Manica larga
Manica larga – la mia vignetta per Il Fatto Quotidiano in edicola oggi
#grazia #minetti #mattarella #satira #ilfattoquotidiano
L'articolo Manica larga proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Se mi chiamano a difendere l’unica persona che si è presa cura di me, Thomas, andrò a testimoniare a sostegno della sua inchiesta. Ecco perché chiedo di non essere menzionata qui, dove Giuseppe ha molta influenza”. È il 6 maggio quando Graciela, la massaggiatrice finita al centro del caso della grazia a Nicole Minetti, invia questo messaggio all’inviato del Corriere della Sera in Uruguay, come riportato dal quotidiano di via Solferino oggi in edicola. Thomas è Thomas Mackinson, il cronista del Fatto Quotidiano che ha raccolto la sua testimonianza. Giuseppe è Giuseppe Cipriani. In poche righe sono racchiusi due elementi che oggi assumono un significato particolare alla luce delle notizie della “ritrattazione” davanti a un notaio: la volontà di sostenere pubblicamente l’inchiesta giornalistica e il timore per le possibili conseguenze della sua esposizione in Uruguay.
Il messaggio – che risale a un mese fa – si inserisce in una sequenza di dichiarazioni che, fino a metà maggio, sembrano andare tutte nella stessa direzione. Graciela parla per oltre un’ora e mezza con il giornalista del Fatto Quotidiano, scambia 766 messaggi corredati da fotografie e screenshot. Il 12 maggio anche il Corriere della Sera la incontra a Punta del Este e pubblica il resoconto di una testimone che afferma: “Là dentro ho visto tutto, ho paura e vivo nascosta“. Nello stesso articolo si dice pronta a testimoniare nell’ambito dell’istruttoria sulla grazia.
Il giorno successivo, il 13 maggio, ribadisce la stessa disponibilità durante la trasmissione televisiva uruguaiana “Sin Piedad”. È quella, di fatto, la sua ultima apparizione pubblica. Dal giorno successivo qualcosa cambia. Il 14 maggio emerge che la Procura generale di Milano non ritiene necessario ascoltarla, giudicando le sue dichiarazioni prive di riscontri sufficienti. Graciela apprende la notizia dalle agenzie di stampa e da quel momento interrompe progressivamente i contatti con i giornalisti.
Nei giorni successivi prende corpo l’ipotesi di una sua ritrattazione. Ma un reportage pubblicato dal Fatto Quotidiano da Punta del Este aggiunge elementi che rendono più complesso il quadro. Secondo le verifiche effettuate sul posto, la polizia di Maldonado non avrebbe mai interrogato Graciela sui contenuti delle sue dichiarazioni ai giornalisti. Viene così esclusa l’ipotesi, circolata in alcune ricostruzioni, che abbia fornito una versione ai media e una diversa agli investigatori. Anche la Procura generale di Milano ha certificato che la donna non è mai stata convocata dall’Interpol.
Un contatto con la polizia uruguaiana c’è stato, ma per ragioni diverse. Dopo le preoccupazioni manifestate dalla donna, il ministro dell’Interno Carlos Negro avrebbe chiesto alla polizia locale di verificare se necessitasse di protezione. Graciela, tuttavia, avrebbe rifiutato ogni forma di tutela. Una decisione che, secondo chi l’ha incontrata, sarebbe coerente con la sfiducia verso le forze dell’ordine manifestata in precedenza e legata anche a vicende personali. Il 29 maggio arriva infine la dichiarazione giurata firmata davanti a un notaio, nella quale Graciela prende le distanze dal racconto che aveva sostenuto fino a quel momento.
Resta così una sequenza di fatti difficilmente conciliabile con l’idea di una semplice smentita. Da una parte ci sono mesi di contatti, centinaia di messaggi, interviste e ripetute richieste di essere ascoltata dalla magistratura italiana. Dall’altra una ritrattazione maturata dopo la mancata audizione, in un contesto nel quale la stessa Graciela aveva più volte dichiarato di avere paura. Sul perché abbia cambiato versione non esistono oggi risposte definitive. Ma il messaggio del 6 maggio continua a raccontare una donna che, fino a pochi giorni prima del suo silenzio, era pronta a testimoniare a sostegno dell’inchiesta e chiedeva soltanto una cosa: non essere esposta.
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di Angelo Palazzolo
La vicenda della grazia a Nicole Minetti per me ha evidenziato, se ancora ce ne fosse bisogno, la distanza siderale tra il Fatto Quotidiano e gran parte dell’informazione italiana. Non parlo del Foglio, del Giornale o del Secolo d’Italia, quotidiani che di tanto in tanto leggo sia perché la pluralità dell’informazione è un valore oltre che un metodo in sé, sia perché adoro provare l’ebbrezza del vuoto: la vertigine provocata da parole altisonanti e prive di sostanza, da discorsi contorti costruiti per difendere sempre la stessa parte politica. Discorsi che hanno la forma del logos, ma che quasi sempre si risolvono in falsi sillogismi o in allusioni volutamente vaghe, perché, se scendessero nel concreto, si dissolverebbero come bolle di sapone.
No, parlo dei quotidiani storici del nostro Paese: il Corriere della Sera, la Repubblica, la Stampa. Quotidiani che incarnano un’informazione istituzionale che i più benevoli definiscono “moderata”, ma è una moderazione che rifuggo e rifiuto. Non c’è nulla di moderato nel rispetto incondizionato verso un’istituzione, una carica o un’autorità. Ciò che vi scorgo è piuttosto un’indole pavida, che non si mette di traverso, non contesta, non si espone e preferisce allinearsi.
Mi riferisco al rapporto di totale riverenza, se non di sudditanza, che la stampa italiana intrattiene nei confronti del Presidente della Repubblica. Se una cosa è bianca ma Mattarella dice che è nera, allora diventa nera. Se Mattarella paragona la Russia al Terzo Reich e la Russia contesta quel paragone, si parla di un “vergognoso attacco della Russia al PDR”. Se Mattarella, in ogni occasione possibile, attribuisce alla Russia tutti i mali del nostro tempo e la Russia, di conseguenza, lo definisce russofobo, ecco un altro attacco ingiustificato. D’altro canto, se parlando di Israele Mattarella non ricorre mai a espressioni come “Terzo Reich”, è perché la moderazione e il senso delle istituzioni – in certi casi – valgono ancora.
In questo desolante contesto, in cui la verità dei fatti viene sistematicamente piegata alle convenienze politiche e in cui manca il coraggio di usare le parole giuste quando sono scomode, elogio il carattere del Fatto Quotidiano. Un giornale che prima mette in discussione la grazia a Nicole Minetti, entrando nel merito e nel metodo dell’iter che ha portato alla sua concessione, e costringe la Presidenza della Repubblica a chiedere un supplemento d’indagine al Ministero della Giustizia; poi, quando quel supplemento d’indagine — affidato allo stesso soggetto coinvolto nella vicenda contestata — conclude, prevedibilmente, di aver agito correttamente, insiste nell’evidenziarne le palesi incongruenze, le inesattezze e le lacune.
Il carattere del Fatto Quotidiano non consiste soltanto nel coraggio di andare controcorrente. È anche resilienza, consapevolezza e sicurezza di chi sa di svolgere il proprio lavoro senza dover rendere conto a nessuno. Il Fatto non ha politici o istituzioni da compiacere, non ha interessi editoriali da tutelare e rinuncia persino al finanziamento pubblico che gli spetterebbe, proprio per rivendicare la propria libertà e fare informazione nell’esclusivo interesse dei lettori.
Non è un caso che gli scoop e le notizie più scomode pubblicate dal Fatto colpiscano trasversalmente gli schieramenti politici, con una particolare attenzione per i governi di turno. Basti pensare alle inchieste sul “giglio magico” ai tempi di Renzi, prova dell’indifferenza del Fatto verso il potere. Allo stesso modo, non teme la “lesa maestà”, come dimostra il caso in esame, né ha esitato a criticare quello che ritengo il politico-tecnico più sopravvalutato di sempre: Draghi.
Così come non si preoccupa di dare spazio a chi viene silenziato o isolato — il professor Orsini, il generale Mini, l’ambasciatrice Basile, il professor Canfora e altri — per aver espresso opinioni difformi rispetto a un’informazione mainstream che, troppo spesso, sembra avere più padroni occulti che lettori. Meno male che il Fatto c’è!
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di Roberto Celante
Il procedimento di concessione della grazia è regolato dal codice di procedura penale, cioè dalla stessa legge che regola lo svolgimento del processo penale, comprese le modalità di acquisizione delle prove durante le indagini. Ci si aspetterebbe, quindi, che anche la ricognizione dei presupposti per la concessione della grazia fosse normata con la stessa precisione ed il medesimo rigore.
Invece, si resta perlomeno perplessi quando, leggendo il secondo comma dell’art. 681 c.p.p., che disciplina i “provvedimenti relativi alla grazia”, si giunge alla seguente disposizione: “Se il condannato non è detenuto o internato, la domanda può essere presentata al predetto procuratore generale, il quale, acquisite le opportune informazioni, la trasmette al ministro con le proprie osservazioni”.
Qual è il problema di fondo? È che “le opportune informazioni” attribuiscono una tanto evidente, quanto anomala, discrezionalità di giudizio in capo al procuratore generale. Perché anomala? Perché il pm, in ogni indagine su un reato, deve acquisire tutti gli elementi di prova, sia a carico che a discarico dell’indiziato, per valutare se proporre al gip il rinvio a giudizio o l’archiviazione, cioè non può tralasciare niente, non può considerare utili soltanto determinati elementi, selezionandoli tra tutto ciò che l’indagine gli ha messo a disposizione e inserire nel fascicolo solo quelli, in quanto solo quelli avvalorano le proprie sensazioni e i propri presentimenti. Eppure un comportamento del genere, che non è concepibile in un’indagine penale, sarebbe astrattamente possibile in un procedimento di concessione della grazia.
Queste righe non intendono giudicare il caso specifico, cioè il lavoro svolto dalla procura generale di Milano nel caso Minetti, né in occasione della valutazione svolta a seguito della domanda di grazia, né per il supplemento di indagine chiesto dal Presidente della Repubblica, perché le due istruttorie, su cui si fondano i pareri, non sono atti accessibili al pubblico: è impossibile commentare ciò che non si conosce.
Per lo stesso motivo, Thomas Mackinson del Fatto Quotidiano ha svolto un’inchiesta giornalistica: ha raccolto documenti e testimonianze, li ha valutati (improbabile che l’abbia fatto con assoluta leggerezza, considerando le possibili conseguenze legali), li ha ritenuti verosimili e, in accordo con il proprio direttore, li ha pubblicati.
E le notizie raccolte sono state pubblicate non per diffamare Nicole Minetti, non per delegittimare o far revocare il provvedimento di grazia, ma per fare giornalismo; cioè, in tal caso, per permettere all’opinione pubblica di valutare se sia opportuno che l’attuale iter per la concessione della grazia non sia rigoroso come le modalità di acquisizione delle prove durante le indagini. In altre parole, se sia opportuno che un procedimento che può arrivare ad una condanna penale sia normato per filo e per segno dalla legge, mentre per un procedimento che può cancellare quella stessa pena ci sia a monte una valutazione discrezionale sull’opportunità di talune informazioni e l’irrilevanza di talaltre. Se sia opportuno, in ultima analisi, che sui presupposti di un procedimento di concessione della grazia si possa astrattamente dubitare di un difetto di istruttoria, per l’eventuale valorizzazione di sensazioni e presentimenti (anche eventualmente a sfavore del reo), che invece sono estromessi dalla normativa che regola le indagini sui reati.
Il mio parere è proprio questo: non è opportuna questa differenza nei due iter e l’art. 681 c.p.p. andrebbe modificato di conseguenza. Perché entrambi gli iter attengono a provvedimenti sulla libertà delle persone e quindi per entrambi dovrebbe essere garantita la medesima rigorosità, chiunque sia la persona della cui libertà si tratta, perché questo è l’unico modo per contemperare la possibilità di concedere la grazia (art. 87 Cost.), con il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge (art. 3 Cost.).
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