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Omicidio di Willy Monteiro Duarte, Gabriele Bianchi condannato all’ergastolo nel processo di appello ter

8 June 2026 at 19:39

L’appello ter del processo a Gabriele Bianchi, l’uomo che insieme al fratello Marco massacrò di botte, uccidendolo, il 21enne Willy Monteiro Duarte, ha stabilito definitivamente la condanna all’ergastolo. Il lottatore di Mma era stato condannato in primo grado, così come il fratello, al carcere a vita, pena che era scesa a 24 di anni nel primo procedimento di appello grazie alla decisione dei giudici di concedere le attenuanti generiche. Nell’appello bis, invece, Marco Bianchi era stato condannato all’ergastolo, mentre Gabriele a 28 anni di reclusione.

Il nuovo processo di appello si è celebrato dopo il rinvio disposto dalla Cassazione lo scorso novembre per ridiscutere proprio le attenuanti per Gabriele Bianchi, mentre per Marco la condanna all’ergastolo era già definitiva. La Seconda Corte di Assise di Appello di Roma ha deciso di accogliere le richieste del pm Francesco Brando e del pg Carlo Lasperanza che chiedevano l’ergastolo. Inoltre, la Cassazione con la prima pronuncia aveva già riconosciuto la responsabilità penale per tutti gli imputati per omicidio volontario e reso definitive le condanne per gli altri due imputati, 23 anni per Francesco Belleggia e 21 anni per Mario Pincarelli.

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“L’Occidente è morto a Gaza”: le storie di resistenza dalla Striscia che i media non vogliono più raccontare

8 June 2026 at 14:50

Una manciata di toccanti e risolute storie di resistenza umana da Gaza che i giornali non vogliono più raccontare. “L’Occidente è morto a Gaza” (Solferino), sottotitolo ancor più pregnante Israele e Palestina: il sonno della ragione, scritto dalla giornalista italo-egiziana Randa Ghazy, squarcia ulteriormente il velo sullo sterminio di inermi e innocenti in corso a Gaza (e “a breve in Cisgiordania”, viene suggerito tra le pagine del libro) scolpendo nella pietra della storia le testimonianze dirette, di ogni età e sesso, dell’impossibile quotidianità gazawa. In mezzo alle macerie di uno spazio politico che viene ogni giorno sistematicamente e militarmente annientato, metro dopo metro, casa dopo casa, ci sono, tra gli altri: Yusef, il ragazzino rapper che adorava il Real Madrid, morto con una pallottola a farfalla – “che si frantuma all’impatto polverizzando tessuti, arterie ed ossa” – conficcata nella schiena sparata da un cecchino israeliano; Bushra, una giovane palestinese vissuta sempre in Europa che si innamora via social di Hisham, un giovane gazawi che non potrà mai uscire dalla Striscia; oppure Hani, diventato giornalista suo malgrado, ostaggio sotto gli orrori delle bombe del territorio occupato che non risparmiano nessuno, per testimoniare l’invisibile e volontariamente nascosta (spoiler: non ci fa una bella figura nemmeno il New York Times) distruzione di Gaza.

Per ogni storia, per ogni donna e uomo che incredibilmente resiste, senza mai sconfortarsi, senza retrocedere un centimetro, Ghazy ne dipinge un ritratto a tutto tondo, di sincera e prossima umanità, evidenziando in ogni capitolo, dati alla mano, il genocidio di un popolo e ancor di più le ragioni politico-culturali e le pratiche comunicative dell’occultamento del criminale agire israeliano. “Quante volte ci siamo sentiti dire che Israele è l’avamposto dei nostri valori occidentali o l’unica democrazia del Medio Oriente, così a giustificare nel corso degli anni la repressione del popolo palestinese?”, si è chiesto Peter Gomez, direttore del FattoQuotidiano.it, durante l’ultimo Salone del Libro di Torino presentando il libro di Ghazy. “Noi europei, e gli occidentali in genere, vivono innanzitutto in una sorta di peccato originale: gli ebrei nei campi di concentramento ce li abbiamo messi noi. Un peccato originale in virtù del quale, anche noi italiani, chiudiamo gli occhi su Gaza”.

Gomez ha così analizzato quello che ritiene la grande finzione da cui tutto ha origine: la tesi secondo cui l’Europa abbia radici giudaico cristiane. “E allora perché non Zeus e Giove? Le radici europee e occidentali non sono quelle, ma risiedono nella rivoluzione francese. L’Europa è figlia del secolo dei lumi, dove si consentiva l’ateismo o di credere in un dio o un altro, come del resto cita anche la costituzione americana. Le radici cristiane dell’Europa volevano dire potere temporale della Chiesa, dimenticando che la Chiesa fino al Concilio Vaticano II considerava gli ebrei come “perfidi giudei”. Quando dopo un mese circa dal 7 ottobre 2023 io, e pochi altri, abbiamo detto ‘ma non vedete cosa sta succedendo a Gaza’ e che quella israeliana non è una guerra contro Hamas ma una vendetta, mi sono sentito dare all’antisemita. Ma come? Io sono per gli esseri umani”.

Il tema del “vittimismo collettivo” e dell’ “infallibilità morale” israeliani costruiti socialmente sotto quintali di retorica educativa dell’Holocaust upbringing (“che permette di giustificare ogni male fatto ai palestinesi”) nelle scuole e nella cultura ebraica è centrale nelle analisi dell’autrice del libro. “Una sorta di esclusiva del dolore e del vittimismo, che ha permesso di trasformare lo Stato di Israele in una specie di divinità” – scrive Ghazy citando il collega Peter Beinart-, “un approccio che ha soprattutto reso impossibile essere critici nei confronti dello stato di Israele”. L’autrice, seguendo il ragionamento di Elian Wizman, professore di relazioni internazionali alla London South Bank University, affianca il celebre concetto coniato da Hannah Arendt della “banalità del male” all’agire dei soldati israeliani “che saccheggiano case di palestinesi sfollati, ridono mentre lanciano le bombe e postano su TikTok video in cui deridono le vittime”. Infine rifacendosi al professore Roberto De Vogli, Ghazy scrive: “De Vogli dice, con parole forti che non temono giudizi: “Quando il mondo verserà per Hind Rajab le stesse lacrime che ha pianto per Anna Frank forse inizierà a decolonizzare la propria memoria e la propria empatia”.

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Le sedie coltivate nel terreno e vendute a 80mila euro: il bosco dei “mobili viventi” fa discutere

8 June 2026 at 13:20

Nel Derbyshire, in Inghilterra, i mobili non vengono tagliati, assemblati o incollati: vengono seminati e coltivati. Gavin e Alice Munro hanno trasformato un piccolo appezzamento agricolo nel “Chair Orchard” (il Frutteto delle Sedie), un terreno in cui le sedute crescono direttamente dalla terra. Questo processo di bio-design, che necessita di tempi di attesa fino a dodici anni per la realizzazione di un singolo esemplare, porta alla creazione di sculture viventi prive di chiodi e colle, battute oggi sul mercato dell’arte contemporanea per cifre che sfiorano i 90.000 dollari (circa 80.000 euro). A documentare i dettagli del progetto è l’Agi, che ricostruisce la vicenda riprendendo le dichiarazioni rilasciate dalla coppia al Washington Post.

L’intuizione ospedaliera e la critica al design industriale

La scintilla creativa alla base dell’azienda agricola affonda le radici nell’infanzia di Gavin Munro. A sette anni, costretto a lunghi ricoveri ospedalieri per curare la scoliosi e la sindrome ossea di Klippel-Feil, il bambino passava il tempo osservando i bonsai del giardino di famiglia. Uno di questi, cresciuto in modo irregolare, assunse la sagoma di un trono. Anni dopo, intraprendendo gli studi di design del mobile, quell’immagine si è unita a una profonda critica ai metodi produttivi contemporanei. Come riportato dal Washington Post, Munro ha individuato un’assurdità di fondo nel settore: il metodo standard prevede di abbattere alberi cresciuti per decenni, ridurli in frammenti e incollarli in forme che nel tempo tenderanno ad allentarsi. La sua riflessione si è tradotta in un cambio di paradigma: plasmare l’albero direttamente durante la sua crescita naturale per creare oggetti solidi e secolari.

Il metodo produttivo: tagli a ceduo e innesti guidati

La produzione, avviata con la moglie Alice (esperta di orticoltura), non utilizza la forza ma sfrutta antiche tecniche agricole come il taglio a ceduo, l’innesto e l’intreccio. Il ciclo produttivo inizia piantando un alberello (salice, quercia, frassino o ciliegio) e lasciandolo radicare indisturbato per circa cinque anni. Successivamente, la pianta viene tagliata fino al ceppo. Questa operazione stimola la produzione di nuovi germogli, ancora estremamente flessibili, che vengono guidati attorno a un’intelaiatura che riproduce la forma di una sedia capovolta. I rami superflui vengono eliminati, mentre altri vengono innestati tra loro per fondersi in una struttura portante unica. I Munro non utilizzano chiodi né colle, ma si limitano a praticare piccole incisioni mirate sulla corteccia per suggerire alla pianta la direzione di sviluppo. Per completare la crescita servono dai sei ai dodici anni, a cui segue un intero anno di essiccazione al chiuso e un accurato lavoro di levigatura.

Dai prototipi calpestati al MoMA di San Francisco

L’evoluzione del “Chair Orchard” ha richiesto decenni di test e fallimenti. I primi esperimenti, avviati nel 2006, sono stati vanificati dalla scarsa esposizione solare e dalle mandrie di mucche che calpestarono i germogli. La svolta è arrivata nel 2008 con l’affitto di un nuovo campo e la piantumazione di 3.000 alberi. A causa delle variabili climatiche britanniche e degli errori di percorso, fino a oggi i Munro hanno prodotto circa quindici prototipi. Un numero ristretto che ha però attirato l’attenzione del design globale: le sedie sono state esposte in Asia e negli Stati Uniti, e un esemplare è stato acquisito dalla collezione permanente del San Francisco Museum of Modern Art. Attraverso le gallerie londinesi, numerosi pezzi sono stati venduti a collezionisti privati.

Il lancio dell’accademia di bio-design

Nonostante l’esclusività delle loro opere, i due designer hanno confessato al Washington Post un dettaglio singolare sulla loro quotidianità: in casa non possiedono nemmeno una delle loro sedie. Il motivo è strettamente pratico, poiché la loro cagnolina Doris finirebbe per trasformarle in uno spuntino. L’obiettivo a lungo termine dei Munro è ora la condivisione delle competenze. Entro la prossima primavera, la coppia inaugurerà un’accademia di “citizen science”, strutturata per insegnare queste tecniche di bio-design al grande pubblico. L’intento di Gavin e Alice non è brevettare un segreto industriale, ma fornire gli strumenti affinché chiunque, avendo a disposizione un pezzo di terra, possa coltivare autonomamente i propri arredi assecondando i ritmi naturali della vegetazione.

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Maeve ed Estasi americana: così la penna disturbante di CJ Leede racconta il crollo dell’Occidente

8 June 2026 at 06:35

C’è un’America che non finisce mai di morire, che continua a ballare sui propri resti con una ferocia che toglie il fiato. È l’America delle luci chimiche, dei centri commerciali eretti come cattedrali del nulla e delle villette a schiera dove il perbenismo nasconde abissi di repressione. In questo panorama di macerie morali e sogni andati a male, la casa editrice Mercurio ha calato un asso che scotta: CJ Leede. Con la complicità di una traduzione impeccabile e vibrante firmata da Gaja Cenciarelli, arrivano sugli scaffali italiani Maeve ed Estasi americana, due romanzi che non chiedono permesso, ma entrano in casa vostra a calci, pronti a fare a pezzi ogni residuo di pudore borghese.

Partiamo da Maeve. A Los Angeles la finzione è l’unica moneta che circoli davvero. Maeve, la protagonista, lavora in un parco divertimenti: è la Regina di Ghiaccio, l’idolo dei bambini. Ma sotto il costume batte il cuore di una predatrice che di notte scivola lungo la Sunset Strip su una Mustang rosa del ’67. Il dispositivo narrativo è chiaro: il contrasto tra l’innocenza del ruolo pubblico e la scia di distruzione privata. Qui Leede gioca con il luogo comune della Città degli Angeli – il neon, i cocktail bar, la vacuità dei Red Carpet – e lo fa con una consapevolezza tale che il cliché smette di essere noioso per diventare un’arma affilata.

Maeve non è una vittima delle circostanze, né una final girl che attende il suo turno per piangere. È una forza della natura, un vertice di distruzione che venera il corpo malato della nonna Tallulah come un feticcio pagano. Il libro è stato giustamente definito un American Psycho contemporaneo al femminile. Ed è qui che arriva la nota dolente, ma necessaria: se la prima parte del romanzo è un’allucinazione magnetica, la seconda perde un po’ di mordente. Leede si appoggia troppo pesantemente alle lezioni di Bret Easton Ellis. La celebre scena della tortura col topo, presa di peso dal capolavoro di Ellis, sa di già visto e rischia di trasformare l’omaggio in scopiazzatura.

Eppure, nonostante queste incertezze da esordiente e un finale meno incisivo di quanto ci si aspetterebbe, Maeve resta un pugno nello stomaco formidabile, un’indagine sporca sul desiderio che non conosce confini.

Ma è con Estasi americana che Leede compie il vero salto nel buio, spostando il baricentro dal glamour marcio di Hollywood al cuore nero del Midwest. Qui l’autrice immagina una variante virale che trasforma gli infetti in macchine carnali, travolti da una psicosi sessuale che dissolve ogni freno inibitore. Al centro della tempesta c’è Sophie Allen, sedici anni, cresciuta in una prigione di fanatismo cattolico e sensi di colpa.

Se Maeve era un noir psicotropo, Estasi americana è un horror sociologico di rara potenza. Il virus non è che l’innesco per far esplodere le contraddizioni di una società che ha trasformato il corpo femminile in un campo di battaglia politico e religioso. Mentre il Paese brucia e gruppi estremisti cavalcano il caos in nome di un Dio crudele, Sophie intraprende un viaggio di formazione che è anche un esorcismo contro la vergogna. Qui il desiderio non è più peccato, ma l’unica via di fuga verso una libertà che somiglia a un incubo, ma che almeno è vera.

Leede ha il merito di non distogliere mai lo sguardo. Racconta la violenza, la lussuria e l’individualismo di un’America tribale con una prosa che non concede sconti. La cura di Gaja Cenciarelli nella resa italiana restituisce perfettamente la sporcizia e la poesia di questi testi, mantenendo intatta quella sensazione di vertigine infuocata che attraversa entrambi i volumi.

Leggere CJ Leede è un’esperienza disturbante. Ti costringe a guardare nell’abisso delle tue pulsioni più spaventose, ricordandoti che la civiltà è solo una sottile pellicola pronta a lacerarsi al primo morso. Non sono letture per tutti: c’è tortura, c’è violenza sessuale, c’è un nichilismo che non offre redenzione facile. Ma se cercate una voce che sappia raccontare il crollo dell’Occidente con la stessa lucidità di un chirurgo che opera senza anestesia, allora questi sono i libri che stavate aspettando.

Un debutto e una conferma che ci consegnano una delle autrici più estreme e necessarie degli ultimi anni. Benvenuti nel bellissimo incubo di CJ Leede. Fatevi del male, ne varrà la pena.

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Rapirò Gianfranco Zola: il libro di Marco Cattaneo su Fabrizio Maiello riesce in un’impresa rara

8 June 2026 at 05:50

È un peccato che Jean-Luc Godard e Jean-Paul Belmondo non siano più vivi, perché avrebbero potuto raccontare perfettamente la storia di Fabrizio Maiello. O forse è meglio così. Perché nella loro versione il finale sarebbe stato amaro, autodistruttivo, condannato alla fierezza tragica di certi personaggi francesi. Questa storia invece appartiene a un altro approdo narrativo: non al fatalismo romantico da Nouvelle Vague, ma alla redenzione tormentata di un personaggio di Dostoevskij.

Rapirò Gianfranco Zola di Marco Cattaneo (De Agostini) è un libro che riesce in un’impresa rara: prendere una vicenda da cronaca nera e trasformarla in un rocambolesco Bildungsroman, senza mai scadere nel moralismo o nel compiacimento strappalacrime. Cattaneo, che molti conoscono per la sua capacità di governare con disinvoltura il caos narrativo da lui stesso creato nelle dirette e nelle improvvisazioni di Elastici (la trasmissione più libera e folle, da lui condotta, del bellissimo format Cronache di Spogliatoio), declina qui la stessa sapiente mercurialità per raccontare una storia piena di svolte improvvise, beffe karmiche tragiche e agnizioni commoventi.

Il ritmo resta sempre controllato, anche quando il materiale rischierebbe continuamente di scivolare nella retorica (forse la vicinanza in studio con Fabrizio Biasin e la sua memorabile rubrica su “I poveri soldati” è servita da potente antidoto).

In questo frangente, la materia da trattare è preziosa quanto fragile. Fabrizio Maiello era un talento purissimo. A Monza, da bimbo, lo chiamavano “il Brasiliano”, per l’imprevedibilità nei dribbling e la leggerezza con cui gli riuscivano le giocate più difficili col pallone ai piedi. L’aura della promessa, gli allenamenti a cui sacrificare le distrazioni adolescenziali, il padre che con inquietante profezia gli addita a monito il carcere accanto allo stadio, prefigurando le sliding doors di un’esistenza romanzesca.

Poi arriva il ginocchio distrutto. Fine della carriera. E inizio dell’avventura criminale. Cominciano le rapine, la droga, il carcere. Ma il libro evita accuratamente la scorciatoia sociologica. Non cerca alibi, né costruisce santini. Mostra semplicemente un uomo che precipita e che, a un certo punto, smette di distinguere fra rabbia e destino. La svolta avviene il 31 ottobre 1994. Maiello organizza il sequestro di Gianfranco Zola. Un miliardo di lire di riscatto. Autogrill, appostamento, fuga: sembra la scena di un noir anni ‘70, di quelli amati da Tarantino.

Poi succede qualcosa che manda in cortocircuito tutto il piano, la macchina narrativa, il destino stesso.
Zola si avvicina, sorride e dice: “Ciao ragazzi”. Maiello, con la pistola nascosta dietro alla schiena, davanti alla disarmante umanità del suo idolo sportivo decide di non rapirlo. Spiazzato e commosso, gli chiede un autografo sulla carta d’identità. Gesto dalla potenza simbolica rivelatoria: la firma del campione che Maiello sarebbe potuto essere sul simulacro formale della sua identità smarrita.

L’autentica redenzione arriverà dopo, nell’OPG di Reggio Emilia, quando Maiello usa il proprio carisma da “Maradona delle carceri” (da anni era divenuto una “star” per i suoi palleggi da record senza far cadere mai la palla) per difendere un detenuto disabile continuamente bullizzato e umiliato dagli altri internati. È quello il passaggio decisivo della sua vita: non il crimine mancato, ma la scelta di sacrificare se stesso per proteggere qualcuno di ancora più fragile, che deciderà di accudire come un fratello bisognoso di cure quotidiane. Una storia talmente incredibile da essere assolutamente vera (non solo il contrario).

Forse, non è un caso che abbia incontrato questa storia grazie a quella che Jung avrebbe definito “sincronicità”. Ero a Milano per lavoro, dovevo incontrarmi con Giuseppe Pastore e Ilaria Mencarelli (ritorno a segnalare ai cinefili il loro interessante podcast Noodles), mi invitano alla presentazione del libro, temo di non poter fare in tempo ma… scopro che l’evento si sarebbe tenuto nello stesso edificio in cui già mi trovavo: con uno straniante effetto alla Inception, sono stato catapultato dentro la redazione di Cronache di Spogliatoio, incontrando dal vivo Siani, Pastore, Cattaneo, ovvero le voci che tutti i giorni mi parlano nelle cuffie, da fedele ascoltatore di Cronache, come già raccontai su queste colonne.

E poi ho incontrato Fabrizio Maiello. Stringergli la mano e guardarlo negli occhi è stata un’emozione che porterò dentro di me per molto tempo.

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