Normal view

L’accessibilità digitale entra in una nuova fase con il nuovo regolamento AgID

11 June 2026 at 10:42

Negli ultimi anni l’accessibilità digitale è passata dall’essere un tema riservato agli addetti ai lavori a una questione che riguarda sempre più da vicino aziende, pubbliche amministrazioni e milioni di cittadini. Dietro questa trasformazione c’è un cambiamento normativo importante, iniziato con l’European Accessibility Act e proseguito con il suo recepimento in Italia attraverso il D.Lgs. 82/2022. Ma il passaggio più significativo è arrivato negli ultimi mesi, quando l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) ha completato il quadro operativo che permette di verificare, monitorare e, se necessario, sanzionare le violazioni in materia di accessibilità.

Il 15 maggio 2026 AgID ha infatti pubblicato il nuovo regolamento che disciplina le attività di vigilanza sull’accessibilità dei servizi informatici. A prima vista potrebbe sembrare un aggiornamento tecnico destinato soprattutto a giuristi e responsabili della compliance. In realtà, il regolamento rappresenta un tassello fondamentale di un percorso più ampio: quello che sta trasformando l’accessibilità digitale da principio astratto a requisito concreto e verificabile.

La prima precisazione da fare è che il nuovo regolamento non introduce nuovi obblighi tecnici. Le regole che definiscono quando un sito, un’applicazione o un servizio digitale possono essere considerati accessibili restano sostanzialmente le stesse. I riferimenti tecnici continuano a essere gli standard WCAG 2.1 livello AA e la norma europea EN 301 549, già al centro della disciplina italiana ed europea.

La novità riguarda invece il modo in cui queste norme vengono fatte rispettare. Per anni il quadro normativo sull’accessibilità digitale è stato caratterizzato da un paradosso: gli obblighi esistevano, ma mancavano procedure sufficientemente chiare e strumenti operativi capaci di renderli davvero efficaci.

Il nuovo regolamento definisce in modo dettagliato chi interviene, come vengono effettuate le verifiche, quali documenti possono essere richiesti e quali conseguenze possono derivare da un mancato adeguamento. In altre parole, non cambia ciò che le organizzazioni devono fare, cambia il modo in cui AgID può verificare che lo stiano facendo.

Per capire l’importanza di questo passaggio è utile fare un passo indietro. L’accessibilità digitale non è un tema nuovo nel panorama italiano. Già nel 2004 la cosiddetta Legge Stanca aveva introdotto obblighi specifici per la pubblica amministrazione e per alcune categorie di soggetti privati. Per molti anni, però, il tema è rimasto concentrato soprattutto sul settore pubblico.

Il vero cambio di paradigma è arrivato con l’European Accessibility Act, la direttiva europea che ha esteso i requisiti di accessibilità a una vasta gamma di prodotti e servizi privati destinati ai consumatori. In Italia la direttiva è stata recepita attraverso il D.Lgs. 82/2022, diventato pienamente applicabile dal 28 giugno 2025.

Successivamente, nel marzo 2026, AgID ha pubblicato le Linee guida operative sull’accessibilità dei servizi digitali e ha attivato la piattaforma pubblica attraverso cui cittadini e consumatori possono segnalare eventuali barriere digitali.

Con il regolamento di maggio si completa quindi un percorso iniziato anni fa: esistono gli obblighi, esistono gli strumenti per verificarli ed esiste una procedura chiara per intervenire quando non vengono rispettati.

Uno degli aspetti più importanti riguarda il perimetro dei soggetti interessati. Molte aziende continuano ad associare l’accessibilità digitale esclusivamente alla pubblica amministrazione. In realtà il quadro attuale è molto più ampio.

Restano naturalmente coinvolti enti pubblici, amministrazioni e soggetti già ricompresi nella Legge Stanca. Ma il D.Lgs. 82/2022 interessa anche numerose organizzazioni private che operano in settori chiave dell’economia digitale.

Rientrano infatti nel perimetro della normativa i servizi di e-commerce, i servizi bancari e finanziari rivolti ai consumatori, le piattaforme di comunicazione elettronica, i servizi che consentono l’accesso a contenuti audiovisivi, gli elementi digitali dei servizi di trasporto passeggeri – come siti web, applicazioni e sistemi di biglietteria – oltre agli e-book e ai relativi software di lettura. Per molte organizzazioni, dunque, il tema non riguarda più una possibile evoluzione futura. È già parte delle responsabilità operative attuali.

La novità più rilevante introdotta dal regolamento riguarda la definizione di un percorso preciso che porta dalla segnalazione di una criticità all’eventuale applicazione di una sanzione. Il procedimento può essere avviato in diversi modi. Può nascere da una segnalazione presentata da un cittadino, da un reclamo relativo a una richiesta di accessibilità rimasta senza risposta oppure da attività di monitoraggio effettuate direttamente da AgID.

In una prima fase interviene il Difensore civico per il digitale, che può richiedere informazioni, documentazione e chiarimenti all’organizzazione coinvolta. Se vengono riscontrate criticità, l’azienda o l’ente interessato viene invitato a presentare un piano di adeguamento e a indicare le tempistiche necessarie per risolvere i problemi individuati.

È importante sottolineare che il sistema è stato progettato per favorire la conformità prima della sanzione. L’obiettivo principale non è punire, ma rimuovere le barriere digitali e garantire che i servizi siano realmente accessibili.

Se però l’organizzazione non collabora o non realizza gli interventi concordati, il fascicolo passa alla fase successiva, quella sanzionatoria, che può culminare in un provvedimento formale adottato dal Direttore Generale di AgID.

La presenza di sanzioni è inevitabilmente uno degli aspetti che ha attirato maggiore attenzione. Per alcune violazioni sono previste sanzioni amministrative che possono arrivare fino a quarantamila euro, mentre per determinate categorie di soggetti già ricomprese nella Legge Stanca si può arrivare fino al cinque per cento del fatturato annuo. Nei casi più gravi e persistenti, il quadro normativo prevede anche misure ulteriori, come la sospensione del servizio o il ritiro di un’applicazione dagli store digitali.

Ridurre il tema alle sole sanzioni, però, rischia di essere fuorviante. Il vero cambiamento introdotto negli ultimi mesi non è tanto l’entità delle multe quanto la nascita di un sistema che rende concretamente verificabile il rispetto delle norme. Per la prima volta esiste un percorso formalizzato che collega i diritti degli utenti, l’attività di vigilanza dell’autorità e le responsabilità delle organizzazioni.

C’è poi un altro aspetto che spesso passa inosservato ma che potrebbe avere conseguenze profonde sul modo in cui le organizzazioni affrontano l’accessibilità. Per molti anni il dibattito si è concentrato soprattutto sulla conformità tecnica: rispettare o meno determinati requisiti. Oggi diventa sempre più importante anche la capacità di dimostrare il lavoro svolto.

Audit, verifiche periodiche, documentazione tecnica, dichiarazioni di accessibilità aggiornate e piani di rimediazione diventano elementi essenziali non soltanto per migliorare l’esperienza degli utenti, ma anche per dimostrare di aver affrontato il tema in modo strutturato e continuativo. Si passa, in altre parole, da un modello basato sull’autodichiarazione a uno in cui la conformità deve essere sostenuta da evidenze documentabili.

Come ha osservato Accessiway in una recente analisi dedicata alle nuove regole AgID, il cambiamento più significativo non riguarda l’introduzione di nuovi requisiti tecnici, ma la nascita di un sistema che rende l’accessibilità effettivamente verificabile. In questo nuovo scenario, la capacità di documentare verifiche, audit e interventi correttivi diventa parte integrante della conformità stessa.

Per molte organizzazioni il problema non consiste tanto nell’intervenire una volta, quanto nel mantenere nel tempo il livello di accessibilità raggiunto.

Siti web, applicazioni e servizi digitali evolvono continuamente. Nuove funzionalità vengono introdotte, contenuti aggiornati, componenti sostituiti. Ogni cambiamento può potenzialmente reintrodurre barriere che erano già state corrette.

Per questo motivo le più recenti indicazioni normative insistono sempre di più su concetti come accessibility by design e monitoraggio continuo. L’accessibilità non viene più considerata un controllo finale da effettuare prima della pubblicazione di un servizio, ma una caratteristica che deve accompagnarne l’intero ciclo di vita.

È proprio in questo contesto che strumenti di audit, monitoraggio e governance assumono un ruolo sempre più importante. Secondo Accessiway, una delle difficoltà principali per molte organizzazioni non è capire cosa fare, ma riuscire a mantenere l’accessibilità nel tempo mentre prodotti, contenuti e servizi continuano a evolversi. Per questo l’azienda ha sviluppato una piattaforma che unisce audit specialistici, monitoraggio continuo, gestione delle dichiarazioni di accessibilità e supporto alla governance, con l’obiettivo di trasformare l’accessibilità da intervento occasionale a processo strutturale.

Il nuovo regolamento AgID rappresenta dunque molto più di un aggiornamento procedurale. Segna il passaggio a una fase in cui l’accessibilità digitale non è più soltanto un obiettivo dichiarato o un requisito teorico, ma una responsabilità concreta che può essere verificata, documentata e richiesta dagli utenti. Per aziende e istituzioni significa confrontarsi con un quadro più maturo e più esigente. Per i cittadini significa poter contare su strumenti più efficaci per esercitare un diritto che, nell’era digitale, è sempre più essenziale.

L'articolo L’accessibilità digitale entra in una nuova fase con il nuovo regolamento AgID proviene da Linkiesta.it.

Trump alza la pressione sull’Iran senza fermare la guerra

11 June 2026 at 06:15

Per il secondo giorno consecutivo Stati Uniti e Iran si sono lanciati reciprocamente attacchi militari, allontanando la prospettiva di una tregua stabile in Medio Oriente. Nella notte tra mercoledì e giovedì l’aviazione americana ha colpito nuovi obiettivi sul territorio iraniano, mentre Teheran ha rivendicato una serie di attacchi contro basi statunitensi nel Golfo.

A differenza dei bombardamenti di ventiquattro ore prima, ordinati da Donald Trump come risposta all’abbattimento di un elicottero Apache americano nello Stretto di Hormuz, i nuovi raid sembrano avere un obiettivo più ampio. Come scrive il New York Times, l’amministrazione statunitense non presenta più le operazioni «soltanto come una rappresaglia, ma come uno strumento di pressione» per costringere l’Iran ad accettare un accordo alle condizioni di Washington. «Se dobbiamo negoziare con le bombe, negozieremo con le bombe», ha dichiarato il segretario alla Difesa Pete Hegseth.

Secondo il Comando Centrale statunitense (Centcom), gli attacchi sono iniziati poco dopo la mezzanotte locale iraniana e hanno preso di mira sistemi di comunicazione, radar di sorveglianza e postazioni di difesa aerea. Esplosioni sono state segnalate nelle isole di Qeshm e Hengam, nello Stretto di Hormuz, oltre che nei pressi di Bandar Abbas, Minab e Sirik, lungo la costa meridionale dell’Iran. Nelle prime ore del mattino sono arrivate notizie di detonazioni anche nella zona di Karaj, a sud-ovest di Teheran, dove si trovano basi militari e impianti legati al programma missilistico iraniano.

Intervistato da Fox News, Trump ha sostenuto che gli Stati Uniti abbiano lanciato quarantanove missili Tomahawk contro obiettivi iraniani, oltre a impiegare velivoli da combattimento. Il presidente ha aggiunto che le operazioni potrebbero essere sospese temporaneamente, ma che riprenderanno già nelle prossime ore se Teheran non farà concessioni nei negoziati.

L’Iran afferma di aver risposto con due ondate di attacchi contro basi americane in Kuwait e Bahrein. I Guardiani della Rivoluzione sostengono di aver colpito diciotto obiettivi militari, inclusi gli aeroporti di Ali Al-Salem e Ahmad Al-Jaber in Kuwait e la base di Sheikh Isa in Bahrein. Le rivendicazioni non sono state confermate né dagli Stati Uniti né dai governi coinvolti. Il Kuwait ha però annunciato la chiusura temporanea del proprio spazio aereo, mentre in Bahrein sono state attivate le sirene di allarme.

Nel frattempo lo Stretto di Hormuz resta al centro dello scontro. Teheran sostiene di averlo chiuso a ogni forma di navigazione, comprese le petroliere, mentre il Centcom continua a negare che il traffico marittimo sia stato completamente interrotto. Il comandante delle forze aerospaziali dei Guardiani della Rivoluzione, generale Majid Mousavi, ha minacciato di trasformare l’intera regione in un «inferno» se gli Stati Uniti continueranno a operare nell’area.

Tra gli episodi più controversi della giornata c’è anche il possibile bombardamento di un impianto idrico civile vicino alla località di Bemani. Un’analisi del New York Times basata su immagini satellitari e materiale video diffuso dai media iraniani suggerisce che un attacco di precisione americano abbia colpito due strutture utilizzate per la distribuzione dell’acqua potabile, lasciando temporaneamente senza rifornimenti oltre ventimila persone. Il quotidiano osserva che non è ancora chiaro se l’obiettivo sia stato colpito intenzionalmente o per errore, ma ricorda che il deliberato attacco a infrastrutture civili potrebbe configurare una violazione del diritto internazionale.

Tutto questo avviene mentre Trump continua a sostenere che un accordo con l’Iran sia vicino. Una convinzione che appare sempre più difficile da conciliare con l’intensificarsi delle operazioni militari. Non a caso il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha osservato che il cessate il fuoco annunciato due mesi fa «assomiglia ormai più a un cessate il fuoco ridotto che a una vera tregua», dopo quarantotto ore di escalation e minacce reciproche.

L'articolo Trump alza la pressione sull’Iran senza fermare la guerra proviene da Linkiesta.it.

Il caso delle vacanze tra Roma, Venezia e Firenze del programmatore dei droni russi

11 June 2026 at 03:45

Nell’estate di due anni fa era stato fotografato in Italia, tra Venezia, Roma e Firenze. Immagini di viaggio che lo ritraggono in contesti turistici e familiari, tra calli, centri storici e piazze monumentali, e che oggi vengono riprese all’interno di un’inchiesta del sito britannico The i Paper sul ruolo di alcuni sviluppatori russi nel settore dei simulatori per droni militari.

Il protagonista è Aleksei Kolotilov, indicato come creatore di un simulatore iper-realistico per il pilotaggio di droni kamikaze FPV, sviluppato attraverso la sua società HFM Games. Secondo l’inchiesta, il software sarebbe utilizzato in programmi di addestramento in Russia, incluso l’ambito delle scuole militari e di iniziative legate alla formazione di operatori di droni. Kolotilov, che documenta la propria vita familiare e i viaggi su Instagram, VK e YouTube, avrebbe attraversato negli ultimi anni diversi Paesi europei e gli Stati Uniti, pubblicando immagini da Italia, Francia, Belgio e New York. Tra queste, fotografie a Disneyland Paris con orecchie di Minnie Mouse e commenti critici sull’esperienza, oltre a scatti a Firenze, Roma e Venezia, fino a immagini davanti a Trump Tower.

Secondo The i Paper, il suo simulatore FPV Kamikaze Drone sarebbe stato utilizzato in contesti di formazione legati allo Stato russo, inclusi programmi di addestramento nelle scuole e in strutture militari. Tra queste viene citata una scuola di droni di San Pietroburgo con presunti legami con il gruppo Wagner, dove il software verrebbe impiegato per la fase iniziale di addestramento dei piloti prima dell’utilizzo di droni reali. Nel 2024 una nuova legge federale russa sull’istruzione avrebbe rafforzato l’inserimento di contenuti patriottici nei programmi scolastici, mentre il ministero della Difesa britannico ha segnalato la progressiva «militarizzazione dell’educazione russa» e l’integrazione dell’addestramento ai droni nel sistema nazionale. Secondo dati citati nel rapporto, oltre 2.500 insegnanti sarebbero stati formati, con corsi attivi in più di 500 scuole e 30 college.

Il pezzo collega inoltre Kolotilov a un più ampio ecosistema di simulatori sviluppati in Russia, insieme al software KvadroSim dell’ingegnere Egor Sechinskiy. Quest’ultimo offrirebbe versioni destinate sia a scuole e università sia ad addestramento militare, con scenari che includono attacchi a mezzi corazzati e obiettivi militari. Secondo le ricostruzioni, KvadroSim avrebbe partnership con oltre 400 organizzazioni educative e legami con attori del settore difesa russo, tra cui la società statale Almaz-Antey, sanzionata da Stati Uniti e Unione europea. Il software sarebbe inoltre collegato a programmi di addestramento FPV nei territori occupati dell’Ucraina.

Kolotilov, intervistato dal giornale britannica, respinge le accuse, sostenendo che il suo prodotto è un videogioco commerciale disponibile globalmente e che non esisterebbe alcuna collaborazione con enti militari o governativi. L’uso del software in contesti educativi o militari, afferma, avverrebbe senza il controllo o il coinvolgimento della sua azienda.

Un esponente dell’opposizione conservatrice britannica, James Cartlidge, ha criticato il caso, sostenendo che individui il cui lavoro contribuisce indirettamente allo sforzo bellico russo non dovrebbero poter viaggiare liberamente in Europa e negli Stati Uniti.

Il quadro descritto dall’inchiesta è quello di una crescente sovrapposizione tra intrattenimento digitale, formazione tecnica e addestramento militare. I simulatori di volo per droni, nati come strumenti civili o ludici, vengono indicati come parte di un sistema più ampio che contribuisce alla formazione della futura generazione di operatori FPV impiegati nel conflitto in Ucraina. Parallelamente, secondo fonti di intelligence open source e analisti del settore, la diffusione di questi strumenti si inserisce in una strategia più ampia di “gamificazione” della guerra, in cui l’addestramento tecnico viene reso accessibile attraverso interfacce simili ai videogiochi, abbassando la soglia di ingresso per nuovi operatori.

Il caso Kolotilov è dunque, non un episodio isolato, ma un pezzo di una rete più ampia di sviluppatori e piattaforme che operano all’intersezione tra industria tecnologica civile e applicazioni militari, contribuendo alla costruzione del sistema di addestramento dei droni nella Russia in guerra.

L'articolo Il caso delle vacanze tra Roma, Venezia e Firenze del programmatore dei droni russi proviene da Linkiesta.it.

❌