Normal view

‘Libere anche qui’, il manifesto contro la violenza online sulle donne: “Servono consapevolezza e una legge sul consenso digitale”

5 June 2026 at 17:45

Non basta indignarsi per qualche giorno sui social o chiudere un sito web. Per combattere la violenza di genere che infetta la sfera digitale serve un cambiamento culturale, ma anche norme capaci di arginare le nuove forme di abuso. Perché la violenza su internet non è una semplice estensione di quella tradizionale, ma un fenomeno che amplifica la capacità di controllo, umiliazione e aggressione ai danni delle donne. È da queste consapevolezze che nasce Libere anche qui, campagna nazionale sul consenso digitale presentata questa mattina in Senato.

Valeria Campagna è una consigliera comunale del Pd a Latina e componente della Direzione nazionale dem. Nel 2025 aveva denunciato pubblicamente che alcune sue fotografie erano finite su phica.eu, forum che pubblicava scatti rubati sui social network o foto scattate in luoghi pubblici e privati all’insaputa delle dirette interessate, portando alla chiusura del sito. E oggi è tra le promotrici dell’iniziativa: “Bisogna intervenire su più livelli – spiega Campagna, che è anche vicesegretaria regionale del Pd Lazio -, sul versante culturale e su quello normativo. Quando andai in questura a denunciare che le mie foto erano su quel sito mi sono sentita rispondere: ‘Dobbiamo capire qual è il reato da contestare’, perché non ne esiste uno specifico“.

La campagna nasce dall’esperienza diretta delle sue promotrici – ci sono anche Anna Frattini, assessora a Brescia, Lucrezia Iurlaro, presidente dell’associazione Tocca a noi, Giulia Pelucchi, presidente del Municipio 8 di Milano, e Laura Sparavigna, assessora a Firenze -, donne impegnate nella politica, nelle istituzioni e nell’attivismo che hanno vissuto forme diverse di sessismo, molestie e violenza digitale. Episodi differenti, ma accomunati dalla consapevolezza che ciò che accade online non è separato dalla vita reale. Anzi, la violenza che nasce offline può amplificarsi attraverso il digitale, mentre quella che si sviluppa in rete torna poi a influenzare il mondo reale in un continuo circolo vizioso difficile da interrompere.

La iniziativa, avviata con il supporto della rete di amministratrici e amministratori di TiCandido e il contributo di D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza e della Casa Internazionale delle Donne, si sviluppa attorno a due assi. Il primo è fondato sull’Atlante del Consenso Digitale, strumento pensato per spiegare cosa significhi “consenso” negli spazi online che si basa su due principi: il consenso come scelta libera, informata, esplicita e sempre revocabile e la reciprocità come alternativa alle logiche di dominio, possesso e controllo. Non un manuale giuridico, ma una bussola destinata a cittadini, scuole, famiglie, aziende che spiega come il consenso vada sempre chiesto anche online, che immagini e dati personali non possano essere condivisi senza autorizzazione, che l’invio di contenuti sessualmente espliciti non richiesti costituisca una forma di violenza e che deepfake e materiali generati dall’intelligenza artificiale senza consenso rappresentino nuove forme di abuso digitale.

Il secondo asse è politico e normativo. Le promotrici chiedono che l’Italia utilizzi la scadenza del 14 giugno 2027, data entro cui dovrà essere recepita la Direttiva europea 2024/1385 sulla violenza contro le donne e la violenza domestica, per costruire una disciplina più ampia e aggiornata sulla violenza digitale di genere. L’obiettivo è colmare le lacune esistenti, estendendo la tutela anche alla diffusione non consensuale di immagini non intime, alle pratiche di controllo digitale e alle forme di delegittimazione e abuso online oggi non sempre adeguatamente coperte dalla normativa vigente.

L’obiettivo è arrivare alla stesura di una proposta di legge costruita attraverso un percorso partecipativo che coinvolga amministratori locali, associazioni, centri antiviolenza, giuristi, esperti di tecnologie digitali, scuole, università e cittadini in una discussione pubblica diffusa sul territorio nazionale. Per questo nei prossimi mesi le promotrici saranno impegnate in una serie di incontri pubblici in diverse città italiane. Il percorso partirà da Parma e toccherà poi Roma, Milano, Bologna e Napoli, con l’obiettivo di raccogliere contributi, esperienze e proposte provenienti da realtà territoriali differenti e costruire una rete nazionale impegnata sul tema.

La campagna si inserisce in un contesto sempre più preoccupante. Secondo la Mappa dell’Intolleranza 2025, le donne continuano a essere il gruppo più colpito dall’odio online in Italia: il 44,59% dei contenuti che le riguardano presenta caratteri misogini, con una crescita degli attacchi rivolti al corpo, all’aspetto fisico e alla sessualità. Nel 2024 la Polizia Postale ha registrato quasi 2.000 reati online a danno delle donne, con il cyberstalking in aumento dell’8%, mentre a livello europeo una donna su dieci dichiara di aver subito molestie online. Sempre secondo i dati richiamati dal documento,

La Relazione sulla dimensione digitale della violenza contro le donne approvata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio descrive un fenomeno in continua evoluzione fatto di doxing, sextortion, revenge porn, hate speech, controllo attraverso sistemi di geolocalizzazione e nuove forme di abuso legate all’intelligenza artificiale: il 96% dei contenuti deepfake presenti in rete ha natura pornografica. Tecnologie nate per facilitare la comunicazione e la condivisione possono trasformarsi in strumenti di sorveglianza, ricatto e intimidazione. Di qui Libere anche qui: perché le donne tornino a essere libere anche sul web.

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“Da Valditara a Bongiorno, sulla violenza di genere non troveremo alleati nella destra”: al via la campagna “Libere anche qui” sul consenso digitale

5 June 2026 at 17:37

“La nostra campagna sul consenso digitale e contro la violenza di genere online è aperta a tutti, trasversale. Volentieri la condividiamo pure con le forze di maggioranza. Dopodiché va ricordato che partiamo da radici culturali differenti: il disegno di legge Bongiorno è una prima risposta, quello Valditara una seconda. Nonostante Giorgia Meloni sia la prima presidente del Consiglio donna, la delusione è significativa. Quindi non credo che troveremo degli alleati purtroppo”. Il giorno successivo all’approvazione definitiva, tra le proteste delle opposizioni, del disegno di legge Valditara sul consenso informato in ambito scolastico per l’educazione sessuoaffettiva, al Senato una rete di giovani amministratrici e attiviste di area progressista ha presentato la campagna nazionale “Libere anche qui“.

Tra le promotrici c’è la consigliera comunale Pd di Latina Valeria Campagna, componente della Direzione nazionale dem, che nel 2025 aveva denunciato pubblicamente che alcune sue fotografie erano state utilizzate senza consenso su phica.eu, forum che pubblicava scatti rubati sui social network o foto scattate di nascosto in luoghi pubblici e privati all’insaputa delle dirette interessate, poi chiuso. “La violenza digitale è una violenza reale. Nasce da una cultura dello stupro, profondamente radicata, che viola il consenso e la reciprocità delle donne, nella nostra vita di tutti i giorni, nei nostri ambienti di lavoro e di studio, di socialità. E quello che succede online è solo il continuum delle dinamiche di potere patriarcali che abitano la nostra società”, ha spiegato nel corso della conferenza a Palazzo Madama. Insieme a lei anche Anna Frattini, assessora a Brescia, Lucrezia Iurlaro, presidente dell’associazione Tocca a noi, Giulia Pelucchi, presidente del Municipio 8 di Milano, e Laura Sparavigna, assessora a Firenze. Donne impegnate a livello istituzionale e politico che hanno subito a loro volta molestie, sessismo e violenza digitale. Per questo, hanno spiegato, l’obiettivo è trasformare l’indignazione individuale in un’azione collettiva e politica.

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Argentina, l’anniversario di “Ni una menos” segnato da altri femminicidi. Ma Milei taglia fondi e programmi contro la violenza di genere

5 June 2026 at 12:33

A undici anni dalla prima manifestazione di Ni Una Menos, il movimento femminista argentino torna a marciare contro la violenza di genere e i femminicidi. A Buenos Aires, centinaia di migliaia di persone hanno camminato fino alla piazza del Congresso dietro le parole “ci vogliamo vive e libere”. L’anniversario della nascita di Ni Una Menos, che ogni anno il 3 giugno organizza manifestazioni in tutto il Paese, è segnato dalla morte di tre ragazze che sembrano aggiungersi agli oltre 80 femminicidi avvenuti nel Paese nel 2026. Il corpo della diciassettenne Dulce María Beatriz Candia, cercata per due settimane dalla famiglia, è stato ritrovato in un edificio abbandonato. Si sospetta che sia stata uccisa da Mario Yung, tassista di 46 anni. Noelia Carolina Romero è stata uccisa dal compagno, Tomás Adrián Núñez: era riuscita a chiamare la polizia per chiedere aiuto ma quando gli agenti sono arrivati, era già morta accoltellata. Agostina Vega aveva 14 anni: i resti del suo corpo sono stati ritrovati in un terreno abbandonato fuori dalla città di Córdoba. Le prime indagini indicano che Claudio Barrelier, ex compagno della madre, l’avrebbe violentata e poi strangolata. Barrelier aveva lavorato con l’amministrazione locale e con il principale partito della città. Già nel 2025 era stato incarcerato per avere sequestrato in casa sua una donna, che era riuscita a scappare. Era stato liberato dopo 20 giorni, dietro il pagamento di una cauzione. I familiari hanno denunciato che le indagini sulla scomparsa di Agostina sono iniziate in ritardo, nonostante sin dall’inizio ci fossero testimonianze ed elementi a carico del principale sospettato che ora si trova in carcere.

Femminicidi come quello di Agostina colpiscono profondamente a livello sociale perché mostrano che il maschilismo non ha fatto alcun passo indietro nella sua crudeltà. Nel corso della vita, tutte noi in Argentina abbiamo un femminicidio che ci ha segnate. Ricordo quando hanno ucciso Candela Sol Rodríguez (sequestrata e uccisa nel 2011, aveva undici anni, ndr) e Ángeles Rawson (assassinata dal portiere del palazzo in cui viveva a Buenos Aires, ndr)”, dice al fattoquotidiano.it Catalina Escardó, docente, tra le partecipanti alla manifestazione. “Scendere in strada ogni anno il 3 giugno è un rito molto importante da mantenere vivo. Serve a continuare a farci incontrare e a costruire sostegno reciproco in un panorama così desolante, in cui le destre avanzano e il mondo appare più difficile da cambiare. La sensazione di essere ancora prive di protezione è terribile. Ma oggi possiamo scendere in strada e incontrare altre donne, possibilità che prima del 2015 non esisteva”.

In Argentina si registra un femminicidio ogni 31 ore. Da quando nel 2023 si è insediato il governo di Javier Milei, sono stati tagliati drasticamente i finanziamenti ai programmi di prevenzione alla violenza di genere. Una delle prime decisioni dell’esecutivo era stata chiudere il Ministero delle Donne, Genere e Diversità, riducendolo a una sottosegreteria che poi è stata chiusa. Secondo un’analisi elaborata dall’Equipo Latinoamericano de Justicia y Género, nel 2026 le politiche di prevenzione della violenza di genere hanno subito un taglio del 89% rispetto al 2023. Il programma Acompañar, che fornisce supporto economico alle donne in situazioni di violenza, è passato dall’assistere 102mila donne nel 2023 a zero nel 2025. La linea telefonica di assistenza 144 (un servizio telefonico gratuito nazionale dedicato all’assistenza, all’ascolto e all’orientamento per persone che subiscono violenza di genere) è stata smantellata.

Il presidente Milei ha criticato la specificità del reato di femminicidio, minacciando di eliminarlo dal codice penale, e ha spesso espresso pubblicamente opinioni omofobe e contrarie ai diritti LGBTQ+. “Questo governo sta praticando un anti-femmismo di Stato”, hanno detto le attiviste di Ni Una Menos. “Di fronte al governo di Milei che nega la violenza patriarcale, oggi diciamo: le nostre vite non sono sacrificabili”.

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