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Coloni violenti in Cisgiordania, sanzioni da Paesi Ue e non solo. Insorge Israele: “Misure vergognose”

9 June 2026 at 15:20

Coloni violenti in Cisgiordania, arrivano nuove sanzioni

Un nuovo pacchetto coordinato congiuntamente tra Francia, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia è stato adottato per “nuove sanzioni contro i responsabili dell’intensificarsi delle attività di insediamento e della violenza in Cisgiordania”. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri francese Jean Noel Barrot.

Londra: “Le aziende Uk cessino le attività nelle colonie israeliane in Cisgiordania”

Il governo britannico ha invitato le aziende del Paese a cessare ogni attività negli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata. Lo ha annunciato la ministra degli Esteri Yvette Cooper. “Ho rafforzato le nostre linee guida sui rischi aziendali affinché siano chiare e inequivocabili: se siete cittadini britannici o aziende britanniche, non dovete svolgere alcuna attività economica o finanziaria negli insediamenti israeliani illegali”, ha dichiarato la ministra al Parlamento. “Riteniamo che i gruppi di coloni violenti non debbano trarre profitto dalle terre che hanno sottratto ai palestinesi”, ha aggiunto, affermando che le condanne di alcune di queste violenze da parte del governo israeliano “suonano vuote” in assenza di misure concrete per punirle.

Israele: “Vergognose le misure di governi stranieri contro di noi”

“Israele respinge con fermezza le vergognose misure adottate da governi stranieri contro cittadini israeliani, entità israeliane e un ministro del governo”. Lo si legge sull’account X del ministero degli Esteri israeliano in riferimento alle misure adottate da diversi Paesi occidentali nei confronti di coloni e al divieto di ingresso imposto dalla Francia al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. “La vera essenza di questi provvedimenti è il tentativo di imporre una posizione politica riguardo al diritto degli ebrei di vivere nella Terra d’Israele e in merito al conflitto israelo-palestinese, mascherandolo da misura contro la violenza”, scrive il ministero.

“Ciò che questi governi hanno in comune è il loro clamoroso fallimento nel contrastare l’antisemitismo dilagante nei propri Paesi. Politiche anti-israeliane del tipo adottato oggi non fanno altro che alimentare tale antisemitismo”, prosegue il ministero degli Esteri israeliano. “Sorprendentemente, questi governi hanno anche omesso di imporre sanzioni o di adottare misure contro i fenomeni che, secondo Israele, alimentano realmente la violenza: la politica dell’Autorità Palestinese di corrispondere stipendi ai terroristi (“pay-for-slay”, ovvero “pagare per uccidere”) e l’incitamento all’odio”, conclude il post.

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Un bambino di sette mesi morto tra le braccia di sua madre. Giustizia per Sam!

8 June 2026 at 13:49

Dopo anni di guerre, di bombardamenti, di massacri, di immagini che scorrono ogni sera nei telegiornali e sui nostri telefoni, temo che in molti di noi si sia insinuata una forma di assuefazione. È una parola terribile, ma credo sia quella giusta. Una sorta di anestesia morale, forse di autodifesa, che ci porta a registrare l’orrore senza più reagire come dovremmo.

Ogni giorno ascoltiamo notizie di morti, di bambini uccisi, di famiglie distrutte. Ogni giorno ci indigniamo per qualche secondo e poi passiamo oltre. Perché la ripetizione continua del dolore rischia di consumare la nostra capacità di provare dolore. Poi, però, accade qualcosa. Qualcosa si rompe dentro e fa male.

Qualche giorno fa ho visto un servizio del TG3 sulla morte di Sam, un bambino palestinese di appena sette mesi, ucciso da un colpo d’arma da fuoco mentre si trovava in auto con i suoi genitori in Cisgiordania. Il piccolo corpo avvolto in una bandiera. E lì qualcosa si è definitivamente spezzato. Da quel momento quell’immagine mi ritorna sempre nei pensieri.

Non ho visto un palestinese. Non ho visto un israeliano. Non ho visto una bandiera, una fazione o una ragione geopolitica. Ho visto un bambino di sette mesi morto tra le braccia di sua madre. In quel momento emerge qualcosa che va oltre la politica, oltre le appartenenze religiose, oltre gli schieramenti. Scava nel nostro più profondo senso di umanità, si insinua oltre le barriere dell’assuefazione e della distanza, fa male, sanguina. E ciò che ne scaturisce è la sete di giustizia che vien fuori, rossa, scarlatta e ci ricorda che noi siamo vivi. Ancora. Per questo ho sentito il bisogno di scrivere.

Non scrivo queste parole per alimentare l’odio verso qualcuno. Non mi interessa partecipare alla gara delle tifoserie che troppo spesso accompagna ogni conflitto. Non mi interessa stabilire da che parte stare. Non ho condanne sommarie da attribuire.

Mi interessa chiedere giustizia.

Se la morte di Sam è stata il risultato di un errore, come è stato riferito, allora quell’errore deve essere accertato. Se esistono responsabilità, devono essere individuate. E rivolgo questo appello a chiunque possa far sentire la sua voce, le organizzazioni internazionali, le associazioni che si occupano della tutela dell’infanzia, i governi, il governo italiano, ciascuno e tutti i cittadini d’Israele. Perché se un soldato, se quel soldato, ha sbagliato, egli deve risponderne davanti a una giustizia indipendente e imparziale. Potendosi legittimamente difendere. Perché la verità non può essere sacrificata alla guerra.

La richiesta di giustizia non è un atto contro qualcuno. È un atto a favore della nostra comune umanità. Perché quando un bambino muore in questo modo e nessuno sente il dovere di accertare fino in fondo cosa sia accaduto, perdiamo tutti qualcosa. Perdiamo un pezzo di quel patrimonio morale che ci distingue dalla barbarie. Le guerre producono inevitabilmente vittime innocenti. Le chiamano “vittime collaterali”, un’espressione fredda, burocratica, quasi tecnica. Ma dietro quelle parole ci sono volti, nomi, famiglie, vite spezzate. C’è Sam. Ci sono i bambini ucraini. Ci sono i bambini sudanesi. Ci sono i bambini di tutte le guerre. E ogni volta che uno di loro muore, il nostro primo dovere non è scegliere una bandiera. È non tacere. Per questo oggi voglio dirlo con semplicità: chiediamo giustizia per Sam. Non per trasformare la sua morte in uno slogan, ma perché nessun bambino dovrebbe morire nell’indifferenza e nessuna famiglia dovrebbe essere privata del diritto alla verità.

Chiediamo giustizia per Sam. Solo giustizia.

[Immagine d’archivio]

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Israele, ok ai bonus fiscali per i coloni: tra i beneficiari il ministro dell’ultradestra Bezalel Smotrich

4 June 2026 at 15:41

Un conflitto di interessi che parte dagli insediamenti illegali e arriva ai vertici del governo di Benjamin Netanyahu. Il parlamento israeliano ha approvato una legge che estende significative agevolazioni fiscali a 58 insediamenti israeliani in Cisgiordania. Il provvedimento è passato con 32 voti a favore e 23 contrari, al termine di una sessione che ha scatenato un durissimo scontro politico in Israele, legandosi a dinamiche di bilancio e alle imminenti scadenze elettorali. In particolare a quelle del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.

La nuova legge modifica l’Ordinanza sull’Imposta sui Redditi introducendo una nuova area geografica denominata “linea di confronto orientale“. Questa si aggiunge alle linee di confronto già esistenti nello Stato di Israele: quella nord (al confine con il Libano) e quella sud (al confine con la Striscia di Gaza). La nuova “linea orientale” risponde a criteri specifici basati sulla vulnerabilità logistica e socio-economica. Il primo è quello della fascia socio-economica e include insediamenti con indici di ricchezza relativamente bassi. In base al criterio geografico le comunità devono trovarsi a più di 2 chilometri a est della Linea Verde. L’area è considerata ad alto rischio e per la prima volta viene introdotto un “criterio di minaccia alla sicurezza” (livelli da 2 a 5 stabiliti dal ministero della Difesa) per i territori della Cisgiordania. Il testo cita esplicitamente il fatto che gli alunni di queste zone debbano viaggiare su autobus blindati per andare a scuola. C’è poi da considerare l’impatto economico per i residenti: l’agevolazione consiste in uno sconto del 7% sull’imposta sul reddito, che si traduce in un risparmio economico fino a 10.000 shekel (circa 3.000 euro) a persona all’anno.

La legge è stata promossa dal deputato Zvi Sukkot del partito di estrema destra ‘Sionismo Religioso’, guidato dal ministro delle Finanze Smotrich. Il provvedimento ha sollevato immediate accuse di conflitto di interessi: tra i 58 insediamenti che beneficeranno della misura rientra infatti anche Kedumim, la comunità in cui risiede lo stesso Smotrich, il quale trarrà così un vantaggio finanziario personale diretto dalla legge. I partiti d’opposizione hanno denunciato l’operazione come un tentativo palese di canalizzare risorse statali per finanziare la propria base elettorale in vista delle prossime elezioni nazionali (fissate tra settembre e ottobre), dove il partito oscilla pericolosamente vicino alla soglia di sbarramento del 4%.

L’aspetto più controverso riguarda però il legame temporale con la crisi al confine settentrionale. I deputati dell’opposizione e i leader locali hanno accusato Smotrich di aver utilizzato i residenti del Nord come “ostaggi politici“. Il ministro delle Finanze avrebbe infatti ritardato lo sblocco di un pacchetto di aiuti d’emergenza da 5 miliardi di shekel (destinato alla riabilitazione delle comunità colpite dai bombardamenti di Hezbollah) fino a quando la coalizione di governo non avesse garantito l’approvazione dei bonus fiscali per la Cisgiordania.

Durante le trattative in Commissione Finanze, si era cercato un compromesso: il presidente Hanoch Milibetzky aveva proposto di estendere le agevolazioni a tutte le comunità settentrionali fino a 9 chilometri dal confine libanese. Tuttavia, Smotrich ha posto il veto per non diluire i fondi, e l’intervento del premier Netanyahu ha blindato la versione originaria, escludendo la fascia più ampia del Nord e provocando la furia dei sindaci dell’area colpita dal conflitto.

Anche i funzionari tecnici del ministero delle Finanze hanno espresso forte contrarietà di fronte a evidenti paradossi logici generati dalla nuova mappatura. Gli esperti hanno fatto notare come, per effetto di questa legge, un insediamento situato a pochi chilometri dalla Linea Verde in Cisgiordania riceverà una forte esenzione fiscale, mentre una comunità gemella situata sulla stessa identica linea logistica, ma dentro i confini ufficiali e riconosciuti dello Stato di Israele, rimarrà completamente esclusa dal beneficio.

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