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Uccise il padre per difendere la madre: Makka Sulaev assolta in appello per legittima difesa, ribaltata la condanna a 9 anni

5 June 2026 at 18:45

La Corte d’Assise d’appello di Torino ha assolto per legittima difesa Makka Sulaev, la ventenne processata per aver ucciso il padre con due coltellate a Nizza Monferrato, in provincia di Asti, il 1 marzo 2024, nel corso dell’ennesima lite familiare. “Non volevo ucciderlo, volevo difendere mia madre” dichiarò la ragazza. La decisione ribalta integralmente la sentenza di primo grado, che l’8 marzo 2025 aveva condannato la giovane a nove anni e quattro mesi di reclusione. La Corte ha disposto anche la sua immediata liberazione. Fino alla sentenza d’appello, Sulaev era sottoposta all’obbligo di firma. La giovane era stata arrestata pochi giorni dopo i fatti e successivamente collocata in una comunità protetta, dove ha potuto proseguire il percorso di studi.

La vicenda si inserisce in un contesto familiare segnato, secondo quanto emerso in dibattimento, da episodi di violenza domestica e maltrattamenti ripetuti. Il giorno dell’omicidio, secondo la ricostruzione processuale, l’uomo, Akhyad Sulaev, avrebbe aggredito la moglie durante l’ennesima lite in casa. La figlia sarebbe intervenuta per difenderla, interponendosi tra i genitori. Durante il processo d’appello è stato acquisito anche un audio registrato da uno dei figli minori con un tablet, che ha documentato le fasi della lite e che è stato ascoltato in aula. Elemento che, insieme alle altre risultanze istruttorie, ha contribuito alla rivalutazione complessiva del quadro probatorio.

In primo grado, il tribunale di Alessandria aveva escluso la legittima difesa, ritenendo non sussistenti i presupposti per applicarla e contestando anche profili di eccesso nella reazione della giovane. La sentenza d’appello, invece, ha riconosciuto la sussistenza della scriminante, ricostruendo il gesto della ventenne all’interno di una situazione di aggressione in atto e di vulnerabilità familiare. Nel corso del dibattimento, il procuratore generale aveva chiesto la conferma della condanna, sostenendo che non si potesse invocare la legittima difesa e richiamando il principio del divieto di autotutela. La difesa ha invece insistito sulla condizione di violenza domestica continuativa, sottolineando la posizione di soggetto vulnerabile della giovane e la dinamica dell’aggressione in corso.

“È stata stravolta la sentenza di primo grado”, ha dichiarato il difensore della ragazza, evidenziando come il giudizio d’appello abbia ribaltato l’impostazione accusatoria iniziale. La procura generale potrebbe ora valutare un ricorso in Cassazione, mentre si attendono le motivazioni della decisione. La vicenda giudiziaria si chiude per ora con l’assoluzione della giovane, che al momento della lettura della sentenza era in aula ed è scoppiata in lacrime. Per lei si apre ora una nuova fase personale, anche sul piano degli studi, con l’esame di maturità imminente e il progetto di iscriversi a Medicina.

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Voto di scambio con aggravante mafiosa, rinviato a giudizio l’ex capo di gabinetto di Toti in Regione Liguria

5 June 2026 at 18:15

Matteo Cozzani, ex capo di gabinetto di Giovanni Toti, è stato rinviato a giudizio per corruzione elettorale con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, nell’ambito della maxi-inchiesta della Procura di Genova che nel maggio 2024 portò all’arresto per corruzione dell’allora governatore della Liguria (uscito dal processo con un patteggiamento). L’accusa riguarda presunti pacchetti di voti arrivati dalla comunità originaria di Riesi (Caltanissetta), residente nel quartiere genovese di Certosa, a candidati della lista Toti alle elezioni regionali del 2020, ottenuti secondo l’accusa in cambio di promesse di posti di lavoro da parte di Cozzani (già sindaco di Portovenere, in provincia della Spezia).

Il giudice per l’udienza preliminare di Genova, Giorgio Morando, ha ordinato il processo (che comincerà il 16 settembre) anche per altri 11 imputati: l’aggravante mafiosa è contestata anche ai gemelli Arturo e Italo Testa, rappresentanti della comunità riesina, e all’ex sindacalista della Cgil Venanzio Maurici, ritenuto il referente genovese del clan Cammarata di Cosa Nostra. Il consigliere regionale Stefano Anzalone e l’ex candidato della lista Toti Domenico Cianci dovrannno invece rispondere di corruzione elettorale semplice.

Venerdì l’udienza preliminare è stata rinviata a novembre per la decisione sulla richiesta di messa alla prova di sei imputati. Stralciata la posizione dell’ex segretario generale dei porti di Genova e Savona Paolo Piacenza (oggi presidente dell’autorità di sistema portuale dei mari Tirreno meridionale e Ionio), accusato di omessa denuncia per l’occupazione abusiva di alcune aree portuali da parte dell’imprenditore Aldo Spinelli: gli atti sono stati trasmessi ai pm che dovranno emettere nei suoi confronti un decreto di citazione diretta a giudizio.

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Andrea Purgatori, rinviati a giudizio quattro medici per la morte del giornalista: accusati di omicidio colposo

5 June 2026 at 16:28

Quattro medici sono stati rinviati a giudizio per la morte di Andrea Purgatori, giornalista e autore tv scomparso nel luglio del 2023. La gup di Roma, Paola Petti, ha preso la decisione dopo una lunga udienza in cui sono state sentite tutte le parti coinvolti. I sanitari sono accusati di omicidio colposo.

La giudice ha anche autorizzato la citazione come responsabili civili delle due strutture sanitarie in cui Purgatori è stato ricoverato prima del decesso.

Secondo l’accusa i quattro medici avrebbero commesso degli errori diagnostici e terapeutici. I medici coinvolti sono il radiologo Gianfranco Gualdi, il suo assistente Claudio Di Biasi e la dottoressa Maria Chiara Colaiacomo, entrambi appartenenti alla sua equipe, e il cardiologo Guido Laudani. Il processo avrà inizio il prossimo 12 gennaio. Il tribunale ha anche ammesso nel processo una compagnia assicurativa e riconosciuto ai familiari del giornalista il diritto di costituirsi parte civile.

Gli inquirenti contestano ai medici “imperizia, negligenza e imprudenza” nelle cure del giornalista morto a causa di una endocardite infettiva. Una sequenza di errori e diagnosi sbagliate iniziata, secondo l’accusa, con l’esame di risonanza magnetica dell’8 maggio 2023, non refertato correttamente.

“Massima soddisfazione per il rinvio a giudizio di tutti gli imputati e delle cliniche private. Una decisione che conferma la convinzione che nella gestione sanitaria di Andrea Purgatori siano stati commessi a diversi livelli gravi errori”, ha commentato l’avvocato Alessandro Gentiloni Silveri, legale dei familiari del giornalista.

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Strage di Crans, spunta una fattura sospetta sulla schiuma che alimentò il rogo: Jessica Moretti indagata anche per falso

5 June 2026 at 15:50

A cinque mesi dalla tragedia del Constellation, l’inchiesta giudiziaria sul devastante incendio che nella notte di Capodanno ha provocato 41 morti e oltre cento feriti si arricchisce di un nuovo capitolo. Jessica Moretti, proprietaria insieme al marito Jacques del locale di Crans-Montana andato distrutto dalle fiamme, è ora indagata anche per falsità in documenti. La nuova contestazione formulata dalla Procura di Sion non riguarda direttamente le cause dell’incendio ma un documento considerato dagli inquirenti di particolare rilevanza: la fattura relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente che, secondo le ricostruzioni investigative, avrebbe preso fuoco provocando il rapidissimo propagarsi delle fiamme all’interno del sotterraneo del locale.

Secondo gli accertamenti effettuati dagli investigatori svizzeri, il documento presenterebbe anomalie tali da far ipotizzare una falsificazione. Gli inquirenti parlano di alterazioni riconoscibili, modifiche macroscopiche e incongruenze che riguarderebbero persino gli elementi fiscali riportati nella fattura. Il documento, che risulterebbe formalmente emesso da una società tedesca, porta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro. Tuttavia, secondo la Procura, la fattura conterrebbe elementi incompatibili con la sua presunta origine. Tra questi, la presenza di un’aliquota Iva corrispondente a quella applicata in Francia e non in Germania, particolare che ha contribuito a far nascere i sospetti degli investigatori.

L’ipotesi investigativa è che il documento possa essere stato modificato per ragioni fiscali. Al momento, secondo quanto emerge dagli ambienti giudiziari, non vi sarebbero elementi che colleghino direttamente la presunta falsificazione alla dinamica dell’incendio. Tuttavia, per gli inquirenti il caso assume particolare rilevanza poiché riguarda proprio il materiale che si trova al centro dell’indagine tecnica sulle cause della tragedia.

La nuova accusa

La nuova accusa è emersa nella giornata in cui, a Sion, si è svolta la prima grande udienza di confronto tra Jacques e Jessica Moretti e le numerose parti civili coinvolte nel procedimento. I due coniugi sono arrivati poco dopo le otto del mattino a bordo di un veicolo della polizia senza contrassegni e hanno raggiunto l’edificio universitario dove si stanno svolgendo le audizioni. Si tratta della prima occasione in cui la coppia compare insieme davanti agli investigatori e agli avvocati delle vittime dopo le audizioni separate tenute nei mesi scorsi. L’attesa era particolarmente alta, non soltanto per il peso emotivo dell’incontro ma anche perché molte famiglie sperano di ottenere finalmente chiarimenti su aspetti che continuano a rimanere oscuri.

Tra i più duri nei confronti degli indagati c’è l’avvocato Romain Jordan, che assiste numerose famiglie delle vittime ed è stato incaricato anche dal Governo italiano di rappresentare gli interessi delle famiglie italiane coinvolte nella tragedia. “È stata indagata per una fattura falsa, non una fattura qualsiasi ma la fattura relativa all’acquisto della schiuma”, ha dichiarato il legale all’ingresso dell’udienza. “Ci chiediamo quando inizieremo a ricevere dichiarazioni sincere senza doverci confrontare con documenti falsi. Dove si trova il rispetto per le vittime? Stiamo perdendo un tempo prezioso e facendo giri inutili. Ora bisogna andare avanti e gli indagati devono collaborare”. Parole che riflettono il crescente malcontento delle famiglie, molte delle quali lamentano un atteggiamento considerato poco trasparente da parte dei proprietari del locale. Anche Alfredo Zampogna, legale dei genitori di Chiara Costanzo, una delle vittime italiane del rogo, ha espresso forti perplessità sulla documentazione esaminata dagli investigatori. Secondo l’avvocato, le modifiche presenti nella fattura apparirebbero evidenti e riconducibili ad alterazioni probabilmente apocrife.

Per Antonio Bana, che assiste la famiglia Barosi, la nuova contestazione rappresenta un elemento che potrebbe incrinare ulteriormente la posizione difensiva dei proprietari del locale. «Si stanno evidenziando delle piccole crepe», ha commentato il legale.

La madre della vittima

L’udienza si è svolta in un clima di forte tensione emotiva. Tra i presenti vi era anche Laetitia Brodard-Sitre (al centro della foto), madre di Arthur, il ragazzo di 16 anni morto nel disastro. La donna si è presentata vestita di bianco, con una fotografia del figlio appuntata sul petto. Le sue parole hanno rappresentato uno dei momenti più toccanti della giornata. “Ho perso mio figlio Arthur. Per questo oggi sono vestita di bianco e porto la sua foto sul cuore”, ha detto visibilmente commossa. “Ci sono stati 41 angeli che se ne sono andati. Ci sono ancora 115 feriti, alcuni ricoverati in terapia intensiva, gravemente ustionati, alcuni ancora in shock settico e in condizioni tali da non essere più riconoscibili”. Arthur era considerato una promessa del calcio giovanile svizzero e militava nell’FC Lutry, società del Canton Vaud.

La madre ha spiegato di essere presente non soltanto per lui ma anche per il fratello Benjamin e per tutte le famiglie che continuano a convivere quotidianamente con le conseguenze della tragedia. “Abbiamo bisogno di risposte – ha affermato – Sono passati cinque mesi. In questo periodo abbiamo scoperto molte cose ma voglio ancora capire quale fosse lo stato d’animo di Jacques e Jessica Moretti”. Le aspettative delle parti civili sono elevate, anche se alcuni legali invitano alla prudenza.

L’avvocato Gilles-Antoine Hofstetter ha sottolineato come la natura stessa dell’udienza possa limitare la spontaneità delle dichiarazioni rese dagli indagati. Secondo il legale, il fatto che Jacques e Jessica Moretti vivano insieme rende inevitabile ipotizzare che abbiano avuto modo di confrontarsi ampiamente sulla strategia difensiva e sulla ricostruzione dei fatti. “Siamo all’Everest della collusione”, ha osservato, precisando comunque che si tratta di una situazione del tutto normale per una coppia sposata. L’inchiesta continua intanto a coinvolgere un numero crescente di persone.

La chat sulle candele

Il corteo pirotecnico, andato in scena tante volte al Constellation, prima di Capodanno, non sarebbe stata un’iniziativa ‘spontanea’ dei giovani dipendenti del locale, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa Jessica Moretti come sarebbe emerso oggi durante l’interrogatorio dei proprietari del locale, a cui sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia. Compresi due audio di questo tenore: “Avrei gradito che si facesse” o “potreste farlo”. Questi documenti, che hanno portato Jessica alle lacrime in ricordo della giovane Cyanne Panine, la ragazza che era stata indicata come colei che aveva inconsapevolmente generato l’incendio ed è poi deceduta, contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francese. “Non abbiamo mai obbligato nessuno”, ha ribadito oggi la donna. “Era una consuetudine, – ha ammesso – ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione”.

Il punto sulle indagini

Attualmente sono quattordici gli indagati nell’ambito del procedimento penale aperto dalla magistratura svizzera per omicidio colposo, lesioni personali per negligenza e incendio colposo. Tra loro figurano non soltanto i proprietari del locale ma anche funzionari pubblici, dipendenti comunali ed ex amministratori che, a vario titolo, avrebbero avuto responsabilità nei controlli e nelle autorizzazioni legate all’attività. Jacques Moretti era stato arrestato il 9 gennaio scorso e successivamente rimesso in libertà il 23 gennaio dopo il pagamento di una cauzione di 200 mila franchi svizzeri. Ora la nuova contestazione per falso documentale apre un ulteriore fronte giudiziario che rischia di complicare ulteriormente una vicenda già estremamente complessa.

Sul piano processuale la presunta falsificazione della fattura potrebbe non avere un impatto diretto sull’accertamento delle responsabilità per l’incendio. Sul piano investigativo e simbolico, però, il documento assume un peso molto diverso. Per le famiglie delle vittime rappresenta infatti un nuovo elemento che alimenta dubbi sulla trasparenza della ricostruzione finora fornita dai proprietari del locale. Ed è proprio questo il punto che emerge con maggiore forza dalla lunga giornata di Sion: mentre la magistratura continua a cercare le responsabilità della tragedia che ha sconvolto la Svizzera e gran parte dell’Europa, le famiglie delle 41 vittime chiedono soprattutto una cosa: la verità.

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Botte e induzione al matrimonio forzato: condannati i genitori di una 22enne pachistana

5 June 2026 at 13:07

Una storia che ricorda quella di Saman Abbas, uccisa nel 2021 a Novellara. Ma che, fortunatamente, porta a un epilogo diverso, perché la vittima è riuscita a confidarsi con i carabinieri per poi aprirsi al magistrato titolare dell’inchiesta e al procuratore. Anche in questo caso viene dalla Bassa reggiana: una ragazza pachistana di 22 anni è stata sottoposta ad anni di vessazioni, percosse e aborto indotto dai genitori, perché considerata colpevole per una relazione sentimentale che non approvavano. Prima è stata privata del cellulare, poi isolata e costretta ad andare in Pakistan contro la sua volontà, minacciata di non farla tornare se non avesse accettato il fidanzamento e poi un matrimonio con un cugino. Il padre e la madre, 54 e 51 anni, sono stati condannati a due anni e 15 giorni per maltrattamenti e tentata induzione al matrimonio forzato. Il processo in primo grado conclude una complessa indagine dei carabinieri di Boretto, con i carabinieri di Guastalla, coordinati dalla Procura reggiana diretta da Calogero Gaetano Paci.

Le vessazioni sono iniziate nel 2017 e si sono protratte fino al 2023. La ragazza è stata picchiata e chiusa a chiave in cantina, di notte. A dicembre 2022, scoperta la gravidanza, la giovane è stata presa a pugni all’addome e alla schiena, costretta poi ad abortire. Dopo le sue dichiarazioni ai carabinieri era arrivato un divieto di avvicinamento, dove il giudice aveva sottolineato come le condotte fossero espressione di una visione “maschilista e dispotica”, incompatibile con i diritti fondamentali garantiti dall’ordinamento italiano. Tra gli episodi più gravi contestati ci sono schiaffi in volto, inginocchiarsi e il padre la percuoteva con pugni alla schiena facendole sbattere il viso contro il pavimento e la madre la chiudeva a chiave in cantina costringendola a trascorrervi la notte. Nel dicembre 2022, scoperta la gravidanza la giovane veniva colpita con pugni all’addome e in precedenza anche alla schiena, costretta poi ad abortire sotto minaccia di farle praticare l’aborto in Pakistan e di non essere più accolta in casa nell’ipotesi di portare a termine la gravidanza. Oltre alle violenze fisiche, i genitori avrebbero tentato ripetutamente di imporle matrimoni combinati con uomini scelti da loro, sottraendole il cellulare per isolarla dai contatti esterni.

Tra gennaio e febbraio 2023, dopo averle prospettato la possibilità di tornare a casa solo se avesse accettato di sposarsi, la avrebbero indotta a scegliere un ragazzo tra quelli che le venivano proposti e facevano a quest’ultimo una concreta proposta di matrimonio ma non riuscivano nell’intento per il rifiuto del ragazzo. Nell’aprile 2023 le comunicavano che avrebbe dovuto sposare un altro ragazzo connazionale organizzando un incontro tra lo stesso e la figlia contro la volontà di quest’ultima. Nonostante la paura, la giovane vittima è riuscita a parlare con gli inquirenti.

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Grazia a Minetti: perché la legge lascia discrezionalità?

5 June 2026 at 11:58

di Roberto Celante

Il procedimento di concessione della grazia è regolato dal codice di procedura penale, cioè dalla stessa legge che regola lo svolgimento del processo penale, comprese le modalità di acquisizione delle prove durante le indagini. Ci si aspetterebbe, quindi, che anche la ricognizione dei presupposti per la concessione della grazia fosse normata con la stessa precisione ed il medesimo rigore.

Invece, si resta perlomeno perplessi quando, leggendo il secondo comma dell’art. 681 c.p.p., che disciplina i “provvedimenti relativi alla grazia”, si giunge alla seguente disposizione: “Se il condannato non è detenuto o internato, la domanda può essere presentata al predetto procuratore generale, il quale, acquisite le opportune informazioni, la trasmette al ministro con le proprie osservazioni”.

Qual è il problema di fondo? È che “le opportune informazioni” attribuiscono una tanto evidente, quanto anomala, discrezionalità di giudizio in capo al procuratore generale. Perché anomala? Perché il pm, in ogni indagine su un reato, deve acquisire tutti gli elementi di prova, sia a carico che a discarico dell’indiziato, per valutare se proporre al gip il rinvio a giudizio o l’archiviazione, cioè non può tralasciare niente, non può considerare utili soltanto determinati elementi, selezionandoli tra tutto ciò che l’indagine gli ha messo a disposizione e inserire nel fascicolo solo quelli, in quanto solo quelli avvalorano le proprie sensazioni e i propri presentimenti. Eppure un comportamento del genere, che non è concepibile in un’indagine penale, sarebbe astrattamente possibile in un procedimento di concessione della grazia.

Queste righe non intendono giudicare il caso specifico, cioè il lavoro svolto dalla procura generale di Milano nel caso Minetti, né in occasione della valutazione svolta a seguito della domanda di grazia, né per il supplemento di indagine chiesto dal Presidente della Repubblica, perché le due istruttorie, su cui si fondano i pareri, non sono atti accessibili al pubblico: è impossibile commentare ciò che non si conosce.

Per lo stesso motivo, Thomas Mackinson del Fatto Quotidiano ha svolto un’inchiesta giornalistica: ha raccolto documenti e testimonianze, li ha valutati (improbabile che l’abbia fatto con assoluta leggerezza, considerando le possibili conseguenze legali), li ha ritenuti verosimili e, in accordo con il proprio direttore, li ha pubblicati.

E le notizie raccolte sono state pubblicate non per diffamare Nicole Minetti, non per delegittimare o far revocare il provvedimento di grazia, ma per fare giornalismo; cioè, in tal caso, per permettere all’opinione pubblica di valutare se sia opportuno che l’attuale iter per la concessione della grazia non sia rigoroso come le modalità di acquisizione delle prove durante le indagini. In altre parole, se sia opportuno che un procedimento che può arrivare ad una condanna penale sia normato per filo e per segno dalla legge, mentre per un procedimento che può cancellare quella stessa pena ci sia a monte una valutazione discrezionale sull’opportunità di talune informazioni e l’irrilevanza di talaltre. Se sia opportuno, in ultima analisi, che sui presupposti di un procedimento di concessione della grazia si possa astrattamente dubitare di un difetto di istruttoria, per l’eventuale valorizzazione di sensazioni e presentimenti (anche eventualmente a sfavore del reo), che invece sono estromessi dalla normativa che regola le indagini sui reati.

Il mio parere è proprio questo: non è opportuna questa differenza nei due iter e l’art. 681 c.p.p. andrebbe modificato di conseguenza. Perché entrambi gli iter attengono a provvedimenti sulla libertà delle persone e quindi per entrambi dovrebbe essere garantita la medesima rigorosità, chiunque sia la persona della cui libertà si tratta, perché questo è l’unico modo per contemperare la possibilità di concedere la grazia (art. 87 Cost.), con il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge (art. 3 Cost.).

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Picchia la compagna, aggredisce il fidanzato della figlia e dà fuoco a un armadio: arrestato

5 June 2026 at 09:53

Prima ha picchiato la compagna, poi ha aggredito il fidanzato della figlia, oltre ad aver dato fuoco ad un armadio in casa. Un uomo di 44 anni, originario della provincia di Pavia e già noto alle forze dell’ordine, è stato arrestato dai carabinieri a Giussano (Monza). Riuscito a sottrarsi alle botte, il giovane e la figlia del 44enne sono scappati in direzione della caserma per sporgere denuncia. A quel punto l’uomo si è scagliato contro la convivente, una donna di 39 anni, colpendola con pugni al volto e alla schiena, trascinandola per i capelli e minacciandola di morte.

La vittima è riuscita a sfuggire alla furia del compagno, che nel frattempo aveva impugnato un coltello, rifugiandosi da una vicina di casa che ha chiamato il 112. Rimasto solo nell’appartamento, il 44enne ha devastato gli arredi e ha appiccato il fuoco ai vestiti contenuti in un armadio. Poi ha aggredito i carabinieri nel tentativo di impedire loro di entrare in casa, venendo immobilizzato. I vigili del fuoco, poco dopo, hanno domato l’incendio che nel frattempo ha distrutto la camera da letto, ma senza compromettere l’agibilità dell’abitazione. La 39enne è stata trasportata all’ospedale di Carate Brianza (Monza), dove ha ricevuto una prognosi di 7 giorni. Per lei è stato attivato il protocollo “Codice Rosso”. Arrestato con l’accusa di maltrattamenti in famiglia, lesioni personali, danneggiamento da incendio e resistenza a pubblico ufficiale, su disposizione della Procura di Monza, l’uomo è stato portato in carcere a Monza.

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Far pagare i magistrati di tasca propria? L’ennesima riforma da talk show che non risolverà nulla

5 June 2026 at 09:45

Dopo l’archiviazione da parte del gip del Tribunale di Firenze, su conforme richiesta della Procura, del procedimento in cui si indagava sui rapporti tra il fondatore di Forza Itala e Marcello Dell’Utri con Cosa nostra, si torna ad agitare lo spettro della responsabilità civile dei magistrati, quella diretta. Colpisce che a farlo sia Marina Berlusconi in relazione ad una vicenda nella quale l’esito giudiziario è stato favorevole al padre, per cui in questo caso si potrebbe sostenere, a ragione, che il sistema stavolta ha funzionato, anche a tutela delle persone indagate. La proposta, però, viene da lontano ed è stata portata nei giorni scorsi all’attenzione anche del ministro Nordio, che però si sarebbe dimostrato in disaccordo.

Evidentemente ogni governo ha il suo nemico preferito. Negli anni Novanta erano i “lacci e lacciuoli”. Poi sono arrivati i fannulloni pubblici. Oggi, di nuovo, tocca ai magistrati, il bersaglio prediletto.

La ricetta proposta è molto semplice: basta responsabilità indiretta dello Stato, siano i giudici e i pubblici ministeri a pagare personalmente per gli errori giudiziari. Uno slogan potente. Peccato che sia soprattutto propaganda.

Da oltre trent’anni la politica promette di “riformare la giustizia”. Nel frattempo si sono succeduti governi di ogni colore, commissioni, riforme epocali annunciate e quasi sempre dimenticate. Dalla legge Vassalli del 1988 alla riforma Renzi-Orlando del 2015, fino agli interventi della Cartabia ed alle attuali modifiche costituzionali sulla separazione delle carriere. Eppure i problemi reali sono sempre gli stessi: processi infiniti, carenza di personale, uffici al collasso, arretrati mostruosi. È di giovedì la notizia della pendenza di ben 1300 richieste di misure cautelari inoltrate dai pm della Procura di Napoli, che però i giudici del Tribunale non riescono ad evadere.

Tuttavia, invece di affrontare questi nodi strutturali si preferisce agitare il fantasma del magistrato irresponsabile.

È una vecchia storia. Quando la politica non riesce a rendere più efficiente la macchina della giustizia, cerca consenso individuando un colpevole. E quale bersaglio migliore di una categoria che, per definizione, deve prendere decisioni impopolari? Il punto è che la responsabilità civile diretta non colpisce il magistrato negligente. Colpisce il magistrato indipendente. Un giudice deve poter decidere nei confronti di un amministratore pubblico, di un potente gruppo economico o di un’organizzazione criminale senza avere il timore che ogni decisione sgradita si trasformi in una causa milionaria contro il suo patrimonio personale.

Chi immagina che questa riforma aumenti la qualità delle decisioni probabilmente non ha capito come funziona l’istituzione giudiziaria. Accadrebbe l’esatto contrario. Nascerebbe una magistratura difensiva, paralizzata dalla paura. Non il giudice che applica la legge, ma il giudice che si chiede come evitare guai a sé stesso.

Del resto la stessa politica che oggi invoca il pugno duro contro i magistrati è spesso la stessa che per decenni ha lasciato gli uffici giudiziari senza personale amministrativo, con sistemi informatici inadeguati ed organici insufficienti. Secondo la narrazione dominante, i ritardi della giustizia dipenderebbero da giudici pigri e irresponsabili. Una favola comoda. La realtà racconta altro: migliaia di procedimenti pendenti per magistrato, cancellieri mancanti, scoperture di organico croniche e una produzione legislativa caotica, che cambia continuamente le regole del gioco.

Negli ultimi anni il Parlamento ha approvato decine di modifiche ai codici, spesso contraddittorie tra loro. Ogni maggioranza promette semplificazione e produce nuove complessità. Poi, quando il sistema si inceppa, la colpa si riversa sui magistrati.

Naturalmente gli errori esistono, anche gravi. Sarebbe ipocrita negarlo. Ma il rimedio non è trasformare il magistrato in un professionista sotto ricatto economico permanente. La domanda da porsi è diversa: perché le procedure disciplinari sono così lente? Perché le valutazioni di professionalità sono spesso percepite come meri adempimenti burocratici? Perché gli uffici che funzionano male continuano a funzionare male per anni senza interventi organizzativi efficaci?

Se davvero si vogliono ridurre errori ed inefficienze, le strade da intraprendere dovrebbero essere altre. Ad esempio: valutazioni professionali rigorose e trasparenti, fondate sulla qualità delle decisioni e sulla capacità organizzativa; ispezioni più frequenti negli uffici con criticità croniche e pubblicazione dei risultati; investimenti massicci in personale amministrativo e digitalizzazione funzionante; formazione continua obbligatoria su nuove normative, tecnologie e gestione dei procedimenti complessi; procedure disciplinari rapide.

Tutto questo richiede risorse, programmazione e volontà politica. Molto più difficile che scrivere una norma punitiva da esibire nei talk show.

La verità è che la responsabilità civile diretta dei magistrati non è una riforma della giustizia, ma una riforma della comunicazione politica. Serve a soddisfare un sentimento di rivalsa, non a migliorare il funzionamento dei tribunali. Da trent’anni ogni governo promette la svolta definitiva. Da trent’anni si cambia il bersaglio ma non si affrontano le cause. Una riforma della responsabilità civile non farebbe altro che aggravare lo stato comatoso della giustizia, rendendola ancora più lenta ed inefficiente, con cittadini meno tutelati e magistrati più pavidi nei confronti dei potenti, ma anche più ricattabili.

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