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Nucleare in Italia, la Camera vota sì. Cosa cambia

I 14 miliardi frutto della flessibilità concessa dall’Europa ai Paesi membri, lo 0,3% del Pil per due anni, devono ancora essere smobilitati e messi al servizio di nuove misure contro il caro energia. Nelle more, però, l’Italia fa un altro passo verso il ritorno dell’energia nucleare, a quasi 40 anni dal referendum che pose fine all’esperienza atomica dello Stivale. Non è certo un mistero che l’Italia non possa più permettersi di comprare gas e petrolio da fornitori terzi, specialmente con i mercati costantemente infiammati dalla chiusura dello stretto di Hormuz. E le rinnovabili, da sole, non bastano a coprire il fabbisogno, come, invece, avviene in Spagna. Per questo il governo italiano continua a battere la strada del nucleare. E in queste ore è stato aggiunto un altro tassello.

La Camera dei deputati ha infatti approvato il disegno di legge delega Pichetto sul nucleare. Con 155 favorevoli, 8 astenuti e 86 contrari, il provvedimento passa ora al Senato, con la speranza, da parte del governo, dell’approvazione definitiva prima della pausa estiva, per emanare i decreti attuativi entro la fine dell’anno, come è nei piani del ministro per l’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin. La legge delega ha lo scopo di ridare all’Italia una normativa sul nucleare. Una volta approvata dai due rami del Parlamento, tramite essa, le Camere conferiranno al governo una delega, da esercitare entro un anno, per disciplinare la produzione di energia da fonte nucleare sostenibile, la ricerca sulla fusione e la gestione dei rifiuti radioattivi.

Nel testo si definiscono i campi d’intervento dei futuri decreti governativi, tra cui la disciplina per la costruzione e l’esercizio di impianti nucleari (micro-reattori), la produzione di idrogeno tramite energia nucleare, la gestione del combustibile esaurito e la sicurezza nucleare, la riorganizzazione della governance, con il riordino delle funzioni degli enti competenti. Inoltre, vengono stabili i criteri direttivi che l’esecutivo deve seguire nel redigere i decreti tra cui garantire i massimi standard di sicurezza e protezione della salute; semplificare i procedimenti autorizzativi; prevedere misure di compensazione e beneficio per i territori ospitanti gli impianti; assicurare la partecipazione dell’industria italiana alla filiera tecnologica.

“Con l’approvazione alla Camera della legge delega sul nucleare sostenibile compiamo un passo importante per il futuro energetico dell’Italia. Oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio”, ha rivendicato lo stesso Pichetto Fratin. “Il nucleare sostenibile significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza. In un mondo in cui la domanda di energia è destinata a crescere rapidamente, anche per effetto dell’intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile, chi sarà in grado di produrre energia sarà più libero, più forte e più sicuro. Vogliamo un’Italia meno dipendente dall’estero, con energia più accessibile per famiglie e imprese”, ha aggiunto il ministro. Quanto al numero degli impianti, il ministro ha spiegato che “è una valutazione ancora abbastanza difficile, abbiamo definito un quantitativo a grandi linee, 11-22% ma è proprio una forbice molto larga”, viste le valutazioni da fare sulle tecnologie.

A questo punto, “presenteremo i decreti attuativi alle commissioni parlamentari entro l’anno, entro Natale, questa è una scelta energetica di sicurezza per il futuro e questo vuol dire responsabilità verso il Paese”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il vicepremier Antonio Tajani. “La Camera approva, grazie a Forza Italia e al centrodestra, la legge sul nucleare compiendo un primo passo storico verso l’indipendenza energetica dell’Italia. Il nucleare di nuova generazione non è una scelta ideologica, ma uno strumento necessario per garantire alle prossime generazioni energia pulita, prezzi competitivi per famiglie e imprese e maggiore sicurezza per il Sistema Paese. Anche coloro che dicono NO a tutto si dovranno arrendere, ne vale il futuro dell’Italia”.

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Cosa dice del Pd l’addio di Pina Picierno

Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo del Partito democratico, ha lasciato il partito sostenendo che la principale forza del centrosinistra italiano abbia progressivamente perso la propria identità riformista.

Secondo fonti vicine all’eurodeputata citate dall’Ansa, Picierno sarebbe destinata ad aderire al Partito democratico europeo (EDP), guidato dall’eurodeputato ed ex sottosegretario italiano Sandro Gozi, ora parte del gruppo Renew Europe al Parlamento europeo.

Le ragioni politiche dietro la scelta

La sua uscita mette in evidenza le tensioni tra l’area riformista del Pd e l’attuale leadership del partito. Il nodo del contendere riguarda soprattutto la collocazione politica della forza guidata da Elly Schlein e il rapporto con le diverse culture interne del centrosinistra. La vicenda si inserisce inoltre in un confronto più ampio che tocca temi centrali della politica europea, come il sostegno all’Ucraina, le politiche di difesa e il rapporto con i movimenti populisti.

In un’ampi intervista a Il Foglio, Picierno ha affermato che “la casa dei riformisti non esiste più” all’interno del Partito democratico. “Non si può essere ambigui nei confronti del fascismo putiniano e degli estremismi”, ha dichiarato, chiedendo la costruzione di una nuova forza politica in grado di competere elettoralmente.

La rottura con il Pd di Schlein

“Per rispetto della mia dignità politica e personale è arrivato il momento di lasciare il Partito democratico di Elly Schlein”, ha spiegato Picierno, sostenendo che il partito “è diventato qualcosa di diverso rispetto a quello che abbiamo contribuito a fondare”.

L’eurodeputata ha parlato anche di una progressiva “distorsione” del progetto originario del Pd, avvenuta senza un vero confronto congressuale. “Il Pd che volevamo al Lingotto non esiste più”, ha aggiunto, richiamando la fase fondativa del partito nel 2007 sotto la guida di Walter Veltroni.

Allo stesso tempo, Picierno ha ribadito la continuità con i valori originari del suo percorso politico: “Resto una democratica. Non sto andando indietro”.

Il dibattito aperto nel centrosinistra

La sua decisione riporta al centro il tema del riformismo nel centrosinistra europeo. Il profilo politico di Picierno è da sempre legato a posizioni fortemente europeiste, atlantiste e al sostegno all’Ucraina.

Poco prima dell’annuncio, il Pd aveva sostenuto in Parlamento una mozione critica sull’aumento delle spese per la difesa in ambito Nato, giudicato potenzialmente insostenibile per i conti pubblici italiani. Un passaggio che, pur non essendo stato collegato direttamente alla decisione dell’eurodeputata, evidenzia una crescente distanza tra le diverse sensibilità interne al partito.

Per la leadership dem, il tema della difesa è soprattutto legato all’equilibrio tra sostenibilità finanziaria e politiche sociali; per l’area riformista, invece, rappresenta parte di una più ampia riflessione sul ruolo dell’Europa in uno scenario internazionale segnato da guerra e instabilità.

Le reazioni nel Pd

La scelta di Picierno ha suscitato reazioni all’interno del partito. L’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha espresso “grande dispiacere” per l’addio, sottolineando come il pluralismo sia “uno dei valori fondativi del Pd” e che un suo indebolimento rappresenterebbe un problema per l’intero partito. Anche Marianna Madia, che da poco ha fatto la stessa scelta di Picierno di abbandonare il Pd, ha invitato a evitare ulteriori frammentazioni nell’area riformista, richiamando la necessità di un progetto politico unitario nel centrosinistra.

Riformismo: un dibattito che si riapre

Il caso Picierno si inserisce in una fase in cui il concetto di riformismo è tornato al centro del dibattito politico italiano. In un intervento pubblicato su Il Messaggero, l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi ha ribadito come il riformismo rappresenti la principale risposta al populismo contemporaneo, rilanciando implicitamente il tema della ricomposizione dell’area moderata e progressista.

La stessa Picierno ha descritto la sua uscita non come un punto di arrivo, ma come l’inizio di un nuovo percorso politico, invocando la costruzione di una forza capace di intercettare gli elettori oggi lontani dal Pd o disillusi dalla politica.

La sua decisione, al di là delle conseguenze parlamentari immediate, evidenzia una tensione più profonda all’interno del centrosinistra: la definizione stessa di riformismo in una fase politica segnata da guerre, instabilità internazionale e crescita dei movimenti populisti in Europa.

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Fair Play Menarini, trent’anni di sport oltre le medaglie

Trent’anni di storia costruiti “mattoncino dopo mattoncino” fino ad ottenere “una casa solida”, ma soprattutto trent’anni dedicati a promuovere un’idea di sport fondata sul rispetto. È questo il messaggio lanciato dal presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, in occasione della presentazione della 30ª edizione del premio internazionale Fair Play Menarini.

“Il fair play è la sintesi di un comportamento che racchiude tanti valori. Primo fra tutti il rispetto: per sé stessi, per gli altri, per l’ambiente e per le regole”, ha sottolineato Buonfiglio, evidenziando come la vera sfida sia trasformare questi principi in comportamenti quotidiani. In un contesto segnato da tensioni e violenza, ha aggiunto, lo sport può contribuire a diffondere un “virus buono”, rendendo attraenti il buon vivere e la correttezza.

Il messaggio del presidente del Coni trova espressione concreta proprio nell’evoluzione del premio. Accanto ai grandi campioni dello sport internazionale, l’edizione 2026 ha infatti premiato oggi anche tre giovani protagonisti del premio Fair Play Menarini Giovani: Matteo Pasqualetti, Gloria Tinaburri e Alberto Belluzzi. “Si premiano valori come etica e rispetto”, ha osservato il presidente del Coni, definendo questa scelta “una bella innovazione” e un “messaggio che va al di là delle medaglie”, capace di rafforzare il significato più profondo del riconoscimento.

Nel salone d’onore del Coni sono stati annunciati anche i vincitori della 30ª edizione del Premio, che si terrà il 2 luglio al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Tra loro spiccano Armand Duplantis, Gregorio Paltrinieri, Antonella Palmisano, Achille Polonara, Daniele Garozzo e Chiara Mazzel, insieme a Davide Ghiotto, Andrea Giovannini, Michele Malfatti e Simone Anzani. A rappresentare il calcio sarà invece Gianfranco Zola.

A sottolineare il valore raggiunto dall’iniziativa è stato anche Luca Lastrucci, presidente della Fondazione Fair Play Menarini. “In questi anni abbiamo premiato oltre 400 atleti, campioni che oggi sono ambasciatori del fair play nel mondo”, ha ricordato. Ma il significato più profondo dell’edizione 2026, secondo Lastrucci, risiede proprio nell’attenzione ai più giovani: ragazzi che, attraverso i loro gesti, possono diventare punti di riferimento per i coetanei e testimoniare che il fair play è un valore fondamentale non solo nello sport, ma anche nella vita quotidiana.

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Sport e diplomazia, la Coppa del Mondo inizia a… Cafe Milano

Ci sono luoghi che, con il tempo, smettono di essere semplici indirizzi. Diventano simboli. Succede quando la politica, la diplomazia, l’economia e le relazioni internazionali finiscono per incrociarsi sempre nello stesso posto. A Washington quel luogo è Café Milano.

E non sorprende che, nel lungo viaggio di avvicinamento ai Mondiali del 2026, la Fifa abbia scelto proprio il ristorante di Georgetown per celebrare l’evento sportivo più seguito del pianeta.

Un luogo che da anni rappresenta una sorta di diplomazia parallela, dove i tavoli contano quasi quanto gli uffici e dove le conversazioni informali spesso anticipano quelle ufficiali. Per una sera, sotto i riflettori, c’è stata la Coppa del Mondo.

Ma il vero protagonista è stato il contesto. Perché il trofeo più ambito del calcio mondiale è approdato nel cuore della capitale americana, tra ambasciatori, membri dell’amministrazione statunitense, dirigenti internazionali e personalità dello sport.

Un parterre che racconta molto della trasformazione del calcio in uno strumento di soft power globale. A fare gli onori di casa, accanto a Franco Nuschese, è stato il presidente della FIFA, Gianni Infantino. Il numero uno del calcio mondiale ha scelto il registro dell’ironia per rompere il ghiaccio. “Nel resto del mondo chiamiamo football un gioco che si gioca con i piedi.

Qui chiamate football un gioco che si gioca con le mani”, ha detto sorridendo. Poi la sintesi perfetta dello spirito dell’evento: chiamatelo football o soccer, poco importa.

L’importante è partecipare alla festa. Una festa che guarda già all’estate del 2026, quando Stati Uniti, Canada e Messico ospiteranno il primo Mondiale a 48 squadre della storia. Un evento che la FIFA presenta come il più inclusivo e partecipato di sempre e che, secondo le previsioni, coinvolgerà miliardi di persone in ogni angolo del pianeta.

Al centro della sala, custodita con attenzione quasi cerimoniale, la Coppa del Mondo attirava sguardi e fotografie. Trentasei centimetri di altezza, rivestita in oro, con le due figure umane che sorreggono il globo terrestre. Un oggetto che travalica la dimensione sportiva per diventare icona culturale.

Attorno, gli ospiti si muovevano con la stessa curiosità riservata alle grandi opere d’arte o ai simboli della storia contemporanea.

Tra i presenti figuravano il Segretario al Commercio degli Stati Uniti Howard Lutnick, il senatore Bill Hagerty, il deputato Darin LaHood, numerosi ambasciatori accreditati a Washington e protagonisti del calcio americano come Alexi Lalas e Stu Holden.

Un mosaico di presenze che ha restituito l’immagine di un torneo ormai capace di parlare contemporaneamente il linguaggio dello sport, della politica e degli affari.

Del resto, il luogo scelto non è casuale. Fondato nel 1992 da Franco Nuschese, originario di Minori, Café Milano è diventato negli anni una vera istituzione della Beltway. Da Barack Obama a Clinton, da Joe Biden ai leader stranieri in visita negli Stati Uniti, intere stagioni della politica americana sono passate dai suoi tavoli.

Non a caso Formiche lo ha definito il luogo dove “si prendono le misure di chi conta”, una sorta di crocevia permanente del potere washingtoniano.

Nuschese ha voluto sottolineare proprio questo aspetto. “L’ospitalità italiana abbassa le distanze e crea fiducia”, ha spiegato. Una filosofia che trova conferma nella storia del locale e che, per una sera, si è sposata con la dimensione universale del calcio. A suggellare il momento è arrivato anche un omaggio alla Costiera Amalfitana.

Il maestro ceramista Vittorio Ruocco ha realizzato un piatto decorato a mano dedicato alla FIFA e al Mondiale 2026, donato a Infantino come simbolico ponte tra Minori e Washington. In fondo, il significato della serata è tutto qui. Il Mondiale deve ancora iniziare, ma la sua diplomazia è già in campo.

E passa anche da un tavolo apparecchiato nel cuore di Georgetown, dove l’italianità incontra il potere e il calcio diventa linguaggio universale.

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Il trasporto aereo è ormai un’infrastruttura essenziale del Paese. Scrive Paleari

Il quadro descritto dal Factbook quest’anno, nella sua XX edizione, rivela la continua dinamica del trasporto aereo. Gli scorsi venti anni ci hanno regalato una nuova forma di mobilità di massa, che ha ampliato le possibilità per tutti e ridotto l’isolamento di interi territori. Si sono aperte nuove dinamiche sociali che solo il mezzo aereo ha consentito, divenendo in molti casi insostituibile. Le merci, inoltre, hanno fatto crescere il mondo.

È nata quindi una nuova forma di mobilità che si configura come un bene, per così dire, “primario” per la società. Il traffico aereo non è inoltre solo un bisogno per tanti, ma è anche sinonimo di pace e di rapporti positivi tra gli Stati e i Continenti.

Le prospettive italiane per i prossimi 10 anni, con quasi 100 milioni di passeggeri in più dai 230 di oggi, richiedono immediati investimenti: occorre accorciare i tempi e trovare le condizioni per una loro bancabilità, visto che non gravano sui contribuenti ma sono pagati dagli utenti. Si può agire sulla durata delle concessioni sotto la regia di Enac e del Governo, perché si tratta di un bene strategico per il futuro del nostro Paese.

I numeri del rapporto ci dicono che questa è una vera emergenza. Come giustamente ha sottolineato il vice Ministro Rixi, bisogna accompagnare la crescita dove c’è. E il trasporto aereo ha le prospettive migliori da questo punto di vista. Tuttavia, gli investimenti pagano un ritardo cronico rispetto alla domanda, come ha sottolineato Costantino Pandolfi. Tempi minori e bancabilità degli investimenti sono un’occasione che il Governo non può perdere. Ed è a costo zero per le risorse pubbliche.

Non si parla solo dei passeggeri, ma anche delle merci. Queste ultime valgono più di un quarto del totale delle esportazioni extraeuropee, pur rappresentando solo il 3% del volume. Ne va dell’export italiano, che oggi alimenta altri aeroporti europei.

Il Factbook inoltre rivela la corsa della Turchia, ormai vero hub verso l’Asia. È la dimostrazione che la competizione è come andare nel bosco con un amico e incontrare l’orso: per salvarti devi solo correre più dell’amico, non più dell’orso. L’Europa non è sola al mondo, ma compete con altri. Lo stesso vale per l’Italia verso gli altri Paesi europei. Ognuno deve fare il massimo nel quadro di regole condivise.

L’Italia si è caratterizzata nel trasporto aereo per una crescita diffusa, “democratica”, che ha beneficiato interi territori, dando linfa al nostro sistema produttivo ed economico, come i livelli record di export testimoniano. Gli aeroporti e tutto il settore sono poi start-up tecnologiche permanenti, capaci di assorbire le innovazioni a beneficio del servizio.

La crescita futura dovrà coniugare anche il tema della sostenibilità con un approccio fondato sui dati e non su narrative che, anche se ripetute, non corrispondono alla realtà. La green transition è in atto da tempo nel mondo del trasporto aereo e la crescita delle emissioni è molto inferiore a quella del traffico. Deve essere completata e anche qui il tema degli investimenti è vitale.

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Aerei, passeggeri e hub. Dove sta andando il trasporto aereo italiano

Il futuro del trasporto aereo, tra crescita della domanda, investimenti infrastrutturali, connettività intercontinentale e sostenibilità, è stato al centro del convegno “Tra un’epoca e un’altra: verso quale trasporto aereo?”, organizzato da Enac con l’Università degli Studi di Bergamo per la presentazione della ventesima edizione del Fact Book ITSM-ICCSAI 2026. Il rapporto fotografa un settore europeo tornato sopra i livelli pre-Covid e un mercato italiano in espansione più rapida della media continentale, ma anche un comparto chiamato a misurarsi con fragilità del cargo, ritardi infrastrutturali e tensioni geopolitiche.

Crescita e investimenti

Nel 2025 il traffico passeggeri nei 28 Paesi europei analizzati dal Fact Book è cresciuto del 4% rispetto al 2024. L’Italia ha registrato un incremento del 5%, superando i 230 milioni di passeggeri, con otto aeroporti oltre la soglia dei 10 milioni annui e Roma Fiumicino sopra i 50 milioni.

Per Edoardo Rixi, viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, il dato indica dove concentrare le risorse: “Io ritengo che bisogna investire dove si cresce”. Il presidente Enac Pierluigi Di Palma ha richiamato l’obiettivo del Piano nazionale degli aeroporti: passare “da 230 di oggi a 305 milioni di passeggeri entro il 2035”. Un traguardo possibile con “un sistema Paese più efficace e agile” e con investimenti considerati “una linfa vitale necessaria”.

Aeroporti e territori

La crescita italiana si è sviluppata attraverso un modello policentrico. Di Palma ha collegato questi risultati alla trasformazione degli aeroporti e alla centralità del passeggero: “La liberalizzazione dell’infrastruttura aerea porta a un elemento importante, la centralità del passeggero, la soddisfazione del cliente”. L’aeroporto, ha aggiunto, “non è più un luogo come è stato descritto da un altro tempo ma è un luogo urbano”.

Stefano Paleari, del Centro ICCSAI-ITSM, ha insistito sul valore territoriale del settore: “Gli scorsi venti anni ci hanno regalato una nuova forma di mobilità di massa che ha ampliato le possibilità per tutti e cancellato l’isolamento di interi territori, non solo le isole”. Una crescita che, secondo Paleari, è stata “diffusa, democratica”.

Connettività, cargo e lungo raggio

Il Fact Book segnala un miglioramento dei collegamenti intercontinentali diretti dall’Italia, ma anche un divario ancora aperto rispetto ai maggiori mercati europei. Lo scenario resta condizionato da tensioni geopolitiche, costi energetici e possibili limitazioni sugli spazi aerei. Rixi ha collocato il settore in questo quadro: “Il sistema a livello mondiale cambia rapidamente” e “il tema del trasporto aereo è centrale, è sempre più centrale”. La posizione italiana, ha detto, è legata alla “centralità del Mediterraneo” e alla possibilità di costruire “una grande piattaforma logistica internazionale”.

Più fragile appare il comparto merci. In Europa il traffico cargo è cresciuto nel 2025 del 3,6%, mentre l’Italia ha registrato un aumento più contenuto. Rixi ha indicato il dossier come prioritario: l’Italia deve “rendere più performante il nostro sistema passeggero, ma anche sul cargo, dove invece continuiamo ad avere dei problemi”. La questione riguarda la resilienza logistica del Paese.

Sul fronte dei vettori, ITA Airways lega la propria strategia al medio e lungo raggio. Joerg Eberhart, amministratore delegato della compagnia, ha definito il Fact Book “una fotografia precisa” utile per “prendere decisioni” e “aggiustare la strategia”. Il baricentro resta Fiumicino: “Il nucleo della strategia di ITA Airways è l’hub di Fiumicino”. L’obiettivo è arrivare “nel 2030 già a 30 macchine di lungo raggio”.

Sostenibilità e nuovo equilibrio

Il rapporto conferma anche il peso delle compagnie low cost, particolarmente rilevante nel mercato italiano. Di Palma ha invitato a leggere il fenomeno dentro un cambiamento più ampio: “Non si può più chiamare l’operatore Ryanair low cost”, ha detto, parlando di “un nuovo modello in cui bisogna saper fare i conti”.

Accanto alla competizione tra vettori resta il tema della sostenibilità, nel quadro europeo definito da Fit for 55 e ReFuelEU Aviation. Paleari ha richiamato la necessità di evitare approcci ideologici: “La crescita futura dovrà coniugare anche il tema della sostenibilità con un approccio fondato sui dati e non su narrative che, anche se ripetute, non corrispondono alla realtà”.

La traiettoria emersa dal confronto tiene insieme domanda in crescita, investimenti, collegamenti intercontinentali e fragilità geopolitiche. Per il trasporto aereo italiano, la fase aperta dal Fact Book richiede capacità di programmazione e tempi più rapidi di realizzazione.

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Buon senso, così Meloni e Fitto hanno convinto l’Ue. Parla Torselli

L’Ue si è convinta. Non c’è solo la Difesa al centro delle strategie europee ed italiane per affrontare “tutte” le conseguenze della crisi a Hormuz, ma evidentemente anche l’energia. Il peso geopolitico delle bollette per le imprese è un’oggettività che incide moltissimo sulla produzione e, quindi, su pil, sul rapporto debito-pil e sul futuro della manifattura, tanto in Italia quanto negli altri Paesi membri.

Sul tavolo della commissione, Roma non ha posto semplicemente il tema della flessibilità, corredato dall’esigenza di spostare qualche miliardo da un capitolo all’altro, ma ha segnalato che serve un metodo di lavoro concettuale che faccia riguadagnare terreno anche all’Ue, troppo spesso lenta nei tempi di reazione.

Per cui il sì di Bruxelles all’estensione all’energia della clausola di salvaguardia già riconosciuta alle spese per la Difesa è “un’occasione per il governo italiano”.

Lo dice a Formiche.net l’europarlamentare di FdI/Ecr Francesco Torselli, secondo cui un attimo dopo “possiamo discutere sulle condizioni che l’Europa ha voluto imporre affinché fosse possibile attivare questa salvaguardia. E su questo, mi limito a dire che speriamo vivamente che le richieste di Bruxelles non rallentino troppo la messa a terra delle risorse, perché cittadini e imprese hanno necessità di beneficiare adesso degli aiuti per fronteggiare l’aumento dei costi dell’energia e non tra mesi o tra anni”.

La svolta in Ue segna inoltre l’introduzione di un metodo, quello del lavoro sotto traccia (contro la polemica tout court) che porta un plus effettivo? “Più che lavoro sotto traccia parlerei di logica del buon senso. La presidente Meloni e il vicepresidente Fitto hanno dimostrato in più occasioni che il buon senso abbatte più muri rispetto alla polemica. Certo, dall’altra parte dobbiamo riconoscere la Commissione di oggi è molto meno ideologica e più pragmatica di quella precedente, ma sicuramente l’approccio di Meloni e Fitto è quello vincente: niente proclami, niente urla, ma soluzioni concrete e dettate dal buon senso che, neppure la Commissione Ue può ignorare”.

L’Italia ha indicato la strada, ha detto ieri Giorgia Meloni, e l’Europa la sta percorrendo. Bruxelles prova a fare meno cose e farle meglio? Torselli risponde ricordando un evento di qualche giorno fa, come l’assemblea nazionale di Confindustria a Roma, in cui la presidente Meloni ha ribadito esattamente questo concetto: “L’Europa deve fare meno cose, ma deve farle meglio. Questa è la nostra visione d’Europa, ma le dirò di più: è la visione che avevano in mente i padri fondatori dell’attuale Unione europea. Chi oggi parla di Stati Uniti d’Europa o di Super-Stato europeo in grado di legiferare su tutto e il contrario di tutto, snatura quel progetto unico al mondo che fu pensato fin dal secondo dopoguerra: nazioni sovrane che si mettono liberamente assieme – ognuna mantenendo gelosamente vive le proprie ricchezze e le proprie specificità – con l’obiettivo di aiutarsi reciprocamente solo e soltanto nei campi in cui la competizione per i singoli stati nazionali sarebbe diventata improba. Un’Europa capace di fare solo quello che non possono fare da soli i singoli stati e di farlo, ovviamente, bene. Senza ideologia, senza dogmi imposti, ma guidata da pragmatismo e tanto, tanto buonsenso”, conclude.

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Pax Silica, perché l’Europa entrerà nel progetto americano sull’AI

L’Unione europea si avvia a entrare in Pax Silica, l’iniziativa lanciata dall’amministrazione Trump per coordinare tra Paesi partner le componenti strategiche dell’ecosistema dell’intelligenza artificiale. Dopo mesi di pressioni da parte americana, gli ambasciatori dei Ventisette hanno autorizzato la Commissione europea a firmare l’adesione al programma. Il passaggio finale è atteso la prossima settimana, quando i ministri europei competenti saranno chiamati a dare il via libera definitivo.

La decisione segna un cambio di passo per Bruxelles. Quando Pax Silica venne presentata lo scorso dicembre, l’Unione aveva scelto di restare alla finestra. Oggi, invece, si prepara a entrare in un’iniziativa che Washington considera sempre più centrale nella competizione tecnologica e internazionale.

Le dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni da esponenti dell’amministrazione americana aiutano a comprendere il significato politico della scelta europea. L’ambasciatore statunitense presso l’Unione europea, Andrew Pudzer, ha per esempio inserito Pax Silica nella stessa cornice che comprende difesa, accordi commerciali e cooperazione sui minerali critici. Nella sua lettura, il rapporto transatlantico si starebbe tutt’altro che restringendo: questi come Pax Silica sono i nuovi ambiti di integrazione strategica.

Ancora più esplicito è stato il segretario di Stato Marco Rubio durante un’audizione al Senato mercoledì. Parlando della competizione tecnologica con la Cina e della necessità di preservare il vantaggio americano nell’intelligenza artificiale, Rubio ha descritto Pax Silica come un “consorzio globale” destinato a coordinare tutti gli elementi necessari allo sviluppo dell’AI. Macro-tema su cui per altro l’amministrazione Trump sta serrando i ranghi in modo pressoché totale, visto anche l’executive order firmato negli ultimi giorni per imporre dei limiti sugli strumenti tecnologici più problematici.

La gestione, indirizzata da esigenze di sicurezza nazionale, riguarda dunque sia i sistemi che i processi di innovazione e ricerca, e anche – come nel caso di Pax Silica – l’accesso ai minerali critici, alle materie prime e alle componenti indispensabili per la produzione dei semiconduttori avanzati. La novità sta proprio qui. Nelle parole del segretario di Stato, l’intelligenza artificiale non appare più come un settore industriale tra gli altri. Diventa una piattaforma strategica attorno alla quale organizzare le relazioni tra alleati.

La logica che emerge è simile a quella che ha caratterizzato altre fasi della politica internazionale americana. Per decenni le alleanze occidentali si sono strutturate attorno alla sicurezza militare. Oggi Washington sembra voler aggiungere un nuovo livello di integrazione, fondato sulle tecnologie considerate decisive per la competizione globale.

In questa prospettiva, Pax Silica svolge diverse funzioni contemporaneamente. Serve a proteggere il vantaggio tecnologico degli Stati Uniti. Consente di coordinare le filiere dell’intelligenza artificiale tra Paesi partner. Rafforza il controllo sugli elementi più sensibili della catena del valore, dai semiconduttori ai minerali critici. Favorisce inoltre la convergenza sugli standard che regoleranno l’utilizzo delle future applicazioni dell’AI.

La Cina costituisce il principale riferimento implicito di questa strategia. Rubio ha ribadito l’importanza dei controlli alle esportazioni per preservare il vantaggio tecnologico americano, soprattutto nei segmenti più avanzati. Pax Silica si inserisce in questo quadro come strumento di coordinamento tra Paesi che condividono la stessa lettura della competizione tecnologica e della sicurezza economica, ossia i cosiddetti “like-minded”.

Per l’Europa, l’adesione assume quindi un significato che va oltre la cooperazione industriale. La scelta non riguarda soltanto l’accesso a un’iniziativa dedicata all’intelligenza artificiale. Riguarda il posizionamento dell’Unione all’interno dell’ecosistema strategico che Washington sta costruendo attorno alle tecnologie emergenti.

Da questo punto di vista, l’ingresso europeo appare meno come una decisione tecnica e più come una scelta di allineamento. Se gli Stati Uniti considerano l’AI una componente della propria architettura di alleanze, restarne fuori rischia di avere conseguenze che vanno ben oltre il settore tecnologico.

Nell’intervento al Senato è emersa anche un’altra dimensione destinata ad acquisire peso. Rubio ha collegato l’intelligenza artificiale non solo alla competizione internazionale, ma anche alla stabilità delle società. L’aumento della produttività e la trasformazione del mercato del lavoro potrebbero generare tensioni economiche e politiche che i governi dovranno gestire. L’AI, in questa lettura, diventa contemporaneamente una questione di competitività, sicurezza e resilienza interna.

È un segnale della direzione presa da Washington. L’intelligenza artificiale viene progressivamente incorporata nelle grandi categorie della strategia americana: potenza industriale, sicurezza economica, controllo delle filiere, standard globali e coesione delle alleanze. Pax Silica rappresenta un contenitore di questa ambizione. L’ingresso dell’Unione europea suggerirebbe che Bruxelles abbia deciso di farne parte.

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Musk porta lo spazio in Borsa. SpaceX e l’Ipo dei record

Si può portare lo spazio in Borsa? Sì. E anche in grande stile. Conoscendo Elon Musk il mondo era forse un po’ preparato alla più grande Ipo della storia. Però, a guardare i numeri, fa comunque un certo effetto. SpaceX ha fissato un prezzo di 135 dollari per azione in vista del lancio della quotazione, secondo quanto depositato alla Sec, la Consob Usa.

La società dello spazio vuole collocare 555,6 milioni di azioni, utile a raccogliere fondi per 75 miliardi di dollari totali, con un’opzione ai sottoscrittori di ulteriori 83,33 milioni di titoli del valore di 11,2 miliardi. Coi suoi 86,2 miliardi sarebbe nei fatti l’Ipo maggiore della storia, bruciando i 29 miliardi raccolti da Aramco nel 2019. Mentre la capitalizzazione di SpaceX schizzerebbe a 1.770 miliardi con Musk a cui farà capo una quota di controllo con diritto di voto superiore all’82%.

Adesso c’è da portare a termine il roadshow presso gli investitori, con la pubblicazione del prezzo prevista per l’11 giugno e l’avvio delle negoziazioni sul Nasdaq di New York il 12 giugno. La decisione di Musk di offrire azioni a un prezzo fisso prima dell’inizio della raccolta ordini è quasi senza precedenti per le Ipo di grandi dimensioni negli Stati Uniti. La maggior parte delle aziende solitamente annuncia, infatti, una fascia di prezzo prima di commercializzare le azioni durante le presentazioni agli investitori.

Attenzione per, ci potrebbero essere dei passaggi delicati. A far riflettere gli esperti, per esempio, sono una serie di questioni in tema di corporate governance, in particolare l’ipotesi di conflitti di interesse riguardanti Musk e le sue aziende, cui si aggiunge una limitazione quasi totale della capacità degli azionisti di influenzare la società in cui stanno investendo. Un primo tema sotto i riflettori riguarda le due classi di azioni della società. In base al documento di registrazione, SpaceX disporrà di diritti di voto privilegiati attraverso strutture di Classe A e Classe B, simili a quelle impiegate da Meta Platforms e Alphabet. Alla luce di ciò, SpaceX sarà una società controllata esente da determinati requisiti di corporate governance, tra i quali la costituzione di comitati incaricati di nominare gli amministratori o di stabilire i compensi, composti interamente da amministratori indipendenti”.

Incerto, poi, è anche se il consiglio di amministrazione di SpaceX stabilirà effettivamente delle linee guida per la dirigenza. Nel board, attualmente, figurano Musk, la presidente e Coo Gwynne Shotwell e il cfo Bret Johnsen. Tra gli amministratori non esecutivi vi sono, invece, il venture capitalist Ira Ehrenpreis, alleato di lunga data di Musk e amministratore di Tesla, Randy Glein, Antonio Gracias, il dirigente di Google Donald Harrison, e un altro venture capitalist Steve Jurvetson. Ora non resta che aspettare il lancio.

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L’Euro? Secondo Guarino, costituzionalista ed ex ministro, fu un colpo di Stato

L’Italia e altri 15 Paesi del Sud e dell’Est Europa (Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Spagna, Croazia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia) hanno chiesto di modificare la proposta di bilancio presentata dalla Commissione europea. I 16 Paesi sostengono la necessità “di garantire condizioni di attuazione più favorevoli, quali un tasso di cofinanziamento dell’Unione europea dell’85% per gli Stati membri con un reddito pro capite inferiore alla media europea”.

“Il rafforzamento del mercato unico non può prescindere da una politica di coesione – ha sostenuto a Bruxelles il ministro italiano per gli Affari europei Tommaso Foti -. Competitività e coesione sono due facce della stessa medaglia”.

In pratica si chiede di aggiustare le regole stupide che condizionano la vita dei popoli europei. È una richiesta minimale che non va ad intaccare l’architettura normativa cosi come si è andata configurando a partire da quello che il giurista ed ex ministro Guarino definiva come un vero e proprio golpe.

Ma come siamo arrivati a questo punto? Ce lo ha raccontato il Prof. Giuseppe Guarino in due suoi testi pubblicati nel 2014 “Un saggio di verità sull’Europa e sull’euro” per le Edizioni Polistampa e “Cittadini europei e crisi dell’Euro” per l’Editoriale Scientifica Napoli le cui analisi e le cui proposte qualche politico in grado di saper leggere e scrivere ai giorni nostri farebbero bene a studiare ed imparare qualcosa.

Il prof. Giuseppe Guarino, giurista e politico italiano, già ministro delle Finanze, dell’Industria, Commercio e Artigianato e delle Partecipazioni Statali, delineò oltre un decennio fa la realtà dell’Unione Europea, dell’Italia, dell’Euro, soprattutto alla luce di quanto era accaduto nei precedenti 15 anni, a partire dall’adozione della moneta unica.

Guarino, che attribuisce all’euro la responsabilità di aver fatto precipitare l’Italia a terza peggiore economia del mondo, illustra con dovizia di particolari il meccanismo attraverso cui è stata illegittimamente violata la nostra sovranità monetaria e si è attuata una deviazione dal virtuoso processo di costruzione europea per intraprendere una strada differente: non più l’Europa dei popoli e delle culture, ma l’Europa della moneta e della finanza.

Nei saggi di Guarino è possibile cogliere tre elementi cruciali di estremo interesse.

Il primo è l’individuazione degli atti giuridici attraverso cui si è attuato quello che Guarino definisce un autentico “colpo di Stato”, che ha violato la Costituzione italiana ed ha portato all’introduzione di un euro “falso”.

Guarino, infatti, spiega che con l’adozione del regolamento 1466/97 da parte dell’Unione Europea, oltre che del reg. 1055/2005 e del reg. 1175/2011 e in ultimo del Fiscal Compact, si è violato quanto sancito dallo stesso Trattato di Maastricht (Iue) nel 1992.

L’obiettivo prefissato, infatti, era inizialmente quello di uno sviluppo e una crescita sostenibile da raggiungersi da parte di ciascuno Stato che “vi avrebbe provveduto nell’interesse proprio e dell’Unione, con la propria politica economica”. L’obiettivo della crescita di ogni Stato venne in seguito sovvertito e sostituito con il risultato del “pareggio di bilancio” imposto dal reg. 1466/97 con il quale l’Unione Europea andava contro un proprio Trattato e decideva la disciplina per la nuova moneta unica, l’euro. Per tale motivo Guarino definisce questo euro un euro “falso”, in quanto disciplinato da un regolamento e non da quanto previsto dal Trattato.

Il secondo elemento di rilievo del suo saggio deriva dall’osservazione di tutti i parametri economici dai quali emerge che il risultato della politica monetaria ed economica della Ue è fallimentare, soprattutto se si considera che “Italia, Germania, Francia nei quattro decenni dal 1950 al 1991, risultavano nello sviluppo i primi tre Paesi democratici occidentali, salvo poi avere un tracollo nel periodo tra il 2000 e il 2010 a seguito dell’adozione dell’euro con l’Italia che figura tra gli Stati con minore sviluppo nel mondo come terza peggiore economia nel mondo, la Germania come decima peggiore economia, la Francia come quattordicesima peggiore economia.

Il terzo elemento di rilievo e conclusivo del saggio è la soluzione che bisognerebbe adottare per risolvere il problema di crisi economica e di deficit democratico che caratterizzano questa Unione Europea. Guarino spiega come sia difficile intervenire sul sistema attuale cosi come costituito, vista la complessità dei meccanismi e delle istituzioni coinvolte.

Per cui per far fronte a un colpo di Stato l’unica via sarebbe quella di un nuovo colpo di Stato che getti le basi per un nuovo corso dell’Europa in campo sociale, culturale, economico, monetario.

L’uscita da questo euro “falso” e l’adozione di una nuova moneta sarebbe dunque la strada da percorrere da parte di alcuni Stati dell’area del Mediterraneo che possano avere un peso tale in termini di popolazione e di economia da non subire le ripercussioni da parte di Paesi ed economie più forti nel caso di una scelta del genere. L’adozione di una nuova moneta dovrebbe avvenire con un cambio nella cui trattativa i Paesi che adotterebbero il nuovo conio dovrebbero far pesare i danni subiti dal tradimento dubito da parte dell’Unione Europea, che violando gli accordi previsti dai Trattati ha alterato il regime democratico dei popoli europei portandoci alla situazione attuale.

È un’utopia questa? Una proposta velleitaria? Non direi, se si tiene conto di quanto emerso in alcuni interventi al recente Festival dell’Economia a Trento, dove l’ex ministro del Mef, Giovanni Tria ha senza mezzi termini detto che: “Se non si cambiano i Trattati non andiamo da nessuna parte”. A lui si è aggiunto l’economista e Rettore della Università Luiss, Paolo Boccardelli che ha invitato a pensare a un’integrazione a diverse velocità “con un gruppo di paesi con visioni comuni con i quali costruire un’area integrata”. Confortati entrambi dal Prof. Diego Rossano dell’Università di Napoli Parthenope, che ha osservato che un debito pubblico comune è impossibile senza la revisione di un Trattato che ci obbliga attualmente ad una fatica di Sisifo: “Spingiamo in alto il masso sulla montagna che ci ricasca addosso senza mai raggiungere la vetta”. A questi economisti si è aggiunto Fabrizio Messina che, addirittura, ha invitato a lottare contro il Trattato, “immaginare che il safe asset sia considerato al di fuori del perimetro dell’aiuto di Stato”.

Compresa la lezione? Soprattutto da parte di quelle forze politiche che si definiscono sovraniste ed identitarie?

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Wass (Fincantieri) entra nel mercato canadese. L’intesa con Magellan Aerospace

Wass Submarine Systems, controllata del gruppo Fincantieri specializzata nei sistemi di difesa subacquea, e la canadese Magellan Aerospace hanno firmato un accordo finalizzato a sostenere e sviluppare le capacità di difesa underwater del Canada. L’intesa, firmata in occasione del salone Cansec di Ottawa, punta a rafforzare la collaborazione industriale tra le due aziende nel settore delle tecnologie subacquee avanzate.

L’accordo prevede la valorizzazione delle competenze complementari delle due società nell’ambito dei sistemi di difesa subacquea, con l’obiettivo di contribuire ai programmi e alle esigenze operative delle Forze armate canadesi. La collaborazione sarà orientata allo sviluppo di soluzioni tecnologiche e capacità industriali in grado di supportare i requisiti del mercato canadese nel dominio underwater.

L’intesa mira a promuovere opportunità di cooperazione industriale e tecnologica, facendo leva sull’esperienza maturata da Wass nelle tecnologie subacquee e sulla presenza industriale di Magellan Aerospace nel mercato canadese. L’obiettivo è contribuire allo sviluppo di capacità nazionali nel settore della difesa subacquea e supportare le future esigenze operative del Canada.

Dall’Italia al Canada

Wass rappresenta il polo di eccellenza di Fincantieri nel settore della difesa subacquea e opera nella progettazione e realizzazione di siluri, sonar, sistemi di lancio e contromisure per piattaforme navali e subacquee. La società è entrata a far parte del gruppo Fincantieri nel 2025 a seguito del completamento dell’acquisizione della linea di business Underwater Armaments & Systems di Leonardo. Magellan Aerospace è un gruppo industriale attivo nei settori aerospaziale e della difesa e dispone di una presenza consolidata in Canada attraverso attività di progettazione, produzione e supporto tecnologico per programmi nazionali e internazionali.

Nelle puntate precedenti

Oltre al nuovo accordo con Magellan Aerospace, Wass ha firmato a febbraio un contratto da oltre 200 milioni di euro con il ministero della Difesa dell’Arabia Saudita per la fornitura di siluri leggeri MU90 destinati alla Royal Saudi Naval Force, definito dall’azienda come il più importante nei 150 anni di storia dell’azienda. A dicembre 2025 la società si è aggiudicata un contratto da altri 200 milioni di euro con la Marina Indiana per la fornitura dei siluri pesanti Black Shark Advanced, destinati ai sei sottomarini classe Scorpène in servizio nella flotta di Nuova Delhi. L’intesa comprende inoltre i sistemi di lancio, le attrezzature per la manutenzione e il relativo supporto logistico. Le consegne sono previste tra il 2028 e il 2030, con produzione affidata allo stabilimento Wass di Livorno.

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Da Londra a Parigi a Berlino, tre modelli di Strategia di sicurezza nazionale per l’Italia

Con il Dpcm del 22 aprile 2026 l’Italia ha risolto un problema istituzionale che si trascinava da decenni: l’art. 5 definisce la struttura della futura Strategia di sicurezza nazionale (interessi e obiettivi, politiche e strumenti, gestione delle crisi) e fissa il processo di adozione, il ciclo triennale di aggiornamento e la supervisione del Copasir. In poche parole un “contenitore” per la Strategia di Sicurezza Nazionale (SSN) del nostro Paese finalmente c’è; resta tuttavia la domanda più difficile: come riempirlo? L’esperienza dei principali alleati offre modelli utili e qualche avvertimento.

Tra il 2023 e il 2025 Regno Unito, Francia e Germania hanno pubblicato o aggiornato i propri documenti di sicurezza nazionale, rivelando convergenze importanti ma anche differenze profonde legate alla storia, alla cultura strategica e al sistema istituzionale di ciascun Paese. L’Italia, unico tra i paesi europei a non aver mai redatto un documento unitario, ha compiuto un passo significativo con il Dpcm del 22 aprile 2026, che pone le basi procedurali per la prima Strategia di sicurezza nazionale (Ssn) integrata.

Nonostante condividano Nato e valori euro-atlantici, i Gran Bretagna, Francia e Germania interpretano la sicurezza in modi distinti. Il Regno Unito punta su un modello integrato e flessibile. La National Security Strategy del 2025, evoluzione dell’Integrated Review, nasce da un coordinamento collegiale del Cabinet Office e affronta l’era della “radical uncertainty”. Sicurezza interna ed esterna, resilienza economica, innovazione tecnologica e proiezione globale, con forte vocazione marittima, vengono trattate come elementi di un unico sistema. La Francia resta fedele alla sua tradizione di autonomia strategica. La Revue Nationale Stratégique del luglio 2025, fortemente voluta dal Presidente della Repubblica, è il documento più presidenziale: sovranità nazionale, deterrenza nucleare, industria della difesa e capacità di agire in modo indipendente, anche all’interno della Nato, rappresentano i pilastri intoccabili. Parigi prepara esplicitamente il Paese a possibili conflitti ad alta intensità in Europa. La Germania ha vissuto la trasformazione più evidente. La Nationale Sicherheitsstrategie del 2023, prima del genere per Berlino, è figlia della “Zeitenwende” annunciata dal cancelliere Scholz dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Frutto di un processo ampio e consensuale, segna l’addio a molte reticenze del dopoguerra: maggiori investimenti nella Bundeswehr, attenzione alla resilienza energetica e un concetto di “sicurezza integrata” che abbraccia economia, clima e coesione sociale.

Oltre alle differenze nei contenuti, dalle esperienze dei Paesi europei emergono tre modelli distinti di Ssn, ciascuno con punti di forza e limiti, che l’Italia dovrà valutare con attenzione. Il primo è il modello “politico”, esemplificato dal Regno Unito. Si tratta di un documento che esprime chiaramente la visione del governo in carica, lancia segnali forti all’opinione pubblica e agli alleati e consente un coordinamento rapido delle politiche nel breve-medio termine. Il vantaggio è la capacità di plasmare il discorso pubblico e di imprimere una direzione netta; il rischio, però, è che il testo venga percepito come troppo legato alla contingenza politica e risulti meno efficace una volta cambiato l’esecutivo. Il secondo è il modello “bipartisan”, ben rappresentato dalla Germania. Qui la strategia diventa uno strumento per costruire una visione condivisa di lungo periodo, superando le divisioni politiche interne e contribuendo a forgiare una cultura strategica nazionale più matura. Il processo ampio e consultivo garantisce maggiore legittimità e continuità, ma può portare a compromessi al ribasso e a un documento troppo generico, privo di scelte coraggiose. Il terzo potrebbe essere chiamato modello “operativo”, tipico della Francia. In questo caso la strategia è soprattutto un piano d’azione concreto, che definisce obiettivi chiari, modi e mezzi per raggiungerli, e assegna responsabilità precise alle varie amministrazioni. È particolarmente efficace nei sistemi centralizzati e presidenziali, perché riduce il divario tra enunciazione e attuazione, anche se non elimina del tutto il cosiddetto “implementation gap”.

L’Italia, con il suo sistema parlamentare, la tradizione di governi di coalizione e la necessità di costruire consenso ampio, dovrà valutare accuratamente quale elemento privilegiare: la chiarezza di indirizzo del modello “politico”, la legittimità di lungo periodo di quello “bipartisan”, o la concretezza di quello “operativo”. Per definire una posizione chiara sulle questioni che si ritengono decisive per la sicurezza nazionale del Paese sarà inoltre necessario affrontare quattro nodi.

Il primo riguarda il posizionamento verso Russia e Cina. Dopo anni di ambiguità, l’Italia dovrà definire con realismo il proprio approccio nei confronti di Mosca, ormai considerata una minaccia di lungo periodo alla sicurezza europea, e di Pechino, che pone sfide simultanee sul piano economico, tecnologico, infrastrutturale e marittimo. Servirà un equilibrio tra tutela degli interessi nazionali, mantenimento dei legami economici e fedeltà alla collocazione euro-atlantica, evitando sia silenzi imbarazzanti sia allineamenti automatici. Il secondo nodo è quello delle risorse. Il tradizionale target Nato del 2% del Pil per la difesa è ormai superato. Alla luce degli impegni assunti dagli Alleati al Vertice dell’Aia del 2025, l’Italia dovrà confrontarsi con l’obiettivo più ambizioso del 5% del Pil entro il 2035, di cui almeno il 3,5% destinato alla difesa “core” e fino all’1,5% per resilienza, infrastrutture critiche, innovazione e base industriale. Si tratta di una scelta di priorità nazionale che avrà inevitabili riflessi su bilancio, welfare e politica fiscale. Il terzo nodo riguarda la base tecnologico-industriale della difesa. La guerra in Ucraina ha dimostrato che la capacità di produrre munizioni, sistemi d’arma, droni e tecnologie dual-use in tempi rapidi è diventata un fattore strategico decisivo. L’Italia dovrà decidere come rafforzare la propria industria nazionale, favorirne l’integrazione europea e ridurre vulnerabilità nelle catene di fornitura, evitando di dipendere eccessivamente da fornitori esterni in settori critici. Infine, il quarto nodo è la geografia strategica. L’Italia dovrà ridefinire le proprie priorità di proiezione, chiarendo il rapporto tra Mediterraneo allargato (che resta il quadrante prioritario), Africa, Mar Rosso, Indo-Pacifico e spazio euro-atlantico. In un mondo dove rotte marittime, cavi sottomarini, energia e migrazioni formano un’unica catena geopolitica, non sarà più possibile trattare questi ambiti come compartimenti separati.

Quale che sia il modello che si preferirà, e i contenuti che si vorranno privilegiare, è essenziale che il documento di sicurezza nazionale delinei una narrazione politica. La Ssn dovrà infatti spiegare alle istituzioni dello Stato coinvolte e ai cittadini cosa è la sicurezza nazionale, definirne i contorni e illustrare in modo convincente perché difesa, industria, tecnologia, energia, cybersicurezza, spazio e resilienza democratica non sono ambiti distinti, ma parti di un unico concetto, integrato, di sicurezza nazionale. Senza questa cornice condivisa, il documento rischia di rimanere un esercizio burocratico privo di reale incisività.

Con il Dpcm si è aperto un cantiere importante. L’Italia arriva tardi rispetto ai partner, ma ha l’opportunità di imparare dalle loro esperienze. Al di là dei contenuti che si sceglieranno di privilegiare, e del modello che si sceglierà di adottare, essenziale sarà far sì che la Ssn possa effettivamente funzionare come una “cornice condivisa” entro cui le politiche della sicurezza nazionale possano convergere e integrarsi.

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Papa Leone XIV e l’IA. Una visione concreta che sfida il paradigma americano

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Cybersicurezza, pronti dodici milioni da Mur e Acn

Dodici milioni di euro per formare nuove competenze, rafforzare la ricerca e rendere più solide le infrastrutture digitali del sistema universitario italiano. È la cifra messa sul tavolo dal Ministero dell’Università e della Ricerca, guidato da Anna Maria Bernini, insieme all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), con un nuovo avviso pubblico che punta a consolidare uno degli ambiti più strategici per il futuro del Paese: la cybersicurezza.

L’iniziativa si inserisce nel quadro della Strategia nazionale di cybersicurezza 2022-2026 e accompagna l’attuazione della direttiva europea NIS2, il nuovo impianto normativo che impone standard più elevati di protezione e gestione del rischio per enti pubblici e operatori privati. Una sfida che non riguarda soltanto la dimensione tecnologica, ma investe il terreno della formazione, della ricerca scientifica e della capacità di attrarre e valorizzare talenti.

L’obiettivo del bando è infatti quello di rafforzare la preparazione del sistema universitario e degli enti pubblici di ricerca rispetto alle minacce informatiche, sostenendo percorsi capaci di coniugare innovazione, resilienza digitale e utilizzo responsabile delle tecnologie emergenti, a partire dall’intelligenza artificiale. In uno scenario internazionale segnato dall’aumento degli attacchi cyber e dalla crescente competizione tecnologica, la costruzione di competenze avanzate diventa un tassello essenziale della sicurezza nazionale.

La misura si sviluppa lungo due direttrici. La prima, “Incentivazione della mobilità internazionale”, dispone di 8 milioni di euro e sostiene progetti promossi da università ed enti pubblici di ricerca, anche in partenariato. Le risorse finanzieranno programmi di mobilità accademica e professionale, attività di alta formazione, collaborazioni internazionali e workshop specialistici. Parallelamente, una parte degli interventi sarà destinata al potenziamento delle infrastrutture digitali e dei sistemi di sicurezza informatica di atenei e centri di ricerca. Per ciascun progetto è previsto un contributo fino a 500 mila euro.

La seconda linea di intervento, denominata “Protettori Digitali”, vale invece 4 milioni di euro ed è rivolta direttamente agli studenti universitari. L’obiettivo è diffondere competenze sulla prevenzione dei rischi informatici, sull’educazione digitale e sull’utilizzo consapevole delle nuove tecnologie. Una scelta che riflette un principio ormai condiviso dagli esperti del settore: la cybersicurezza non è più materia esclusiva degli specialisti, ma una competenza trasversale che coinvolge l’intera società.

Particolare attenzione viene riservata anche al tema dell’inclusione. Il bando introduce infatti criteri premiali per i progetti che favoriscono la partecipazione femminile ai percorsi di formazione e mobilità internazionale, nel tentativo di ridurre il divario di genere che ancora caratterizza molte discipline Stem e le professioni legate alla sicurezza digitale.

Dietro l’investimento economico si intravede una visione più ampia: costruire una filiera nazionale della cybersicurezza che metta in connessione università, ricerca e istituzioni, rafforzando la capacità del Paese di affrontare le sfide della trasformazione digitale. Perché la sicurezza delle reti e dei dati passa certamente dalle tecnologie, ma si fonda prima di tutto sulle competenze di chi sarà chiamato a governarle. Le candidature potranno essere presentate tramite la piattaforma Cineca dal 30 giugno al 28 luglio 2026. Una finestra che apre una nuova fase nell’investimento italiano sul capitale umano della sicurezza digitale.

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Cinque anni di sovranità tecnologica in Italia e in Europa. La scheda

Il 3 giugno 2026 la Commissione europea ha adottato la comunicazione COM(2026) 503 e, con essa, il Tech Sovereignty Package: per la prima volta l’Unione si dota di una definizione formale di sovranità tecnologica e di quattro strumenti coordinati, il Chips Act 2.0, il Cloud and AI Development Act, la strategia open source e la roadmap per la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale nell’energia.

Il termine “sovranità tecnologica” entra nel dibattito italiano cinque anni prima, con il primo Rapporto Strategico dedicato del Centro Economia Digitale, e attraversa l’intera legislatura europea fino a diventare titolo di un portafoglio della Commissione e nome del Pacchetto in arrivo. Le tappe principali.

30 marzo 2021. Il Centro Economia Digitale presenta a Roma il Rapporto Strategico “Sovranità Tecnologica”, illustrato dal suo Presidente Rosario Cerra. L’evento, con il patrocinio della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, vede gli interventi del ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti, del ministro per l’Innovazione tecnologica e la Transizione digitale Vittorio Colao, del Sottosegretario agli Affari Europei Vincenzo Amendola e del Capo Rappresentanza Ue in Italia Antonio Parenti. È la prima volta che in Italia il tema della Sovranità Tecnologica viene strutturato con una proposta organica di policy industriale e presentato alle istituzioni.

15 settembre 2021. Nel Discorso sullo Stato dell’Unione la Presidente Ursula von der Leyen annuncia il futuro European Chips Act, qualificando il sostegno alla filiera dei semiconduttori come questione di “sovranità tecnologica”. Il termine entra nel lessico ufficiale di Bruxelles.

4 novembre 2021. Entra in funzione l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, istituita con il decreto-legge 14 giugno 2021 n. 82. Primo Direttore Generale Roberto Baldoni.

8 febbraio 2022. La Commissione europea propone l’European Chips Act, prima traduzione legislativa concreta dell’agenda di sovranità tecnologica nel comparto semiconduttori.

9 agosto 2022. Gli Stati Uniti approvano il Chips and Science Act, che stanzia 52,7 miliardi di dollari per i semiconduttori, di cui 39 in incentivi alla manifattura. Il 7 ottobre seguono i controlli all’export di chip avanzati verso la Cina. La microelettronica diventa leva geopolitica esplicita e accelera la risposta industriale europea.

30 novembre 2022. OpenAI lancia ChatGpt, accelerando l’attenzione politica europea sulla governance dell’intelligenza artificiale e sulle infrastrutture di calcolo.

21 dicembre 2022. Diventa operativo il Polo Strategico Nazionale (PSN), l’infrastruttura cloud per i dati e i servizi critici della Pubblica Amministrazione, terzo pilastro della Strategia Cloud Italia, autonoma da operatori extra-Ue. La società è costituita il 4 agosto 2022 da Cdp Equity, TIM, Leonardo e Sogei.

30 marzo 2023. Il Garante per la Protezione dei Dati Personali dispone, con provvedimento d’urgenza n. 112/2023, la limitazione provvisoria del trattamento dei dati italiani da parte di OpenAI: prima azione regolatoria europea su un servizio AI a uso di massa. Il servizio resta inaccessibile in Italia fino al 28 aprile 2023, per circa quattro settimane.

8 giugno 2023. La Commissione europea approva il secondo Ipcei sulla microelettronica e le tecnologie di comunicazione (Ipcei Me/Ct): fino a 8,1 miliardi di euro di aiuti pubblici da quattordici Stati membri, Italia inclusa con STMicroelectronics tra i partecipanti, a mobilitare 13,7 miliardi di investimenti privati su 68 progetti.

21 settembre 2023. Entra in vigore l’European Chips Act. Il Regolamento mobilita 3,3 miliardi di euro di fondi Ue per il pillar “Chips for Europe”, attiva il Chips Joint Undertaking e l’European Semiconductor Board, e fissa l’obiettivo del 20% di quota globale UE sui semiconduttori entro il 2030.

Luglio 2024. Il Dipartimento per la Trasformazione Digitale della Presidenza del Consiglio adotta la Strategia Italiana per l’Intelligenza Artificiale 2024-2026, articolata su ricerca, pubblica amministrazione, imprese e formazione.

1 agosto 2024. Entra in vigore l’AI Act (Regolamento Ue 2024/1689): primo quadro normativo organico al mondo sull’intelligenza artificiale. Applicazione graduale, con piena operatività prevista per il 2 agosto 2026.

9 settembre 2024. Mario Draghi consegna alla Commissione il Rapporto “The Future of European Competitiveness”, organizzato su innovation gap, decarbonizzazione integrata alla competitività e riduzione delle dipendenze strategiche. La sovranità tecnologica assume valore di programma politico per la legislatura europea.

17 settembre 2024. Ursula von der Leyen propone Henna Virkkunen come Executive Vice-President for Tech Sovereignty, Security and Democracy. Per la prima volta la sovranità tecnologica entra nel titolo di un portafoglio del collegio dei Commissari.

19 novembre 2024. Il Centro Economia Digitale presenta nella Sala Aldo Moro del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale il Rapporto Strategico “Coopetizione. Aziende e Stati di fronte alla sfida di un mondo che cambia”. Il Rapporto propone la “Coopetizione” come metodo per gestire la Sovranità Tecnologica nei sistemi di interdipendenza, e documenta un incremento di brevetti collaborativi tra competitor del 159% nel periodo 2003-2022. Il documento entra nel dialogo tra il Governo italiano e gli attori industriali nazionali come framework di riferimento per le strategie di alleanza tecnologica.

1 dicembre 2024. Insediamento della Commissione Von der Leyen II. Virkkunen entra in carica con portafoglio integrato su Digital and Frontier Technologies, cybersecurity, AI, difesa della democrazia.

10 dicembre 2024. EuroHPC Joint Undertaking seleziona il progetto IT4LIA AI Factory, candidatura italiana coordinata da Cineca. Investimento di circa 430 milioni di euro cofinanziato da Ue e governo italiano (Mur, Acn, Regione Emilia-Romagna, Infn, ItaliaMeteo, AI4I, Fondazione Bruno Kessler). Localizzazione presso il Tecnopolo di Bologna.

29 gennaio 2025. La Commissione presenta il Competitiveness Compass, roadmap quinquennale fondata sulle raccomandazioni Draghi. Annunciata la European Savings and Investments Union. Il Compass prefigura inoltre il futuro European Competitiveness Fund, formalmente proposto il 16 luglio 2025 con una dotazione di 234 miliardi di euro nel quadro finanziario pluriennale 2028-2034.

10-11 febbraio 2025. All’AI Action Summit di Parigi, von der Leyen lancia InvestAI: target di mobilitazione 200 miliardi di euro, di cui 20 miliardi di contributo pubblico UE per la realizzazione di un massimo di cinque AI Gigafactory.

20 giugno 2025. Si chiude la Call of Expression of Interest per le AI Gigafactory: 76 proposte da 16 Stati membri su 60 siti diversi. L’Italia è tra i Paesi candidati.

29 ottobre 2025. Il Centro Economia Digitale presenta al ministero dell’Economia e delle Finanze, con la partecipazione del ministro Giancarlo Giorgetti, il Rapporto Strategico “High-Tech Economy. Il nuovo ciclo competitivo globale”. Lo studio documenta empiricamente che un dollaro di valore aggiunto high-tech genera 3,9 dollari di Pil nei Paesi Ue in tre anni (1,28 nei settori low-tech). Il Rapporto diventa riferimento analitico nelle interlocuzioni del Mef e del Mimit sull’esecuzione delle priorità di politica industriale.

16 gennaio 2026. Il Consiglio Ue adotta il Regolamento 2026/150 che modifica il regolamento EuroHPC JU includendo le AI Gigafactory nel mandato e fissando il contributo Ue al 17% del capital expenditure.

9 aprile 2026. La Commissione europea autorizza un aiuto di Stato italiano da 211 milioni di euro per lo sviluppo di chip fotonici.

3 giugno 2026. Con la comunicazione Com(2026) 503 l’Unione adotta il Tech Sovereignty Package e, per la prima volta, una definizione formale di sovranità tecnologica. I quattro strumenti coordinati, il Chips Act 2.0, il Cloud and AI Development Act, la strategia open source e la roadmap su energia e intelligenza artificiale, affrontano per la prima volta l’intera filiera, dal chip al software, come un sistema unico.

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Europa, ci siamo: sovranità tecnologica, dalla parola all’architettura. La lettura di Cerra

C’è una parola che cinque anni fa, in Italia, quasi nessuno usava parlando di tecnologia, e che il 3 giugno è diventata il titolo di un pacchetto legislativo europeo. È “sovranità tecnologica”. Quel giorno la Commissione europea ha presentato un pacchetto di norme su microchip, cloud, intelligenza artificiale e software, e per la prima volta ha scritto nero su bianco che cosa intende l’Europa quando dice di volersi riprendere il controllo delle proprie tecnologie. A portare quell’espressione in modo strutturato nel dibattito italiano e verso le istituzioni di governo era stato, il 30 marzo 2021, il Centro Economia Digitale, con il primo Rapporto Strategico interamente dedicato alla Sovranità Tecnologica, presentato a Roma davanti ai ministri allora competenti per l’innovazione e per lo sviluppo economico. Pochi mesi dopo la stessa parola risuonava nel discorso di Ursula von der Leyen sullo stato dell’Unione; tre anni più tardi finiva nel titolo di un commissario europeo.

Conviene allora chiarire che cosa significhi, perché è un’idea facile da fraintendere. L’economista Albert Hirschman lo spiegò già nel 1970: chi non può andarsene da un rapporto perde, con l’uscita, anche la voce per farsi ascoltare. Vale per il cliente di un’impresa come per un continente. Nessun Paese, oggi, produce da sé tutte le tecnologie che usa: la vera questione è un’altra, ed è la libertà di scegliere. Sovranità tecnologica significa poter sviluppare e governare le tecnologie da cui dipendono l’economia, la sicurezza e i servizi pubblici; ridurre le dipendenze più pericolose; decidere secondo le proprie regole dove custodire i dati dei cittadini e su quali infrastrutture far funzionare ospedali, banche, amministrazione. È, in fondo, la libertà di non essere messi sotto ricatto su ciò che conta davvero.

Per anni l’Europa ha vissuto questa dipendenza come un fatto naturale, persino conveniente: comprare altrove ciò che funzionava bene e costava meno. Poi è cambiato il mondo. Il rapporto di Mario Draghi sulla competitività, nel 2024, lo ha detto senza eufemismi: l’Unione dipende da fornitori esterni per oltre l’ottanta per cento della propria tecnologia digitale, fabbrica appena un decimo dei microchip del pianeta e affida gran parte del proprio cloud, cioè dei luoghi in cui vivono dati e servizi, a poche grandi piattaforme extraeuropee, in gran parte americane. Lo storico Chris Miller, nel suo «Chip War» del 2022, ha raccontato come quei minuscoli quadrati di silicio siano diventati il petrolio del nostro secolo, la posta di una competizione tra potenze. Sono spesso le tecnologie migliori sul mercato, e proprio per questo se ne diventa dipendenti: il rischio nasce dalla concentrazione e dalla mancanza di alternative, non dalla bandiera di chi le fornisce. Finché tutto resta efficienza, è un vantaggio; quando le forniture diventano strumenti di pressione, e negli ultimi anni è accaduto, la dipendenza si rovescia in vulnerabilità.

L’Europa ha reagito come sapeva fare meglio, con le regole, a volte eccedendo. Le norme sulla privacy, sulle grandi piattaforme e sull’intelligenza artificiale hanno comunque costruito un quadro di diritti che oggi molti, nel mondo, guardano come modello. Ma le regole, da sole, non bastano. Si può normare un mercato, non per questo lo si possiede. L’Europa ha imparato a regolare ciò che non produce; le resta da imparare a produrre ciò che vuole regolare. È questo il senso del pacchetto del 3 giugno: passare dalla norma alla capacità, dal diritto alla fabbrica.

Il pacchetto prova a costruire lungo tutta la filiera, dal chip al software, trattandola per la prima volta come un sistema unico e non come tanti dossier separati: l’intelligenza artificiale ha bisogno di potenza di calcolo, e il calcolo di chip, di energia, di software. Una nuova legge sui semiconduttori punta a rafforzare la produzione europea e a far crescere la domanda di chip fatti in casa. Le regole su cloud e intelligenza artificiale chiedono alle amministrazioni di valutare, caso per caso, quanto sia sensibile ciò che affidano a fornitori esterni, riservando le tutele più severe ai dati di sanità, finanza e giustizia, senza per questo chiudere la porta a nessuno. Una strategia sul software aperto, il cosiddetto open source, mira a ridurre la dipendenza da pochi fornitori rendendo il codice consultabile e riutilizzabile da tutti. E un piano dedicato all’energia ricorda una verità spesso dimenticata: i grandi centri di calcolo e l’intelligenza artificiale consumano quantità enormi di elettricità, e non esiste sovranità digitale senza energia competitiva.

È qui che il lavoro del Centro Economia Digitale ha anticipato il discorso pubblico. La parola, da sola, dice che cosa un Paese vuole, il controllo sulle tecnologie che contano, ma non come arrivarci senza isolarsi. Con il Rapporto Strategico «Coopetizione» (cooperazione e competizione simultanea) del 2024 ne abbiamo già proposto l’evoluzione: non più soltanto un obiettivo, ma anche il metodo per raggiungerlo. La chiamiamo Sovranità Tecnologica Coopetitiva. Significa conquistare l’autonomia sulle tecnologie critiche competendo per la leadership e, allo stesso tempo, collaborando in modo consapevole con altri Paesi su ciò che nessuno costruisce da solo: sovrano è chi sa governare l’interdipendenza, e farne una forza. Lo confermano persino i numeri: in vent’anni i brevetti depositati insieme da imprese rivali sono cresciuti del 159%.

Con “High-Tech Economy”, l’anno successivo, abbiamo mostrato perché tutto questo conviene anche alla crescita: ogni dollaro di valore aggiunto nei settori ad alta tecnologia ne genera 3,9 di prodotto in tre anni, oltre tre volte più che nei comparti tradizionali, e dieci miliardi di dollari in più di quel valore aggiunto valgono 161 mila posti di lavoro nello stesso arco di tempo. Investire in alta tecnologia, prima ancora che una scelta di sicurezza, è il moltiplicatore di ricchezza più potente di cui l’Europa disponga.

In questa partita l’Italia non parte da spettatrice: ha nominato l’idea presto e custodisce eccellenze vere lungo l’intera catena. Nei semiconduttori un campione europeo come STMicroelectronics sta realizzando a Catania il primo impianto al mondo interamente integrato per il carburo di silicio, il materiale che alimenta l’auto elettrica, mentre la ricerca italiana sui chip fotonici, quelli che trasportano i dati con la luce anziché con l’elettricità, è all’avanguardia. Nel supercalcolo schiera due macchine tra le prime dieci del pianeta, Leonardo a Bologna e HPC6 di Eni nel Pavese, il più potente supercalcolatore industriale al mondo: nessun altro Paese europeo ne ha due. Accanto a Leonardo, al Tecnopolo di Bologna, nasce una delle prime fabbriche europee dell’intelligenza artificiale. Restano lo spazio e l’aerospazio, le reti elettriche intelligenti, la cybersicurezza, una manifattura avanzata ancora tra le prime del continente: tasselli reali, che la cornice appena tracciata a Bruxelles può aiutare a comporre in una strategia.

Resta, sopra ogni dettaglio tecnico, il significato di una parola tornata al centro della storia. È una posta che tocca insieme la democrazia e l’economia: un popolo, nell’età degli algoritmi, si governa anche scegliendo le infrastrutture su cui vive, e un’economia resta competitiva solo finché padroneggia le tecnologie che la trasformano. E tocca ciascuno di noi, ormai inseparabili dai nostri dati. L’Europa ha finalmente scritto la cornice; riempirla di capacità reale sarà il lavoro di una generazione.

È qui che il Centro Economia Digitale lancia la sua sfida all’Unione e ai suoi Stati: fare della sovranità tecnologica coopetitiva il metodo della propria sicurezza economica, aperti quanto possibile e chiusi quanto necessario, a partire dall’Italia, la cui sovranità si realizza dentro quella europea e ne rafforza l’efficacia. Perché, alla fine, la sovranità tecnologica è la forma che la libertà prende nell’età della tecnica: la possibilità, per un popolo, di restare autore del proprio futuro senza chiudersi al mondo.

Cinque anni di sovranità tecnologica in Italia e in Europa. La scheda

 

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Quel gran bluff cinese sul libero mercato

La svolta, allora, fu epocale. Sei anni fa la Cina apriva al mondo il suo mercato del risparmio, spalancando le porte ai grandi gestori patrimoniali d’Occidente. L’operazione fu strombazzata a dovere dallo stesso governo, segno di una progressiva liberalizzazione del sistema economico cinese. Da quel momento di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Giganti del risparmio come BlackRock, Fidelity, Neuberger, Allianz, AllianceBernstein e Schroders, tanto per citarne alcuni, hanno costituito società di fondi comuni, affrettandosi nell’accaparrarsi cospicue fette di patrimonio privato. Tutto bello, tutto giusto, la vittoria del libero mercato su decenni di statalismo e di controllo asfissiante del partito sull’economia.

Nemmeno per sogno, le cose sono andate diversamente. E molto. A sei anni dall’apertura del mercato cinese dei fondi comuni, il bilancio per i grandi asset manager internazionali resta infatti molto distante dalle aspettative. Tanto che le società globali che hanno scelto di operare autonomamente in Cina hanno conquistato appena lo 0,1% del mercato locale. Praticamente nulla.

Secondo i dati di Z-Ben Advisors, citati dal Financial Times, gli operatori occidentali hanno investito complessivamente circa 800 milioni di dollari, ma ad oggi sono riusciti ad attrarre solo 34 miliardi di yuan, pari a circa 5 miliardi di dollari. E questo a fronte di asset complessivi per 36.500 miliardi di yuan. Una quota minima, che mostra quanto sia complesso per le istituzioni finanziarie straniere trasformare l’apertura regolamentare decisa da Pechino in una presenza significativa sul mercato.

Il caso di Schroders è uno degli esempi più evidenti delle difficoltà incontrate. Tanto che il gestore sarebbe addirittura in uscita dall’attività nei fondi comuni nella Cina continentale. E si parla di un asset management che a livello globale gestisce circa mille miliardi di dollari. Non è finita. Un altro caso è quello di JPMorgan, ma anche di Manulife e Morgan Stanley, che hanno accumulato complessivamente circa 373 miliardi di yuan di masse in gestione, pari a circa l’1% del mercato totale. Insomma, la Cina ha aperto il mercato. Ma solo a parole. D’altronde, cosa ci si può aspettare da un Paese dove, dati dell’Ocse, tra il 2005 e il 2024 le imprese cinesi dei grandi settori manifatturieri hanno ricevuto, in media, sostegni pubblici da tre a otto volte superiori rispetto alle aziende basate negli stessi Paesi Ocse?

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Usa vs Europa, due idee diverse di come si governa l’Intelligenza artificiale. L’analisi di Mele

L’Executive Order “Promoting Advanced Artificial Intelligence Innovation and Security”, pubblicato dalla Casa Bianca il 2 giugno 2026, delinea la nuova postura americana sull’Intelligenza artificiale.

Non ci si trova dinanzi ad un testo che affronta il tema dell’AI come un ambito da imbrigliare in una nuova architettura autorizzativa preventiva, né come un’innovazione da lasciare esclusivamente al libero sviluppo del mercato. Il punto che questo Executive Order pone con forza all’attenzione degli analisti è, invece, come Washington stia provando a collocare l’Intelligenza artificiale avanzata all’interno di una cornice in cui leadership tecnologica e sicurezza nazionale sono trattate come due facce della medesima priorità strategica.

Lo si coglie – con chiarezza – già nella parte iniziale del documento. Da un lato, la Casa Bianca rivendica esplicitamente il primato americano nell’AI e lo collega al rifiuto di prevedere un sistema di regolazione giuridica eccessivamente oneroso, in quanto freno all’innovazione. Dall’altro, invece, il testo rimarca come le capacità avanzate di AI pongano nuove questioni di sicurezza nazionale, tali da richiedere un’azione coordinata di dipartimenti e agenzie federali.

È proprio in questa combinazione che si coglie appieno il senso politico di questo Executive Order. L’AI non viene descritta come una semplice opportunità economica, né come un rischio astratto da gestire con formule generali, ma viene trattata come una leva di potenza che gli Stati Uniti intendono proteggere, rafforzare e soprattutto governare senza frenare strutturalmente il suo sviluppo.

Questa postura, tuttavia, non resta confinata al piano delle enunciazioni generali. L’Executive Order, infatti, prova a tradurla in un insieme di misure molto concrete, che mostrano come – agli occhi della Casa Bianca – l’AI avanzata non debba essere favorita soltanto sul piano dello sviluppo industriale, ma anche incorporata dentro una più ampia architettura di protezione strategica. In particolare, si coglie come per Washington il governo dell’AI non si giochi sul terreno dell’autorizzazione preventiva dei modelli, ma anzitutto su quello della sicurezza dei sistemi, della resilienza delle infrastrutture e della capacità dello Stato di presidiare i punti più sensibili del proprio ecosistema tecnologico.

È in questo quadro che anche la dimensione cyber acquista un rilievo strategico. Non come tema separato o meramente tecnico, ma come primo terreno attraverso cui questa visione prende forma. La sezione 2 dell’Executive Order, infatti, prevede di dare priorità alla difesa cyber dei “National Security Systems”, dei sistemi informativi del Department of War e dei sistemi civili federali. Inoltre, chiede di rafforzare programmi e servizi federali in grado di sostenere strumenti difensivi abilitati dall’AI e di facilitarne l’accesso anche da parte di autorità statali e locali, così come degli operatori di infrastrutture critiche. Risulta chiaro, quindi, come la sicurezza dell’ecosistema tecnologico americano venga trattata come parte integrante della politica nazionale sull’AI avanzata.

La medesima logica si ritrova nella creazione di un “AI cybersecurity clearinghouse”, pensato per coordinare l’individuazione delle vulnerabilità software, la loro validazione, la remediation e la distribuzione delle patch, in collaborazione volontaria con l’industria dell’AI e con gli operatori di infrastrutture critiche. Anche qui, il dato interessante non è soltanto operativo, ma di metodo. La Casa Bianca non imposta la relazione con il settore privato secondo una logica prevalentemente autorizzativa o ispettiva, ma la colloca in una cornice di cooperazione orientata alla protezione delle capacità strategiche. È una differenza rilevante, perché mostra come – agli occhi di Washington – il problema non consista tanto nell’assoggettare l’AI ad un controllo amministrativo preventivo, quanto nell’integrare sviluppo tecnologico e protezione dei sistemi all’interno della medesima architettura.

Il passaggio più rilevante, però, resta quello contenuto nella sezione 3 dell’Executive Order, dedicata al dispiegamento sicuro dei modelli AI più avanzati.

È qui che il governo degli Stati Uniti mostra in maniera nitida la filosofia che sostiene l’intero impianto del provvedimento. Da un lato, infatti, viene previsto un processo classificato di analisi teso a valutare le capacità cyber dei modelli AI e determinare la soglia oltre la quale un modello debba essere considerato un “covered frontier model”, vale a dire un modello avanzato ritenuto particolarmente sensibile ai fini della sicurezza. Dall’altro, si immagina un framework volontario attraverso cui gli sviluppatori possano interagire con il governo, fornire accesso anticipato ai modelli più sensibili e collaborare all’individuazione di partner fidati.

Fin qui si potrebbe pensare a una progressiva istituzionalizzazione del controllo pubblico sui modelli avanzati. È proprio a questo punto, però, che il testo compie la scelta politicamente più significativa. La sezione 3(c), infatti, esclude espressamente che da queste disposizioni possa derivare un requisito obbligatorio di licensing, preclearance o permitting governativo per lo sviluppo, la pubblicazione, il rilascio o la distribuzione di nuovi modelli AI, inclusi i “frontier models”.

Gli Stati Uniti, pertanto, chiariscono la propria volontà di conoscere, valutare e presidiare i modelli AI più avanzati, ma non intendono subordinare in via generale il loro sviluppo ad un’autorizzazione amministrativa preventiva. Non si tratta, naturalmente, di un arretramento del potere pubblico, bensì di una diversa tecnica di governo del rischio. Invece di costruire un filtro generale a monte dell’innovazione, l’Executive Order concentra l’azione pubblica sulla protezione dei sistemi, sulla cooperazione con gli sviluppatori, sulla tutela della proprietà intellettuale americana e sulla repressione dell’uso ostile o criminale dell’AI.

A questo punto, il confronto con l’Europa diventa inevitabile. Non perché l’Executive Order lo richiami espressamente, ma perché la scelta americana risulta più leggibile proprio se osservata in controluce rispetto al percorso europeo. Infatti, mentre l’Unione europea ha affrontato l’Intelligenza artificiale soprattutto come materia da incardinare dentro una cornice generale di regolazione del rischio, Washington sembra muoversi secondo una logica diversa. L’AI avanzata non viene trattata – come già evidenziato – nella sua veste di disciplina orizzontale o di autorizzazione preventiva, ma come settore di primario interesse strategico, da proteggere e rafforzare senza rallentarne strutturalmente lo sviluppo. La differenza non è solo giuridica, ma è prima ancora politica. Da un lato, un approccio che tende a organizzare il governo dell’AI intorno alla regolazione. Dall’altro, un approccio che tende a costruire questo governo anzitutto intorno a sicurezza, competitività e primato tecnologico.

Da ultimo, anche la sezione 4 dell’Executive Order si inserisce in modo armonico in questo quadro. L’Attorney General, infatti, viene chiamato a dare priorità all’applicazione delle principali norme penali federali contro chi utilizzi l’AI per accedere abusivamente a sistemi informatici o danneggiarli senza autorizzazione, oppure per agevolare altri reati attraverso tali accessi illeciti. Anche qui il baricentro è chiaro. Il documento non si concentra sul governo dell’AI attraverso un sistema di autorizzazione allo sviluppo, ma sulla difesa dell’ecosistema e sulla repressione dell’uso criminale delle capacità AI.

In conclusione, il punto più rilevante che emerge dalla lettura complessiva di questo Executive Order è che esso non tenta di costruire una teoria generale dell’Intelligenza artificiale. Chiarisce, piuttosto, una postura. L’AI avanzata viene trattata come una infrastruttura strategica sulla quale gli Stati Uniti non intendono rinunciare né al primato tecnologico, né al controllo delle condizioni che lo rendono difendibile. In questo schema, la sicurezza non interviene per rallentare l’innovazione, ma per proteggerla, stabilizzarla e incorporarla più saldamente nella potenza americana. È qui che si coglie il significato più profondo del documento. Non nel dettaglio delle singole misure, né nella sola enfasi sulla cybersecurity, ma nel tentativo di tenere insieme, all’interno di un unico disegno, sviluppo tecnologico avanzato, sicurezza dei sistemi e interesse strategico nazionale. Ed è proprio alla luce di questa scelta che il confronto con l’Europa diventa politicamente istruttivo. Non perché un modello sia, in astratto, preferibile all’altro, ma perché rende visibili due diverse idee di come si governa l’Intelligenza artificiale quando cessa di essere soltanto innovazione e diventa una questione di potere.

 

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Trasporto aereo, dal Fact Book 2026 alle prossime sfide del settore. Parla Di Palma

Il trasporto aereo italiano continua a crescere a ritmi superiori rispetto agli altri Paesi europei, confermando il ruolo strategico del settore per l’economia e la connettività internazionale del Paese. In occasione della presentazione del Fact Book 2026 del Centro Itsm–Iccsai Transport and Sustainable Mobility, il presidente dell’Enac, Pierluigi Di Palma, ha dialogato con Airpress sulle ragioni della crescita del traffico, sulle sfide poste dalla transizione energetica e dalle tensioni geopolitiche e sulle priorità che dovranno guidare lo sviluppo del sistema aeroportuale italiano nei prossimi anni.

Presidente, negli ultimi anni il traffico aereo italiano è cresciuto più rapidamente rispetto a molti altri Paesi europei. A cosa attribuisce questa performance?

Sicuramente alle politiche adottate dall’assetto istituzionale durante e dopo la pandemia. Già nel periodo Covid avevamo avviato un percorso di confronto con il governo attraverso un’iniziativa che chiamammo “La ripartenza rock”, nella quale evidenziavamo la necessità di interventi straordinari per sostenere il settore. Facemmo un parallelo tra la crisi generata dall’attacco alle Torri Gemelle e quella provocata dal Covid, sottolineando come fosse necessario un approccio di carattere keynesiano per evitare il collasso del sistema.

Quelle misure hanno consentito di mantenere in piedi il sistema aeroportuale anche in una fase di traffico praticamente azzerato. È stato possibile preservare l’occupazione, non disperdere competenze professionali e mantenere il legame tra i lavoratori e il comparto del trasporto aereo. In molti altri Paesi europei questo non è avvenuto e la ripartenza è stata accompagnata da forti difficoltà operative e organizzative.

L’Italia, invece, si è fatta trovare pronta quando il traffico è ripreso. Questo ci ha consentito di intercettare nuovi flussi, in particolare provenienti dal mercato americano, e di raggiungere in tempi relativamente brevi il traguardo dei 230 milioni di passeggeri, che rappresenta un risultato molto significativo per l’intero sistema nazionale.

L’Europa continua a spingere sugli obiettivi climatici attraverso strumenti come Fit for 55 e ReFuelEU Aviation. Come si può mantenere l’equilibrio tra sostenibilità e competitività?

Noi consideriamo fondamentale la partecipazione dell’Italia al progetto europeo, ma abbiamo sempre mantenuto un approccio critico e pragmatico. L’Europa può certamente svolgere un ruolo importante nell’indicare una direzione e nel promuovere il confronto tra gli Stati, ma non può pensare di dettare da sola l’agenda del trasporto aereo mondiale.

Parliamo infatti di un settore che per sua natura supera i confini geografici e politici del continente europeo. È una riflessione che abbiamo portato avanti anche nel dibattito sul futuro dei carburanti. In diverse occasioni abbiamo sostenuto che la transizione del trasporto aereo non potesse essere fondata esclusivamente sull’ipotesi dell’idrogeno o dell’elettrico, perché la tecnologia oggi disponibile e quella prevedibile nei prossimi decenni indicano uno scenario diverso.

La tecnologia attuale continuerà ad accompagnare il settore ben oltre il 2050 e il percorso verso la decarbonizzazione passerà soprattutto attraverso i Sustainable Aviation Fuels. Parliamo di carburanti che consentono una progressiva riduzione dell’impatto ambientale mantenendo però la sostenibilità economica e operativa del sistema.

La competitività del trasporto aereo europeo non può essere messa a rischio da norme valide soltanto entro i confini dell’Unione. Serve una visione globale e una regolazione che tenga conto delle dinamiche internazionali, altrimenti si rischia di creare squilibri competitivi senza ottenere benefici reali sul piano ambientale.

Restando sul tema dei carburanti, le tensioni geopolitiche e le criticità legate allo Stretto di Hormuz hanno riportato al centro il tema della resilienza energetica. Quali insegnamenti dovrebbe trarne l’Europa?

Anche su questo tema siamo stati tra i primi a richiamare l’attenzione sulla questione del fuel e sulle possibili conseguenze delle tensioni internazionali. Allo stesso tempo abbiamo sempre sostenuto che non si sarebbe arrivati a una vera e propria interruzione del traffico aereo.

Alcuni effetti si sono certamente manifestati, ma spesso sono stati influenzati anche da altri fattori, come la riorganizzazione di alcune compagnie aeree o l’aumento generale dei costi operativi. Per quanto riguarda l’Europa, l’impatto del blocco di Hormuz è stato finora relativamente limitato. A fine maggio molti prevedevano problemi significativi nell’approvvigionamento, ma fino a oggi non si sono verificati scenari di emergenza.

Naturalmente la situazione va monitorata con attenzione. Se le difficoltà dovessero protrarsi nel tempo, potrebbero emergere criticità più rilevanti. Tuttavia, questa vicenda sta producendo un effetto importante: sta spingendo l’Europa a riflettere su alcune scelte strategiche compiute negli ultimi anni.

In particolare, il percorso del Green Deal aveva favorito in alcuni casi l’abbandono di capacità produttive e di infrastrutture legate alla raffinazione. Oggi emerge invece l’esigenza di garantire una maggiore autonomia europea nella produzione e nell’approvvigionamento di carburanti. È una riflessione che riguarda non solo il trasporto aereo ma l’intero sistema economico continentale.

Uno dei principali cambiamenti dell’ultimo anno è stato l’ingresso di Lufthansa nel capitale di Ita Airways. Quali saranno gli elementi da osservare per valutarne il successo?

Abbiamo guardato con favore a questa operazione e l’Enac ha avuto un ruolo importante nel percorso che ha portato alla sua realizzazione. Riteniamo che l’ingresso di Lufthansa rappresenti un’opportunità significativa per il rafforzamento del vettore nazionale e per l’integrazione dell’Italia all’interno di una rete internazionale più ampia.

Allo stesso tempo, il mantenimento di una quota da parte dello Stato italiano consente di preservare una capacità di indirizzo e di vigilanza sulle politiche che riguardano il trasporto aereo del Paese. Questo aspetto è particolarmente importante perché il nostro interesse non è soltanto finanziario o societario, ma riguarda soprattutto lo sviluppo della connettività.

L’attenzione sarà concentrata in particolare sui collegamenti internazionali e intercontinentali. Durante il processo di acquisizione sono state fornite precise garanzie sul mantenimento e sul rafforzamento di queste rotte e sarà proprio questo uno degli indicatori principali per valutare il successo dell’operazione. L’Enac continuerà a monitorare con attenzione che gli impegni assunti vengano rispettati e che il sistema italiano possa beneficiare concretamente delle opportunità derivanti dall’ingresso del gruppo Lufthansa.

Nonostante la crescita del traffico, l’Italia continua a mostrare una connettività intercontinentale inferiore rispetto ad altri grandi sistemi aeroportuali europei. Quali sono gli ostacoli principali?

Una parte delle difficoltà deriva ancora dalle conseguenze della stagione successiva al ridimensionamento di Malpensa come hub nazionale. Quella fase ha inciso profondamente sulla struttura del trasporto aereo italiano e ha imposto una revisione delle strategie di sviluppo.

La risposta è stata la scelta della policentricità aeroportuale, che ha consentito a diversi scali italiani di crescere e di sviluppare traffico sia passeggeri sia merci. È stata una scelta che ha prodotto risultati importanti e che ha contribuito alla crescita complessiva del sistema.

Oggi, tuttavia, stiamo tornando a riflettere anche sul ruolo degli aeroporti in grado di sostenere collegamenti intercontinentali di ampia portata. Fiumicino ha raggiunto dimensioni rilevanti, avvicinandosi ai 50 milioni di passeggeri, e può contare sulla presenza di un vettore di riferimento come Ita Airways all’interno del gruppo Lufthansa.

Allo stesso tempo, Malpensa ha dimostrato di poter sviluppare una significativa rete intercontinentale anche senza essere dominata da un unico vettore. Questo dimostra che esistono margini di crescita ulteriori per il sistema italiano.

Molto dipenderà anche dagli accordi internazionali che riusciremo a costruire nei prossimi anni, sia per il traffico passeggeri sia per quello cargo. Il percorso per rafforzare il ruolo dell’Italia nei collegamenti a lungo raggio è ancora aperto. In passato il tentativo di costruire il grande hub del Sud Europa non ha prodotto i risultati sperati, ma oggi il settore è ripartito con successo e dispone di nuove opportunità per consolidare la propria presenza sui mercati globali.

Guardando al futuro, quali saranno le principali priorità per il trasporto aereo nazionale?

L’Enac ha elaborato un Piano nazionale degli aeroporti con una visione che arriva al 2035. Credo che il trasporto aereo sia uno dei pochi settori della mobilità italiana a essersi dotato di una programmazione così chiara e strutturata, capace di offrire agli operatori una prospettiva di lungo periodo entro cui sviluppare investimenti e strategie industriali.

All’interno del Piano vengono indicati due obiettivi fondamentali. Il primo riguarda il rapporto con l’ambiente. Da un lato il trasporto aereo deve proseguire nel percorso di sostenibilità e innovazione; dall’altro riteniamo che debba svilupparsi anche una riconciliazione tra le esigenze ambientali e quelle della mobilità. Non può esserci una contrapposizione permanente tra questi due elementi.

Il secondo tema riguarda le infrastrutture. La crescita registrata negli ultimi anni è stata possibile anche grazie alla disponibilità di capacità residua all’interno del sistema aeroportuale italiano. Tuttavia, se vogliamo sostenere ulteriori aumenti del traffico, sarà necessario realizzare nuove opere e adeguare quelle esistenti.

Il vero problema riguarda però i tempi. In Italia esiste ancora una distanza troppo ampia tra la fase della progettazione e quella della realizzazione. Si tratta di un fenomeno che non si riscontra con la stessa intensità in altri Paesi e che rischia di rallentare la competitività del sistema.

Per garantire qualità dei servizi e capacità di crescita dobbiamo quindi investire in nuove infrastrutture ma anche ridurre i tempi burocratici e procedurali. Oggi gli aeroporti non sono più semplici luoghi di transito, ma sono diventati spazi attrattivi, parte integrante dell’esperienza di viaggio e fattori determinanti nella scelta dei passeggeri. Per questo il tema infrastrutturale sarà centrale nei prossimi anni.

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Tecnologia e umanità, come costruire fiducia nell’era dell’IA. L’intervento di Petrella

Nel corso della mia vita professionale, mi è stato spesso richiesto di prendere decisioni importanti in circostanze complesse e impegnative. Ci sono stati momenti in cui avevo accesso a enormi quantità di informazioni. Rapporti. Dati. Valutazioni. Opinioni.

Fatti provenienti contemporaneamente da direzioni diverse. Eppure, in una particolare occasione, compresi qualcosa di importante. La sfida più grande non era la mancanza di informazioni. Era capire ciò che contava davvero. E in quel momento imparai una lezione che mi accompagna ancora oggi: L’informazione è essenziale. La conoscenza è essenziale. La tecnologia è essenziale. Ma nessuna di queste, da sola, è sufficiente.

Ciò che alla fine guida le nostre decisioni sono i nostri valori, il nostro giudizio, il nostro senso di responsabilità e la nostra umanità.

Oggi, mentre discutiamo di disinformazione digitale, Intelligenza Artificiale e protezione delle famiglie e delle comunità, quella lezione appare più attuale che mai.

Stiamo vivendo uno dei periodi più straordinari della storia umana. Mai prima d’ora le persone sono state così connesse. Le idee attraversano istantaneamente i continenti. Le informazioni raggiungono miliardi di persone in pochi secondi. La tecnologia ha trasformato l’istruzione, la sanità, l’economia, la pubblica amministrazione e la comunicazione. L’Intelligenza Artificiale rappresenta una delle innovazioni più potenti che l’umanità abbia mai creato. Il suo potenziale è immenso. Può accelerare la ricerca scientifica. Migliorare le diagnosi mediche. Supportare l’educazione. Aumentare la produttività. Aiutare i governi a fornire servizi migliori. E creare opportunità che fino a pochi anni fa sembravano impossibili.

Per queste ragioni dobbiamo guardare all’innovazione non con paura, ma con fiducia e ottimismo. Eppure ogni generazione scopre la stessa verità: iIl progresso porta con sé responsabilità.

Quanto più potenti sono i nostri strumenti, tanto maggiore è la responsabilità di utilizzarli con saggezza.

Una delle più grandi sfide del nostro tempo non è tecnologica. È preservare la fiducia in un’epoca sommersa dalle informazioni. Perché la disinformazione non è semplicemente un problema di fatti errati. È una sfida alla fiducia stessa. E la fiducia è uno dei fondamenti di ogni società sana. Le famiglie si basano sulla fiducia. Le comunità si basano sulla fiducia. Le istituzioni si basano sulla fiducia. Le nazioni si basano sulla fiducia. Quando la fiducia si indebolisce, cresce l’incertezza. Cresce la paura. Cresce la divisione. E la coesione sociale diventa più fragile.

Abbiamo tutti visto come la disinformazione possa influenzare il dibattito pubblico, generare confusione e alimentare tensioni. Nell’attuale ambiente digitale, un messaggio fuorviante può raggiungere milioni di persone prima che la verità abbia il tempo di recuperare terreno. Questa realtà ci impone di riflettere attentamente sul futuro che stiamo costruendo. La tecnologia non è il problema. L’Intelligenza Artificiale non è il problema. Le piattaforme digitali non sono il problema. La vera domanda è come scegliamo di utilizzarle.

La stessa tecnologia capace di educare milioni di persone può anche diffondere confusione. Le stesse piattaforme che connettono le persone possono anche dividerle. Gli stessi algoritmi che diffondono conoscenza possono talvolta amplificare la falsità. La differenza non risiede nella tecnologia. La differenza risiede nei valori che ne guidano l’utilizzo.

Per questa ragione, ogni discussione sulla tecnologia deve essere anche una discussione sull’etica. Negli ultimi anni, queste domande sono giunte ai più alti forum internazionali. Durante la Presidenza italiana del G7, l’Intelligenza Artificiale è stata posta al centro dell’agenda internazionale, evidenziando sia le straordinarie opportunità che offre sia la necessità di garantire che l’innovazione tecnologica rimanga allineata alla dignità umana, alla responsabilità etica e al bene comune.

Ciò riflette una crescente consapevolezza internazionale: lo sviluppo tecnologico deve rimanere connesso ai valori che definiscono la nostra umanità.

Anche Papa Leone XIV ha sottolineato l’importanza di garantire che il progresso tecnologico rimanga al servizio della dignità umana, della responsabilità e del bene comune. Il suo messaggio va oltre le comunità religiose. Ci ricorda che l’innovazione deve rafforzare la persona umana, mai diminuirla.

Pur provenendo da prospettive istituzionali differenti, queste riflessioni convergono verso un principio comune: la tecnologia raggiunge il suo scopo più alto quando serve l’umanità. Per questo la sfida che abbiamo davanti non è semplicemente tecnologica. È morale. È educativa. E, in definitiva, è umana.

Perché ogni rivoluzione tecnologica si trasforma, alla fine, in una domanda sul tipo di società che desideriamo costruire. Attraverso culture, religioni e civiltà diverse, possiamo esprimerci in modi differenti. Eppure arriviamo spesso agli stessi valori fondamentali.

La verità conta. La responsabilità conta. Il rispetto conta. La compassione conta. La dignità umana conta. Questi valori non appartengono a una singola nazione, cultura o fede. Appartengono all’umanità. E costituiscono il fondamento etico su cui può essere costruito un progresso duraturo.

Per questo incontri come questo sono così importanti. Riuniscono persone provenienti da Paesi, esperienze e tradizioni diverse attorno a uno scopo comune. E questo scopo non è semplicemente il progresso tecnologico. È il progresso umano. Nessun governo può affrontare queste sfide da solo. Nessuna azienda tecnologica può affrontarle da sola. Nessuna università può affrontarle da sola. Nessuna comunità religiosa può affrontarle da sola. Il successo richiede cooperazione. Governi. Imprese. Università. Media. Società civile. Leader religiosi. Famiglie.

Tutti hanno un ruolo da svolgere. Perché proteggere le comunità significa rafforzare la responsabilità. E proteggere le famiglie significa proteggere la fiducia. Per questa ragione è particolarmente significativo essere qui ad Abu Dhabi. Gli Emirati Arabi Uniti hanno dimostrato che innovazione e identità culturale non devono necessariamente entrare in conflitto. Modernità e tradizione possono convivere. Ambizione tecnologica e valori umani possono rafforzarsi reciprocamente.

Questa visione equilibrata offre una lezione importante per tutti noi. Il futuro non dipende soltanto dalle tecnologie che creiamo. Dipende dai principi che scegliamo di difendere.

I bambini che crescono oggi saranno la prima generazione a vivere l’intera propria esistenza accanto all’Intelligenza Artificiale. La nostra responsabilità non è semplicemente fornire loro tecnologie più avanzate. La nostra responsabilità è offrire loro basi etiche più solide.

Dobbiamo insegnare il pensiero critico. Dobbiamo insegnare la responsabilità. Dobbiamo insegnare il rispetto. Dobbiamo insegnare il valore della verità. E dobbiamo ricordare alle future generazioni che la tecnologia è uno strumento al servizio dell’umanità, non un sostituto delle relazioni umane. Quando parliamo di proteggere famiglie e comunità, in fondo stiamo parlando di persone.

Genitori che sperano in un futuro migliore per i propri figli. Giovani che cercano la verità in un mondo sempre più complesso. Comunità che cercano fiducia, stabilità e comprensione. La tecnologia può aiutarci. L’Intelligenza Artificiale può aiutarci. L’innovazione può aiutarci. Ma nulla di tutto questo può sostituire la saggezza umana. Nulla di tutto questo può sostituire il coraggio morale. Nulla di tutto questo può sostituire la responsabilità personale.

Guardando al futuro, forse la domanda più importante non è: “Quale tecnologia lasceremo ai nostri figli?”. Forse la domanda più importante è: “Quali valori guideranno la tecnologia che erediteranno?”

L’Intelligenza Artificiale può contribuire a plasmare il futuro. Ma soltanto gli esseri umani possono dare un significato a quel futuro. Solo gli esseri umani possono scegliere la verità invece della menzogna. Solo gli esseri umani possono scegliere il dialogo invece della divisione. Solo gli esseri umani possono scegliere la responsabilità invece dell’indifferenza. E solo gli esseri umani possono garantire che la tecnologia rimanga una forza al servizio della dignità umana, della prosperità umana e del bene comune.

Il futuro non apparterrà semplicemente a chi costruirà le tecnologie più potenti. Apparterrà a coloro che sapranno utilizzarle con saggezza, responsabilità e al servizio dell’umanità. Questa è la nostra sfida. E questa è la nostra responsabilità condivisa. Perché alla fine di ogni discussione sulla tecnologia c’è un volto umano. Una madre preoccupata per suo figlio. Un padre che cerca di guidare la propria famiglia. Un giovane in cerca della verità. Una comunità che cerca fiducia e comprensione. Se li ricorderemo, useremo la tecnologia con saggezza. Se li dimenticheremo, nessuna tecnologia sarà mai sufficiente.

 

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