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Quelli che usano la libertà d’espressione contro la libertà

In questi giorni, forse anche perché legittimamente annoiati dal delirio di onnipotenza trumpiano da un lato e dal delirio d’impotenza della politica italiana dall’altro, in tanti ci siamo esercitati su un certo numero di polemiche che ruotavano tutte, per un verso o per l’altro, attorno alla libertà d’espressione, il più malinteso e manipolato tra i valori della democrazia liberale, divenuto non per caso la bandiera di tutti i peggiori fascismi in circolazione.

Dall’intervista di Erri De Luca su Gaza fino alle parole di Enrico Mentana sulla programmazione della 7, passando per le dichiarazioni di Francesco De Gregori contro certe pose da artisti impegnati e per l’annullamento del concerto di Kanye West a Reggio Emilia, su giornali, talk show e social network praticamente non si parla d’altro, da giorni. Il problema è che se ne parla male. Quindi vi dico subito in modo chiaro e semplice come la vedo io: quello che conta, nella libertà di espressione, è la libertà, non l’espressione.

Consentire una serie di letture pubbliche del Mein Kampf nel ghetto di Roma sarebbe certamente un modo esemplare di assicurare la facoltà di esprimersi di migliaia di antisemiti in camicia bruna, ma confliggerebbe con la libertà dei residenti e con il loro diritto a uscire di casa senza dover temere di venire aggrediti, linciati o ammazzati in mezzo alla strada. Fatta questa premessa di carattere generale, veniamo ai casi particolari e ad alcune necessarie distinzioni, cioè esattamente quello che a mio parere è mancato in un dibattito soffocato dalla logica dell’appartenenza tribale, o forse solo dall’attaccamento di tutti i partecipanti alle proprie ossessioni e idiosincrasie.

Sul caso che ha fatto più rumore – e ragionevolmente si è portato dietro gli altri, secondo la stessa logica per cui se un giocatore di golf uccide qualcuno a mazzate in modo particolarmente efferato, per i successivi due mesi giornali e tv si riempiono di serial killer golfisti, magari anche solo amatori, o al limite spettatori occasionali – ho già scritto qui in dettaglio, dunque mi limito a sottolineare un punto. E cioè che si può benissimo condividere la riprovazione di De Luca per l’uso ritorsivo del termine «genocidio» contro Israele, senza però accettare la sua giustificazione dei massacri di Gaza con l’argomento secondo cui «il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto», e ancor meno l’assurdo parallelo con Mosul, Raqqa e Mariupol. Allo stesso modo si può condividere la critica di De Gregori all’idea che l’artista debba dare al mondo continue lezioni di vita, politica e educazione civica (come mostrano di condividerla, su Linkiesta, Cataldo Intrieri e Guia Soncini), e trovare tuttavia insostenibile, ingeneroso e persino irritante indicare come esempio di un simile modo di fare proprio Bruce Springsteen.

Di fronte alle squadracce di Donald Trump che ammazzano cittadini in mezzo alla strada, e a editori multimiliardari di quotidiani e tv che gli baciano la mano, per non dire di peggio, il fatto che almeno lui alzi la voce e cerchi di scuotere il suo paese è un esempio di coraggio e dirittura morale per cui bisognerebbe ringraziarlo e rendergli onore, certo non sfotterlo. Quanto alle parole di Mentana sulla linea antigovernativa dei talk show della 7, il punto è semplicemente che l’espulsione dalla Rai di programmi e conduttori non allineati ha fatto la fortuna della concorrenza (vogliamo parlare dei dati di ascolto della Nove grazie a Fabio Fazio?) creando un vuoto, una distorsione del mercato, tra la Rai meloniana e la Mediaset berlusconiana, di cui per La 7 sarebbe stato folle non approfittare.

Lo scandalo, ovviamente, è il fatto che pressoché tutti o quasi tutti i giornalisti e conduttori di maggiore successo siano finiti su La 7, per l’intollerante prepotenza dei nuovi padroni della tv, al tempo del mono-duopolio meloniano Rai-Mediaset. Quanto infine alla polemica sul concerto annullato di Kanye West, rapper ultra-trumpiano che ha apertamente inneggiato a Hitler, mi colpisce solo per un aspetto: che ci ricorda una volta di più quanto la retorica sui rischi del nuovo antisemitismo da parte della destra trumpiana e filotrumpiana sia completamente fasulla e strumentale, e sia esattamente l’altra faccia della loro non meno fasulla e strumentale battaglia sulla libertà d’espressione: l’una e l’altra si traducono banalmente nel cercare scuse per ridurre al silenzio gli avversari politici e per diffondere in ogni modo ogni possibile discorso d’odio. Una manovra che come al solito vede convergere e confondersi, in una miscela esplosiva, furbacchioni di destra e fessi di sinistra.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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De Gregori, e il florido mercato degli artisti engagé

Lo vedo passare, il Principe, la mattina per il Lungotevere della Vittoria: leggero, scivola via e intorno a lui il vuoto. Nessuno che osi disturbare il suo cammino, chiedergli un selfie. Francesco De Gregori è un atipico pezzo di Roma, quella che non indulge alla caciara e alla cordialità finta e appiccicosa da circolo sul Tevere (dove, al massimo, in anni lontani sarà entrato per portare i figli a nuoto, da tipico padre collaborativo di Roma Nord, forse).

Francesco De Gregori, in cinquantatré anni, ha scritto a sua volta pezzi di storia della vita di tanti, da quando frequentava il Folkstudio ai primi concerti in un cinema-teatro dietro la Tiburtina, dove si alzava immancabile il pugno quando annunciava che avevano ammazzato Pablo, perché non avevamo capito niente, come al solito. Una sera Lucio Dalla salì sul palco per un duetto di “Anidride solforosa” di Roberto Roversi. Succedeva anche questo, ai tempi: altro che le finte ospitate casuali dei costosi concertini di oggi.

Fino ai suoi immancabili concerti natalizi al Teatro Tenda di piazza Mancini, con cui si scandivano amori importanti e sofferti.

Che io mi ricordi, la sua canzone più politica è “Storie di ieri”, la prima in cui, negli anni Settanta, veniva pronunciato il nome di Mussolini per definirlo un «poeta truffatore».

Certo, anche “Viva l’Italia”, ma lì cantava un Paese idealizzato che si stringeva «ad occhi aperti nella notte triste» della strage di piazza Fontana e che si sarebbe riunito, di lì a pochi anni, per l’ultima volta intorno al feretro di Enrico Berlinguer.

Un Paese che forse non è mai esistito e oggi è sparito, ma a cui si poteva guardare anche con empatia e pietà, come il piccolo cuoco di Salò alle prese con la Storia che gli passa accanto in un’Italia che muore nel suo ultimo grande lavoro, “Amore nel pomeriggio”, del 2001.

Fondamentalmente Francesco De Gregori al “popolo de sinistra” è sempre stato estraneo. Ha raccontato scenari surreali (“Alice”), metafore (“Bufalo Bill” e “Titanic”), solitudini di donne cannone e leve calcistiche, sospeso tra Bob Dylan e Leonard Cohen. Ha raccontato storie intime e individuali. Il resto non gli ha mai interessato e, proprio per questo, subì un traumatico processo a scena aperta il 2 aprile 1976 al Palalido di Milano.

Durante il tour di “Bufalo Bill “(e non era un caso: l’uomo diventato simbolo, suo malgrado, di qualcosa di molto più grande), fu accusato e minacciato – si parlò di una pistola mostrata in pubblico – da membri di Autonomia Operaia, gruppo estremista, di essersi venduto al capitale, di essere diventato l’artista commerciale di “Buonanotte fiorellino”, di sfruttare i suoi ammiratori costretti a pagare (millecinquecento lire, oggi circa settanta centesimi) per ascoltarlo.

Raccontano le cronache che sul palco «un uomo dalla barba bianca, dall’età indefinibile, prende la parola: “La rivoluzione non si fa con la musica. Prima si fa la rivoluzione, poi si pensa alle arti e alla musica. Lo diceva anche Majakovskij, che era un vero rivoluzionario, e si è suicidato. Suicidati anche tu”».

De Gregori ascolta pallido e silenzioso. Mormora al microfono: «Forse sono una vittima dell’industria». Riesce a raggiungere il camerino, distrutto, e conclude: «Stasera mancava solo l’olio di ricino».

Esattamente mezzo secolo dopo, un altro uomo di età indefinibile, capelli e baffetti bianchi, è salito sul palco per fargli il processo sul suo silenzio riguardo al «genocidio di Gaza». L’uomo è Gino Castaldo, critico musicale di Repubblica, immortalato dalla Gialappa’s come un omino seviziato da Ema Stokholma.

Castaldo non lo invita al suicidio, ma a pentirsi di non aver condannato con le giuste parole l’eccidio di settantamila gazawi, per molti evidentemente del tutto sovrapponibile a quello di milioni di ebrei. Forse la vera colpa è di non aver sdoganato la grande voglia di antisemitismo che gira nell’aria.

Dall’Italia del 12 dicembre a quella di Zerocalcare non è cambiato nulla. O forse è cambiato tutto. De Gregori scivola via sul Lungotevere mentre «i gatti guardano nel sole».

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Votare è un piccolo gesto che continua ad avere una forza immensa

Votare è più di un gesto banale, di un semplice tratto di una matita copiativa su un foglio che chiamiamo scheda.

Votare è un atto di libertà, di autodeterminazione, di partecipazione al destino comune e collettivo.

Votare è la possibilità di trasformare un desiderio in scelta, un’ingiustizia percepita in una direzione nuova, una speranza in una responsabilità condivisa. È il modo più concreto nel quale ognuno di noi può affermare di esserci, di contare, di voler contribuire.

Insomma, votare è un gesto piccolo che però ha, e continua ad avere, una forza immensa, perché da sempre, se fatto con consapevolezza, mette in moto «qualcosa», tanto dentro chi lo compie, quanto nel mondo fuori che lo riceve, registrandolo.

Questo libro nasce allora con l’intento di raccontare proprio questo: come e perché il voto conta. E perché dietro quel gesto apparentemente meccanico, quasi burocratico, si celi in realtà un patrimonio complesso, fatto di conquiste e di esclusioni, di lotte e di paure, di speranze e disillusioni, di gesti di fiducia e di atti di coraggio.

Un percorso lungo naturalmente e tutt’altro che lineare, che dà senso tuttavia a ogni scheda depositata; che conferma, oggi per molti versi ancora più di ieri, che esercitare questo diritto – faticosamente conquistato appunto – resti un atto di un’importanza essenziale, vitale.

In un tempo infatti in cui la sfiducia cresce, l’astensione dilaga e la politica sembra guardare a un orizzonte troppo vicino per apparire come un reale progetto che abbia la sostanza di una visione, recuperare il significato profondo del votare diventa un gesto controcorrente, quasi rivoluzionario.

Non a caso, in fondo, il voto è il modo più semplice e più deciso per dire ancora una volta: «io ci sono». Per affermare cioè che il futuro comune dipende anche da noi: che nulla insomma è già scritto e che la nostra voce può ancora spostare e «cambiare il corso» della Storia.

Che è poi quello che differenzia – se ci fermiamo un momento a pensare – le autocrazie dalle democrazie: le prime infatti hanno sempre un futuro già scritto, precotto e bell’e pronto, a prescindere dall’esito del votare da parte dei cittadini.

Mentre le seconde, invece, non conoscono mai il loro futuro, perché quel domani che si chiama futuro nasce, ogni volta, proprio da lì, da quel momento che è il votare, insomma: ossia da quella scelta compiuta con una matita, ripetuta milioni di volte, in genere in uno stesso giorno, da coloro che hanno l’esercizio di quel diritto.

Allora è proprio per questo che votare è una parola – o più precisamente un verbo – «controtempo»: perché invita a fermarsi e a ricordare ciò che rischiamo di perdere quando smettiamo di esercitare il nostro diritto più potente, che è anche – non dimentichiamolo –, almeno in teoria, il più facile da praticare e il più semplice da intendere.

Non a caso non esiste, nella storia, grande pensatore che non abbia sottolineato come il votare sia, in fondo, un modo per esprimere e per confermare non soltanto una responsabilità sociale quanto, anzitutto, la propria libertà personale. E che, quando ciò non accade – come ormai stiamo vedendo in molte democrazie, a partire dall’Italia dove l’astensionismo ha raggiunto livelli di guardia, come spesso sottolinea il presidente della Repubblica Sergio Mattarella –, si inizia progressivamente a decadere, a degradarsi, perché «la democrazia vive solo se qualcuno se ne prende cura», come ricordava già molti anni fa Italo Calvino nel suo La giornata d’uno scrutatore.

La democrazia infatti – e questi tempi appunto ce lo mostrano in modo brutale – non è un paesaggio, uno sfondo, un ambiente di vita dato una volta per tutte: è un cammino quotidiano, che è fatto anzitutto, come presupposto necessario e doveroso da parte di tutti noi, da un gesto minuscolo – votare appunto – che tuttavia, se compiuto da tutti, può essere davvero grande e cambiare lo scenario e il panorama della società che ci circonda.

Eppure, proprio perché quella straordinaria «magia» che chiamiamo democrazia possa funzionare appieno attraverso un voto libero – non una finzione già decisa a tavolino, da qualcuno, altrove, in piena solitudine – sono necessari presenza, responsabilità e cura da parte di tutti noi.

Essa richiede, in fondo, una forma di fedeltà quotidiana da parte di ciascuno di noi.

Perché, quando ognuno pensa che sia compito di altri occuparsene, finisce che nessuno lo fa davvero. E allora tutto, lentamente ma inesorabilmente, si spegne: proprio come accade anche ai giardini più fioriti e rigogliosi quando vengono abbandonati.

Dunque, se si guarda alla parola «votare» da questa prospettiva, essa acquista inevitabilmente un significato diverso, più profondo: votare infatti diventa una chiamata alla partecipazione, ma prima ancora un richiamo a noi stessi a fare la nostra parte, per quanto grande o piccola possa sembrare.

Osservandolo più da vicino, si scopre infatti che il votare non indica quindi soltanto un’azione, ma una vera e propria presa di posizione.

Perché è, in buona sostanza, il modo in cui ciascuno di noi sceglie di collocarsi nel proprio contesto, nella società che lo circonda – nel mondo, vicino e lontano – dichiarando, appunto con un gesto semplice, da che parte intende stare.

Votare significa allora non restare spettatori, ma scegliere di essere parte. E, in questa scelta, assumere il ruolo di protagonisti di una storia che, per sua natura, non è mai già scritta, a condizione che il voto evidentemente non si riduca, come detto, a una mera finzione.

Votare, dunque, è lasciare una traccia di sé.

È un gesto silenzioso che, tuttavia, fa molto rumore, producendo effetti profondi, imprimendo segni e marcando perimetri: perché incide nelle istituzioni, perché orienta le decisioni collettive, perché contribuisce a delineare il tempo che verrà per noi e per gli altri.

È forse proprio qui allora che si coglie il significato più autentico del votare: nel ricordarci che la democrazia non si nutre dei grandi discorsi di un giorno, ma dei gesti semplici e continui di partecipazione attiva, di cittadinanza attiva, che ciascuno di noi può fare, quotidianamente.

Vive insomma nella costanza di atti condivisi, ripetuti nel tempo perché non si corroda, e nella presenza discreta ma attiva di milioni di persone che, senza rumore, mantengono aperta la possibilità del cambiamento.

Perché, se ogni voto è un segno fragile, insieme agli altri diventa invece forza, direzione, orizzonte.

Per questo il votare, più che un semplice diritto, è un’occasione preziosa: quella di non delegare ad altri, e ai loro interessi, la responsabilità di decidere ciò che ci riguarda più da vicino.

È un momento in cui ciascuno di noi è chiamato a uscire dalla posizione comoda dello spettatore per assumere, invece, quella più impegnativa del protagonista.

In fondo, il futuro non è un orizzonte distante e già scritto, ma prende forma, giorno dopo giorno, nella trama concreta delle scelte che compiamo, o che scegliamo di non compiere.

E proprio per questo il voto rappresenta una soglia: il punto in cui la libertà individuale si traduce in responsabilità collettiva, e in cui la possibilità diventa verso, direzione, indirizzo politico.

Scegliere di votare significa allora non solo esprimere una preferenza, ma riconoscere che il destino comune dipende anche da noi. Significa accettare che la democrazia non vive di automatismi, ma della presenza consapevole di chi la abita.

Tratto da “Votare”, di Francesco Clementi, ed. il Mulino, 14€

*Professore di diritto pubblico italiano e comparato nell’Università La Sapienza di Roma.

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C’è chi sta prendendo molto seriamente il nuovo film di Spielberg

Per una parte di pubblico, il nuovo film di Steven Spielberg non è solo un film. “Disclosure Day” in arrivo il 10 giugno in Italia, sarebbe la prova che il regista sa qualcosa sugli extraterrestri e ha scelto il cinema per raccontarcelo. Su X, su Reddit e nei seguitissimi podcast dedicati agli UFO non si parla di sospensione dell’incredulità: si è convinti che il film sia tratto da fatti reali, l’apice di una vera disclosure. Una rivelazione pilotata. E il tempismo non potrebbe essere dei migliori.

L’ufologia vive una seconda primavera da quando il governo statunitense, complici le famose audizioni al Congresso degli ex agenti dell’intelligence e il recente programma PURSUIT voluto da Trump, ha cominciato a desecretare alcuni documenti su oggetti non identificati.

Nel 1938 era bastato un radiodramma di Orson Welles sull’invasione marziana a gettare nel panico mezza America; oggi, immersi in continue crisi internazionali, se Spielberg chiudesse il film annunciando la data del primo contatto, la maggioranza del pubblico passerebbe oltre. Ma per la nicchia ufologica, il momento è proficuo e questo cortocircuito è linfa vitale: il fascino del mistero si alimenta proprio del contrasto tra l’indifferenza generale e l’imminenza di una verità nascosta. E lì in mezzo, ora, siede Steven Spielberg.

“Disclosure Day” è una storia originale tratta da un soggetto di Spielberg, sceneggiato da David Koepp: nel film, un funzionario della cybersicurezza scopre le prove dell’esistenza degli alieni e la cospirazione del governo che le tiene nascoste. Le prime recensioni sono entusiaste per quella che, già nelle premesse, è un racconto di verità sepolte e istituzioni opache; la superficie perfetta su cui proiettare il sospetto che sia tutto reale.

Da qui nasce l’idea della soft disclosure, o predictive programming, teoria secondo cui il film servirebbe ad abituarci, un fotogramma alla volta, a una realtà troppo grande per essere svelata in un colpo solo. Un piano studiato a tavolino che vedrebbe Spielberg coinvolto da decenni.

Il regista infatti non è nuovo agli ambienti ufologici. Per “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, del 1977, passò anni a ritagliare avvistamenti dai giornali e a parlare con ex militari convinti dell’esistenza di un insabbiamento. Il suo consulente era J. Allen Hynek, l’astronomo e consulente scientifico che aveva guidato il Project Blue Book, indagine ufficiale dell’aeronautica americana sugli UFO, avviata negli anni ‘50. Dalla scala di Hynek deriva perfino il titolo di quel film, e lo scienziato compare in un cameo nel finale. Spielberg costruì le sue inquadrature sui resoconti reali, ma non tutti nella comunità ufologica ne furono entusiasti. Come temette il ricercatore Richard Haines sulle pagine di una rivista cospirazionista, il mezzo cinematografico aveva finito per contaminare le testimonianze: da lì in poi, chi giurava di aver visto un UFO finiva per descrivere le visioni di Spielberg.

C’è un dettaglio che dice molto su come ragiona il pubblico più elettrizzato dall’uscita del film. In realtà, dopo Incontri ravvicinati del terzo tipo, le segnalazioni di UFO non aumentarono: diminuirono. L’ufologa Jenny Randles spiegò che il film aveva spostato la fascinazione dal cielo allo schermo. Per chi crede, però, un dato che smentisce il fenomeno diventa ulteriore conferma: se un film può azzerare gli avvistamenti, allora fa qualcosa di più profondo di un film.

Una lettura che Spielberg asseconda da sempre. Da anni, il regista racconta che dopo una proiezione di E.T. alla Casa Bianca, nel 1982, Ronald Reagan si alzò e, senza sorridere, si rivolse alla sala: «Ci sono persone qui che sanno che tutto quello sullo schermo è assolutamente vero». Tutti risero; lui no.

Per chi aspetta la rivelazione imminente, Spielberg è diventato un cantore profetico: il testimone che prima o poi dirà la verità. Lui lo sa, e sta al gioco. Ha voluto ambientare “Disclosure Day” nel presente proprio per «costruire nello spettatore la sensazione che quanto raccontato stia accadendo adesso, per davvero». Ciò che nel ’77 sperava essere vero, oggi, racconta in varie interviste, sarebbe reale. E appare persino nell’ultimo trailer di “Disclosure Day”, rendendo sempre più indistinguibile l’urgenza del film da quella del suo autore.

Le storie di alieni sono sempre state lo specchio delle nostre paure: gli invasori degli anni Cinquanta raccontavano la tensione da Guerra Fredda; La guerra dei mondi, sempre di Spielberg, parlava all’America segnata dall’11 settembre di una catastrofe che piomba dal cielo senza preavviso.

Oggi, il tema non sono più gli alieni, ma la loro rivelazione. Gli Epstein files – i documenti che hanno confermato l’esistenza di reti di potere opache e segreti rimasti nascosti per decenni – hanno lasciato il segno: per una parte del pubblico, l’idea che esistano grandi verità in attesa di essere rivelate non è più solo una fantasia. Quella sfiducia verso le istituzioni è la stessa che oggi nutre l’ufologia. In un mondo sempre più segnato dall’incertezza, lo spazio per credere a qualsiasi cosa si allarga. “Disclosure Day” arriva qui, in questo clima: il film del post-Epstein Files.

È romantico osservare una comunità convinta che un annuncio come l’esistenza degli alieni possa essere affidato a un grande regista e al suo film in arrivo in sala. In fondo, gli ufologi credono nel cinema più di molti altri, convinti che quest’arte occupi ancora lo stesso posto del secolo scorso. Sappiamo però che se davvero fosse in arrivo ET, non sarebbe certo Spielberg a rivelarlo, ma una diretta streaming o un post scritto in capslock dal presidente degli Stati Uniti.

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Storia di un mercato evolutosi a regola d’arte

Il volume Trading Beauty: Art Market Histories from the Altar to the Gallery di Valentina Castellani (Allemandi Editore, 2026) mette in discussione l’idea che le opere d’arte possano essere comprese indipendentemente dal mercato che le ha generate e fatte circolare. Ogni oggetto oggi conservato in un museo è stato anche il risultato di accordi economici, interessi politici e aspettative legate all’evoluzione del gusto. La storia dell’arte coincide, in larga parte, con una storia di scambi. Il volume ricostruisce i dispositivi che hanno organizzato il sistema delle immagini nel corso dei secoli: pratiche, attori, rituali e infrastrutture che hanno reso possibile la produzione delle opere, ne hanno determinato il riconoscimento e ne hanno influenzato il valore.

Con la fine dell’Impero romano d’Occidente, la scomparsa dei mecenati pubblici e privati aveva lasciato un vuoto profondo. Questo spazio fu riempito dal mecenatismo ecclesiastico: la scultura – dai capitelli ai portali fino alle forme tridimensionali –, i cicli di affreschi e le vetrate avevano l’obiettivo comune di glorificare la Chiesa, e diffondere la parola di Dio. Trasmettere insegnamenti ecclesiastici alla popolazione analfabeta divenne lo scopo primario dell’arte. 

Il viaggio intrapreso da Castellani comincia nel Medioevo e nel Rinascimento. In quell’epoca ogni opera poteva esistere solo se commissionata, secondo le esigenze e le indicazioni del committente. Il mecenatismo era infatti la forza motrice del mercato artistico, ed era la domanda a dettare i meccanismi della produzione. 

Nel Quattrocento, come spiega lo storico d’arte britannico Michael Baxandall, citato nel libro, un dipinto del XV secolo era la testimonianza di un rapporto sociale, fondato sulla dipendenza economica dell’artista. Lo scopo principale di una cappella privata era infatti quello di celebrare il prestigio finanziario, politico e sociale del suo mecenate, piuttosto che mostrare il talento degli artigiani. Il valore dell’opera risiedeva nella sua materialità: le sue dimensioni, il tempo di lavoro e l’uso di pigmenti costosi, come per esempio il blu oltremare. 

La rinascita della vita cittadina verso la fine del XII secolo e l’ascesa della borghesia urbana permisero agli artisti di emanciparsi, stabilirsi in botteghe stabili e iniziare a firmare le proprie opere. Tuttavia, l’attività era strettamente regolata dal sistema medievale delle corporazioni: per poter lavorare legalmente era necessario iscriversi alla corporazione, che regolava la formazione, stabiliva il numero di apprendisti, definiva orari e standard di qualità, e imponeva rigide barriere protezionistiche nei confronti degli artisti stranieri.

Nel 1550 la pubblicazione delle Vite di Giorgio Vasari introdusse poi il concetto di «genio» come espressione di una personalità originale. Il pittore spostò il valore dell’opera d’arte dai materiali utilizzati all’ingegno dell’artefice, l’artifex, un termine che tradizionalmente era riservato negli scritti teologici a Dio. Pur non usando ancora l’appellativo di “artista”, Vasari contribuì a modificare lo status intellettuale dei produttori di opere d’arte. Un cambio di paradigma che si tradusse in una straordinaria ascesa economica.

Nel contesto italiano, la frammentazione politica in città-stato favorì una competizione culturale: le dinastie al potere elevarono il mecenatismo a uno strumento di legittimazione. Una transizione importante si verificò nel XVII secolo, in quello che fu definito il Secolo d’oro olandese. In seguito alla guerra d’indipendenza contro la Spagna, l’Olanda si costituì come repubblica protestante, ponendo fine al sistema di committenza legato alla Chiesa cattolica e alle corti. Gli artisti dovettero così ripensare la propria posizione, e rivolgendosi a un mercato più aperto e anonimo, dominato dalla borghesia mercantile.

Questo scenario diede vita a una produzione di massa senza precedenti: nel Seicento le opere prodotte superarono i cinque milioni. L’arte entrò nelle case dei ceti medi e persino in quelle dei semplici artigiani: si stima che a Delft, in Olanda, due terzi della popolazione possedeva almeno un quadro. Cambiarono radicalmente anche i soggetti: le composizioni mitologiche e storiche furono sostituite dai paesaggi, dalle nature morte e dalle scene di interno domestico, che celebravano i valori quotidiani della borghesia. Questa massificazione comportò un forte ribasso dei prezzi: un dipinto semplice poteva costare solo due o tre fiorini, e un buon ritratto sessanta fiorini: meno del prezzo di un bue, che ne valeva novanta.

Oggi, le domande fondamentali intorno al mercato dell’arte rimangono le stesse: chi autorizza che cosa è arte? Chi trasforma l’attenzione in valore? In Trading Beauty Valentina Castellani prova a rispondere a questa domanda analizzando la metamorfosi della galleria d’arte moderna, che si evolve da semplice spazio di vendita a laboratorio di posizionamento reputazionale.

Un fenomeno centrale della storia recente è l’ibridazione tra spazio commerciale e istituzione pubblica tramite le mostre “museali” presenti in galleria. Il caso di studio analizzato nel volume è la mostra Picasso: Mosqueteros, organizzata dall’autrice per Gagosian a New York nel 2009, che dimostra come la distinzione tra pubblico e privato non sia più strutturale. Il progetto, focalizzato sulla produzione tarda di Picasso, fu concepito con rigore scientifico, prestiti internazionali istituzionali, la curatela del biografo John Richardson e l’allestimento dell’architetta Annabelle Selldorf. L’operazione culturale ha colmato un vuoto critico, generando al contempo una rivalutazione di mercato del segmento specifico dell’artista. La galleria si trasforma così in un’istituzione capace di produrre senso e valore economico, dimostrando che la costruzione del mercato e la produzione di conoscenza possono coincidere.

Nel capitolo finale, il volume affronta le turbolenze del presente: la vita post-pandemia, la crescita esponenziale del mercato dell’arte cinese, le piattaforme digitali, l’economia dell’attenzione, e l’avvento dell’intelligenza artificiale. Oggi, la legittimazione dell’opera è frammentata: si disperde tra i social media e tra nuove geografie, portando con sé il rischio di volatilità e di omologazione del gusto, dettata dagli algoritmi. 

Emerge anche una tendenza legata alle sensibilità delle generazioni più giovani, che esprimono urgenti di riequilibrio verso artisti storicamente marginalizzati. Il  collezionista contemporaneo si deve fare carico di una responsabilità culturale nei confronti della storia, invitandolo a privilegiare principi guida universali: l’autenticità della passione e lo studio metodico, gli unici strumenti capaci di riconoscere la qualità artistica.

Trading Beauty, Cover. Società Editrice Allemandi / Leo Gilardi

“Trading Beauty. Il mercato dell’arte dall’altare alla galleria”, di Valentina Castellani, Allemandi Editore, 2026, 34€, 312 pagine

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Edoardo Prati, De Gregori, e la solita tragedia degli adulti infantilizzati

Ho un amico che di recente ha speso la cifra con cui avrebbe potuto comprare un rene al mercato nero degli organi per andare a un concerto di Springsteen. Non per le ragioni per cui nella vita sono andata a decine di concerti di Springsteen io – squarciagolare “Glory Days”, piangere su “Thunder Road” – ma perché a questo giro Springsteen fa i pistolotti contro Trump.

Il mio amico è imbecille? Certo, ma non più della media d’imbecillità dei miei coetanei: uno dei modi in cui ci conserviamo quindicenni ben dopo i cinquant’anni è farci rassicurare da quella fiaba della buonanotte costituita dalla gente famosa che ci dice che i cattivi sono cattivi. Sono indispensabili entrambi gli elementi: chi parla dev’essere famoso (Slavoj Žižek vale Kim Kardashian: se sei famoso, sarai speciale); e la cosa detta non dev’essere più complessa di «i cattivi sono cattivi».

«Il paese è allo sfascio e attende risposte non equivoche, per restituire dignità alla convivenza tra gli uomini, punto: finale di articolo che ho già scritto un centinaio di volte dal 1969», diceva Mastroianni scrivendo a macchina nella redazione d’un settimanale in una scena d’un film del 1980, “La terrazza”, e non è che sia cambiato granché, solo che usiamo TikTok invece dei settimanali.

«Mi telefonavano e mi dicevano: una barca di immigrati clandestini è naufragata, ti va di scriverne? Lo chiedevano a me come ad altri per altri giornali. E io e gli altri scrivevamo un articolo indignato e addolorato in cui dicevamo che era molto brutto che la barca fosse naufragata, che le barche sarebbe molto meglio che non naufragassero; che era molto brutto che gli immigrati non venissero accolti, che era molto brutto in generale che la gente nel mondo soffrisse di fame e di povertà e fosse costretta a prendere barche per andare a cercare fortuna in Paesi più ricchi e che poi queste barche naufragassero. […] Ci eravamo perfino spinti a scrivere, alcuni di noi, che era molto brutto che Israele e Palestina fossero in guerra da così tanto tempo, e che bisognava trovare una soluzione; non avevamo idea quale, ma nessuno ne aveva idea, quindi il proposito era sufficiente»: sono passati tredici anni da quando Francesco Piccolo pubblicò “Il desiderio di essere come tutti”, e siamo ancora lì, che il paese è allo sfascio e paghiamo il biglietto perché qualcuno dal palco ce lo ripeta.

Somigliamo a una pagina qualunque di “Un paese senza”, che è un libro del 1980 (che annata, fu quella) ma si può aprire in punti a caso che facciano da breviario del presente: «Appena si delinea un divertimento di moda o un nuovo fenomeno di costume o da baraccone, subito l’immediato e interminabile “dibbattito” che provoca ostilità belligeranti e scelte conflittuali, oltre che disseminare noia, tedio, “che palle”? Dover prendere partito (“rock duro contro disco music”) anche su frivolezze, dunque magari battersi per scioccaggini?».

È passata una settimana da quando Francesco De Gregori ha fatto portare a casa una settimana di articoli a dei giornalisti di spettacoli che normalmente vanno a morire di noia sentendo presentare dischi e concerti, e lui invece ha detto che il re è nudo e che se Dylan vuol fare proclami politici «saranno cazzi di Bob Dylan», e a tutti non sembra vera la pacchia.

Ai giornali, che hanno finalmente una cosa di cui parlare che non siano le dimensioni del palco o lo sventolio delle bandiere della Palestina o gli altri riempitivi d’una critica culturale che non sa più fare il suo mestiere. Ai commentatori dilettanti, che si dividono in quelli dell’offesa e quelli del sollievo.

Quelli del sollievo sono quelli che ai concerti ci vanno per le canzoni, non gliene frega niente di cosa pensino i cantanti di come vada salvato il mondo, vogliono solo sapere se faranno i pezzi famosi, e se – cortesemente – glieli faranno senza stravolgerli fino a farglieli risultare incantabili.

Quelli dell’offesa sono tutti gli altri, quelli cui Edoardo Prati deve spiegare quanto siano privi di vita interiore, e non vi dirò per la trecentesima volta che un adulto che deve farsi spiegare la vita da un ventenne è un segno della fine del mondo, anche perché Edoardo Prati ha un precedente, e quel precedente si chiama Francesco De Gregori.

Accadeva nel 1976, il che fa venir voglia di citare di nuovo quell’Arbasino del’80 («Ah, il ’77. Ma nel ’78 era già finito»). Francesco De Gregori, lo sanno anche quelli che del Novecento sanno solo ciò che gli dice Wikipedia, veniva sottoposto a una sceneggiata di processo popolare dopo un concerto milanese. Aveva venticinque anni «forse ventisei, la sua casa discografica dice di non avere “una biografia vera e propria”», riportava il Corriere.

Le cronache dell’epoca riferiscono che i rivoluzionari da concerto gli avessero detto che Majakovskij si era suicidato e quindi avrebbe dovuto farlo anche lui (oggi ci toccherebbero centoventisette articoli sulla salute mentale), e che al pubblico di sedicenni comunque non fosse piaciuta la nuova “Bufalo Bill” (tra bufalo e sedicenne la differenza salta agli occhi – scusate).

Rispetto al signore «con la barba bianca» che lo esorta a suicidarsi, il venticinquenne De Gregori che dice «non voglio dare messaggi» risalta come un gigante del pensiero e dell’azione, e dimostra che come sempre il problema sono gli adulti e la loro infantilizzazione, una verità vieppiù valida cinquant’anni dopo.

Cinquant’anni dopo, il figlio sessantenne d’un grande attore fa il suo bravo post su Instagram per dire che questo manifesto del disimpegno degregoriano è una vergogna, puntesclamativo. Il post è scritto in uno straziante chatgippittese, col suo bravo elenchino di gente invece impegnata: Martin Luther King, Nelson Mandela, Malala Yousafzai, tutti coniugati allo stesso passato remoto perché che può saperne l’intelligenza artificiale di come si parla d’una vivente, e tutti nomi sensatissimi, essendo il loro specifico professionale mettere le rime in musica.

Cinquant’anni dopo, Edoardo Prati, ventidue anni, registra un paio di minuti sull’affaire De Gregori – ma soprattutto su di noi, ché siamo sempre noi il problema – che sono, ahimé, perfetti. Ahimé perché insomma, se un ventiduenne capisce il mondo meglio di noialtri che abbiamo avuto decenni in più per studiarlo, siamo messi malino. Se il margine di fraintendibilità che distingue l’opera d’arte dal predicozzo deve spiegarvelo un ventiduenne, forse è meglio che torniate a scuola.

Il problema siamo noi, e infatti i commenti sull’Instagram di Prati sono pieni di miei coetanei disperatissimi, che fingono di contestare il merito con sofisticate affermazioni tipo «eh ma Trump è cattivo», ma quel che stanno davvero dicendo è: ma come, noi ci rimbecilliamo per non farci dire «boomer», noi investiamo tempo ed energie in relazioni parasociali per sentirci coetanei delle quindicenni coi poster, noi chiediamo immedesimabilità personale e ideologica ai cantanti come liceali idioti per sentirti più vicino, e tu ci dici che siamo cretini? È stato dunque tutto inutile?

Edoardo, scusaci se siamo adulti disastrosi che difficilmente potranno insegnarti qualcosa, e infatti diciamo in continuazione che impariamo molto dai nostri figli: non possiamo insegnar loro ad allacciarsi le scarpe, ma magari riusciremo a imparare da te a trattare i cantanti come cantanti e non come sacerdoti del pensiero.

Scusaci se abbiamo le priorità tutte sballate, se siamo terrorizzati di venire inquadrati nel minuto in cui non ci stiamo zelantemente posizionando dalla parte dei buoni, se sembriamo usciti da quella pagina di Piccolo del 2013, «Scrivevamo che bisognava dare lavoro ai disoccupati, che la cultura era importante, e un sacco di altre cose che sono tutte lì, a testimoniare il mio (nostro) senso civile. Non era compito nostro trovare soluzioni, però era compito nostro tenere desta l’indignazione».

Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte per paura che qualcuno ci scagli contro l’insulto «ignavi» (una parola in questa settimana usata con un entusiasmo che sembra siate al liceo e abbiate appena scoperto Dante, invece che avere lo sconto over 60 per i treni).

Non abbiamo niente da insegnarti, né risposte a quell’Arbasino dell’80, a quella paginetta in cui si chiedeva, della giovinezza, se «promulgarla e proclamarla a ogni costo, sarà un atto politico oppure un gesto di consumatori di bibite? L’apparizione e proclamazione contestuale delle categorie sociali del giovane a lunga durata, dell’emarginato, del disoccupato. L’ingenua domanda se non vi siano per caso dei nessi stretti». Eh.

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Il miracolo laico della Costiera

Un ristorante fine dining incastonato nella roccia della Costiera Amalfitana, a picco sul mare, dentro un progetto di recupero paesaggistico monumentale, con vetrate spalancate sull’orizzonte e una cucina stellata. È il genere di racconto che normalmente richiederebbe almeno una verifica. Poi però ci arrivi, e scopri che Volta del Fuenti esiste davvero.

A Vietri sul Mare, all’interno dei Giardini del Fuenti, esiste un luogo che oggi appare come un microcosmo perfettamente costruito ma che nasce da una storia complessa di trasformazione, recupero e rinascita. La sensazione, arrivando, è quella di entrare in un luogo che sfugge alle categorie abituali dell’ospitalità italiana. Non perché manchi qualcosa di riconoscibile, ma perché qui tutto sembra amplificato da una conformazione naturale che pare incredibile.

Il percorso verso il ristorante è già parte del racconto. Terrazzamenti che degradano verso il mare, orti, pergole di limoni, scorci che si aprono progressivamente sul Golfo di Salerno. Un luogo che impressiona non tanto per l’estetica costruita, quanto per la sensazione che sia stato necessario un atto di ostinazione piuttosto serio per renderlo possibile. Non ha nulla a che fare con una cartolina, è qualcosa che va oltre ed è capace di commuovere.

Poi si entra al Volta. Grandi vetrate, volumi ampi, linee contemporanee, pochi tavoli, un’eleganza pulita che cede al paesaggio il compito di occupare lo spazio visivo. In un contesto del genere, il rischio sarebbe quello di lasciare che sia il panorama a raccontare tutto. Del resto, quando hai davanti una delle viste più spettacolari della Costiera Amalfitana, la tentazione di affidarsi alla scenografia è concreta. Il Volta sceglie invece di costruire un racconto gastronomico che trova origine proprio nel dialogo con ciò che lo circonda.

La cucina di Michele De Blasio parte da qui, da un’idea di territorio che non coincide semplicemente con il mare, ma con la complessità geografica e identitaria di questo tratto di Campania. Perché la Costiera non è solo orizzonte blu e pescato del giorno ma una geografia verticale, fatta di dislivelli, di ecosistemi che cambiano nel giro di pochi chilometri, di orti terrazzati, erbe spontanee battute dalla salsedine, rocce, colline e montagne che salgono rapidamente dal mare fino ai Monti Lattari. Ed è proprio questa conformazione quasi teatrale del paesaggio a diventare materia narrativa.

Il racconto che arriva in tavola non si limita quindi a evocare un generico Mediterraneo, ma prova ad attraversare questo territorio nella sua interezza, leggendo ingredienti e sapori come espressione di quote diverse, di altitudini, di microambienti distinti. Il mare resta una presenza centrale senza monopolizzarne il discorso. Accanto alla dimensione marina trovano spazio il vegetale, gli agrumi, le erbe, la componente agricola e quella montana, in una lettura più ampia e stratificata del territorio.

Il cuore di questa visione è “Riflessioni 2026”, il menu degustazione costruito attorno all’idea di raccontare la Costiera Amalfitana attraverso la sua verticalità.

Tra i passaggi più convincenti, “Notte delle lampare (Quota -5)”. Un piatto che gioca sulla profondità, sulla memoria visiva delle alici illuminate nel buio e sull’idea dell’abisso. Lo spaghetto arriva nero, ma non del nero prevedibile della seppia, qui il colore nasce dal carbone vegetale. La colatura di alici accompagna senza invadere, mentre il limone riporta tutto in superficie con una freschezza inattesa.

Il Volta del Fuenti riesce ad abitare una location di imponenza quasi irreale senza lasciarsi definire soltanto da quella. L’esperienza trova compimento in un racconto gastronomico che sceglie di mettere lo stesso territorio nel piatto. Quello che si osserva dalle vetrate ritorna a tavola nelle altitudini che diventano struttura narrativa, negli ingredienti che raccontano ecosistemi differenti, in una geografia che si trasforma in gusto. Il paesaggio entra nel racconto.

Un luogo dove, alla fine, resta quella sensazione piuttosto rara di aver vissuto qualcosa che difficilmente avrebbe potuto esistere altrove.

Volta del Fuenti
S.S. 163 Amalfitana km 47+300 – Vietri sul Mare (Salerno)

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Dove si trasmette la memoria storica del gusto

In un mondo in cui il grande pubblico, noi tutti, vediamo il cibo rappresentato, raccontato, cucinato e mangiato in tv, o più ancora sui social, moltiplicato dall’articolo della rivista di settore o dal reel mordi e fuggi, sopravvive ancora l’eredità di ricordi ed emozioni familiari legati al cibo? Il ricettario della nonna è un’espressione ormai datata o in qualche casa possiamo ancora ritrovarlo vivo?

Se andiamo a leggere le biografie degli chef, spesso affermati e di successo, una mamma che cucina e prima ancora una nonna le troviamo di frequente. Anche qui, ammesso che non si tratti di biografie un po’ romanzate, siamo comunque nell’ambito di professionisti della ristorazione, ma nelle case di noi tutti la tradizione, la conoscenza alimentare è ancora un lascito di cui fare tesoro? E le nuove generazioni che cosa ne fanno di questo lascito?

Per rispondere a queste domande sull’evoluzione del costume alimentare italiano, l’alchimista Anna Prandoni ha riunito sul palcoscenico del Festival di Gastronomika una coppia di testimoni della condivisione legata al cibo: Samanta Cornaviera, archeologa culinaria, e Chiara Maci, food expert, volto televisivo e scrittrice.

Samanta Cornaviera è una speaker nella vita e ad ascoltarne la dizione lo si indovina subito; è appassionata di antichi ricettari novecenteschi con un amore che va oltre l’interesse filosofico-letterario e diventa pratica. Supportata da cuochi e amici spesso queste ricette Samanta le recupera e le fa realizzare, assaggiare e apprezzare in eventi che hanno il sapore del passato e la fragranza di una torta Mazzini appena sfornata.

Chiara Maci è interprete della cucina in una maniera molto ampia, oggi come scrittrice non solo di ricette ma anche di romanzi. Sul tema della trasmissione familiare dell’amore per il cibo, la storia di Chiara è esemplare, a tratti quasi estrema: «Arrivo da un’ossessione per la cucina in casa mia, il papà che ci portava in giro per ristoranti, la mamma ci ha cresciuti con la cucina del Cilento». I suoi ricordi sono quelli di una mamma che ha sempre cucinato, un esempio visivo senza nessun insegnamento tecnico in particolare: «Non ricordo una dose data da mia madre. La mia è stata una famiglia che mi ha insegnato la cultura alimentare. Noi tutti e tre fratelli siamo sommelier, mi hanno insegnato a bere bene perché è cultura. Per reazione a tutta quell’enogastronomia, il primo Vinitaly a sei anni, mi sono fiondata su tutt’altro, come giurisprudenza, salvo poi tornare lì perché è quello che amo. Importante è che tutto questo non finisca, è un rito che fa famiglia». Una sorta di viaggio di ritorno, l’educazione al buono e al bello non si possono rimuovere.

Chiara Maci ph. @GaiaMenchicchi

E oggi? Oggi Chiara è mamma due volte e almeno in un caso c’è già chi sta seguendo le orme di famiglia: «la prima figlia, che ha dodici anni, è molto brava in cucina, anche con la voglia di provare a fare a occhio, io la lascio fare: mio figlio invece non ha nessuna propensione per la cucina». Rispetto al web e ai social Chiara è stata tra le prime, assieme alla sorella Angela, a credere nella condivisione di ricette: «Già sedici anni fa, prima di Instagram, ho creduto al potere dei social come strumento di condivisione e proprio lì ho iniziato a condividere ricette della mia famiglia che chiunque in giro per il mondo poteva leggere».

Il quaderno delle ricette 2.0, online e a disposizione di tutti, per una trasmissione che da familiare diventa globale. Un inizio con la voglia di essere utile agli altri, ci racconta Chiara, che oggi lo fa con la voglia di divertirsi e affiancando anche altre attività figlie di una creatività cresciuta nel tempo. Se poi i social davvero insegnino a cucinare, come un tempo faceva l’esempio delle precedenti generazioni, è tutto da dimostrare. Sono uno strumento, dipende dall’uso che se ne fa, secondo Chiara: tutorial e video più tecnici hanno sicuramente un intento divulgativo, per altri creatori di contenuti può essere più una questione di intrattenimento. Oggi rispetto a qualche anno c’è stata un’evoluzione, o meglio, un’accelerazione, i contenuti proliferano e quasi si crea un rumore di fondo da cui diventa difficile per molti distinguere l’autenticità dei messaggi.

Anche l’analisi storica di Chiara Maci registra profondi mutamenti: «È cambiato il contenuto e la finalità, prima non si pensava a un futuro lavorativo. All’inizio per me la cosa più incredibile era poter scrivere liberamente, mi sentivo una giornalista e addirittura ero letta, coi commenti delle persone in tempo reale, ricordo ancora le emozioni di allora e mi faceva venire voglia di scrivere sempre di più. Adesso chi inizia parte già con l’obiettivo di fare visualizzazioni, meno spontaneo; io sono sempre comunque pro-evoluzione, sono felice che la cucina sia diventata un po’ di tutti, anche se mi spiace vederla diventare un trend. Mi diverte il fatto che tutti parlino di cibo soprattutto post Covid, è inclusivo».

Samanta Cornaviera, con la sua collezione di libri di ricette, racconta la storia con la S maiuscola che spesso passa anche dalle cucine. In casa sua la trasmissione non è pratica, fatta di gesti in cucina, ma più filosofica, e non potrebbe essere altrimenti con questo retroterra culturale: «ho un figlio maschio e perlomeno gli ho insegnato il gusto, cosa è buono e cosa non lo è. Il sugo ambrosiano di Ada Boni del 1932, la torta Mazzini ancora del secolo prima, gli ho lasciato la memoria storica del gusto. Sa scegliere e per me questo è già abbastanza». Spesso le ricette del passato sono state scritte da cuochi o appassionati gourmet con procedimenti improvvisati e risultati incerti, ci racconta Samanta. Forse il gusto letterario aveva la meglio sul risultato gustativo di quelle ricette. Gli stessi nomi dei ricettari erano evocativi, basti pensare a “Il talismano della felicità” del 1927 di Ada Boni. Per non parlare della cucina futurista di Marinetti, vero fuoco d’artificio di nomi dal Carneplastico all’Aerovivanda.

Samanta Cornaviera ph. @GaiaMenchicchi

Quanto alla famiglia di origine di Samanta è facile trovare motivi del suo interesse per la cucina, essendo figlia di un panettiere-pasticcere: «In vita mia ho rubato con l’occhio e ricordo di mio padre come con la mano prendeva il malto, o di come tagliava la focaccia. Mia madre lavorava in negozio, la domenica diventava casalinga con la pentola di ragù sul fuoco già dal mattino. Per cui rifaccio delle ricette che faceva lei, come la verza con il latte, però tutto tramandato oralmente».

È ora di guardare indietro e andare avanti, secondo Samanta, e il suo non è un facile slogan: «Da tempo faccio degustazioni di biscotti d’epoca (il biscotto ambrosiano del primo ricettario post-unitario d’Italia con marmellata albicocche e glassa Curaçao), da lì mi è venuta la voglia di fare una linea di biscotti d’epoca. Ho creato un packaging e una pubblicità con l’intelligenza artificiale, ed è venuta bene!». A livello produttivo Samanta non ancora trovato uno sbocco concreto, ma l’idea rimane buona e prova che archeologia culinaria e strumenti del futuro possono andare a braccetto se conditi con una dose di inventiva.

Ph. @GaiaMenchicchi

A questo punto del dibattito la coppia riunita da Anna Prandoni rivela molti più punti di contatto del previsto e mette a fuoco l’ingrediente segreto della trasmissione familiare dell’amore per il cibo, e inaspettatamente forse non si tratta solo di ricette né di ricettari in senso stretto.

Alain Chapel, storico cuoco francese del secolo scorso e figura emblematica della nouvelle cuisine, scrisse un libro di ricette, “La cuisine c’est beaucoup plus que des recettes” (la cucina è molto di più di semplici ricette). E forse il senso della trasmissione e il collante di queste due storie sta proprio qui: l’imprinting familiare è una questione di sensibilità e di cultura del cibo, in un’entusiastica staffetta generazionale, slegata dalla tecnica, che volendo si può sempre imparare, da procedimenti e dosi che pure possono esserci, ma senza quell’humus culturale sono nozioni destinate all’oblio.

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Così destra e sinistra disonorano la Festa della Repubblica

La Festa della Repubblica non è tra le feste più sentite del nostro Paese, malgrado sia la celebrazione della nascita della forma di Stato democratica grazie al referendum istituzionale del 1946 e dopo una guerra civile, una guerra mondiale e vent’anni di dittatura fascista.

Sono trascorsi ottant’anni da quel preciso momento in cui l’Italia post totalitaria si divise in due, con il cinquantaquattro per cento degli italiani che scelse di abbandonare la monarchia. La Repubblica nacque con l’opposizione di quasi undici milioni di concittadini, in gran parte monarchici e fascisti, ma non solo, e dunque il 2 giugno per gran parte degli italiani non è mai stata una data da festeggiare con particolare entusiasmo.

I democristiani sono sempre stati molto attenti a unire invece che dividere il Paese, e quindi non hanno mai voluto fare del 2 giugno una bandiera politica. I comunisti, per motivi opposti, non hanno mai amato il 2 giugno, anche per il timore di assecondare un’enfasi patriottica considerata nostalgica, pericolosa e in contrasto con le magnifiche sorti e progressive della rivoluzione socialista globale.

La freddezza nei confronti della Festa della Repubblica è stata a lungo pari al distacco che, fino alla caduta del muro di Berlino e della cosiddetta prima repubblica, è stato riservato allo sventolio politico del tricolore e al cantare l’inno di Mameli. Oggi si discute di Francesco De Gregori che rivendica il diritto dell’artista di non prendere posizione con strumenti diversi, nel suo caso, dalle canzoni, però fu proprio un suo brano rivoluzionario del 1979, “Viva l’Italia”, a liberare il paese dalla patina ideologica che bloccava la destra e la sinistra. Scrivere nel 1979 “Viva l’Italia” con tutte le sue contraddizioni non è stato facile per uomo considerato di sinistra come lo è stato scrivere “Born in the Usa” nel 1984 per Bruce Springsteen.

Erano altri tempi rispetto a un’epoca più recente dominata invece da partiti che si chiamano Forza Italia, Alleanza Nazionale, Fratelli d’Italia, Italia Viva, da simboli di partito tricolori come quello del Pd e da manifestazioni politiche di sinistra e di destra che si aprono e si chiudono con i dirigenti che si battono il petto e cantano a squarciagola l’inno degli italiani.

Anche il 2 giugno, di conseguenza, nella sedicente seconda repubblica è stato leggermente più partecipato e sentito, ma le celebrazioni si sono limitate a una piccola parata militare a Roma e a un rinfresco nei giardini del Quirinale. Il 2 giugno non ha mai scaldato i cuori come il 25 aprile o il primo maggio, tantomeno come il 4 luglio per gli americani o il 14 luglio per i francesi. Al massimo sono scomparsi i riti propiziatori degli antimilitaristi affinché piovesse sulla parata militare.

Eppure ci sarebbero almeno due cose da fare per celebrare in modo adeguato la data di fondazione della nostra Repubblica democratica, specie in questo momento di incertezza globale, di fine della garanzia di protezione americana, di guerra in Europa, di influenze ibride straniere nei processi democratici, di minacce tecno-oligarchiche, e di feroce polarizzazione politica che costringe i partiti nazionali e internazionali a prendere posizioni e a scegliere leader sempre più estremi, populisti ed eversivi dell’ordine costituito.

Per onorare la fondazione della Repubblica italiana, i partiti politici patriottici e antifascisti dovrebbero impegnarsi a sostenere insieme la resistenza attiva dell’Ucraina contro l’invasore imperialista russo, anche per fermare le ulteriori mire autoritarie di Mosca, e dedicarsi a far entrare subito l’Ucraina nell’Unione europea (per l’adesione di Kyjiv alla Nato, invece, meglio cominciare a ragionare al contrario su come l’Ucraina possa aiutare l’Alleanza Atlantica).

La seconda cosa da fare per onorare la nascita della Repubblica italiana sarebbe quella di adottare la legge elettorale proporzionale che, in quei tempi così difficili, i padri fondatori della Repubblica scelsero a salvaguardia della democrazia e per evitare che a qualcuno potesse tornare la nostalgia dei tempi che furono.

Purtroppo sta succedendo esattamente il contrario: i partiti si apprestano a votare in Parlamento, con la spinta degli intellettuali di destra e di sinistra, una legge elettorale col premio di maggioranza che contribuirà ulteriormente alla radicalizzazione estrema della politica italiana, tanto che già si aggirano il generale Vannacci da una parte e il sansepolcrista grillino Di Battista dall’altra; e, inoltre, a poco a poco stanno tutti (tranne Azione) riducendo il sostegno militare e politico all’Ucraina, rinnegando i principi politici e i valori morali del 2 giugno.

Buona Festa della Repubblica!

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Anche a Londra lo scontro con il Tesoro frena la Difesa, e ci interessa

Il ritardo del governo britannico guidato da Sir Keir Starmer nel presentare il Defence Investment Plan non è più una questione amministrativa interna a Whitehall, ma un fattore che sta iniziando a produrre effetti sistemici su alleanze, programmi industriali e credibilità strategica del Regno Unito. Le ultime indicazioni, riportate dalla stampa britannica, parlano di una pubblicazione attesa «nelle prossime settimane» e comunque entro il vertice Nato di inizio luglio ad Ankara, in Turchia. Ma il problema non è più solo la tempistica: è la capacità del sistema politico britannico di trasformare la spesa in programmazione militare coerente.

Lo scontro tra ministero della Difesa e Tesoro sulla traiettoria di bilancio – un fatto sempre più frequenti nelle economie in difficoltà, come testimonia anche recentemente l’Italia – sta infatti rallentando la traduzione operativa della Strategic Defence Review. In altre parole, Londra ha un obiettivo politico, ovvero rafforzare la postura Nato e modernizzare le forze armate, ma non ha ancora un quadro finanziario stabile che consenta di contrattualizzare in modo pluriennale i grandi programmi. Il risultato è una forma di sospensione strutturale che impatta direttamente sulle scelte industriali.

Il caso più evidente è il Global Combat Air Programme (Gcap), il progetto che coinvolge Regno Unito, Italia e Giappone per lo sviluppo del caccia di sesta generazione destinato a sostituire l’attuale Eurofighter entro la metà del prossimo decennio. Il programma formalmente procede – con un dimostratore atteso nei prossimi anni e una struttura industriale già definita attorno a BAE Systems per il Regno Unito, Leonardo per l’Italia e Mitsubishi Heavy Industries il Giappone – ma la sua traiettoria dipende in modo critico dalla stabilità dei flussi di finanziamento britannici.

È qui che il ritardo del piano diventa un problema anche per Roma. Il programma non è un semplice progetto di cooperazione industriale, ma una piattaforma strategica di lungo periodo che si regge su tre condizioni: certezza di bilancio, sincronizzazione dei partner e credibilità della tempistica (oggi fissata politicamente al 2035). Se uno dei tre pilastri – in questo caso il finanziamento britannico – oscilla, l’effetto immediato non è il collasso del programma, ma la sua “slittabilità”: ogni fase successiva tende a spostarsi in avanti per evitare rischi finanziari e industriali.

Il punto più delicato è che questa incertezza si inserisce in un contesto già complesso. Il Giappone, come racconta Nikkei Asia, spinge per rispettare rigidamente la scadenza del 2035, motivato da esigenze operative legate al teatro indo-pacifico. L’Italia, dal canto suo, ha interesse a preservare il carattere paritario del programma e a garantire ritorni industriali stabili nel lungo periodo. Il Regno Unito, invece, si trova intrappolato in una dinamica classica: ambizione strategica elevata e vincoli fiscali stringenti, con il Tesoro che tende a diluire gli impegni per mantenere margini di bilancio.

Il piano diventa, dunque una sorta di test di credibilità più che un documento di programmazione. Non è solo importante cosa conterrà, ma quando verrà pubblicato e quanto sarà vincolante. Le pressioni che arrivano anche dall’interno della Nato – con richiami espliciti alla distanza tra impegni finanziari e capacità effettive da parte dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo del comando militare – rafforzano l’idea che il problema non sia la volontà politica di riarmo, ma la sua esecuzione.

Per l’Italia, la conseguenza principale è duplice. Da un lato, il Gcap resta il principale asse di accesso europeo alla sesta generazione, soprattutto in un contesto in cui il programma concorrente franco-tedesco-spagnolo (Fcas) procede tra difficoltà interne. Dall’altro, però, la dipendenza dalla stabilità britannica introduce un elemento di rischio temporale che Roma non controlla direttamente. È un classico problema di programmi multinazionali ad alta intensità tecnologica: la catena è forte quanto il suo anello fiscale più debole.

Il paradosso è che il Gcap, nato anche per ridurre la dipendenza europea e indo-pacifica dagli Stati Uniti, finisce per essere esposto a una vulnerabilità interna europea: la discontinuità dei cicli di bilancio nazionali. Finché il piano britannico non chiarirà risorse, tempi e priorità, il programma resterà formalmente stabile ma sostanzialmente elastico nei tempi. In questo senso, il nodo londinese non è una questione britannica: è un fattore che incide direttamente sulla traiettoria della difesa aerea europea del prossimo mezzo secolo.

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Un Consiglio di sicurezza europeo per risolvere la crisi di governance strategica

L’idea di un Consiglio di sicurezza europeo è tornata al centro del dibattito europeo con una rapidità che dice molto più della proposta in sé che della sua fattibilità. Non si tratta infatti di un progetto istituzionale definito, ma del sintomo di una domanda più profonda: chi prende oggi le decisioni strategiche sulla sicurezza dell’Europa? Ne ha scritto nei giorni scorsi il Financial Times, citando anche una serie di contributi paralleli che mostrano un consenso raro sulla diagnosi ma anche una forte divergenza sulle cure. Tutti concordano che l’architettura attuale – un triangolo imperfetto tra Unione europea, Nato e formati ad hoc – non è più adeguata. Nessuno, però, concorda su cosa debba sostituirla.

Il punto di partenza è noto: la governance della sicurezza europea è frammentata. L’Unione europea fatica a superare la regola dell’unanimità in politica estera e di difesa; la Nato resta strutturalmente dipendente dalla leadership e dalle capacità degli Stati Uniti; nel mezzo, proliferano coalizioni informali, gruppi di contatto e formati “volenterosi” che suppliscono all’assenza di una cabina di regia stabile. In questo contesto, la domanda attribuita a Henry Kissinger, «Chi chiamo se voglio parlare con l’Europa?», continua a non avere una risposta convincente. La figura dell’Alto rappresentante, oggi Kaja Kallas, non dispone del peso politico necessario per fungere da vero centro decisionale. E i leader nazionali, pur decisivi, agiscono in modo disallineato e spesso reattivo.

L’invasione russa dell’Ucraina ha accelerato una trasformazione già in corso. Non solo ha riportato la guerra convenzionale nel continente, ma ha anche reso evidente che l’Europa non può più contare su un automatismo transatlantico. La crescente attenzione strategica degli Stati Uniti verso l’Indo-Pacifico e la possibilità di future frizioni politiche con Washington hanno incrinato l’assunto fondamentale dell’ordine post-Guerra fredda. Parallelamente, l’Ucraina è diventata un attore centrale della sicurezza europea, non soltanto un paese candidato all’adesione. Le analisi convergono nel riconoscere che Kyjiv, con la sua esperienza militare e la sua capacità di innovazione bellica, è ormai parte integrante dell’ecosistema di difesa europeo. Non a caso, molte proposte includono la sua partecipazione a un futuro Consiglio di sicurezza europeo come elemento strutturale e non opzionale.

Le proposte oggi sul tavolo non sono uniformi. Al contrario, delineano cinque approcci distinti alla stessa domanda: come creare un livello efficace di leadership strategica europea?

Luigi Scazzieri dell’European Union Institute for Security Studies, think tank dell’Unione europea, immagina il Consiglio come un meccanismo di coordinamento intermedio tra Unione europea e Nato. Un forum strutturato per accelerare la traduzione dell’analisi strategica in decisioni operative. La sua è una visione funzionale, attenta a evitare duplicazioni istituzionali ma consapevole della necessità di superare i limiti procedurali dell’Unione.

Il professor Richard Whitman dell’Università del Kent, nel Regno Unito, invece, insiste sul problema politico di fondo: non esiste oggi uno spazio unico in cui gli Stati europei discutano in modo coerente la propria architettura di sicurezza. Il Consiglio di sicurezza europeo, in questa lettura, non è tanto una soluzione quanto una risposta alla dispersione del dibattito strategico.

Sergey Lagodinsky della Heinrich-Böll-Stiftung, fondazione politica tedesca affiliata ai Verdi, adotta una postura più radicale. La sua critica si concentra sull’inadeguatezza del metodo europeo basato sul consenso e sulla lentezza procedurale. In un contesto di minacce immediate, sostiene, l’Europa deve accettare forme decisionali più ristrette e più rapide, anche a costo di ridurre l’inclusività del processo.

Ionela Ciolan del Martens Centre, dal canto suo, interpreta il Consiglio come uno strumento di autonomia strategica europea. Il punto non è solo migliorare il coordinamento, ma ridurre la dipendenza strutturale dagli Stati Uniti. In questa visione, il Consiglio di sicurezza europeo diventa un passo verso una vera soggettività geopolitica dell’Europa.

Infine, le proposte di Andrius Kubilius, commissario europeo per la Difesa, e di Michel Barnier, ex primo ministro francese e commissario europeo, convergono su un modello più intergovernativo e selettivo, che includa non solo gli Stati membri dell’UE ma anche Regno Unito, Norvegia e Ucraina. Un formato più flessibile, pensato per riflettere la realtà della sicurezza europea oltre i confini istituzionali dell’Unione.

Dietro queste differenze si nasconde un dilemma strutturale che l’Europa non ha ancora risolto: la tensione tra inclusività e capacità decisionale. Un Consiglio di sicurezza europeo realmente efficace richiederebbe probabilmente un nucleo ristretto di attori in grado di condividere una valutazione comune delle minacce e di agire rapidamente. Ma questo implicherebbe inevitabilmente la creazione di gerarchie tra Stati membri, con conseguenze politiche difficili da accettare per molti governi. Al contrario, un modello pienamente inclusivo rischierebbe di replicare le inefficienze già visibili nelle istituzioni esistenti.

In realtà, più che di una proposta nuova, si tratta della formalizzazione di una tendenza già in corso. La sicurezza europea si sta già strutturando attraverso formati variabili, coalizioni temporanee e coordinamenti ristretti tra grandi potenze europee. Il Consiglio di sicurezza europeo, in questo senso, non creerebbe un nuovo sistema, ma renderebbe esplicito quello emergente. Il rischio, però, è evidente: senza una chiara definizione istituzionale, il risultato potrebbe essere l’ennesimo strato aggiuntivo in un sistema già complesso, senza risolvere il problema di fondo della frammentazione.

Il dibattito in corso segnala meno la nascita di una nuova istituzione e più la crisi irreversibile dell’equilibrio precedente. L’Europa si trova in una fase di transizione in cui le vecchie strutture non garantiscono più efficacia, mentre le nuove non sono ancora formalizzate. In questo spazio intermedio, il Consiglio di sicurezza europeo funziona soprattutto come contenitore concettuale: un modo per dare un nome alla necessità crescente di leadership strategica. Ma la domanda decisiva rimane aperta. Non è se l’Europa avrà un Consiglio di sicurezza. È chi, in Europa, sarà disposto ad accettare che la sicurezza non possa più essere gestita come un’architettura pienamente orizzontale.

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Il nuovo chip Nvidia, e il futuro dei pc governati dall’intelligenza artificiale

Al Computex di Taipei appena iniziato, Nvidia si è esposta con un annuncio molto audace. L’azienda di Jen-Hsun Huang ha presentato RTX Spark, un nuovo processore progettato per portare gli agenti di intelligenza artificiale direttamente dentro i personal computer e sui desktop Windows. Dal punto di vista tecnico è una novità importante, perché trasforma Nvidia da semplice produttore di acceleratori grafici a fornitore di una piattaforma di calcolo completa. Ma ovviamente questa storia non riguarda solo l’hardware, l’orizzonte della notizia è molto più vasto.

Per decenni il pc è stato organizzato attorno alle applicazioni. Si apriva Word per scrivere, Excel per fare calcoli, Photoshop per modificare immagini. Nvidia sta scommettendo su un modello completamente diverso. Durante il Computex, Huang ha spiegato che questi sistemi sono stati progettati per usare agenti di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo, senza dover dipendere continuamente dal cloud. Reuters ha definito RTX Spark un passaggio dal «pc app-centrico» al «pc che usa gli agenti di intelligenza artificiale». Quindi si avrebbe un computer pensato per coordinare assistenti digitali capaci di svolgere compiti autonomamente.

È un’evoluzione diversa anche rispetto alla forma delle precedenti innovazioni tecnologiche nel settore informatico, progettate quasi sempre per dare all’utente chatbot più potenti o laptop più veloci. Nvidia, scrive il New York Times nel suo approfondimento, sta lavorando con Microsoft e con i principali produttori di computer per permettere agli assistenti digitali di «usare i pc operando autonomamente mouse e tastiera come farebbe un utente». È un tentativo di trasformare il computer nel luogo in cui vivranno gli agenti di intelligenza artificiale della prossima generazione.

È anche una dichiarazione di guerra a Intel (guerra di mercato, s’intende). Per quarant’anni la filiera dei pc Windows è stata regolata da una divisione dei compiti molto chiara: Intel produceva il processore centrale, Nvidia forniva le schede grafiche più avanzate. Con RTX Spark quel confine sbiadisce. Nvidia vuole controllare la piattaforma nel suo insieme, dal processore centrale agli strumenti che eseguono modelli di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo.

Lo sfondo finanziario rende la sfida ancora più credibile, sicuramente più di quanto non sarebbe stata solo pochi anni fa. Nvidia ha chiuso l’ultimo esercizio fiscale con ricavi superiori a duecentoquindici miliardi di dollari, in crescita del sessantacinque per cento rispetto all’anno precedente. Intel, che continua a difendere la centralità della CPU nell’era dell’intelligenza artificiale, si è fermata a poco meno di cinquantatré miliardi.

L’investitore M.G. Siegler, esperto del settore, ha scritto sul suo sito Spyglass che quello che si è visto sul palco del Computex è più di un semplice lancio di prodotto, sintetizzando tutto con una formula molto efficace: Nvidia starebbe cercando di «diventare Intel prima che Intel riesca a diventare Nvidia».

Se per anni l’intero settore tecnologico ha cercato di replicare il successo di Nvidia nell’intelligenza artificiale, oggi l’azienda di Santa Clara in California ha iniziato a occupare territori che storicamente appartenevano ad altri: prima i supercomputer per l’intelligenza artificiale, poi i processori per server, adesso il personal computer.

Negli ultimi due anni abbiamo imparato a pensare all’intelligenza artificiale come a una finestra di testo. ChatGpt, Claude, Gemini funzionano con uno scambio di messaggi in forma scritta. Nella visione di Nvidia, dietro l’angolo ci aspetta una specie di rivoluzione copernicana: «Posso immaginare perfettamente un giorno in cui ci sarà un supercomputer AI dentro ogni casa», ha detto Huang. «Gestirà tutti i tuoi agenti, tutti i tuoi assistenti, e loro faranno continuamente cose per te». È una visione del modo in cui l’informatica potrebbe evolvere nel prossimo decennio. Si può intravedere ciò che oggi sta prendendo forma in Cina: negli ultimi mesi Alibaba, Tencent e ByteDance hanno iniziato a integrare agenti di intelligenza artificiale dentro le proprie piattaforme, trasformando chatbot e assistenti in sistemi capaci di acquistare prodotti, prenotare servizi, confrontare offerte e completare operazioni per conto degli utenti.

Questa storia si collega a una delle contraddizioni più interessanti del dibattito sull’intelligenza artificiale. Negli ultimi mesi, gran parte della discussione politica americana si è concentrata sui rischi dei modelli più avanzati: i timori per la sicurezza informatica, il rinvio di un ordine esecutivo di Donald Trump condizionato da David Sacks, le richieste di supervisione governativa, perfino i paragoni con la deterrenza nucleare. È qui che si registra una curiosa asimmetria tra politica e Big Tech. Perché più i governi iniziano a preoccuparsi dei rischi della tecnologia, più le aziende lavorano per renderla invisibile e strutturale, praticamente sottintesa. Da un lato il tentativo, piuttosto disperato, di controllare i modelli più avanzati, dall’altro l’idea di integrarli dentro computer, smartphone, automobili e dispositivi domestici.

La discussione pubblica ha iniziato ad assomigliare sempre più a quella delle grandi tecnologie strategiche del Novecento, sui toni della deterrenza e dei rischi per la sicurezza, con inevitabili accordi tra grandi potenze. Una tecnologia eccezionale, nel senso più ampio del termine. Le aziende dell’intelligenza artificiale, invece, stanno cercando di trasformarla in una tecnologia ordinaria. E quando una tecnologia diventa ordinaria, di solito è già troppo tardi per decidere se la volevamo davvero.

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