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Petrolio e potere: perché resistere a Trump significa abbandonare l’imperialismo fossile

di Kenny Bruno e Stephanie Brancaforte

Nel nostro tempo si sta affermando una cultura del potere, in cui la disponibilità di risorse e la capacità di dominare tendono a dettare l’agenda e i criteri decisionali. [In questo modo, il bene comune dell’umanità viene relegato in secondo piano e la tragedia concreta dei popoli in guerra viene ridotta a una considerazione secondaria rispetto agli interessi strategici].
— Papa Leone, Magnifica Humanitas

Nel nostro tempo, il legame tra i combustibili fossili e la cultura del potere – leggi: autoritarismo – è diventato esplicito.

Dall’insediamento presidenziale del gennaio 2025, l’obiettivo del governo statunitense è stato il puro dominio. Il presidente Trump controlla il governo federale come nessun altro prima di lui, applicando la teoria dell’“esecutivo unitario” (unitary executive), che di fatto azzera la capacità dei dipartimenti federali di agire in modo indipendente. Domina i media come nessun altro. Domina le conversazioni di tutti i giorni. Domina il suo partito e il Congresso: la risicata maggioranza repubblicana si schiera sistematicamente con le sue priorità, terrorizzata dall’idea di subire sfide alle primarie o di essere punita da lui e dall’elettorato di riferimento.

La Corte Suprema, nella causa emblematicamente denominata Trump contro Stati Uniti, ha persino stabilito che il presidente gode dell’immunità penale. Per la legge, un uomo solo è al di sopra della legge. Il che significa che, invece dello Stato di diritto, gli Stati Uniti hanno ora il governo di un solo uomo.

L’imperialismo fossile in politica estera

Il tema del dominio permea anche la geopolitica. Il presidente lancia slogan come “prendere il controllo”, “prendersi il loro petrolio”, “lo otterremo in un modo o nell’altro”. Venezuela e Iran ne sono gli esempi lampanti (l’annessione della Groenlandia, a quanto pare, è solo temporaneamente in stand-by).

Questa agenda non è mai stata così esplicita come nel settore del petrolio e del gas. L’espressione “dominio energetico” (energy dominance) è quasi un tic nervoso per i funzionari federali. Esiste persino un vero e proprio Consiglio per il Dominio Energetico Nazionale (istituito formalmente su whitehouse.gov). Per questa amministrazione, “energia” significa esclusivamente petrolio e gas. Infatti, l’irrazionale amore per le trivellazioni selvagge è accompagnato da una speculare, viscerale antipatia verso le rinnovabili, in particolare l’eolico. Il governo ha cancellato progetti eolici già avviati e ha pagato alla Total 1 miliardo di dollari pur di farle abbandonare le concessioni eoliche.

Dominio energetico significa una cosa sola: esercitare il potere geopolitico attraverso l’esportazione di idrocarburi.

La sottomissione dell’Europa: l’effetto Chamberlain

Il dominio di un paese, per logica, implica l’asservimento di un altro. Un concetto che è stato reso evidente nel luglio 2025 quando la presidente dell’Unione Europea, Ursula van der Leyen, nella sua migliore imitazione di Neville Chamberlain – o, per l’appunto, calandosi nei panni di un arrendevole Vittorio Emanuele III, pronto a firmare la resa – si è recata nel campo da golf di Trump in Scozia. Lì, ha siglato un accordo commerciale che impegna l’Europa a importare l’assurda cifra di 750 miliardi di dollari in petrolio e gas dagli Stati Uniti. In caso di promessa infranta, la minaccia è lo scatto di dazi punitivi.

In altre parole, gli Stati Uniti stanno usando minacce economiche e militari per cacciare a forza petrolio e gas in gola all’Europa. Attraverso una triplice strategia:

– Regolamenti indeboliti: l’UE ha ricevuto l’ordine di allentare le proprie normative sul metano per rendere ammissibile il gas proveniente dal bacino Permiano in Texas.
– Attacchi alla NATO: l’alleanza atlantica è stata ripetutamente denigrata dal presidente e dal vicepresidente statunitensi.
– Infrastrutture imposte: l’ambasciatrice in Grecia, Kimberly Guilfoyle, ha chiarito che lo sviluppo delle infrastrutture di GNL (gas naturale liquefatto) è la sua priorità assoluta, mentre 12 paesi dell’Europa centrale e orientale hanno firmato contratti per importare GNL americano nel bel mezzo del più grande shock energetico della storia recente.

Se gli Stati Uniti devono dominare, l’Europa deve essere sottomessa. Il rapimento di Nicolás Maduro è un altro chiaro esempio di imperialismo fossile; gli Stati Uniti non si sono presi la briga di occupare militarmente il Venezuela, ma ne controllano l’unico settore strategico. E la nuova presidente venezuelana sa perfettamente di dover seguire le istruzioni, per evitare di fare la stessa fine. Il Venezuela, non a caso, ha immediatamente smesso di inviare petrolio a Cuba, che ora ha l’elettricità solo per poche ore al giorno.

La guerra in Iran: altro che fallimento!

Anche la guerra in Iran, che molti osservatori considerano un fallimento strategico, è in realtà un enorme successo per l’industria petrolifera, e in particolare per un gruppo ristretto di trader di GNL che stanno accumulando extraprofitti osceni. Il presidente degli Stati Uniti non la considera affatto un fallimento. Ha arricchito i suoi amici e ha fatto felice il suo alleato Netanyahu. Dopotutto lo dice sempre: “Quando i prezzi del petrolio salgono, noi facciamo un sacco di soldi”. Dove il “noi”, ovviamente, si riferisce alle multinazionali, non ai cittadini.

Donald Trump aveva chiesto esplicitamente ai colossi del petrolio 1 miliardo di dollari per la sua campagna elettorale, promettendo in cambio totale carta bianca. Ne hanno versati meno della metà (come riportato dalle inchieste del The Guardian), ma lui sta comunque mantenendo la parola. Mussolini riteneva che il fascismo dovesse essere chiamato corporativismo. È difficile immaginare un Paese che abbia fuso gli interessi delle multinazionali fossili e del suo aspirante dittatore in modo più completo rispetto agli Stati Uniti di oggi.

Serve una democrazia di combattenti, non di complici

La guerra a Gaza, la guerra in Iran e la guerra alle rinnovabili e all’azione per il clima si sono fuse in un’unica, coerente spinta verso il dominio globale. I paesi europei sono sovrani e hanno gli strumenti per resistere. Ma quello che non possono fare, per pura logica, è dichiararsi contrari all’ascesa dell’autoritarismo e contemporaneamente sostenere il fracking, le nuove centrali a metano e i contratti a lungo termine per il GNL americano.

Negli Stati Uniti, i cosiddetti democratici moderati di solito appoggiano lo sviluppo dei combustibili fossili, ma questa non è una posizione “moderata”: è complicità nei confronti dei bulli. Lo stesso vale per l’Europa. Gli elettori vogliono combattenti, non leader inclini al compromesso al ribasso. La democrazia ha bisogno di difensori, non di scendiletto. Il solare e l’eolico costano meno. Ma i bulli non vogliono che spendiate meno. Sono più puliti. Ma loro non vogliono che respiriate aria pulita. Sono sicuri per il clima. Ma i bulli non vogliono nemmeno che pronunciate la parola “clima”. Sono fonti energetiche locali e indipendenti. E i signori del fossile odiano l’indipendenza, perché blocca la loro strada verso il controllo totale.

Papa Leone avverte che persino la corsa all’intelligenza artificiale è guidata dal “desiderio di assicurarsi un dominio geopolitico o commerciale”. Lo stesso vale per le guerre e per l’energia. La sfida, scrive il Pontefice, è “trasformare le modalità dominanti di esercizio del potere in forme di potere condiviso”. In altre parole: il dominio è l’agenda dei bulli e degli autocrati. La cooperazione è la via delle democrazie. Il Papa è troppo diplomatico per dirlo apertamente, ma la logica è lampante: per resistere al fascismo, dobbiamo rifiutare i combustibili fossili. E viceversa.

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La trave nel piatto – Hormuz, l’altro ostaggio si chiama agricoltura

Il solido sistema agricolo moderno è vecchio, non moderno, è fragile, non solido. È questa la trave che la guerra in Iran e la conseguente chiusura dello stretto di Hormuz ci serve nel piatto. Il modello di produzione agricola vigente è dipendente dal fossile: poiché dallo stretto di Hormuz passa un quarto del petrolio mondiale, ma soprattutto un terzo del commercio marittimo di fertilizzanti e dei componenti necessari per produrli (ammoniaca, urea, zolfo). Questo porta molti agricoltori a temere sulle prossime semine. Secondo le Nazioni Unite, a rischio fame 45 milioni di persone in più nel mondo, se la situazione non si sblocca rapidamente. Tra l’altro una criticità simile legata ai fertilizzanti si era presentata già nel 2022, dopo l’aggressione russa all’Ucraina, essendo quest’ultima un esportatore di fertilizzanti azotati. Ma i cicli stagionali agricoli mal si adattano alle variabili imprevedibili come quelle belliche, geopolitiche e speculative; pertanto, il danno è già effettivo e serviranno mesi prima che quei due milioni di tonnellate di fertilizzanti bloccati nel Golfo possano raggiungere i paesi di destino. Nell’UE il prezzo dei fertilizzanti azotati è cresciuto del 60% rispetto al 2024, e solo in Italia ogni anno se ne usano 300 mila tonnellate. Se la media europea di fertilizzanti inorganici si attesta tra 70 e 72 kg per ettaro, in Italia i dati mostrano un uso tra 110 e 130 kg per ettaro, nonostante si stimi che gli agricoltori applichino circa 67 kg di azoto in più rispetto alle capacità di assorbimento del terreno.

Tutto questo evidenzia come quel modello agricolo e alimentare stia lavorando contro e non con la natura: gli ecosistemi agricoli sono concepiti come luoghi artificiali in cui il vivente si deve adeguare alle esigenze del mercato globale. Paradossalmente, ma prevedibilmente i colossi dell’agrobusiness propongono come soluzione gli stessi strumenti che hanno in larga parte portato al collasso e alla fragilità attuale: più dipendenza tecnologica, più input energetici, nuove generazioni di Ogm e sementi brevettate. E le misure tampone proposte dall’Europa – sospendere i dazi sui fertilizzanti, elargire fondi agli agricoltori, promuovere stoccaggi strategici, fertilizzanti alternativi – non tendono a quel necessario e urgente cambio paradigmatico che i tempi ci impongono. Dobbiamo compiere delle rotture rispetto alla dipendenza di un sistema globalizzato inevitabilmente verticale, concentrato nelle mani di pochissimi e potentissimi attori. Se crediamo davvero in un cibo buono pulito e giusto come reale diritto di tutte e tutti, se crediamo nella sovranità alimentare, allora appare urgente valorizzare i sistemi locali del cibo che restituiscono centralità a contadini e biodiversità nella cornice di un approccio agroecologico. L’agroecologia non è solo una soluzione “tecnica”: non si tratta infatti solo di un insieme di pratiche agronomiche, si tratta di una prospettiva politica.

L’agroecologia, infatti, è un approccio “dal basso”: permette un governo dei territori da parte delle comunità locali, da dignità al sapere diffuso e orizzontale dei popoli, consente la rigenerazione del tessuto sociale lacerato e intende le risorse naturali come beni comuni da custodire, rigenerare e condividere. L’agroecologia applica principi ecologici alla gestione di sistemi agricoli e si basa su alcuni fondamentali: riciclo dei nutrienti (quindi non avremo più bisogno di comprare fertilizzanti chimici), rotazione delle sostanze organiche, conservazione dell’acqua e della fertilità del suolo ed equilibrio microbiologico. L’agroecologia concepisce i campi coltivati come ecosistemi nei quali si verificano relazioni naturali sinergiche tra colture, alberi e animali. Lavora con e non contro la natura. Secondo un’analisi della Agroecology Coalition, i governi globalmente spendono ogni anno più di 600 miliardi di dollari in sussidi agricoli, di cui quasi 400 miliardi sostengono quello stesso modello intensivo che devasta clima e biodiversità. La stessa analisi stima che la transizione globale verso sistemi agroecologici richiederebbe tra i 250 e i 430 miliardi di dollari l’anno: quindi meno di quanto già si spende per tenere in piedi l’agricoltura imperniata sul fossile. L’agroecologia, dunque, rappresenta una rottura: rimette i semi nelle mani dei contadini superando la logica dei brevetti; accorcia le filiere a tutela del reddito degli agricoltori; promuove la sovranità alimentare rendendo i popoli responsabili e indipendenti perché il cibo non sia sommesso alle crisi belliche ma alle reti di solidarietà tra comunità. Il modello agroecologico non è solo un’alternativa teorica, si tratta di un paradigma produttivo già sperimentato e applicato positivamente in molti territori: in attesa che la politica si attivi mettendo la transizione agroecologica al centro dell’agenda politica, le comunità stanno già costruendo e dando vita ad un modello di sviluppo realmente sostenibile che ha a cuore il presente e il futuro del vivente tutto.

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