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Tre consiglieri di FI vanno con Vannacci: il sindaco di Brindisi con radici socialiste avrà l’appoggio de “l’unica destra”

9 June 2026 at 15:43

Vanno via da Forza Italia per ingrossare le file di Futuro Nazionale, tuttavia avvisano che resteranno in maggioranza per garantire “governabilità alla città”. A Brindisi il centrodestra fa un salto un po’ più a destra e da oggi ha tre esponenti del partito di Roberto Vannacci a supporto della giunta. Creando un piccolo paradosso politico: il sindaco Giuseppe Marchionna, infatti, ha profonde radici socialiste e durante il suo primo mandato alla guida del Comune, all’inizio degli Anni Novanta, accolse oltre 25mila profughi albanesi mobilitando la cittadinanza affinché aprisse le case per ospitarli mentre il governo latitava e non forniva alcun supporto.

Ora la campagna acquisti dell’ex vice-segretario della Lega ed europarlamentare lo porterà a governare con un partito che si definisce “l’unica destra” e che è sostenitore della remigrazione. Ad abbandonare il partito berlusconiano nella città del deputato Mauro D’Attis sono Nicola Di Donna, ex capogruppo di FI, Marika Ciaccia e Luca Tondi. Di Donna, già assessore e militante di destra, parla di una “decisione frutto di una profonda riflessione, giunta anche a seguito di un confronto con il generale Vannacci”. E annuncia che “resta invariato, in ogni caso, l’impegno a garantire governabilità alla città di Brindisi”. Insomma, non mancherà il sostegno alla maggioranza e Marchionna governerà anche grazie ai tre vannacciani.

Se D’Attis, tra i plenipotenziari pugliesi di Forza Italia, si dice “profondamente rattristato”, a esultare è Rossano Sasso, il deputato leccese eletto con Lega e ora responsabile per il Sud di Futuro Nazionale: “Sempre più cittadini aderiscono alle idee, alla visione, al programma di Futuro Nazionale e se tra questi ci sono anche amministratori con esperienza non posso che essere felice. Qualcuno dice ‘mai con Vannacci’ danneggiando il centrodestra, ma mentre lo dice i propri elettori, amministratori e deputati vanno da Vannacci”. In Puglia, secondo i dati dello stesso partito, sono stati superati i 10.000 iscritti, un numero che rappresenterebbe circa un decimo del totale nazionale.

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Caporalato a Brindisi, i verbali che hanno portato all’arresto: “Vivevamo in un tugurio, prendevamo l’acqua da un tubo d’irrigazione”

9 June 2026 at 06:33

Chi tagliava gli alberi era costretto a vivere in un tugurio, senza riscaldamento e prendendo l’acqua da un tubo per l’irrigazione. Una delle persone per le quali lavoravano, invece, postava video su TikTok per esaltare le sue attività ed era così diventata un’influencer con oltre 10mila follower. Ora è sotto inchiesta per caporalato insieme all’uomo finito ai domiciliari dopo l’arresto in flagranza. L’ultima storiaccia sullo sfruttamento di migranti nelle campagne arriva dalla provincia di Brindisi e vede protagonisti Daniele Argentieri e la sua coindagata.

Per svolgere i lavori della loro cooperativa specializzata nell’espianto di alberi e nella vendita di legna, secondo il pubblico ministero della procura di Brindisi Giuseppe De Nozza, approfittavano dello stato di bisogno di tre uomini originari dell’Africa “sottoponendoli a condizioni di sfruttamento”. Argentieri, 38 anni, è stato arrestato in flagranza lo scorso 21 maggio e il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi, Vittorio Testi, ha convalidato il blitz dei carabinieri e ne ha disposto i domiciliari. La donna sotto inchiesta, invece, è indagata a piede libero con le stesse accuse mosse al 38enne.

I tre lavoratori, uno dei quali ha dato il via all’indagine del Nil dei carabinieri denunciando le sue condizioni a marzo, vivevano in un casolare abbandonato nelle campagne di Francavilla Fontana, al confine col Tarantino, e “venivano fatti lavorare per 9-10 ore al giorno”, nei campi a tagliare la legna, “con pausa di soli 10 minuti, occasionalmente estesa a 30, senza che nessuno di essi potesse usufruire del riposo settimanale”, si legge nelle carte che hanno portato Argentieri ai domiciliari. Alla luce dei verbali firmati dai braccianti e del sopralluogo dei carabinieri, il giudice parla di violazioni “sistematiche” dei contratti, di alcuna formazione sulla sicurezza nonostante maneggiassero anche seghe circolari e di un alloggio “degradante”.

La casupola di campagna presentava “pessime condizioni strutturali e igieniche”, “locali fatiscenti”, finestre “protette da soli teli di fortuna” e senza vetri. Un tugurio, senza riscaldamento, dove i migranti si riparavano dal freddo accendendo il fuoco in un caminetto, utilizzando anche la spazzatura. Il bagno? “Praticamente inagibile poiché vi è presente un lavandino in acciaio, otturato dalla presenza di rifiuti e solo delle vasche di fortuna precedentemente riempite di acqua per l’utilizzo”. Sentiti dagli investigatori, i migranti – originari del Marocco – hanno anche spiegato che la fornitura elettrica “non funziona sempre” e il frigorifero aveva “la porta rotta”. Un altro ha riferito che “per poter prelevare acqua necessaria usavamo un tubo da irrigazione”. Il terzo taglialegna ha invece raccontato: “Dormivamo in 5 in una sola camera da letto su materassi di fortuna recuperati per strada. Per ricaricare il cellulare consegnavamo un powerbank a Daniele, che ce lo ricaricava e poi ce lo restituiva carico, per collegarlo poi al cellulare”.

Gli stipendi? Il giudice Testi li definisce molto al di sotto dei minimi del contratto collettivo nazionale, uno dei migranti parla di “50, massimo 100 euro alla settimana”. Senza considerare che stando alla ricostruzione degli inquirenti, Argentieri – che ha respinto tutte le accuse nell’interrogatorio davanti al giudice per le indagini preliminari – chiedeva 5 euro per il trasporto nelle campagne e altrettanti per alloggiare nel casolare. I ritmi di lavoro sono stati così riassunti davanti ai carabinieri: “Vengono a prenderci alle 6 del mattino e arriviamo nel luogo di lavoro entro le 6.30-7 dipende da dove si trova il terreno – ha raccontato uno dei tre – Porto con me da mangiare e bere, cose a cui provvedo personalmente e questo perché lavoro normalmente fino alle 18-19, circostanza che dipende sempre dal lavoro e dal luogo di lavoro. Raramente ho finito di lavorare prima”.

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Il sistema della “mafia del Pakistan” nei campi della Basilicata: braccianti sorvegliati e testimoni intimiditi

3 June 2026 at 15:25

È il 10 marzo scorso, in collegamento con la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia sono tutti schierati dietro un tavolo della prefettura di Matera. Raccontano cosa hanno scoperto seguendo il filo rosso lasciato da uno spaventoso incidente stradale in Val d’Agri, avvenuto in autunno: quattro braccianti stranieri morti, altri sei feriti. La presidente Chiara Gribaudo chiede, loro rispondono per quanto possibile perché le inchieste sono ancora aperte e gli accertamenti tutt’altro che finiti. La strage di Amendolara, in provincia di Cosenza, è la punta dell’iceberg di quanto avviene nelle campagne al confine tra Basilicata e Calabria: lo raccontano bene i vertici delle forze dell’ordine di Matera nel corso di quella audizione di tre mesi fa. Basta riascoltare le parole del questore Mario Della Cioppa, del comandante provinciale dei carabinieri Giovanni Russo e del comandante della Guardia di Finanza Roberto Maniscalco.

La “mafia del Pakistan”

Rimettendo insieme i pezzi di vecchie inchieste e dell’indagine sulla morte dei quattro indiani che viaggiavano insieme ad altri 6 braccianti hanno scoperto molto altro. Così a dicembre erano arrivati quattro arresti: caporali, come i due pachistani fermati per aver bruciato da vivi tre afgani e un loro connazionale dentro il minivan nella stazione di servizio tra Amendolara e Roseto Capo Spulico. Il canovaccio è sempre lo stesso, l’humus dal quale affiorano le indagini non cambia mai. Per questo l’unico sopravvissuto alla strage di lunedì, Taj Mohammad Alamyar, ha usato un’espressione calzante: “Mafia del Pakistan”.

I testimoni nelle strutture protette

Davanti alla Commissione, il racconto dei vertici delle forze dell’ordine era stato chiarissimo: dalle indagini coordinate dalla procura di Matera, guidata da Alessio Coccioli, era emerso un quadro netto. Allora, come nella vicenda di Amendolara, c’erano i 300 euro da lasciare ai caporali per un alloggio fatiscente che costringeva a vivere i braccianti in “condizioni degradanti”, aveva raccontato il comandante Russo. Svelando anche un retroscena dell’inchiesta che sostanzia il comportamento mafioso di quei caporali: i superstiti della strage in Val d’Agri, spiegò, erano stati intimiditi dai caporali affinché fornissero una ricostruzione annacquata, sostanzialmente falsa, agli investigatori. Una vera e propria minaccia che aveva spinto carabinieri e polizia a spostare i braccianti sopravvissuti in una struttura protetta al fine di tutelarsi e garantire un racconto veritiero: un trattamento riservato ai testimoni di giustizia che decidono di rompere il muro di silenzio imposto dai clan mafiosi.

I metodi di sorveglianza e il secondo livello

Anche grazie a questi accorgimenti, gli inquirenti erano arrivati all’arresto dei quattro caporali ed erano riusciti a rimettere insieme un quadro accusatorio solido. Nelle carte, si racconta di paghe giornaliere da 42 euro per 8 ore di lavoro nei campi alle quali aggiungere altre 2-3 ore trascorse sui bus per andare e tornare dai terreni. “Erano sottoposti a metodi di sorveglianza assolutamente vietati, dovevano chiedere il permesso per andare in bagno. E non sempre li veniva accordato”, avevano spiegato gli investigatori. Delineato la posizione dei caporali, la procura di Matera sta ora mettendo a fuoco un secondo livello, quello dei datori di lavoro, per verificare un loro eventuale coinvolgimento in quello che tra Siberitide e Piana di Metaponto appare come un “sistema” collaudato.

Gli imprenditori denunciati e i reclutatori

Del resto la Finanza, a novembre 2025, aveva denunciato i titolari di una trentina di aziende agricole della costa jonica lucana per il mancato versamento dei contributi dei dipendenti. L’ammanco era considerevole: oltre 2 milioni di euro, nei quali era compreso anche il 9% a carico del lavoratore. In sostanza, gli imprenditori aveva trattenuto sui loro conti correnti circa 200mila euro dei braccianti lucrando ulteriormente sul loro lavoro già mal pagato. Un sistema nel quale la Cgil Calabria continua a insistere sul coinvolgimento della ‘ndrangheta e che, certamente, non finisce ai caporali. In alcune inchieste degli anni scorsi erano emersi anche alcuni reclutatori in Nord Africa il cui compito era fornire una sorta di lista di braccianti da arruolare; in cambio intascavano tra i 5 e 10mila euro per favorire la loro assunzione fittizia nelle aziende. Lo schema si è ripresentato, in una sorta di eterna replica, in un’altra più recente indagine della Dda di Potenza. Un “sistema”, appunto, con caporali e livelli superiori che spartiscono la torta sulle spalle dei disperati allestendo una partita truccata, nella quale a perdere erano e sono sempre i braccianti.

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