Edi Rama si difende pensando alla Ue: «L’Albania ha standard europei»




La ripresa delle ostilità tra Iran e Israele non è uguale alle altre. In questo caso i nuovi vertici di Teheran hanno deciso di abbandonare la logica della risposta e abbracciare quella dell’iniziativa. Un mutamento di postura che ridisegna le coordinate del conflitto e complica ulteriormente il già fragile negoziato con Washington. Che sente il peso del fattore tempo. Per approfondire le complesse e intrecciate dinamiche che stanno emergendo in queste ore Formiche.net si è rivolta a Nicola Pedde, esperto di Iran e direttore dell’Institute for Global Studies, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.
Come legge la ripresa delle ostilità che ha visto coinvolti Iran e Israele negli scorsi giorni?
Come un segnale di “novità” rispetto al passato. I nuovi vertici della componente ultraconservativa hanno una linea politica molto diversa rispetto a quella che ha caratterizzato il passato e non hanno più alcuna intenzione di rispettare regole che ritengono superate, convinti di avere una capacità maggiore e quindi di poter attuare una politica più assertiva. Tant’è che abbiamo assistito per la prima volta a un attacco da parte iraniana senza che vi sia stato un preventivo attacco americano contro il Paese, e questo è un fattore di grande importanza perché determina un mutamento sostanziale nella postura strategica dell’Iran.
Come si sta approcciando Teheran a questo conflitto?
Il conflitto è stato gestito soprattutto in funzione dell’agenda che in questo momento è preminente per l’Iran, cioè quella della definizione di un accordo con gli Stati Uniti, dove una parte del vertice politico iraniano ritiene di avere in questo momento addirittura tre carte negoziali molto importanti. La prima è quella relativa allo Stretto di Hormuz, cioè la libertà di navigazione; la seconda è la questione nucleare; la terza è diventata il Libano, che è strumentale in termini negoziali per vincolare la trattativa e poter esercitare maggiori pressioni sugli Stati Uniti.
Possiamo aggiungere, come quarto elemento, anche il fatto che nonostante gli sforzi bellici di Usa e Israele in questo senso, le capacità militari iraniane non siano state neutralizzate?
Sì, questo è sicuramente un elemento. L’Iran è consapevole di avere una forte capacità di resistenza militare, sia sul piano della missilistica, dove non esistono ovviamente dati pubblici, ma dove gli stessi americani ritengono che gli arsenali siano ancora sostanzialmente integri almeno al 50%, sia sotto il profilo degli arsenali di droni, che dovrebbero avere una residua capacità operativa analoga. Tende però a far sottovalutare, o quantomeno a mascherare, quanto sia molto meno solido il profilo della resistenza economica e politica del paese, e questo è l’elemento davvero critico per l’Iran. È per questo che l’Iran sa che, nell’eventualità di una pace, le questioni economiche preminenti lo porterebbero incontro a una crisi economica e di conseguenza sociale, che potrebbe nuovamente generare un’ondata di proteste e una forte fase di instabilità interna. Una dinamica che, in modo diverso, vale anche per gli Stati Uniti.
Che intende?
Se l’Iran non riesce a ottenere concreti benefici e garanzie economiche sa di dover affrontare una situazione di crisi interna, alla quale è sicuramente preferibile la continuità del conflitto o comunque della tensione nella regione. Per gli Stati Uniti, parimenti, un accordo che non si traduca in una vittoria sostanziale rappresenta una debacle politica per l’amministrazione Trump, che verrebbe sicuramente scontata soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato. Quindi entrambe le parti continuano a portare avanti questo negoziato attraverso una sostanziale incapacità di venire meno alle posizioni massimaliste che lo hanno regolato sin dal suo avvio, e quindi non si vedono particolari risultati. Con l’aggiunta però che questa amministrazione iraniana ritiene di avere una maggiore forza negoziale sugli Stati Uniti, soprattutto sul fattore tempo, e quindi frustra sistematicamente qualsiasi aspettativa temporale di Washington riguardo alla risposta e al pragmatismo sulle richieste formulate.
Quale dei due attori è in svantaggio rispetto al “fattore tempo”?
Credo che i fatti e i commenti degli ultimi giorni abbiano dimostrato quanto l’elemento debole sul fattore tempo sia quello americano. Gli Usa devono cercare di portare qualche risultato in tempi brevi, perché l’alternativa è una ripresa delle ostilità che Washington cerca di scongiurare ad ogni costo, ma che potrebbe rivelarsi l’unica alternativa possibile al perdurare dello stallo. Penso che i commenti espressi dallo stesso Presidente Trump tra il 7 e l’8 giugno, quando è partita questa nuova fase di escalation tra Iran e Israele, mostrino come l’amministrazione sia stata realmente turbata da dinamiche che sfuggivano ormai completamente al suo controllo.
Negli ultimi giorni Trump ha più volte dichiarato che la firma dell’accordo è in procinto di arrivare. Quanto è realistico, secondo lei, che si arrivi nell’immediato futuro a un accordo, e di che tipo?
Credo che la posizione dell’amministrazione Trump sia molto irrealistica. Quello che, nella migliore delle ipotesi, gli Stati Uniti possono riuscire a ottenere in questa fase è un prolungamento del cessate il fuoco e quindi un prolungamento di questa fase negoziale, che potrebbe condurre in futuro alla definizione di accordi più completi. L’altro elemento paradossale di questa fase è che il nucleare, pur essendo portato da Trump come elemento centrale del negoziato, è di fatto un elemento secondario. Il vero cuore di questo accordo è la questione di Hormuz. Ma la spendibilità politica da parte dell’amministrazione americana ruota però intorno al nucleare, per dimostrare che Trump può portare a casa dei risultati concreti. Il che sarà piuttosto difficile.
Cosa glielo fa pensare?
Ricordiamoci che il Jcpoa ha richiesto anni per essere negoziato. Quello che l’amministrazione americana sembra sottovalutare è che la definizione di un nuovo accordo sul nucleare richiede la soluzione di moltissimi elementi, non ultimi il diritto all’arricchimento dell’Iran, la disponibilità delle scorte da arricchire e il loro eventuale trasferimento o la loro diluizione. Richiede molto tempo e fasi negoziali serrate. Quello che appare realistico è un accordo interlocutorio che possa prolungare il cessate il fuoco, dare un maggiore respiro alla capacità negoziale e aprire a spiragli di ulteriori fasi negoziali in futuro, con tutte le variabili che però continuano a regolare questa dinamica, cioè le variabili esterne che Washington controlla sempre di meno, tanto nei suoi alleati israeliani quanto nei suoi antagonisti iraniani, che si sono resi ormai sempre più autonomi e dimostrano di non essere in alcun modo influenzati dalla capacità coercitiva degli Stati Uniti.
Pensa che ci sia il rischio che gli Stati Uniti di Donald Trump arrivino a un accordo sul nucleare con l’Iran che, dati alla mano, sia peggiore del Jcpoa da cui lo stesso Trump si era ritirato nella prima amministrazione?
È altamente probabile. Quello che oggi gli iraniani stanno mettendo sul tavolo è molto meno di quanto avevano offerto nei colloqui di Ginevra. In quella sede l’Iran era in una posizione di forte difficoltà e aveva portato offerte negoziali che erano sicuramente migliorative rispetto al Jcpoa. Da ciò che traspare dai negoziati attuali, quello che gli iraniani stanno proponendo agli Stati Uniti è di gran lunga inferiore. Potrebbe quindi essere un accordo che non migliora affatto le condizioni del Jcpoa e rende più difficile la gestione futura del programma nucleare iraniano da parte americana.

Allargamento sì, ma con un occhio ai tempi e ai modi delle richieste già avanzate in passato, nella consapevolezza che il lento e complesso processo deve gioco forza intrecciarsi con una risoluzione del conflitto tra Ucraina e Russia per generare gli effetti politici auspicati. L’Unione Europea gioca la carta della programmazione e mentre da un lato, per bocca della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, annuncia l’intenzione di aprire i negoziati con Ucraina e Moldavia, dall’altro mette nero su bianco la portata delle nuove sanzioni contro Mosca.
Gli ucraini “stanno realizzando una riforma dopo l’altra mentre le loro città sono sotto attacco”. Parte da questa premessa Von der Leyen per mettere un accento specifico sul macro tema dell’allargamento europeo a est: ovvero lo sforzo valoriale, sociale ed umano che il popolo di Kyiv sta compiendo e che rappresenta una coccarda da appuntare sul petto. Nonostante tutto questo, “mentre le loro città sono sotto attacco, mentre il cielo sopra di loro è pieno di fumo, mentre le sirene antiaeree risuonano in tutto il Paese” stanno compiendo progressi straordinari nelle loro riforme: quindi si sono meritati un premio da Bruxelles, che aprirà il primo cluster negoziale per l’adesione all’Unione europea di Ucraina. Per cui, è il ragionamento di Von der Leyen, se l’Ucraina ha fatto la sua parte, “è ormai giunto il momento che anche noi facciamo la nostra, e ora abbiamo l’opportunità storica di farlo”. Non solo Ucraina, della partita è anche la Moldavia, altro Paese molto strategico e fortemente a rischio per via della vicinanza russa.
Cripto russe e prodotti ittici: si concentra su questi due filoni il ventunesimo pacchetto di sanzioni europee contro Mosca, annunciate oggi dalla presidente della Commissione europea. L’obiettivo della mossa di Bruxelles è “colpire infrastrutture critiche coinvolte nel commercio o nella lavorazione del petrolio russo, come porti, aeroporti e raffinerie” e proporre “di limitare la vendita ai soggetti russi di navi cisterna destinate al trasporto di prodotti energetici, così come abbiamo già fatto per le petroliere”. Sono ricompresi anche il “divieto di transazioni ad altre 31 banche russe e a 20 banche, società di criptovalute, piattaforme finanziarie e operatori del commercio petrolifero con sede in Paesi terzi”.
Ma chi sono i soggetti coinvolti? Si tratta di personaggi che hanno appoggiato entità e individui russi già sanzionati oppure che hanno contribuito ad aggirare le sanzioni restrittive già in essere, precisando che “per la prima volta introdurremo inoltre la possibilità di imporre un divieto totale ai fornitori di servizi legati alle cripto-attività operanti in Paesi terzi. Si tratterà di un forte deterrente nei confronti delle piattaforme che aiutano la Russia a eludere il regime sanzionatorio”.
Non solo cripto, anche i merluzzi sono al centro delle sanzioni europee: il riferimento è a restrizioni sostanziali alle importazioni di alcuni prodotti ittici e un divieto totale su altri, tra cui il merluzzo, ha aggiunto la presidente della Commissione, con l’intenzione di allineare le restrizioni commerciali imposte dalla Bielorussia in modo che non possa fungere da porta d’accesso per il commercio russo. “Proponiamo inoltre nuovi divieti di importazione su una serie di beni per un valore di 60 milioni di euro, ad esempio su alcuni metalli o componenti per auto, perché vogliamo consolidare la diversificazione dell’Europa per ridurre la dipendenza dalle importazioni russe”, ha concluso.
La novità si ritrova nella nazionalità dell’eventuale negoziatore: dopo i nomi di Schroeder e Abramovich fatti circolare negli ultimi giorni, secondo il quotidiano russo Vedomosti l’eventuale negoziatore dell’Unione europea nei colloqui con la Russia potrebbe essere francese o italiano. La fonte che ha ispirato la ricostruzione del foglio moscovita aggiunge che qualsiasi negoziato tra Russia e Ue sarà fattibile solo in caso di cessate il fuoco in Ucraina. Pronta la replica del portavoce della presidenza russa, Dmitrij Peskov, secondo cui gli europei sarebbero “ancora lontani dall’essere pronti ad agire come mediatori, avviare gli sforzi di mediazione ponendo delle condizioni alla Russia è probabilmente illogico, è sbagliato. E, naturalmente, è inaccettabile per noi”.

Un nuovo pacchetto coordinato congiuntamente tra Francia, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia è stato adottato per “nuove sanzioni contro i responsabili dell’intensificarsi delle attività di insediamento e della violenza in Cisgiordania”. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri francese Jean Noel Barrot.
Il governo britannico ha invitato le aziende del Paese a cessare ogni attività negli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata. Lo ha annunciato la ministra degli Esteri Yvette Cooper. “Ho rafforzato le nostre linee guida sui rischi aziendali affinché siano chiare e inequivocabili: se siete cittadini britannici o aziende britanniche, non dovete svolgere alcuna attività economica o finanziaria negli insediamenti israeliani illegali”, ha dichiarato la ministra al Parlamento. “Riteniamo che i gruppi di coloni violenti non debbano trarre profitto dalle terre che hanno sottratto ai palestinesi”, ha aggiunto, affermando che le condanne di alcune di queste violenze da parte del governo israeliano “suonano vuote” in assenza di misure concrete per punirle.
“Israele respinge con fermezza le vergognose misure adottate da governi stranieri contro cittadini israeliani, entità israeliane e un ministro del governo”. Lo si legge sull’account X del ministero degli Esteri israeliano in riferimento alle misure adottate da diversi Paesi occidentali nei confronti di coloni e al divieto di ingresso imposto dalla Francia al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. “La vera essenza di questi provvedimenti è il tentativo di imporre una posizione politica riguardo al diritto degli ebrei di vivere nella Terra d’Israele e in merito al conflitto israelo-palestinese, mascherandolo da misura contro la violenza”, scrive il ministero.
“Ciò che questi governi hanno in comune è il loro clamoroso fallimento nel contrastare l’antisemitismo dilagante nei propri Paesi. Politiche anti-israeliane del tipo adottato oggi non fanno altro che alimentare tale antisemitismo”, prosegue il ministero degli Esteri israeliano. “Sorprendentemente, questi governi hanno anche omesso di imporre sanzioni o di adottare misure contro i fenomeni che, secondo Israele, alimentano realmente la violenza: la politica dell’Autorità Palestinese di corrispondere stipendi ai terroristi (“pay-for-slay”, ovvero “pagare per uccidere”) e l’incitamento all’odio”, conclude il post.
L'articolo Coloni violenti in Cisgiordania, sanzioni da Paesi Ue e non solo. Insorge Israele: “Misure vergognose” proviene da Affaritaliani.it.

La Turchia e l’Arabia Saudita hanno firmato a Riyadh un memorandum d’intesa sulla cooperazione ferroviaria, imprimendo una nuova accelerazione al progetto di rilancio della storica Hejaz Railway. L’iniziativa punta a creare un corridoio ferroviario che colleghi il Regno alla Turchia attraverso Giordania e Siria, recuperando una delle principali direttrici terrestri del Medio Oriente.
Secondo il ministro saudita dei Trasporti e della Logistica Saleh al-Jasser, gli studi sul collegamento dovrebbero essere completati entro la fine dell’anno. Sul versante turco, il ministro Abdulkadir Uraloğlu ha confermato l’obiettivo di modernizzare la storica linea e, nel lungo periodo, estenderla verso l’Oman e dunque fino all’Oceano Indiano, segnando un’altra potenziale rotta indo-mediterranea per collegare Asia ed Europa, oltre a quella che attraversa il Mar Rosso e a quella immaginata dall’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC).
Dietro l’idea di recuperare un lineamento ferroviario storico, il progetto racconta qualcosa di più ampio. Il tentativo di ricostruire le connessioni terrestri del Levante dopo oltre un decennio di guerre e frammentazione regionale è parte di una nuova consapevolezza sulla gestione delle rotte strategiche. Serve ridondanza, servono nuove connessioni, servono corridoi alternativi capaci di garantire continuità ai flussi commerciali anche in presenza di crisi, conflitti o interruzioni lungo le principali vie di transito.
La geografia del corridoio è significativa quanto il progetto stesso. Collegando la Penisola Arabica alla Turchia attraverso Giordania e Siria, la linea punta infatti a creare una direttrice terrestre alternativa a una serie di chokepoint che negli ultimi anni hanno evidenziato la vulnerabilità delle catene commerciali regionali.
Nelle dichiarazioni turche il riferimento più esplicito è allo Stretto di Hormuz. Ankara presenta infatti il possibile prolungamento verso l’Oman come uno strumento per raggiungere l’Oceano Indiano e ridurre la dipendenza da una delle principali strozzature marittime del commercio globale. Ma il corridoio avrebbe anche l’effetto di diminuire il ricorso alle rotte che attraversano il Mar Rosso e il Canale di Suez, offrendo un collegamento terrestre tra il Golfo e il Mediterraneo orientale. L’obiettivo di aggirare i punti di maggiore vulnerabilità si riflette anche nell’esclusione di Israele e del Libano dalla mappa del progetto. Non si tratta di un dettaglio geografico, ma di una precisa architettura regionale.
In questo schema la Siria torna ad assumere una funzione che aveva progressivamente perduto con la guerra civile. Damasco e Aleppo riemergono come nodi di transito indispensabili per collegare la Penisola Arabica all’Anatolia. Non è un caso che il rilancio della ferrovia sia stato preceduto da un accordo raggiunto nel settembre 2025 tra Turchia, Siria e Giordania. Quell’intesa prevedeva il completamento di segmenti mancanti della linea, la cooperazione tecnica tra i tre Paesi e la riattivazione dei collegamenti terrestri interrotti durante il conflitto.
La rinascita della Hejaz Railway appare quindi come una manifestazione concreta del graduale reinserimento della Siria nelle reti economiche regionali. Prima ancora che sul piano diplomatico, la normalizzazione del Paese sembra avanzare attraverso infrastrutture, logistica e commercio.
Il progetto si inserisce inoltre in una strategia di connettività più ampia perseguita dalla Turchia. Negli ultimi anni Ankara ha promosso contemporaneamente il Development Road, destinato a collegare Bassora al confine turco attraverso l’Iraq, e il Zangezur Corridor, tassello del Middle Corridor verso il Caucaso e l’Asia Centrale. Il rilancio della Hejaz Railway aggiunge una direttrice meridionale a questa rete di collegamenti, rafforzando l’ambizione turca di trasformarsi in uno snodo logistico tra Europa, Medio Oriente ed Eurasia.
La crescente convergenza con l’Arabia Saudita rappresenta uno degli aspetti più rilevanti del progetto. Per anni Ankara e Riyadh hanno sostenuto priorità regionali spesso divergenti. Oggi sembrano invece condividere un obiettivo più pragmatico: costruire infrastrutture capaci di aumentare la resilienza delle catene commerciali e di consolidare il ruolo del Medio Oriente come piattaforma di transito tra Asia ed Europa.
Le dichiarazioni di al-Jasser riflettono questa impostazione. Il ministro saudita ha collegato il progetto ferroviario alla rete portuale del Regno e alla sua capacità di gestire volumi crescenti di container, suggerendo una visione integrata tra porti, ferrovie e corridoi logistici. La Hejaz Railway non viene concepita come un’infrastruttura isolata, ma come l’estensione terrestre delle ambizioni saudite nel settore della logistica.
Questa direttrice assume ulteriore rilievo in un momento in cui altre architetture regionali incontrano ostacoli politici. L’IMEC è stato concepito per collegare India, Golfo ed Europa attraverso una rete di infrastrutture che dovrebbe beneficiare anche di una progressiva normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele per consentire lo sbocco del corridoio nel Mediterraneo. La guerra a Gaza e il deterioramento del quadro di sicurezza regionale hanno però rallentato quella prospettiva.
La Hejaz Railway non nasce come alternativa formale a IMEC, ma di fatto rischia di diventarlo. Propone una geografia diversa che disegna una mappa che riflette gli equilibri politici emersi nella regione dopo gli sconvolgimenti degli ultimi anni.
La linea fu costruita tra il 1900 e il 1908 per collegare le province arabe dell’Impero ottomano alle città sante dell’Hijaz. Concepite per facilitare il pellegrinaggio e rafforzare il controllo amministrativo sui territori meridionali (ai tempi era nota come “Ottoman Rail”), quelle infrastrutture vengono oggi reinterpretate secondo una logica completamente diversa: container, corridoi multimodali, catene logistiche e accesso ai mercati globali. Alcuni segmenti sono già stati recuperati e modernizzati nel corso degli anni, mentre altri restano da ricostruire quasi integralmente. Da notare che Israele ha già ristrutturato e riattivato a uso interno la tratta tra Beit She’an e Haifa.
Resta da capire quanto rapidamente il progetto turco-saudita potrà trasformarsi in infrastruttura reale. Nella regione i grandi corridoi ferroviari richiedono normalmente anni di studi, finanziamenti e coordinamento politico prima dell’avvio dei cantieri. Da questo punto di vista, la firma del memorandum tra Riyadh e Ankara appare soprattutto come un segnale strategico, spiega una fonte regionale che pronostica tempi ben più lunghi di quelli annunciati – “Ci vorranno quattro anni per gli studi di fattibilità!”.
Il tempismo dell’intesa non passa inosservato. Mentre Arabia Saudita e Turchia rilanciano la direttrice della Hejaz Railway, gli Emirati Arabi Uniti hanno già avviato in Giordania un investimento da 2,3 miliardi di dollari per la Aqaba Port Railway, destinata a collegare il porto sul Mar Rosso alle aree minerarie del Paese e, in prospettiva, alla futura rete ferroviaria regionale.
Più che singole infrastrutture, le ferrovie stanno diventando strumenti di influenza economica e politica. Dietro il rilancio della Hejaz Railway e gli investimenti emiratini in Giordania si intravede una competizione sempre più evidente per il controllo dei corridoi che collegheranno Golfo, Levante, Mediterraneo e Oceano Indiano nei prossimi decenni. La firma del memorandum tra Riyadh e Ankara suggerisce che questa partita è appena iniziata.





