

Se questa tendenza dovesse consolidarsi, la velocità potrebbe diventare la risorsa più preziosa della nuova economia dell’Intelligenza artificiale. E, come spesso accade con le tecnologie strategiche, la distribuzione della velocità finirebbe per incidere anche sulla distribuzione del potere.

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Anthropic chiede una pausa nell’IA. Ecco il motivo

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Ecco cosa serve all’Europa per una (vera) indipendenza energetica

La ricerca dell’indipendenza strategica da parte dell’Europa non può basarsi su una singola soluzione tecnologica. Garantire sicurezza energetica, competitività industriale, sostenibilità ambientale e resilienza richiede investimenti continui in ricerca, sviluppo e dimostrazione (RD&D) attraverso un portafoglio diversificato di tecnologie emergenti. L’idrogeno verde, il solare avanzato, l’energia eolica, i sistemi di accumulo energetico e le reti intelligenti non dovrebbero essere considerati alternative in competizione tra loro, bensì componenti complementari di un ecosistema dell’innovazione integrato.

La lezione che emerge dalle recenti crisi energetiche è chiara: la dipendenza da un numero limitato di tecnologie o da fornitori esterni genera vulnerabilità. L’autonomia strategica nasce dalla diversificazione. Così come gli investitori finanziari riducono il rischio attraverso strategie di portafoglio, l’Europa dovrebbe sviluppare simultaneamente molteplici traiettorie tecnologiche, consentendo a soluzioni diverse di integrarsi e rafforzarsi reciprocamente tra regioni, settori e orizzonti temporali differenti.

Un modo efficace per comprendere questo approccio è immaginare un paesaggio agricolo in cui diverse tecnologie verdi operano in sinergia anziché in competizione. I pannelli solari verticali (tecnologia al momento in sperimentazione presso la Wageningen University and Research), ad esempio, possono essere integrati nei sistemi agricoli con un impatto minimo sulla produttività delle colture, consentendo di combinare produzione alimentare e produzione energetica nello stesso spazio. A differenza degli impianti fotovoltaici tradizionali, orientati per massimizzare la captazione della radiazione solare nelle ore centrali della giornata, i pannelli verticali intercettano l’energia solare in modo differente: producono meno elettricità nelle ore di picco centrali e più energia nelle prime ore del mattino e nel tardo pomeriggio, quando la domanda elettrica e il valore dell’energia sul mercato tendono a essere più elevati.

Questa caratteristica offre un duplice vantaggio. Da un lato, la configurazione verticale riduce significativamente l’occupazione del suolo e facilita la coesistenza con le attività agricole, evitando il tradizionale trade-off tra produzione di energia e produzione alimentare. Dall’altro, il diverso profilo temporale di generazione contribuisce a distribuire più uniformemente l’offerta di elettricità nell’arco della giornata, riducendo i picchi di produzione che spesso causano congestioni della rete e fenomeni di curtailment delle altre fonti rinnovabili. In questo modo, i pannelli fotovoltaici verticali non si limitano a produrre energia pulita, ma svolgono una funzione sistemica, integrandosi efficacemente con altre tecnologie e contribuendo alla stabilità complessiva del sistema energetico. Il risultato è un modello in cui produzione energetica, sicurezza alimentare ed efficienza della rete non si ostacolano a vicenda, ma si rafforzano reciprocamente.

La stessa logica si applica su scala più ampia all’intero sistema energetico. Nelle regioni caratterizzate da un’elevata penetrazione delle energie rinnovabili, le turbine eoliche vengono talvolta fermate perché la produzione di elettricità supera la capacità della rete o la domanda disponibile in un determinato momento. Piuttosto che interpretare questa limitazione come un fallimento, essa evidenzia, ancora una volta, la necessità di un portafoglio tecnologico più integrato. Massimizzare il valore delle energie rinnovabili non significa semplicemente produrre più elettricità, ma coordinare tecnologie differenti affinché operino in modo efficiente e complementare. In questo contesto, l’idrogeno verde rappresenta una soluzione particolarmente promettente. Nei periodi di eccesso di produzione da fonti eoliche o solari, l’energia elettrica in surplus può essere convertita in idrogeno, creando un vettore energetico prezioso per l’industria, i trasporti e lo stoccaggio energetico di lungo periodo. In questo modo, tecnologie che altrimenti potrebbero competere per la capacità della rete diventano elementi complementari di un ecosistema energetico resiliente e flessibile, in grado di sostenere sia la transizione verde sia l’autonomia strategica dell’Europa.

Il futuro della transizione ecologica e dell’indipendenza strategica richiede un’agenda coordinata di RD&D che favorisca lo sviluppo congiunto di molteplici innovazioni, dando vita a sistemi resilienti ed efficienti nei quali energie rinnovabili, agricoltura sostenibile, gestione delle risorse idriche e decarbonizzazione industriale si rafforzano reciprocamente. L’obiettivo non dovrebbe essere la semplice specializzazione tecnologica, bensì una vera e propria orchestrazione delle tecnologie: un portafoglio di soluzioni che operano fianco a fianco per costruire un’Europa più sicura, sostenibile e strategicamente autonoma.

L’Italia come laboratorio della transizione energetica

Per l’Italia, questa visione basata su un portafoglio integrato di tecnologie rappresenta al tempo stesso una sfida e un’opportunità. Da un lato, il dibattito sul ritorno dell’energia nucleare, attraverso il disegno di legge delega che apre allo sviluppo dei piccoli reattori modulari (SMR) e dei microreattori di nuova generazione, testimonia la volontà di ampliare il mix energetico nazionale e rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti. Tuttavia, è importante mantenere una prospettiva realistica sui tempi e sul ruolo che queste tecnologie possono svolgere. Anche nelle ipotesi più ottimistiche, i tempi necessari per la progettazione, l’autorizzazione, la costruzione e la messa in esercizio dei nuovi reattori restano lunghi e difficilmente compatibili con le esigenze più urgenti della transizione energetica e della riduzione delle dipendenze strategiche. Per questo motivo, il nucleare di nuova generazione dovrebbe essere considerato soprattutto come una soluzione di medio-lungo periodo, potenzialmente in grado di contribuire alla decarbonizzazione e alla stabilità del sistema energetico nei decenni futuri.

Nel breve e medio termine, appare invece essenziale accelerare la diffusione di tecnologie già disponibili e mature, come il fotovoltaico, l’eolico, i sistemi di accumulo, le reti intelligenti e l’idrogeno verde. Queste soluzioni non solo possono essere implementate più rapidamente, ma presentano anche un grado di sostenibilità economica, ambientale e tecnologica più consolidato e verificabile. In questa prospettiva, il nucleare non dovrebbe essere considerato un’alternativa alle energie rinnovabili, bensì una delle possibili componenti di una strategia più ampia e diversificata, nella quale tecnologie con diversi livelli di maturità e differenti orizzonti temporali si rafforzano reciprocamente. Una politica energetica efficace dovrebbe quindi combinare investimenti in tecnologie capaci di produrre risultati nel breve periodo con investimenti in innovazioni che potrebbero diventare cruciali nel lungo termine, evitando di concentrare risorse e aspettative su un’unica soluzione.

Questa prospettiva è resa ancora più rilevante dalla recente apertura della Commissione europea a una maggiore flessibilità fiscale per gli investimenti energetici. Bruxelles ha infatti previsto per gli Stati membri la possibilità di utilizzare fino allo 0,3% del PIL annuo per investimenti legati alla sicurezza energetica e alla decarbonizzazione, nell’ambito delle deroghe già previste per la difesa. Per l’Italia ciò significa poter mobilitare circa 6,5-7 miliardi di euro all’anno destinati a rafforzare la resilienza del sistema energetico nazionale.

La vera questione strategica non è quindi scegliere una singola tecnologia vincente, ma utilizzare questa nuova capacità di investimento per accelerare la ricerca, lo sviluppo e la dimostrazione di un ampio ventaglio di soluzioni. Destinare tali risorse esclusivamente a una tecnologia comporterebbe il rischio di riprodurre nuove dipendenze e nuovi colli di bottiglia. Al contrario, investire contemporaneamente in rinnovabili avanzate, idrogeno, accumulo energetico, modernizzazione delle reti, gestione delle risorse idriche e nucleare di nuova generazione consentirebbe all’Italia di costruire un sistema energetico più robusto, flessibile e coerente con l’obiettivo europeo dell’autonomia strategica.

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L’era della mente integrata è già cominciata. Brasioli spiega cos’è il Noocene

Nel maggio 2026 l’enciclica di Leone XIV Magnifica Humanitas ha segnato un passaggio simbolico e culturale di grande rilievo. Per la prima volta un documento magisteriale di questa portata ha considerato l’intelligenza artificiale non come tema tecnico o settoriale, ma come questione antropologica centrale. 

Solo due settimane dopo la pubblicazione dell’enciclica, si spegneva Edgar Morin, il cui pensiero aveva offerto per decenni strumenti essenziali per comprendere la complessità del mondo contemporaneo.  La coincidenza non è soltanto cronologica, ma rivela un’affinità di sguardo sul nostro tempo.

Per Morin, comprendere il reale significa coglierne interdipendenze e dinamiche sistemiche. In questa prospettiva, la tecnologizzazione non è un semplice accumulo di strumenti, ma una trasformazione dell’ecosistema cognitivo in cui l’umano è immerso. L’enciclica riconosce precisamente questo: la tecnologia non è neutra, perché ristruttura l’ambiente in cui maturano decisioni e giudizi morali. Le macchine possono simulare linguaggio e analisi, ma non possiedono interiorità né responsabilità. La dignità della persona non coincide con l’efficienza.

Siamo di fronte a un mutamento di paradigma. Se l’Antropocene ha descritto l’umanità come forza geologica, oggi emerge una fase in cui la forza dominante è cognitiva. Possiamo chiamarla Noocene: l’era della mente integrata. 

Non si tratta semplicemente dell’importanza dell’intelligenza – sempre centrale nella storia umana – ma del suo nuovo ruolo sistemico. L’intelligenza, nelle sue forme integrate biologiche e artificiali, assume funzione infrastrutturale. Come l’energia ha strutturato la modernità industriale, così l’intelligenza distribuita struttura la contemporaneità.

Il Noocene può essere definito come la fase storica in cui la produzione e organizzazione dell’informazione diventano condizione di possibilità delle decisioni collettive; l’architettura informazionale è ibrida e reticolare; il potere assume una configurazione prevalentemente epistemica. Il controllo delle infrastrutture del sapere equivale al controllo di una risorsa primaria.

Qui si gioca una nuova forma di sovranità cognitiva: la capacità di orientare i processi attraverso cui la conoscenza viene prodotta, selezionata e distribuita. Questo assetto incide sulla democrazia, sull’economia e persino sulla corporeità, come mostrano le interfacce cervello‑computer e il dibattito sui neurodiritti. Non è la celebrazione della macchina, ma la descrizione di un ambiente in cui la mente ampliata diventa forza organizzativa globale.

Il Noocene non è un destino inevitabile, ma neppure una costruzione teorica astratta. È l’assetto del nostro presente. Può favorire una cooperazione fondata sull’intelligenza integrata capace di affrontare crisi sistemiche con strumenti analitici senza precedenti, oppure consolidare concentrazioni di potere epistemico e nuove dipendenze. 

La posta in gioco non è tecnica, ma politica e antropologica: riguarda la distribuzione del potere, l’accesso alla conoscenza e la definizione stessa dell’umano. Non riguarda soltanto ciò che i sistemi possono fare, ma chi orienta l’architettura della conoscenza e con quali criteri.

L’era della mente integrata non appartiene a un futuro ipotetico: è la condizione in cui già viviamo. Ignorarla significherebbe fraintendere il tempo storico che abitiamo. Orientarla, governarla e sottoporla a criteri etici condivisi non è un’opzione accessoria, ma una responsabilità culturale e politica che non può più essere rimandata.

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Petrolio, e se il peggio dovesse ancora arrivare? L’analisi di Torlizzi

Il mercato petrolifero sta mandando un messaggio che pochi sembrano voler ascoltare. A tre mesi dall’inizio della crisi di Hormuz, con la più grande interruzione dell’offerta nella storia moderna, il brent oscilla intorno ai 100 dollari al barile e la volatilità continua a diminuire. Per molti è il segnale che il peggio sia passato. In realtà è la dimostrazione di quanto il sistema globale stia consumando le proprie riserve per mantenere un’apparente normalità. La narrativa dominante racconta di un mercato che ha assorbito lo shock. Quella reale parla invece di un equilibrio ottenuto attraverso misure straordinarie e difficilmente sostenibili nel tempo. Il premio del brent fisico rispetto ai futures, esploso a 36 dollari ad aprile, è tornato vicino ai livelli pre-conflitto. Le quotazioni dei prodotti raffinati si sono raffreddate e il panico sembra svanito.

Ma cosa ha realmente consentito questa stabilizzazione? Innanzitutto, una parte del petrolio continua a transitare attraverso Hormuz. Nonostante il blocco navale e il crollo del traffico commerciale, flussi clandestini stimati intorno a 2 milioni di barili al giorno stanno probabilmente raggiungendo i mercati internazionali. Non abbastanza da compensare i circa 16 milioni di barili al giorno persi dal Golfo Persico, ma sufficienti per attenuare la percezione della scarsità.

In secondo luogo, il resto del mondo ha aumentato la produzione. Brasile e Venezuela hanno sorpreso al rialzo, mentre gli Stati Uniti hanno aperto i rubinetti delle proprie riserve strategiche. Le esportazioni americane hanno raggiunto livelli record grazie ai rilasci della Strategic Petroleum Reserve. Complessivamente, l’offerta aggiuntiva proveniente da aree esterne al Golfo ha aggiunto poco più di 2 milioni di barili al giorno. Un contributo importante, ma lontanissimo dal colmare il deficit originario. Il terzo elemento è quello più sottovalutato: la distruzione della domanda. I consumi globali stanno reagendo molto più rapidamente rispetto alle crisi petrolifere del passato. A marzo la domanda è scesa di quasi 2 milioni di barili al giorno rispetto all’anno precedente. Ad aprile e maggio il calo sarebbe salito rispettivamente a 3 e oltre 4 milioni di barili al giorno.

La Cina ha svolto un ruolo centrale in questo processo. A maggio le importazioni cinesi di greggio sono diminuite di 3,8 milioni di barili al giorno rispetto all’anno precedente, assorbendo da sole quasi tre quarti dell’aggiustamento globale. Pechino ha accettato di fare da ammortizzatore del sistema, riducendo acquisti, comprimendo esportazioni di prodotti raffinati e rallentando la domanda interna. Tutto questo però ha un costo. Dall’inizio della crisi le scorte petrolifere mondiali sono diminuite di circa 450 milioni di barili. Oltre 400 milioni di barili sono stati immessi sul mercato dalle riserve strategiche dei Paesi Ocse e una parte significativa deve ancora arrivare. È questa massa di petrolio accumulata negli anni che sta permettendo al sistema di funzionare.

Il mercato, dunque, non sta dicendo che la crisi è irrilevante. Sta dicendo qualcosa di molto diverso: che il mondo ha trovato modi costosi e temporanei per convivere con essa. La vera domanda non è perché il brent sia fermo a 100 dollari. La vera domanda è cosa accadrà quando le scorte raggiungeranno livelli critici, previsti già tra fine giugno e settembre, se Hormuz dovesse restare chiuso. A quel punto il mercato potrebbe smettere di chiedersi “tutto qui?” e iniziare finalmente a domandarsi: “e se il peggio dovesse ancora arrivare?”.

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L’economia circolare delle competenze, il Festival della Fondazione Pensiero Solido

Economia Circolare delle Competenze è un progetto che valorizza i giovani all’interno di un proficuo rapporto tra le generazioni e punta a scuotere i NEET dalla loro apatia, dare nuova speranza ai giovani che pensano di andare all’estero e richiamare gli adulti alle loro responsabilità, rifiutando l’idea che l’Italia sia un Paese destinato a un inesorabile declino.

Nel Festival dell’Economia Circolare delle Competenze 2026, verrà presentata la ricerca qualitativa realizzata con l’università Cattolica di Milano, per identificare le caratteristiche fondamentali di una organizzazione “circolare”, si inaugurerà economiacircolarecompetenze.it, la casa digitale del progetto e presenteremo l’Accademia della Circolarità delle Competenze.

Vi saranno una serie di esperienze di circolarità in atto (a partire da quelle oggetto della nostra ricerca) e interventi di autrici e autori che hanno scritto sull’importanza della collaborazione tra le generazioni per affrontare le sfide della contemporaneità.

Il Festival dell’Economia Circolare 2026 delle Competenze intende:

▪︎ Continuare la mappatura della “galassia” delle realtà che praticano l’Economia Circolare delle Competenze, in presenza e tramite il sito economiacircolarecompetenze.it.

▪︎ Utilizzare la nostra ricerca qualitativa per diffondere il modello della Circolarità al maggior numero di imprese possibile.

▪︎ Fare informazione e cultura sul tema con il economiacircolarecompetenze.it, agenzia stampa gratuita per le realtà che praticano la Circolarità.

▪︎ Favorire un cambio di mentalità nella classe dirigente imprenditoriale, dei media e della comunicazione tramite il racconto del Festival da parte dei nostri media partner e degli altri media.

▪︎ Formare giovani e imprese, profit e non profit, mostrando le potenzialità formative della Accademia della Circolarità delle Competenze.

PROGRAMMA

Venerdì 5 giugno.

I giovani e il lavoro. I giovani al lavoro.

▪︎ Manuela Miragoli, direttore risorse umane IBM

▪︎ Flavia Orlandi, strategic & corporate coomunications, Brunswick

Presentazione MOOC Economia Circolare delle Competenze.

Susanna Sancassani, direttrice Metid, Politecnico di Milano

(Ri)attivare i giovani.

▪︎ Paolo Lattanzio, Leader Sviluppo territoriale Italia Save the Children

▪︎ Alessandro Vergni, responsabile comunicazione Edilcommercio

Verso l’Accademia della Circolarità delle Competenze.

Dialogo con Fabio Mangiarotti, Formatore evolutivo e consulente in neuroscienze comportamentali, ICF Coach

e Giovanni Acerboni, linguista, PhD, formatore di scrittura, didattica della scrittura e AI del linguaggio.

La formazione nelle MPMI italiane.

Presentazione della ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale PMI della School of Management del Politecnico di Milano.

Claudio Rorato, direttore e responsabile scientifico dell’Osservatorio professionisti e innovazione digitale, Politecnico di Milano

Bulldozer. Il lavoro cambia, cambiamo il lavoro.

Gianluca Spolverato, avvocato cassazionista, specializzato in diritto del lavoro

Giovani in azione: il progetto “Generazione sospesa”.

Livia Viganò, Cofounder e COO di Factanza Media

QUESTION TIME. Dialogo con le persone presenti al Festival.

DEGUSTAZIONE delle prelibatezze del Panificio Frusconi e dialogo a tu per tu.

Sabato 6 giugno.

Saluti istituzionali

La circolarità delle competenze in azione.

▪︎ Emilio Colombo, cofondatore e amministratore delegato Siberg

▪︎ Paolo Costa, cofondatore, presidente emerito e amministratore Spindox

▪︎ Federica Rossi, Skills for Social Impact, CSR, Corporate Affairs, Microsoft

La scomparsa dei giovani. Le 10 mappe che spiegano il declino demografico dell’Italia.

Alessandro Rosina, ordinario di demografia e statistica sociale, Università Cattolica di Milano

Il paradigma della Circolarità delle Competenze.

Presentazione della ricerca qualitativa Fondazione Pensiero Solido/Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Ivana Pais, ordinario di sociologia economica, Università Cattolica di Milano

Il potere della transilienza.

Riccarda Zezza, fondatrice e direttrice scientifica Lifeed

Verso l’Accademia della Circolarità delle Competenze.

Riccardo Maggiolo, formatore, autore, consulente, speaker

La generazione Z e noi.

Andrea De Micheli, fondatore e presidente Casta Diva Group

QUESTION TIME. Dialogo con le persone presenti al Festival.

DEGUSTAZIONE delle prelibatezze del Panificio Frusconi e dialogo a tu per tu.

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Il nudging di Trump su AI e sicurezza. Cronaca di una regolazione che non vuole dirsi tale

Il 2 giugno il presidente Trump ha firmato l’executive order “Promoting Advanced Artificial Intelligence Innovation and Security”. Il contenuto, in sintesi: le agenzie federali – Tesoro, NSA, Cisa – dovranno costruire entro sessanta giorni un quadro volontario attraverso cui gli sviluppatori dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati potranno sottoporli al governo, concedendogli un accesso anticipato fino a trenta giorni prima del rilascio. Un processo di benchmarking classificato stabilirà quali modelli meritino la qualifica di “covered frontier model”; nasce inoltre, presso il Tesoro, una clearinghouse per coordinare la scoperta e la correzione delle vulnerabilità informatiche. Il tutto, recita espressamente l’ordine, senza che nulla possa essere letto come obbligo di licenza o autorizzazione preventiva.

La notizia è fresca e merita più di una riflessione di cronaca. Perché dietro la firma c’è un fatto tecnico che ha cambiato i termini del problema: negli ultimi mesi i modelli di frontiera hanno dimostrato di saper scoprire e sfruttare autonomamente falle critiche nei sistemi informatici – comprese quelle ancora ignote agli stessi produttori, i cosiddetti zero-day – a velocità e costi che nessun team umano può eguagliare. La tecnologia che protegge le infrastrutture critiche è, in altri termini, la stessa che, nelle mani sbagliate, può violarle.

Una lunga genealogia

L’ordine del 2 giugno riapre un capitolo antico: quello della regolazione delle tecnologie a duplice uso: quelle in cui l’impiego benefico e quello ostile non sono due versioni distinte, ma due facce della stessa medaglia. È il problema regolatorio più antico della modernità tecnologica: non si può vietare la minaccia senza rinunciare al beneficio, e non si può godere del beneficio senza esporsi anche alla minaccia.

La storia offre un catalogo istruttivo. La dinamite di Alfred Nobel nacque per le miniere e i trafori e divenne in pochi anni strumento di guerra e di terrorismo, al punto da spingere l’inventore a fondare, per contrappasso, il premio che porta il suo nome. L’aviazione passò in un ventennio da curiosità sportiva a bombardamento strategico. Il Dna ricombinante, negli anni Settanta, pose alla biologia lo stesso dilemma: la tecnica che prometteva farmaci e terapie poteva generare patogeni. E la crittografia forte – il precedente più fedele al caso odierno – costrinse gli Stati Uniti a fare i conti con lo stesso nodo: salvaguardarne gli indubbi benefici per la sicurezza dei cittadini, classificandola per decenni come munizione soggetta ai controlli sull’export.

La scelta regolatoria

Davanti a tecnologie simili, il potere pubblico si trova a un bivio che chi studia regolazione pubblica conosce molto bene: deve limitarla e in qualche misura appropriarsene? E se sì, con quale strumenti? Le opzioni storicamente sperimentate sono tre e le prime due hanno già mostrato i loro limiti.

La prima opzione è imporre obblighi con la forza della legge. Qui il parallelismo con la cifratura è centrale. Nel 1993 l’amministrazione Clinton propose il Clipper Chip: un sistema di cifratura con chiave depositata presso lo Stato, il key escrow, che avrebbe garantito alle autorità un accesso privilegiato alle comunicazioni protette. Il mercato rifiutò lo standard, l’industria virò verso soluzioni alternative, e alla fine del decennio anche i controlli sull’export furono smantellati. La lezione è strutturale: una tecnologia non si lascia confinare per decreto. Lo standard imposto per legge muore se il mercato non lo adotta.

La seconda opzione è all’estremo opposto: lasciare tutto all’autogoverno della comunità scientifica, che trascende i confini nazionali. Il precedente più nobile è Asilomar, 1975: i biologi molecolari si imposero da soli una moratoria sul Dna ricombinante e si diedero protocolli di sicurezza prima che gli Stati legiferassero in materia. In un certo senso, l’approccio funzionò – ma in condizioni irripetibili: una comunità piccola, accademica, coesa, senza una frenetica corsa commerciale alle spalle. Trasferito a settori dove gli incentivi economici e geopolitici sono colossali, il modello è intrinsecamente debole: l’autoregolazione regge finché nessuno ha un interesse miliardario a disertare, cioè quasi mai.

La terza via: il nudging applicato all’IA

L’ordine del 2 giugno sceglie consapevolmente una terza strada: dettare standard volontari, ma renderli un po’ meno volontari “persuadendo”. È, in termini tecnici, nudging applicato all’intelligenza artificiale in ambito cyber. La partecipazione al quadro di revisione pre-rilascio è formalmente libera; ma il rifiuto espone lo sviluppatore allo scrutinio della sicurezza nazionale, al costo reputazionale, all’esclusione dal circuito dei “trusted partners” che il governo stesso contribuisce a selezionare. L’architettura delle scelte è costruita perché la non-adesione diventi economicamente e politicamente insostenibile. Non è un obbligo: è un invito gentile, che tuttavia è diseconomico declinare.

L’approccio appare più liberale delle alternative – niente licenze, niente moratorie, la libertà di rilascio formalmente intatta – ed è anche, va detto, l’unico coerente con la natura non confinabile della tecnologia in questione. Ma è anche molto più opaco. Lo standard imposto per legge passa dal Parlamento, si pubblica, si impugna davanti a un giudice. Il nudge no: vive di benchmark classificati, di designazioni rimesse alla discrezionalità del direttore della Nsa, di criteri di selezione dei partner che l’ordine nemmeno enuncia, di pressioni che non lasciano traccia negli atti. La regolazione per persuasione guadagna in velocità e flessibilità esattamente ciò che perde in controllabilità democratica.

Ancora una volta, a differenza dell’Europa, gli Stati Uniti antepongono le ragioni del mercato e della regolazione “minima” a quelle della democrazia. Solo che questa volta, potrebbero non avere del tutto torto.

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Fair Play Menarini, trent’anni di sport oltre le medaglie

Trent’anni di storia costruiti “mattoncino dopo mattoncino” fino ad ottenere “una casa solida”, ma soprattutto trent’anni dedicati a promuovere un’idea di sport fondata sul rispetto. È questo il messaggio lanciato dal presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, in occasione della presentazione della 30ª edizione del premio internazionale Fair Play Menarini.

“Il fair play è la sintesi di un comportamento che racchiude tanti valori. Primo fra tutti il rispetto: per sé stessi, per gli altri, per l’ambiente e per le regole”, ha sottolineato Buonfiglio, evidenziando come la vera sfida sia trasformare questi principi in comportamenti quotidiani. In un contesto segnato da tensioni e violenza, ha aggiunto, lo sport può contribuire a diffondere un “virus buono”, rendendo attraenti il buon vivere e la correttezza.

Il messaggio del presidente del Coni trova espressione concreta proprio nell’evoluzione del premio. Accanto ai grandi campioni dello sport internazionale, l’edizione 2026 ha infatti premiato oggi anche tre giovani protagonisti del premio Fair Play Menarini Giovani: Matteo Pasqualetti, Gloria Tinaburri e Alberto Belluzzi. “Si premiano valori come etica e rispetto”, ha osservato il presidente del Coni, definendo questa scelta “una bella innovazione” e un “messaggio che va al di là delle medaglie”, capace di rafforzare il significato più profondo del riconoscimento.

Nel salone d’onore del Coni sono stati annunciati anche i vincitori della 30ª edizione del Premio, che si terrà il 2 luglio al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Tra loro spiccano Armand Duplantis, Gregorio Paltrinieri, Antonella Palmisano, Achille Polonara, Daniele Garozzo e Chiara Mazzel, insieme a Davide Ghiotto, Andrea Giovannini, Michele Malfatti e Simone Anzani. A rappresentare il calcio sarà invece Gianfranco Zola.

A sottolineare il valore raggiunto dall’iniziativa è stato anche Luca Lastrucci, presidente della Fondazione Fair Play Menarini. “In questi anni abbiamo premiato oltre 400 atleti, campioni che oggi sono ambasciatori del fair play nel mondo”, ha ricordato. Ma il significato più profondo dell’edizione 2026, secondo Lastrucci, risiede proprio nell’attenzione ai più giovani: ragazzi che, attraverso i loro gesti, possono diventare punti di riferimento per i coetanei e testimoniare che il fair play è un valore fondamentale non solo nello sport, ma anche nella vita quotidiana.

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