Albania, migliaia di persone in piazza contro il resort di Kushner


Nella serata del 9 giugno, al Parlamento europeo è stato proiettato “The Sea“, il film del regista israeliano Shai Carmeli-Pollack che racconta la quotidianità palestinese attraverso gli occhi di un bambino in Cisgiordania. Alla proiezione erano presenti gli eurodeputati del Movimento 5 stelle e anche organizzatori dell’evento, Danilo Della Valle e Valentina Palmisano. Con loro, oltre alla giornalista Giulia Innocenzi, distributrice della pellicola in Italia, anche il giornalista de Il Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani e il deputato Dario Carotenuto: entrambi hanno partecipato all’ultima missione della Global Sumud Flotilla raccontando gli abusi e le violenze dell’Idf, subite da tutti gli attivisti.
L’obiettivo del film all’Eurocamera era quello di denunciare “il silenzio delle istituzioni europee nei confronti del genocidio israeliano in Cisgiordania”. Un tema sostenuto da Il Fatto Quotidiano che già il 6 maggio ha realizzato in media partnership la proiezione del film in oltre 130 sale in tutta Italia. Nel cinema 4 Fontane di Roma ha presentato il film in sala la vicedirettrice de il Fatto Quotidiano Maddalena Oliva. Un grande successo nonostante l’iniziale timore di ripercussioni che aveva allontanato molti distributori internazionali. Grazie a Innocenzi e alla società di distribuzione “Moscalito Film”, la pellicola ha ottenuto uno straordinario riscontro: 40 mila spettatori in Italia e 30 mila in Israele.
Il lungometraggio racconta la storia di Khaled, bambino di 12 anni della Cisgiordania, a cui viene impedito di vedere il mare per la prima volta da parte dell’occupazione israeliana. Ha avuto enorme riconoscimento internazionale, come la candidatura agli Oscar 2026, nonostante i tentativi di ostacolarlo da parte del primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu. Per questo, sulla locandina del film si legge: “Il film che il governo israeliano non vuole che tu veda”. Anche Mantovani, parlando all’Eurocamera, ha riflettuto sulla deriva autoritaria di Tel Aviv, ricordando che il film prima del 7 ottobre era stato finanziato proprio dal Ministero della Cultura che poi lo ha censurato. “Abbiamo il dovere di dare voce al popolo palestinese a cui vengono negati persino i diritti più semplici”, ha proseguito Valentina Palmisano, a cui ha fatto eco il collega Della Valle. “La Commissione Ue adotta in maniera inequivocabile doppi standard e né Kallas né von der Leyen hanno avuto il coraggio di condannare le violazioni del diritto internazionale commesse da Israele”. Ha poi rincarato la dose Dario Carotenuto che ha parlato di “sudditanza politica” nei confronti di Tel Aviv.
L'articolo Il film “The Sea” proiettato all’Europarlamento contro il “silenzio delle istituzioni”. All’evento organizzato da M5S presenti Mantovani, Carotenuto e Innocenzi proviene da Il Fatto Quotidiano.



“La mancata pubblicazione del mio libro in Israele? La dice lunga sulla mentalità del paese nel quale sono nato e cresciuto, un paese che non è disposto a sentirsi dire la verità su quello che sta accadendo al suo interno, il che ci porta al tema del genocidio a Gaza“. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo, su La7, da Omer Bartov, uno dei massimi storici contemporanei e accademico israelo-americano di fama mondiale per i suoi studi sull’Olocausto. Il suo ultimo libro, “Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele”, appena uscito per Laterza e già tradotto in decine di lingue, resta invisibile nelle librerie di Tel Aviv e Gerusalemme: nessuna casa editrice israeliana ha voluto pubblicarlo.
Bartov non nasconde il rammarico per questo silenzio editoriale, evidenziando come l’impossibilità di veder uscire il volume in ebraico sia sintomatica di una chiusura mentale preoccupante.
Alla conduttrice Lilli Gruber, che gli chiede perché a Gaza c’è un genocidio, Bartov ricorda che non è un’opinione, ma un crimine definito con precisione dalla Convenzione dell’Onu del 1948, firmata da Israele come dall’Italia, dalla Francia, dal Regno Unito e dagli Stati Uniti. Chi riconosce che sta avvenendo ha l’obbligo giuridico di agire; chi tace o nega diventa complice.
“Tutti gli Stati firmatari che vedono un genocidio accadere – spiega lo storico – sono obbligati ad agire; se non lo fanno, diventano complici del suo svolgimento. Quando si identifica il genocidio, non si individua soltanto un particolare crimine, cioè il tentativo di distruggere un gruppo in parte o totalmente in quanto tale. Si sta anche dicendo che c’è un impegno da parte della Comunità internazionale, che si è raggiunto dopo i crimini dei nazisti e dopo l’Olocausto per impedire questi tentativi di distruggere gruppi e nazioni, interamente o parzialmente”.
L’analisi di Bartov si spinge oltre la cronaca militare, toccando la carne viva della struttura sociale israeliana. A differenza dei crimini di guerra, che possono essere circoscritti all’operato di un singolo generale o di un’unità, il genocidio è descritto come un vero e proprio “evento sociale” che chiama in causa l’intera popolazione. In un Paese caratterizzato dalla leva obbligatoria, dove i soldati sono i figli e le figlie di quasi ogni famiglia, l’attività bellica diventa un’esperienza collettiva inscindibile dall’identità nazionale.
“Tutti fanno parte di questo evento – osserva lo storico – Quelli che lo compiono, quelli che lo negano e quelli che non fanno nulla a riguardo. Israele si trova oggi in una fase forte di profonda negazione“.
Con estrema lucidità, lo storico respinge infine l’accusa che equipara ogni critica al sionismo e a Israele a una forma di antisemitismo: “Francamente questa è una sciocchezza, non ha nulla a che vedere con l’atteggiamento verso gli ebrei, ma con il rifiuto di una specifica ideologia che non è più sostenibile”.
L'articolo Omer Bartov a La7: “A Gaza è genocidio, chi vede e non agisce ne è complice. Definire antisemitismo il rifiuto del sionismo è una sciocchezza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Stretti in una morsa di violenza le cui ganasce si avvicinano ogni giorno di più. Così vivono i palestinesi tra la Cisgiordania e Gaza. Da un lato la furia dei coloni israeliani che nel West Bank ha raggiunto livelli senza precedenti. Dall’altro la campagna di esecuzioni sommarie, torture e punizioni pubbliche che Hamas porta avanti con intensità crescente nella Striscia. L’ultimo rapporto della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori occupati e Israele, pubblicato ieri, analizza uccisioni e violenze commesse da attori non statali tra il 2024 e il 2026, denunciando gravi violazioni del diritto internazionale da entrambe le parti.
Il 2025 è stato l’anno con il più alto numero di palestinesi uccisi direttamente da coloni israeliani da quando vengono raccolti dati sistematici sul fenomeno: le vittime sono state almeno 7 quando nel 2024 erano state 3, un aumento del 133%. Ancora più netta la crescita dei feriti: da 362 a 832 in un solo anno (+130%). Complessivamente, tra gennaio 2023 e dicembre 2025 almeno 26 residenti nel West Bank sono stati uccisi e 1.570 feriti da aggressioni attribuite ai coloni. Il fenomeno, evidenzia il report, non è nato dopo le stragi compiute da Hamas il 7 ottobre 2023. Nel 2008 i palestinesi uccisi dai coloni erano stati 6 e i feriti 183, ma da allora il trend è stato costantemente crescente fino ad arrivare, tra il 2008 e la fine del 2025, a un totale di 61 morti e 3.778 feriti, tra cui almeno 608 minori e 317 donne.
Dal 2023, tuttavia, gli attacchi contro villaggi e terreni agricoli palestinesi si sono intensificati. Gruppi di aggressori col volto travisato e armati, spesso scortati dalle forze di sicurezza israeliane, hanno dato vita a spedizioni punitive con incendi di abitazioni, distruzione di proprietà, pestaggi e sparatorie. Tra il 7 ottobre 2023 e il 10 marzo 2026 59 comunità pastorali palestinesi sono state costrette ad abbandonare le proprie terre a causa della violenza dei coloni. Una delle maggiori comunità sfollate è stata quella di Khirbet Zanuta, situata sulle colline a sud di Hebron: i raid sarebbero partiti dall’avamposto di Meitarim Farm, con gli assalitori accompagnati da soldati di Tel Aviv.
Tra gli episodi più gravi figura l’attacco dell’11 luglio 2025 nell’area agricola di Al-Batin. Un gruppo di contadini dei villaggi di Sinjil e Al-Mazraa venne assalito mentre lavorava i campi, 2 palestinesi furono uccisi: uno colpito da arma da fuoco e un altro picchiato a morte. Almeno 20 persone rimasero ferite, tra cui 4 bambini. Agghiacciante il caso del villaggio di Beitin, dove il 13 aprile 2024 gruppi di coloni attaccarono il centro abitato come rappresaglia per l’uccisione di un adolescente israeliano: durante l’assalto, un ragazzo di 17 anni venne ucciso da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Tra gli episodi simbolo viene ricordato l’assalto di Huwara del febbraio 2023, che provocò un morto e centinaia di feriti, e l’attacco al villaggio di Burkin nel maggio 2025, conclusosi con una vittima e due persone ferite.
Tra le pratiche usate ci sono anche le violenze sessuali. L’Onu afferma di aver verificato nel 2026 lo stupro di un uomo mediante l’inserimento di un bastone nel suo ano. La Commissione ha inoltre documentato un tentativo di stupro nel 2023 e un’altra aggressione sessuale nel 2025 contro un attivista israeliano. Il 13 marzo 2026, durante un attacco a Khirbeit Humsa, donne e ragazze sarebbero state minacciate di stupro per costringere la famiglia a lasciare la zona; un uomo fu denudato, aggredito sessualmente, legato ai genitali e trascinato davanti agli abitanti mentre veniva picchiato.
Sul fronte opposto, il rapporto documenta anche gli abusi commessi da Hamas e da altre forze armate nella Striscia di Gaza. La Commissione ha identificato 249 casi di esecuzioni sommarie e violenze gravi commesse tra agosto 2024 e gennaio 2026, il cui bilancio è di almeno 108 morti e 384 feriti. Le vittime erano accusate di collaborare con Israele, di saccheggiare gli aiuti umanitari, di furto, traffico di droga o di appartenere a gruppi rivali. Le punizioni comprendono esecuzioni pubbliche, fratture provocate con tubi metallici e blocchi di cemento, torture e pestaggi sistematici. Almeno 60 episodi sono opera di forze paramilitari affiliate ad Hamas. Le Brigate Ezzedin al-Qassam sarebbero responsabili di almeno 6 casi nel 2025, con 9 esecuzioni e 20 feriti, l’unità Sahm di almeno 45 casi tra il 2024 e il 2025, con 14 esecuzioni e 101 feriti, e la forza Rad’a di almeno 6 episodi tra il 2025 e il 2026, con 12 esecuzioni e 3 feriti.
L’orrore era emerso con chiarezza il 21 settembre 2025 quando tre uomini erano stati uccisi in un’esecuzione pubblica davanti all’ospedale Al-Shifa di Gaza City . Bendati e con le mani legate dietro la schiena, i tre furono accusati di collaborazionismo e di appartenere al gruppo armato di Yasser Abu Shabab e dopo la lettura della sentenza di morte furono abbattuti con numerosi colpi alla testa e al torace davanti a una folla di spettatori. Poche settimane dopo, il 13 ottobre 2025, otto membri del clan Doghmosh furono consegnati ad Hamas con la promessa di un’indagine regolare ma meno di due ore dopo vennero portati in uno spazio aperto nel quartiere Sabra di Gaza City e fucilati da militanti delle Brigate Qassam e della Rad’a.
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Bidoni della spazzatura in fiamme, così come macchine e autobus. Decine di manifestanti, nella serata del 9 giugno, hanno protestato in centro a Belfast contro i migranti, bloccando anche alcune vie, dopo l’accoltellamento brutale di un quarantenne attribuito a un rifugiato sudanese, ripreso in un video choc che ha fatto il giro dei media e dei social. La polizia dell’Irlanda del Nord (Psni) è intervenuta in forze per fermare le proteste violente alimentate dagli appelli diffusi online da gruppi di cosiddetti “patrioti” legati all’ultradestra: un post dell’estremista Tommy Robinson è stato rilanciato su X da Elon Musk, con tanto di messaggio per infiammare la tensione: “Solo protestando ripetutamente e a gran voce ci potrà essere un cambiamento!”.
Il fatto scatenante è stata l’incriminazione per tentato omicidio dell’aggressore trentenne, che aveva ottenuto l’asilo sotto il precedente governo conservatore dopo essere arrivato a Belfast via Dublino nel febbraio 2023. Si sono quindi rivelati inutili gli appelli alla calma lanciati dall’esecutivo laburista di Keir Starmer e dalle autorità locali.
La vittima è rimasta gravemente ferita con significative lesioni al volto, al collo e alla schiena nell’aggressione avvenuta ieri sera nella zona di Kinnaird Avenue, nel nord di Belfast. Nel filmato circolato online si vede l’assalitore immobilizzare il quarantenne a terra e colpirlo ripetutamente con un coltello, in quello che il Daily Telegraph ha definito come un presunto tentativo di decapitazione, prima che alcuni passanti intervenissero per fermarlo. Uno di questi si vede brandire un bastone da hurling, il tradizionale sport irlandese. La polizia ha dichiarato che nulla fa pensare a un attacco terroristico, mentre ha preso piede l’ipotesi di un raptus per il trentenne, che domani deve comparire davanti alla Belfast Magistrates’ Court. Sul fatto era intervenuto il premier Starmer, che aveva parlato di aggressione “ripugnante”, invocando la tolleranza zero per episodi di violenza come questi nelle strade del Regno Unito. Mentre il ministro per l’Irlanda del Nord, Hilary Benn, alla Camera dei Comuni aveva chiesto di evitare manifestazioni di protesta violente, per scongiurare ulteriori ripercussioni negative sulle comunità locali.
Fin da subito c’è stato uno scontro politico, con Nigel Farage, leader del trumpiano Reform Uk, che aveva alimentato le tensioni invocando di rivelare l’identità e lo status migratorio dell’aggressore, oltre a sostenere che “il pubblico deve conoscere la verità”, col suo partito arrivato a chiedere un bando all’ingresso per tutti i cittadini sudanesi senza distinzioni. Esattamente un anno fa c’erano stati altri disordini anti-migranti in Irlanda del Nord sfociati in una sorta di caccia ai romeni (oltre che in scontri con la polizia) sulla scia dell’arresto di due adolescenti di origine straniera accusati del tentato stupro di una ragazza. E di recente il Regno è stato scosso dalle tensioni e dagli scontri per il caso di Henry Nowak: il 18enne accoltellato a morte il 3 dicembre scorso in una strada di Southampton da un giovane britannico di radici indiane sikh, Vickrum Digwa, e ammanettato poi agonizzante dai primi due agenti intervenuti sul posto, lasciatisi inizialmente convincere dall’assassino che la vittima fosse un aggressore razzista. Cresce così il senso di insicurezza in tutto il Paese, col caso di Talay Riley, cantautore 35enne vincitore di un Grammy e autore di brani per star del calibro di Dua Lipa e Britney Spears, ucciso a coltellate nei giorni scorsi in un giardino di Londra.
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Nessuna notizia sarebbe potuta essere più deludente del silenzio che proviene da Bengasi. Famiglie, amici e attivisti di tutto il mondo hanno atteso invano il risultato dell’udienza annunciata per oggi ma che non è avvenuta. I dieci attivisti non sono stati convocati davanti al giudice e non si sa quanto ancora bisognerà aspettare. “Facciamo fatica ora a chiamarla detenzione – fanno sapere dalla Sumud Flotilla – in quanto non vi è assistenza legale e consolare garantita”. Ieri un legale avrebbe infatti dovuto far visita al centro dove sono trattenuti a Bengasi per parlare con loro, “ma gli è stato dato un indirizzo sbagliato” ha dichiarato Maria Elena Delia, portavoce italiana della Flotilla. L’incontro con l’avvocato potrebbe avvenire oggi.
Le uniche informazioni che sono trapelate stamane dalla Libia orientale riguardano il fatto che le istituzioni di Bengasi starebbero ancora indagando sugli umanitari catturati mentre cercavano di negoziare un passaggio sicuro verso Gaza. “Non aveva la minima intenzione di violare alcuna legge, né confine” è la dichiarazione che la sorella di Domenico, Maria Rosaria Centrone, affida al Fatto. “È partito perché aveva qualcosa dentro, qualcosa che non gli permetteva di continuare la sua vita normale. Le immagini del genocidio a Gaza lo avevano colpito nel profondo”, racconta. “Niente ha più un senso di fronte a questo orrore” le aveva detto il fratello prima di partire. “Prego davvero il nostro governo di fare il possibile per riportare Nico a casa, merita il sostegno di tutto il nostro Paese, lui come gli altri nove volontari di diverse nazionalità” conclude Centrone.
Familiari e comitato della Flotilla non sanno a quale livello si stia negoziando. “L’Italia mantiene rapporti politici ed economici sia con la Libia dell’est che dell’ovest – dichiara al Fatto Tony La Piccirella della Global Sumud Flotilla – e se le relazioni internazionali devono basarsi sul profitto, piuttosto che sul diritto internazionale e la tutela della vita, queste cose continueranno a succedere e ne pagano le conseguenze i nostri compagni e la società tutta”. Oggi La Piccirella parlerà alla Camera dei Deputati, nella sala stampa, insieme agli altri della Global Sumud Flotilla, dove interverranno deputati e senatori di M5s, Avs e Pd.
Intanto cresce il numero di aderenti allo sciopero della fame diffuso tra gli attivisti che chiedono l’immediata liberazione dei dieci, nel pomeriggio si è unito anche Saif Abukeshek, l’ispano palestinese reduce del primo arresto in acque internazionali insieme al brasiliano Avila, il suo digiuno, ha comunicato con un video sui social, ha come scopo quello di coinvolgere quanta più gente possibile in azioni globali di pressione politica. Infatti la Sumud Flotilla ha per domani invitato quante più persone possibile a riunirsi di fronte alle ambasciate libiche del pianeta. “È inaccettabile che le persone siano detenute illegalmente o rapite per fornire aiuto umanitario a una popolazione deliberatamente affamata e assediata” ha concluso. Il blocco degli aiuti umanitari a Gaza è tutt’ora attivo, Israele ha messo al bando 37 organizzazioni umanitarie, e chi è rimasto lavora in circostanze catastrofiche, come Medici Senza Frontiere, costretta ad operare senza antibiotici. Per questo il convoglio via terra puntava a “rompere l’assedio” consegnando ambulanze, medicine e personale medico a Gaza.
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L’arretrato delle riparazioni compromette apparentemente la prontezza operativa dell’esercito tedesco. Mentre la Germania vuole rafforzare le proprie truppe, fino a portarle ad essere le più forti d’Europa quantomeno con equipaggiamento convenzionale entro il 2029, ricambi mancanti e responsabilità poco chiare in seno al fornitore di servizi Heeresinstandsetzungslogistik GmbH (HIL) di Bonn, responsabile della messa a punto di importanti sistemi d’arma, pongono a rischio gli stessi obblighi in seno all’Alleanza Atlantica. Il ministro della difesa Boris Pistorius (SPD) nella Commissione parlamentare difesa poche settimane fa aveva sottolineato che “negli ultimi anni sono stati effettuati così tanti acquisti, come in realtà mai prima”, ma solo il comperare mezzi non garantisce la prontezza operativa delle forze armate, devono essere assicurati anche sufficienti pezzi di ricambio per le attrezzature. Un rapporto interno di HIL, il cui contenuto è stato diffuso da WDR, NDR e SZ, denuncia che soprattutto per quanto riguarda i veicoli corazzati dell’esercito c’è un enorme e pericoloso arretrato nelle riparazioni.
La società di proprietà federale HIL è responsabile della manutenzione dei principali equipaggiamenti militari; l’acquisto dei pezzi di ricambio è invece demandato all’Ufficio per l’equipaggiamento delle Forze armate. Secondo quanto emerge dal rapporto HIL e riporta la ARD, mancano strutture contrattuali a lungo termine con l’industria; perciò, sussistono difficoltà nella reperibilità dei pezzi di ricambio in quantità adeguate e molti sistemi non sono operativi o lo sono solo in misura limitata. L’Ufficio per l’equipaggiamento dell’Esercito non ha cioè compiuto sforzi sufficienti per garantire catene di fornitura affidabili e componenti critici – quali pulegge di rinvio, unità di controllo o gruppi elettrogeni per veicoli corazzati – non sono stati reperiti in quantità adeguate. La situazione sarebbe talmente grave da far prevedere una limitazione permanente della prontezza di impiego di mezzi chiave.
Secondo il sito web di HIL (alla voce Untenehmen/Aufgaben) la sua missione è garantire la costante disponibilità di almeno il 70% dei sistemi di cui cura la manutenzione, assicurandone l’impiego in caso di guerra. Per contro, in seguito a intense esercitazioni dell’Esercito, la disponibilità di alcuni veicoli scenderebbe fino al 30%. Secondo le valutazioni interne di HIL, raccolte dai media tedeschi, nel mese di maggio solo la metà della flotta complessiva di obici semoventi “Panzerhaubitze 2000” risultava operativa. Analogamente, nello stesso mese, quasi la metà dei veicoli da combattimento “Marder” e dei veicoli corazzati su ruote “Boxer” risultava impegnata in cicli di manutenzione e riparazione. Il ministero della Difesa, per ragioni di riservatezza, non ha rilasciato commenti alla ARD. HIL conta 3.337 dipendenti, con una rete di 84 sedi in tutta la Germania, circa 842 milioni di euro di fatturato e dal giugno 2013 è una controllata al 100% del dicastero della Difesa. Nonostante la supervisione ministeriale, la direzione di HIL dovrebbe gestire le attività quotidiane in autonomia, così da poter impiegare le risorse in modo efficace. Peraltro, nei fatti, indica il rapporto interno, funzionari ministeriali si recano costantemente presso le sedi operative di HIL assegnando nuovi compiti ai lavoratori, scavalcando i loro diretti supervisori aziendali, erodendo così l’attività amministrativa del management.
Il rapporto interno di HIL rivela tuttavia solo il sintomo di un problema più ampio legato alla “svolta storica” impressa già dal Governo Scholz: l’esecutivo sta spingendo per l’acquisizione su larga scala di nuovi sistemi d’arma, ma l’attuale infrastruttura logistica delle forze armate non è stata concepita per gestirla. Insufficienti persino le strutture di rimessaggio idonee per i nuovi mezzi pesanti, con molti veicoli parcheggiati all’aperto col rischio che le condizioni meteorologiche – oltre al crescente numero di esercitazioni e alla normale usura – aggravino ulteriormente la situazione. L’esecutivo, dopo la perdita di immagine per il definitivo tramonto del progetto FCAS, di cui peraltro spera di salvare il cuore dell’integrazione digitale, sul fronte del rilancio delle forze armate può concretamente fregiarsi dell’andamento finora senza intoppi delle esercitazioni previste fino a venerdì dei Tornado nell’aeroporto di Amburgo. Decolli e rifornimenti a fianco dei voli di linea in previsione che in un conflitto le sedi dell’aeronautica possano essere colpite e la flotta debba essere in grado di usare la logistica civile.
L'articolo La Germania proiettata al futuro deve fare i conti col passato: “l’esercito più forte d’Europa” fermo in officina per riparazioni e mancanza di pezzi di ricambio proviene da Il Fatto Quotidiano.


BRUXELLES – Continua il clamoroso braccio di ferro tra l’Unione europea e le grandi imprese digitali. Ieri la Commissione europea ha ordinato al gruppo americano Meta di...


Sei Paesi sono pronti a colpire nuovamente individui e organizzazioni che hanno a che fare con gli insediamenti israeliani illegali nei Territori Occupati. Regno Unito, Australia, Canada, Francia, Nuova Zelanda e Norvegia hanno annunciato un’azione sanzionatoria congiunta a causa del “livello record” raggiunto dall’espansione delle colonie e con l’aumento delle violenze contro la popolazione palestinese. E tra i nomi di coloro che subiranno le conseguenze di questa decisione figura anche il ministro estremista delle Finanze Bezalel Smotrich.
La mossa non ha lasciato indifferente il governo israeliano che con una nota del Ministero degli Esteri ha definito le misure “vergognose“, sostenendo che rappresentano un tentativo di imporre una posizione politica sul conflitto israelo-palestinese e sul diritto degli ebrei a vivere nella Terra d’Israele “mascherato da lotta alla violenza”. Il governo britannico, invece, sostiene che le misure
hanno l’obiettivo di interrompere i flussi finanziari che avrebbero consentito a gruppi di coloni estremisti di agire “nell’impunità”. Tra i colpiti figurano le organizzazioni The Farms Association, Ahavat Gilad, Artzenu e Shivat Zion Lerigvey Admata, oltre a diversi individui. “La violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti sono illegali e rappresentano una minaccia fondamentale alla soluzione dei due Stati e alla pace e sicurezza a lungo termine per palestinesi e israeliani”, ha dichiarato la ministra degli Esteri, Yvette Cooper. Londra ha anche esortato il governo israeliano a fermare l’espansione delle colonie, contrastare le violenze e perseguire i responsabili, avvertendo che potrebbero essere adottate ulteriori misure.
Sulle stesse posizioni anche la Francia. Il ministro degli Esteri, Jean-Noel Barrot, ha annunciato il divieto d’ingresso nel Paese per Smotrich, dichiarato persona non grata come quattro leader di organizzazioni di coloni e per 21 coloni definiti “violenti”. Tel Aviv ha accusato i governi coinvolti di alimentare l’antisemitismo attraverso politiche anti-israeliane e di ignorare, al contrario, quelle che considera le vere cause della violenza, citando in particolare il controverso sistema di sussidi dell’Autorità nazionale palestinese destinati a detenuti e familiari di persone coinvolte in attacchi contro Israele.
L'articolo Sei Paesi annunciano nuove sanzioni contro chi sostiene le colonie israeliane: colpito anche il ministro Smotrich proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gli abitanti di Tiro, nel sud del Libano, sono in fuga dopo che l’esercito israeliano, per la prima volta, ha intimato l’evacuazione dell’intera città in vista di possibili attacchi. “L’area è ora deserta al 99%“, afferma un residente
L'articolo Libano, la fuga degli abitanti di Tiro dopo l’ordine di evacuazione israeliano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Rapiti, torturati e minacciati di espianto forzato di organi. È quanto accaduto la scorsa estate a 300 migranti curdi diretti nel Regno Unito. Lo riporta la Bbc. I giovani, tutti provenienti dal Kurdistan iracheno, sono stati catturati in Libia da una milizia locale: gli aguzzini hanno chiesto alle famiglie un riscatto di 5mila dollari, minacciando di espiantare i reni dei prigionieri se il pagamento non fosse stato effettuato immediatamente. Il quotidiano britannico è riuscito a parlare con alcuni ex ostaggi riportando la loro testimonianza. Almeno uno di loro è morto e non è chiaro in quanti siano ancora prigionieri dei libici.
La Bbc riporta di aver visionato prove e fotografie che confermano l’accaduto. Le immagini suggeriscono che siano stati effettuati interventi chirurgici forzati sugli ex prigionieri, sui cui corpi sono ancora evidenti prove di torture. Oltre ai soprusi fisici, le vittime sono state tenute in uno stato di sovraffollamento, con quasi 180 persone che condividevano una sola cella in condizioni fatiscenti. Lo spazio era così angusto che tutti dovevano dormire seduti, avevano un unico bagno e chi ci metteva troppo tempo veniva picchiato. Il cibo consisteva in un solo pezzo di pane al giorno, hanno raccontato le famiglie degli ostaggi, ma solo dietro pagamento di un supplemento ai rapitori. Il quotidiano britannico ha parlato anche con alcuni degli ex ostaggi tornati a casa: un giovane ha spiegato di essere stato torturato con ustioni alla gamba, mentre un altro, di 16 anni, ha raccontato di “non aver visto il sole per sei mesi”.
L’obiettivo della milizia era guidare i migranti attraverso la Libia verso la costa del Mediterraneo: da lì poi sarebbero partiti alla volta dell’Europa. A quel punto però, è scoppiata una discussione sul pagamento dovuto all’organizzatore della tratta, loro connazionale, che Bbc identifica con il nome di Noah Aaron. L’uomo al momento sta scontando una condanna a 10 anni di carcere in Francia per riciclaggio di denaro e traffico di esseri umani. Aaron avrebbe lavorato in passato insieme a un altro trafficante, Kardo Jaf, arrestato il mese scorso. I due provengono dalla città di Ranya, nel Kurdistan iracheno, che il think tank britannico Chatham House definisce come una regione “piena di reti di contrabbando attive”. Bbc ha iniziato indagare sulla storia delle vittime a febbraio 2026, mentre stava facendo ricerche proprio su Jaf. A quel punto, un uomo li ha avvicinati, raccontando di essere il padre di uno dei giovani tenuti prigionieri. Come spiegato al quotidiano, i contrabbandieri di Aaron avevano chiesto migliaia di dollari per organizzare il viaggio verso il Regno Unito, ma, una volta arrivati in Libia nell’estate 2025, i migranti sono stati trattenuti. Il testimone ha detto di aver pagato il riscatto il figlio, che era uno dei 110 ostaggi rimpatriati a gennaio con un aereo organizzato dal governo iracheno. Dopo la testimonianza del padre della vittima, decine di altre persone si sono fatte avanti, mostrando foto scattate con i cellulari. Alcuni dei familiari hanno pagato il riscatto e alcuni sono stati liberati, ma le autorità curde sospettano che altri ostaggi possano aver pagato con i loro organi interni.
L'articolo Trecento migranti curdi sequestrati e torturati in Libia per mesi: “I miliziani minacciavano di asportarci i reni”. L’inchiesta della Bbc proviene da Il Fatto Quotidiano.