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“Amicizia eterna”: Xi incontra Kim a Pyongyang e rilancia i rapporti Cina-Corea del Nord

Xi Jinping è atterrato in Corea del Nord nel suo primo viaggio nel Paese dal 2019. Erano sette anni che il leader cinese non metteva piede a Pyongyang. Da quell'ultima volta sono cambiate tantissime cose, a partire dal nuovo aplomb internazionale di Kim Jong Un rilanciato dalla partnership con la Russia di Vladimir Putin, e dalla maggiore vicinanza nordcoreana a Mosca che non a Pechino. Eppure, come ha scritto Xi in un messaggio pubblicato dal Rodong Sinmun, il quotidiano del Partito dei Lavoratori nordcoreano, l'amicizia tra Cina e Corea del Nord è e rimarrà "invincibile". I dossier affrontati dai due presidenti, sullo sfondo di un'accoglienza solenne, riguardano la cooperazione economica e politica, nonché il ruolo del Dragone nella penisola coreana.

Xi vola da Kim

Ad accogliere Xi e la consorte, Peng Liyuan, all’aeroporto internazionale di Pyongyang erano presenti Kim e sua moglie, Ri Sol Ju. Dallo scalo, la delegazione si è diretta verso Piazza Kim Il Sung, nel cuore della capitale nordcoreana, dove si è svolta la cerimonia ufficiale di benvenuto. Successivamente, Xi e Peng sono stati accompagnati alla residenza di Stato di Kumsusan, che li ospita durante la visita. Al seguito del presidente cinese figuravano anche il suo più stretto collaboratore, Cai Qi, e il ministro degli Esteri Wang Yi.

Le immagini diffuse dai media hanno mostrato un tappeto rosso steso sulla pista dell'aeroporto, affiancato da una guardia d'onore schierata per l'occasione. Ad attendere la delegazione di Xi c'erano anche dei bambini nordcoreani con dei fiori, pronti a consegnare i tradizionali mazzi di benvenuto. Le strade di Pyongyang sono state addobbate con le bandiere nazionali dei due Paesi e con striscioni recanti slogan come “Lunga vita all'indissolubile amicizia tra la Rpdc (Corea del Nord ndr) e la Cina”.

Xi ha fatto sapere che l'amicizia nata in battaglia, "forgiata nel sangue", e il legame fraterno di fiducia reciproca tra le due nazioni hanno resistito alla prova del tempo e al mutare del panorama internazionale. Il leader cinese si è dunque impegnato ad approfondire la comunicazione strategica e a interagire frequentemente "come tra parenti", anche tra partiti, governi ed eserciti. "Partendo da un nuovo punto di svolta storico, la Cina è disposta a collaborare con la Rpdc per portare le relazioni bilaterali a un livello strategico e promuoverne un maggiore sviluppo, in linea con i tempi", ha sottolineato Xi.

Xi Jinping touched down in Pyongyang, North Korea, today for a 2-day state visit.

Kim rolled out every flag he had for this one.

Writer: Juliepic.twitter.com/FCWd0XrwT9 https://t.co/ODLU7CLdON

— Mario Nawfal (@MarioNawfal) June 8, 2026

“Sostegno incrollabile”

Xi ha effettuato il suo primo viaggio all'estero del 2026 promettendo che la "tradizionale amicizia" tra Cina e Corea del Nord non cambierà. "Il sostegno incrollabile alla causa socialista della Rpdc guidata dal compagno Segretario Generale Kim Jong-un non cambierà; e la ferma determinazione a salvaguardare gli interessi comuni e il contesto strategico favorevole sia della Cina che della Rpdc non cambierà", ha affermato ancora Xi in un lessico istituzionale, auspicando scambi più intensi a tutti i livelli in settori quali la politica estera, le forze dell'ordine e le forze armate.

"Un leader cinese non visita la Corea del Nord solo perché è una visita di dovere. Il viaggio di Xi avrà implicazioni concrete per le relazioni tra Cina e Rpdc", ha spiegato Leif-Eric Easley, professore all'Università femminile Ewha di Seoul, al Washington Post.

La sensazione è che Xi cercherà di dimostrare al mondo intero (Usa in primis) la presa della Cina sulla penisola coreana e il suo ruolo di leadership in tutta l'Asia nord-orientale nell'era della competizione strategica con gli Stati Uniti. Un eventuale ripristino di un'influenza cinese esclusiva sulla Corea del Nord darebbe a Xi un vantaggio nei rapporti con Donald Trump, il quale ha ripetutamente espresso il desiderio di riavviare i negoziati diplomatici con il leader nordcoreano.

Gli Usa spostano gli aerei nel cortile cinese: cosa possono fare i C-130

Gli Stati Uniti rafforzano i rapporti con il Vietnam autorizzando un pacchetto da 100 milioni di dollari destinato al supporto logistico e operativo dei velivoli da trasporto C-130 Hercules. Si tratta di una decisione che potrebbe aprire la strada a una delle più importanti forniture militari statunitensi ad Hanoi degli ultimi anni. Ricordiamo che il Vietnam si trova al centro di una regione sempre più contesa, con il Mar Cinese Meridionale che continua a rappresentare uno dei principali teatri della competizione strategica tra Usa e Cina.

La mossa degli Usa

Secondo quanto riportato da Bloomberg, il Dipartimento di Stato americano ha approvato una possibile vendita militare estera comprendente servizi di manutenzione, eliche, componenti aeronautici, equipaggiamenti di supporto a terra, materiali di consumo, accessori e programmi di addestramento collegati ai C-130 Hercules.

Il principale contraente sarà RTX Corporation, mentre il velivolo è prodotto da Lockheed Martin. L'autorizzazione arriva pochi giorni dopo le dichiarazioni del deputato statunitense Michael Baumgartner, secondo cui Washington sarebbe prossima a completare la vendita di tre C-130 al Vietnam. Sebbene né gli Stati Uniti né il governo vietnamita abbiano confermato ufficialmente l'accordo sugli aerei, la direzione apparirebbe ormai chiara.

Per Hanoi si tratterebbe di un passaggio significativo nel processo di diversificazione delle proprie forniture militari. Per decenni le forze armate vietnamite hanno fatto affidamento quasi esclusivamente su equipaggiamenti sovietici e russi, ma le difficoltà di approvvigionamento legate alle sanzioni contro Mosca e il deterioramento del contesto geopolitico hanno spinto il Paese a guardare verso nuovi partner. Oltre agli Stati Uniti, il Vietnam ha intensificato i rapporti con India, Corea del Sud e diversi produttori europei. A proposito di India, nelle scorse settimane Nuova Delhi ha confermato la finalizzazione di un accordo per la fornitura dei missili supersonici BrahMos, un altro tassello del programma di modernizzazione militare vietnamita.

Le caratteristiche dei C-130 Hercules

Cosa possono fare concretamente i C-130 Hercules? Entrato in servizio negli anni Cinquanta e continuamente aggiornato, questo velivolo è considerato uno dei più versatili aerei da trasporto militare mai costruiti. Utilizzato da oltre 70 Paesi, può trasportare truppe, veicoli, rifornimenti e materiali pesanti anche su piste corte o semipreparate, una caratteristica particolarmente utile in un'area composta da arcipelaghi, basi avanzate e infrastrutture limitate.

Il C-130 è impiegato anche per missioni umanitarie, evacuazioni mediche, operazioni di soccorso in caso di calamità naturali e trasporto strategico a medio raggio. Secondo l'aeronautica statunitense, la piattaforma può essere riconfigurata rapidamente in funzione delle esigenze operative, passando dal trasporto di personale a quello di merci o attrezzature specialistiche.

Per il Vietnam, disporre di questi velivoli significherebbe aumentare la capacità di proiezione logistica verso le richiamate aree contese del Mar Cinese Meridionale, oltre che garantire collegamenti più efficienti tra le diverse installazioni militari e migliorare la risposta a emergenze civili e disastri naturali.

"I missili Usa possono colpirci": perché i Typhon spaventano la Cina

La decisione degli Stati Uniti di schierare il sistema missilistico Typhon nel sud del Giappone sta provocando una dura reazione da parte della Cina. A preoccupare Pechino troviamo sia la presenza di nuove capacità militari americane nell'area dell'Indo-Pacifico, sia (forse soprattutto) la posizione scelta per il dispiegamento. Secondo le autorità cinesi, infatti, il sistema potrebbe essere utilizzato per colpire obiettivi sul loro territorio, ma anche per ostacolare i movimenti della propria Marina verso l'oceano Pacifico. Ecco che cosa sta succedendo.

I missili della discordia

Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, i lanciatori Typhon dovrebbero essere schierati il prossimo mese presso la base aerea di Kanoya, nella prefettura giapponese di Kagoshima, nell'ambito di esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Giappone.

La posizione è considerata particolarmente sensibile perché si affaccia sul Mar Cinese Orientale e si trova relativamente vicina alla costa cinese. L'analista militare Fu Qianshao, intervistato dal quotidiano di Hong Kong, ha spiegato che i missili da crociera Tomahawk impiegabili dal sistema Typhon hanno una gittata stimata di circa 1.600 chilometri, sufficiente a raggiungere importanti aree urbane e infrastrutturali della Cina orientale, comprese zone vicine a Shanghai e alle province di Fujian e Zhejiang.

Per l'esperto, il rischio non riguarda soltanto eventuali attacchi contro obiettivi terrestri. Il sistema potrebbe infatti essere utilizzato anche contro unità navali, contribuendo a limitare la libertà di movimento della marina cinese in uno dei quadranti strategicamente più importanti della regione.

Le preoccupazioni della Cina

L'altro elemento che alimenta le preoccupazioni di Pechino riguarda lo Stretto di Miyako, il passaggio marittimo tra Okinawa e l'isola di Miyako utilizzato regolarmente dalle navi cinesi per raggiungere il Pacifico occidentale.

Ebbene, secondo Fu, il posizionamento dei Typhon a Kagoshima consentirebbe agli Stati Uniti e ai loro alleati di rafforzare un eventuale blocco di questa rotta cruciale in caso di crisi o conflitto. "Potrebbero usare questo approccio per colpire i nostri obiettivi terrestri da una parte e bloccare i passaggi marittimi vitali dall'altra", ha affermato l'analista.

Non a caso il ministero degli Esteri cinese ha accusato Washington di minacciare la sicurezza strategica regionale, invitando Stati Uniti e Giappone a correggere quella che considera una scelta destabilizzante.

Ricordiamo che il Typhon era già stato dispiegato nelle Filippine nel 2024, suscitando proteste analoghe da parte della Cina. Washington, dal canto suo, continua a rafforzare la propria presenza lungo la cosiddetta "prima catena di isole", l'arco strategico che collega Giappone, Taiwan e Filippine, e che rappresenta uno dei principali fronti della competizione geopolitica tra le due superpotenze.

“Queste non sono le vostre acque”: la Cina lancia un’operazione speciale verso Taiwan

La Cina ha annunciato una “operazione speciale di controllo del traffico marittimo” nelle acque a est di Taiwan. L’iniziativa non è affatto casuale. Al contrario, è arrivata in un momento di crescente tensione regionale e rappresenta una risposta diretta all’avvicinamento tra Giappone e Filippine sul dossier delle delimitazioni marittime. Secondo Pechino, l’operazione serve a esercitare la propria “giurisdizione amministrativa marittima” e a tutelare gli interessi nazionali.

L’operazione speciale della Cina

Secondo quanto riportato da Bloomberg, la decisione di Pechino segue l’annuncio con cui Giappone e Filippine hanno concordato l’avvio di negoziati per definire i confini marittimi nelle acque a est di Taiwan e rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza. Per Pechino si tratta di una mossa inaccettabile, perché coinvolge una zona che la Repubblica Popolare considera parte della propria sfera di interesse e che si sovrappone alle sue rivendicazioni sulle zone economiche esclusive.

L’agenzia cinese Xinhua ha definito i colloqui tra Tokyo e Manila una violazione della sovranità e dei diritti marittimi cinesi. La risposta non si è fatta attendere: già il primo giugno la Guardia Costiera cinese aveva avviato pattugliamenti sempre a est di Taiwan, mentre l’operazione annunciata nelle ultime ore coinvolge diverse autorità marittime provenienti dalle province del Fujian, del Guangdong e dall’area del Mar Cinese Orientale.

In tutto questo Pechino osserva con preoccupazione il consolidamento dei rapporti tra i suoi vicini e gli alleati degli Stati Uniti. La premier giapponese Sanae Takaichi e il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr. hanno recentemente ribadito l’impegno comune per rafforzare la sicurezza marittima, alimentando i timori di Pechino di un contenimento coordinato della propria influenza nella regione.

NEW | China has announced a "maritime law enforcement operation" east of Taiwan.

For anyone tracking it, the real question is whether it shows up on AIS at all, and with these units the honest answer is usually not much.

That gap is the point. PRC coast guard and… pic.twitter.com/4difUH6klY

— GeoInsider (@InsiderGeo) June 6, 2026

La risposta di Taiwan

La reazione di Taiwan non si è fatta attendere. Come ha scritto Deutsche Welle, la Guardia Costiera taiwanese ha schierato diverse unità navali dopo aver rilevato la partenza di quattro navi governative cinesi dal porto di Xiamen.

Taipei sostiene che le imbarcazioni abbiano operato fuori dalle proprie acque ristrette, ma considera l’iniziativa una provocazione volta a creare l’impressione di una giurisdizione cinese sulle aree orientali dell’isola. In un messaggio pubblicato sui social, il segretario generale del Consiglio di Sicurezza Nazionale taiwanese, Joseph Wu, ha mostrato le comunicazioni radio rivolte alle navi cinesi: “Queste non sono le vostre acque”.

La nuova operazione del Dragone si inserisce insomma in una strategia più ampia con cui la Cina cerca di rafforzare sul campo le proprie rivendicazioni marittime e territoriali, aumentandola pressione su Taiwan e inviando un segnale politico a Giappone e Filippine.

“Compra atolli disabitati”: il mistero della mossa cinese sulle 13mila isole del Pacifico

I riflettori sono puntati su decine di migliaia di isole disabitate situate nel Pacifico. In Giappone il governo ha annunciato una vasta indagine sulla proprietà di oltre 13 mila isole senza residenti, molte delle quali si trovano in aree considerate sensibili per la sicurezza nazionale. La decisione è arrivata dopo anni di discussioni sugli acquisti di terreni da parte di cittadini stranieri e sulla necessità di conoscere con precisione chi controlla porzioni di territorio che, pur essendo spesso minuscole e isolate, possono avere un peso rilevante nella definizione delle acque territoriali e delle zone economiche esclusive.

L’ombra cinese sulle isole giapponesi disabitate

Per Tokyo non si tratta soltanto di una questione amministrativa: la gestione di queste isole è sempre più legata agli equilibri strategici dell'Asia-Pacifico. Lo ha spiegato nel dettaglio RFI, secondo cui le autorità giapponesi ritengono necessario rafforzare il controllo su questi territori remoti anche alla luce del deterioramento del quadro di sicurezza regionale.

Negli ultimi anni hanno attirato attenzione diversi casi di acquisto di terreni insulari da parte di cittadini cinesi, amplificati da social network e media locali. Alcune vicende hanno riguardato aree di Okinawa e altre zone costiere considerate particolarmente delicate. Il governo intende ora verificare la situazione proprietaria di oltre 13.400 isole disabitate, molte delle quali risultano scarsamente monitorate.

Il censimento servirà a individuare eventuali terreni con proprietari sconosciuti, irreperibili o difficili da identificare, aprendo anche alla possibilità di trasferire allo Stato alcune proprietà prive di una titolarità chiara. Il tema assume una rilevanza particolare anche perché molte di queste isole contribuiscono a definire il perimetro delle acque territoriali e dell'area economica esclusiva del Giappone. In passato Tokyo aveva già proceduto alla nazionalizzazione di alcune isole considerate strategiche per la tutela dei confini marittimi, ma mai aveva avviato una verifica così estesa dell'intero patrimonio insulare.

La mossa di Tokyo

L'attenzione verso gli investimenti cinesi non significa necessariamente che esista un piano coordinato per acquisire sistematicamente le isole del Pacifico. Tuttavia, numerosi osservatori internazionali sottolineano come il controllo di piccoli territori possa offrire vantaggi significativi.

Un'isola remota, infatti, può rappresentare un punto di osservazione privilegiato, facilitare attività logistiche, influenzare lo sfruttamento delle risorse marine o rafforzare la presenza di un Paese in aree contese. E, in un contesto segnato dalla crescente competizione tra Cina, Giappone e Stati Uniti, anche territori apparentemente marginali assumono quindi un valore strategico.

Per questa ragione, dunque, Tokyo sta valutando strumenti più rigorosi per monitorare gli investimenti stranieri nelle aree sensibili e per evitare che zone scarsamente abitate possano diventare vulnerabili a interessi esterni. Le tensioni tra Giappone e Cina continuano a crescere. E adesso coinvolgono anche le isole disabitate.

"Non si vendono più preservativi": che cosa sta succedendo in Cina

In Cina si è registrato un calo nelle vendite di preservativi. Potrebbe sembrare una notizia di poco conto, una semplice tendenza di mercato. Al contrario si tratta di una tendenza legata a doppia mandata con il futuro demografico del gigante asiatico. Da anni Pechino è infatti alle prese con il crollo delle nascite e con l'invecchiamento della popolazione, due fenomeni che minacciano la crescita economica e la stabilità sociale del Paese. La “crisi dei condom” è dunque un indicatore utile per comprendere le trasformazioni in atto oltre la Muraglia.

Il calo delle vendite dei preservativi in Cina

Secondo quanto riportato dal Financial Times, le vendite di Durex, il principale marchio di preservativi presente nel mercato cinese e controllato dal gruppo britannico Reckitt, hanno registrato una brusca frenata nel primo trimestre del 2026. Dopo una crescita superiore al 40% nel corso del 2025, le vendite sono diminuite del 5%.

Il motivo? Alla base del calo ci sarebbero diverse misure adottate dalle autorità cinesi nell'ambito della più ampia strategia volta a rilanciare la natalità. Lo scorso gennaio è stata eliminata l'esenzione dall'Iva di cui i preservativi beneficiavano dal 1993, con l'introduzione di un'aliquota del 13%.

Allo stesso tempo, sono state inasprite le regole che disciplinano la pubblicità dei contraccettivi online. In particolare, Douyin, la versione cinese di TikTok, ha vietato le dirette commerciali dedicate alla vendita di preservativi, un canale che negli ultimi anni era diventato fondamentale per il commercio elettronico. Le nuove norme limitano fortemente le possibilità promozionali: niente dimostrazioni, niente primi piani del prodotto, niente interazioni esplicite con gli utenti. Pur continuando a essere venduti su altre piattaforme social, i preservativi sono finiti sotto una sorveglianza molto più stretta rispetto al passato.

Il Dragone contro l’inverno demografico

Il governo cinese intende favorire un ambiente culturale più orientato alla formazione di famiglie e alla nascita di figli, dopo anni in cui la Cina ha sperimentato il risultato opposto.

Il motivo di questa svolta è legato a una crisi demografica sempre più evidente. Nel 2025 la Cina ha registrato appena 7,92 milioni di nascite, meno della metà rispetto al 2015. Negli ultimi anni il governo ha progressivamente smantellato le restrizioni che per decenni avevano limitato le dimensioni delle famiglie, passando dall'abolizione della politica del figlio unico all'autorizzazione per avere fino a tre figli. Sono stati inoltre introdotti sussidi economici destinati ai genitori con bambini piccoli.

Eppure i risultati tardano ad arrivare. Lo dimostrano i numeri. Per la prima volta in oltre settant'anni, per esempio, il numero di cittadini cinesi con almeno 65 anni ha superato quello dei minori di 15 anni. Gli over 65 rappresentano ormai quasi il 16% della popolazione, una quota superiore a quella dei bambini e degli adolescenti.

A pesare sono fattori strutturali come l'elevato costo della vita, le spese per l'istruzione, l'urbanizzazione e il cambiamento delle abitudini sociali delle nuove generazioni. Si tratta di problematiche che le autorità stanno da tempo cercando di risolvere.

Spunta un sottomarino cinese misterioso: cosa sappiamo del nuovo jolly di Xi

La Cina continua a rafforzare la propria flotta subacquea a ritmi serrati. L’ultima novità arriva da Shanghai, dove le immagini satellitari hanno mostrato un sottomarino finora rimasto sconosciuto e caratterizzato da una configurazione particolarmente innovativa e da linee che si discostano nettamente dai modelli tradizionali. L’assenza di comunicazioni ufficiali da parte delle autorità del Dragone ha contribuito ad alimentare il mistero attorno a quello che potrebbe rappresentare un nuovo tassello nella strategia navale del presidente Xi Jinping.

Il nuovo sottomarino cinese

Secondo quanto riportato da Naval News, il nuovo mezzo è stato osservato nei giorni scorsi presso un bacino di allestimento collegato ai cantieri JN di Shanghai. Le immagini mostrano un’unità lunga circa 120 metri e larga tra i 10 e gli 11 metri, dimensioni che la collocano tra i più grandi sottomarini cinesi di nuova generazione.

A colpire gli analisti è soprattutto il design: la prua appare particolarmente affusolata, i timoni di coda adottano una configurazione a X e la tradizionale vela, la struttura che emerge sopra lo scafo, è stata ridotta al minimo. Si tratta di una scelta che potrebbe essere stata adottata per diminuire la resistenza idrodinamica e migliorare le prestazioni in immersione.

Non è la prima volta che la Cina sperimenta soluzioni di questo tipo, ma mai prima d’ora erano state osservate su un’unità di queste dimensioni. Nello stesso periodo, inoltre, un altro sottomarino sarebbe stato varato presso il cantiere di Huludao, sul Mare di Bohai, in una struttura nota per la costruzione di unità a propulsione nucleare. C’è chi non esclude che possa trattarsi della stessa classe di sottomarini, un’eventualità che, se confermata, indicherebbe un programma di sviluppo già in fase avanzata e sostenuto da una capacità industriale notevole.

First look at 120m sailless Submarine, the one at Huludao apparently there is one at Jiangnan also. Should have ~ 9000T submerged displacement

So far China has launched 3 SSN/GN this year incl 1x 09V and three shipyards can now make nuclear subs https://t.co/5xmKvrvitm pic.twitter.com/cvlbH3gl7I

— Hûrin (@Hurin92) June 3, 2026

La mossa del Dragone

Restano ovviamente numerosi interrogativi sulla reale natura del nuovo mezzo. Gli analisti ritengono improbabile che si tratti di un sottomarino lanciamissili balistici, categoria che richiederebbe dimensioni ancora maggiori per ospitare gli ultimi missili strategici cinesi JL-3.

Più plausibile l’ipotesi che sia un sottomarino d’attacco di nuova generazione, forse collegato al programma Type-095, considerato da tempo uno dei progetti più attesi della marina cinese. Anche il sistema di propulsione resta oggetto di discussione. Le dimensioni del battello suggeriscono una propulsione nucleare convenzionale, ma non si esclude completamente l’impiego di soluzioni ibride basate sulle quali la Cina starebbe investendo per garantire una maggiore autonomia operativa.

In assenza di annunci ufficiali, la Marina cinese continua a mantenere il massimo riserbo sui propri programmi più avanzati. Una strategia, quella del gigante asiatico, che costringe osservatori e servizi di intelligence a fare affidamento su immagini satellitari e analisi tecniche per decifrare l’evoluzione di una forza subacquea sempre più moderna e temibile. Soprattutto nelle acque dell’Indo-Pacifico.

Faccia a faccia tra navi cinesi e di Taiwan: alta tensione nelle isole contese

Nuovo episodio di tensione nel Mar Cinese Meridionale tra Cina e Taiwan. Secondo quanto riferito dalla Guardia Costiera di Taipei, una nave della Guardia Costiera cinese è entrata nelle acque che Taipei considera soggette alla propria giurisdizione attorno alle isole Pratas, conosciute anche come Dongsha. L’incidente si è verificato nelle prime ore della mattina del 5 giugno e ha dato origine a un confronto ravvicinato tra le unità navali delle due parti.

Il faccia a faccia navale tra Pechino e Taipei

Che cosa è successo? Le autorità taiwanesi hanno dichiarato di aver individuato l’imbarcazione cinese, identificata dal numero di scafo 3501, a circa quattro miglia dalla zona marittima sottoposta a restrizioni. Una motovedetta di Taipei è stata immediatamente inviata nell’area per affiancare il mezzo cinese e ordinargli via radio di allontanarsi.

Secondo la ricostruzione fornita dalla Guardia Costiera di Taiwan e riportata da Newsweek, la nave cinese avrebbe ignorato gli avvertimenti ricevuti e aumentato la velocità, passando da cinque a nove nodi prima di effettuare una brusca virata verso l’interno delle acque rivendicate da Taipei. A quel punto si è sviluppato un vero e proprio stallo tra le due unità, con entrambe le parti impegnate a mantenere la propria posizione.

In una nota ufficiale, l’amministrazione taiwanese ha ribadito che soltanto le sue autorità hanno il diritto di far rispettare la legge nelle acque attorno alle Dongsha, sottolineando che la Repubblica di Cina (Taiwan ndr) e la Repubblica Popolare Cinese “non sono subordinate l’una all’altra”.

Scintille nelle isole contese

Le isole Pratas si trovano circa 400 chilometri a sud-ovest di Taiwan e a poco più di 300 chilometri da Hong Kong. Sebbene siano amministrate da Taipei, vengono rivendicate anche da Pechino e rappresentano uno dei punti più delicati della competizione strategica tra le due sponde dello Stretto. Taiwan mantiene sull’arcipelago una piccola guarnigione di marines, mentre la Cina considera l’isola principale parte integrante del proprio territorio nazionale.

Nelle ultime settimane, tra l’altro, navi da ricerca e pescherecci cinesi sono stati più volte segnalati in prossimità delle coste taiwanesi, costringendo la Guardia Costiera locale a operazioni di monitoraggio e allontanamento.

Per il Taipei Times, gli incidenti registrati attorno alle Dongsha sono aumentati sensibilmente negli ultimi anni, passando da episodi sporadici a oltre trenta casi annuali. Parallelamente, anche le incursioni aeree e navali cinesi nelle zone limitrofe allo Stretto di Taiwan sono diventate quasi quotidiane. Di fronte a questa crescente pressione, il governo taiwanese sta investendo nel rafforzamento delle proprie capacità di sorveglianza marittima.

Non è un caso che il Consiglio per gli Affari Oceanici di Taiwan abbia ottenuto finanziamenti straordinari superiori a 935 milioni di dollari per l’acquisto di quaranta nuove unità della Guardia Costiera e per l’ammodernamento dei sistemi di monitoraggio.

Aerei, navi e blitz elettronico: la Cina sfida la fregata europea nello Stretto di Taiwan

Altissima tensione nello Stretto di Taiwan. La Cina ha fatto sapere di aver dispiegato unità navali e aeree per seguire e monitorare il transito della fregata olandese De Ruyter, impegnata nel passaggio attraverso il braccio di mare che separa Taiwan dalla Cina continentale. Le autorità del Dragone hanno ribadito la volontà di difendere la propria sovranità e di mantenere alta l’attenzione su ogni attività militare straniera nelle aree che ritengono di interesse nazionale.

Alta tensione nello Stretto di Taiwan

Il Comando del Teatro Orientale dell'Esercito Popolare di Liberazione (PLA) cinese ha scritto sui social media che, in meno di due settimane, l'elicottero imbarcato sulla fregata olandese De Ruyter aveva "violato illegalmente lo spazio aereo sopra le isole Xisha (nome cinese delle Isole Paracelso) e successivamente la fregata aveva attraversato lo Stretto di Taiwan".

Il colonnello Xu Chenghua, portavoce del comando di teatro operativo, ha dichiarato che le forze armate cinesi "rimarranno in stato di massima allerta in ogni momento per salvaguardare con fermezza la sovranità e la sicurezza della Cina, nonché la pace e la stabilità regionale". Lo stesso Xu ha aggiunto che le forze navali e aeree "hanno gestito la situazione in modo efficace", senza fornire dettagli. Il post includeva due foto della nave da guerra olandese, una delle quali mostrava anche l'elicottero.

Ma che cosa è successo precisamente? Secondo quanto riferito da Reuters, Pechino ha usato aerei militari e navi da guerra per tracciare e controllare la nave occidentale durante l’attraversamento dello Stretto di Taiwan. Dal canto suo, il governo dei Paesi Bassi ha spiegato che la De Ruyter stava operando nella regione per ragioni diplomatiche, di sicurezza ed economiche, sottolineando che la missione si è svolta nel pieno rispetto del diritto internazionale.

Che cosa sta succedendo nel Mar Cinese Meridionale

La vicenda, come detto, è arrivata pochi giorni dopo un altro confronto tra la stessa fregata e le forze armate cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Pechino aveva accusato l’unità olandese di essere entrata illegalmente nell’area delle isole Paracelso e di aver fatto decollare un elicottero in uno spazio aereo rivendicato dalla Cina.

Pechino considera Taiwan parte integrante del proprio territorio e non ha mai escluso il ricorso alla forza per arrivare a una riunificazione con l’isola. Non solo: le autorità cinesi ritengono che lo stretto abbia natura sostanzialmente interna o comunque soggetta alla propria giurisdizione, una posizione contestata da Stati Uniti, Paesi europei e numerosi altri governi, che invece lo considerano una via d’acqua internazionale aperta alla navigazione.

Lo scorso aprile, il ministero della Difesa olandese aveva annunciato che la De Ruyter, una fregata di comando e difesa aerea, avrebbe trascorso cinque mesi nell'Indo-Pacifico per partecipare a operazioni ed esercitazioni internazionali con gli alleati. L'imbarcazione ha un equipaggio di circa 200 persone ed è equipaggiata con un elicottero navale avanzato NH90. Il mese scorso, la nave in questione ha fatto scalo a Manila, dove ha partecipato ad esercitazioni congiunte con la Marina filippina.

A fine maggio, durante il transito nello Stretto di Taiwan dell’imbarcazione olandese, sono scoppiate le tensioni. Secondo quanto riferito dai media cinesi, le forze aeree e navali del Dragone avevano emesso avvertimenti verbali e utilizzato contromisure elettroniche non specificate per allontanare il velivolo alzatosi in volo dalla De Ruyter. È stata la prima volta che l'esercito cinese ha affermato di aver utilizzato questi strumenti contro navi o aerei da guerra stranieri in acque contese.

Droni, missili e robot: così prende forma l'arsenale anti Cina di Taiwan

Taiwan sta rafforzando il proprio arsenale militare seguendo una strategia fondata su tre pilastri. Il primo riguarda un potenziamento dei missili antinave, con l'obiettivo dichiarato di averne a disposizione oltre 1.800 entro l'inizio del 2029. Il secondo chiama in causa i droni. Taipei ha infatti intenzione di acquistare circa 200.000 Uav e 1.320 imbarcazioni di superficie senza pilota tra il 2026 e il 2032, insieme a sistemi collaborativi basati sull'intelligenza artificiale e ad altre tecnologie correlate. L'ultimo pilastro ruota invece attorno all'implementazione di speciali cani robot da impiegare nelle operazioni di pattugliamento nelle isole contese situate nel Mar Cinese Meridionale.

La strategia militare di Taiwan

Secondo quanto riportato da Reuters, Taiwan aumenterà drasticamente il numero dei suoi potenti missili antinave nel tentativo di contenere la crescente minaccia di blocco (o invasione) da parte della Cina. Parliamo del resto di armi che possono essere lanciate da aerei, navi e postazioni terrestri rientranti nella strategia asimmetrica taiwanese volta a compensare l'enorme vantaggio della Cina in termini di potenza di fuoco con un gran numero di armi economiche ma letali.

Citando il caso dell'Ucraina, che proprio così è riuscita a resistere all'offensiva della Russia, Taipei punta a costruire una forza resiliente, progettata per sopravvivere a un bombardamento aereo e missilistico cinese iniziale, e in grado di colpire una fantomatica flotta navale nemica che dovesse bloccare l'isola. Sono inoltre in programma ulteriori missili di precisione con una gittata sufficiente ad attaccare navi cinesi nello Stretto di Taiwan o nei porti di imbarco sulla costa cinese.

La punta di diamante dell'arsenale antinave di Taiwan è costituita dai missili Harpoon forniti dagli Stati Uniti e dai missili Hsiung Feng di produzione nazionale. Un ingente quantitativo di queste armi permetterebbe all'isola di creare una "zona di fuoco" nello Stretto di Taiwan, un'area in cui una potenza di fuoco concentrata infliggerebbe gravi perdite all'invasore. Il ministero della Difesa di Taiwan ha sottolineato in un comunicato che i missili antinave "possono creare una potente capacità di attacco marittimo e ridurre l'efficacia bellica del nemico. I dettagli relativi al loro dispiegamento riguardano la sicurezza militare e non vengono divulgati".

Droni e robot oltre ai missili antinave

Nel frattempo, il principale istituto di sviluppo di armamenti dell'esercito taiwanese, il National Chung Shan Institute of Science and Technology, ha presentato tre diverse versioni di un cane robot. Si tratta di un dispositivo che un giorno potrebbe essere utilizzato per pattugliare le isole di Taiwan nel Mar Cinese Meridionale. L'attuale inventario di droni da combattimento di Taiwan, invece, si attesta a meno di 10.000 unità: il governo guidato da William Lai vorrebbe espanderlo ulteriormente da qui ai prossimi mesi.

Taiwan sta infine anche cercando di trasformare il proprio sistema di difesa aerea in una rete integrata, intelligente e multilivello. Cosa significa? Che satelliti, radar terrestri, aerei senza pilota e sistemi navali dovrebbero arrivare ad alimentare un'unica rete di comando e controllo. Una rete, supportata dall'intelligenza artificiale, che avrebbe il compito di analizzare enormi quantità di dati, distinguere le minacce reali dai falsi allarmi e assegnare automaticamente il miglior sistema di intercettazione disponibile. Una specie di grande "ombrello intelligente", dunque, in grado di reagire in modo rapido e coordinato contro missili balistici, cruise, droni, razzi e caccia.

Xi vola in Corea del Nord: perché la Cina ha “bisogno” di Kim (e cosa c'entra Putin)

Le indiscrezioni degli ultimi giorni hanno trovato conferma: Xi Jinping effettuerà un viaggio di Stato in Corea del Nord l'8 e il 9 giugno. Si tratta del primo viaggio dell'anno all'estero del leader cinese, che volerà a Pyongyang per incontrare Kim Jong Un e affrontare alcuni dei dossier più caldi. In cima all'agenda di Pechino troviamo la questione nucleare. Già, perché mentre il presidente nordcoreano continua a ripetere di voler rafforzare il proprio arsenale militare, considerando le armi atomiche il cuore del riarmo nazionale, Xi teme il rischio di un'escalation che possa compromettere il dialogo in corso con Donald Trump. Il Dragone cercherà poi di recuperare terreno nelle “amicizie” del governo nordcoreano dopo che Kim ha stretto solidi rapporti con la Russia di Vladimir Putin.

Perché Xi vola da Kim

L'ultima trasferta nordcoreana di Xi risale a sette anni fa. "Entrambe le parti sfrutteranno la visita come un'opportunità per promuovere un maggiore sviluppo delle relazioni tra Cina e Corea del Nord, al passo con i tempi", ha spiegato il portavoce del ministero cinese degli Esteri, Mao Ning, durante una conferenza stampa. Ricordiamo che 65 anni fa Pechino e Pyongyang hanno firmato un trattato di cooperazione e mutua assistenza, vincolandosi legalmente a fornire all'altro supporto militare in caso di attacco. Con il passare del tempo, soprattutto dopo la pandemia di Covid, il governo nordcoreano si è tuttavia avvicinato maggiormente alla Russia tra l'invio di aiuti militari al Cremlino per la guerra in Ucraina e un incremento degli scambi commerciali.

La Federazione Russa è partner della Cina, ma il messaggio che Xi vuole inviare al mondo intero, in primis agli Stati Uniti e poi anche allo stesso Putin, è che il Dragone resta ancora oggi l'attore principale nella questione nordcoreana. I servizi ferroviari passeggeri tra Pechino e Pyongyang sono ripresi a marzo, dopo una sospensione di sei anni dettata dalla pandemia, e Air China ha riavviato i voli tra le due città. Le prenotazioni sono però ancora limitate ad alcuni viaggiatori d'affari e studenti (ancora esclusi i turisti cinesi).

Per quanto riguarda la Corea del Sud, Seoul considera il viaggio di Xi esclusivamente come uno scambio bilaterale di alto livello, non allineato a Mosca. "Non interpretiamo questo come una mossa coordinata dei tre Paesi, né siamo certi di come possa essere collegata al vertice tra Stati Uniti e Cina", ha affermato un funzionario della Casa Blu a Reuters. Attenzione però, perché l'imminente vis a vis tra Xi e Kim segue gli incontri che il leader cinese ha avuto con Trump e Putin: un chiaro segnale che esiste un filo rosso che collega la partita coreana al Cremlino e pure a Washington.

La missione cinese e il gioco a tre con la Russia

Il New York Times ha scritto che durante la sua visita a Pyongyang, Xi si troverà di fronte a un Kim rinvigorito, "la cui alleanza con la Russia ha ridotto la sua dipendenza dalla Cina". Dal punto di vista di Pechino, il leader cinese potrebbe sfruttare la trasferta nordcoreana per proiettare verso l'esterno l'immagine di un fronte unito sino-russo-nordcoreano da contrapporre all'Occidente. C'è però un'altra lettura da non trascurare. Il Dragone vorrebbe riaffermare la propria influenza su un vicino che si è avvicinato al Cremlino.

E la Corea del Nord cosa avrebbe da guadagnare? Qualora Kim riuscisse a mantenere un equilibrio tra Russia e Cina, Pyongyang potrebbe sentirsi ancora meno vincolata nel portare avanti il suo programma di armi nucleari. Questo, va da sé, potrebbe destabilizzare una regione in cui gli alleati degli Stati Uniti sono già preoccupati per il rafforzamento militare della Cina e per la capacità di Washington di onorare i propri accordi di Difesa.

"Non c'è dubbio che i cinesi siano preoccupati per quanto si stiano avvicinando i rapporti tra Corea del Nord e Russia", ha affermato al Nyt John Delury, storico dell'Asia nord-orientale e ricercatore senior presso l'Asia Society di Seul. "Questo viaggio contribuisce a scongiurare in qualche modo tale avvicinamento ed è un modo per Xi di reinserirsi nella questione", ha concluso l'esperto.

Una nuova "guerra" nel Triangolo d'oro: cosa c'è dietro la crociata asiatica al narcotraffico

Il Triangolo d'oro torna al centro delle preoccupazioni internazionali. L'area montuosa al confine tra Myanmar, Laos e Thailandia, da decenni considerata uno dei principali hub mondiali per la produzione e il traffico di droga, è oggi teatro di una nuova offensiva regionale contro i cartelli criminali. A spingere quattro governi asiatici verso una cooperazione più stretta è la crescita del mercato locale delle droghe sintetiche, che continua ad alimentare reti transnazionali sempre più sofisticate. Ecco che cosa sta succedendo nel cuore dell’Asia.

La crociata asiatica contro il narcotraffico

Secondo quanto riportato da Vietnam News, Vietnam, Cina, Laos e Myanmar hanno avviato una campagna congiunta di tre mesi per contrastare il traffico di stupefacenti lungo le frontiere condivise. L'iniziativa, che prenderà forma tra giugno e settembre, prevede operazioni coordinate di controllo, indagini transfrontaliere e un rafforzamento dello scambio di informazioni tra le forze di sicurezza dei quattro Paesi.

Le autorità intendono colpire non soltanto il trasporto delle sostanze illegali, ma anche le filiere che alimentano la produzione di metanfetamine e altre droghe sintetiche. Particolare attenzione sarà riservata ai precursori chimici, elementi fondamentali per la fabbricazione degli stupefacenti e spesso oggetto di traffici paralleli che attraversano diversi Stati asiatici.

Negli ultimi anni le organizzazioni criminali hanno infatti adattato le proprie strategie, sfruttando la fragilità di alcune aree di confine e le difficoltà dei governi nel controllare territori remoti. Un rapporto dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) pubblicato nel 2025 ha evidenziato un aumento del 18% dei sequestri di droghe sintetiche nell'Asia orientale e sud-orientale rispetto all'anno precedente, confermando come il Triangolo d'oro resti uno dei principali centri di produzione mondiale.

Cosa succede nel Sud Est Asiatico

Dietro questa nuova offensiva non c'è soltanto la volontà di ridurre il traffico di droga, ma anche la necessità di contenere l'influenza economica e militare delle organizzazioni criminali che prosperano soprattutto nelle aree più instabili del Myanmar (dove, lungo il confine con la Thailandia, sono diffuse anche le cosiddette Scam Cities).

Dopo il colpo di Stato del 2021 e il successivo deterioramento della situazione interna, diverse zone del Paese sono finite sotto il controllo di gruppi armati e milizie locali, creando condizioni favorevoli per le attività illecite.

La situazione è dunque delicatissima. Anche perché i proventi del narcotraffico contribuiscono a finanziare reti criminali che operano oltre i confini nazionali e che spesso intrecciano i propri interessi con quelli di gruppi armati presenti sul territorio. La cooperazione tra Hanoi, Pechino, Vientiane e Naypyidaw rappresenta quindi un tentativo di affrontare il problema alla radice, colpendo sia le strutture logistiche sia le fonti di finanziamento delle organizzazioni coinvolte.

Resta però da capire se la nuova strategia riuscirà a produrre risultati duraturi in una regione dove il narcotraffico continua a dimostrare una notevole capacità di adattamento.

"Minaccia del terrorismo in aumento": che cosa succede in Africa

L’Africa sta tornando a essere il principale epicentro della minaccia jihadista globale. Dall’area del Corno d’Africa fino alla fascia del Sahel, gruppi affiliati ad al-Qaeda e allo Stato Islamico stanno ampliando la propria presenza, approfittando dell’instabilità politica, della debolezza delle istituzioni e delle difficoltà economiche che caratterizzano molte regioni del continente. L’allarme è stato lanciato dal Center for Strategic and International Studies (CSIS), che nel suo rapporto annuale sulla sicurezza globale definisce il terrorismo africano come una delle maggiori incognite per gli equilibri internazionali nei prossimi anni.

L’espansione del terrorismo in Africa

A differenza di quanto avviene in Medio Oriente, molte organizzazioni jihadiste africane stanno attraversando una fase di crescita, sia in termini di uomini che di capacità operative e risorse finanziarie. Come ha spiegato nel dettaglio il portale Defence News, numerosi gruppi estremisti sono infatti riusciti ad aumentare il controllo di vaste aree territoriali e a sfruttare nuove tecnologie per rafforzare le proprie attività.

L’impiego di droni, sistemi senza pilota e strumenti basati sull’intelligenza artificiale sta modificando le modalità operative delle organizzazioni terroristiche, rendendole più flessibili e difficili da contrastare. Tra le realtà più pericolose troviamo Al-Shabaab, il movimento affiliato ad al-Qaeda attivo soprattutto in Somalia, considerato dagli esperti il gruppo terroristico più strutturato del continente.

Pur concentrando gran parte delle proprie azioni nell’Africa orientale, l’organizzazione mantiene la capacità di colpire interessi occidentali nella regione. Parallelamente cresce il peso dello Stato Islamico nell’Africa occidentale, in particolare attraverso l’Islamic State West Africa Province (ISWAP), attivo tra Nigeria, Niger e bacino del Lago Ciad. Secondo i dati raccolti dall’ACLED, quasi l’80% delle attività riconducibili all’ISIS registrate nei primi undici mesi del 2025 si è verificato in Africa, con un aumento di circa il 50% rispetto all’anno precedente.

Un contesto complicato

La crescita di queste organizzazioni coincide con un’altra tendenza: la riduzione della presenza militare occidentale in diverse aree africane. Negli ultimi anni, infatti, gli Stati Uniti hanno mantenuto operazioni mirate contro i gruppi jihadisti in Somalia e Nigeria, ma hanno contemporaneamente ridimensionato in modo significativo il proprio dispiegamento sul continente.

Secondo fonti del comando AFRICOM, il numero delle forze statunitensi presenti in Africa si è ridotto drasticamente, con conseguenze rilevanti sulla capacità di raccolta delle informazioni e di monitoraggio delle minacce emergenti. Il comandante dell’AFRICOM, generale Dagvin Anderson, ha recentemente parlato davanti al Congresso americano di un vero e proprio “vuoto informativo” creatosi dopo il ritiro di truppe e partner internazionali da alcune aree strategiche.

Ebbene, in uno scenario del genere le organizzazioni jihadiste possono consolidare ulteriormente la propria influenza, sfruttando il deterioramento della sicurezza in Paesi già fragili. Sotto i riflettori è dunque finita la crescente capacità operativa dei gruppi africani, che oggi rappresenta una sfida sempre più rilevante per la sicurezza internazionale. Per molti osservatori, il futuro della lotta al terrorismo passerà proprio dall’Africa.

Tensioni Usa-Cina, Rubio commemora Tienanmen. La furia di Pechino: "Distorsione della storia"

Le ultime tensioni tra Stati Uniti e Cina, a quasi un mese di distanza dalla visita di Donald Trump a Pechino, riguardano l'anniversario dei fatti di Tienanmen. È successo che il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha diffuso una nota per commemorare il 4 giugno del 1989. Non una data qualunque ma il giorno del famigerato massacro di Tienanmen quando, 37 anni fa, "il Partito Comunista Cinese ordinò alle proprie truppe di attaccare migliaia di manifestanti pacifici all'interno e nei dintorni di Piazza Tienanmen". Non è mancata la secca replica della Cina, dove qualsiasi accenno a questo episodio è ancora un tabù e l'argomento è pesantemente censurato. Le affermazioni degli Usa "distorcono i fatti e diffamano la Cina", ha tuonato Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri di Pechino.

La commemorazione di Rubio

"Il 4 giugno il mondo commemora il 37esimo anniversario dell'ordine impartito dal Partito Comunista Cinese alle sue truppe di attaccare migliaia di manifestanti pacifici dentro e intorno a Piazza Tienanmen. Nessuna censura può cancellare il passato. Coloro che si sono sacrificati per difendere i loro diritti inalienabili di libertà di espressione e di riunione pacifica saranno un giorno riabilitati", si legge nel comunicato di Rubio.

Come ha scritto Reuters, la dichiarazione dell'alto funzionario statunitense rispecchia in gran parte le sue precedenti osservazioni sulla repressione cinese, ma non è da escludere che il messaggio possa anche servire a rassicurare i dissidenti cinesi e i sostenitori della democrazia in un momento in cui Trump e Xi stanno dialogando in maniera più intensa.

I fatti di Tienanmen

Nella primavera del 1989 decine di migliaia di studenti, lavoratori e altri manifestanti si radunarono in Piazza Tienanmen e nei dintorni, chiedendo riforme politiche, maggiori libertà e azioni contro la corruzione. Il 4 giugno dello stesso anno, l'Esercito Popolare di Liberazione (PLA) cinese fece irruzione nella piazza aprendo il fuoco sulla folla.

Secondo le stime occidentali, basate su registri ospedalieri, testimonianze oculari, dispacci diplomatici e conteggi di vittime accertate e persone scomparse, sarebbero stati uccisi fino a 1.000 civili. Il governo cinese smentisce questa ricostruzione e fornisce una cifra molto inferiore, compresa tra 200 e 300 vittime. Ogni anno Pechino rafforza le misure di sicurezza intorno a Piazza Tienanmen per impedire commemorazioni pubbliche o proteste.

La risposta della Cina

La risposta della Cina non è tardata ad arrivare. "Il governo cinese è giunto da tempo a una conclusione chiara riguardo a quei disordini politici verificatisi alla fine degli anni '80", ha dichiarato Mao Ning durante una conferenza stampa. "Le relative dichiarazioni errate da parte degli Stati Uniti distorcono i fatti storici, infangano il sistema politico e il percorso di sviluppo della Cina e interferiscono negli affari interni della Cina", ha aggiunto la portavoce del ministero degli Esteri di Pechino.

Quest'anno, secondo quanto riportato da Amnesty International, le autorità cinesi avrebbero impedito ai familiari delle vittime del 1989 di visitare le loro tombe nel cimitero di Wan'an a Pechino, una decisione che la stessa Amnesty ha definito come "un atto crudele". I membri del gruppo delle Madri di Tienanmen hanno spiegato di aver ricevuto una notifica dall'Ufficio di Sicurezza Municipale di Pechino secondo cui, per la prima volta in oltre 30 anni, non sarà loro consentito l'accesso al luogo di sepoltura di molte vittime, né sarà loro permesso di celebrare le tradizionali cerimonie funebri annuali.

"Ora non ci permettono più di andare al cimitero di Wan'an, né di leggere testi sacrificali o elogi funebri", ha dichiarato a Radio Free Asia Zhang Xianling, un membro del gruppo. "Queste azioni, che prima erano di routine, non sono più consentite. Ora non ci è nemmeno permesso di andarci, cosa che non era mai successa prima", ha quindi concluso la donna.

Il “pipistrello fantasma” Usa vola sul Pacifico: il drone che può cambiare la guerra aerea

Lo hanno soprannominato “Ghost Bat”, ovvero il “pipistrello fantasma”. Stiamo parlando del drone da combattimento sviluppato da Boeing in Australia, in lizza per diventare uno dei pilastri della futura aviazione militare occidentale nel complesso scacchiere geopolitico del Pacifico. L’MQ-28 ha iniziato a effettuare voli di prova dalla base navale di Point Mugu, in California, uno dei principali centri statunitensi per i test aeronautici e missilistici. Il velivolo senza pilota è progettato per operare accanto ai caccia tradizionali, condividendo dati, individuando bersagli e svolgendo missioni ad alto rischio senza mettere in pericolo piloti umani.

Un pipistrello fantasma nel Pacifico

Secondo quanto riportato dal portale The War Zone, gli ultimi test nel Pacifico servono a dimostrare la maturità tecnologica del programma e ad aprire la strada a possibili esportazioni, compresa un’eventuale integrazione nelle future strategie militari del Pentagono. Il Ghost Bat rappresenta infatti uno dei progetti più avanzati nel settore dei droni da combattimento collaborativi, i cosiddetti Collaborative Combat Aircraft, pensati per affiancare velivoli con equipaggio in scenari di guerra ad alta intensità.

L’MQ-28 è stato progettato con una struttura modulare che consente di cambiare rapidamente il muso del velivolo e installare sensori differenti a seconda della missione. Le ultime immagini diffuse da Boeing mostrano un esemplare dotato di sistema IRST, il sensore a infrarossi utilizzato per individuare bersagli aerei senza emettere segnali radar. Il drone è già stato impiegato in Australia in esercitazioni con aerei E-7 Wedgetail e caccia F/A-18 Super Hornet, dimostrando la capacità di operare come “gregario intelligente” in supporto ai velivoli pilotati.

Le future versioni saranno ancora più grandi e avranno una maggiore autonomia operativa, oltre a una stiva interna per armamenti. Boeing prevede che il futuro Block 3 possa trasportare missili AIM-120 AMRAAM oppure bombe guidate GBU-39, ampliando notevolmente le capacità offensive del sistema. Nei test precedenti il Ghost Bat ha già effettuato il lancio reale di un missile aria-aria, dimostrando che il programma non è più soltanto sperimentale.

Usa in prima linea

L’interesse americano per il progetto cresce anche perché la Marina statunitense sta cercando nuove soluzioni per rafforzare l’aviazione imbarcata del futuro. La US Navy lavora infatti allo sviluppo di droni da combattimento capaci di operare dalle portaerei insieme ai caccia tradizionali, riducendo i rischi per gli equipaggi nelle missioni più pericolose.

Da questo punto di vista, l’MQ-28 viene considerato un candidato credibile grazie alla sua autonomia basata sull’intelligenza artificiale e alla capacità di coordinarsi con altri sistemi in volo. Il teatro del Pacifico rappresenta inoltre il banco di prova ideale per queste tecnologie: enormi distanze, crescente competizione con la Cina e necessità di mantenere superiorità aerea anche in scenari altamente contestati.

Boeing guarda già oltre gli Stati Uniti e ha avviato contatti con diversi Paesi dell’Indo-Pacifico, incluso il Giappone, mentre in Europa il gruppo tedesco Rheinmetall collabora alla promozione del suddetto drone presso Berlino. Il “pipistrello fantasma” farà ancora parlare di sé.

Spunta il "sesto occhio" nel Pacifico: la rivoluzione degli 007 che rafforza gli Usa

Il Giappone è ormai pronto a compiere uno dei cambiamenti più significativi della sua politica di sicurezza dal secondo dopoguerra. Il parlamento nipponico ha infatti approvato la creazione di un nuovo Consiglio nazionale per l'intelligence e di una National Intelligence Agency destinata a coordinare raccolta, analisi e condivisione delle informazioni strategiche. Si tratta di una riforma arrivata nel bel mezzo della crescente assertività della Cina e delle tensioni attorno a Taiwan, e che soprattutto conferma la volontà di Tokyo di assumere un ruolo più attivo nell'architettura di sicurezza dell'Indo-Pacifico.

Un “sesto occhio” al fianco degli Usa

La sensazione è che il suddetto progetto rappresenti un tassello fondamentale del percorso con cui il governo guidato da Takaichi Sanae punta a rafforzare la capacità del Paese di affrontare minacce sempre più complesse. Come ha fatto notare il portale Geopolitical Monitor, la nascita della nuova agenzia costituisce la più importante ristrutturazione del sistema informativo giapponese dai tempi della fondazione del Cabinet Intelligence and Research Office nel 1952.

Per oltre settant'anni il Giappone ha fatto affidamento su una rete frammentata di organismi civili e militari, integrata in larga misura dalle informazioni condivise dagli Stati Uniti. Il nuovo assetto punta invece a superare la dispersione delle competenze tra ministeri e agenzie, creando un centro decisionale in grado di coordinare in modo più efficace intelligence estera, controspionaggio e sicurezza nazionale.

Non solo: la riforma risponde alla trasformazione dell’arena asiatica che oggi richiede una capacità di raccolta e valutazione delle informazioni molto più rapida e integrata rispetto al passato. Cosa potrebbe succedere? Il Giappone ha tutte le carte in regola per diventare un partner sempre più autonomo, ma anche più utile all'interno delle reti di cooperazione con Washington e con gli altri alleati regionali.

La mossa del Giappone

Di recente Tokyo ha intensificato la cooperazione con Filippine, Australia, India e Stati Uniti, e sono ancora in discussione nuovi accordi per la condivisione di informazioni sensibili e per il coordinamento delle attività di sorveglianza marittima. Ecco che la futura agenzia viene vista da molti esperti come un potenziale "sesto occhio" del sistema di intelligence occidentale, in riferimento alla rete Five Eyes composta da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda.

Non mancano tuttavia le critiche. In Cina, diversi esperti e media interpretano la riforma come un ulteriore passo verso il superamento delle limitazioni imposte al Giappone nel dopoguerra e come un elemento destinato a rafforzare la strategia americana di contenimento nell'Indo-Pacifico.

Anche all'interno dello stesso Giappone sono emerse preoccupazioni riguardo alla tutela delle libertà civili e all'espansione dei poteri dello Stato in materia di sicurezza. Al di là delle polemiche, la direzione appare ormai tracciata: il Giappone vuole dotarsi di strumenti più moderni per avere un’intelligence all’avanguardia.

Nuovi informatori in Cina: così la CIA vuole ricostruire il suo network segreto

Da mesi la CIA ha intensificato gli sforzi per reclutare nuovi informatori in Cina, puntando in particolare su funzionari governativi e ufficiali dell'Esercito popolare di liberazione (PLA) cinese. L'obiettivo è quello di rafforzare la capacità degli Stati Uniti di raccogliere informazioni dall'interno del sistema politico e militare cinese, considerato da Washington il principale concorrente strategico a livello globale. Ebbene, per raggiungere potenziali collaboratori, l'agenzia ha adottato anche strumenti inediti, come video pubblici in lingua cinese diffusi online, nei quali vengono illustrate modalità sicure per entrare in contatto con l'intelligence americana.

La strategia della CIA

La strategia della CIA punta a sfruttare le tensioni che attraversano gli apparati di potere cinesi dopo anni di campagne anticorruzione e di controlli interni sempre più severi. Alcuni dei video pubblicati dall'agenzia raccontano storie immaginarie di funzionari o militari delusi dalla propria carriera e preoccupati per il clima di sospetto che caratterizza le istituzioni del Paese.

Il messaggio è semplice: chi si sente minacciato o emarginato dal sistema può trovare un canale di comunicazione diretto con gli Stati Uniti. La CIA sostiene che queste campagne riescano a raggiungere il pubblico cinese nonostante le rigide limitazioni imposte da Pechino all'accesso a Internet.

L'agenzia considera infatti la Cina una delle priorità assolute delle proprie attività e ritiene fondamentale ampliare la rete di fonti umane in grado di fornire informazioni sulle decisioni politiche, militari e tecnologiche della leadership di Pechino. Ricordiamo che negli ultimi anni Washington ha investito ingenti risorse nel rafforzamento delle attività di intelligence rivolte alla Repubblica Popolare Cinese, affiancando alle tradizionali operazioni clandestine strumenti di comunicazione pubblica destinati a un pubblico selezionato.

There is a newer CIA video ("Save the Future") targets PLA officers disillusioned by Xi's purges — promising a "better path" for family/values. It's the latest in a 2025–2026 series that's racked up millions of views inside China.

Does it expose real cracks in loyalty... or…

— UnveiledChina (@Unveiled_ChinaX) February 12, 2026

Alla ricerca di nuovi informatori

La ricerca di nuove fonti risponde anche alla necessità di recuperare terreno dopo le difficoltà incontrate in passato. Tra il 2010 e il 2012, secondo diverse ricostruzioni apparse sulla stampa internazionale, i servizi di sicurezza cinesi riuscirono non a caso a smantellare una parte significativa della rete di informatori della CIA nel Paese, infliggendo uno dei colpi più duri all'intelligence statunitense degli ultimi decenni.

Da allora l'agenzia ha lavorato per ricostruire gradualmente la propria presenza informativa, mentre la Cina ha potenziato le strutture di controspionaggio e aumentato la sorveglianza interna.

Lo scontro tra Stati Uniti e Cina, dunque, non riguarda soltanto commercio, tecnologia e difesa, ma si estende sempre di più al campo dell'intelligence. Il motivo è presto detto: ottenere informazioni riservate sulle intenzioni dell'avversario è diventato un elemento centrale della competizione tra Washington e Pechino, una rivalità che molti osservatori descrivono come la forma contemporanea di una nuova Guerra fredda.

Non solo missili e nucleare: il jolly chimico di Kim che preoccupa gli esperti

La Corea del Nord non si affida soltanto ai suoi sempre più potenti missili balistici e al suo programma nucleare. Oltre il 38esimo parallelo c’è un altro fronte militare che continua a suscitare preoccupazione tra gli esperti di sicurezza: quello delle armi chimiche. Da anni, infatti, i servizi di intelligence occidentali ritengono che Pyongyang disponga di capacità avanzate in questo settore. Le ultime analisi suggeriscono che il Paese guidato da Kim Jong Un continuerebbe a investire risorse nello sviluppo e nel mantenimento di un arsenale molto particolare. Le armi chimiche rappresenterebbero per il governo nordcoreano uno strumento complementare alla deterrenza nucleare, potenzialmente utilizzabile sia sul campo di battaglia sia come mezzo di pressione psicologica contro gli avversari.

L’allarme sulle armi chimiche di Kim

A rilanciare il dibattito è un nuovo studio pubblicato dal centro di analisi 38 North nell'ambito del Project Anthracite, coordinato dal think tank britannico Royal United Services Institute. I ricercatori hanno esaminato oltre 30 mila brevetti, pubblicazioni scientifiche e dati open source per ricostruire le potenziali capacità industriali della Corea del Nord nel settore chimico.

Lo studio non sostiene di aver trovato prove definitive della produzione attuale di armi chimiche, ma individua una serie di indicatori che, considerati nel loro insieme, delineano un'infrastruttura compatibile con la realizzazione di agenti tossici militari.

Secondo gli autori, università, impianti industriali e istituti di ricerca nordcoreani avrebbero accesso alle tecnologie e alle materie prime necessarie per produrre sostanze come iprite, sarin e altri agenti nervini. Le conclusioni dello studio si inseriscono in un quadro già noto agli osservatori internazionali. Nel 2017, non a caso, Pyongyang fu accusata di aver utilizzato l'agente nervino VX nell'assassinio di Kim Jong Nam, fratello di Kim Jong Un, ucciso all'aeroporto di Kuala Lumpur. Per molti analisti quell'episodio rappresentò la dimostrazione concreta di come il governo nordcoreano non solo possedesse tali sostanze, ma che fosse anche disposto a impiegarle.

Il jolly di Kim

Secondo diverse stime internazionali, la Corea del Nord potrebbe disporre di scorte comprese tra 2.500 e 5.000 tonnellate di agenti chimici. Sebbene sia difficile verificare questi numeri, numerosi specialisti ritengono che il programma sia rimasto attivo anche dopo il consolidamento dell'arsenale nucleare del Paese.

In passato le armi chimiche erano considerate una sorta di "bomba atomica dei poveri", una capacità deterrente meno costosa rispetto alle testate nucleari. Oggi, però, potrebbero avere una funzione diversa. In caso di conflitto nella penisola coreana, potrebbero essere utilizzate per rallentare l'avanzata delle forze sudcoreane o americane, colpire infrastrutture strategiche o creare caos nelle retrovie.

A differenza delle armi nucleari, il cui utilizzo provocherebbe quasi certamente una risposta devastante, gli agenti chimici potrebbero essere inoltre considerati da Pyongyang uno strumento intermedio per tentare di modificare l'andamento di una guerra. Per questo motivo il programma chimico nordcoreano continua a essere osservato con crescente attenzione dagli analisti, che lo considerano uno degli elementi più opachi e potenzialmente pericolosi dell'apparato militare di Kim.

La Cina vuole scoprire il dissenso prima che nasca: come funziona l’Ai che spia i “rischi politici”

La Cina sta lavorando a una nuova frontiera della sorveglianza digitale. I riflettori del Dragone sono puntati su particolari sistemi basati sull’intelligenza artificiale capaci non solo di monitorare i cittadini, ma anche di individuare in anticipo chi potrebbe rappresentare un potenziale rischio politico. In prima linea ci sarebbe l’azienda Geedge Networks che starebbe sviluppando tecnologie in grado di analizzare grandi quantità di dati provenienti da attività online, spostamenti geografici e comportamenti digitali per costruire profili dettagliati degli utenti. L’obiettivo? Identificare segnali che possano suggerire future critiche al governo o forme di dissenso ancora prima che queste si manifestino pubblicamente.

La nuova frontiera dell’Ia cinese

Come ha spiegato il New York Times in un lungo approfondimento, siamo di fronte a un’evoluzione significativa rispetto ai tradizionali sistemi di controllo, che fin qui erano soliti concentrarsi per lo più sull’osservazione e sulla censura di attività già in corso.

Il progetto sopra citato sarebbe ancora in una fase di ricerca, ma offre un’anticipazione concreta di come l’intelligenza artificiale potrebbe trasformare i sistemi di sicurezza di Pechino. I documenti analizzati da ricercatori della Vanderbilt University mostrano che Geedge, già nota per la commercializzazione di tecnologie simili alla “Grande Muraglia Digitale” cinese, sta studiando modelli in grado di elaborare informazioni provenienti da telecomunicazioni, social network e dati di localizzazione.

E poi? Attraverso questi strumenti, l’IA potrebbe classificare gli individui, individuare comportamenti anomali e attribuire livelli di rischio politico. In alcuni incontri interni dell’azienda, i ricercatori avrebbero inoltre discusso metodi per identificare le intenzioni delle persone e rilevare contenuti definiti “dannosi”, un termine spesso utilizzato dalle autorità cinesi per indicare materiali ritenuti sensibili o contrari alla linea del Partito Comunista Cinese. La Cina starebbe dunque per passare dalla semplice raccolta di informazioni alla previsione dei comportamenti futuri, creando profili che collegano attività online, interessi culturali, letture, film visionati e movimenti fisici.

Un nuovo sistema di controllo?

Lo sviluppo di questi strumenti, tuttavia, avrebbe incontrato alcuni ostacoli legati alla disponibilità di potenza di calcolo. I documenti mostrano che nel 2024 Geedge e il laboratorio di ricerca collegato all’azienda hanno dovuto fare i conti con le restrizioni statunitensi sull’esportazione di chip avanzati per l’intelligenza artificiale.

La carenza di processori grafici di ultima generazione avrebbe costretto i ricercatori a utilizzare modelli meno sofisticati, rallentando il progresso del progetto. Nonostante ciò, secondo diversi esperti, la Cina continua a investire massicciamente nello sviluppo di tecnologie predittive per la sicurezza pubblica e sta cercando di ridurre la dipendenza dai semiconduttori progettati negli Stati Uniti.

Al momento non esistono prove che il sistema di previsione del dissenso sia stato completato o adottato su larga scala, ma la direzione intrapresa appare chiara. Se perfezionate, queste tecnologie potrebbero consentire alle autorità di selezionare e monitorare in modo sempre più mirato persone considerate potenzialmente problematiche, trasformando enormi quantità di dati raccolti quotidianamente in strumenti di prevenzione politica.

Xi muove le navi da guerra: cosa c'è dietro l'esercitazione (con portaerei) nel Mar Cinese

La Cina torna a mostrare i muscoli nel Pacifico occidentale. Negli ultimi giorni il gruppo navale guidato dalla portaerei Liaoning è stato impegnato in una vasta esercitazione nelle acque a est delle Filippine, un’area sempre più strategica nello scenario geopolitico asiatico. La mossa di Pechino arriva in una fase di crescente competizione tra il Dragone e gli Stati Uniti, ma anche mentre Tokyo e Manila rafforzano la loro cooperazione in materia di sicurezza.

Le esercitazioni della Cina

Secondo quanto riferito da Reuters, il ministero della Difesa giapponese ha monitorato la Liaoning e le unità di scorta tra il 26 e il 28 maggio nelle acque a est dell’isola filippina di Luzon. Durante la navigazione, i velivoli e gli elicotteri imbarcati sulla portaerei hanno effettuato circa 170 operazioni di decollo e atterraggio, mentre la formazione navale si è spinta fino a circa 590 chilometri a sud-est dell’isola giapponese di Miyako.

Tokyo ha confermato che il gruppo stava procedendo verso sud-est lungo la fascia orientale delle Filippine. Le esercitazioni di Pechino si inseriscono in una più ampia attività della Marina cinese nel Pacifico occidentale. Nelle scorse settimane, la Liaoning aveva già preso parte ad addestramenti con la nuova fregata Type 054B, una delle piattaforme più moderne entrate recentemente in servizio.

In quell’occasione, la Cina aveva annunciato che il gruppo portaerei sarebbe stato impegnato in missioni di addestramento d’altura, esercitazioni con fuoco reale, operazioni di supporto e attività di ricerca e soccorso, con l’obiettivo dichiarato di migliorare le capacità operative in scenari di combattimento realistici.

Activities of Chinese Navy Aircraft Carrier pic.twitter.com/s0LNPQUDao

— Japan Joint Staff (@JapanJointStaff) June 2, 2026

Un messaggio a Filippine e Giappone

Il Giappone ritiene che queste missioni servano soprattutto ad accrescere la capacità cinese di condurre operazioni aeronavali a lunga distanza, consolidando la presenza di Pechino nelle rotte strategiche del Pacifico. Non solo: le manovre si sono concretizzate in un momento di forte tensione diplomatica tra Cina e Giappone.

Negli ultimi giorni, infatti, Pechino ha criticato duramente Tokyo per il rafforzamento della cooperazione militare con Manila, definita da funzionari giapponesi come un rapporto ormai vicino a una vera alleanza. I due Paesi stanno discutendo nuove forniture militari, inclusa la possibile cessione di sistemi d’arma e unità navali, mentre hanno avviato colloqui sulla delimitazione delle rispettive zone economiche esclusive.

Sullo sfondo resta la questione di Taiwan, che la Cina considera parte integrante del proprio territorio e che continua a rappresentare il principale potenziale punto di crisi nella regione. Ecco che la presenza della Liaoning a est delle Filippine diventa un messaggio rivolto ai vicini e agli alleati degli Stati Uniti, volto a dimostrare che la Marina cinese è ormai in grado di operare con continuità anche lontano “da casa”.

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