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Morti tre cani al World Dog Show di Bologna: chiusi nel furgone per ore senza cibo e acqua. Due persone sono state denunciate per maltrattamento di animali
Dovevano partecipare alle esposizioni canine del World Dog Show, l’importante manifestazione internazionale in corso presso il quartiere fieristico di Bologna fino a domenica, ma sono stati invece lasciati per ore rinchiusi in due furgoni, senza acqua né cibo. La notizia è stata riportata dall’edizione bolognese del quotidiano Il Resto del Carlino.
Un epilogo drammatico quello che ha coinvolto sei cani, vittime di quello che si configura come un grave caso di maltrattamento animale. Alla scoperta della situazione, uno degli animali era già privo di vita all’interno dei mezzi. Gli altri, in condizioni critiche, sono stati immediatamente trasportati presso una clinica veterinaria di Ozzano dell’Emilia, dove però altri due esemplari non hanno retto e sono deceduti nelle ore successive.
Le autorità competenti hanno provveduto a denunciare due espositori — un cittadino italiano e uno straniero, entrambi proprietari dei cani — con l’accusa di maltrattamento di animali.
A chiamare i militari sono stati gli stessi organizzatori della fiera: i furgoni, secondo quanto ricostruito, sono arrivati al mattino intorno alle 6.30 e sono stati parcheggiati nel cortile del distretto fieristico. I proprietari si sono allontanati lasciando nei container i cani. Dopo ore hanno riaperto le porte. I tre animali morti erano dei Drahtthaar, cani da ferma tedeschi.
Stefano Vaccari, deputato Dem della commissione Agricoltura e segretario di Presidenza della Camera ha commentato: “La morte di tre cani lasciati all’interno di furgoni parcheggiati sotto il sole durante il World Dog Show di Bologna, organizzato dall’Enci, è un fatto sconvolgente e gravissimo, incompatibile con i principi di tutela animale che dovrebbero essere alla base di ogni manifestazione cinofila. Occorre accertare immediatamente tutte le responsabilità, individuali e organizzative, verificando eventuali omissioni nei controlli, carenze nei protocolli di sicurezza e nella vigilanza. Per questo presenterò un’interrogazione parlamentare al ministro Francesco Lollobrigida affinché riferisca urgentemente sull’accaduto, sulle iniziative che intende assumere e sul sistema di vigilanza esercitato nei confronti dell’Enci anche a tutela della maggioranza dei cinofili ed allevatori che si comportano in modo corretto”.
E ancora: “Chiederò inoltre al ministro per quale motivo continui a mantenere un atteggiamento di sostanziale inerzia nei confronti dell’Enci nonostante le vicende che negli ultimi mesi hanno coinvolto l’ente e che risultano all’attenzione delle procure. La morte di tre cani non può essere archiviata come una fatalità ma servono verità, responsabilità e misure immediate perché tragedie simili non si ripetano mai più”.
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- “Rapito, ucciso e poi mangiato”: il cane influencer Chutou scompare nel nulla mentre il proprietario è all’estero, poi la scoperta choc
“Rapito, ucciso e poi mangiato”: il cane influencer Chutou scompare nel nulla mentre il proprietario è all’estero, poi la scoperta choc
Si chiamava Chutou ed era un Border Collie di otto anni diventato una piccola celebrità online. Con oltre 1,5 milioni di follower su Douyin, la versione cinese di TikTok, non era soltanto un animale domestico, ma un vero e proprio “compagno di viaggio digitale” seguito da una vasta community. Accanto al suo proprietario, conosciuto sui social come Guo, aveva attraversato la Cina raccontando una vita nomade fatta di paesaggi estremi, tende montate ovunque e lunghe giornate in viaggio. Negli ultimi giorni, però, la sua storia ha preso una piega drammatica che ha lasciato sotto shock il pubblico. Mentre Guo si trovava all’estero per un viaggio in solitaria, il cane era rimasto nella casa di famiglia, affidato al padre. È lì che, secondo quanto ricostruito, l’11 maggio Chutou sarebbe stato portato via da due persone riprese dalle telecamere di sicurezza. Le immagini mostrano i sospetti allontanarsi in bicicletta elettrica con il cane.
Dopo giorni di tentativi, Guo riesce a rintracciare un uomo che ritiene coinvolto nel furto e gli propone una somma di denaro per riavere il cane. L’uomo, però, sostiene di averlo trovato e di averlo seguito spontaneamente, una versione che non convince il proprietario, anche perché Chutou indossava collare e dispositivo GPS. Poco dopo arriva la notizia più dura da accettare: il cane sarebbe stato venduto a un ristorante per una cifra irrisoria e successivamente ucciso e consumato.
La battaglia legale di Guo
Il proprietario si è rivolto anche al personale del ristorante nella speranza di recuperare almeno qualche traccia del cane, ma avrebbe scoperto che non era rimasto nulla: anche il pelo sarebbe stato gettato via. A questo punto Guo ha deciso di procedere per vie legali, denunciando il caso alle autorità.
La situazione è complessa anche dal punto di vista giuridico: in Cina il furto è punibile solo oltre una certa soglia di valore economico, e stabilire quello di un animale domestico, soprattutto uno famoso sui social, non è semplice. Inoltre, il riconoscimento del danno emotivo non è sempre previsto in modo diretto.
La vicenda ha riacceso il dibattito sulla tutela degli animali da compagnia nel Paese. Pur essendo stati fatti alcuni passi avanti negli ultimi anni, come l’esclusione dei cani dal catalogo del bestiame in diverse aree urbane e alcuni divieti locali sul consumo di carne di cane e gatto, non esiste ancora una normativa nazionale univoca che protegga pienamente gli animali domestici. Sui social, intanto, migliaia di utenti hanno espresso rabbia e tristezza, ricordando i video di Chutou e la sua vita accanto al proprietario.
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- Diavolo della Tasmania fugge di notte dal parco: scatta la caccia alla femmina “Mary” – IL VIDEO
Diavolo della Tasmania fugge di notte dal parco: scatta la caccia alla femmina “Mary” – IL VIDEO
È scattata una vera e propria caccia a un diavolo della Tasmania fuggito da un parco faunistico della Gold Coast, in Australia. L’animale, una femmina di nome Mary, è riuscito a scappare il 2 giugno da un’area di quarantena del Paradise Country, nello stato del Queensland, facendo perdere le proprie tracce poco dopo la fuga. Le ultime immagini disponibili arrivano dalle telecamere di sorveglianza del parco, che l’hanno ripresa mentre si muoveva da sola in una zona esterna della struttura nelle ore notturne, intorno alle 4 del mattino, prima di scomparire nel nulla.
Da quel momento sono scattate le ricerche da parte dei guardiaparco e delle squadre specializzate nella fauna selvatica, supportate anche da droni con visione termica. Nonostante gli sforzi, l’esemplare risulta ancora disperso e la sua localizzazione non è stata individuata. Mary non viveva in libertà, ma si trovava in quarantena all’interno della struttura zoologica insieme a un altro esemplare, in una fase di osservazione. La sua fuga ha immediatamente attirato l’attenzione dei media locali e delle autorità ambientali, che hanno diffuso avvisi alla popolazione della zona.
Secondo quanto riportato dal “The Guardian” a coordinare le informazioni alla cittadinanza è la direttrice della struttura, Lauren Mousley, che ha descritto l’animale come poco abituato al contatto e potenzialmente schivo. L’appello è chiaro: evitare qualsiasi tentativo di avvicinamento. “Non avvicinatevi all’animale. I diavoli della Tasmania possono reagire in modo aggressivo se provocati o se qualcuno tenta di catturarli”, ha spiegato. Secondo quanto riferito, Mary sarebbe un esemplare timido, che tende a nascondersi in presenza di movimento o disturbo. Proprio questo comportamento rende più complicate le operazioni di recupero, che si stanno concentrando nelle aree boschive e periferiche attorno alla struttura.
Oltre al rischio per la sicurezza pubblica, gli esperti sottolineano anche un possibile impatto sull’ecosistema locale. Il diavolo della Tasmania è infatti un piccolo marsupiale carnivoro, capace di cacciare attivamente e di nutrirsi di diverse specie di fauna selvatica, tra cui piccoli mammiferi e uccelli. Per questo motivo la sua presenza fuori controllo viene monitorata con attenzione, mentre proseguono le ricerche in un’area che si estende ben oltre il perimetro del parco.
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- “Il riarmo mangerà welfare e pensioni o farà salire le tasse. Per inseguire la sicurezza strategica si sacrifica quella sociale”. Il dossier
“Il riarmo mangerà welfare e pensioni o farà salire le tasse. Per inseguire la sicurezza strategica si sacrifica quella sociale”. Il dossier
“Per inseguire una sicurezza strategica basata sul riarmo, all’interno dell’Italia e della UE si rischia di sacrificare la sicurezza sociale”. Questo l’allarme lanciato dal prof. Fabrizio Battistelli, sociologo, nonché presidente e cofondatore di Iriad, l’Istituto di ricerche internazionali di Archivio Disarmo, think tank romano sulla pace, oggi alla presentazione alla Camera dei deputati del rapporto da lui coordinato “Europa: quale difesa?”. Nel report, promosso da Marco Tarquinio, deputato europeo del gruppo dei Socialisti e Democratici eletto da indipendente nelle liste del PD, il professore evidenzia come “l’impegno del 3,5% del Pil solo per la difesa strettamente militare, accettato anche dal governo italiano, è esorbitante. O la presidente del Consiglio se ne rende conto e al vertice Nato che si terrà ad Ankara a luglio recede dall’accordo – spiega Battistelli – o lascia in eredità ai prossimi governi una spesa militare fuori controllo che, se veramente fosse pari al 3,5% del Pil, nel 2035 raggiungerebbe l’astronomica cifra di 83 miliardi e 950 milioni di euro. Insistendo sulla decisione Nato dell’Aja, all’Italia rimarranno soltanto tre possibilità: aumentare ulteriormente il debito pubblico, aumentare le tasse, spostare sul riarmo le risorse per pensioni, istruzione e salute”. L’obiettivo pacifista, indagato nello studio di oltre 100 pagine, è invece l’individuazione di un modello di “difesa europea a due braccia: militare e civile”. “Ho commissionato questo Rapporto ai ricercatori di Archivio Disarmo – ha detto Tarquinio – per l’assoluta qualità del lavoro che portano avanti da tempo e per la necessità, fuori e lontano da semplificazioni e propagande, di fare un serio punto sul processo di riarmo in atto nei singoli Paesi dell’Unione Europea. Un evento niente affatto “comune” e comunitario, più o meno contemporaneo – questo sì, ha aggiunto l’eurodeputato – ma contraddittorio e diseguale, segnato più da competizioni che da collaborazioni tra Stati membri e spesso ammantato da una pesante retorica di riabilitazione della pratica bellica. Un piano che, purtroppo, minaccia di riportarci verso il nostro peggior passato e che si sta sviluppando con affanno, risucchiando fondi ingenti dalle politiche del futuro, quelle sociali e di transizione verde, secondo il disastroso copione imposto alla Ue dalle potenze che hanno riportato la guerra al centro della politica e della vita dei popoli”.
La domanda però resta: come può l’Europa garantire la propria sicurezza senza mettere a rischio il modello sociale che ne rappresenta uno dei pilastri? Lo studio di Iriad affronta uno dei temi centrali del dibattito europeo: la costruzione di una Difesa comune in un contesto internazionale caratterizzato da conflitti armati, tensioni geopolitiche e crescente instabilità. La tesi di fondo è che una politica basata esclusivamente sull’aumento delle spese militari non è sufficiente a rispondere alle sfide della sicurezza contemporanea.
La spesa vale l’impresa?
L’Unione europea dispone già oggi di una spesa militare complessiva tra le più elevate al mondo, seconda soltanto a quella degli Stati Uniti. Eppure, continua a confrontarsi con inefficienze e costi elevati derivanti dalla frammentazione tra gli Stati membri, dalla duplicazione di capacità industriali e dalla scarsa integrazione delle industrie della difesa, evidenzia il rapporto. Da qui la proposta di un modello alternativo basato sulla sicurezza cooperativa e su una difesa comune di tipo federale, capace di superare l’attuale approccio prevalentemente nazionale e intergovernativo. “Si tratta – osserva Marco Tarquinio – di un modello a due braccia, che affianca a una componente militare, orientata alla deterrenza e caratterizzata da una postura esclusivamente difensiva, una componente civile e nonviolenta fondata sulla cooperazione internazionale, sul controllo degli armamenti, sulla prevenzione dei conflitti e sul rafforzamento della resilienza sociale”.
Non solo Rearm Eu
“L’approccio del piano ReArm Europe/Readiness 2030 rimane tradizionale, in quanto solo una parte limitata di esso sostiene progetti industriali comuni, mentre la maggior parte delle azioni intraprese dagli Stati Membri segue un approccio intergovernativo nelle strategie, la spesa viene decisa Stato per Stato e la politica industriale si concentra sui “campioni” nazionali della produzione”, si legge nel report di Iriad. Tra l’altro, stando al rapporto, mentre “le dinamiche economiche, finanziarie e industriali della Difesa europea appaiono inserite in una transizione verso un’economia ormai ‘prebellica’, caratterizzata però da uno uno spazio di manovra fiscale ristretto, nasce il dilemma “burro o armamenti” assume la forma di un vincolo strutturale. L’aumento sincronizzato dei bilanci militari dopo il 2022 è accompagnato da un effetto di spiazzamento nei confronti delle poste di bilancio del welfare (sanità, protezione sociale e istruzione) e da un livello di debito pubblico che limita la capacità degli Stati membri. Allo stesso tempo, la Base Industriale della Difesa della Ue appare come un sistema frammentato in fase di rinazionalizzazione, in cui le esperienze dei gruppi industriali transeuropei (Airbus, KNDS, MBDA) stanno perdendo centralità a favore dei campioni industriali nazionali (una o più aziende leader nel settore armamenti). “In assenza di una drastica revisione del processo di riarmo, inevitabilmente la spesa militare svuoterà lo stato sociale, assorbendo le risorse destinate al welfare, in particolare a sanità e istruzione. Se avverrà ciò verrà compromessa la coesione sociale, intesa come parte integrante della sicurezza complessiva e verrebbe vanificata la stretta interdipendenza che esiste tra sicurezza esterna e sicurezza interna”, sottolinea Battistelli. Per questo il report spiega come “la realizzazione di una vera Difesa europea richiede un avanzamento dell’integrazione politica dell’Unione, il superamento delle attuali frammentazioni decisionali grazie al superamento dell’unanimità e la costruzione di un consenso democratico attorno a un progetto comune. Una sfida che riguarda non solo la capacità dell’Europa di difendersi, ma anche il suo futuro, confermandosi lo spazio di “libertà, sicurezza e giustizia” promesso nel suo patto costitutivo. “In questa prospettiva, la sicurezza non viene considerata soltanto come capacità militare, ma come il risultato dell’interazione tra fattori politici, economici, sociali e tecnologici, conclude Battistelli.
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- “Massacrati in modi barbari, gridano dal dolore. Sono costretti a nuotare nel sangue dei loro familiari”: la denuncia degli ambientalisti sulla mattanza di 706 cetacei alle Isole Faroe
“Massacrati in modi barbari, gridano dal dolore. Sono costretti a nuotare nel sangue dei loro familiari”: la denuncia degli ambientalisti sulla mattanza di 706 cetacei alle Isole Faroe
“Gli animali gridano dal dolore. Intere famiglie vengono massacrate e alcuni animali vengono visti nuotare nel sangue dei loro familiari per ore“. È attraverso le dichiarazioni di Elisa Allen, vicepresidente dei programmi di PETA affidate al quotidiano “The Independent”, che le organizzazioni per la tutela marina descrivono la tradizionale mattanza consumatasi il 27 maggio al largo delle Isole Faroe. In una singola giornata, le acque dell’arcipelago si sono tinte di rosso per l’uccisione di 706 tra balene pilota e delfini dai fianchi bianchi dell’Atlantico, spinti verso le baie poco profonde e abbattuti. Una caccia tradizionale, il “grindadrap“, che la direttrice della campagna locale di Sea Shepherd, Valentina Crast, ha inquadrato in “scene caotiche di estrema crudeltà”, denunciando un prolungamento dell’agonia dei mammiferi direttamente sugli arenili.
I numeri degli abbattimenti
Le autorità locali difendono le operazioni considerandole una tradizione secolare e un metodo di sussistenza alimentare privo di finalità commerciali, in cui carne e grasso vengono distribuiti tra i residenti. Tuttavia, il conteggio effettuato dagli osservatori di Sea Shepherd restituisce le dimensioni di una macellazione massiva: in poche ore sono stati uccisi 402 balene pilota e quattro tursiopi nella capitale Tórshavn, 168 delfini dai fianchi bianchi a Skalabotnur e altri 132 a Hvalvik. Durante le operazioni, due membri dell’equipaggio di Sea Shepherd presenti in veste di osservatori sono stati arrestati dalla polizia. Il fermo è scattato a seguito delle denunce dei cacciatori locali, che li hanno accusati di interferenza, una circostanza che l’organizzazione ambientalista ha formalmente smentito.
L’appello a “The Independent”
Di fronte alle carcasse sventrate e ammassate sulle spiagge dell’Atlantico, le organizzazioni hanno chiesto l’intervento dei governi europei. Elisa Allen ha sollecitato un bando immediato e permanente rivolgendosi direttamente al primo ministro faroese: “Ogni anno, con orrore del resto del mondo, centinaia di balene e delfini vengono massacrati in modi barbari con ami di metallo, che vengono conficcati negli sfiatatoi dei mammiferi spiaggiati prima che vengano tagliate loro le spine dorsali”. Allen ha ribadito a “The Independent” la necessità di fermare la pratica ricordando che “le balene e i delfini sono altamente intelligenti e provano dolore e paura tanto quanto gli esseri umani”.
Le modifiche normative e la carenza di strumenti
Le contestazioni degli attivisti non si limitano alla tradizione in sé, ma sollevano problemi legali e procedurali. L’organizzazione ambientalista OceanCare ha evidenziato come gli abbattimenti del 27 maggio si siano verificati a poche ore di distanza da un voto all’unanimità del parlamento faroese su una specifica modifica normativa. Questa delibera stabilisce che i regolamenti locali sulla caccia prevalgono sulle leggi relative al benessere animale, proteggendo i cacciatori da eventuali procedimenti giudiziari per violazioni di tale natura. Le associazioni denunciano inoltre che, durante le tre battute di caccia, si è registrata una carenza di lance spinali. Si tratta degli unici strumenti specializzati e autorizzati per recidere rapidamente il midollo spinale e limitare i tempi di macellazione. L’assenza di queste attrezzature ha costretto alcuni partecipanti all’uso di lunghi coltelli non regolamentari, incrementando i tempi di abbattimento e le sofferenze inferte agli animali.
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Olhanense conquista primeira Taça do Algarve da sua história
O Olhanense conquistou ontem, quinta-feira, 4 de Junho, a primeira Taça do Algarve de futebol da sua história, ao vencer na final da edição 2025/26 o Imortal, por 1-0, no Estádio Municipal de Portimão.
Daniel Popa foi o autor do único golo da partida, dando o troféu à equipa de Olhão, que assim derrotou a formação de Albufeira, que esta época se sagrou campeã distrital e assegurou a promoção ao Campeonato de Portugal.
Os dois emblemas têm presença confirmada na edição 2026/27 da Taça de Portugal.
O troféu foi entregue por João Pedro Gomes, presidente da Associação de Futebol do Algarve (AFA).
«Uma vitória construída com raça, união e muita ambição. Parabéns a todos os que fazem parte desta família e aos nossos adeptos pelo apoio incansável. Hoje celebramos mais uma página de sucesso na história do clube», destacou o Olhanense, nas suas redes sociais.
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SC Olhanense conquista primeira Taça do Algarve da sua história
O Sporting Clube Olhanense conquistou, esta quinta-feira, a primeira Taça do Algarve Futebol da sua história, ao vencer na final
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- Sempre à Mão
- Festas da Cidade de Olhão regressam ao Jardim Pescador Olhanense com quatro noites de música
Festas da Cidade de Olhão regressam ao Jardim Pescador Olhanense com quatro noites de música
A cidade de Olhão volta a celebrar as tradicionais Festas da Cidade entre os dias 13 e 16 de junho, no Jardim Pescador Olhanense, com um programa musical diversificado e entrada livre para toda a população.
O cartaz deste ano reúne artistas e grupos bem conhecidos do público português, prometendo animar quatro noites de festa junto à zona ribeirinha da cidade.
As celebrações arrancam no dia 13 de junho com o espetáculo “Obrigado Marco”, protagonizado por Luís Guilherme, com atuação marcada para as 22:00. Antes do concerto, o DJ Filipe Martins aquece o ambiente a partir das 18:30.
No dia 14 de junho, sobe ao palco o grupo Al Mouraria, também às 22:00, antecedido pelo DJ Unno.
A animação continua no dia 15 de junho com os Bandidos do Cante, num concerto marcado para as 22:00, depois da atuação do DJ Zoon às 18:30.
O encerramento das Festas da Cidade acontece a 16 de junho com a atuação d’Os Quatro e Meia, uma das bandas mais populares da música portuguesa atual. A noite contará ainda com a presença do DJ Bentz a partir das 18:30.
Com entrada gratuita, as Festas da Cidade prometem voltar a atrair milhares de residentes e visitantes, celebrando a história do concelho, a música e o espírito de festa dos olhanenses.
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Lasciare la quiete di Le Pertuis per un destino inatteso
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La porta del palazzo si aprì sull’atrio risonante. Dalle stanze alte e ombrose spirava una frescura ammuffita che sapeva di oscurità, di bassotto bagnato e di naftalina, una frescura proveniente dai muri di calce impregnati dall’umidità monsonica e dai secchi d’acqua delle domestiche che lavavano le lastre di marmo dei pavimenti lasciando le impronte dei piedi nudi con le dita distanziate. Al piano terra, la vecchia Ms Bill era distesa a letto. Attraverso uno spiraglio della porta avevo intravisto baluginare le lenti dei suoi occhiali e scorto il cuscino bianco su cui poggiava la testa mentre, in balia del sentore umido, seguivo mia zia al piano superiore.
Qui Mr Bill, il figlio di Ms Bill, avviluppato in una vestaglia di seta grigio elefante, il mento fasciato da una benda rosso ciliegia e in testa un cappellino da baseball con scritte gialle su fondo blu, se ne stava sul divano nel suo boudoir televisivo, un’intima stanza piena di poltrone, sedie e sgabelli in palissandro tappezzati di un tessuto ceruleo. Dalle alte finestre di quella piccola sala penetravano il brusio del traffico, gli squilli dei clacson di auto e camion, il clangore dei risciò e le urla dei venditori ambulanti. Nel rondeau del giardino fiorivano le bocche di leone. Mr Bill indossava pantofole a forma di gondola, e i suoi occhi scuri e lucenti fissavano lo schermo di un Hitachi 1080 che, dopo la morte della moglie, aveva sostituito l’altare domestico.
Così com’era, Bhupinder Singh Bill dava a chiunque entrasse l’impressione che quei nuovi riti mattutini gli piacessero più dei precedenti, che per lui lo starsene sdraiato sul divano fosse cosa sacra. Nonostante l’educazione britannica, Mr Bill non si alzò dai cuscini per ricevere mia zia, la vedova di un Lord. Quando Lord Leslie, il quale, per una forma di modestia del tutto incomprensibile a Bhupinder, non aveva mai rivendicato quel titolo magnifico era ancora in vita, Bhupinder non si era mai permesso un simile comportamento, ma ora il Lord era morto, e Mr Bill considerava la zia come qualcosa di completamente inutile, una vedova, per l’appunto.
In passato gli era servita perché poteva presentarla come Lady Leslie. Ma presentare una vedova! Non voleva forse dire presentare una morta? Con Lord e Lady Leslie Mr Bill era solito mettersi in mostra alle feste di nozze sikh, nei golf club, nei bar degli alberghi e ai garden party. Piccolo e disinvolto, faceva la sua comparsa tra gli amici con la coppia elegante, un bicchiere di Johnny Walker nella mano destra, la sinistra nella tasca dei pantaloni. «Nel XII secolo» raccontava poi in inglese, «un nobile fiammingo, Bartholomew, ottenne la baronia di Lesly. Sir Andrew Leslie fu tra i firmatari della lettera al papa del 1320, in cui si dichiarava l’indipendenza della Scozia.» Quella frase, che aveva imparato a memoria, fuoriusciva morbida e sommessa dalle sue piccole labbra carnose e gli donava quanto il turbante color prugna o lampone, il bicchiere di whisky, o il ventre gonfio e tondo come la sua fiabesca ricchezza.
Come suonava mondana quella frase nell’aria afosa di un giardino indiano, tra i vapori di gamberetti fritti e di riso al limone! Alle cose che riguardavano la vita in società, i titoli, le antiche storie di famiglia, e a tutto ciò che avesse a che fare col denaro, Mr Singh Bill era indiscutibilmente sensibile. «He comes from a very good family»: un’affermazione di cui usava cingere di volta in volta il capo della persona premiata come di una corona di alloro, poiché per Bhupinder non c’era nella vita laurea più prestigiosa della provenienza da una buona famiglia. A parte questo, era l’emblema di un sikh privo di poesia, e se mio zio non fosse stato Lord, Mr Bill si sarebbe indignato per quell’uomo e per il suo modo di trascorrere la vita: leggendo, collezionando rarità e scrivendo.
Ma ancor più si sarebbe indignato per mia zia, che a nessun party, matrimonio o aperitivo perdeva mai l’occasione di accusare l’intera famiglia di irresponsabilità sociale. Poi, con un’ampia gonna, una camicetta verde serpente, cerchi d’oro alle orecchie e bracciali tribali afghani, sedeva su una delle poltrone verde muschio del salotto di Mr Naranjan Singh e porgeva il suo bicchiere vuoto al servitore, affinché le versasse ancora un po’ di whisky, il cui effetto inebriante, in tarda serata, l’aiutava ad attaccare quella banda di fannulloni viziati: la signora Bina Singh Bill, che aveva sacrificato ogni possibilità di far qualcosa della sua vita alle strane concezioni della morale sikh, o suo fratello, talmente rimbambito dai propri privilegi che riusciva a valutare con sicurezza solo le condizioni meteorologiche. In quei frangenti, nessuno dei Bill rispondeva. Si scambiavano sorrisi con lo sguardo avvelenato. L’educazione ricevuta vietava loro di zittire una signora alterata. «Tu non capisci l’India.»
«Non la capisco, ma ho occhi per vedere i prati da golf ben curati davanti alle vostre fabbriche. Li avete allestiti per i vostri operai? E perché non sostituite le ruote dei carri trainati dai buoi con pneumatici di gomma?» «Troppo costoso» esclamava il vecchio Naranjan Singh, lisciandosi la barba con le dita sottilissime, lunghe e inanellate, «è compito del governo», al che le donne facevano tintinnare rumorosamente i loro braccialetti portando la conversazione su una partita di tennis, un modello di occhiali da sole, la ricetta di una torta di datteri o l’olio d’oliva italiano. «Olive oil is the best!» strepitava la vecchia signora Naranjan Singh, mentre Bhupinder raccontava di una caccia alla tigre nel 1971 e “uncle Zutshi”, il fabbricante di tovaglie, ricordava un’indimenticabile partita di polo a Kolkata. Ma poi ché all’epoca mia zia era ancora la moglie di Lord Leslie, le sue accuse venivano accettate con la stessa educazione con cui veniva tollerata l’irritante gentilezza che riservava alla servitù dei Bill. Solo una volta il vecchio Singh l’aveva guardata severamente e le aveva detto: «All is karma!».
Sullo sgabello davanti al divano, nello stesso stile indiano delle altre poltrone e sedie, quello stile unico del mobilio britannico-orientale che dopo il 1947 nelle grandi case non aveva più subito cambiamenti drastici, c’era un bicchiere di tè masala, un piatto con uova strapazzate schiumose e una fetta di pane un po’ troppo tostata per essere considerata un perfetto toast inglese.
Io e la zia eravamo entrate nella stanza proprio nel momento in cui Mr Singh Bill era in procinto di spalmare le uova sul toast con l’aiuto di un piccolo coltello d’argento. Un momento indubbiamente delicato, tanto che alla nostra vista gli sfuggì di bocca un sommesso «Ah».

Tratto da “La tigre nel giardino”, di Anna Katharina Fröhlich, 2026, 19€, 168 pagine
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