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Cinque assi per accelerare lo sviluppo italiano nel settore dei droni. La risoluzione alla Camera

I droni non sono più una tecnologia del futuro, anzi. Oggi i sistemi unmanned devono essere approcciati come infrastrutture operative del presente, con applicazioni che spaziano dalla logistica sanitaria al monitoraggio delle infrastrutture critiche, dalla mobilità urbana alla sorveglianza delle coste. E che quindi devono avere il giusto spazio nel dibattito politico italiano.

Per affrontare i nodi che frenano lo sviluppo del settore, Giulia Pastorella (Azione) ha promosso la stesura di una risoluzione parlamentare presentata mercoledì 3 giugno presso la Camera dei deputati, alla presenza degli stakeholder di settore. Un atto di indirizzo al governo (e alle altre forze politiche) articolato in dodici impegni su cinque assi principali: semplificazione delle autorizzazioni, infrastrutture e sperimentazioni, formazione e certificazione, autonomia strategica della filiera europea, e infine droni subacquei.

A fornire la cornice dei dati è stata Paola Olivares dell’Osservatorio Droni e Mobilità Aerea Avanzata, che ha restituito l’immagine di un settore in crescita ma ancora incompiuto. Il mercato professionale si espande, e gli italiani sono sempre più favorevoli all’uso dei droni (soprattutto per la logistica sanitaria), ma nonostante questo consenso generale  la maggior parte dei progetti censiti resta nel limbo delle sperimentazioni o degli annunci, senza mai diventare operativa. Per quel che riguarda il tessuto produttivo nazionale nel settore, i dati mostrano un ecosistema fatto quasi interamente di micro e piccole imprese, schiacciato dalla concorrenza cinese e frenato da una burocrazia che gli operatori indicano unanimemente come il principale ostacolo. “Siamo in un momento di forte trade-off tra elementi di criticità ed elementi di forza”, ha detto Olivares, sottolineando che “l’ecosistema italiano è molto avanti rispetto agli altri paesi europei: è un’opportunità da non perdere”.

Come approcciarsi al tema, dunque? Il nodo centrale è la semplificazione normativa, senza però rinunciare alla sicurezza. “Non stiamo cercando una scorciatoia, non è un liberi tutti, ma vogliamo rendere le procedure più streamlined laddove si può, perché sono un ostacolo”, rimarca Pastorella, adducendo come esempio la già citata logistica sanitaria con percorsi lineari e ripetitivi tra laboratori e ospedali, come caso in cui un sistema autorizzativo alleggerito sarebbe immediatamente applicabile. Sul piano delle infrastrutture, ha ricordato che l’Italia ospita già la prima zona U-Space europea, in Abruzzo, chiedendo però di estendere le sperimentazioni operative su tutto il territorio e di renderle davvero tali, non solo annunci o progetti sulla carta. “Avere una direzione nazionale forte che dica che questo è qualcosa di prioritario, non di futuristico ma di adesso, è indispensabile”. Sul fronte della filiera, infine, la deputata ha messo in guardia dal rischio di una dipendenza strutturale dall’hardware extraeuropeo: “Non è possibile che diventiamo terra di colonia per droni cinesi quando abbiamo tutte le competenze per sviluppare la nostra filiera, non per nazionalismo, ma per un tema di sicurezza nazionale ed europea”.

Gli altri interventi hanno messo dei punti su quanto detto in precedenza, confermando e approfondendo il quadro. Nicola Nizzoli, presidente di Assorpas, ha puntato il dito sulla lentezza delle autorizzazioni Enac e sulla decimazione dei costruttori nazionali seguita all’entrata in vigore del regolamento europeo Easa: “I droni oggi sono un’infrastruttura operativa presente, non il futuro, e bisogna velocizzare il passaggio dalla sperimentazione all’uso quotidiano”. Mauro Berzovini di Leonardo Elicotteri ha raccontato la sperimentazione con Poste Italiane per il trasporto postale via drone in sostituzione del collegamento marittimo, sottolineando i nodi tecnici ancora aperti, densità energetica delle batterie, costi delle ridondanze imposte dalla normativa, e l’impegno del gruppo nello sviluppo di uno standard internazionale di pilotaggio per i velivoli dell’advanced air mobility. Sul fronte subacqueo, Chiara Petrioli di WSense ha inquadrato il settore nella blue economy globale, sottolineando il ruolo delle reti sottomarine per la sorveglianza delle infrastrutture critiche. Loredana Cortis di Fincantieri ha infine proposto la creazione di un test range nazionale permanente per il dominio subacqueo presso il Centro di Sperimentazione Navale della Marina Militare alla Spezia, candidando il gruppo da lei rappresentato a fare da “orchestratore” nell’integrazione di tecnologie, filiere e competenze del settore.

Un percorso ben chiaro già c’è, dunque. Adesso sta al resto del mondo dei decisori politici scegliere come sfruttare quest’opportunità per permettere all’Italia di mantenere una posizione d’avanguardia in un settore che oramai sembra essersi affermato non come una delle chiavi del domani, ma come una delle chiavi delle trasformazioni in corso già oggi.

 

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Più europeista e più filo-Kyiv. La svolta di Budapest sta prendendo forma

A meno di due mesi dalla vittoria elettorale che lo ha portato a sostituire Viktor Orbàn, il nuovo leader ungherese Peter Magyar sembra davvero intenzionato a portare avanti un’inversione a 180 gradi della politica estera del suo Paese, in particolare sul tema del rapporto con l’Ucraina. O almeno, così suggeriscono le notizie di questi giorni.

Lunedì scorso, Budapest ha infatti rimosso il veto posto due anni fa dall’esecutivo guidato da Orbàn sull’European Peace Facility, un meccanismo di finanziamento off-budget dell’Ue che rimborserebbe ai Paesi membri circa il 40% del valore delle armi inviate all’Ucraina attingendo alle proprie scorte. Ma il veto ungherese aveva bloccato il corretto funzionamento del suddetto meccanismo, portando ad un accumulo di rimborsi da valore di oltre 40 miliardi di euro, e spingendo Bruxelles a trovare vie alternative per garantire che l’Ucraina continuasse a ricevere forniture cruciali di armi e munizioni in un momento di massimo pericolo da parte delle forze russe. Con il suo passo indietro, Budapest ha permesso uno sblocco immediato di circa 6,6 miliardi di euro di rimborsi, a cui faranno presto seguito altre risorse.

Uno sviluppo che rientra in un più ampio momentum di riavvicinamento tra l’Europa e l’Ungheria. E che arriva a pochi giorni di distanza dallo sblocco di più di 16 miliardi di euro di fondi europei per Budapest da parte della Commissione europea. “Porteremo questi fondi nel nostro Paese, come promesso, per ricostruire l’Ungheria, rilanciare l’economia, ripristinare e potenziare i servizi pubblici e rafforzare la competitività delle aziende ungheresi e delle piccole e medie imprese” ha dichiarato Magyar parlando in una conferenza stampa a margine dell’incontro avuto sul tema con la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Parole che toccano un dossier molto importante, ovvero quello del rilancio dell’economia ungherese, stagnante da circa tre anni.

Ovviamente, la svolta di Budapest sul “tema Ucraina” passa anche dalla ridefinizione die rapporti con Kyiv, fino ad ora tutt’altro che semplici. E anche in questo caso, si può già vedere che le cose si stanno muovendo: dopo aver rimosso il veto sul prestito europeo di 90 miliardi al Paese in guerra con la Russia, il nuovo governo di Magyar sta avviando colloqui con la controparte ucraina sulla questione dei diritti della minoranza etnica ungherese presente nel Paese, questione addotta da Orbàn come principale motivazione dell’opposizione del Paese magiaro all’adesione di Kyiv all’Ue. Qualora si superasse l’impasse, le prospettive europee dell’ucraina si rafforzerebbero in modo sostanziale.

E questa svolta potrebbe essere molto vicina. “Sono pronto ad aprire un nuovo capitolo nelle relazioni tra Ucraina e Ungheria”, ha dichiarato Magyar parlando da Berlino, aggiungendo di essere pronto “a negoziare con il presidente ucraino Zelensky all’inizio della prossima settimana”. Parole che non poggiano sul vuoto, ma sull’avvio già da qualche settimana di negoziati tecnici tra le due parti, durante i quali l’Ungheria ha presentato a Kyiv un piano in 11 punti sui diritti delle minoranze che riguarda i settori dell’istruzione, della lingua e dei diritti culturali. “Questi negoziati stanno procedendo in modo molto positivo”, ha affermato Magyar. “Speriamo di concludere questi negoziati a livello tecnico già questa settimana”.

Da Budapest arrivano dunque buone notizie per Kyiv, che può continuare a sperare nell’obiettivo di entrare a far parte dell’Ue entro il prossimo anno. Obiettivo che fino a poche settimane fa veniva considerato quasi impossibile, ma che adesso pare più realistico che mai.

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Il caso Zapatero e il nodo irrisolto dell’influenza straniera in Europa. Parla Irdi (Gmf)

Il caso Zapatero non è solo una vicenda giudiziaria spagnola. È uno specchio in cui l’Europa è chiamata a guardarsi e a chiedersi quanto sia davvero resiliente di fronte alle strategie di infiltrazione e influenza di Mosca e Pechino. Una questione che chiama in causa la tenuta dell’establishment europeo, come spiega Beniamino Irdi, senior fellow del German Marshall Fund in una conversazione con Formiche.net.

Irdi, legge il caso Zapatero come una “deviazione personale” o come un segnale di una tendenza più strutturale presente in una parte dell’establishment europeo?

La storia di Zapatero è ancora all’inizio, e quindi dobbiamo essere cauti a giudicarla. Sia perché usciranno fuori tante altre cose ancora, sia perché è una vicenda giudiziaria che avrà tanti sviluppi a cascata. Questo è un caveat importante da fare su processi in corso. Ciò detto, questa non è la prima volta che Zapatero viene coinvolto in questioni che riguardano legami finanziari poco chiari con il Venezuela, con venature anche cinesi e russe.

A questo proposito, ritiene che esista una corrente politica in Europa che si discosta sistematicamente dalla linea euro-atlantica e guarda a Cina e Russia?

Quel che è certo è che la Cina e la Russia negli ultimi anni hanno reso chiarissimo che il cosiddetto di elite capture, ovvero il portare dalla propria parte l’elite dei Paesi occidentali, è uno degli strumenti fondamentali del loro toolbox per la guerra ibrida. E questo processo non è necessariamente corruzione pura, ma può assumere diverse configurazioni: solitamente quando viene messo in atto dalla Cina è più sottile di così, comporta delle attività di vero e proprio corteggiamento di lungo periodo di personaggi politici, accademici e del tessuto economico imprenditoriale; viceversa, la Russia ricorre spesso a una dimensione corruttiva pura. Le figure che solitamente vengono messe al centro di questi sforzi sono figure che ricoprono ruoli politici, economici e tecnici sensibili. E quando questi target sono individuati nell’establishment politico, solitamente vengono scelti anche in virtù del loro orientamento ideologico, più amichevole rispetto alle potenze competitor dell’Occidente meno atlantista, meno europeista. Figure simili si possono facilmente trovare ai due estremi dello spettro politico, soprattutto nelle piattaforme politiche più populiste. Quindi sì, esiste un humus ideologico e politico in Europa che si presta a questi sforzi di elite capture che nel lungo periodo portano a un incremento dell’influenza politica di Paesi avversari dell’Europa, così come a un aumento di penetrazione economica e trasferimento di know-how dall’Europa e dall’Occidente in generale verso questi Paesi.

Negli stessi anni in cui Zapatero governava la Spagna, Schroeder era cancelliere in Germania. Lo stesso Schroeder che è stato proposto da Putin come negoziatore europeo. Anche l’ex-cancelliere fa parte del gruppo “pro-revisionista”?

Il caso di Schroeder è abbastanza rappresentativo di quanto detto poco fa. Pur non essendoci un elemento ideologico dominante, ce ne sono diversi altri che inducono a pensare che il suo rapporto con la Russia fosse particolarmente stretto. Nell’ultima fase del suo governo, Schroeder è stato colui che ha firmato l’accordo del Nord Stream con Putin, da cui dopo aver terminato il mandato da cancelliere ha avuto diversi incarichi nel settore degli idrocarburi russo, e con il quale ha stretto nel tempo un’amicizia personale. Il suo atteggiamento dopo l’invasione dell’Ucraina ha in qualche modo confermato questa particolare sensibilità rispetto alla Russia, mostrandosi tutt’altro che duro verso Mosca, e per questo venendo criticato dai suoi stessi connazionali. Non stupisce che Putin abbia proposto proprio lui come mediatore europeo.

C’è un rischio politico e sistemico di questo fenomeno per la sicurezza nazionale dei Paesi europei, oltre che dell’Europa stessa?

Il rischio politico e sistemico di questa tendenza è assolutamente evidente, e viene dall’intenzione di Russia e Cina di acquisire gradualmente e attraverso uno sforzo di lungo periodo influenza e proiezione in Europa e in Occidente, sostanzialmente nei Paesi dove i meccanismi democratici sono i gangli decisionali, per alterarne le decisioni politiche, indebolirli nel tempo e acquisire influenza. Questa tendenza non va sottovalutata e, al di là delle figure politiche di alto livello, va soprattutto considerata un rischio sistemico per ciò che riguarda le posizioni, gli individui che hanno un rilievo importante nella società, ma che non sono altrettanto al centro dell’occhio mediatico, e quindi non sono costantemente oggetto di scrutinio pubblico. Su questo sarebbe necessario portare avanti una riflessione solida da parte di tutta l’Europa, perché il tema riguarda proprio l’Europa, la sua solidità e la sua resilienza democratica.

E l’Europa è solida abbastanza al suo interno per avviare questo tipo di riflessione?

C’è una divisione interna all’Europa, è vero, ma non tutto il male viene per nuocere. Abbiamo visto in Ungheria, dove le tendenze filorusse e anti-europee erano molto forti, che c’è stata una correzione di traiettoria spontanea che adesso sembra star riportando Budapest nel perimetro dei Paesi che guardano nella stessa direzione. In ogni caso questo tema dell’erosione dall’interno della resilienza democratica è il tema che deciderà il futuro della sopravvivenza delle democrazie europee, e se si maturano delle divergenze fondamentali su questi temi in Europa è bene che sia così.

Perché?

Perché è bene che il futuro dell’Europa sia perimetrato intorno ai Paesi che intorno a queste cose non hanno divisioni, che sono d’accordo sull’entità della minaccia, su come contrastarla e nel prendere tutte le misure necessarie, in altre parole Paesi che capiscono l’entità di questa minaccia e la vedono nello stesso modo. Perché un’Europa che è fatta di paesi che su questi temi sono eterogenei fra di loro, non è solo destinata a non funzionare, è anche destinata a ostacolare e alimentare la proiezione degli attori ostili in quei Paesi che invece vorrebbero difendersi da simili sforzi.

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