Bill Gates Says Epstein Tried to Use His Extramarital Affairs Against Him

© Pete Marovich for The New York Times

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Republican who chairs House panel says he based decision on testimony from Epstein’s longtime assistant Lesley Groff
Representative James Comer, the Republican who chairs the House committee on oversight and government reform, announced that he would be asking Alan Dershowitz, Jeffrey Epstein’s former attorney, to appear before the panel as part of its investigation into the late sex offender.
“I am going to ask Alan Dershowitz to come in, we will have questions for him and we will give him an opportunity to come in,” Comer said on Wednesday morning, adding that the decision was based on the testimony of Lesley Groff, Epstein’s longtime assistant, who testified before the committee on Tuesday, as well as “a meeting that I had afterwards with several of the Epstein survivors”.
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© Photograph: Mario Tama/Getty Images

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Bill Gates di fronte ai membri del Congresso. Il fondatore di Microsoft è stato convocato in audizione a porte chiuse per riferire del suo rapporto col finanziere pedofilo Jeffrey Epstein anche dopo la condanna del 2008 per sfruttamento sessuale di minorenni. Nella sua dichiarazione introduttiva, si è augurato che la sua testimonianza possa diventare utile alla commissione di sorveglianza della Camera a fare giustizia per le vittime. E ha poi ammesso: “Non avrei mai dovuto incontrare Epstein“.
Su Gates non sono emersi elementi che possano ricollegarlo ai reati per i quali Epstein è stato condannato. L’imprenditore e filantropo ha già dichiarato di aver tenuto incontri col finanziere per raccogliere fondi per le sue iniziative benefiche, definendolo un uomo inaffidabile e vendicativo, ma di non essere mai stato ospite sull’isola dove si sono consumati gli abusi su vittime anche minorenni. “Alla luce di ciò che so oggi, capisco che se anche avesse procurato i donatori promessi alla Fondazione Gates questo non avrebbe giustificato il fatto di essere associati a lui”, ha dichiarato l’informatico. Ha raccontato che nel 2011 era stato presentato a Epstein che gli promise di potere raccogliere miliardi di dollari per le campagna per la salute globale della Fondazione Gates: “Mi ricordo che ero al corrente del fatto che avesse avuto problemi legali in precedenza, ma non avevo pienamente realizzato il tipo di crimini che aveva commesso e ho accettato che mi venisse presentato senza fare i controlli che avrei dovuto fare”, ha ammesso. Precisando però di “non aver mai assistito a comportamenti criminali di Epstein, né avuto alcun indizio che fosse coinvolto in attività illecite”. Il fondatore di Microsoft ha anche sottolineato di non essere mai stato sulla sua isola, nel suo ranch o nella sua villa in Florida: “Non ho mai vittimizzato nessuno. Sebbene lui abbia cercato di instaurare un rapporto personale, io non ne sono mai stato interessato né ho mai ricambiato tale interesse”.
Gates sostiene di aver avuto pessimi rapporti con Epstein e di essere anche stato vittima dei suoi ricatti: “Era venuto a conoscenza di informazioni sulla mia vita personale, compreso il fatto che ero stato infedele a mia moglie. Queste relazioni non hanno niente a che vedere con le mie interazioni con Epstein, ma sono state dolorose per la mia famiglia. Tentò di usare queste informazioni, insieme a molte bugie aggiunte, per riallacciare le interazioni dopo che si erano interrotte nel 2014″.
L'articolo Epstein Files, Bill Gates ammette di fronte al Congresso: “Non avrei mai dovuto incontrarlo, ma non sono mai stato sulla sua isola” proviene da Il Fatto Quotidiano.






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Microsoft co-founder appears in closed-door session as part of lawmakers’ investigation into convicted sex offender
Bill Gates testified in front of the House committee on oversight and reform on Wednesday, and told lawmakers in his opening remarks that he “never witnessed nor had any indication” that Jeffrey Epstein was “engaged in ongoing criminal conduct”.
“I am here to answer your questions about my interactions with Jeffrey Epstein and to help contribute to the committee’s important work,” Gates said in his opening statement, seen by the Guardian. “I support the release of all the Epstein files and sincerely hope that, through your efforts and those of others advocating on their behalf, the survivors of Epstein’s crimes can get the justice that they deserve.”
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© Photograph: Denis Balibouse/Reuters

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© Calla Kessler for The New York Times



Groff tells lawmakers ‘I am not a conspirator’ and that she had no knowledge of Epstein’s crimes while working for him
Lesley Groff, Jeffrey Epstein’s longtime executive assistant, testified Tuesday before the House oversight and reform committee, telling lawmakers that she had no knowledge of Epstein’s crimes while working for him.
“I believe that my testimony will dispel the false notion that because of my employment with Epstein, I must have knowingly enabled or conspired with him to commit his evil acts,” Groff told lawmakers in her prepared opening remarks, obtained by the Guardian. “Nothing could be further from the truth.”
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E’ uscito in libreria il 13 aprile, “Nella rete di Epstein. Il caso che sta facendo tremare governi, imperi finanziari e reputazioni” di Pino Casamassima. In uscita per i tipi di Compagnia editoriale Aliberti, il libro traccia fatti e analisi del caso Epstein che sta facendo tremare i potenti di tutto il mondo e le cui conseguenze politiche sono ad oggi difficilmente prevedibili.
Riportiamo, per gentile concessione dell’editore, alcuni stralci del libro:
Con i suoi Files, il cosiddetto «Caso Epstein» ha provocato un terremoto politico, oltre a inficiare seriamente l’immagine di molte personalità appartenenti anche ad altri mondi, a cominciare da quello finanziario. Conseguenze, quelle politiche, che oggi – nel marzo del 2026 – sono difficilmente immaginabili nella loro reale portata, soprattutto per quegli Stati Uniti – caput mundi di questo tempo segnato dai nazionalismi – che a novembre saranno chiamati alle Midterm Elections: elezioni di metà mandato che si prospettano in modo assai pericoloso per l’attuale inquilino della Casa Bianca, che vorrebbe trascorrere in serenità i restanti anni del suo (ultimo e definitivo) mandato.
Una tranquillità tuttavia messa in pericolo perché il nome di Donald Trump è presente in 3.200 dei 3,5 milioni di file resi pubblici fra gennaio e febbraio 2026 dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. A permettere – anzi, obbligare – la loro pubblicazione, è stato l’Epstein Files Transparency Act: un documento sulla trasparenza firmato ed esposto a braccia levate dallo stesso presidente il 20 novembre 2025. Quando si dice, la zappa sui piedi, perché – come detto – il nome del presidente è quello che svetta su tutti gli altri. Intuendo – anzi, sapendo quasi per certo – che i file relativi al finanziere pedofilo morto (forse) suicida in carcere il 10 agosto 2019 avrebbero potuto creargli più di un problema, nel luglio del 2024, in piena campagna elettorale per le presidenziali poi vinte a novembre, il tycoon aveva bollato gli Epstein Files come «invenzioni del Partito Democratico». A «scandalo» ancora di là dallo scoppiare, il tycoon aveva poi vinto le elezioni con il voto nelle urne, senza dover ricorrere a un nuovo assalto a Capitol Hill, come quello del 6 gennaio 2021. Tornate clamorosamente e pericolosamente in auge fra gennaio e febbraio 2026, quelle «invenzioni» rischiano ora di provocare uno sgambetto dolorosissimo per Trump, man mano che ci si avvicina alle Midterm Elections di novembre. C’è infatti da scommettere che, da qui ad allora, lo scandalo Epstein si arricchirà di nuovi capitoli, e che in quei capitoli il nome dell’attuale presidente americano ci sarà (anche se la sostanza la trovate già in questo libro).
In funzione di quelle elezioni di medio termine, sono tornati utili gli iraniani per l’atomica in procinto di realizzare. Come utili idioti, in realtà. Il Paese degli ayatollah e dei pasdaran – già diffidato a suon di bombe nel giugno del 2025 dal procedere nella produzione di uranio impoverito – è stato infatti oggetto di una nuova pioggia di bombe a partire dalla fine del febbraio 2026. Una pioggia di fuoco più torrenziale e duratura, non come il lampo del giugno 2025. Come prologo del nuovo intervento, gli strilli d’aquila di Netanyahu: «Gli iraniani vogliono distruggerci con l’atomica». Una guerra provvidenziale anche per il premier israeliano, insomma. Anzi, a insistere con Trump per riprendere le ostilità contro il Paese degli ayatollyah sarebbe stato proprio il premier israeliano. Quella guerra è infatti utile per distrarre un’opinione pubblica inferocita con lui per la mala gestione del problema degli ostaggi nelle mani di Hamas dopo il raid del 7 ottobre 2023. Alla base di tutto, c’è quel che pende sulla testa del primo ministro più longevo e l’unico mai finito sotto processo nella storia israeliana: accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia in tre procedimenti penali distinti. Come se non bastasse, Netanyahu è anche accusato di aver accettato insieme alla moglie Sara beni di lusso in cambio di favori politici, e di aver insistentemente chiesto una copertura mediatica favorevole da parte di organi di stampa, a cominciare da una società di telecomunicazioni e dall’editore del quotidiano «Yedioth Ahronoth».
Il premier israeliano nega ogni addebito e, in maniera molto simile a quanto fatto da Donald Trump, ha definito le inchieste «una caccia alle streghe». Netanyahu ha anche impedito a più riprese l’apertura di un’inchiesta sui fallimenti della sicurezza israeliana di quel 7 ottobre 2023 dell’incursione criminale di Hamas. È qui che le vicende giudiziarie del premier e la politica israeliana creano un vero e proprio cortocircuito: diversi organi di stampa, tra cui il «New York Times», lo accusano da tempo di aver prolungato volontariamente l’invasione di Gaza e recentemente l’attacco all’Iran col sodale Trump, per allontanare lo spettro di un procedimento giudiziario dalle conseguenze imprevedibili, anzi, che potrebbero anche prevedere la galera. Procedimenti che si trascinano da anni, tra ritardi legati alla pandemia e numerose mozioni – anche pretestuose – presentate dagli avvocati di Netanyahu per annullare le udienze. Ecco quindi come i fronti a Gaza, in Libano, in Siria e ora in Iran tornano assai utili.
Detto dei problemucci di Netanyahu, va ribadito che al sodale presidente americano non era parso vero di sostenerlo nella pulizia, alias, la distruzione degli impianti iraniani per l’impoverimento dell’uranio: operazione indispensabile per arricchire i propri arsenali di «armi di distruzione di massa». Come quelle dell’Iraq. Ve le ricordate? Le avevano cercate furiosamente, per scoprire poi che no, si trattava di una bufala, una fake news, come si dice sui social; una cazzata, come si sproloquia al bar. Insomma, una autentica falsità. Intanto, avevano fatto fuori Saddam Hussein. Vi ricordate anche di lui? Ma sì… Quello impiccato vent’anni fa a favore di telecamere di tutto il mondo (ah, ci fossero state anche in una nota piazza milanese in un aprile di qualche tempo fa…).
Dopo averlo «giustiziato», gli americani hanno dovuto spiegare che… ehm… ma sì, insomma!, hanno dovuto ammettere d’essersi sbagliati. Di «armi di distruzione di massa non ce n’era manco mezza» avevano strillato i giornali fino in Papuasia. Ci si può sbagliare, o no? E poi, quello lì era un tiranno. Un dittatore che manco quel Mussolini appeso in quella piazza milanese. Vent’anni dopo, la stessa sorte è toccata ad Ali Khamenei. Gli hanno tirato un missile sulla testa con tanto di stella di David. Ma pure lui – la guida suprema dell’ex Persia – tiranneggiava il suo Paese, come aveva fatto prima di lui Khomeyni, e come farà il di lui figlio, Mojtaba, prima di riuscire a spedire anche lui da Allah, col risultato di promuovere alla guida di quel «Paese canaglia» con novanta milioni di abitanti e grande cinque volte l’Italia, nuove leadership più radicali perché provenienti dai pasdaran, le Guardie della Rivoluzione islamica. Si tratta di una classe dirigente che ha come obiettivo una guerra totale su più fronti nella regione mediorientale in nome di una resistenza che può contare su milizie proxy, quali Hezbollah e Houthi.
Se è vero che il nuovo fronte di guerra americano distoglie gli elettori a stelle e strisce dai diversi problemucci (anche da galera) di Trump, parimenti, bombardare l’Iran, distrae gli israeliani dalle marachelle di Netanyahu (anch’esse – come abbiamo visto – da sole a scacchi). Chi rischia di più è tuttavia il tycoon, perché c’è da giurare che, come abbiamo detto, da qui a novembre usciranno altri Epstein Files. Pubblicazioni fastidiose per chi aspira a mantenere ben saldo il joystick del comando (ovviamente, internazionale), considerando che perfino il mondo MAGA gli ha voltato le spalle. A far girare lo sguardo ai sostenitori principali del leader del suprematismo bianco è stata la guerra in Iran.
Quando le leadership iraniane avvertono gli Stati Uniti che quella guerra potrebbe essere il loro nuovo Vietnam – al netto di una propaganda risibile – non vanno troppo lontani dalla realtà relativamente alla percezione interna. Soprattutto il mondo MAGA, quello dell’«America first», che – coerentemente con il suo imperativo categorico – è ripiegato talmente su sé stesso da non voler nemmeno vedere oltre il naso delle sponde atlantiche. Nick Fuentes, guru del suprematismo bianco, ha accusato Trump di aver tradito i valori grazie ai quali è stato eletto, e – storicamente – per l’elettorato americano (repubblicano o democratico che sia) non c’è colpa peggiore del tradimento del mandato ricevuto. In Italia, per la nostra cifra più bizantina, più segnata dal compromesso continuo, da Depetris in avanti, consentiamo trasformismi vergognosi dai tanti, troppi esempi, senza bisogno di scomodare il Vate, anche se l’episodio è troppo gustoso per non essere ricordato. E insomma, accadde che durante un dibattito parlamentare sulla legge Pelloux presentata dallo stesso presidente del Consiglio del governo di destra in carica – che mirava a limitare la libertà di stampa, di associazione e di sciopero – il poeta-soldato passasse clamorosamente dai banchi della destra a quelli della sinistra, spiegando il suo gesto con il «disprezzo per la fogna della moralità nazionale» ormai rappresentata dal governo Pelloux. Con i suoi modi così sobri, Fuentes ha invocato la punizione di Dio sulla testa del tycoon, invitando – nell’attesa di un fulmine inceneritore – i camerati della destra attivista a votare per i democratici a novembre.
Nel frattempo, ad aleggiare come droni iraniani sulla testa di Trump ci sono i famigerati Epstein Files non ancora usciti, anche se recentemente (laddove, per “recentemente” s’intende sempre il marzo 2026) si sono arricchiti di immagini fotografiche che lo ritraggono con ragazzine in abiti succinti. In una di esse, l’unto dal Signore, salvato (altro che incenerito!) a suo dire da Dio in persona dall’attentato del 2024, esattamente il 14 luglio (pensa, anniversario della Rivoluzione francese, e chissà se voglia dire qualcosa), è ritratto con una ragazzina sulle ginocchia. Con assoluta certezza, non in procinto di raccontarle una favola dei Grimm: più probabilmente, un attimo prima di diventare, lui, l’orco. Un orco come tutti quelli che troverete in questo libro. C’è perfino un «piccolo principe» che di tanto in tanto amava trasformarsi in orco. «Piccolo» per statura morale, e «principe» per diritto dinastico. Quel diritto che suo fratello, re Carlo III, gli ha tolto, chiedendo alla giustizia di «fare il suo corso».
Tutta questa storia, la storia qui raccontata, si è scritta da sola, con i racconti usciti dalle testimonianze presenti negli Epstein Files. Testimonianze che ci precipitano in quella vergogna sbattuta in faccia a Trump con i cartelli esibiti davanti alla Casa Bianca: «Shame». Una vergogna che coniuga l’istinto predatorio su carni giovani con quello sul potere tout-court. Un potere assoluto, che artiglia economia e politica, ma pure i corpi di ragazzine che nel momento della predazione perdono la loro identità per diventare oggetti di divertimento. Un potere esercitato per garantire sé stesso a ogni costo. Anche a costo di scatenare una guerra. Una di quelle guerre moderne, modernissime. Quelle che per il 90 per cento dei casi si sviluppano contro i civili. Guerre lontane milioni di narrazioni da quella guerra di Troia. Quella che vedeva i Troiani assistere dalle «alte mura di Ilio» agli scontri fra i loro guerrieri e quelli degli Achei, con i principi che al calar del sole si scambiavano doni tornando nelle rispettive tende. Adesso, i leader di un popolo li si uccidono con un missile o li si rapiscono. Quale sarà il destino di Cuba? Sì, perché nel risiko di Trump è finalmente entrata Cuba: quell’isola caraibica che qualche tempo fa diede un gran dispiacere agli americani nella Baia dei Porci. Se non la ricordate, quella figuraccia stellare (intesa come a stelle e strisce) la trovate pure su Wikipedia.
L'articolo “Nella rete di Epstein”, l’estratto esclusivo del libro sul caso che scuote Trump, governi e imperi finanziari proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un grosso livido sulla guancia: così è apparso Andrea Mountbatten-Windsor nell’ultima foto scattata mentre si trovava alla guida della sua automobile nell’area della tenuta di Sandringham dove è stato confinato all’inizio dell’anno, dopo che il sovrano gli aveva tolto titoli e onorificenze in autunno.
Il fratello di Carlo III vive nella Marsh Farm, una piccola residenza di famiglia, lontano dai riflettori ma sotto la lente della giustizia che sta indagando sulle sue relazioni con il faccendiere americano e pedofilo, Jeffrey Epstein. Il giorno del suo 66esimo compleanno, il 19 febbraio, la polizia lo ha prelevato per tenerlo in stato di fermo 11 ore e in quella occasione era stata scattata l’ultima foto di un uomo dallo sguardo agghiacciato e stravolto, seduto sul sedile posteriore di un’auto mentre rientrava a casa dopo essere stato sentito dalla polizia.
La foto, in un colpo, ha cancellato anni di scatti in fiera tenuta militare, in posa sorridente e spavalda accanto alla regina Elisabetta II sul balcone di Buckingham Palace, mentre ha fatto il paio con le tante immagini raccolte meticolosamente da Epstein e dalla sua complice Ghislaine Maxwell, che lo hanno ritratto per anni in compagnia delle vittime della tratta di minori perpetrata dalla coppia. A partire dalla foto con il braccio intorno alla vita di una Virginia Giuffre ancora minorenne; fu lei la ragazza che per prima denunciò gli abusi del pedofilo americano e dell’allora principe Andrea aprendo il vaso di Pandora su anni di violenze e impunità.
Oggi, le ragioni che hanno portato a fare apparire quel grande livido sotto all’occhio destro dell’ex principe e sulla sua guancia non sono note, ma l’immagine ha dato adito a diverse congetture.
Qualcuno ha ipotizzato che possa essere stato la conseguenza di una caduta, mentre altri hanno pensato ad una operazione chirurgica.
Naturalmente, il diritto alla privacy non impone al fratello del re di rivelare quali siano state le cause del livido, ma secondo il Telegraph, non si tratterebbe di nulla di grave. L’ultima volta che il fratello minore del sovrano era stato intercettato nella sua nuova vita da “recluso” di lusso nelle campagne del nord dell’Inghilterra, era stato per l’episodio avvenuto mentre passeggiava insieme ai cani e ad una guardia del corpo.
Andrea, in quella occasione, era stato inseguito da un uomo armato e con il volto coperto da un passamontagna che ha tentato di raggiungerlo inveendo contro di lui. I fatti si riferiscono ad un mese fa.
L’uomo era seduto sulla sua auto in attesa di vedere passare l’ex principe e solo a quel punto è sceso per scagliarsi verso di lui. La polizia del Norfolk è intervenuta fermando l’assalitore che, si è scoperto, aveva anche un’arma.
Ma è un’altra la grande inchiesta che vede impegnata la polizia inglese, in contatto con quella americana, alla cerca di elementi per chiarire la posizione di Andrea Mountbatten-Windsor accusato di abuso d’ufficio aggravato relativamente agli anni nei quali era stato incaricato dal governo britannico di svolgere il ruolo di inviato speciale per il commercio e gli investimenti. In quegli stessi anni, i documenti contenuti negli Epstein Files hanno rivelato come i dati sensibili dei report redatti durante le sue missioni erano stati condivisi con la casella di posta di Epstein, violando il segreto d’ufficio e la riservatezza richiesti dal ruolo.
????| ???? Former Prince Andrew spotted with massive bruise on his face pic.twitter.com/zD8ynVtoWT
— PARROT REPORT ???? (@PARROTREPORT) June 4, 2026
L'articolo Il mistero del livido sul volto di Andrea Mountbatten-Windsor: cosa è successo all’ex principe confinato a Sandringham? La foto “rubata” in auto scatena le ipotesi proviene da Il Fatto Quotidiano.

Detectives investigating Andrew Mountbatten-Windsor could investigate allegations of sexual misconduct as part of their inquiry into potential misconduct in public office. Police have repeated their call for anyone with information to come forward.
It is understood police are concerned witnesses might think they are focusing on the narrow definition of misconduct in public office when it is a complex offence that can include abuse of position, sexual misconduct and corruption, among other things.
The police investigation into the former Prince Andrew was prompted by the release of US Department of Justice files related to its investigation into Jeffrey Epstein.
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Mountbatten-Windsor has consistently and strenuously denied any wrongdoing, and has denied any personal gain from his role as a UK trade envoy between 2001 and 2011.
Epstein, who was convicted of soliciting prostitution from a minor in 2008, died in a New York prison in 2019 as he awaited trial on sex trafficking charges.
Mountbatten-Windsor was arrested on 19 February and released under investigation. He has only ever been described by Thames Valley Police as “a man in his 60s from Norfolk”, as police forces do not usually name people unless they have been charged.
He was questioned on suspicion of misconduct in public office, after emails published in the Epstein Files seemed to suggest he had shared confidential information with Epstein.
In a new update on the case, Thames Valley Police Assistant Chief Constable Oliver Wright repeated the force’s call for information, saying: “We encourage anyone with information to get in touch with us.”
“Misconduct in public office is a crime that can take different forms, making this a complex investigation,” he said.
“There’s a number of aspects of alleged misconduct that the investigation is examining.”
It is understood police are concerned that witnesses and the public might think they are focusing only on the allegation that Mountbatten-Windsor shared a confidential trade reports with the late financier Epstein.
Misconduct in public office is a broad offence defined as someone who holds public office wilfully neglecting their duty by behaviour that can potentially encompass a wide range, also including things such as financial misconduct, abuse of position, and misconduct leading to personal gain.
It is understood detectives do not want people to think they are only focusing on potential misconduct involving “the state”, rather than possible crimes that would involve people, which can also be part of a misconduct case.
According to Sky News, investigators intend to speak with a woman who claims she was taken to the former prince’s former residence in Windsor “for sexual purposes,” and have appealed to other potential victims of Jeffrey Epstein to come forward. Andrew remains under investigation and vehemently denies any wrongdoing.
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