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Davanti alla pressione mafiosa e agli attentati incendiari a Palermo, dov’è la strategia straordinaria dello Stato?

Gli attentati incendiari che da mesi colpiscono Palermo, gli imprenditori sotto pressione e gli arresti eseguiti nelle ultime ore raccontano una realtà che non va assolutamente sottovalutata. Siamo di fronte a una pressione mafiosa di particolare virulenza che tenta di riaffermare controllo del territorio, capacità intimidatoria e dominio economico.

Le autorità locali dimostrano di essere all’altezza della situazione. Magistratura, Prefettura ed inquirenti stanno svolgendo il proprio compito con professionalità, determinazione e spirito di servizio. Quando arrivano gli arresti, vengono sequestrati patrimoni e individuati gli autori di attentati ed estorsioni, il merito è di quelli che lavorano sul territorio, con organici e risorse mai proporzionati alla complessità delle sfide che devono affrontare.

Ed è proprio qui che nasce una domanda che la politica nazionale dovrebbe avere il coraggio di affrontare. Da tempo i segnali erano evidenti. La pressione criminale cresceva, gli episodi intimidatori si moltiplicavano, gli imprenditori lanciavano allarmi sempre più preoccupati e, in attesa dei tempi necessari allo sviluppo delle indagini, avevano bisogno di vedere una risposta straordinaria di controllo del territorio. Non stiamo parlando di un’emergenza improvvisa esplosa nel giro di pochi giorni ma di una situazione che avrebbe dovuto indurre, da mesi, una riflessione strategica sul tipo di risposta da costruire in via immediata a sostegno delle istituzioni locali.

Se una città viene considerata così problematica da richiedere ripetute visite del Ministro dell’Interno e la convocazione di comitati da lui presieduti ai massimi livelli istituzionali, significa che il problema ha assunto una dimensione che supera la gestione ordinaria. E se è davvero così, la domanda diventa inevitabile: dov’è la strategia straordinaria dello Stato? Altrimenti si crea il paradosso che, da una parte, si comunica che lo Stato è presente e, dall’altra, si lascia che siano quasi esclusivamente le strutture territoriali a sostenere il peso della risposta.

Il Sindaco di Palermo lo ha detto con parole che meritano attenzione: la solidarietà non basta, serve una risposta straordinaria dello Stato. E da tempo chiede che il centro sostenga le autorità locali. E con lui lo chiedono a gran voce tutti gli organismi, enti e cittadini. Ciò che si è visto finora è soprattutto una continua narrazione della sicurezza in cui emergono ringraziamenti, celebrazioni e rassicurazioni. Quasi nessun rinforzo reale. Nessun rafforzamento visibile delle strutture investigative. Nessuna strategia capace di sostenere concretamente chi combatte ogni giorno questa battaglia.

Del resto, è esattamente questo che dovrebbe fare uno Stato moderno quando ritiene che un territorio stia affrontando una sfida straordinaria. Negli ultimi anni, invece, si moltiplicano le zone rosse, anche a Palermo, si annunciano controlli, si diffondono statistiche e si realizza una narrazione permanente della sicurezza non accompagnata dalle risorse necessarie a trasformarla in risultati.

L’esito finale è quello che emerge anche in altre città italiane. A Milano, ad esempio, si scopre che dodici zone rosse dovrebbero essere controllate da appena sedici agenti di polizia locale, poco più di uno per area, al punto che la stessa stampa parla apertamente di “controlli farsa”. È la fotografia perfetta della differenza tra annunciare e realizzare.

È lo stesso rischio di Palermo e di altre realtà del Paese. Penso a Foggia e al Gargano, dove negli anni successivi al grande intervento di sistema avviato nel 2017 lo Stato dimostrò quanto potesse essere efficace una strategia che mise insieme investigatori, controllo del territorio, Procure, Prefettura e forze di polizia in un’unica azione coordinata. Oggi, progressivamente, quell’intervento di sistema si è ridotto e si stanno riaffacciando fenomeni criminali che sembravano appartenere al passato perché quella strategia non appare più sostenuta con la stessa determinazione di allora. Altri tempi, altri ministri e capi della Polizia.

Per questo Palermo non riguarda soltanto Palermo. Riguarda l’idea stessa di sicurezza che vogliamo costruire. Sarebbe davvero bello se al termine dell’ennesimo Comitato per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica annunciato a Palermo e presieduto dal Ministro dell’Interno non leggessimo il solito comunicato fatto di ringraziamenti, rassicurazioni sulla presenza dello Stato e di telecamere, ma l’illustrazione di una strategia operativa e organizzativa straordinaria, immediata e concreta, capace di sostenere il lavoro dei magistrati e di tutte le istituzioni locali che ogni giorno combattono questa battaglia, sindaco compreso.

Perché la mafia non teme le dichiarazioni, le statistiche o le conferenze stampa. Teme gli uomini, le indagini, il controllo del territorio e la continuità dell’azione dello Stato.

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Le zone rosse sono un’illusione: dietro la promessa di maggior sicurezza, si nasconde qualcosa di molto diverso

Le cosiddette Zone Rosse rappresentano una delle più grandi illusioni prodotte oggi in materia di sicurezza. Dietro un’espressione che richiama rigore e spazi interdetti si nasconde qualcosa di molto diverso da ciò che quel termine ha sempre significato. Nel linguaggio tecnico dell’ordine pubblico, la Zona Rossa indica l’applicazione operativa di una previsione di legge avente carattere eccezionale e temporaneo: la protezione dei luoghi che ospitano vertici internazionali o manifestazioni ad alto rischio, attraverso la materiale delimitazione delle aree sottoposte a controllo con varchi e filtraggi per il tempo strettamente necessario e non oltre.

Oggi le nuove zone rosse, così chiamate da direttive ministeriali esplicative del recente decreto sicurezza, indicano altro: porzioni di città da sottoporre a “vigilanza rafforzata”, con possibilità di adottare ordini di allontanamento e Daspo urbani, asseritamente intrapresi per ripristinare la legalità in quel territorio. Non viene spiegato, tuttavia, in che modo o con quali risorse sarebbe assicurato il potenziamento auspicato, atteso che esso verrebbe di norma garantito con risorse già impiegate in altri contesti.

Il problema nasce proprio qui: chiamare con lo stesso nome due strumenti che non hanno quasi nulla in comune, alimentando l’illusione di una sicurezza che esiste più nella comunicazione che nella realtà. Chi ha fatto davvero polizia sulle strade sa bene quanto queste misure incidano poco o nulla sui fenomeni che dichiarano di voler contrastare. Molti avevano creduto che una politica che aveva fatto della sicurezza la propria bandiera avrebbe finalmente affrontato il problema in modo strutturale. Invece, dietro slogan, decreti e annunci, i risultati sono quelli di molta rappresentazione e poca capacità di incidere sulla vita reale delle città.

Degrado e illegalità non si combattono disegnando perimetri simbolici ma governando ciò che accade dentro e intorno, soprattutto nelle periferie, che non possono più essere considerate semplici dormitori da sottoporre solo a cicliche operazioni di polizia ma diventare invece luoghi vissuti, con scuole aperte, impianti sportivi accessibili, centri culturali, occasioni di incontro e socializzazione. Una piazza piena di vita è il primo e più efficace presidio di sicurezza: dove c’è vita arretrano delinquenza e paura.

Perché i territori non si amministrano con gli evidenziatori sulle mappe ma con la presenza dello Stato, che deve dimostrare di essere in grado di rendere effettive le regole che impone. Ciò accade solo se sicurezza e certezza del diritto sono considerate parti dello stesso sistema, tale da garantire una reale presenza delle forze di polizia e processi rapidi per chi delinque, grazie a strutture giudiziarie efficienti e organici adeguati.

È qui che emerge la contraddizione. Nell’opinione pubblica è alimentata l’idea di una svolta securitaria che, invece, esiste soltanto nella sua rappresentazione. E le zone rosse diventano così il simbolo di una fermezza più proclamata che praticata.

Qualche sera fa, in una via del centro della mia città (che potrebbe essere una qualunque città italiana), tra famiglie, ragazzi e locali affollati, era percepibile un inequivocabile odore di hashish. Non in una periferia dimenticata ma nel cuore della stessa, peraltro già dichiarata zona rossa con tanto di roboante comunicazione, senza che fosse visibile una divisa ma solo una diffusa percezione di precarietà.

È da qui che bisognerebbe partire. La sicurezza nasce quando un cittadino vede lo Stato prima di tutto, quando il degrado viene contrastato prima che diventi normalità, quando si vedono strade pulite e frequentate, negozi aperti, parchi curati, illuminazione funzionante, residenti che non hanno timore di vivere il proprio quartiere e forze di polizia che controllano. È lì che si costruiscono legalità e sicurezza attraverso una strategia politica seria e di lungo periodo.

Invece le cronache raccontano la stessa storia in tutta Italia. Zone rosse, degrado e violenza che non arretrano, nuove aree e continue proroghe di quelle esistenti. Nessun vero miglioramento sostanziale: al massimo lo spostamento dei problemi di qualche centinaio di metri. È evidente, allora, che il problema non è la durata della misura ma la sua efficacia. Ecco perché, non solo per me che ho vissuto la sicurezza sul campo per una vita, le zone rosse appaiono solo un inganno: quello che pretende di costruire sicurezza colorando una cartina e sostituendo la realtà con una rappresentazione artefatta.

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