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Caso Minetti, così il rigore etico di un ottimo giornalismo sfida la chiusura istituzionale

di Rossella Dotta

L’integrità è una certezza che resta a chi ha il coraggio di fare vero giornalismo quando tutto il resto viene messo in discussione: è il potere rivoluzionario della lucidità in un ambiente saturo di rumore, è la consapevolezza di aver fatto egregiamente il proprio lavoro.

Scrivere fatti documentati da testimonianze, rifiutare pubblicamente la normalizzazione quando qualcosa non torna, farlo chiaramente anche quando è scomodo e senza voler convincere: questo è vera informazione — una rarità disturbante che incrina le certezze.

Se tutti i giornalisti lavorassero con senso etico e rigore professionale ci sarebbero le premesse per il funzionamento della nostra democrazia, che ha bisogno di cittadini informati e dotati di senso critico. Ma gli stessi strumenti democratici — libertà di parola, pluralismo, accesso aperto all’informazione — possono essere usati per diffondere disinformazione su ampia scala, in un cortocircuito in cui la libertà viene usata per minare le condizioni che la rendono possibile.

La morale collettiva, complici la disinformazione politica e mediatica, ha subito un tragico degrado, mentre il rigore etico individuale, in alcuni, è rimasto un impegno personale che non ha seguito la massa. E quando la morale collettiva precipita, chi mantiene un rigore etico professionale si trova in una posizione scomoda. È precisamente in questo contesto che va letto il caso Minetti.

La chiusura istituzionale poggia su una contraddizione logica: si afferma che la testimone è inattendibile senza averla mai ascoltata direttamente. La sua credibilità è stata valutata attraverso le indagini difensive della controparte — chiedendo all’oste se il vino è buono.

Dal punto di vista del rigore etico la forma è stata rispettata: la Procura ha indagato, il Quirinale ha preso atto. Ma la sostanza rimane opaca se la voce potenzialmente più decisiva non ha mai parlato davanti a chi aveva il potere di ascoltarla ufficialmente. Questo è il cortocircuito in cui la morale collettiva, soddisfatta dalla chiusura formale, diverge dal rigore etico-professionale, che non può ignorare ciò che non è stato fatto. Se esistono testimonianze decisive e inascoltate, se i fatti reali non corrispondono alla narrazione istituzionale che “chiude il caso”, allora il rigore etico impone di non accettare la chiusura formale come chiusura sostanziale.

La storia insegna che la verità spesso prevale, ma raramente in tempo utile. E che la collettività si indigna facilmente ma si stanca ancora più facilmente. Il rigore etico professionale cambia le cose solo quando trova strutture che lo amplificano: giornalismo tenace, magistratura indipendente, opinione pubblica sostenuta. Non voglio credere che al momento sia attivo solo il giornalismo tenace.

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Perché ho deciso di sottoscrivere la richiesta di referendum per abrogare il finanziamento pubblico ai giornali

di Leonardo Botta

Ho deciso di sottoscrivere la richiesta di referendum per abrogare il finanziamento pubblico ai giornali. Un’iniziativa che nasce grazie al comitato referendario che ha lanciato la proposta con slogan quali “basta soldi ai giornali”, “abolire il reddito di giornalanza”.

C’ho riflettuto molto, perché sono tra quelli che ancora credono molto nella fondamentale funzione dell’informazione nel nostro paese (e ovunque); per cui sono consapevole che forme di sostegno a questa importante “industria” siano assolutamente auspicabili, come sono auspicabili, ed esistono, gli aiuti a diversi settori produttivi: il cinema e la cultura, l’edilizia, le fonti rinnovabili, l’automotive.

Ma allora perché abolire, a mio avviso, i finanziamenti alla carta stampata? Semplicemente perché sotto la “copertina” di un sostegno a lavoratori impiegati in questo settore si cela spesso il meccanismo di foraggiamento di organi di stampa che definire sconcertante è dire poco. Faccio due esempi.

– Le testate del gruppo Angelucci (Il Giornale, Libero, Il Tempo) che, anche grazie alle imposte versate dai contribuenti, alimentano la propaganda di destra, oggi governativa; operazione del tutto lecita nel paese in cui uno dei capisaldi della Costituzione è l’art. 21, che sancisce la libertà di espressione delle opinioni, anche (soprattutto) quelle che non condividiamo. Ma versare le tasse per pagare lo stipendio a direttori e redattori la cui funzione mi sembra esclusivamente quella di srotolare la lingua a mo’ di tappeto ai piedi del proprio referente politico o potente di turno mi sembra francamente troppo. E non dimentico che l’editore Antonio Angelucci, già ras della sanità privata, è colui il quale, da deputato della Lega, l’anno scorso ha accumulato la bellezza di zero (zero!) presenze a Montecitorio, incassando comunque la lauta indennità di parlamentare a lui “spettante”.

– Il caso, non meno sconcertante, de Il Secolo d’Italia, organo ufficiale del partito di maggioranza relativa, Fratelli d’Italia, che con un “barbatrucco” fiscale ha mutato la propria natura societaria raggirando così il divieto di finanziamento ai giornali di partito. Più in generale, il trucchetto che molte redazioni orchestrano per incamerare i contributi consiste nel trasformare le loro società in “cooperative” di comodo, per rientrare nei requisiti della legge.

Naturalmente, a essere drogato non è solo il mercato dell’editoria di destra; ricordo ancora il “bagno di sangue” costato agli italiani il fallimento de L’Unità, organo del Pds/Ds, i cui cento milioni di debiti sono stati ripianati dal governo (quindi dai contribuenti) grazie a una legge voluta negli anni ’90 da Prodi.

È chiaro che l’abolizione del finanziamento potrebbe sortire l’effetto di gettare via il bambino con l’acqua sporca: esistono tanti giornali i cui operatori svolgono scrupolosamente, con impegno e spirito d’indipendenza il proprio lavoro, che senza i sostegni pubblici andranno in grave sofferenza (e con loro cartiere, tipografie, edicole e tutto l’indotto), nel momento storico in cui molti italiani preferiscono informarsi su TikTok piuttosto che leggere un articolo, in cui è solo un vago ricordo il milione e passa di copie tirate dal principale quotidiano nostrano, il Corriere. E in cui ogni mattina girano su Whatsapp migliaia di file pdf “pezzottati” di tutti i giornali editi nel nostro paese.

Non so se il referendum produrrà qualche esito: non è detto che si arrivi alle 500mila firme necessarie (al momento siamo a meno di 200mila) ed è difficile che eventualmente, poi, si raggiunga il quorum del 50+1 percento nelle urne. Ma, quantomeno, val forse la pena sollevare la questione, magari per mettere un po’ di pressione addosso a qualche giornalaccio buono manco per incartare il pesce. Io, nel mio piccolo, continuerò a sottoscrivere l’abbonamento digitale (da tempo ormai non compro più i quotidiani cartacei) a qualche testata (magari anche più di una) che ritengo meritevole di lettura, come faccio da diversi anni.

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