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Xi vola in Corea del Nord: perché la Cina ha “bisogno” di Kim (e cosa c'entra Putin)

Le indiscrezioni degli ultimi giorni hanno trovato conferma: Xi Jinping effettuerà un viaggio di Stato in Corea del Nord l'8 e il 9 giugno. Si tratta del primo viaggio dell'anno all'estero del leader cinese, che volerà a Pyongyang per incontrare Kim Jong Un e affrontare alcuni dei dossier più caldi. In cima all'agenda di Pechino troviamo la questione nucleare. Già, perché mentre il presidente nordcoreano continua a ripetere di voler rafforzare il proprio arsenale militare, considerando le armi atomiche il cuore del riarmo nazionale, Xi teme il rischio di un'escalation che possa compromettere il dialogo in corso con Donald Trump. Il Dragone cercherà poi di recuperare terreno nelle “amicizie” del governo nordcoreano dopo che Kim ha stretto solidi rapporti con la Russia di Vladimir Putin.

Perché Xi vola da Kim

L'ultima trasferta nordcoreana di Xi risale a sette anni fa. "Entrambe le parti sfrutteranno la visita come un'opportunità per promuovere un maggiore sviluppo delle relazioni tra Cina e Corea del Nord, al passo con i tempi", ha spiegato il portavoce del ministero cinese degli Esteri, Mao Ning, durante una conferenza stampa. Ricordiamo che 65 anni fa Pechino e Pyongyang hanno firmato un trattato di cooperazione e mutua assistenza, vincolandosi legalmente a fornire all'altro supporto militare in caso di attacco. Con il passare del tempo, soprattutto dopo la pandemia di Covid, il governo nordcoreano si è tuttavia avvicinato maggiormente alla Russia tra l'invio di aiuti militari al Cremlino per la guerra in Ucraina e un incremento degli scambi commerciali.

La Federazione Russa è partner della Cina, ma il messaggio che Xi vuole inviare al mondo intero, in primis agli Stati Uniti e poi anche allo stesso Putin, è che il Dragone resta ancora oggi l'attore principale nella questione nordcoreana. I servizi ferroviari passeggeri tra Pechino e Pyongyang sono ripresi a marzo, dopo una sospensione di sei anni dettata dalla pandemia, e Air China ha riavviato i voli tra le due città. Le prenotazioni sono però ancora limitate ad alcuni viaggiatori d'affari e studenti (ancora esclusi i turisti cinesi).

Per quanto riguarda la Corea del Sud, Seoul considera il viaggio di Xi esclusivamente come uno scambio bilaterale di alto livello, non allineato a Mosca. "Non interpretiamo questo come una mossa coordinata dei tre Paesi, né siamo certi di come possa essere collegata al vertice tra Stati Uniti e Cina", ha affermato un funzionario della Casa Blu a Reuters. Attenzione però, perché l'imminente vis a vis tra Xi e Kim segue gli incontri che il leader cinese ha avuto con Trump e Putin: un chiaro segnale che esiste un filo rosso che collega la partita coreana al Cremlino e pure a Washington.

La missione cinese e il gioco a tre con la Russia

Il New York Times ha scritto che durante la sua visita a Pyongyang, Xi si troverà di fronte a un Kim rinvigorito, "la cui alleanza con la Russia ha ridotto la sua dipendenza dalla Cina". Dal punto di vista di Pechino, il leader cinese potrebbe sfruttare la trasferta nordcoreana per proiettare verso l'esterno l'immagine di un fronte unito sino-russo-nordcoreano da contrapporre all'Occidente. C'è però un'altra lettura da non trascurare. Il Dragone vorrebbe riaffermare la propria influenza su un vicino che si è avvicinato al Cremlino.

E la Corea del Nord cosa avrebbe da guadagnare? Qualora Kim riuscisse a mantenere un equilibrio tra Russia e Cina, Pyongyang potrebbe sentirsi ancora meno vincolata nel portare avanti il suo programma di armi nucleari. Questo, va da sé, potrebbe destabilizzare una regione in cui gli alleati degli Stati Uniti sono già preoccupati per il rafforzamento militare della Cina e per la capacità di Washington di onorare i propri accordi di Difesa.

"Non c'è dubbio che i cinesi siano preoccupati per quanto si stiano avvicinando i rapporti tra Corea del Nord e Russia", ha affermato al Nyt John Delury, storico dell'Asia nord-orientale e ricercatore senior presso l'Asia Society di Seul. "Questo viaggio contribuisce a scongiurare in qualche modo tale avvicinamento ed è un modo per Xi di reinserirsi nella questione", ha concluso l'esperto.

Una nuova "guerra" nel Triangolo d'oro: cosa c'è dietro la crociata asiatica al narcotraffico

Il Triangolo d'oro torna al centro delle preoccupazioni internazionali. L'area montuosa al confine tra Myanmar, Laos e Thailandia, da decenni considerata uno dei principali hub mondiali per la produzione e il traffico di droga, è oggi teatro di una nuova offensiva regionale contro i cartelli criminali. A spingere quattro governi asiatici verso una cooperazione più stretta è la crescita del mercato locale delle droghe sintetiche, che continua ad alimentare reti transnazionali sempre più sofisticate. Ecco che cosa sta succedendo nel cuore dell’Asia.

La crociata asiatica contro il narcotraffico

Secondo quanto riportato da Vietnam News, Vietnam, Cina, Laos e Myanmar hanno avviato una campagna congiunta di tre mesi per contrastare il traffico di stupefacenti lungo le frontiere condivise. L'iniziativa, che prenderà forma tra giugno e settembre, prevede operazioni coordinate di controllo, indagini transfrontaliere e un rafforzamento dello scambio di informazioni tra le forze di sicurezza dei quattro Paesi.

Le autorità intendono colpire non soltanto il trasporto delle sostanze illegali, ma anche le filiere che alimentano la produzione di metanfetamine e altre droghe sintetiche. Particolare attenzione sarà riservata ai precursori chimici, elementi fondamentali per la fabbricazione degli stupefacenti e spesso oggetto di traffici paralleli che attraversano diversi Stati asiatici.

Negli ultimi anni le organizzazioni criminali hanno infatti adattato le proprie strategie, sfruttando la fragilità di alcune aree di confine e le difficoltà dei governi nel controllare territori remoti. Un rapporto dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) pubblicato nel 2025 ha evidenziato un aumento del 18% dei sequestri di droghe sintetiche nell'Asia orientale e sud-orientale rispetto all'anno precedente, confermando come il Triangolo d'oro resti uno dei principali centri di produzione mondiale.

Cosa succede nel Sud Est Asiatico

Dietro questa nuova offensiva non c'è soltanto la volontà di ridurre il traffico di droga, ma anche la necessità di contenere l'influenza economica e militare delle organizzazioni criminali che prosperano soprattutto nelle aree più instabili del Myanmar (dove, lungo il confine con la Thailandia, sono diffuse anche le cosiddette Scam Cities).

Dopo il colpo di Stato del 2021 e il successivo deterioramento della situazione interna, diverse zone del Paese sono finite sotto il controllo di gruppi armati e milizie locali, creando condizioni favorevoli per le attività illecite.

La situazione è dunque delicatissima. Anche perché i proventi del narcotraffico contribuiscono a finanziare reti criminali che operano oltre i confini nazionali e che spesso intrecciano i propri interessi con quelli di gruppi armati presenti sul territorio. La cooperazione tra Hanoi, Pechino, Vientiane e Naypyidaw rappresenta quindi un tentativo di affrontare il problema alla radice, colpendo sia le strutture logistiche sia le fonti di finanziamento delle organizzazioni coinvolte.

Resta però da capire se la nuova strategia riuscirà a produrre risultati duraturi in una regione dove il narcotraffico continua a dimostrare una notevole capacità di adattamento.

"Minaccia del terrorismo in aumento": che cosa succede in Africa

L’Africa sta tornando a essere il principale epicentro della minaccia jihadista globale. Dall’area del Corno d’Africa fino alla fascia del Sahel, gruppi affiliati ad al-Qaeda e allo Stato Islamico stanno ampliando la propria presenza, approfittando dell’instabilità politica, della debolezza delle istituzioni e delle difficoltà economiche che caratterizzano molte regioni del continente. L’allarme è stato lanciato dal Center for Strategic and International Studies (CSIS), che nel suo rapporto annuale sulla sicurezza globale definisce il terrorismo africano come una delle maggiori incognite per gli equilibri internazionali nei prossimi anni.

L’espansione del terrorismo in Africa

A differenza di quanto avviene in Medio Oriente, molte organizzazioni jihadiste africane stanno attraversando una fase di crescita, sia in termini di uomini che di capacità operative e risorse finanziarie. Come ha spiegato nel dettaglio il portale Defence News, numerosi gruppi estremisti sono infatti riusciti ad aumentare il controllo di vaste aree territoriali e a sfruttare nuove tecnologie per rafforzare le proprie attività.

L’impiego di droni, sistemi senza pilota e strumenti basati sull’intelligenza artificiale sta modificando le modalità operative delle organizzazioni terroristiche, rendendole più flessibili e difficili da contrastare. Tra le realtà più pericolose troviamo Al-Shabaab, il movimento affiliato ad al-Qaeda attivo soprattutto in Somalia, considerato dagli esperti il gruppo terroristico più strutturato del continente.

Pur concentrando gran parte delle proprie azioni nell’Africa orientale, l’organizzazione mantiene la capacità di colpire interessi occidentali nella regione. Parallelamente cresce il peso dello Stato Islamico nell’Africa occidentale, in particolare attraverso l’Islamic State West Africa Province (ISWAP), attivo tra Nigeria, Niger e bacino del Lago Ciad. Secondo i dati raccolti dall’ACLED, quasi l’80% delle attività riconducibili all’ISIS registrate nei primi undici mesi del 2025 si è verificato in Africa, con un aumento di circa il 50% rispetto all’anno precedente.

Un contesto complicato

La crescita di queste organizzazioni coincide con un’altra tendenza: la riduzione della presenza militare occidentale in diverse aree africane. Negli ultimi anni, infatti, gli Stati Uniti hanno mantenuto operazioni mirate contro i gruppi jihadisti in Somalia e Nigeria, ma hanno contemporaneamente ridimensionato in modo significativo il proprio dispiegamento sul continente.

Secondo fonti del comando AFRICOM, il numero delle forze statunitensi presenti in Africa si è ridotto drasticamente, con conseguenze rilevanti sulla capacità di raccolta delle informazioni e di monitoraggio delle minacce emergenti. Il comandante dell’AFRICOM, generale Dagvin Anderson, ha recentemente parlato davanti al Congresso americano di un vero e proprio “vuoto informativo” creatosi dopo il ritiro di truppe e partner internazionali da alcune aree strategiche.

Ebbene, in uno scenario del genere le organizzazioni jihadiste possono consolidare ulteriormente la propria influenza, sfruttando il deterioramento della sicurezza in Paesi già fragili. Sotto i riflettori è dunque finita la crescente capacità operativa dei gruppi africani, che oggi rappresenta una sfida sempre più rilevante per la sicurezza internazionale. Per molti osservatori, il futuro della lotta al terrorismo passerà proprio dall’Africa.

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