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Ok al decreto Primo maggio con la fiducia. Nel “salario giusto” di Meloni entra anche il welfare (con cui non si pagano spesa e bollette)

Il decreto Primo Maggio è passato con la fiducia alla Camera dei deputati e ora arriva blindato al Senato per l’approvazione definitiva. C’è il concetto di “salario giusto”, che però sarà composto da tutte le voci della busta paga, compreso il welfare contrattuale, tra cui le assicurazioni sanitarie. Si tratta di benefit, non di soldi veri con cui pagare spesa, affitti e bollette. C’è poi l’aumento automatico pari al 50% dell’inflazione che scatterà dopo nove mesi dalla scadenza dei contratti collettivi, ma non si applicherà ai settori stagionali e alla sanità privata. Ancora, ci sono norme che liberalizzano ulteriormente i contratti precari, con il limite per la somministrazione portato da 24 a 36 mesi, e norme per i rider che consegnano cibo a domicilio, con obbligo di Spid e regole sugli algoritmi. Soprattutto, il provvedimento contiene 960 milioni di euro di incentivi alle assunzioni.

Dopo la sconfitta referendaria di marzo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha voluto un intervento sul tema dei salari. La gestazione è stata molto lunga, e ne è uscito un testo finale che fa qualche passo in avanti e molti indietro. La definizione di “salario giusto” è controversa. Il decreto passato a Montecitorio dice che il riferimento è dato dal trattamento economico complessivo (tec) dei contratti collettivi “comparativamente più rappresentativi”. Fuori dai tecnicismi, si tratta quasi sempre dei contratti firmati da Cgil, Cisl e Uil. Scelta che il governo ha preso sulla spinta della Confindustria, che mal tollerava la vicinanza del centrodestra ai sindacati minori, spesso propensi a firmare contratti al ribasso con associazioni datoriali al di fuori del recinto confindustriale.

Nel trattamento economico anche il welfare

Alla fine, però, il testo dice che il “tec” è composto dalle voci fisse in busta paga, dalle mensilità aggiuntive e anche dalle indennità previste dal welfare aziendale. Questo è l’aspetto più problematico: l’aver messo sullo stesso piano il salario base e trattamenti come le assicurazioni sanitarie rischia di far rientrare dalla finestra proprio i contratti al ribasso dei sindacati più piccoli. Spesso quegli accordi giocano proprio su quell’ambiguità, cioè riducono lo stipendio base e compensano con i benefit detassati, così da ridurre i costi per le imprese e far sembrare che i salari non siano diminuiti. Parliamo però di buoni che i lavoratori possono spendere solo per determinate prestazioni, e che tra l’altro hanno un effetto subdolo: ridurre il reddito lordo, quindi anche i contributi e, di conseguenza, anche la futura pensione e il trattamento di fine rapporto.

Fino a poche ore prima della votazione alla Camera, tra l’altro, il testo prevedeva la possibilità di considerare “giusto” anche il trattamento dei contratti “equivalenti” a quelli di Cgil, Cisl e Uil, ma poi quel passaggio è stato rimosso. I sindacati confederali e i partiti di opposizione restano molto critici, anche se è stato cancellato il riferimento all’equivalenza, per il quale negli scorsi mesi si era speso molto il sottosegretario leghista al Lavoro Claudio Durigon, particolarmente sensibile alle richieste di sigle come l’Ugl e la Cisal. Insomma, alla fine il testo produce uno strano compromesso. La Confindustria ha portato a casa gli incentivi alle assunzioni formalmente vincolati all’applicazione dei suoi contratti. I sindacati minori beneficiano di una definizione onnicomprensiva del concetto di salario giusto, più facilmente aggirabile.

L’odg che rispolvera la norma per far perdere gli arretrati ai lavoratori

Al termine del voto di fiducia, Fratelli d’Italia ha fatto votare alla Camera un ordine del giorno che rispolvera una proposta già più volte presentata negli scorsi mesi: il partito della premier chiede di approvare una norma molto penalizzante per i lavoratori che vantano crediti nei confronti dei loro datori, come per esempio stipendi o straordinari non pagati. La norma suggerita farebbe partire i termini di prescrizione “in costanza di rapporto di lavoro”. I lavoratori sarebbero quindi costretti a fare causa alla loro azienda mentre ancora ci lavorano. Oggi, invece, la regola fa partire la prescrizione dopo la fine del rapporto, quindi dopo il licenziamento o la dimissione, proprio per tutelare i lavoratori. Questa norma non è contenuta nel decreto approvato con la fiducia, ma FdI ha chiesto al governo di approvarla nei prossimi provvedimenti. Si tratta di un intervento che negli scorsi mesi era spesso associato a un’altra norma fortemente richiesta dal centrodestra, anche con un emendamento, poi ritirato, al decreto Primo Maggio: lo scudo per gli imprenditori che sottopagano i lavoratori, novità che – se approvata – farebbe perdere il diritto agli arretrati per i dipendenti che ricevono paghe sotto la soglia di povertà.

Il 50% dell’inflazione a chi ha il ccnl scaduto da oltre 9 mesi

La novità positiva è il meccanismo automatico che farà scattare gli aumenti in busta paga quando i contratti collettivi vengono rinnovati in ritardo. Nove mesi dopo la scadenza, sarà riconosciuto il 50% dell’inflazione prevista. Il testo originario prevedeva il 30% dopo nove mesi. Tuttavia, anche questa norma ha diverse deroghe: non si applicherà alle imprese che svolgono attività stagionali e con ricavi instabili, come per esempio il turismo. Oltre a questa esclusione, già contenuta nel testo originario, nel passaggio parlamentare la Lega ha chiesto e ottenuto di salvare anche le aziende che erogano servizi sanitari e sociosanitari. Un favore al deputato leghista Antonio Angelucci, imprenditore delle cliniche private.

Il decreto introduce anche norme per i rider: se la piattaforma usa algoritmi, anche questo potrà essere utilizzato come prova per dimostrare che i fattorini sono dipendenti. Immancabile, infine, l’ennesimo intervento che allarga le maglie del precariato. Quando l’agenzia interinale assume i lavoratori a tempo indeterminato, il limite per “prestarli” a tempo determinato alla stessa azienda utilizzatrice passerà dagli attuali 24 a 36 mesi.

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Arriva la quattordicesima: i beneficiari della busta paga aggiuntiva e come si calcola la cifra che spetta

L’arrivo dell’estate in Italia non è segnato soltanto dall’innalzamento delle temperature o dall’apertura della stagione balneare, ma anche da un appuntamento contabile che divide profondamente la platea dei lavoratori italiani. Si tratta della quattordicesima mensilità, una gratifica che per molti rappresenta l’unica boccata d’ossigeno per far fronte alle spese delle vacanze o, più pragmaticamente, per saldare i debiti accumulati durante l’inverno. Eppure, contrariamente a quanto si possa pensare, questo “tesoretto” non è un diritto universale sancito dalla Costituzione o dalle leggi dello Stato per tutti i cittadini che prestano la propria opera.

Per comprendere il funzionamento della quattordicesima è infatti necessario sottolineare che questa mensilità funziona in modo differente dalla tredicesima: se quest’ultima ha una natura obbligatoria per legge ed è onnicomprensiva – in virtù del DPR 1070/1960 che ha esteso a tutti l’obbligo nato dagli accordi interconfederali per proteggere i consumi natalizi – la quattordicesima vive esclusivamente nei perimetri stabiliti dalla contrattazione collettiva o da schemi previdenziali per redditi bassi. Lo Stato garantisce a ogni dipendente un extra per il Natale, ma lascia alla forza dei sindacati e alla specificità dei singoli settori la possibilità di ottenere un secondo assegno estivo.

Quattordicesima, la mappa dei beneficiari

A differenza della tredicesima, la quattordicesima non è un obbligo di legge ma dipende esclusivamente dal Contratto Collettivo Nazionale (CCNL) applicato. I principali settori che la prevedono sono il Commercio e Terziario, il Turismo, l’Alimentare, la Logistica e le Pulizie/Multiservizi. Al contrario, i dipendenti della pubblica amministrazione e quelli del settore metalmeccanico non hanno diritto a questa mensilità aggiuntiva.

Per chi lavora con partita IVA o contratti di collaborazione (co.co.co.), la quattordicesima non esiste, poiché il loro compenso è basato sulla singola prestazione o sul fatturato annuo pattuito. Se il contratto del singolo lavoratore non la prevede esplicitamente, il datore di lavoro non è tenuto a versarla, a meno che non ci sia un accordo aziendale o individuale specifico.

Come viene calcolato quanto spetta

Per comprendere quanto spetterà effettivamente in busta paga, occorre immergersi nei tecnicismi del calcolo per dodicesimi, definiti tecnicamente ratei. Il periodo di maturazione della quattordicesima non segue l’anno solare che va da gennaio a dicembre, ma si sviluppa lungo un asse che parte dal primo luglio di un anno e termina il 30 giugno dell’anno successivo. Questo significa che chi viene assunto, ad esempio, nel mese di gennaio, non riceverà a luglio una mensilità piena, ma solo sei dodicesimi del totale. La regola d’oro stabilita dalla prassi contabile prevede che per maturare il diritto al rateo mensile intero il lavoratore debba aver prestato servizio per almeno quindici giorni all’interno dello stesso mese. Se il contratto viene interrotto prima della data di erogazione, il lavoratore non perde quanto accumulato: i ratei maturati fino a quel momento devono essere liquidati obbligatoriamente all’interno dell’ultima busta paga, insieme al trattamento di fine rapporto e alle ferie non godute.

È un meccanismo di precisione che non ammette deroghe, ma che spesso nasconde insidie nelle assenze. Sebbene la legge protegga la maturazione della quattordicesima durante le ferie, la malattia pagata dall’azienda e l’infortunio, lo stesso non accade per lo sciopero o per i periodi di aspettativa non retribuita, che agiscono come una scure sulla somma finale, riducendo l’importo in modo proporzionale ai giorni di assenza.

Quanto spetta in busta paga

Il netto della quattordicesima risulta sistematicamente più basso rispetto a quello di una mensilità ordinaria, anche a parità di importo lordo. Il motivo è esclusivamente fiscale: sulla quattordicesima non si applicano le detrazioni per lavoro dipendente né quelle per carichi di famiglia (figli o coniuge). Queste detrazioni vengono calcolate e ripartite solo sulle dodici mensilità standard. Di conseguenza, la somma viene tassata integralmente con l’aliquota Irpef massima prevista per lo scaglione di reddito del lavoratore.

A questo si aggiunge la normativa sui contributi previdenziali: i tagli al cuneo fiscale e i bonus contributivi introdotti negli ultimi anni spesso non si applicano alle mensilità aggiuntive. Il lavoratore paga quindi la quota piena di contributi previdenziali (solitamente il 9,19% o 9,49%) e l’imposta sul reddito senza correttivi. Il prelievo totale può superare il 35-40% del lordo, rendendo la cifra netta effettiva sensibilmente più magra rispetto alla busta paga di giugno.

Anche i pensionati ricevono la quattordicesima

Se per i dipendenti la quattordicesima rappresenta un elemento del salario differito, per i pensionati assume la natura di una vera e propria prestazione assistenziale, pur rimanendo ancorata alla storia contributiva del soggetto. L’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale eroga questa somma nel mese di luglio esclusivamente a chi ha superato la soglia dei 64 anni e si trova in condizioni reddituali che non superano i limiti stabiliti annualmente, determinati in proporzione al trattamento minimo Inps. Per l’anno 2026, il valore di riferimento è stato adeguato al costo della vita arrivando a circa 598,61 euro mensili, parametro che definisce le soglie di accesso al beneficio.

Nello specifico, l’importo pieno spetta a chi dichiara un reddito complessivo individuale che non eccede le 1,5 volte il trattamento minimo, ovvero circa 11.372,08 euro annui. Qualora il reddito sia invece compreso tra questa soglia e le 2 volte il trattamento minimo, corrispondenti a circa 15.163,46 euro annui, il pensionato avrà comunque diritto a una quota della mensilità aggiuntiva, sebbene in misura ridotta, mentre al di sopra di questo secondo limite il diritto alla prestazione decade completamente.

La logica del provvedimento rimane quella di sostenere chi percepisce assegni pensionistici bassi nel fronteggiare i rincari stagionali e le spese sanitarie, ma l’ammontare effettivo del versamento non è fisso. Dipende dalla combinazione tra il reddito dichiarato e gli anni di contributi versati durante la vita lavorativa. Il ventaglio delle cifre erogate riflette questa proporzionalità: si parte da una base minima di 196 euro per chi ha alle spalle fino a 15 anni di contribuzione e si colloca nella fascia di reddito più alta tra quelle ammesse, per salire progressivamente fino a un massimo di 504 euro riservato a chi ha superato i 25 anni di contributi e rientra nel primo scaglione reddituale. È importante sottolineare come questa somma risulti esente da tasse per i beneficiari delle fasce più basse, rappresentando uno dei rari casi in cui il valore lordo coincide quasi interamente con il netto percepito.

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“Qui con 1.480 euro non riesco più a vivere”. Carovita, salari bassi e nessun aiuto familiare: continua l’esodo dei docenti dalle grandi città | I nuovi dati

“La Gran Milano non me la posso permettere. Mi dispiace lasciare questa città ma qui con 1.480 euro non riesco più a vivere. Non mi vergogno a dirvi che spesso il cinque del mese, il mio stipendio è già prosciugato. Torno a Battipaglia dove vive la mia famiglia”. Mariangela Bukne, 52 anni, tarantina di nascita ma nomade per lavoro, è una dei 46.826 docenti che hanno ottenuto la mobilità, ovvero che a settembre si trasferiranno in un’altra scuola. Di questi poco più di 11mila hanno chiesto di andare in un’altra provincia, spesso dal Nord al Sud. Il fenomeno si registra ogni anno. È una vera e propria emorragia che colpisce soprattutto le scuole Settentrionali, mettendo in crisi la cosiddetta continuità didattica. In parole povere: chi vive in Campania, Sicilia, Calabria spesso diventa di ruolo a Milano, a Torino, Venezia o Bologna (e zone limitrofe), ma dopo il triennio obbligatorio in quella sede, lascia baracca e burattini perché con uno stipendio netto intorno ai 1.480 euro al mese non ce la fa a sostenere le spese di affitto ma non solo.

I numeri dell’esodo

La vita di queste persone si limita obtorto collo al tragitto casa-scuola-casa. Nulla di più. Diventa proibitivo andare a cena fuori, fare un viaggio, andare al cinema. L’esercito dei maestri e dei professori scappa dalle grandi città del Nord per tornare a casa così da avere il sostegno del welfare famigliare. A parlare sono i dati raccolti dalla Flc Cgil. Sia pur con numeri maggiori per la primaria e la secondaria di secondo grado, ma in percentuale il numero dei docenti che si spostano di provincia si attesta intorno al 20%. Quest’anno nella scuola dell’infanzia ci sono stati 1.444 movimenti verso un’altra provincia su un totale di 6.918 domande. Le province che hanno “ceduto” più docenti sono state Roma (153 movimenti), Milano (140), Firenze (62), Torino (53), Catania (43). Passando alla primaria i trasferimenti territoriali e professionali tra province diverse sono stati 3.358 su 16.363 richieste. Nel dettaglio ci sono in uscita 493 docenti dalla provincia di Roma, 334 da Milano (di cui 101 trasferiti in Sicilia), 110 da Firenze, 108 da Torino, 93 da Modena.

Anche la scuola secondaria di primo grado ha la sua porzione di trasferimenti interprovinciali: sono 2.795 su 13.579 richieste. In questo caso il primato dei docenti in uscita lo conquista Milano (231), Roma è al secondo posto (134), seguono Bergamo (89), Varese (85) e Monza-Brianza (82). Infine, la secondaria di secondo grado che ha il volume più alto di movimenti in assoluto e anche di movimenti interprovinciali. Il primato se lo contendono Roma e Milano che registrano entrambe 238 docenti in uscita, segue Napoli con 116 docenti e ancora un parimerito tra Varese e Torino con 108 docenti in uscita. Entrando nei dettagli sono i grafici forniti al nostro giornale dalla Uil Scuola a far comprendere la questione ancor più in profondità. Nel capoluogo milanese sono quasi 5.500 i docenti che hanno presentato domanda per lasciare Milano e la sua provincia e trasferirsi in altre regioni italiane. Poco meno di mille hanno ottenuto esito positivo: ad andarsene saranno 334 maestri della primaria, 140 dell’infanzia, 231 delle mede e 238 delle superiori. Non cambia la musica nella capitale dove a far le valige sono 1.018 insegnanti: 493 della primaria, 153 dell’infanzia, 134 della secondaria di primo grado e 238 di quella di secondo grado.

Le proposte dei sindacati

Ad analizzare questi dati è il segretario nazionale della Uil Scuola, Giuseppe D’Aprile: “Quando migliaia di insegnanti chiedono di lasciare le grandi città emerge una questione che merita attenzione – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it – il rapporto tra retribuzioni e costo della vita. Un docente a inizio carriera percepisce mediamente circa 1.480 euro netti al mese e nelle grandi aree metropolitane una quota rilevante di questo reddito viene assorbita da affitti, trasporti e spese quotidiane. I dati della mobilità evidenziano che, accanto alle esigenze di ricongiungimento familiare, nella scelta di trasferirsi, cresce il peso delle condizioni economiche. È un tema che riguarda non solo Milano ma interessa, con intensità diverse, anche altre grandi città del Paese. Le risorse stanziate negli ultimi contratti producono un beneficio netto in busta paga solo se si interviene sulla tassazione. Oggi gli aumenti contrattuali sono tassati a volte anche al 35%. Un primo segnale, per il settore privato, è arrivato con la legge di bilancio 2026: è necessario estendere la detassazione anche alle retribuzioni del personale della scuola statale. Si tratta di una misura “non più procrastinabile che richiede un intervento politico”. Il numero uno della Uil Scuola conosce bene lo stato dell’arte del fenomeno.

D’Aprile ha anche una proposta chiara, necessaria: “Accanto agli interventi sulle retribuzioni, è necessario sviluppare strumenti di welfare contrattuale che aiutino concretamente il personale della scuola ad affrontare i costi legati all’abitare, alla mobilità, alla genitorialità e alla formazione. Soprattutto nelle grandi aree urbane, investire nel welfare può rappresentare un supporto importante per migliorare la qualità della vita e del lavoro del personale della scuola”. Anche Vito Castellana, coordinatore nazionale Gilda Scuola punta il dito contro il Governo: “I docenti tendono a trasferirsi dove c’è la famiglia di origine che fa da ammortizzatore sociale. Nella Scuola a parità di titolo di studio si guadagna 30-40% in meno degli altri dipendenti della pubblica amministrazione”. Secondo il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani tra i settori più colpiti da questa fuga dalle cattedre c’è quello del sostegno: “La mancanza di stabilità didattica penalizza duramente gli alunni e le loro famiglie, che avrebbero diritto a figure competenti e presenti in modo continuativo. Ogni cattedra non coperta stabilmente rappresenta una possibile lesione del diritto all’inclusione e un arretramento rispetto agli obblighi costituzionali e internazionali in materia di tutela delle persone con disabilità”, spiegano.

Le storie e il disagio

“Dal 2020 sono entrata in ruolo a Milano dopo una vita trascorsa in un’azienda lasciata dopo la morte di mio marito – spiega Mariangela Bukne a ilfattoquotidiano.it –. I primi tempi sono arrivata a Novate Milanese dove insegno senza figli andando ad abitare in una camera che affittavano le suore per 420 euro. Avevo il bagno privato ma la cucina in comune con molte colleghe. Poi mi son giocata tutto facendo venire i miei figli qui per frequentare l’università. Abitare a Milano o nell’hinterland con uno stipendio come il nostro non è vita – ha aggiunto – Gli affitti di un monolocale sono attorno ai 600-700 euro. Qui se ho bisogno di una visita medica devo pensarci ben due volte. Da anni non viaggio. Le mie vacanze sono a Battipaglia, dalla mia famiglia perché non posso permettermi altro. A Milano nel momento in cui vai in un supermercato ti accorgi che il tuo stipendio non vale nulla. Non potevo più stare in questo luogo…”.

Lo sa bene Federico Blanco, docente di scuola secondaria di secondo grado prossimo ai 50 anni che ha richiesto e ottenuto la mobilità. Originario di Catania, vive e lavora in provincia di Cuneo da nove anni. “Mi sono trasferito al Nord, a Savigliano, per la quasi impossibilità di trovare – racconta – una posizione stabile in Sicilia. Anche la mia compagna mi ha seguito e entrambi abbiamo ottenuto il ruolo. In quest’ultimi anni l’aumento esponenziale del costo di affitti e case a Savigliano ha reso la situazione economica difficile. L’affitto per un piccolo appartamento (camera da letto e servizio) supera i 600 euro mensili, escluse le bollette, a fronte di uno stipendio da docente di circa 1600 euro. Ad incidere sono anche le spese di riscaldamento. Se poi hai i genitori al Sud devi calcolare che almeno due-tre volte l’anno devi scendere…”. Blanco ha la valigia pronta ma la sua compagna dovrà restare in Piemonte perché non ha ottenuto la mobilità: “Speriamo in un’assegnazione provvisoria per il ricongiungimento in Sicilia ma è un “salto nel buio”.

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