Normal view

Trump taglia caccia e navi dal fianco est della Nato: così il tycoon prepara il disimpegno in Europa

Nuova picconata dell’amministrazione americana guidata da Donald Trump al sistema di sicurezza europeo nato dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale. Stando infatti a quanto riportato dal New York Times, gli Stati Uniti starebbero infatti pianificando di ridurre “significativamente” il numero di caccia e navi da guerra messi sin qui a disposizione per le operazioni dell’Alleanza Atlantica nel Vecchio Continente. Un'iniziativa che, sottolinea il quotidiano Usa, accelererebbe il processo di ridimensionamento della protezione offerta dall’America agli alleati europei negli ultimi otto decenni e limiterebbe la capacità della Nato di lanciare attacchi a lungo raggio e di condurre attività di sorveglianza.

La decisione della Casa Bianca - che arriva mentre alle porte dell’Europa il conflitto in Ucraina, ancora lontano dalla sua conclusione, supera in durata il primo conflitto mondiale - sarebbe stata già comunicata agli alleati ad inizio giugno in un documento scritto. Notevole la prevista riduzione dei mezzi militari Usa nel Vecchio Continente. Gli F-16 e F-15 passerebbero da 150 a 100, gli aerei da ricognizione marittima scenderebbero a 15 unità dalle attuali 26. Degli otto aerei cisterna per il rifornimento in volo al momento stazionati in Europa non ne rimarrebbe neanche uno. Nel documento visionato in parte dal New York Times si notificherebbe inoltre lo spostamento di un sottomarino per il lancio di missili, di una portaerei, insieme a diverse navi da guerra e alle decine di caccia che partecipano al gruppo navale, e di uno dei due gruppi di bombardieri destinati sino ad ora alla difesa europea.

Le indiscrezioni di stampa in questione, alcune delle quali sono state pubblicate per la prima volta dal quotidiano tedesco Die Welt, hanno il merito di rappresentare con chiarezza come e in quale misura Donald Trump intenda realizzare il più volte annunciato ritiro dell’impegno americano dalla Nato. Allo stato attuale non si conoscono le tempistiche del ridimensionamento Usa anche se i funzionari americani consultati dal New York Times hanno affermato che avverrà molto presto, ben prima di quanto previsto dagli alleati europei.

Al di qua dell’Atlantico, la mossa improvvisa del Pentagono ha sollevato diverse preoccupazioni. Ad esempio, gli esperti sostengono che il ritiro Usa potrebbe compromettere le capacità della Nato di monitorare il traffico sottomarino russo o di lanciare missili Tomahawk a lungo raggio in profondità nel territorio russo. Gli addetti ai lavori avvertono che sebbene gli europei possiedano capacità missilistiche simili, i missili costituiscono un deterrente maggiore per Mosca quando vengono impiegati da Washington, poiché gli europei potrebbero essere più restii ad impiegarli. Una situazione che, tra i vari scenari potrebbe portare la Russia ad azzardare un’escalation nel Vecchio Continente.

I tagli che gli Stati Uniti si apprestano ad eseguire dovrebbero comunque essere mitigati in parte dal fatto che le truppe Usa continueranno a costituire una delle maggiori forze Nato in Europa. Inoltre i Paesi dell’Alleanza, consapevoli delle minacce rivolte più volte da Trump ai membri dell’organizzazione, hanno già avviato un processo di riarmo nazionale. Che si sia lontani da una situazione ottimale lo dimostrano però le dimissioni rassegnate nelle ultime ore dal ministro della Difesa britannico, John Healey, il quale ha accusato il premier Keir Starmer di non spendere abbastanza per la difesa della nazione.

Dopo il flop dello Scaf, Berlino rilancia: ecco i piani (e rischi) per il caccia europeo di sesta generazione

L'inizio di questa settimana ha certificato qualcosa che gli addetti ai lavori sapevano da tempo: il caccia di sesta generazione franco-tedesco-spagnolo “Scaf” (Système de Combat Aérien du Futur) è stato definitivamente abbandonato. Dopo anni di progettazione e tentativi di accordo tra le parti industriali, Berlino e Parigi hanno preso atto che né Airbus né Dassault Aviation sarebbero mai riuscite a giungere a un compromesso soddisfacente per entrambe, con l'industria francese che considerava la sua richiesta di detenere l'80% dello sviluppo della nuova piattaforma inderogabile.

Un partenariato impossibile

Il programma “Scaf”, avviato nel 2017 con un budget di circa 100 miliardi di euro e a cui ha partecipato la Spagna tramite Indra, mirava a sviluppare un caccia di sesta generazione destinato a sostituire il Rafale francese, nonché l'Eurofighter “Typhoon” in dotazione a Germania e Spagna. Tuttavia, i negoziati si sono definitivamente conclusi lunedì scorso a causa dell'impossibilità di risolvere la controversia tra Airbus e Dassault, la cui richiesta di avere un ruolo di primo piano era stata sempre contestata dall'industria tedesca, che insisteva su una partecipazione paritaria così come avviene tra le tre industrie che stanno progettando il Gcap (Global Combat Air Programe), ovvero Leonardo, Bae Systems e Mitsubishi Heavy Industries.

Fuori i francesi i tedeschi stringono gli spagnoli

Il programma Scaf, proprio per le pretese francesi, è stato considerato se non morto in agonia già da anni, ma Airbus – e con essa il governo tedesco – non intende abbandonare l'idea di costruire un velivolo di sesta generazione facendo appello alla Spagna. Da un lato, infatti, otto importanti aziende tedesche del settore difesa e aerospaziale hanno unito le forze per lanciare ufficialmente, questo giovedì, il “Team Gen 6” che mira a produrre un nuovo aereo da combattimento, e dall'altro un'iniziativa simile, che coinvolge anche Airbus, è stata presentata alla Spagna in occasione del salone aerospaziale “Ila 26” di Berlino.

Il “Team Gen 6” comprende la divisione tedesca del consorzio europeo Airbus Defence and Space (con sede in Germania), la divisione tedesca dell'azienda missilistica europea MBDA e le aziende Autoflug, Diehl Defence, Hensoldt, Liebherr, Mtu Aero Engines e Rohde & Schwarz. Da partre spagnola, oltre alla già citata Indra, le aziende coinvolte sono Grupo Oesia, GMV, ITP e Sener.

I tedeschi stavolta sembrano avere le idee chiare: le aziende partecipanti hanno un chiaro “impegno per la cooperazione multinazionale” per avviare “un partenariato europeo generale, basato su condizioni di parità” che “può avere successo solo se sostenuto da industrie nazionali solide e fondato sulla volontà politica”. “Solo insieme, come europei, possiamo superare le sfide tecnologiche e finanziarie della sesta generazione”, hanno ribadito i partner.

Del resto la Germania ha una storia consolidata di partenariati nel settore aeronautico: il Panavia “Tornado” e il “Typhoon” sono nati da consorzi europei in cui erano e sono presenti industrie tedesche.

Molto probabilmente il nuovo “Team Gen 6” guarderà alla Svezia, che è stata partner iniziale del progetto “Tempest” - poi divenuto Gcap con l'ingresso del Giappone – per successivamente abbandonarlo nelle fasi iniziali. La stessa Svezia, infatti, ad agosto del 2024 aveva proposto un concept di Saab per un velivolo manned/unmanned di sesta generazione.

I tempi si allungano (ancora)

Il problema principale di questa nuova alleanza per un velivolo di questo tipo è dato dalla tempistica, a cui si lega anche la questione dei finanziamenti. Lo Scaf poneva le sue basi progettuali nel 2017, e aveva un orizzonte temporale iniziale di consegna degli esemplari di preserie al 2040 – poi diventato 2045 per le diatribe franco-tedesche – pertanto un nuovo progetto europeo, se pur beneficiando del lavoro svolto sino ad ora da parte di Airbus e Indra – comunque marginale per quanto riguarda la cellula e i motori – avrebbe tempi di consegna ancora più allungati rispetto a quelli già lunghi del defunto “Scaf”.

Con essi, i costi di R&D e di avvio di costruzione di una piattaforma che, come si prefiggono i tedeschi, possa essere “paritaria” tra i partner, saranno sicuramente più alti. L'orizzonte temporale per questo nuovo progetto è talmente indefinito che Berlino sta correndo ai ripari pensando di ordinare più F-35 dagli Stati Uniti rispetto a quelli originariamente previsti.

Del resto la decisione di non procedere in Europa alla produzione di velivoli di quinta generazione ci ha obbligato a guardare all'unico Paese alleato che li ha progettati, e da questo punto di vista la partecipazione attiva di Italia, Regno Unito, Danimarca, Olanda e Norvegia (per restare in Europa) ha contribuito a migliorare le competenze industriali su questo tipo di velivoli. Soprattutto un Paese come l'Italia, unico in Europa a ospitare un centro di assemblaggio finale dell'F-35 (il Faco di Cameri in provincia di Novara) ha potuto beneficiare più di altri dell'esperienza su un velivolo di quinta generazione: fattore da non sottovalutare quando si deve costruire la sesta generazione aeronautica.

La Germania potrebbe quindi essere in procinto di fare il passo più lungo della gamba, e vedere una piattaforma di sesta generazione in ritardo rispetto ad altre. Esisterebbe una soluzione alternativa per Berlino: cercare di entrare inizialmente come Paese osservatore nel Gcap, per il quale aveva già mostrato interesse nel recente passato, e cercare di trovare un accomodamento industriale con Leonardo, Bae e Mitsubishi, del resto il “caccia europeo di sesta generazione” non era solo lo “Scaf” guardando a com'è nato il Gcap.

Innovazione, spazio e difesa. Per Avino (Argotec) è il tempo delle scelte industriali

12 June 2026 at 14:32

La conferenza “Ripensare lo spazio militare fra dualità, innovazione, nuove minacce e nuove esigenze operative”, promossa dal Cesma dell’Associazione Arma Aeronautica in collaborazione con Argotec e con il contributo dell’Istituto Affari Internazionali e della Fondazione Amaldi, ha offerto un’occasione importante per riflettere sul ruolo che lo spazio sta assumendo nel quadro della sicurezza contemporanea.

Fino a pochi anni fa lo spazio era percepito ed utilizzato prevalentemente come un ambito dedicato alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica. Oggi, invece, rappresenta un’infrastruttura critica dalla quale dipende una quota sempre crescente delle attività economiche, istituzionali e strategiche delle nostre società: dalle telecomunicazioni all’osservazione della Terra, dalla navigazione satellitare, alla gestione delle emergenze, fino alle applicazioni critiche per la sicurezza e la difesa, i servizi spaziali sono ormai integrati nel funzionamento quotidiano degli Stati, delle imprese e delle comunità.

Per questo motivo il tema non è più se lo spazio debba essere considerato un dominio strategico, ma quanto rapidamente Europa e Italia riusciranno a trasformare questa consapevolezza in capacità operative, industriali e tecnologiche.

La questione centrale riguarda proprio la sovranità tecnologica.

Ad esempio, tutti i satelliti costruiti da Argotec sono stati lanciati finora da operatori statunitensi. Non per scelta, ma per necessità.  Questo dato racconta una realtà che l’Europa non può più ignorare: senza un accesso autonomo e competitivo allo spazio, non esiste una vera sovranità spaziale.

Oggi, l’Europa non dispone ancora di un accesso allo spazio che possa definirsi pienamente autonomo e competitivo sul piano commerciale. La dipendenza da operatori esterni non è solo un limite industriale, ma rappresenta un rischio strategico. Chi controlla l’accesso allo spazio controlla una componente essenziale della sicurezza, della sovranità e della resilienza di un sistema Paese. L’Europa deve colmare questo divario per essere protagonista della nuova era spaziale.

Questa situazione non è nata all’improvviso. È il risultato di anni nei quali altri hanno investito con continuità e visione di lungo periodo. Elon Musk ha certamente avuto intuizioni straordinarie, ma il successo di SpaceX non può essere spiegato soltanto attraverso il talento individuale. Dietro c’è stato un sistema capace di assumersi il rischio, sostenere l’innovazione e utilizzare la domanda pubblica come leva per attrarre investimenti privati.

La lezione è chiara. Per recuperare terreno non basta solo tracciare le dipendenze critiche: occorre intervenire rapidamente per ridurle. Alcune sono ormai strutturali, ma molte possono ancora essere affrontate valorizzando le competenze industriali e tecnologiche già presenti nel nostro continente.

Anche l’attuale rapporto tra industria e difesa richiede una riflessione più matura.

Spesso si parla di tecnologie dual use come se fosse possibile trasformare rapidamente un prodotto civile in uno militare. Nel settore spaziale non funziona così. Il dual use non nasce a posteriori: si progetta fin dall’inizio. Significa concepire architetture, piattaforme e sistemi capaci di rispondere contemporaneamente alle esigenze civili e di sicurezza, integrando requisiti militari già nelle fasi iniziali di sviluppo.

Per questo motivo non esistono scorciatoie. Le competenze richieste per operare nel settore spaziale e della difesa si costruiscono nel tempo, attraverso investimenti in ricerca, test e missioni.

L’esperienza di Argotec testimonia quanto rapidamente possa evolvere questo mercato. Quando l’azienda è nata nel 2008, l’obiettivo era lo spazio commerciale. Oggi la difesa rappresenta circa il 30% del fatturato e costituisce uno dei principali driver di crescita. Non perché sia cambiata la natura delle nostre tecnologie, ma perché è cambiato il contesto strategico nel quale esse sono chiamate ad operare.

Allo stesso tempo è cambiato il ruolo dell’industria. Non basta più costruire satelliti. Occorre sviluppare capacità complete: progettazione, produzione, operazioni in orbita, gestione delle costellazioni e valorizzazione dei dati. 

La vera sfida è trasformare la tecnologia in uno strumento utile per chi deve prendere decisioni operative.

La Difesa è diventato un interlocutore sempre più competente, consapevole e preparato, dotato di capacità tecniche e ingegneristiche di altissimo livello, spesso comparabili a quelle presenti nell’industria. Questo non rappresenta una sfida, ma un’opportunità di crescita reciproca. Quanto più il dialogo tra industria e utilizzatore finale è aperto e continuo, tanto più diventa possibile sviluppare soluzioni efficaci, innovative e realmente rispondenti alle esigenze operative.

Infine, è necessario superare una visione tradizionale delle relazioni industriali. Il termine “filiera” richiama un modello gerarchico che non riflette più la complessità dei programmi attuali. Oggi è, invece, necessario parlare di partnership fondate sulla responsabilità condivisa. In una missione spaziale non esistono componenti marginali: il ritardo o la non conformità di un singolo fornitore può compromettere il successo dell’intero programma. La crescita dell’ecosistema passa, quindi, dalla capacità di costruire relazioni paritarie, basate sulla fiducia e su obiettivi realmente condivisi.

La situazione geopolitica suggerisce che il tempo delle analisi è finito. L’orologio ha iniziato a correre. Per rafforzare la nostra autonomia tecnologica e la nostra sicurezza servono visione industriale, investimenti, capacità di assumersi il rischio e una forte collaborazione tra istituzioni, mondo della ricerca e imprese. Prima come sistema Italia, poi come sistema Europa.

Edf 2025, Leonardo mette a segno 15 progetti e oltre 64 milioni

12 June 2026 at 14:20

Quindici progetti su diciotto candidature presentate, per finanziamenti europei che superano i 64 milioni di euro destinati direttamente al gruppo e che arrivano a circa 84 milioni se si considera anche il contributo delle società partecipate. Sono questi i numeri con cui Leonardo chiude la sua partecipazione all’edizione 2025 dell’European defence fund (Edf), lo strumento con cui l’Unione europea finanzia la ricerca e lo sviluppo capacitivo nel settore della difesa.

Il quadro generale dell’Edf 2025

Il bando 2025 dell’Edf, nel suo complesso, ha messo sul tavolo circa un miliardo di euro distribuiti su 33 inviti a presentare proposte. A fronte di 410 candidature arrivate da tutta Europa, la Commissione ne ha selezionate 57, che coinvolgeranno in totale 634 soggetti provenienti da 26 Stati membri, oltre a Norvegia e Ucraina. Una platea ampia, in cui le piccole e medie imprese pesano per il 38% dei partecipanti, segno della linea seguita da Bruxelles negli ultimi anni: allargare la base industriale coinvolta nei programmi comuni, evitando che la difesa europea resti un affare riservato a pochi grandi gruppi e a pochi paesi.

I due progetti guidati da Leonardo

Dei 15 progetti che vedono coinvolta Leonardo, 11 riguardano lo sviluppo capacitivo e 4 la ricerca. Tra questi, due portano la firma del gruppo italiano in qualità di capofila: Asimov (Autonomous system for inspection, maintenance, defence operations and manoeuVres) e Anemos (Airborne new european Mids operational solution). Asimov si inserisce nel filone dello sviluppo capacitivo e guarda alle operazioni e ai servizi in orbita per la difesa europea, un terreno su cui Leonardo è già presente con asset satellitari e su cui punta a consolidare un ruolo di primo piano. Anemos, invece, è un progetto di ricerca pensato per ampliare le capacità europee in materia di superiorità informativa e interoperabilità, attraverso nuove soluzioni di radiocomunicazione e forme d’onda avanzate per i sistemi di comunicazione tattica.

Una presenza trasversale sui domini operativi

Al di là dei due progetti guidati direttamente dall’azienda, la presenza di Leonardo nei consorzi finanziati dall’Edf 2025 tocca praticamente tutti i domini operativi su cui si sta orientando la difesa europea. Si va dal collaborative air combat in ambito aeronautico al land collaborative combat con integrazione aria-terra, passando per i sistemi di nuova generazione per il soldato, la digital ship e il naval combat cloud sul fronte navale. A questo si aggiungono le attività legate alla cyber defence, all’interoperabilità tra addestramento live, virtual e constructive, e a un insieme di tecnologie abilitanti (radar multi-banda 4D, sensori a infrarossi, componentistica elettronica avanzata) che secondo l’azienda costituiscono i mattoni su cui si regge l’autonomia strategica del continente.

"Vogliono ritirare caccia e navi militari dall'Europa". Gli Usa si sfilano dalla Nato

Un taglio netto, deciso, drastico del numero di mezzi militari a disposizione della Nato. È questo l'ultimo piano al quale starebbero lavorando gli Stati Uniti, secondo alcune indiscrezioni in procinto di ridurre di un terzo i caccia e le navi da guerra fin qui fornite all'Alleanza Atlantica. Nello specifico, Washington avrebbe intenzione di ridurre da 150 a 100 gli F-16 e gli F-15E dislocati sul territorio europeo, e da 26 a 15 gli aerei da ricognizione. Previsto anche il ritiro di tutti e otto gli aerei cisterna, nonché il ricollocamento di un sottomarino lanciamissili, una portaerei e altre navi. Ecco che cosa sta succedendo.

La mossa degli Usa

La notizia è stata riportata dal New York Times. A detta del quotidiano statunitense, la scelta di ridimensionare la quantità di mezzi messi a disposizione della Nato sarebbe stata comunicata dagli Usa agli alleati all'inizio di giugno in un comunicato riservato.

Il paper, in base a chi ha avuto modo di visionarlo, offrirebbe una "rara chiarezza" sulla misura in cui l'amministrazione Trump intenderebbe ridurre il proprio impegno nei confronti dell'Alleanza Atlantica. Dal canto suo, il Pentagono ha "rifiutato di commentare le cifre specifiche contenute nel documento", limitandosi a citare una più generica dichiarazione del suo Comando Europeo sull'intenzione di ridurre l'impegno militare Usa in Europa.

Pare, tuttavia, che la strada sia ormai tracciata. Tanto è vero che diversi funzionari statunitensi sentiti dallo stesso Nyt hanno riferito che il taglio dei mezzi militari Usa in Europa verrà attuato "molto presto", addirittura ben prima di quando previsto dagli alleati europei. L'improvviso ritiro delle forze americane dal blocco comprometterebbe la capacità della Nato, di monitorare il traffico sottomarino russo e di lanciare missili Tomahawk a lungo raggio in profondità nel territorio russo..

Le conseguenze sulla Nato

Trump si è a lungo lamentato del ruolo giocato dagli Stati Uniti all'interno della Nato per difendere l'Europa. Il presidente statunitense ha più volte esortato Bruxelles a fare di più per difendersi senza il sostegno americano e ha minacciato molteplici volte di abbandonare completamente l'Alleanza Atlantica. La sua amministrazione si era limitata a diffondere annunci isolati riguardanti peraltro il ritiro di mezzi da alcuni singoli Paesi.

Di recente, il capo del Comando europeo del Pentagono, generale Alexus Grynkewich, era stato più esplicito del solito. "Nel modello di forza della Nato si è creata una dipendenza malsana dalle forze statunitensi. Il presidente Trump, il segretario Hegseth e altri hanno chiarito che questa situazione deve cambiare, e cambierà".

Gli effetti del ritiro saranno parzialmente attenuati dal fatto che i leader europei, consapevoli della necessità di dipendere meno dal supporto statunitense, hanno già avviato il processo di riarmo dei rispettivi Paesi. “Il problema principale della Natoè che, finché Trump sarà presidente, non c'è più alcuna fiducia nel fatto che gli Stati Uniti verrebbero in aiuto degli europei in caso di emergenza", ha dichiarato da Berlino il parlamentare tedesco Anton Hofreiter.

Permangono infatti gravi criticità. Il ministro della Difesa britannico si è appena dimesso accusando il suo governo di spendere troppo poco per le forze armate. L'Europa sta inoltre faticando a coordinare il riarmo, mentre la Germania si è ritirata da un progetto per la costruzione di un nuovo aereo da combattimento con Francia e Spagna.

Aerei spia in volo sulle navi da guerra di Xi: alta tensione nel Mar Cinese

Tensione alle stelle nei cieli e nelle acque attorno a Taiwan. Nelle ultime ore le autorità cinesi hanno riferito di aver individuato due velivoli da ricognizione riconducibili al Giappone impegnati a effettuare una missione di pattugliamento marittimo a sud-est dell’isola. Gli analisti militari di Pechino hanno pochi dubbi. A loro avviso, quei velivoli sono stati inviato da Tokyo in un’area sensibile per "spiare" e osservare le navi del Dragone.

L’allarme della Cina e l’avvistamento degli aerei spia

Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, i due aerei sarebbero stati avvistati lunedì nel corso di un’operazione speciale di controllo marittimo organizzata dalle autorità cinesi. Le immagini diffuse da Yuyuan Tantian, account collegato all’emittente statale CCTV, mostrerebbero un primo velivolo individuato nelle prime ore del mattino e un secondo aeromobile nel pomeriggio, quest’ultimo caratterizzato dalla tipica livrea bianca e blu attribuita alla Guardia Costiera giapponese.

Per gli analisti vicini all’Esercito Popolare di Liberazione, si tratterebbe di piattaforme da ricognizione elettronica impiegate per raccogliere informazioni sulle attività delle navi cinesi presenti nell’area. L’esperto militare Fu Qianshao, ex colonnello dell’aeronautica cinese, ha spiegato per esempio che i suddetti aerei sarebbero stati inviati per osservare da vicino i movimenti della task force marittima di Pechino e raccogliere dati di intelligence.

Uno dei velivoli, ha spiegato ancora l’analista cinese, potrebbe derivare dalla conversione di un aereo regionale turboelica, mentre il secondo sembrerebbe basato su un business jet modificato e dotato di apparati elettronici installati sotto la fusoliera. Pur senza fornire prove definitive, le autorità cinesi considerano la presenza dei due mezzi un segnale dell’attenzione crescente che il Giappone dedica alle operazioni navali di Pechino nelle acque circostanti Taiwan.

Alta tensione a Taiwan

Ricordiamo che, nei giorni scorsi, la Cina ha rafforzato le proprie attività di pattugliamento a est di Taiwan in risposta ai colloqui avviati da Giappone e Filippine sulla delimitazione delle rispettive zone economiche esclusive nel Pacifico occidentale.

La leadership cinese ha criticato duramente quei negoziati, definendoli lesivi dei propri interessi marittimi e accusando Tokyo e Manila di ignorare le rivendicazioni avanzate da Pechino.

Le missioni navali e aeree del Dragone attorno a Taiwan si sono moltiplicate negli ultimi anni, alimentando il timore di incidenti o errori di valutazione tra le diverse forze presenti nella regione che possano scatenare un conflitto. Di recente, Taipei ha dichiarato di aver individuato un imbarcazione cinese, identificata dal numero di scafo 3501, a circa quattro miglia dalla zona marittima sottoposta a restrizioni. In quel caso, una motovedetta taiwanese è stata immediatamente inviata nell’area per affiancare il mezzo cinese e ordinargli via radio di allontanarsi.

La Germania presenta il Cobra 600: cosa sappiamo del niovo drone intercettore

A fronte della profonda trasformazione delle architetture di difesa aerea occidentali, la Germania ha svelato una nuova soluzione destinata a modificare gli equilibri nel settore della protezione dello spazio aereo. In occasione dell’ILA Berlin Air Show, l’azienda tedesca Diehl Defence ha presentato il Cobra 600, un innovativo drone intercettore a propulsione jet progettato per operare come estensione avanzata dei sistemi missilistici IRIS-T. Il programma, noto anche come Airborne Launching and Attack System (AirLAS), nasce dall’esigenza di aumentare la profondità operativa delle difese antiaeree attraverso l’impiego di piattaforme senza pilota capaci di trasportare armamenti guidati direttamente nelle aree di minaccia.

Cosa sappiamo

Da una prima analisi emerge che il Cobra 600 introduce un paradigma innovativo nel settore della difesa aerea: quello del cosiddetto “missile taxi”. In questa configurazione il drone non svolge il ruolo tradizionale di vettore offensivo, ma trasporta un missile IRIS-T fino a centinaia di chilometri dall’area di lancio, ampliando significativamente il raggio d’azione dei sistemi terrestri.

L’interfaccia tra il velivolo senza pilota e il missile utilizza un pilone standard derivato da quello impiegato sul caccia Eurofighter, consentendo una piena integrazione con la famiglia IRIS-T. Il sistema opera in stretta connessione con le batterie antiaeree IRIS-T SLM e SLS, dalle quali riceve dati di scoperta, identificazione e tracciamento degli obiettivi tramite collegamenti datalink sicuri.

Con il missile installato, il Cobra 600 è accreditato di un’autonomia operativa di circa 400 chilometri, una distanza nettamente superiore rispetto ai limiti dei missili lanciati da terra della stessa famiglia. Tale caratteristica consente di creare una sorta di bolla difensiva avanzata, capace di intercettare minacce molto prima che raggiungano le infrastrutture strategiche da proteggere.

Tuttavia, il sistema non sostituisce i tradizionali missili superficie-aria a lungo raggio. La velocità e la capacità di manovra del drone rimangono inferiori rispetto a quelle dei moderni intercettori dedicati, rendendolo particolarmente efficace contro droni, velivoli tattici e missili da crociera, piuttosto che contro minacce balistiche ad alta velocità.

Cosa può fare

La piattaforma aerea è stata sviluppata dalla società tedesca Polaris Raumflugzeuge, azienda specializzata in sistemi aerospaziali avanzati. Il velivolo presenta una configurazione ad ala delta modificata con elementi tipici delle flying wing, una soluzione progettata per massimizzare l’efficienza aerodinamica e ridurre la segnatura radar.

Il modello esposto a Berlino è equipaggiato con due microturbogetti JetCat P1000-PRO, ciascuno in grado di sviluppare circa 20 libbre di spinta. La struttura prevede tuttavia la possibilità di integrare fino a quattro propulsori, configurazione che potrebbe essere adottata per missioni con carichi superiori o per incrementare le prestazioni operative.

A differenza di molti droni impiegati in scenari bellici contemporanei, l’armamento dispone di un carrello retrattile triciclo che ne consente il recupero e il riutilizzo. Può operare da piste convenzionali, ma anche da infrastrutture austere o da tratti autostradali opportunamente predisposti, caratteristica che aumenta significativamente la resilienza operativa in caso di conflitto ad alta intensità.

Attualmente il drone non possiede sensori autonomi dedicati alla ricerca dei bersagli e si affida alle capacità di scoperta dei sistemi terrestri ai quali è collegato. Una volta raggiunta l’area d’ingaggio, il missile IRIS-T utilizza il proprio sensore a infrarossi per acquisire il bersaglio e procedere all’intercettazione. In prospettiva, l’integrazione di sensori elettro-ottici o infrarossi direttamente sul drone potrebbe incrementarne il livello di autonomia decisionale e migliorare la verifica dell’identificazione del bersaglio prima del lancio.

L’evoluzione della famiglia IRIS-T

L’introduzione del Cobra 600 riflette chiaramente le lezioni apprese nei conflitti contemporanei, in particolare in Ucraina, dove i sistemi IRIS-T forniti dalla Germania hanno dimostrato elevati livelli di efficacia nella difesa contro attacchi missilistici e incursioni di droni.

Il progetto s’inserisce inoltre in una più ampia strategia di rafforzamento della difesa aerea europea. Diehl Defence gia annunció l’espansione della capacità produttiva del sistema IRIS-T, con l’obiettivo di incrementare significativamente il numero di batterie e missili. Parallelamente, numerosi Paesi NATO, soprattutto quelli situati sul fianco orientale dell’Alleanza, hanno già avviato programmi di acquisizione del sistema per rafforzare la protezione del proprio spazio aereo.

Un ulteriore passo avanti è stato rappresentato dalla partnership tra Diehl Defence e l’azienda MDSI, finalizzata ad ampliare l’integrazione del missile su una gamma più vasta di piattaforme aeree, comprese aeronavi e sistemi unmanned. Grazie all’adozione dell’architettura modulare PISAPS, sarà possibile accelerare l’installazione del missile senza ricorrere a costose modifiche strutturali degli aeromobili.

Attualmente l’IRIS-T è utilizzato da diverse forze ed è stato acquisito da circa venti Paesi. Il missile equipaggia piattaforme come Eurofighter Typhoon, Gripen, F-16, Tornado, EF-18, KF-21 e F-5E, confermandosi uno degli intercettori a corto raggio più diffusi e versatili del panorama occidentale.

Secondo alcuni analisti, l’armamento potrebbe rivelarsi un vero e proprio moltiplicatore di forza destinato a estendere la copertura dei sistemi antiaerei esistenti, offrendo alle forze armate una soluzione flessibile, relativamente economica e adattabile alle esigenze della guerra moderna multidominio.

Cina, la nuova mossa oltre Taiwan: così Pechino spinge la sua sfida nel Pacifico

Mentre il mondo guarda ancora una volta alla crisi nel Golfo Persico, che a sua volta ha messo in secondo piano il conflitto in Ucraina e i risultati ottenuti dalla campagna di bombardamento di Kiev nei territori occupati dai russi che sta mettendo in crisi il sistema di rifornimento della Crimea, la Repubblica Popolare Cinese compie un'altra mossa nello scacchiere del Pacifico Occidentale e per la prima volta oltrepassa, nelle sue rivendicazioni territoriali marittime, la “Linea dei Nove Tratti” spostandone il limite a est dell'isola di Taiwan.

Sabato 6 giugno, come riferisce lo stesso organo di stampa statale Global Times, Pechino ha lanciato “un'operazione speciale di applicazione della legge marittima nelle acque a est dell'isola di Taiwan”. La Repubblica Popolare riferisce che “si tratta di una mossa necessaria in risposta all'annuncio unilaterale da parte di Giappone e Filippine dei cosiddetti "colloqui sulla delimitazione marittima" a est dell'isola cinese di Taiwan, che costituisce una grave violazione della sovranità territoriale e dei diritti e interessi marittimi della Cina”.

L'operazione, lanciata dal ministero dei Trasporti cinese, in coordinamento con le amministrazioni per la sicurezza marittima del Fujian e del Guangdong, il Centro di supporto alla navigazione del Mar Cinese Orientale e l'Ufficio di soccorso del Mar Cinese Orientale, mira a esercitare pienamente la giurisdizione cinese in materia di applicazione della legge marittima, a rafforzare le capacità di controllo e vigilanza del traffico marittimo in acque strategiche, a garantire la sicurezza del traffico marittimo e a salvaguardare i diritti e gli interessi nazionali, riporta ancora il media di stato cinese.

Riconoscere le ZEE per limitare l’espansionismo cinese

Il 28 maggio, infatti, il Giappone e le Filippine hanno annunciato che avrebbero delimitato le loro ZEE (Zona Economica Esclusiva) che sono sempre state sovrapposte in forza delle rispettive rivendicazioni, decidendo quindi di trovare un accordo come previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). La risposta di Pechino è stata quella di inviare una flottiglia paramilitare attraverso il Canale di Bashi e nell'Oceano Pacifico a est di Taiwan, in acque che sino ad ora non sono rivendicate nemmeno nelle sue mappe più estese.

Le navi della Guardia Costiera cinese erano accompagnata anche da unità idrografiche – che spesso vengono utilizzate anche come navi spia e che, in prospettiva, potrebbero essere usate per il taglio delle condutture sottomarine – a indicare la volontà di acquisire diritti su un braccio marittimo che sino a oggi non è mai stato rivendicato, ma che implicitamente la Cina ritiene le appartenga in quanto afferente all'isola di Taiwan.

Non è infatti un caso che, nel suo comunicato, Pechino sottolinei che le manovre navali siano state effettuate in conformità col diritto internazionale marittimo. La dimostrazione di forza è terminata il 10 giugno, dopo che le navi cinesi si sono allargate sino alla ZEE orientale di Taipei, facendo poi rotta nord per virare successivamente a ovest a nord di Taiwan dopo aver oltrepassato l'isola nipponica di Yonaguni, ultima della catena delle Sakishima e al centro di una recente crisi tra Tokyo e Pechino.

Modi e tempi precisi

Il punto cruciale della vicenda sta nella modalità dell'azione e nella tempistica. L'azione è stata condotta da unità navali paramilitari, seguendo esattamente lo stesso schema di ciò che avviene nel Mar Cinese Meridionale, dove la Guardia Costiera cinese compie azioni aggressive nei confronti delle imbarcazioni filippine nella ZEE di Manila in una crisi che si è aperta da un paio d'anni a questa parte.

In quel mare, spesso e volentieri le unità della Guardia Costiera sono accompagnate dalla flottiglia da pesca cinese, utilizzata come una vera e propria milizia marittima per compiere azioni coercitive “sottosoglia” come blocchi e intimidazioni. Spesso a bordo delle barche da pesca cinesi maggiori è presente anche personale armato.

Pechino fondamentalmente usa la sua marina militare per dimostrare le proprie capacità, ovvero ciò che può fare con la forza, in azioni anche aggressive come avvenuto più volte nel Mar Cinese Meridionale o con semplici passaggi in acque prossime a quelle territoriali di altre nazioni che reputa “ostili” come il Giappone o l'Australia.

Viceversa, utilizza la sua Guardia Costiera e altre navi non ufficiali come forza paramilitare per affermare la propria sovranità, ovvero ciò che rivendica. La tempistica non riguarda tanto l'annuncio del futuro accordo nippo-taiwanese sulle reciproche ZEE, qualcosa che è stato direttamente innescato da Pechino stessa con le sue posture sempre più aggressive verso i Paesi limitrofi considerando che Taipei ha sempre rifiutato di venire a patti con Tokyo per la delimitazione delle rispettive zone marittime, bensì è possibile inquadrarla nell'esito del vertice Trump-Xi Jinping, dove il presidente statunitense ha messo sul piatto la vendita di armamenti a Taiwan in cambio di accordi commerciali più favorevoli, venendo quindi incontro ai desideri cinesi di far cessare l'invio di armi statunitensi a Taipei.

Dalle colonne del Giornale lo avevamo preannunciato già allora: questo atteggiamento mercantilista con la Cina degli Stati Uniti di Trump è foriero di instabilità proprio perché rende l'avversario (ovvero Pechino) più spavaldo, con ripercussioni importanti nel Pacifico Occidentale dove alleati come il Giappone, Taiwan o le stesse Filippine subiscono direttamente le conseguenze di questa nuova politica, generando timori sull'impegno americano che si riflettono in cambi epocali di posture strategiche: Tokyo, ad esempio, ha avviato una profonda mutazione della sua politica di sicurezza e difesa spendendo molto più in armamenti e aprendo alla possibilità di venderli all'estero, mentre Manila è tornata a guardare a Washington per la propria sicurezza aprendo nuove basi Usa sul proprio territorio. Senza dimenticare l'Indonesia, altro grande attore regionale con interessi diretti nel Mar Cinese Meridionale, che sta investendo sempre di più nella Difesa aprendo partenariati con Paesi europei ed occidentali.

Motori e sovranità tecnologica, l’Ue investe nel progetto Sharp

11 June 2026 at 16:54

La spinta europea verso una maggiore autonomia tecnologica nella difesa passa anche dai motori per gli elicotteri militari di prossima generazione. La Commissione europea ha deciso di sostenere Safran Helicopter Engines, MTU Aero Engines e Avio Aero nel progetto Sharp, iniziativa di ricerca dedicata allo sviluppo di tecnologie per un nuovo motore turboalbero. Il programma beneficerà di circa 25 milioni di euro nell’ambito del Fondo europeo per la difesa.

Il progetto Sharp

Sharp, acronimo di Sovereign high-performance architecture for rotorcraft propulsion, riunirà 25 partner provenienti da 12 Paesi europei, tra cui Pmi, università e centri di ricerca. L’obiettivo è maturare tecnologie chiave per Enghe, European next generation helicopter engine, destinato a una nuova generazione di motori per elicotteri con prestazioni operative elevate, costi competitivi e sovranità tecnologica europea.

“Con il sostegno a Sharp e, più in generale, al progetto Enghe, l’Europa dimostra la volontà di rafforzare la propria autonomia e sovranità tecnologica nel settore degli elicotteri militari del futuro”, ha dichiarato Cédric Goubet, ceo di Safran Helicopter Engines.

Verso gli elicotteri militari del 2040

Il futuro motore Enghe integrerà tecnologie pensate per migliorare l’efficienza e ridurre i costi operativi e manutentivi. La soluzione è indicata come adatta alla prossima generazione di elicotteri militari prevista in servizio dal 2040, anche nei programmi Engrt e Ngrc. Tra le capacità attese figurano autonomia, carico utile, velocità e disponibilità operativa.

“Alla luce del progressivo invecchiamento della flotta europea di elicotteri militari, l’esigenza è chiara: a partire dal 2040 una quota significativa di questi velivoli dovrà essere sostituita”, ha commentato Ottmar Pfänder, chief program officer di MTU Aero Engines.

Industria e coordinamento europeo

Il coordinamento sarà affidato a Eura, European military rotorcraft engine alliance, joint venture partecipata al 50% da Safran Helicopter Engines e al 50% da MTU Aero Engines. Il team del progetto dovrebbe diventare pienamente operativo nei prossimi mesi.

“Sharp rappresenta una tappa fondamentale nel percorso verso la realizzazione di un motore turboalbero di nuova generazione e conferma, ulteriormente, il valore della collaborazione nello sviluppo di tecnologie propulsive sovrane europee e ad alte prestazioni”, ha dichiarato Riccardo Procacci, ceo di Avio Aero.

“Siamo pronti a guidare questo team multinazionale interamente europeo”, ha aggiunto Wolfgang Gärtner, ceo di Eura. “Condividiamo la volontà e l’esperienza necessarie per mettere a disposizione delle forze armate tecnologie di nuova generazione, assicurando al contempo la sovranità tecnologica europea”.

Il contesto della flotta

In Europa sono oggi in servizio circa 1.800 elicotteri da trasporto e 600 elicotteri da combattimento, con un’età media di circa 20 anni. Entro gli anni Quaranta, anche gli aeromobili ad ala rotante oggi ancora in produzione avranno superato i 50 anni di vita operativa. È in questo orizzonte di rinnovo delle flotte che si colloca Sharp, tassello del percorso europeo per consolidare competenze industriali e autonomia tecnologica nella difesa.

Una Schengen militare e stop al protagonismo francese. Le priorità della difesa Ue secondo Donazzan

11 June 2026 at 16:36

C’è chi vuole sostituire il made in Europe con il made in France e a noi non sta bene. L’Italia è eccellenza mondiale riconosciuta in un settore dove l’Ue deve accelerare. Risponde da Riga l’europarlamentare di Ecr/FdI Elena Donazzan, dove sta partecipando all’Ecr Bureau Meeting dedicato alla nuova difesa europea. Una due giorni ricca di dialoghi con i maggiori esponenti delle istituzioni comunitarie, come Jānis Karlsbergs, Presidente del Consiglio di amministrazione dell’Organizzazione transatlantica lettone e della StratCom della Nato, o Mario Mauro, Coordinatore europeo per il corridoio di trasporto Ten-T Baltico-Mar Nero-Egeo, o il Vicepresidente del Parlamento Europeo Roberts Zīle. “Non accettiamo che nella ridefinizione dell’industria della difesa ci sia una Francia che assegna i compiti agli altri: non funziona così”, dice Donazzan a Formiche.net.

Come i paesi europei stanno affrontando il tema fondamentale della difesa e dell’industria ad essa connessa?

I conservatori di Ecr lo stanno affrontando con un giusto pragmatismo, senza furore vista la delicatezza del tema: occorre praticità rispetto al contesto in cui viviamo oggi, ovvero una stagione molto particolare nata all’indomani dell’aggressione russa all’Ucraina in cui l’Europa stessa deve ripensare al suo modello di difesa che ha in qualche modo lasciato sempre o delegato totalmente alla Nato.

Da dove iniziare?

Da un lato l’Ue deve riservarsi un posto da compartecipe e dall’altro deve essere consapevole che l’Europa stessa è molto differenziata nelle sue sensibilità. La forza dei ragionamenti portati avanti in Europa da Ecr è quella di leggere le sensibilità dei singoli paesi che compongono l’Europa, senza volere in questo caso una taglia unica per la difesa per tutti. Faccio l’esempio dei Paesi baltici, dove la storia recente è fatta di preoccupazione: lì il rischio è percepito in modo diverso rispetto ad un’aggressione via terra. Per cui ci sono esigenze che devono essere affrontate con l’attenzione dovuta.

I paesi di area med che cosa si aspettano e cosa possono dare?

Le scelte vanno fatte rispettando le diverse peculiarità: ad esempio, per noi Paesi del Mediterraneo va tenuta in debita considerazione anche la cultura del rapporto tra territorio e difesa, che è molto forte e molto radicata, con una bella eredità data dalla nostra particolare e invidiabile posizione nel Mediterraneo. Per cui dobbiamo costruire un programma della difesa che tenga conto di una certa dose di indipendenza, del rispetto dei trattati, delle scelte dei singoli Stati membri, ma non è tutto.

Ovvero?

D’altro canto, però, dobbiamo provare a costruire un’autonomia dell’industria della difesa ed è questo il tema principale che abbiamo trattato in questi due giorni a Riga, partendo da un tema strategico come la cultura della difesa. Si tratta di una forma di educazione. Nei 27 Stati membri c’è chi ha, per esempio, un servizio militare obbligatorio, chi ce l’ha su base volontaria e chi lo sta ripensando. Germania e Francia inoltre hanno già deliberato di voler aumentare il loro contingente di riservisti e ieri il nostro ministro della difesa Guido Crosetto ha presentato una proposta di revisione dell’intera struttura della difesa, pensando ad un ampliamento e a una riserva organizzata. Ci rendiamo tutti conto che questi sono temi di straordinaria attualità, che vanno affrontati anche con velocità.

Come una maggiore mobilità militare all’interno dell’Ue potrà dare un contributo alla sicurezza europea, anche in riferimento alla nuova cooperazione da immaginare con la Nato?

La voce mobilità è fondamentale e direi che è un prerequisito. Mi spiego: possiamo avere procedure di comando e controllo da costruire, possiamo avere divise diverse da vestire, sempre ovviamente con la mimetica, ma con colori leggermente diversi, ma non possiamo non avere la stessa capacità di muovere il tutto all’interno dell’Europa. Quando è stato discusso il dossier sulla mobilità militare è emerso che occorre purtroppo un mese e mezzo di pratiche e di timbri per spostare una brigata dalla Francia all’Ucraina. Un lasso di tempo impossibile: per cui serve affrontare con chiarezza la questione della burocrazia e delle procedure. C’è bisogno con urgenza di una Schengen militare.

Sulla difesa, però, il parlamento italiano vede le opposizioni divise.

L’opposizione vive una sua profonda frustrazione in questo campo, perché ha una ideologia di fondo che è antimilitarista, che si tramuta in una sua incapacità di guardare la politica estera. Negli anni questo si è visto con chiarezza e ha fatto da contraltare alla credibilità con cui il Governo Meloni ha affrontato l’argomento, mettendo sempre al centro l’interesse nazionale in una postura che è quella di relazioni internazionali robuste, serie e non piegate ad altre logiche. Vorrei ricordare, inoltre, che abbiamo ereditato politiche dei governi di sinistra che hanno depotenziato tutta la struttura della difesa italiana dal punto di vista della motivazione e degli investimenti. Lavoriamo per invertire la rotta.

Ci avviciniamo al vertice di Ankara, dove si tratteranno temi complessi come il futuro della Nato e l’industria europea della difesa: guardando anche alle grandi competenze che le aziende italiane hanno, quale potrà essere il nostro ruolo?

Come vicepresidente della Commissione industria e come membro della Commissione difesa, osservo che il tentativo francese è sempre quello sostituire il made in Europe con il made in France. Per cui dovremo essere bravi nel far emergere la qualità della nostra capacità di produrre: l’Italia non è seconda a nessuno. Noi abbiamo campioni come Leonardo e Fincantieri, abbiamo competenze straordinarie, abbiamo una storia di tradizione che passa da Iveco Defence. Parliamo di mezzi che sono venduti in tutto il mondo, senza dimenticare le eccellenze dell’aeronautica e dello spazio. L’Italia è la nazione in Europa che ha una storia di spazio estremamente robusta che ci fa stare in tutte le missioni della Nasa. Quindi noi non accettiamo che nella ridefinizione dell’industria della difesa ci sia una Francia che assegna i compiti agli altri: non funziona così. Noi vogliamo che nei programmi ci sia la collaborazione di almeno due Stati membri. Per cui l’Italia è un partner bello e affidabile. Bello nel senso che ha buone relazioni e affidabile perché ha competenze e capacità oggettive.

Spese militari, ogni partito ha la sua guerra. La mappa delle posizioni

11 June 2026 at 16:32

Se c’è un tema sul quale la politica italiana si presenta in ordine sparso alla vigilia del Consiglio europeo e del vertice Nato di Ankara, è quello della difesa. L’aumento delle spese militari, il futuro degli impegni assunti in ambito Nato, il piano europeo Readiness 2030, il programma Safe e la prospettiva di una difesa comune europea stanno producendo una mappa politica molto più frammentata del tradizionale schema maggioranza-opposizione. Da un lato il governo rivendica il raggiungimento del 2,8% del Pil investito tra difesa e sicurezza. Dall’altro, le opposizioni oscillano tra chi sostiene una maggiore integrazione europea nel settore, chi chiede un deciso incremento degli investimenti e chi invece punta a fermare il riarmo e a rimettere in discussione gli obiettivi Nato. Ma differenze significative emergono anche all’interno della stessa coalizione di governo, dove convivono sensibilità diverse.

Fratelli d’Italia e la linea Meloni

La posizione di Fratelli d’Italia coincide con quella espressa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il governo rivendica la scelta di presentarsi al prossimo vertice Nato con una spesa per difesa e sicurezza pari al 2,8% del Pil, considerandola un’assunzione di responsabilità coerente con il deterioramento del quadro internazionale. Al tempo stesso, Palazzo Chigi insiste sulla necessità di spostare il dibattito dalla quantità alla qualità della spesa, sostenendo che l’evoluzione tecnologica dei conflitti imponga una riflessione sulle capacità da sviluppare e non soltanto sui target finanziari. Sul versante europeo, la maggioranza sostiene il rafforzamento della sicurezza continentale in piena complementarità con la Nato e nel rispetto delle competenze degli Stati membri.

Lega, sostegno alla Nato ma niente aumenti

Il partito di Matteo Salvini continua a sostenere la collocazione euro-atlantica dell’Italia e non mette in discussione gli impegni Nato, ma negli ultimi mesi ha più volte espresso ritrosie (in particolare da parte del ministro dell’Economia Giorgetti) rispetto all’ipotesi di ulteriori aumenti della spesa militare finanziati attraverso nuovo debito o a discapito di altre priorità economiche e sociali. Anche nel dibattito europeo la Lega mantiene una linea distinta da quella più europeista presente in altri segmenti della maggioranza, privilegiando la cooperazione tra Stati rispetto a percorsi di integrazione sovranazionale nel settore della difesa.

Forza Italia, bisogna rafforzare il pilastro europeo della Nato

Più lineare la posizione di Forza Italia, tradizionalmente favorevole al rafforzamento delle capacità difensive europee all’interno della cornice atlantica. Gli azzurri sostengono gli investimenti per la difesa, la cooperazione industriale europea e il consolidamento del pilastro europeo della Nato, mantenendo una linea coerente con quella espressa anche dal Partito popolare europeo.

5 Stelle, né impegni Nato né fondi Ue

Netta la posizione del Movimento 5 Stelle, che si oppone all’aumento strutturale delle spese militari e contesta sia il quadro Nato sia gli strumenti finanziari europei. In Parlamento, il capogruppo in Commissione Esteri Francesco Silvestri ha contestato l’aumento di spesa rivendicato dal governo e ha criticato l’impostazione generale della politica estera italiana. Nella risoluzione parlamentare, il M5S chiede di non accedere ai fondi Safe per la difesa e di riconsiderare gli impegni assunti in sede Nato, giudicati insostenibili rispetto ai vincoli di finanza pubblica. 

Pd, il riarmo sia europeo

Più articolata la posizione del Partito democratico, che sposta il baricentro dal livello nazionale a quello europeo. Nella risoluzione presentata in Parlamento, i dem sostengono la necessità di una vera difesa comune europea, fondata su pianificazione condivisa, acquisti congiunti e integrazione industriale. L’obiettivo, si legge, è evitare un “riarmo disordinato degli Stati membri” e promuovere economie di scala. Sul piano istituzionale, il Pd rilancia anche la riforma dei Trattati Ue con il superamento del veto e l’estensione delle cooperazioni rafforzate. La linea è quindi pro-integrazione: più difesa, ma europea e coordinata, con governance comune e strumenti vincolanti come il Buy European.

Azione, più spesa e più supporto a Kyiv

Posizione più pragmatica quella di Azione, che nella risoluzione parlamentare chiede un adeguamento urgente della spesa nazionale per la difesa, invertendo la tendenza alla contrazione registrata negli ultimi anni. Il focus è operativo: prontezza militare, difesa aerea e anti-drone, sistemi missilistici e cybersecurity. Parallelamente, il partito guidato da Carlo Calenda lega l’aumento degli investimenti al sostegno all’Ucraina, con particolare attenzione alle nuove tecnologie difensive e alla cooperazione industriale.

Avs, stop a spese e obiettivi Nato

Decisamente contraria all’espansione degli investimenti militari la posizione di Alleanza Verdi e Sinistra, che propone di opporsi a ulteriori incrementi della spesa per la difesa e di rivedere profondamente i programmi europei legati al riarmo. Nel testo parlamentare, Avs chiede di preservare la destinazione originaria dei fondi Ue alla coesione sociale, alla transizione ecologica e ai servizi pubblici, respingendo qualsiasi utilizzo delle risorse strutturali per finalità militari.

Futuro Nazionale, spesa sì ma per la sicurezza

Più che sul livello della spesa militare in sé, Futuro Nazionale concentra la propria attenzione sul tema della sicurezza nazionale e della difesa delle frontiere. Nella risoluzione presentata alle Camere, il partito guidato da Roberto Vannacci chiede il rafforzamento delle capacità europee di controllo e difesa dei confini esterni e una maggiore integrazione tra politiche migratorie e sicurezza. Sul piano internazionale, la formazione si distingue per posizioni più critiche rispetto al sostegno all’Ucraina.

Tutti contro tutti

Insomma, l’Italia non ha per niente le idee chiare riguardo le spese militari. Basti pensare che, proprio oggi, il ministero della Difesa ha presentato alle Camere uno schema di decreto per l’annunciata (e attesa) riforma delle Forze armate che ha visto al ribasso diversi obiettivi precedentemente dichiarati. Sono infatti sparite le menzioni alla forza Cyber, al rafforzamento delle capacità spaziali e alla riforma della governance militare. Dietrofront che non stupisce davanti agli scontri tra Difesa e Mef delle ultime settimane e all’estrema eterogeneità di posizioni emerse dal dibattito parlamentare. Certo, la mancata uscita dalla procedura d’infrazione europea, la crisi energetica provocata dalla guerra con l’Iran e l’avvicinarsi dell’anno elettorale non aiutano. Il problema è che, al netto delle diverse posizioni politiche, resta un dato di fatto: l’Italia, ancora una volta, non si presenta unita davanti al resto del mondo. E questo non vale solo per il Consiglio europeo e l’imminente summit di Ankara, dove Donald Trump chiederà il conto degli impegni assunti all’Aja un anno fa, ma soprattutto rispetto a una situazione internazionale in progressivo deterioramento che, a differenza della politica, non guarda in faccia al consenso.

In Ucraina l’IA ha ucciso in autonomia. Ecco come

11 June 2026 at 16:09

Per la prima volta nella storia, droni completamente autonomi avrebbero ucciso esseri umani senza alcun intervento diretto degli operatori, segnando il superamento di un’importante linea rossa in ambito etico e morale. La rivelazione arriva da Alexander Kokhanovskyy, imprenditore del settore della difesa ucraino, che parlando con un corrispondente della rivista New Scientist ha raccontato di come quanto descritto poche righe sopra sia avvenuto nel corso di un test condotto circa due anni fa lungo la linea del fronte.

Secondo il racconto, dieci quadricotteri equipaggiati con sistemi IA furono lanciati verso una zona di combattimento compresa tra Bakhmut e Chasiv Yar. Dopo aver percorso alcuni chilometri in modalità programmata, i droni avrebbero attivato una funzione denominata “Terminator mode”, in cui veniva affidato all’IA il compito di identificare ed ingaggiare dei bersagli in modo completamente autonomo. Una volta avviata la missione, non esisteva alcun collegamento con i velivoli, con gli operatori che non potevano ricevere immagini video dal drone, né tantomeno intervenire sulle decisioni prese dall’algoritmo. “Una volta lanciati, sappiamo che tutto ciò che verrà trovato in quell’area sarà distrutto”, ha dichiarato Kokhanovskyy. Per verificare gli effetti dell’operazione, sarebbero stati successivamente inviati droni pilotati da remoto nella stessa area, che avrebbero rendicontato la morte di alcuni soldati russi e la distruzione di un camion (pur non essendoci, appunto, prova diretta).

Se confermato, l’episodio rappresenterebbe un punto di svolta nel dibattito internazionale sulle cosiddette Lethal Autonomous Weapons Systems (Laws), sistemi in grado di selezionare e colpire obiettivi senza che un essere umano autorizzi l’azione finale. Finora erano emersi altri esempi di casi controversi (come quello dei droni turchi Kargu-2 in Libia citato da un rapporto delle Nazioni Unite nel 2021), ma nessuno aveva fornito prove così esplicite di vittime causate esclusivamente da un processo decisionale automatizzato.

L’episodio però, come sottolinea lo stesso Kokhanovskyy, è stato un caso isolato per fini di testing, e la modalità di completa autonomia non è mai stata più impiegata. In ossequio alle regole dell’Ucraina, che mantiene un approccio chiaro sull’impiego dell’IA nei sistemi d’arma, permettendone l’utilizzo esteso nell’individuazione e nel tracciamento dei bersagli, ma non per l’autorizzazione finale all’ingaggio, preservando lo human-in-the-loop.

Ma l’episodio rimane comunque un monito di come l’IA stia trasformando il campo di battaglia, e dei rischi che questa trasformazione contiene al suo interno. Rischi che hanno spinto alcuni attori a cercare di prevenire il verificarsi di situazioni simili a quella descritta dall’imprenditore ucraino. Tra questi c’è il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, che ha più volte chiesto un divieto internazionale delle armi autonome letali, sostenendo che non vi sia spazio per sistemi capaci di decidere autonomamente sulla vita e sulla morte delle persone. Ma oltre a Guterres, tantissime organizzazioni umanitarie e numerosi esperti temono che l’eliminazione del giudizio umano possa aumentare il rischio di errori, colpire civili o rendere più difficile attribuire responsabilità legali per eventuali crimini di guerra.

Healey rompe con Starmer e si dimette per i fondi alla Difesa

11 June 2026 at 14:23

John Healey ha lasciato l’incarico di ministro della Difesa britannico dopo uno scontro con Keir Starmer e con il Tesoro sulla spesa militare. La decisione nasce dal giudizio negativo sul Defence investment plan, il piano destinato a finanziare equipaggiamenti, infrastrutture e prontezza operativa delle forze armate.

La lettera di dimissioni descrive una divergenza ormai politica, oltre che contabile. Healey sostiene che il governo non abbia garantito le risorse necessarie per difendere il Paese in una fase di minacce crescenti. La critica riguarda direttamente la traiettoria della spesa e la sua distribuzione nel tempo, giudicata troppo debole nei primi anni e troppo rinviata in avanti.

Il motivo della rottura

Il Defence investment plan avrebbe dovuto tradurre gli impegni strategici in capacità militari concrete. Per Healey, il finanziamento previsto non basta a sostenere questo passaggio. Il ministro uscente aveva chiesto un percorso verso il 3% del Pil per la difesa entro il 2030, in coerenza con il successivo obiettivo Nato più alto. Il quadro ricevuto dal governo porterebbe invece la spesa al 2,68% nel 2030, poco sopra il livello già previsto per l’anno prossimo.

La distanza tra intenzione dichiarata e capacità effettiva è al centro della rottura. Il governo vuole rafforzare la difesa, sostenere l’Ucraina e preservare la credibilità britannica nella Nato. Healey ritiene però che, senza risorse adeguate, queste ambizioni rischino di restare esposte ai vincoli di bilancio e ai ritardi decisionali.

Le ricadute operative

Nella lettera, Healey richiama un quadro operativo già carico. Cita il Medio Oriente, la sicurezza nello Stretto di Hormuz, l’High North, l’attività russa verso Regno Unito e Nato e il sostegno all’Ucraina. Aree diverse, accomunate dalla necessità di forze pronte, mezzi disponibili e una programmazione finanziaria credibile.

Il rischio indicato dall’ex ministro è concreto. Un piano insufficiente costringerebbe la Difesa a scelte capaci di ridurre la prontezza delle forze armate, aumentare i rischi per il personale e indebolire la sicurezza nazionale. La questione riguarda quindi sia il livello complessivo della spesa sia il rapporto tra impegni operativi, tempi di finanziamento e capacità realmente disponibili.

La sua uscita aumenta la pressione su Starmer e sul Tesoro. Healey non si presenta come una voce esterna al dossier, ma come il ministro che aveva rivendicato risultati su Ucraina, accordi internazionali e Strategic defence review e che ora giudica non più sostenibile la linea del governo. La frattura sposta ora l’attenzione sulla sostenibilità del piano di investimento e sulla capacità del governo di allineare impegni militari, risorse disponibili e tempi di attuazione.

Meloni vanta l’aumento delle spese per la Difesa al 2,8% del Pil. Ma poi precisa: “Dovuto soprattutto agli investimenti sulla sicurezza interna”

11 June 2026 at 11:02

Sulle spese per la Difesa Giorgia Meloni cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Nel corso del suo intervento alla Camera, come su altri temi la presidente del Consiglio si è messa sulla difensiva. Da una parte ha vantato un aumento delle spese in rapporto al Pil dello 0,71%, dall’altra, per il timore di proteste per spese militari eccessive in un momento di piena crisi energetica, ha comunque specificato che questa impennata è dovuta “soprattutto alle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio“.

La leader di Fratelli d’Italia ha garantito che sulla Difesa “siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità e lo ribadiremo al vertice Nato, dove l’Italia si presenterà con il 2,8% del Pil investito in difesa e sicurezza”. Un dato che, rispetto agli accordi raggiunti dall’Alleanza, rispetta le aspettative del raggiungimento del 5% entro il 2035. Ma questa celerità nel rispettare standard che lo stesso governo aveva criticato nei mesi scorsi definendoli eccessivi rischiava di attirare sull’esecutivo critiche dalle opposizioni, ma anche dai alcuni sostenitori. Così ha precisato: “Segnalo un aumento dello 0,71%, garantito però soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio”. E ha poi spiegato: “La difesa è importante, certo, ma mettere al riparo le famiglie e le imprese italiane dalla crisi in atto, lo è altrettanto. E queste due priorità sono interconnesse. Senza sicurezza, l’energia finirebbe per costare sempre di più. Senza energia, non rimarrebbe più nulla da difendere con le armi. Abbiamo posto questa questione con chiarezza, scrivendo una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con la quale chiedevamo di garantire maggiore flessibilità di bilancio agli Stati membri per affrontare la crisi energetica, utilizzando meccanismi finanziari simili a quelli previsti proprio per la difesa. Dopo un negoziato lungo e complesso abbiamo ricevuto la risposta che auspicavamo”.

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Missili Tomahawk nel Golfo Persico: cosa sono e che bersagli possono colpire in Iran

Si vociferava da mesi: gli Stati Uniti potrebbero ricorrere ai loro famosi missili Tomahawk per colpire l’Iran nell’ipotesi che i negoziati non portino alla risoluzione sperata. E questo è quanto accaduto la scorsa notte. Ma cosa sono i missili Tomahawk? Ecco tutto quello che c'è da sapere.

Il missile Tomahawk, tecnicamente missile da crociera subsonico a lungo raggio, adatto a tutte le condizioni atmosferiche, è progettato per compiere attacchi di precisione contro obiettivi di alto valore o fortemente difesi e può essere lanciato da unità di superficie, come i cacciatorpediniere missilistici classe Arleigh Burke e i sottomarini lanciamissili classe Ohio o i sottomarini d’attacco classe Virginia. Attualmente nel Mar Arabico e nel Mediterraneo orientale sono schierati 15 cacciatorpediniere e almeno 2 sottomarini armati con quelli che si stimano essere almeno 650 missili Tomahawk nella configurazione convenzionale per attacco al suolo.

Grazie alla sua traiettoria di volo a bassa quota e ai suoi sistemi di guida avanzati, una volta lanciato dai moduli di lancio verticali delle unità di superficie o dai lanciatori dei sottomarini, il missile Tomahawk, che misura circa sei metri ed è spinto da un piccolo motore turbofan, può eludere le difese aeree nemiche volando a un’altitudine compresa tra i 30-50 metri dal suolo con una velocità di 880 km/h e l'ausilio di un sistema di telecamere che monitora la coincidenza della traiettoria computerizzata durante l’intera corsa sul bersaglio.

Questi missili, armati con testate esplosive convenzionali, a submunizioni o tattiche, possono raggiungere bersagli a 2.000 km di distanza e potrebbero essere impiegati per colpire infrastrutture critiche, di alto valore, fortificate e strategiche in tutto l’Iran. Tra gli obiettivi presi in esame dagli analisti ci sarebbero di nuovo gli impianti nucleari, come Natanz e Isfahan, il quartier generale e i centri di comando dell’Irgc, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione, e quelli della Basij, la forza paramilitare agli ordini degli Ayatollah, ma anche basi militari dove sono schierate difese aeree e dove si ritiene possano essere custodite delle scorte di missili balistici, sebbene queste siano notoriamente basi sotterranee e ben fortificate che richiedono armi con un’elevata capacità di penetrazione come le Gbu-57, le Massive Ordnance Penetrator sganciate da B-2 nell’operazione Midnight Hammer.

Per questo si ritiene più probabile che gli attacchi di precisione sferrati con i Tomahawk verrebbero lanciati contro installazioni radar, difese aeree, piste di decollo su cui potrebbe fare affidamento la ridotta forza aerea iraniana, o sulle basi navali, nel caso di un’operazione offensiva su vasta scala, mentre nel caso di un “raid chirurgico” su obiettivi ben selezionati nei centri urbani, sebbene il rischio di vittime collaterali potrebbe spingere a riconsiderare il valore effettivo di questo tipo di obiettivi.

Usati con successo durante la Guerra del Golfo, dove ne vennero lanciati ben 280, nella guerra in Iraq del 2003, come arma essenziale della campagna "shock and awe”, durante l’intervento in Libia del 2011 e nell’attacco sferrato sulla Siria nel 2017, quando 59 Tomahawk colpirono la base aerea di Shayrat, questi missili da crociera non sono soltanto un’arma efficace ma anche uno strumento di pressione politica che, attraverso il suo solo dispiegamento in teatro operativo, rafforza le capacità di deterrenza e garantendo una capacità offensiva immediata e a lungo raggio.

Un po' nave, un po' aereo: come funziona il nuovo "mostro cinese" WaveFly 5X

La Cina vuole cambiare le regole della mobilità sull'acqua. Il nuovo mezzo che sta sviluppando il Dragone si chiama WaveFly 5X ed è stato realizzato dall'azienda Navee, che lo presenta in giro come il primo velivolo ad effetto suolo destinato al mercato consumer. A metà strada tra una nave e un aereo, il veicolo è progettato per muoversi sopra laghi, bacini e specchi d'acqua tranquilli senza bisogno di piste di decollo. La sua particolarità? Quella di sfruttare una tecnologia conosciuta da decenni ma finora rimasta confinata soprattutto all'ambito militare e sperimentale. Ecco che cosa sappiamo.

Come funziona il nuovo veicolo cinese WavFly 5X

Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, il WaveFly 5X ha completato il suo primo volo sul lago Taihu, nella provincia cinese dello Jiangsu. Il veicolo utilizza il cosiddetto effetto suolo, un fenomeno aerodinamico che si genera quando un'ala vola molto vicino a una superficie.

In questa condizione si crea un cuscino d'aria compressa tra il mezzo e l'acqua che riduce la resistenza e migliora l'efficienza energetica. Grazie a questo principio il WaveFly 5X riesce a "volare" mantenendosi tra i 30 e i 50 centimetri sopra la superficie, raggiungendo velocità fino a 85 chilometri orari. Può trasportare due persone per un carico massimo di 140 chilogrammi e offre un'autonomia dichiarata di circa 80 chilometri.

L'alimentazione è affidata a batterie sostituibili rapidamente, mentre la struttura è realizzata in fibra di carbonio di grado aerospaziale. Secondo l'azienda, il mezzo è stato concepito per essere utilizzato più come un'imbarcazione che come un aeromobile, evitando così la necessità di una licenza da pilota o di una formazione specialistica.

Il ritorno degli ekranoplani?

L'arrivo del WaveFly 5X richiama inevitabilmente alla memoria gli ekranoplani sovietici della Guerra Fredda, giganteschi mezzi ad effetto suolo che negli anni Sessanta e Settanta alimentarono l'interesse delle forze armate per questa tecnologia.

Per la cronaca, il più celebre fu il cosiddetto "Mostro del Mar Caspio", un bestione lungo oltre 90 metri e considerato all'epoca uno dei velivoli più grandi mai costruiti. Oggi, però, materiali più leggeri, sistemi di navigazione avanzati e propulsioni elettriche stanno rendendo nuovamente appetibile questo concetto, soprattutto per applicazioni civili.

La Cina non è l'unico Paese a investire nel settore: negli Stati Uniti il Dipartimento della Difesa sta sviluppando il programma Liberty Lifter, mentre l'azienda Regent sta testando il proprio Viceroy destinato al trasporto regionale. Con un prezzo di listino di circa 100 mila dollari, il WaveFly 5X punta invece a creare una nuova categoria di mezzi ricreativi e turistici, trasformando una tecnologia nata per scopi strategici in un prodotto accessibile al grande pubblico.

Ila Berlin 2026, l’Italia porta in vetrina difesa e spazio

10 June 2026 at 16:31

Ila Berlin 2026 si apre come uno dei principali appuntamenti internazionali per aerospazio e difesa, con una forte attenzione a industria, innovazione, sicurezza e cooperazione tra Paesi europei. Al Berlin ExpoCenter Airport la fiera riunisce aziende, istituzioni, forze armate e ricerca, offrendo una fotografia dei programmi che stanno ridisegnando il settore.

La presenza italiana è significativa. Gli espositori sono 25, con un padiglione nazionale coordinato da Ita/Ice che raccoglie 13 aziende, accanto alla partecipazione di Aiad e di gruppi come Leonardo, Mbda, Avio Aero ed ELT Group. Il dato industriale si accompagna a una presenza tecnologica che tocca elicotteri, difesa elettronica e osservazione della Terra.

Il debutto operativo dell’AW249

Il simbolo più immediato è l’AW249 di Leonardo, presentato con un esemplare di pre-serie e impegnato per la prima volta anche in voli dimostrativi. Il velivolo, destinato all’Esercito italiano con la denominazione AH-249 Fenice, dovrà sostituire l’AH-129D Mangusta.

Il programma prevede 48 esemplari a partire dal 2027. La novità non riguarda solo il ricambio di una piattaforma. L’AW249 viene presentato come un sistema digitale e interoperabile, pensato per missioni di esplorazione e scorta in scenari multidominio. Il volo a Berlino serve quindi a mostrare capacità operative, integrazione e maturità industriale.

Sentinel-1 NG, nuova generazione in orbita

Nello spazio, il passaggio più rilevante è il contratto assegnato a Thales Alenia Space, joint venture tra Thales e Leonardo, per due satelliti Copernicus Sentinel-1 di nuova generazione. L’accordo con l’Agenzia spaziale europea è la prima tranche di un’intesa complessiva da 700 milioni di euro.

Sentinel-1 NG fornirà dati per ambiente, clima, gestione dei disastri naturali, sorveglianza marittima e monitoraggio di oceani, ghiacci e territorio. I satelliti osserveranno giorno e notte, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. Il radar ad apertura sintetica garantirà una risoluzione fino a quattro volte superiore rispetto alla prima generazione e coprirà aree più ampie. La piattaforma Mila consentirà anche il rientro controllato a fine vita operativa.

Difesa elettronica e asse italo-tedesco

ELT Group porta a Berlino una storia industriale costruita nel tempo con la Germania. Il gruppo opera nel Paese da oltre quattro decenni, con strutture a Meckenheim e un ufficio a Berlino, e partecipa a programmi centrali per la difesa europea come Eurofighter Typhoon e NH90.

La collaborazione riguarda anche la Marina tedesca, con sistemi pensati per proteggere le fregate classe F124 dalle minacce nello spettro elettromagnetico. A Ila, l’azienda presenta inoltre soluzioni che uniscono difesa elettronica, cyber e spazio. Tra queste c’è TEWS, una tecnologia montata su piattaforme mobili che aiuta a intercettare segnali, raccogliere informazioni e migliorare la consapevolezza operativa sul campo.

La partecipazione italiana alla fiera mostra quindi una filiera orientata a programmi europei ad alta intensità tecnologica. Il passaggio decisivo sarà trasformare visibilità, cooperazione e contratti in capacità operative concrete.

Così Irini diventa il volto della nuova assertività europea in mare

10 June 2026 at 15:20

Il 7 giugno una nave dell’operazione europea Irini ha effettuato un flag verification boarding della MV Sandhya in alto mare nell’ambito delle attività europee di contrasto alla cosiddetta shadow fleet russa. L’ispezione è arrivata pochi giorni dopo un’analoga operazione condotta il 1° giugno sulla MV Oneiroi e a meno di un mese da un precedente intervento sulla MV Nelsa, effettuato l’11 maggio. Le attività dell’operazione europea nel Mediterraneo raccontano qualcosa che va oltre la verifica di singole imbarcazioni sospettate di utilizzare una falsa registrazione di bandiera. Queste attività rappresentano uno dei segnali più evidenti dell’evoluzione in corso all’interno di IRINI e, più in generale, della crescente attenzione dell’Unione Europea verso la sicurezza marittima nel Mediterraneo.

Le operazioni sono state condotte sulla base dell’articolo 110 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), che consente alle navi militari di esercitare il diritto di visita in presenza di fondati sospetti relativi alla nazionalità di una nave. L’obiettivo è verificare l’autenticità della bandiera dichiarata quando emergono incongruenze documentali o comportamentali, condividendo poi le informazioni raccolte con gli Stati membri e le autorità competenti.

Dal punto di vista operativo si tratta di procedure previste dal diritto internazionale. Dal punto di vista politico, però, il loro significato è più ampio. Nata nel 2020 per contribuire all’attuazione dell’embargo sulle armi verso la Libia, Irini ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione. L’evoluzione del quadro di sicurezza regionale e il rafforzamento delle attività legate alla Maritime Situational Awareness hanno portato l’operazione ad assumere compiti che vanno oltre il dossier libico, pur mantenendo con esso il legame diretto.

La crescente attenzione verso le reti marittime utilizzate per aggirare i regimi sanzionatori europei si inserisce in questo percorso. Le attività di flag verification boarding vengono considerate a Bruxelles uno strumento utile per aumentare la trasparenza del traffico marittimo e ridurre le aree di opacità che caratterizzano una parte delle attività commerciali nel Mediterraneo.

D’altronde, la proliferazione di navi che operano con registrazioni sospette o con identità poco chiare rappresenta un problema che va oltre il singolo caso. Il rischio percepito è quello di una progressiva erosione delle regole che governano gli spazi marittimi, con la creazione di zone grigie suscettibili di essere sfruttate da attori statali e non statali.

Da qui la convinzione, sempre più diffusa nelle istituzioni europee, che l’Unione non possa limitarsi a monitorare tali fenomeni ma debba dimostrare la capacità di intervenire utilizzando gli strumenti previsti dal diritto internazionale.

La traiettoria di Irini si inserisce dunque in una riflessione più ampia sul ruolo dell’Europa come attore di sicurezza. Negli ultimi mesi il Servizio europeo per l’azione esterna (Eeas) ha più volte richiamato la necessità di rafforzare la presenza europea negli spazi marittimi strategici, mentre l’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha insistito sulla necessità che l’Europa sia in grado di proteggere in modo più efficace i propri interessi e il proprio vicinato.

In questo quadro, l’operazione nel Mediterraneo viene sempre più spesso considerata come uno dei pochi strumenti europei capaci di produrre effetti tangibili sul terreno. Non soltanto monitoraggio e raccolta di informazioni, ma anche attività in grado di esercitare una forma di pressione concreta sul traffico marittimo ritenuto sospetto.

All’interno dell’operazione questa maggiore assertività viene interpretata come un test della credibilità europea. La questione non riguarda soltanto la shadow fleet o l’applicazione delle sanzioni: il piano si sposta sulla capacità dell’Unione di agire come security provider in un’area che considera strategica come il Mediterraneo.

La percezione è che Bruxelles stia cercando di evitare che il bacino di raccordo geostrategico tra Europa e Asia diventi uno spazio caratterizzato da una crescente competizione incontrollata tra potenze esterne. In questo senso, le attività di Irini assumono anche una valenza di deterrenza e di presenza politica.

I boarding effettuati nelle ultime settimane non modificano da soli gli equilibri del Mediterraneo. Segnalano però una tendenza più ampia: la volontà dell’Unione Europea di utilizzare in modo più sistematico gli strumenti marittimi a propria disposizione per difendere regole, interessi e credibilità strategica. È una trasformazione ancora in corso. Ma i casi Sandhya, Oneiroi e Nelsa suggeriscono che il cambiamento sia già visibile sul mare. D’altronde, ad aprile, era stato il comandante dell’operazione, il contrammiraglio Marco Casapieri, a parlare con Decode39 di questa “nuova fase” dell’operazione, necessaria davanti l’evoluzione delle minacce.

La nuova Leonardo riparte da Bromo, Gcap e Usa

10 June 2026 at 14:23

Leonardo entra nella nuova gestione con un’agenda che tiene insieme spazio, difesa europea e alleanze industriali. Il progetto Bromo, l’iniziativa satellitare con Airbus e Thales, è il dossier più avanzato e simbolico di questa linea, perché punta a unificare attività spaziali europee che negli ultimi anni hanno perso terreno rispetto alla velocità di crescita di SpaceX.

In un’intervista a Bloomberg, il nuovo amministratore delegato Lorenzo Mariani ha indicato Bromo come un passaggio decisivo per il settore. “Bromo è davvero il futuro dello spazio in Europa in termini di business”, ha detto. Il confronto con SpaceX resta inevitabile, ma Mariani distingue i due modelli. L’azienda di Elon Musk viene definita “un’impresa fantastica”, mentre Bromo è presentato come un progetto più ampio, destinato a coprire diversi segmenti dello spazio.

La logica è costruire una piattaforma industriale europea con dimensioni maggiori e competenze integrate. Il progetto non riguarda solo la capacità di competere meglio, ma anche il modo in cui l’Europa organizza le proprie attività spaziali in un mercato sempre più rapido e concentrato.

Il passaggio europeo

Il percorso dipende ora dalle autorizzazioni europee. Mariani prevede il via libera entro la seconda metà del 2027. Bromo sarebbe uno dei primi casi rilevanti del nuovo quadro Ue sulle fusioni, pensato per favorire campioni regionali capaci di reggere il confronto con gruppi statunitensi e cinesi.

Il dossier resta complesso. I passaggi politici e antitrust sono “delicati” e il progetto ha già incontrato resistenze da sindacati e fornitori, preoccupati per l’impatto su occupazione e concorrenza. Mariani sostiene però che anche i sindacati comprendano il peso dell’operazione. “Tutti sanno che abbiamo a che fare con un settore che si sta evolvendo molto velocemente”, ha spiegato. “Quindi dobbiamo fare qualcosa, e questo qualcosa è sicuramente unire le forze, unire le forze in modo intelligente”.

Per Leonardo e i partner, il punto di equilibrio sarà tra integrazione e tutela della filiera. Bromo può dare più scala all’industria europea, ma dovrà superare verifiche regolatorie e resistenze interne al sistema industriale.

Il capitolo difesa

La stessa impostazione ritorna nel dossier Gcap, il programma per il caccia di nuova generazione guidato da Italia, Regno Unito e Giappone. Mariani si dice favorevole, in linea di principio, all’ingresso della Germania, che dal punto di vista industriale e della condivisione dei costi rappresenterebbe un vantaggio.

Il nodo riguarda però i tempi. “Avere la Germania come membro a pieno titolo del team sarebbe una buona cosa”, ha detto Mariani. L’ingresso di un nuovo partner in questa fase rischierebbe tuttavia di essere “dirompente” rispetto all’obiettivo di avere un velivolo operativo e dimostrabile nel 2035. Ogni allargamento richiede infatti accordi su governance, responsabilità e ripartizione del lavoro industriale.

Mariani ha segnalato anche il rischio di una dispersione europea, con più programmi di sesta generazione condotti in parallelo. A rendere più sensibile il quadro c’è anche Team Gen 6, il possibile consorzio guidato da Airbus e formato da otto aziende della difesa dopo il fallimento del programma franco-tedesco-spagnolo Fcas. Per ora resta una traiettoria più che un programma definito, mentre Berlino valuta anche altre opzioni, dall’acquisto di ulteriori F-35 statunitensi all’adesione ad altre iniziative europee. Gcap, il successore del Rafale di Dassault, una possibile iniziativa tedesca e un’estensione svedese del Gripen renderebbero il quadro “davvero impegnativo”. Per Leonardo, la cooperazione deve quindi produrre efficienza, senza aggiungere nuova complessità.

Stati Uniti e aerostrutture

Accanto alla dimensione europea, Mariani intende rafforzare il collegamento con gli Stati Uniti attraverso Leonardo DRS. Difesa aerea e intelligenza artificiale sono tra le aree indicate per una collaborazione più stretta tra le due componenti del gruppo. L’iniziativa Michelangelo viene citata come uno degli ambiti in cui le capacità americane potrebbero offrire il contributo maggiore.

Resta aperta anche la partita delle aerostrutture, una delle attività più difficili di Leonardo. Il gruppo discute con il Public Investment Fund saudita una joint venture dedicata al settore. I colloqui avanzano e un’intesa iniziale è attesa entro la fine dell’anno.

Mariani lega il progetto alla ricerca di nuove opportunità di crescita, “preservando e rafforzando le competenze e le capacità industriali sviluppate in Italia nel corso di decenni”. È una linea che tiene insieme consolidamento europeo, cooperazione transatlantica e gestione delle attività più complesse del gruppo. Il risultato dipenderà dalle autorizzazioni, dalla tenuta dei programmi industriali e dalla capacità di evitare che la cooperazione si trasformi in ulteriore frammentazione.

Putin spegne le telecamere: il caso Khamenei fa scattare l’allarme al Cremlino

L’asimmetria tecnologica nel dominio informativo sta ridisegnando gli equilibri della sicurezza internazionale. La combinazione tra intelligenza artificiale, reti di sorveglianza urbana e analisi predittiva consente oggi di trasformare infrastrutture civili in strumenti d’intelligence. Il Financial Times riferisce che, dopo un’operazione condotta in Iran attribuita a Israele e Stati Uniti, il Cremlino avrebbe rivalutato l’intero sistema di protezione del vertice statale, fino a disattivare temporaneamente alcune componenti della videosorveglianza riservata alla sicurezza di Vladimir Putin.

Cosa sappiamo

Secondo le ricostruzioni della testata britannica, la rete di telecamere di Teheran sarebbe stata utilizzata come architettura di acquisizione dati per la ricostruzione delle abitudini della leadership iraniana. L’elemento decisivo non sarebbe stato il singolo sensore, ma la massa critica informativa: flussi video continui, intercettazioni telefoniche e correlazioni geospaziali trattati attraverso sistemi di machine learning.

L’analisi avrebbe consentito di costruire profili comportamentali dettagliati degli apparati di sicurezza, includendo turnazioni, percorsi e interazioni operative. Tale approccio, noto nelle dottrine militari come “pattern of life”, consente di trasformare la mobilità quotidiana in una matrice prevedibile. In parallelo, la rete sarebbe stata integrata con altre risorse informative fino a consentire la ricostruzione temporale di una riunione interna dei vertici iraniani con un margine di errore estremamente ridotto.

Guerra multidominio e collasso delle barriere comunicative

L’operazione descritta si sarebbe sviluppata lungo una catena integrata che combina intelligence elettronica, cyber-operazioni e capacità cinetiche di precisione. Le fonti indicano l’impiego di interferenze mirate su infrastrutture di telecomunicazione nell’area sensibile di Teheran, con la temporanea neutralizzazione di nodi cellulari strategici per ridurre la reattività delle forze di sicurezza.

In parallelo, unità specializzate avrebbero utilizzato analisi di rete per mappare la struttura decisionale iraniana, identificando i punti di concentrazione del potere. L’integrazione con un agente sul terreno avrebbe fornito la conferma finale della presenza del vertice politico nel sito colpito. L’attacco sarebbe stato condotto con munizionamento guidato a lungo raggio, impiegato in una finestra temporale ristretta per massimizzare l’effetto sorpresa e colpire la catena di comando, provocando la morte di decine di funzionari di alto livello e alterando gli equilibri interni del sistema di sicurezza iraniano.

Effetto di ritorno e risposta del Cremlino

Le conseguenze dell’operazione hanno prodotto un effetto di ritorno immediato sulle dottrine di sicurezza di altri attori statali. In Russia, secondo quanto riportato dal Financial Times, le autorità avrebbero temporaneamente disattivato segmenti del sistema di videosorveglianza dedicato alla protezione del presidente Putin, avviando una revisione tecnica orientata all’isolamento fisico delle reti e alla riduzione dell’esposizione digitale.

La valutazione strategica è chiara: infrastrutture progettate per garantire sicurezza interna possono diventare superfici di attacco informativo se integrate in ecosistemi digitali vulnerabili alla correlazione massiva dei dati. Il caso iraniano, per alcuni analisti, evidenzia una transizione già in atto: la deterrenza non si gioca più solo sul piano militare convenzionale, ma sulla capacità di controllo dei flussi informativi internazionali . In questo scenario, la distinzione tra sorveglianza, intelligence e targeting militare appare sempre più labile, con effetti diretti sulla stabilità delle gerarchie geopolitiche.

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