Normal view

Addio a Ulrico Carlo Hoepli, l’ “artigiano del libro” che ha custodito per decenni la storia della libreria milanese

9 June 2026 at 17:12

Ulrico Carlo Hoepli è morto martedì a Milano all’età di 91 anni. Era stato ricoverato al Policlinico per una polmonite bilaterale e, nei giorni scorsi, trasferito in un hospice. Con lui scompare una delle figure più rappresentative dell’editoria milanese: non solo il presidente della casa editrice Hoepli, ma anche l’uomo che per anni ha incarnato il legame tra la tradizione familiare, la libreria di via Hoepli e una certa idea di cultura tecnica, scientifica e civile profondamente radicata nella storia della città.

Padre di Giovanni, Matteo e Barbara Hoepli, Ulrico Carlo è stato a lungo il punto di equilibrio di una famiglia segnata negli ultimi anni da tensioni, contenziosi e scelte difficili. La sua morte arriva in un momento particolarmente simbolico: proprio mentre la storica libreria milanese ha già chiuso definitivamente e il palazzo di via Hoepli dovrà essere svuotato entro il 30 giugno.

Una dinastia editoriale nata nel 1870

La storia della famiglia Hoepli affonda le radici nel 7 dicembre 1870, quando Ulrico Hoepli, nato a Tuttwil, in Svizzera, rilevò a Milano una libreria già esistente e diede avvio alla casa editrice destinata a diventare uno dei marchi più riconoscibili del panorama culturale italiano. Il fondatore, morto nel 1935 senza eredi diretti, scelse come successore il nipote Carlo Hoepli. Dopo la Seconda guerra mondiale, Carlo fu affiancato dai figli Ulrico e Gianni. A partire dagli anni Sessanta, dopo la laurea in giurisprudenza, entrò nella direzione dell’impresa anche Ulrico Carlo Hoepli, rappresentante della quarta generazione familiare.

Sotto la sua guida, e poi con l’ingresso dei figli Giovanni, Matteo e Barbara, la casa editrice proseguì nel solco originario: editoria tecnico-scientifica, manualistica, scolastica, dizionari, testi professionali e libri pensati per la formazione. Una specializzazione che Hoepli ha sempre rivendicato come parte della propria identità, lontana dalle mode editoriali e fedele a una vocazione di lungo periodo.

L’artigiano del libro

Ulrico Carlo Hoepli amava definirsi, e veniva spesso raccontato, come un “artigiano del libro”. Per lui l’editoria non era soltanto produzione industriale, ma cura, qualità, equilibrio economico e attenzione alla durata. In una lunga intervista del 2010 aveva spiegato che il compito di chi lavora nei libri è adattarsi al nuovo senza perdere il rapporto con il passato. Era questa, forse, la sua cifra più evidente: la capacità di guardare alla modernità, dai supporti multimediali alla vendita online, senza rinunciare alla tradizione del libraio-editore. La Libreria Internazionale Hoepli, per lui, restava il cuore pulsante dell’azienda: un luogo non soltanto commerciale, ma identitario, capace di tenere insieme catalogo, lettori, librai e città.

La libreria come cuore della casa editrice

Hoepli rivendicava spesso la natura particolare dell’impresa familiare: una casa editrice nata da una libreria e rimasta legata al modello europeo del libraio-editore. Un’impostazione che, nella sua visione, permetteva di mantenere il controllo della filiera culturale, di conoscere direttamente i lettori e di custodire una libreria “di eccellenza” nel centro di Milano.

Via Hoepli, a pochi passi dal Duomo, non era quindi una sede qualsiasi. Era il simbolo di una continuità iniziata nell’Ottocento, sopravvissuta ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale e ricostruita anche grazie all’impegno delle generazioni successive. Per 156 anni, quella libreria è stata un punto di riferimento per studenti, professionisti, tecnici, ingegneri, giuristi, appassionati di lingue, manuali e dizionari.

I manuali, la scienza e i “bei libri”

Nella storia della casa editrice, Ulrico Carlo Hoepli ha difeso la centralità dei settori tecnico-scientifici e manualistici. Il “Manuale dell’ingegnere”, pubblicato per la prima volta nel 1876 e arrivato a decine di edizioni, rappresentava uno degli esempi più forti di questa continuità. Accanto ai grandi testi professionali, Hoepli conservava anche un legame affettivo con titoli storici come “Pierino Porcospino”, piccolo classico di derivazione tedesca che l’editore amava ricordare come parte dell’eredità culturale della casa.

Per Hoepli, un libro doveva essere solido nei contenuti ma anche bello come oggetto. L’attenzione alla carta, ai caratteri, all’aspetto materiale del volume era parte integrante del mestiere. Non un dettaglio estetico, ma un modo per rispettare il lettore e dare durata al lavoro editoriale.

Il ruolo nell’editoria italiana ed europea

La figura di Ulrico Carlo Hoepli non è stata centrale solo per la storia della sua azienda. Nel corso della sua carriera ha ricoperto incarichi di rilievo nel mondo editoriale italiano e internazionale. È stato consigliere di amministrazione della Siae, consigliere e tesoriere dell’Associazione Italiana Editori, presidente e vicepresidente della Federazione Europea Editori e membro del consiglio esecutivo dell’Unione Internazionale Editori.

In questi ruoli ha rappresentato una generazione di editori abituata a ragionare in termini europei, ma con un forte radicamento nazionale e cittadino. Una visione coerente con le origini della famiglia, svizzere e mitteleuropee, e con la storia stessa di Milano, città di scambi culturali, professionali e linguistici.

La scomparsa nel momento più difficile per la libreria Hoepli

La morte di Ulrico Carlo Hoepli arriva mentre la storica libreria di via Hoepli è ormai entrata nella fase finale della sua chiusura. Il palazzo dovrà essere completamente svuotato entro il 30 giugno: scaffali, uffici, magazzini, volumi e arredi sono destinati a lasciare la sede che per oltre un secolo e mezzo ha identificato il marchio nel cuore della città. La coincidenza ha un forte valore simbolico. Mentre scompare l’uomo che più di altri ha tenuto insieme il filo della memoria familiare, si allontana anche la possibilità di conservare intatto uno dei luoghi culturali più riconoscibili di Milano.

Nelle prossime settimane si capirà se una parte dell’attività potrà essere salvata. Entro il 15 giugno è attesa la proposta della cordata di imprenditori che ha scelto come figura di riferimento Vittorio Graziani, storico libraio della Centofiori. L’obiettivo è rilevare l’attività e tentare di dare continuità alla tradizione della libreria, con una condizione considerata essenziale: mantenere, se possibile, un legame con la sede originaria.

Il contesto, però, è complesso. Il ramo scolastico è stato ceduto a Mondadori insieme al marchio Hoepli, elemento che renderebbe impossibile per un eventuale nuovo progetto utilizzare il nome storico nella forma attuale. Sullo sfondo resta anche la controversia familiare con Giovanni Nava, cugino di Barbara, Giovanni e Matteo Hoepli, oggi titolare del 33% della società e in attesa della decisione della Cassazione sulla richiesta di una diversa attribuzione delle quote.

Il lascito di Ulrico Carlo Hoepli

Nel ricordare il fondatore, Ulrico Carlo Hoepli diceva che il messaggio più importante lasciato alla famiglia era “andare avanti”: continuare a fare libri, mantenere viva la casa editrice, restare a Milano. È lo stesso filo che ha attraversato la sua vita professionale, dalla direzione dell’impresa familiare al lavoro nelle associazioni editoriali, dalla difesa della libreria alla capacità di accompagnare l’azienda verso il digitale. Con la sua scomparsa Milano perde un editore sobrio, colto, legato a un’idea concreta e artigianale del libro. Un uomo che ha vissuto la libreria non come semplice negozio, ma come presidio culturale. E che, fino alla fine, ha rappresentato una delle ultime grandi continuità tra la Milano ottocentesca dei librai-editori e la città contemporanea.

LEGGI QUI TUTTE LE NOTIZIE DELLA SEZIONE MILANO

L'articolo Addio a Ulrico Carlo Hoepli, l’ “artigiano del libro” che ha custodito per decenni la storia della libreria milanese proviene da Affaritaliani.it.

GreenYellow realizza per Dupol Next (Gruppo Sacchital) un impianto fotovoltaico da 700 kWp per la sede produttiva di Zanica (BG)

9 June 2026 at 17:09

GreenYellow, player internazionale della transizione energetica, annuncia il completamento di un nuovo progetto per Dupol Next, società del Gruppo Sacchital attivo nel settore del packaging flessibile. Il progetto testimonia l’impegno della Società nell’affiancare le imprese italiane nella transizione energetica, mediante soluzioni chiavi in mano che combinano sostenibilità ambientale, ottimizzazione operativa e rafforzamento della competitività industriale.

L’impianto fotovoltaico rooftop da 700 kWp realizzato presso il sito produttivo di Zanica (BG) è stato completato ed è entrato in funzione a marzo, nell’ambito di un contratto della durata di 20 anni dedicato all’autoconsumo. Composto da oltre 1.300 pannelli fotovoltaici, l’impianto sarà in grado di produrre circa 800 MWh di energia all’anno, coprendo circa il 18% del fabbisogno energetico del sito produttivo. Il progetto consentirà inoltre di evitare l’emissione di oltre 335 tonnellate di CO₂ ogni anno, equivalenti al consumo energetico medio di oltre 400 famiglie.

Il progetto è stato completato in meno di 5 mesi dall’avvio dei lavori e a soli 9 mesi dalla firma del contratto, in anticipo rispetto alle tempistiche previste, a conferma della capacità di GreenYellow di garantire efficienza esecutiva, qualità e rispetto dei requisiti HSE lungo tutto il ciclo di sviluppo. GreenYellow ha gestito tutte le fasi di sviluppo del progetto, dalla progettazione alla costruzione dell’impianto, e continuerà a garantirne la gestione operativa e la manutenzione, consentendo a Dupol Next di accedere a energia rinnovabile con benefici immediati in termini di riduzione dei costi energetici e dell’impronta carbonica.

Marouby (GreenYellow Italia): “Un ulteriore passo verso la decarbonizzazione dell’industria italiana”

“Questo progetto rappresenta un ulteriore passo nel percorso di decarbonizzazione dell’industria italiana, a partire dal territorio. Siamo, quindi, orgogliosi di supportare Dupol Next e il Gruppo Sacchital nel loro percorso verso l’indipendenza energetica e la decarbonizzazione attraverso soluzioni su misurai in grado di rispondere alle esigenze operative del cliente”, dichiara Pierre Marouby, General Manager di GreenYellow Italia.

Luppi (Dupol Next): “Benefici tangibili in termini ambientali ed energetici”

“Siamo soddisfatti di aver completato questo progetto nei tempi previsti e di poter avviare la produzione di energia rinnovabile presso il nostro sito di Zanica. Questa iniziativa rappresenta un passo concreto nel percorso di sostenibilità industriale del Gruppo Sacchital, con benefici tangibili in termini ambientali ed energetici”, dichiara Alberto Luppi, Presidente di Dupol Next (Gruppo Sacchital).

GreenYellow continua così a supportare il tessuto industriale italiano con soluzioni energetiche innovative, contribuendo attivamente alla riduzione delle emissioni e alla diffusione di modelli produttivi più sostenibili.

LEGGI QUI TUTTE LE NOTIZIE DELLA SEZIONE MILANO

L'articolo GreenYellow realizza per Dupol Next (Gruppo Sacchital) un impianto fotovoltaico da 700 kWp per la sede produttiva di Zanica (BG) proviene da Affaritaliani.it.

E’ morto Ulrico Carlo Hoepli, si è spento a 91 anni mentre i abbassavano in via definitiva le serrande della storica libreria di famiglia a Milano

9 June 2026 at 14:31

Sarà forse un segno del destino o solo una coincidenza, vedetela come volete, ma Ulrico Carlo Hoepli è morto proprio mentre si abbassavano in via definitiva le serrande della storica libreria di famiglia. Il padre di Giovanni, Matteo e Barbara si è spento martedì a Milano all’età di 91 anni. Era stato ricoverato al Policlinico a causa di una polmonite bilaterale e, la settimana scorsa, era stato trasferito in un hospice. Con lui scompare la figura che per decenni ha rappresentato il punto di equilibrio di una dinastia attraversata da profonde tensioni e contenziosi, esattamente nel momento in cui l’icona culturale milanese è arrivata alla fine della sua corsa.

Sgombero entro il 30 giugno e cessione del marchio

La libreria a pochi passi dal Duomo ha già chiuso definitivamente al pubblico. Entro il 30 giugno l’intero palazzo dovrà essere completamente svuotato: scaffali, uffici e magazzini dovranno essere liberati. Un passaggio materiale che allontana sempre di più la prospettiva di conservare intatto il luogo in cui, per 156 anni, generazioni di milanesi hanno cercato libri, manuali e dizionari. Nel frattempo, la procedura di liquidazione ha progressivamente smontato il gruppo editoriale. Il ramo della scolastica è stato ufficialmente ceduto a Mondadori, e con esso è passato di mano anche il marchio Hoepli. Un dettaglio tecnico fondamentale per il futuro: chi dovesse riuscire a rilanciare la libreria non potrà utilizzare il nome storico nella sua forma attuale e sarà costretto a individuare una soluzione diversa.

L’offerta della cordata Graziani e il piano da 20 milioni respinto

Nelle prossime settimane si capirà se qualcosa potrà ancora essere salvato. Entro il 15 giugno è attesa la proposta formale di una cordata di imprenditori che ha scelto come figura di riferimento Vittorio Graziani, storico libraio della Centofiori. L’obiettivo è rilevare l’attività e provare a dare continuità alla tradizione. La condizione “sine qua non” che apparirà nella proposta di acquisto, tuttavia, è mantenere la libreria nella sede originaria, un’operazione resa difficile dallo svuotamento dell’immobile ormai avviato. In precedenza, sul tavolo della liquidatrice Laura Limido era arrivata un’altra offerta. La società DaB, di Vittoria Loro Piana e Raffaella Redaelli de Zinis, aveva messo a disposizione oltre 20 milioni di euro per conservare l’integrità del gruppo, salvaguardare gran parte dei posti di lavoro e trasformare via Hoepli in un hub dedicato alla cultura e alla formazione. La proposta non è stata presa in considerazione e il percorso della liquidazione è proseguito senza intoppi.

Il nodo giudiziario in Cassazione

Su questa fase conclusiva e sul futuro dell’azienda continua a pesare la lunga faida legale interna alla famiglia. Giovanni Nava, cugino dei tre fratelli Barbara, Giovanni e Matteo Hoepli, detiene attualmente il 33 per cento della società. La disputa societaria non è ancora chiusa: Nava attende proprio entro il mese di giugno la sentenza della Corte di Cassazione in merito alla sua richiesta per una diversa attribuzione delle quote. Una battaglia giudiziaria che da anni accompagna la storia della dinastia e che resta lo scenario di fondo del definitivo smembramento del gruppo.

L'articolo E’ morto Ulrico Carlo Hoepli, si è spento a 91 anni mentre i abbassavano in via definitiva le serrande della storica libreria di famiglia a Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.

Cantiere del Consolato Usa a Milano, la gip: “Lo sfruttamento degli operai era consuetudine aziendale”

9 June 2026 at 11:49

Condizioni di lavoro “degradanti” fatte di “minacce e di negazioni”. Operai che in caso di “infortunio” ricevano “cure e medicinali” nel “cantiere” del Consolato Usa di Milano con “l’intimazione di riprendere immediatamente le proprie mansioni”. Con queste parole la giudice per le indagini di Milano, Angelica Cardi, ha descritto lo “sfruttamento” nel progetto di rigenerazione urbana da 200 milioni di dollari in piazzale Accursio. Nel decreto di controllo giudiziario della società americana che si è detta pronta a collaborare con gli inquirenti, la giudice segnala che lo stipendio ai manovali stranieri è “quasi totalmente esautorato” dal “debito contratto” in India “per dare inizio al rapporto lavorativo”, le 590mila rupie pagate dai lavoratori alla ditta intermediaria di Nuova Dehli, Dynamic House, per dare vita al rapporto di distacco internazionale intra-societario di manodopera.

Le testimonianze agli atti descrivono la “giornata lavorativa” in Italia come in “violazione” delle leggi sull’orario di lavoro, le ferie, i giorni di malattia: “Dodici ore per sei giorni su 7” senza “riposo” oltre alla “domenica” o “malattia” scrive la giudice per le indagini preliminari. Sarebbero “univoche” le dichiarazioni dei manovali anche con riferimento a uno degli indici del caporalato, lo “stato di bisogno”. Gli operai di Caddell Construction hanno detto la verità, sono “attendibili” e le dichiarazioni sulle “difficoltà incontrate anche solo per sopravvivere” sono “equilibrate”, coerenti”, “collimanti” e “mai amplificate”.

L’inchiesta sul meccanismo sulle doppie buste paga (payslip) fra India e Italia, che ha fatto emergere retribuzioni reali fra gli 1-2 euro l’ora e fittizie dichiarate nelle penisola fra i 3-5 euro l’ora. Paghe “difformi” non solo dal contratto collettivo nazionale dell’edilizia ma “radicalmente incompatibili” con il “valore soglia” della “povertà lavorativa”, si legge nelle 38 pagine del provvedimento, e con l’articolo 36 della Costituzione volto a garantire una esistenza “libera e dignitosa”. Lo “scostamento” medio con la soglia di povertà è del 51,01 per cento. Ciò “non sembra frutto di estemporanee iniziative di soggetti inseriti nell’organigramma delle società”, ha scritto la gip motivando le esigenze cautelari al controllo giudiziario, descrivendo il quadro che emerge dagli atti come una “consuetudine aziendale”.

È emerso, sostiene la giudice, “l’utilizzo di veri e propri metodi intimidatori e minacciosi” da parte del manager Ulas Demir, ora in carcere. Nel provvedimento, accogliendo la richiesta di convalida del decreto d’urgenza dei pm Paolo Storari e Mauro Clerici nelle indagini dei carabinieri del Nucleo ispettorato del Lavoro, ripercorre gli accertamenti e le contestazioni. Nel frattempo, nei giorni scorsi la Procura ha fermato per pericolo di fuga (provvedimenti convalidati con ordinanze di custodia in carcere) sia Demir che il presunto “caporale operativo”, l’indiano Aji Appukuttan. L’amministratore giudiziario nominato, Francesco Brigatti, dovrà ora, spiega la gip, “affiancare gli imprenditori nella gestione dell’azienda”, riferendo alla giudice ogni tre mesi, o comunque ogni volta che emergeranno eventuali “irregolarità”, per impedire che si verifichino ancora “situazioni di grave sfruttamento lavorativo”.

La gip ricorda che tra marzo e fine maggio gli investigatori hanno ascoltato a verbale oltre trenta lavoratori (poi le audizioni sono andate avanti anche dopo il 29 maggio). In una consulenza, disposta a fine maggio dai pm e affidata a tre esperti, viene messo in luce il “contesto di dipendenza economica iniziale, esposizione debitoria, vulnerabilità linguistica e ridotto potere negoziale” dei manovali, centinaia impiegati nel cantiere. I documenti “firmati dinanzi ad Aji” sarebbero stati modificati “a loro insaputa”. Dovevano versare soldi per vitto e alloggio e, tolta una parte che mandavano alle famiglie, rimaneva loro spesso solo la somma di 150 euro al mese. Nei verbali sono riportati gli “insulti quotidiani” e le “minacce”. Nessuna “tutela e garanza” e “ritmi di lavoro serrati”. In molti hanno raccontato di non avere “altra scelta”. Un lavoratore ha riferito anche di aver fatto “denuncia perché sono stato ingiustamente licenziato”. Il 9 dicembre 2025 un operaio è stato “cacciato” dall’hotel dove soggiornavano e ha dormito “alcune notti fuori al freddo”. In gran parte erano, si legge ancora nell’ordinanza, in una “situazione disperata”.

L'articolo Cantiere del Consolato Usa a Milano, la gip: “Lo sfruttamento degli operai era consuetudine aziendale” proviene da Il Fatto Quotidiano.

18 euro per due cappuccini e due brioche: lo scontrino “folle” della colazione in centro a Milano fa discutere

9 June 2026 at 10:33

Una colazione al bar che costa quanto un pranzo veloce. È quanto accaduto a Milano, dove uno scontrino da 18 euro per due cappuccini e due brioche ha scatenato nuove polemiche sul caro-vita e sui prezzi nel centro della città. La segnalazione, pubblicata dal Corriere della Sera, arriva da un cliente rimasto sorpreso dal conto ricevuto dopo una consumazione in una pasticceria situata tra piazza Duomo e Cordusio, una delle zone più frequentate e prestigiose del capoluogo lombardo. Nel dettaglio, il conto comprendeva due cappuccini e due brioche, tutti venduti a 4,50 euro ciascuno. Il totale finale è stato quindi di 18 euro, una cifra che ha sorpreso il cliente e che ha rapidamente attirato l’attenzione per il suo valore ben al di sopra della media di una tradizionale colazione al bar.

A segnalare il caso è stato Massimo Minoliti, che al Corriere ha espresso il proprio disappunto per il costo della consumazione: “Buongiorno, a proposito di prezzi e costo della vita: quanto costa far colazione in centro a Milano? Invio una foto di uno scontrino relativo alla consumazione di due cappuccini e due brioche in una pasticceria tra Duomo e Cordusio che ritengo una follia di questa città. Un cappuccino 4,50 euro, per due 9,00 euro. Brioche farcita 4,50 euro, per due 9,00 euro. Totale complessivo, 18,00 euro di cui 1,64 Iva. Comprendo che nel centro storico di Milano i prezzi siano generalmente più elevati rispetto ad altre zone della città, ma spendere 18 euro per due cappuccini e due brioche mi sembra davvero eccessivo”, ha dichiarato.

Prezzi giustificati o eccessivi? Il dibattito si accende

Sul caso si è acceso anche un ampio dibattito tra i lettori. Da una parte c’è chi ritiene che prezzi simili siano una conseguenza inevitabile della posizione del locale, e ha evidenziato come nel centro di Milano non si paghi soltanto il prodotto, ma anche il contesto, il servizio e la location. Secondo questa visione, i consumatori hanno sempre la possibilità di consultare il listino prima di ordinare e decidere se effettuare o meno l’acquisto. Dall’altra parte, invece, c’è chi considera cifre di questo tipo sproporzionate per una semplice colazione, e sostiene che il crescente aumento dei prezzi stia rendendo la città sempre meno accessibile anche a chi dispone di redditi medio-alti.

Credit foto: Corriere della Sera

L'articolo 18 euro per due cappuccini e due brioche: lo scontrino “folle” della colazione in centro a Milano fa discutere proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Molestie per un passeggero su tre”, un’indagine della Statale di Milano fotografa la “paura” su metro, treni e autobus

9 June 2026 at 09:48

Un passeggero su tre dichiara di aver subito almeno una molestia sui mezzi pubblici. È il dato che colpisce maggiormente nella ricerca “Sentirsi al sicuro sui mezzi pubblici: una priorità per tutti”, realizzata dall’Università Statale di Milano insieme all’Agenzia del trasporto pubblico locale della Città metropolitana di Milano, Monza e Brianza, Lodi e Pavia.

L’indagine, presentata nell’Aula Magna di via Festa del Perdono come ripotano i media milanesi, ha raccolto le risposte di oltre 3.500 persone appartenenti alla comunità universitaria, tra studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo. Un campione numericamente ampio, che consente di individuare tendenze significative, ma che rappresenta una popolazione specifica e non l’insieme degli utenti del trasporto pubblico lombardo. Un elemento metodologico importante per interpretare correttamente i risultati.

Dai contatti fisici ai furti: le tipologie

Il quadro che emerge racconta comunque una percezione di insicurezza diffusa. Oltre l’80% degli intervistati utilizza abitualmente il trasporto pubblico come principale mezzo di spostamento e quasi il 30% riferisce di aver vissuto direttamente episodi di molestie o comportamenti ritenuti intimidatori. Le esperienze riportate variano sensibilmente a seconda del genere. Tra le donne prevalgono gli apprezzamenti verbali indesiderati e i contatti fisici inappropriati. Tra gli uomini, invece, emergono soprattutto minacce, aggressioni e furti. Una differenza che riflette forme diverse di vulnerabilità nello spazio pubblico e che contribuisce a modellare la percezione del rischio.

Più ancora degli episodi denunciati, a colpire è il senso di solitudine raccontato da molte vittime. In una larga maggioranza dei casi, infatti, chi assiste non interviene. Lo studio richiama il cosiddetto “bystander effect“, il fenomeno per cui i testimoni di una situazione problematica tendono a non agire, spesso pensando che lo farà qualcun altro oppure per timore di esporsi personalmente.

I livelli di insicurezza percepita

La ricerca evidenzia inoltre come il timore non sia distribuito in modo uniforme. Donne, anziani, persone con disabilità e appartenenti a minoranze etniche dichiarano livelli di insicurezza più elevati rispetto alla media. Le fasce orarie serali e le zone periferiche sono indicate come i contesti in cui la percezione del rischio aumenta maggiormente.

Un aspetto particolarmente interessante riguarda le conseguenze concrete di questa percezione. Per molti intervistati il problema non si limita al disagio psicologico: la paura modifica le abitudini quotidiane, induce a evitare determinati percorsi o orari e, nei casi più estremi, può limitare la libertà di movimento. È su questo punto che insistono i promotori dello studio, sottolineando come la sicurezza percepita sia una componente essenziale della qualità del servizio, al pari dell’efficienza e della puntualità.

I risultati mostrano anche che la sicurezza non dipende soltanto dalla presenza di reati o comportamenti illeciti. Illuminazione delle fermate, pulizia degli ambienti, affollamento, presenza di personale e qualità degli spazi influenzano in modo significativo il senso di protezione dei passeggeri. In altre parole, la sicurezza percepita nasce dall’insieme delle condizioni che accompagnano l’esperienza di viaggio. Tra le proposte avanzate dagli intervistati figurano il rafforzamento della presenza visibile di personale e forze dell’ordine, l’estensione dei sistemi di videosorveglianza, il miglioramento dell’illuminazione e delle infrastrutture, oltre a campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini per favorire una maggiore responsabilità collettiva.

Lo studio non pretende di misurare in termini assoluti il fenomeno delle molestie sui mezzi pubblici, ma offre una fotografia significativa di una popolazione che utilizza quotidianamente metro, treni, tram e autobus. Un’indicazione che, pur non essendo automaticamente estendibile a tutti gli utenti del trasporto pubblico, evidenzia come il tema della sicurezza percepita sia ormai parte integrante del dibattito sulla mobilità urbana e sull’accessibilità delle città.

L'articolo “Molestie per un passeggero su tre”, un’indagine della Statale di Milano fotografa la “paura” su metro, treni e autobus proviene da Il Fatto Quotidiano.

Taser alla Polizia locale di Milano, la condizione posta dal Pd per dare il via libera

9 June 2026 at 07:43

Il taser potrebbe entrare stabilmente nella dotazione della Polizia locale di Milano, ma il via libera della maggioranza non è ancora scontato. La delibera che prevede l’introduzione permanente dell’arma a impulsi elettrici è approdata in Consiglio comunale, dove il Partito democratico ha annunciato un orientamento favorevole subordinato, però, all’approvazione di alcuni emendamenti. Sul provvedimento sono state depositate dieci proposte di modifica: sei arrivano dai gruppi di maggioranza e quattro dall’opposizione. La discussione lunedì sera non si è conclusa e il voto è stato rinviato alla prossima seduta dell’aula.

Il sì condizionato del Partito democratico

Il punto centrale della posizione del Pd riguarda la necessità di monitorare gli effetti dell’introduzione del taser e di sottoporre l’utilizzo dello strumento a una nuova valutazione dopo il primo anno. “Abbiamo deciso di dire sì al taser ma è un sì condizionato perché ci sono ancora delle questioni non risolte”, ha spiegato ad Ansa a margine dei lavori il consigliere comunale del Pd e presidente della commissione Sicurezza Michele Albiani. La disponibilità dei democratici si accompagna anche alla richiesta di interventi a sostegno della Polizia locale, dalla formazione degli agenti al rafforzamento del servizio notturno, fino al numero delle volanti presenti sul territorio.

Una relazione completa dopo dodici mesi

Tra gli emendamenti presentati dalla maggioranza, uno viene considerato decisivo per il voto finale. “Ci sarà un emendamento che possiamo definire ‘cardine’ che avrà una scadenza di 12 mesi entro i quali il comandante della Polizia locale dovrà relazionare in maniera completa al sindaco i risultati legati all’introduzione dell’arma a impulsi elettrici. Al termine del primo anno ci sarà una relazione”, ha aggiunto Albiani. La verifica dovrebbe quindi consentire all’amministrazione di valutare modalità di impiego, risultati ottenuti ed eventuali criticità emerse nei primi dodici mesi di utilizzo stabile.

Le perplessità sulla sperimentazione

La precedente fase sperimentale, durata sei mesi e terminata lo scorso gennaio, non avrebbe fornito elementi sufficienti per una valutazione definitiva. Secondo Albiani, la sperimentazione è stata “riconosciuta da tutti come fallimentare”. L’approvazione degli emendamenti potrebbe contribuire a superare le resistenze ancora presenti all’interno della maggioranza e convincere anche i consiglieri che nelle scorse settimane avevano espresso dubbi sull’introduzione permanente del taser. La decisione definitiva resta dunque sospesa: il confronto proseguirà nella prossima riunione del Consiglio comunale, quando gli emendamenti saranno sottoposti al voto insieme alla delibera.

L'articolo Taser alla Polizia locale di Milano, la condizione posta dal Pd per dare il via libera proviene da Affaritaliani.it.

Milano Pride 2026, il corteo e le piazze per i diritti lgbt. E ancora senza il patrocinio della Regione Lombardia: “Silenzio assordante”

9 June 2026 at 06:34

Venticinque anni dopo la prima parata organizzata a Milano nel 2001, il Pride torna a interrogarsi sul significato di scendere in piazza in un momento storico segnato da nuove tensioni sui diritti civili. È questo il messaggio emerso durante la conferenza stampa di presentazione del Milano Pride 2026, in programma l’8 giugno a Palazzo Marino. Alla conferenza sono intervenuti l’assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano Lamberto Bertolé, la presidente di Cig Arcigay Milano Alice Redaelli, Francesco Pintus di Milano Pride, Gianluca Trezzi di Checcoro ed Elisa Ruscio di Acet, in rappresentanza delle realtà che organizzano l’evento. L’edizione di quest’anno coincide con il venticinquesimo anniversario della manifestazione e culminerà il 27 giugno con la tradizionale parata che attraverserà la città fino all’Arco della Pace. Gli organizzatori prevedono oltre 350mila partecipanti e un Pride Month diffuso che coinvolgerà Milano con quasi 200 iniziative tra dibattiti, eventi culturali, spettacoli, momenti sportivi e attività dedicate alla salute e alla prevenzione.

“Il Pride, come dice la stessa parola, porta in piazza l’orgoglio di centinaia di migliaia di persone che con fierezza manifestano una diversità che è da sempre caratteristica intrinseca della nostra società, ma che per lungo tempo è stata costretta a nascondersi”, ha dichiarato Bertolé. “Il 27 giugno questi ‘corpi in rivolta’ sfileranno coraggiosamente per i diritti ancora negati, contro ogni forma di discriminazione e per riaffermare l’importanza dell’autodeterminazione e dell’affermazione di sé, soprattutto in un momento storico in cui tutto questo viene messo in discussione. Il Comune vuole essere parte attiva di questa giornata di festa e rivendicazione, con il patrocinio e con la presenza alla parata e sul palco del Pride, appuntamento irrinunciabile del giugno milanese”. Un concetto che ritorna anche nelle parole di Alice Redaelli. “Questa venticinquesima edizione rappresenta un giro di boa importante”, spiega a ilfattoquotidiano.it. “Ci ha portato a riflettere su quanto sia cresciuta la manifestazione. Nel 2001 ci fu la prima parata senza sapere quale sarebbe stato il riscontro della città. Oggi il Milano Pride è cresciuto tantissimo, è diventato più ampio, più partecipato e più intersezionale. In questi anni ha aggiunto nuovi spazi di condivisione, nuovi eventi e nuove occasioni di confronto”.

Dietro la dimensione celebrativa, però, resta forte quella politica. “Oggi più che mai la partecipazione è fondamentale”, sottolinea Redaelli. “Serve una partecipazione coraggiosa, come fu quella del 2001. Ci troviamo a vedere anniversari importanti, come i dieci anni dalla legge sulle unioni civili e i venticinque anni del Milano Pride. È importante riconoscere che i passi avanti sono stati fatti, ma bisogna anche garantire il pieno riconoscimento di tutte le persone. Ci troviamo in un periodo storico in cui anche i diritti acquisiti non sono diritti scontati per sempre”. Per questo il documento politico che accompagna il Pride rilancia una serie di richieste rivolte alle istituzioni. Tra queste l’introduzione dell’educazione affettiva e relazionale nelle scuole, una riforma del diritto di famiglia che riconosca pienamente tutte le famiglie, il riconoscimento del genitore sociale, l’accesso alle adozioni per le coppie omogenitoriali e il superamento delle unioni civili attraverso l’introduzione del matrimonio egualitario. Particolare attenzione viene dedicata alle persone transgender, considerate tra le più esposte a discriminazioni e violenze. Le associazioni chiedono una semplificazione dei percorsi di affermazione di genere e un sostegno più efficace sia dal punto di vista sanitario sia da quello normativo.

Anche quest’anno tra i patrocini richiesti dagli organizzatori non compare quello della Regione Lombardia. Un’assenza che il coordinamento del Pride sottolinea da anni. “Noi come ogni anno mandiamo diverse richieste di patrocinio”, osserva Redaelli. “Crediamo che una manifestazione che ha raggiunto una rilevanza nazionale meriti che le istituzioni si spendano per la tutela di tutte le persone, senza fare distinzioni. Se il Pride è uno strumento di cambiamento sociale, il silenzio assordante della Regione Lombardia parla da solo”. Un riferimento che arriva mentre il Milano Pride può invece contare sul patrocinio del Comune di Milano, della Città Metropolitana e della Commissione europea. Molti dei problemi denunciati dal movimento, spiegano gli organizzatori, continuano a essere aggravati dall’assenza di adeguate tutele legislative. “Non è una sensazione”, osserva Redaelli. “La nostra helpline Pronto ha registrato un incremento significativo delle richieste di aiuto nell’ultimo triennio. Esiste inoltre un clima di incertezza alimentato dalla retorica di una parte della classe politica che adotta linguaggi capaci di sdoganare atti discriminatori”.

Il Milano Pride rivendica anche la propria dimensione internazionale e intersezionale. “Per noi è sempre stato essenziale che il Pride potesse parlare oltre qualunque confine”, afferma la presidente di Cig Arcigay Milano. “Parliamo delle istanze della comunità LGBTQIA+, ma anche di questioni che sono profondamente interconnesse. Sappiamo che le oppressioni si parlano tra loro e sono sistemiche. Abbiamo l’onore di organizzare un Pride molto visibile e partecipato e sentiamo il dovere di utilizzare quello spazio per dare voce anche a chi vive situazioni drammatiche e a battaglie che riguardano i diritti umani nel loro complesso”. Anche nell’edizione 2026 ci saranno le Pride Square, che dal 24 al 26 giugno ospiteranno quasi cinquanta appuntamenti tra talk, dibattiti, arte e intrattenimento. Il Pride Month, invece, porterà iniziative in tutta la città, dal centro alle periferie. “Ci ha aiutato molto costruire rapporti con associazioni che operano nelle periferie”, spiega Redaelli. “Il Pride è il Pride della città. Non riguarda soltanto Porta Venezia o il centro storico. Vogliamo che possa generare relazioni e partecipazione in tutti i quartieri”.

Gli ultimi mesi si è registrato un progressivo arretramento delle politiche di diversity, equity e inclusion da parte di alcune grandi aziende, soprattutto negli Stati Uniti ma non solo, con possibili ripercussioni sul sostegno economico alle manifestazioni LGBTQIA+. Redaelli invita però alla cautela: “C’è un’offensiva evidente contro le politiche di diversity e inclusion, che ha avuto effetti anche in Italia con il ritiro di alcune grandi aziende. Tuttavia, nonostante la rinuncia di alcuni sponsor anche importanti, altri sono subentrati e il quadro è rimasto stabile. Va inoltre ricordato che nel nostro Paese le aziende hanno budget più limitati rispetto ad altri contesti. Lo scorso anno i risultati si sono mantenuti stabili e anche quest’anno ci aspettiamo numeri simili”. “Il dato più interessante”, prosegue, “è che molte aziende che hanno investito su questi temi hanno ormai strutture e percorsi dedicati alla diversity e inclusion che stanno cercando di preservare. I passi avanti fatti in passato oggi contribuiscono a tutelare quel lavoro nonostante i passi indietro, segno che inclusione e diritti non sono una moda del momento”.

Guardando al futuro, CIG Arcigay Milano lancerà anche il percorso “Milano Queer 2050“, una serie di incontri che coinvolgeranno esponenti politici, amministratori e futuri candidati alla guida della città. “Milano ha fatto tanti passi avanti, ma può fare ancora molto”, conclude Redaelli. “Parleremo di temi che riguardano tutta la cittadinanza: accesso al lavoro, crisi abitativa, welfare. Le persone LGBTQIA+ non sono solo persone LGBTQIA+. Sono lavoratori, studenti, cittadini. Quando parliamo di diritti parliamo del futuro della città nel suo insieme”.

L'articolo Milano Pride 2026, il corteo e le piazze per i diritti lgbt. E ancora senza il patrocinio della Regione Lombardia: “Silenzio assordante” proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌