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Desfile de 23º aniversário ACREMS – São Brás de Alportel 

8 June 2026 at 20:36

A Associação Cultural e Recreativa Escola de Música Sambrazense – ACREMS – assinala, a 10 de junho, 23 anos de atividade, numa data que a instituição partilha com a comunidade através de um desfile. Após a cerimónia comemorativa do Dia de Portugal e do hastear da bandeira nos Paços do Concelho, será executado o Hino […]

Rock in Rio 2026 abre venda geral de ingressos após pré-venda histórica

Os fãs do Rock in Rio já podem garantir presença na edição de 2026. A venda geral de ingressos começou nesta segunda-feira (8), às 19h, pelo site oficial do festival, após uma pré-venda que bateu recordes e teve todos os lotes disponíveis esgotados em menos de duas horas.

Inicialmente, a compra das entradas foi liberada para membros do Rock in Rio Club e clientes Itaú. Entre os dias mais disputados estavam 6 e 12 de setembro, que contam com apresentações de Calvin Harris e Maroon 5 como atrações principais. As entradas dessas datas acabaram em menos de uma hora. Pouco depois, os ingressos para os dias 5, 7 e 11 também se esgotaram.

A venda geral de ingressos para o Rock in Rio 2026 se inicia nesta segunda-feira (8) | Foto: Divulgação/RockinRio

A próxima edição do festival será realizada nos dias 4, 5, 6, 7, 11, 12 e 13 de setembro de 2026, na Cidade do Rock, no Rio de Janeiro. Os ingressos custam R$ 870 na modalidade inteira e R$ 435 para meia-entrada. Clientes Itaú têm acesso ao valor promocional de R$ 739,50. O pagamento pode ser parcelado em até seis vezes sem juros.

Entre os artistas já confirmados estão Foo Fighters, Avenged Sevenfold, Elton John, Stray Kids, Maroon 5, Twenty One Pilots, Halsey, Demi Lovato, Ivete Sangalo, Alok, Calvin Harris e Gilberto Gil, além de diversos nomes da música nacional e internacional distribuídos entre os palcos Mundo e Sunset.

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Primavera Sound 2026: Addison Rae in intimo e Olivia Rodrigo fanno impazzire la Gen Z, le hit dei The Cure e i Gorillaz lanciano l’appello per la Palestina: “Grazie perché combattete per Gaza”

8 June 2026 at 08:50

Sull’Avinguda diagonal, la strada che porta al Parc del Fòrum di Barcellona, cammina un fiume di gente. Usciti dai tornelli della metro, è impossibile evitare di essere trascinati dalla corrente umana. La direzione è una sola: il Primavera Sound. Un festival contenitore di persone, sorrisi e glitter. Il posto dove scoprire nuova musica e (ri)trovare la propria. Un po’ come il Coachella per l’America e Glastonbury per l’Inghilterra, con differenze di luoghi e organizzazione.

Per chi abita l’Europa mediterranea e vive con gli auricolari alle orecchie, il Primavera è la manifestazione che si sogna da bambini, si vive da adolescenti e adulti e si ricorda da anziani. Non solo per i set, la line-up e i concerti in riva al mare. Ma soprattutto perché in un mondo in cui la soglia di attenzione è sempre più bassa e ci scocciamo in fretta di tutto, la sensazione è che sia capace di restituire l’unione e la solidarietà di un rito collettivo.
E anche quest’anno, per gli appassionati di live, la Catalogna era il posto dove stare dal 3 al 7 giugno. Nei prossimi mesi la rassegna si sposterà a Porto, Buenos Aires e San Paolo, ma è in Spagna che il Primavera è nato e continua a fissare e anticipare le tendenze della musica internazionale.

L’anima indie del Primavera Sound

In pochi giorni, Barcellona ha ospitato più di 330 concerti in otto venue diverse e radunato al festival 287.000 persone, di cui il 62% pubblico internazionale. Dal 2005, quando si è spostata al Fòrum distaccandosi un po’ dalla dimensione underground per non estinguersi, la rassegna è diventata sempre più attraente. Si è fatta un nome, ha attirato investimenti e raggiunto una dimensione globale. Ha avuto sulla città un impatto turistico, sociale ed economico. L’ha piazzata sulla cartina delle realtà musicali, amplificando una cultura già radicata nel jazz e nel canto popolare delle scuole e dei conservatori, da cui è passata anche la star di casa Rosalía. Alcuni parlano di “coachellization” (dal Coachella di Los Angeles), una transizione dei grandi festival musicali verso prezzi meno accessibili, zone vip e sempre più spazio al mainstream. “Chi viene dagli Usa e dal Regno Unito trova il Primavera economico, ma qui siamo in Spagna e ci teniamo a mantenere i biglietti su costi adatti alla nostra vita”, hanno però tenuto a sottolineare gli organizzatori.

E in effetti la tre giorni della kermesse costa 350 euro. Circa la metà del Coachella, che gravita sui 649 dollari. Una tendenza che si rispecchia anche nell’arte: se le proposte locali faticano sempre di più a competere con l’attrattività degli artisti internazionali, dall’altra parte il Primavera sembra in parte riuscire a preservare l’anima indie con cui è nato: lo scouting di future star, l’ammasso di corpi sottopalco, i balli sfrenati. Birra e cibo con gli amici su un prato finto o sulla spiaggia fino a tarda notte, ascoltando con la stessa attenzione emergenti e celebrità mondiali. Anche nel 2026, la manifestazione ha cercato di mantenere questa promessa, intrecciando linguaggi distanti e generazioni diverse.

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Noemi: ”Ho scoperto la mia femminilità con il tango e Nikita Perotti. Mio marito si è pure ingelosito! Insultare sui social? Ho paura che possa diventare ‘normale’. Tiziano Ferro è un artista meraviglioso e va rispettato”

8 June 2026 at 07:38

Si intitola “Tu cosa fai questa sera”, il nuovo brano inedito di Noemi, che rappresenta un tassello in più nel suo percorso di ricerca e sperimentazione musicale dopo “Non sono io”, “Oh ma!” con Rocco Hunt e “Bianca”. Da fine maggio la cantante è impegnata con Noemi Live 2026, il tour che in giro per l’Italia che culminerà a dicembre il 14 al Teatro Arcimboldi di Milano e il 22 all’Auditorium Parco della Musica di Roma,

“Questa nuova canzone è il frutto di una collaborazione molto bella con Paolo Antonacci e Vito Salamanca – ci ha raccontato Noemi – che hanno questo spirito molto moderno ma allo stesso tempo, mi si perdoni il termine, antico. Mi ricorda un po’ gli Anni 60, la spiaggia, la solitudine, per questo mi sono agganciata a questa dinamica un po’ teatrale. È un brano molto leggero, ma molto consapevole nello stesso tempo. C’è il racconto di questa persona che vuole vivere il rapporto con quest’altra persona con la leggerezza del divertimento e della irrazionalità”.

E ancora: “Ho cercato di fare un passo in avanti verso una dimensione musicale diversa, nuova, però porto anche me stessa perché mantengo la mia natura un po’ blues, dove ho bisogno della poesia e del teatro. Avevo voglia di raccontare con questa canzone la passione di raccontare questa questa voglia di guidare il rapporto a due, attraverso la consapevolezza di quello che siamo, delle nostre volontà e anche della nostra natura. Per esempio il contatto con la sensualità e con la femminilità che poi sono riuscita anche a fare io stessa”.

E come?
Per raccontare questa canzone con un video abbiamo scelto di lavorare con il movimento. E qui la scelta è caduta sul ballerino (vincitore di Ballando con le stelle 2025, ndr) Nikita Perotti, che è bravissimo, con le coreografie di Marcello Sacchetta. È stato bello anche prendere lo spunto dal tango, io che non l’ho mai ballato.

Com’è andata?
Abbiamo cercato attraverso il movimento di raccontare proprio questa dinamica anche di guidare di farsi, guidare, di avvicinarsi e di respingersi. Mi sono preparata per 34 giorni e ho visto che i ballerini sono pazzeschi.

Perché?
Hanno un rapporto con loro corpo molto dinamico, molto vicino a se stessi. Io invece non tocco nessuno (ride, ndr)… Invece ho preso consapevolezza anche del mio movimento. Nikita mi diceva come fare le cose, ad esempio la postura, lo stare dritti, appoggiarsi all’altro. E qui ho scoperto una cosa…

Cosa?
La mia femminilità. A volte, anche nei rapporti, sono anche molto bambina faccio difficoltà a percepirmi come una donna e invece questa cosa che ho fatto mi ha mi ha fatto in qualche modo avvicinare a questa parte di me, anche se un po’ mi faceva paura. È stato bello, divertente e mio marito si è pure un po’ ingelosito (ndr). È stato uno dei video più divertenti che abbiamo fatto.

Che voto ti dai come ballerina? 

Come impegno direi otto! È stato bello perché è stato anche un viaggio dentro me stessa e la mia parte più passionale, più sensuale. Una lezione di tango la consiglio a tutti!

”Forse è meglio andare, forse voglio stare”, canti nel brano. L’amore come contraddizione?
Ci sono quei momenti in cui ti accorgi che hai un dubbio dentro di te, che poi è anche un po’ il sale della vita. Ci si divide spesso tra la tentazione di vivere una passione oppure scappare via, ma con il rimpianto. Sempre in bilico tra la paura della delusione e la paura del rimpianto. Secondo me è sempre meglio la tensione perché è sempre meglio restare e viverle le cose con la consapevolezza di poterle anche superare con più leggerezza.

Questo nuovo percorso musicale potrebbe portati a Sanremo?
Sanremo è sempre bellissimo, è sempre un grande palco. Capisco le persone che hanno paura di quel palco, anche quelli che per anni lo hanno allontanato, ma poi hanno partecipato. Perché è un palco importante, pieno di energie, dove una canzone viene anche raccontata per immagini. Sarei felice di poter portare il mio nuovo progetto. Poi c’è questo direttore artistico, Stefano De Martino, super determinato e mi piace perché moderno e contemporaneo, come tutti i napoletani!

Cosa accadrà per i tuoi due eventi di dicembre a Milano e Roma?
Voglio capire come arriverò a settembre-ottobre. Amo il live, mi piace cantare con le persone e condividere ogni attimo sul palco. Per me è sempre un grande regalo sentire gli altri che cantano le mie canzoni, le nostre canzoni. Sto pensando alla dimensione da dare allo show, che sicuramente sarà teatrale. Insomma ci stiamo pensando.

Si è molto parlato del pensiero di De Gregori e sul fatto che un artista non debba esporsi. Tu sei sempre stata in prima linea, che ne pensi?
Credo profondamente nella democrazia, quindi chi vuole esporsi deve farlo mentre chi non si sente perché magari non ha le idee chiare, può anche evitare. Tutto questo sempre nell’ottica di essere sempre sinceri con le persone che ci seguono e con il pubblico a cui ci rivolgiamo. Insomma ritengo che sia una scelta totalmente personale. Io, nel mio piccolo, lo faccio anche con le iniziative di Una Nessuna Centomila e per la difesa delle donne. Mi sembra un po’ di restituire, a chi è meno fortunata, quella che è la mia fortuna, di vivere la vita che amo.

Sui social donne e uomini dello spettacolo vengono insultati ormai giornalmente. Non ultimo le critiche feroci contro Tiziano Ferro. Che impressioni ne hai?

La mia più grande paura è che la maleducazione sui social arrivi ad essere accettata nella vita di tutti i giorni, quindi diventi ‘normale’. Secondo me è molto importante che ci sia una regolamentazione sull’identità digitale, che tutti siano identificati e forse così le persone si sentono meno libere di sfogarsi online. Noi ci mettiamo la faccia, il nome cognome, abbiamo pure il ‘baffetto’ blu per il profilo verificato, perché non deve valere per tutti? Il problema è che questo modo di sfogarsi è molto becero. Trovo tristissimo che la gente insulti personalità come Tiziano Ferro e mi dispiace tantissimo per lui perché un grande artista con un repertorio meraviglioso. Al di là dell’artista che è un gigante, ci vuole proprio il rispetto per Tiziano Ferro come essere umano.

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Convite à tradição dos Santos Populares percorre todo o concelho de Castro Marim

7 June 2026 at 07:06

Manjericos, sardinhadas, marchas, mastros e bailes vão percorrer todo o concelho de Castro Marim entre os dias 9 de junho e 27 de junho, em mais uma edição dos Santos Populares que promete muita música e animação.

Para manter esta tradição mais viva do que nunca, os bailes serão dinamizados um pouco por todo o território, em localidades como Furnazinhas, Castro Marim, Altura, Azinhal, Rio Seco, Monte Francisco, Alta Mora, Junqueira, Barrocal e Odeleite.

O associativismo também está fortemente ligado a esta iniciativa, com os bailes e arraiais a decorrerem nas sedes de várias coletividades que também contribuem anualmente para esta tradição, com a produção dos mastros populares.

As marchas populares são um dos pontos altos dos Santos Populares em Castro Marim, sendo apresentadas na Praça 1.º de Maio, no dia 12 de junho, a partir das 21h00.

O grande destaque decorrerá no dia 23 de junho, em Castro Marim, com o Grande Arraial de São João, com sardinhada para toda a população e o desfile das marchas populares.

Os Santos Populares são organizados pelo Município de Castro Marim e pelas Juntas de Freguesia, em parceria com coletividades.

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Mauro Ermanno Giovanardi: la bellezza di restare fedeli a se stessi

7 June 2026 at 05:50

Mauro Ermanno Giovanardi ha 64 anni e nel corso della sua carriera ha raccolto quattro Targhe Tenco, un Premio Ciampi, un Premio De André, un Premio Lunezia e molti altri riconoscimenti che, nel mondo della canzone d’autore, non arrivano per caso. Se lo conosci già, sai di chi sto parlando. Se non lo conosci ancora, questo è un buon posto da cui cominciare.

Nei consueti nove punti di questo blog – che compie 15 anni in questi giorni – provo a ripercorrere una storia che vale la pena conoscere per intero. Cominciamo!

1. Prima dei La Crus
C’erano i Carnival of Fools, band milanese nata nel 1988 che Giovanardi ha raccontato nel documentario Jesus Loves the Fools, uscito nel 2024, la cui regia è affidata a Filippo D’Angelo, Dimitris Statiris e Giovanardi stesso. Non erano l’ennesimo gruppo che guardava all’estero copiandone le pose. C’era già lì qualcosa di riconoscibile: quella voce da crooner cresciuta con il Post-punk, il gusto per l’atmosfera più che per il riff, l’inquietudine trattata come materia prima. Un seme che aveva bisogno di altri anni per diventare quello che sarebbe arrivato dopo.

2. I La Crus
Nascono come duo con Alessandro Cremonesi, coautore dei testi. Cesare Malfatti arriverà qualche tempo dopo nel ruolo di programmatore, e per buona parte degli anni Novanta occupano uno spazio che nessun altro in Italia sembrava voler abitare: elettronica, canzone d’autore, trip hop, sperimentazione e musica industriale che andavano mano nella mano con Piero Ciampi, le notti milanesi e la fascinazione metropolitana. Dopo otto dischi con Warner il progetto implode, e si riuniscono quindici anni dopo con Proteggimi da ciò che voglio, con Carmen Consoli, Colapesce e Di Martino, Vasco Brondi e il filosofo Slavoj Žižek come ospiti. Poi si fermano di nuovo. Giovanardi dice che difficilmente ci sarà un seguito discografico. Non sembra amarezza, sembra realismo.

3. La voce
La voce di Giovanardi è baritonale, controllata, capace di stare dentro una canzone sublimandone le coordinate. Non ha mai avuto bisogno del virtuosismo né dell’urlo. Funziona per quello che trattiene, non per quello che mostra. Alzare la voce per fare arrivare un messaggio non è nelle sue corde. Speak low, cantava Billie Holiday.

4. La dimensione teatrale
Non è un’estetica di superficie. Ogni pausa ha un peso, ogni silenzio è calcolato. È uno dei pochi artisti italiani capaci di fare di una canzone un piccolo monologo esistenziale senza che suoni come un esercizio di stile. Il percorso teatrale è stato centrale nella sua carriera: lo spettacolo Chelsea Hotel, costruito insieme al giornalista e critico musicale Massimo Cotto, arrivò a 54 repliche. Cotto è morto nell’agosto del 2024. Giovanardi lo ha ricordato riportando in scena quello spettacolo all’inizio del 2026.

5. Ciampi
Ci sono artisti che citano Piero Ciampi per darsi un tono. Giovanardi lo ha restituito al presente e fatto conoscere alla generazione alternativa di quella stagione irripetibile degli anni Novanta. Lo ha fatto con rispetto, senza trasformarlo in santino da nicchia: con la versione de Il vino portata nei concerti dei La Crus, migliaia di ragazzi sono andati a comprare i suoi dischi originali. Lui stesso ricorda l’ultimo concerto agli Arcimboldi, con Nada sul palco e 2500 persone che cantavano il ritornello. In Italia la memoria culturale viene spesso lasciata morire in silenzio. Questo è uno dei casi in cui non è successo.

6. Dentro me, Come ogni volta, Nera signora
Canzoni che sembrano arrivare da un luogo fuori dal tempo e che riescono a dare un nome a pensieri che erano già nostri, ma che non avevamo ancora saputo formulare. Le ascolti una seconda volta e ti sembra chiara una cosa: quelle parole ti appartengono. Hai la sensazione che siano sempre state lì, in attesa di essere riconosciute. È una qualità rarissima. Forse la più rara che una canzone possa avere.

7. Sanremo 2011
Porta a Sanremo Io confesso, ricostituendo i La Crus per quella settimana festivaliera. Struttura perfetta, un testo che guarda in faccia la colpa senza retorica, un arrangiamento costruito attorno alla voce. Un uomo solo davanti a ciò che ha fatto, niente di più. È una di quelle canzoni che ogni artista dovrebbe ascoltare prima di salire sul palco dell’Ariston, per capire cosa significhi scrivere davvero per Sanremo. Il Festival la manda a casa sesta e non si accorge che avrebbe dovuto vincere. A distanza di anni è ancora lì, immune al tempo; un diamante che continua a brillare.

8. Andare avanti
Resta una delle figure più importanti della musica italiana degli ultimi quarant’anni. Non si è trasformato nel sacerdote nostalgico degli anni Novanta, non ha inseguito il revival. Ha continuato a muoversi, collaborare, cercare, anche quando sarebbe stato più comodo vivere di rendita su quello che aveva già costruito.

9. E poi scegliere con cura le parole
Il nuovo album è uscito il 20 marzo per Woodworm. Cominciato prima del Covid, messo in pausa per la reunion dei La Crus, ripreso e chiuso nel 2022, pubblicato adesso. Molti testi sono nati a quattro mani con Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà, Alessandro Cremonesi, Cheope, Giuseppe Anastasi in una sorta di collettivo della parola. Dal vivo lo porta in trio con due postazioni di tastiere, un impianto essenziale che richiama la new wave anglosassone. Lui lo descrive come il disco più esistenzialista che abbia mai fatto, attraversato da quella che chiama, citando Calvino e le sue Lezioni americane, una “leggerezza pensosa”. Da ascoltare subito: Anni Zero, Il buio nella pelle, La coscienza della mia generazione.

Ti aspetto qui sotto nei commenti oppure nella pagina Facebook collegata a questo blog. Come sempre, a seguire, la playlist Spotify connessa all’articolo.

Buon ascolto!

9 Canzoni 9 … di Mauro Ermanno Giovanardi

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Terras sem Sombra em Viana do Alentejo: «Sob as Estrelas», com um dos melhores coros europeus

7 June 2026 at 02:02

O Festival Terras sem Sombra ruma a Viana do Alentejo e Alcáçovas, no fim de semana de 13 e 14 de Junho. No sábado, dia 13, às 21h30, apresenta o concerto «Sob as Estrelas: Confluências Musicais entre o Leste e o Oeste», pelo coro feminino romeno-italiano Arpeggio, sob a direção musical de Gian Luigi Zampieri, com Irene Corgnale na flauta e Sofia Cocco no clarinete.

A tarde de sábado, 13 de junho, será marcada pela atividade de Património, que tem como tema «Ligar o Céu e a Terra: Os Embrechados da Capela e do Jardim do Paço Real».

Será uma tarde em busca de um dos mais singulares conjuntos decorativos do Alentejo e uma das expressões mais raras das artes decorativas portuguesas do Maneirismo e do Barroco.

A manhã de domingo, 14 de junho, dedicada à salvaguarda da biodiversidade, como é hábito. Com o lema «Tesouros Discretos: A Flora e a Fauna da Bacia do Rio Xarrama», será possível conhecer a riqueza ecológica de um dos principais afluentes do Sado, num território onde agricultura, pecuária e conservação ambiental coexistem há séculos.

Todas as atividades são de acesso livre e gratuito.

Fundado em Roma por um excecional conjunto de músicas profissionais romenas, o coro Arpeggio percorreu mais de 150 palcos europeus, de Itália à Áustria, de Espanha à Roménia, da Cripta de Gaudí em Barcelona à Expo Milano 2015.

A 13 de junho, este ensemble, já senhor de um percurso notável, assina um novo capítulo da sua história, desta feita no concelho de Viana do Alentejo.

A igreja matriz de São Salvador, em Alcáçovas, recebe um concerto que junta o madrigal renascentista italiano e a música romena dos séculos XX e XXI, num encontro de geografias e tempos distintos, em mais um fim de semana de atividades do Festival Terras sem Sombra. 

À componente musical junta-se uma leitura do património de embrechados do jardim do Paço Real, em Alcáçovas, e uma incursão pela ecologia da bacia do rio Xarrama. Recorde-se que as atividades em Alcáçovas integram a Semana Cultural desta freguesia.

Na sua presença em Viana do Alentejo, a 13 e 14 de junho, o Terras sem Sombra conta com a parceria do Município local, da Junta de Freguesia de Alcáçovas, do Instituto Cultural Italiano e do Instituto Cultural Romeno em Lisboa.

Conta também com o apoio sustentado da Direção-Geral das Artes, do BPI-Fundação «La Caixa» e da CCDR-Alentejo.

Sul Informação

Do madrigal renascentista à identidade musical romena: confluências de Leste a Oeste

«Sob as Estrelas: Confluências Musicais entre o Leste e o Oeste», assim se intitula o concerto da noite de sábado, 13 de junho (21h30).

O cenário é sublime: a igreja matriz de São Salvador guarda no seu interior, entre outras obras raras, o panteão dos Henriques de Trastâmara, senhores de Alcáçovas. A acústica das três naves de proporções excecionais é o garante de um concerto memorável.

Em palco, o Coro Arpeggio conta com a direção musical de Simona Moldoveanu, o acompanhamento ao piano de Gian Luigi Zampieri e as participações da flautista Irene Corgnale e da clarinetista Sofia Cocco.

O programa percorre vários séculos da música europeia, entretecendo o repertório renascentista italiano com composições romenas dos séculos XX e XXI.

Fundado em Roma em 2014, o ensemble Arpeggio dedica-se à divulgação da música coral romena e italiana no panorama europeu, com um percurso marcado pelo intercâmbio cultural e pela circulação internacional.

O coro mantém estreita ligação às comunidades da diáspora, colaborando regularmente com a Academia da Roménia em Roma, e organiza o Roots Fest – Festival Internacional de Coros.

Sul Informação

Os embrechados do Paço Real: onde a natureza se faz arquitetura e símbolo

A tarde de sábado, dia 13 (15h00), propõe a visita guiada «Ligar o Céu e a Terra: Os Embrechados da Capela e do Jardim do Paço Real», com ponto de encontro no Paço dos Henriques e orientação de Aurora Carapinha, arquiteta paisagista, professora emérita da Universidade de Évora e investigadora do CHAIA – Centro de História de Arte e Investigação Artística.

Os embrechados – composições ornamentais executadas com conchas, seixos, vidro, cerâmica e outros materiais naturais – afirmaram-se entre os séculos XVII e XVIII como uma das linguagens estéticas mais singulares do barroco ibérico, presente em jardins, fontes, grutas artificiais e espaços de devoção, onde criava ambientes de forte dimensão cénica e espiritual.

No Paço Real de Alcáçovas, estes revestimentos atingem uma rara fusão entre natureza, arquitetura e transcendência: a capela e o jardim, também denominado Jardim das Conchinhas, com as suas 28 espécies distintas de conchas identificadas.

Destaque também para a assinatura do protocolo de colaboração entre a Pedra Angular, entidade organizadora do Festival Terras sem Sombra, e a Associação Portuguesa dos Jardins Históricos, a que preside Fernando Guedes.

O acordo abre caminho ao desenvolvimento de iniciativas conjuntas em jardins históricos e outros espaços de elevado interesse paisagístico, acolhendo concertos, atividades culturais e ações de sensibilização.

Sul Informação
Rio Xarrama – Por Xuaxo – Obra do próprio, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8939794

A bacia do Xarrama: ecologia, paisagem e a urgência de preservar

Na manhã de domingo, 14 de junho (09h30), a atividade «Tesouros Discretos: A Flora e a Fauna da Bacia do Rio Xarrama» convida ao conhecimento de um dos principais afluentes do Sado. O périplo, que decorre nas freguesias de Aguiar, Alcáçovas e Viana do Alentejo, conta com ponto de encontro no Jardim Público de Alcáçovas.

A visita é guiada pelos biólogos Miguel Porto, investigador do CIBIO – Centro de Investigação em Biodiversidade e Recursos Genéticos (Universidade do Porto), e Sara Lobo Dias, investigadora do CE3C – Centro de Ecologia, Evolução e Alterações Ambientais (Universidade de Lisboa).

O Xarrama atravessa zonas de montado, áreas agrícolas, galerias ripícolas e barragens, criando habitats diversificados para aves, peixes, anfíbios e mamíferos e albergando espécies características do ecossistema mediterrânico, como sobreiros, azinheiras, freixos e outras espécies de vegetação ribeirinha, fundamentais para o equilíbrio hídrico e climático da região.

A sua bacia é igualmente um espaço onde agricultura, pecuária e conservação ambiental coexistem há séculos.

As zonas húmidas e as margens do rio funcionam como corredores ecológicos essenciais para espécies vulneráveis e é precisamente nessa articulação entre ciência, conhecimento empírico e conhecimento de base científica que a atividade do TSS se funda.

Sublinhe-se que, pela primeira vez, o festival promove também um bioblitz, iniciativa de ciência cidadã que desafia os participantes a registar fotograficamente a fauna e a flora observadas ao longo do percurso.

A informação recolhida dará origem a um inventário-relâmpago da biodiversidade local, num contributo para um melhor conhecimento dos valores ecológicos deste espaço.

A programação da 22.ª edição do TSS prossegue a 27 e 28 de junho em Gavião, com um concerto pela mão do italiano Duo Baldo-Consonni, no concerto intitulado «Do Romantismo ao Âmago da Modernidade: Essências e Ruturas».

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Cesare Cremonini al Circo Massimo: il cantautore trascina, dedica alla madre “Vorrei”, accoglie Jovanotti, Elisa, Carboni e Valentino Rossi – La scaletta

6 June 2026 at 23:01

Ha voluto metterci un bel punto (e che punto) Cesare Cremonini con CremoniniLive26 al Circo Massimo di Roma davanti a 65mila presenze sabato 6 giugno (si replica il 7 giugno). Cremonini è l’ultimo dei divi della nostra musica italiana: occhiali neri sempre presenti, sempre all’erta contro “il gossip”, meglio parlare degli strumenti come metafora di vita, disponibile sì ma con il giusto distacco, a ricreare l’aurea volutamente “alta” per certificare la patente del cantautore duro e puro. Guardare ma non toccare.

L’artista si è calato nei panni del perfomer per trascinare il suo “popolo”, ancora una volta, in uno dei suoi spettacolari show che hanno caratterizzato l’ultima parte della sua carriera live e musicale. Ma forse sarà l’ultima, prima di un ulteriore cambio di passo, come lui stesso ha preannunciato poco prima del concerto, verso il rock and roll e lontano dagli stadi.

Lo spettacolo – 2 ore e 30 minuti che racchiude oltre venticinque anni di carriera – ricalca in qualche modo il tour dello scorso anno, che si è tenuto nei principali stadi italiani tra giugno e luglio 2025, ma ci sono degli elementi importanti di novità. Soprattutto negli arrangiamenti e nella perfomance di tutto il rinnovato team musicale con Alessandro “Doc” De Crescenzo (chitarra e direzione musicale), Nicola “Ballo” Balestri (basso), Andrea Fontana (batteria), Andrea Morelli (chitarra), Giovanni Boscariol (pianoforte/tastiere), Alessio Natalizia (polistrumentista), Roberta Granà (coro), Yuri “Jury” Magliolo (coro), Daniele D’Alessandro (clarinetto, sax e arrangiamento fiati), Gabriele Polimeni (tromba), Federico Pierantoni (trombone) e Matteo Valentini (sax e arrangiamento fiati).

Sax e tromboni sottolineano diversi momenti dello show e non è un caso perché i fiati avranno parte preponderante nel nuovo album in uscita entro l’anno. Quindi è stata una sorta di anticipazione già subito evidente con il secondo brano in scaletta “Alaska Baby”, dove anche il corpo di ballo si trasforma in angeli serafini con la tromba, disposto ai lati del palco. Piccola chicca per i fan romani, Cremonini prima di “Latin Lover” alla chitarra intona “Roma Capoccia” di Antonello Venditti. Poi la dedica alla madre Carla presente a Roma. “Quando andavamo in vacanza tutti assieme a Maratea d’estate – ha ricordato -, il tempo non passava mai. Così ho scritto questa canzone ‘Vorrei’, a quindici anni che dedico a mia madre, ma anche a tutte le persone che amano”.

Tra i momenti più “caldi” dello show i duetti con Jovanotti su “Mondo” e “L’ombelico del mondo”, dove le percussioni travolgono il Circo Massimo. Se Cremonini definisce il collega “il numero uno”, Jovanotti lo “incorona” con gli occhiali da sole “imperatore” di Roma. A sorpresa tra i due spunta Valentino Rossi, direttamente dalla prima fila della transenna. Poi ancora la magica “Aurore Boreali” dove con un effetto di laser e fumo si ricrea il fenomeno atmosferico che si adagia sulla voce di Cremonini ed Elisa. Applausi ed ovazioni a Luca Carboni apparso per duettare su “San Luca”. E poi ancora la potentissima “Poetica”, il karaoke colletivo su “50 Special” e “Nessuno vuole essere Robin”. Chiusura affidata a “Un giorno migliore”.

Due i punti di forza il progetto e la regia luci di Mamo Pozzoli, lighting designer che collabora con Cremonini da diversi anni, e i contenuti video realizzati dallo studio creativo londinese NorthHouse, assieme alla direzione creativa e lo stage design dello spettacolo che portano la firma di Claudio Santucci, dello studio Giò Forma.

Insomma si chiude un cerchio, adesso c’è da scommettere che Cremonini torni per il prossimo disco e progetto live ad una dimensione più “intima”, forse anche una residency per più serate in una location suggestiva.

A tutto rock and roll.

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“A gennaio ero in una difficoltà personale molto grande, il sax mi ha ‘rubato’ dall’autodistruzione. Sarò rock ‘n’ roll nel nuovo disco. Ho detto basta (per ora) con gli stadi”: così Cesare Cremonini

6 June 2026 at 23:01

Punto e capo, poi nuovo inizio. Così Cesare Cremonini con una battuta ha definito il CremoniniLive26, le cinque tappe, dopo la data zero a Gorizia, al Circo Massimo di Roma (6 e 7 giugno) all’Ippodromo Snai La Maura di Milano (10 giugno), alla nuova area all’Autodromo Enzo e Dino Ferrari – Music Park Arena di Imola (13 giugno) per chiudere alla Visarno Arena di Firenze (17 giugno). Oltre 350 mila persone attese. Il concerto di Cesare Cremonini al Circo Massimo sarà trasmesso il 2 settembre in prima serata su Rai1. Abbiamo incontrato il cantautore poche ore prima dell’inizio dello show romano.

“Questa è la prima volta per me al circo Massimo. – ha affermato poche ore prima dello show – Mi ha dato subito la sensazione di calma e di tranquillità e di sicurezza in me stesso. Mi sento grato, è un momento molto fortunato anche della mia carriera È tutto frutto di un percorso. Ma poi c’è una comunicazione importante che mi preme fare”. Poi arriva la sorpresa.

Cosa succede?
Ho pronto un album che ho fatto in questo periodo e che uscirà entro l’anno. È stato un lavoro particolarissimo per me. Anche se non credo che venderà 1.800.000 copie. Il presidente di Universal conferma (ride, ndr). Non mi era mai successo di interrompere questa ruota che gira da quando sono ragazzino: pausa, album nuovo tour, pausa, album nuovo tour.

Da dove nasce questa esigenza?
Ho forzato la mano perché la discografia mi chiamava più forte di qualunque altra cosa. A 46 anni è stata una scoperta, nel senso che la vita mi ha portato a vivere qualcosa che mi ha segnato molto.

In che modo?
La musica mi è venuta in soccorso e o forse io sono andato verso di lei. Ho creato questo disco negli ultimi quattro mesi e rappresenta un cambio di passo anche nel live. Quindi questi concerti di questa estate non si possono spiegare, senza parlare anche del futuro. Siamo a un punto a capo per me che ho suonato dal 1999 a oggi praticamente in tutte le location possibili dai club ai teatri, ai palasport piccoli tipo l’Alcatraz fino a quelli grandi, per arrivare ai primi stadi. Poi la pandemia che ha diviso un po’ le acque del mondo del live e poi sette stadi, poi 13, Imola e oggi siamo qua al Circo Massimo, un punto di arrivo dei sogni. Ma c’è un’altra cosa…

Cosa?
C’è una ossessione, quella dei numeri. Nel mio caso devo dire che vince e vincerà la voglia di evolvermi dal punto di vista umano, artistico e dal punto di vista discografico. Cosa che oggi sembra un po’ stramba da dire, ma nel mio caso è un orgoglio. Per il prossimo progetto ho chiesto di non suonare negli stadi perché non c’entrano niente con quello che sto per fare. Credo nella coerenza con quello che fai artisticamente e musicalmente. Chiudo coi lustrini e apro al rock ‘n’ roll.

Il prossimo anno dove ti esibirai?
Di certo non farò un tour piano voce. Mi sono appassionato al sassofono e l’ho portato anche in questi cinque appuntamenti. Queste sono le mie piccole, grandi, sfide personali.

Qual è la tua prospettiva?
Sono poco allineato anche alle discussioni quotidiane sulla discografia, però sento che c’è un po’ di tensione in questi ragazzi. Una certa imprenditoria del live italiano cerca di spingere questi ragazzi a un percorso quasi omologato che è quello di ‘prima fai gli stadi e prima esisterai’, ma non è non è così ovviamente. Io ho fatto il mio primo Forum 12 anni dopo il primo disco e ci ho messo una vita.

Perché ripartire dal sax?
Me lo dicevano anche i miei amici ‘perché ti metti in gioco adesso puoi andartene tranquillamente in vacanza, invece, vai a disturbare le tue ossessioni con uno strumento così complesso?’. Ho cercato di studiare per avere la decenza di portare uno strumento in modo da soffiarci dentro, senza sembrare un deficiente (ride, ndr). E poi il sassofono mi ha soccorso in un momento complesso della mia vita privata, mi ha dato un metodo ed è stata un’ossessione che ha ‘rubato’ le ossessioni negative per molti mesi. Era gennaio ed ero in una difficoltà personale molto grande. Più si cresce e più le difficoltà non è che siano più facili, pesano di più perché hai meno muscoli. Pensavo che questa fase mi avrebbe rubato anche il tempo della scrittura, invece è stato esattamente il contrario.

Cosa è accaduto?
Il sax mi ha rubato la parte ‘autodistruttiva’ perché l’ho messa tutta lì nello studio. Ho iniziato a produrre, come sinceramente credo non mi capitasse da un po’ di tempo, senza più pensare a quale fosse il mio percorso. Queste nuove canzoni sono testimonianza di quello che ho vissuto. Mi hanno tolto dai guai e quindi è un disco molto potente, rock and roll nel senso più letterale del termine. Un ‘incidente’ lo devi fare. Secondo me, l’incidente mi è servito. Se non ci fosse stato, forse non sarei qua.

In che misura studiare musica ti ha salvato?
Il mio sassofonista Matteo aveva smesso di suonare da qualche anno per motivi legati alla sua vita. Siccome il dolore non è un affare privato, è una cosa comune, lo aveva stoppato e non riusciva più a prendere in mano lo strumento. Quando mi sono ritrovato col sax in mano gli ho detto ‘guarda, inizia a darmi lezioni tu, non importa cosa succede l’importante è che ci facciamo del bene a vicenda, vediamo dove arriviamo’.

E dove siete arrivati?
Siamo arrivati che il sassofono sicuramente ha avuto un ruolo molto importante nella mia vita privata al punto da farmi fare un nuovo disco mentre Matteo l’ho portato su questo palco con me ed è tornato a suonare.

Hai parlato di un momento difficile, di un incidente. A cosa ti riferivi?

È preferibile lasciarlo nelle leggende perché è un tema, quello della vita personale, che io preferisco non affrontare in maniera così approfondita. Anche perché tutte le volte che ho provato a farlo, ho sbagliato… Per cui alla fine credo che il disco parlerà molto bene di quello che che ho attraversato. Avrà la stessa forza rock ‘n’ roll di ‘…Squérez?’ anche se non ho più la storia del 17enne, visto che oggi di anni ne ho 46.

Hai paura del futuro?

Ne ho vissute abbastanza di situazioni, anche mediaticamente improvvise, come tanti altri miei colleghi. Se pensi che mi sveglio la mattina e controllo se va tutto bene sui social, no proprio, non lo faccio.

In tutto questo che ruolo ha nella tua vita l’amore?
L’amore si impara tutti i giorni per cui non è una cosa di cui io posso parlare. Ad amare si impara piano piano, giorno dopo giorno, quindi non è una questione di definizione per me, non è un argomento per me.

Cosa vorresti che rimanesse di te?
Mi piacerebbe lasciare di me il ricordo delle persone che vengono non tanto e soltanto per lo spettacolo in quanto grandioso, straordinario e ben curato. Mi piacerebbe che la gente portasse a casa me come anima, come persona con le mie sofferenze, le mie gioie, le mie sfide personali.

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Più che una band, una “Dimensione”. Eccoli i Brama mentre danno ordine al caos

6 June 2026 at 05:50

Nel giro di pochi anni i Dimensione Brama sono passati dai live abusivi sui tetti di Roma durante il Covid-19 ai palchi televisivi di X-Factor, portandosi dietro un immaginario alto in cui convivono Bertolt Brecht, TikTok, David Bowie, Joy Division e i CCCP, la tragedia trasformata in contenuto e la sensazione costante che il mondo stia andando in malora. Qualcuno li ricorderà proprio per il passaggio nel talent di Sky, quando Manuel Agnelli, dopo una loro reinterpretazione degli Smiths, commentò che era come aver costruito un parcheggio sopra la sua adolescenza. Con Teatral Politik la band romana prova a dare una forma al suo caos: dentro ci sono politica-spettacolo, collasso emotivo, desiderio, alienazione digitale e una domanda che torna continuamente durante la conversazione: cosa significa fare arte oggi, in un’epoca in cui tutto sembra diventare immediatamente consumo, estetica, distrazione? Li ho raggiunti poco prima dei loro live tra Roma e Milano.

Vi definite “dimensione”, non band: state creando musica o un luogo in cui rifugiarvi per tempi meno buoni?
Entrambe le cose. L’immagine del rifugio, dell’autarchia, della città che resiste, ci appartiene molto. Stiamo cercando un modo e un senso per fare arte oggi, e questa ricerca si intreccia continuamente con una domanda: a cosa serve fare musica? E a chi serve? Il presagio di tempi più oscuri lo sentiamo tutti. Attorno a noi percepiamo un clima da ‘si salvi chi può’, ma non vogliamo accettarlo come destino. Altrimenti basterebbe cercare un lavoro stabile, una casa, accumulare denaro e chiudersi lì. Noi stiamo provando a costruire qualcosa che abbia una prospettiva più lunga.

Nel vostro immaginario convivono punk e barocco, X-Factor e Brecht: da dove nasce questa necessità di tenere insieme cose che sembrano incompatibili?
Probabilmente dal fatto che siamo un gruppo di persone diverse. Ognuno vive dentro la propria trama e tutte queste necessità finiscono per confluire nello stesso progetto. Al liceo un professore ci disse una cosa che ci è rimasta impressa: esiste una medicina per l’anima e sono le belle parole. Non solo quelle dei libri, ma anche quelle. Da lì nasce un immaginario in cui la cultura cosiddetta alta si mescola con il pop, il trash, TikTok, la psicanalisi e tutto ciò che attraversa il presente. Siamo figli del nostro tempo e passare da Brecht alla cultura pop ci sembra naturale.

Brama deriva da un termine germanico che significa “urlo”: cosa cercavate di urlare quando siete nati nel 2021?
Venivamo dalla pandemia, da un momento storico che ha lasciato un segno molto profondo. Quell’urlo era insieme liberazione, paura, rabbia. Ma dentro c’è anche il significato italiano della parola: desiderio. Un desiderio ostinato, difficile da sradicare. All’inizio eravamo un collettivo enorme, poi il progetto si è trasformato. La necessità però era chiarissima: volevamo fare concerti, stare insieme alle persone. Non siamo partiti pensando a Spotify o a X-Factor. Volevamo riunire corpi e creare comunità in un momento in cui il senso di prossimità tra gli esseri umani sembrava sgretolarsi.

Che ricordo avete del vostro primo concerto?
Il primo concerto fu completamente abusivo: fine 2021, un terrazzo nel centro di Roma, il G7 in città, gli elicotteri sopra la testa. A un certo punto arrivarono i carabinieri per fermarci, ma riuscimmo comunque a concludere il live. Paradossalmente fu proprio quella serata a farci capire la forza di ciò che stavamo costruendo.

A un certo punto siete finiti a X-Factor: vi sentite adatti a quel mondo o vi siete sentiti degli infiltrati?
Entrambe le cose. Sentivamo che quel contesto poteva appartenerci e allo stesso tempo avevamo la sensazione di essere infiltrati. Ci interessava osservare da vicino il rapporto ambiguo tra autenticità e spettacolarizzazione delle emozioni. La cosa che ci ha colpito davvero è stata scoprire quanto poco controllo abbiano i concorrenti. Più si va avanti e più ci si accorge che esiste un copione implicito, anche se nessuno lo dichiara apertamente. All’inizio ci sentivamo molto più liberi, poi arrivavano indicazioni precise: stare fermi sul palco, incarnare una certa eleganza, non essere troppo punk perché quel ruolo era già occupato, non essere troppo altro perché c’era già qualcuno a rappresentarlo. È interessante perché questa pressione non agisce soltanto sull’estetica, ma finisce per entrare dentro le persone.

E il rapporto con i giudici? Manuel Agnelli, dopo una vostra esibizione, sembrava molto contrariato…
Lì c’è stato soprattutto un equivoco. Poco prima dell’esibizione si stacca il jack della chitarra e siamo costretti a fermarci. Mentre i tecnici lavorano al problema, improvvisiamo un can can delirante in mezzo al pubblico. Per noi era un momento spontaneo, quasi clownesco. Per Manuel fu una mancanza di rispetto verso il brano che stavamo suonando, perché lui ha una concezione molto sacrale della musica. Il paradosso è che quel pezzo lo avevamo scelto per omaggiare il giornalista Ernesto Assante, che ci aveva sempre incoraggiato a partecipare al programma. Dopo la sua scomparsa siamo stati contattati dalla produzione e abbiamo vissuto tutto con un forte coinvolgimento emotivo. Quella cover era dedicata a lui.

Nel nuovo album parlate di un mondo che “va a fuoco e sembra anche bello”: quanto vi spaventa il fatto che siamo capaci di trasformare qualsiasi tragedia in estetica?
La tragedia oggi viene continuamente trasformata in immaginario. Ma nel momento in cui diventa soltanto estetica, smette di essere tragedia. Non si tratta di censurarla, ma di continuare a riconoscerla per quello che è. Il problema è che ormai la tragedia è ovunque: nei telegiornali, nei feed, nelle immagini che scorrono senza sosta. E questa esposizione permanente produce assuefazione. Forse la forma contemporanea della censura consiste proprio nel mostrare tutto, fino a rendere tutto invisibile.

Il disco si intitola Teatral Politik, come a sottolineare che è lo spettacolo ad aver preso il posto della politica…
Per esistere davvero, la politica avrebbe bisogno di capacità, profondità e lungimiranza. Qualità che sembrano rare sia nella vita pubblica sia in quella privata. Oggi i politici assomigliano sempre più a influencer. La politica sembra ormai una serie televisiva, c’è uno scollamento crescente tra rappresentazione e realtà e noi consumiamo tutto questo come intrattenimento.

Tra dieci anni, cosa sperate di non essere diventati?
Avidi. E aridi. Vorremmo soprattutto evitare di diventare la copia di noi stessi. Ci affascinano modelli come i Nomadi o i Gong: esperienze capaci di attraversare il tempo trasformandosi continuamente senza perdere la propria identità. Insomma, preferiremmo lasciare un’eredità che altri possano raccogliere e reinventare.

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🔴AO VIVO: Arraía do Bem 2026 em Goiânia

5 June 2026 at 23:53

Goiânia recebe, entre os dias 5 e 7 de junho, mais uma edição do Arraiá do Bem 2026, no Estádio Serra Dourada. Com abertura dos portões às 15h e shows a partir das 18h, a programação reúne atrações musicais durante os três dias de festa.

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Flávio Bolsonaro lança jingle de pré-campanha para a disputa presidencial de 2026

A equipe de pré-campanha do senador Flávio Bolsonaro (PL) divulgou nesta sexta-feira (5) uma nova peça de comunicação voltada à disputa presidencial de 2026. O material traz a música “Vem com Fé”, apresentada como um dos elementos da estratégia para ampliar a identificação do eleitorado com o parlamentar.

Produzido em ritmo sertanejo, o vídeo reúne imagens de Flávio participando de eventos públicos, encontros com apoiadores e momentos descontraídos, incluindo registros em que aparece dançando. A letra da música aposta em mensagens de esperança e recuperação do país.

Além de destacar a trajetória do senador, o conteúdo também recupera cenas do governo do ex-presidente Jair Bolsonaro. O vídeo exibe imagens de manifestações de apoiadores, eventos políticos e momentos da família Bolsonaro reunida.

Estratégia mira fortalecimento da imagem junto ao eleitorado

O jingle foi desenvolvido pelo marqueteiro Alexandre Oltramari e pelo publicitário Rafael Rizzo, com consultoria de Eduardo Fischer, que atua na área estratégica da pré-campanha. A avaliação da equipe é de que a linguagem musical e os elementos visuais utilizados no vídeo podem ampliar o alcance da mensagem entre apoiadores do campo conservador.

A divulgação ocorre em um momento de movimentação dos possíveis candidatos à corrida presidencial de 2026, mesmo com o calendário eleitoral ainda distante. Nos bastidores, partidos e lideranças políticas já começam a intensificar ações voltadas ao fortalecimento de suas imagens públicas.

Pesquisa aponta Lula à frente em cenário de primeiro turno

Também nesta sexta-feira (5), uma pesquisa do instituto Vox Brasil apresentou um cenário de intenções de voto para a eleição presidencial. De acordo com o levantamento, o presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) aparece na liderança com 42,1% das intenções de voto em um eventual primeiro turno contra Flávio Bolsonaro, que registra 33,6%.

Os números indicam crescimento do petista em relação ao levantamento anterior realizado em maio. Na comparação entre as pesquisas, Lula passou de 34,3% para 42,1%, avanço de 7,8 pontos percentuais.

Já Flávio Bolsonaro apresentou oscilação negativa no período analisado. Segundo o instituto, o senador saiu de 36,5% para 33,6%, uma queda de 2,9 pontos percentuais.

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Shakira é confirmada na abertura da Copa do Mundo 2026

A Fifa anunciou oficialmente que Shakira estará entre as atrações da cerimônia de abertura da Copa do Mundo de 2026. O evento acontece em 11 de junho, no Estádio Azteca, na Cidade do México, uma das sedes do torneio.

A cantora colombiana dividirá o palco com o astro nigeriano Burna Boy. Os dois artistas lançaram recentemente “Dai Dai”, canção escolhida como música oficial do Mundial.

Esta será a terceira participação de Shakira em eventos ligados à Copa do Mundo. Em 2010, na África do Sul, ela conquistou o público global com o fenômeno “Waka Waka”. Já em 2014, no Brasil, foi uma das atrações da cerimônia de encerramento ao interpretar “La La La”, ao lado de Carlinhos Brown.

A abertura do torneio contará ainda com uma grande programação musical espalhada pelos três países-sede. No México, também estão confirmados nomes como Maná, Tyla, Alejandro Fernández, J Balvin, Belinda, Lila Downs, Danny Ocean e Los Ángeles Azules.

Cantora colombiana participará da cerimônia de abertura no Estádio Azteca, na Cidade do México | Foto: Reprodução

No Canadá, artistas como Michael Bublé, Alanis Morissette e Alessia Cara comandarão as apresentações antes da partida de abertura da seleção canadense. Já nos Estados Unidos, Katy Perry lidera o line-up que também terá Anitta, Future, Lisa, do Blackpink, Marilina Bogado e outros convidados.

A expectativa é que as apresentações celebrem a diversidade cultural dos países anfitriões e marquem o início de uma das maiores edições da história da Copa do Mundo.

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“C’era molto playback. Ma era inevitabile”: Madonna e il concerto a sorpresa a Times Square per il mese del Pride e per promuovere “Confessions on a Dance Floor II”

5 June 2026 at 11:13

C’era grande attesa ieri 4 giugno per l’apparizione di Madonna a Times Square, a New York, dove ha dato il via al mese del Pride. Per qualche fan è rimasto deluso per il playback della superstar della musica. La diva del pop ha cantato alcuni brani per lanciare il prossimo disco in uscita il 3 luglio “Confessions on a Dance Floor II”, come riporta il sito showbiz411.

L’artista ha proposto il nuovo brano “I Feel So Free”, il duetto con Sabrina Carpenter “Bring Your Love”, l’altro inedito del nuovo album “Love Sensation”, mentre da “Confessions on a Dance Floor” del 2005 “Get Together”, “I Love New York” e “Hung Up”.

Ma c’è chi ha storto il naso. “La sua voce suona nasale e più naturale, non così artefatta come nei suoi tanti successi del passato. Questa è la sua voce ‘vera’, nel bene e nel male. Certo, c’era molto playback. Ma era inevitabile, considerando la produzione”, scrive showbiz411.

E ancora: “Ha speso più di quanto guadagnerà? Certo, ma chi se ne importa? Non è questo il punto. Madonna vuole essere rilevante. Si sta appoggiando molto ai suoi fan gay, scegliendo il Pride Month e apparendo nei locali gay. Sembra un piccolo ritorno in termini di vendite, ma chi lo sa? In ogni caso, questo la tiene impegnata e ci regala qualche aneddoto”.

(Video TikTok @holdmymeatpurse)

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Rodrigo Santos promete festona em show no PiriBier nesta sexta (5/6)

5 June 2026 at 04:10

Marcus Vinícius Beck

Rodrigo Santos promete uma festona em Pirenópolis. “A galera pode esperar os sucessos. É claro, tem um pouco mais de Barão Vermelho. Barão e Cazuza. Fui integrante do Barão por 25 anos, entre 1992 e 2017”, diz o artista, que toca e canta no PiriBier nesta sexta-feira (5/6).

Será um transe. Ou, se não for, é quase isso. Rodrigo chama esse tal de roquenrou às oito da noite com sua turnê… “A Festa Rock”! Irá pras picas, a tristeza. Sextamos. É feriado. Depois, Nando Reis manda ver um hit atrás do outro. Gabriel o Pensador, já no sábado, vem quente.

“Lancei três discos com o nome ‘A Festa Rock’ desde 2015”, conta Rodrigo. Era um projeto paralelo, extensão do show que fazia entre 2011 e 2012. Todos os volumes estão disponíveis nas plataformas digitais. “Nem tocava [naquela época] ‘Bete Balanço’, essas coisas”, declara.

Na ocasião, o público pedia sucessos de sua banda. Os rocks do Barão entraram no projeto. Pintaram também canções gravadas com Kid Abelha, com Léo Jaime, João Penca e Seus Miquinhos Amestrados e Lobão. Até músicas da Blitz. Sua passagem por lá durou um ano.

“[É] eu contando a minha história, que completa 40 anos. Misturei tudo”, explica o músico. “Comecei a tocar coisas que, pô, eu gravei no disco ao vivo do Lobão no Hollywood Rock. Coisas que gravei com o Kid no ‘Acústico MTV’. Que gravei com Leo Jaime em 86”, afirma.

O show foi pegando uma cara diferente. Rodrigo achou maneiro. As pessoas começaram a contratá-lo. Queriam curtir essa festa de arromba, essa “Festa Rock”. O músico, íntimo da estrada, dava pinta aonde fosse requisitado: podia ser em festival, palco grande, pequeno.

Repertório

Sim, seu lance é tocar. Nisso, o artista ampliou o repertório. Botou Titãs, Rita Lee, Legião. Além disso, criou uma banda com o baterista João Barone, o Call The Police (há dez anos já), que toca Police e tem em sua formação o guitarrista Andy Summers, do power trio inglês.

“Eu coloquei também, em ‘A Festa Rock’, músicas do The Police”, diz o baixista e violonista, de 62 anos. “E, aproveitando que eu tô tocando com o Barone também, tem Paralamas do Sucesso no show. O espetáculo, então, se tornou uma celebração ao rock e ao pop rock.”

Rodrigo ainda introduziu ao repertório os anos 1990 — “pessoas que foram influenciadas pela gente, pelo Barão, pelos artistas com os quais eu toquei”. “É um show-DJ em que eu praticamente sou um DJ em formato banda e em formato power trio, às vezes quarteto.”

Nascido no Rio de Janeiro, em 1964, o músico se assume eclético. Ouve música desde os cinco, seis anos. Aos onze, apaixonado por Beatles e Bob Dylan, iniciou-se no violão. Pirou legal. Pouco tempo depois, passou a ter aulas com o compositor paraense Nilson Chaves.

“Sabia tudo de MPB”, atesta Rodrigo, cujo estudo o levou a tirar canções de Gilberto Gil, Caetano Veloso, Chico, Milton Nascimento, Clube da Esquina, Novos Baianos, Secos e Molhados. “E assim foi com o violão e com o baixo. Mas, no baixo, eu fui autodidata.”

Rodrigo criou linhas de baixo que marcaram rock brasileiro

Ouvido atento: Rodrigo se diz baixista eclético – Foto: Divulgação

Foram cinco aulas com Nico Assumpção. Tratava-se de um músico respeitado: tocava com Milton. Rodrigo se recorda de vê-lo em shows instrumentais, de jazz. Tudo ao ar livre, suave, no Parque da Catacumba. Até o início dos anos 80, havia pouco espetáculo de rock no Rio.

Ao mesmo tempo em que enlouquecia ouvindo Led Zeppelin, sacava música brasileira. “Minhas influências de baixo, no Brasil, eram Liminha, Dadi, Didi Gomes, irmão do Pepeu, Arnaldo Brandão, que acompanhou o Caetano em A Outra Banda da Terra”, revela.

Rodrigo tinha um ouvido atento. Escutava de tudo: The Smiths, U2, The Cure, Men At Work, Police. Mas também Bill Haley, Chuck Berry, as orquestras de jazz, tal e qual Louis Armstrong e Ella Fitzgerald, bem como a tropicália, o rock progressivo e os trovadores.

“No meio dos anos 70 pro final, começou a aparecer uma outra galera, que é a galera do punk, do gótico. New wave era uma mistura de tudo um pouco”, contextualiza. “Você via uma coisa no The Cure, no Smiths outra, New Order, Joy Division, Echo & the Bunnymen.”

Tudo isso se via na geração 80. Rodrigo chegou ao João Penca e Seus Miquinhos Amestrados tendo uma sólida escola de new wave. “Foi muito bacana tocar com os Miquinhos”, afirma, destacando a diversão e o humor inteligente característicos do grupo liderado por Leo Jaime.

De miquinho amestrado a rock estrela — tocou com Leo —, Rodrigo acabou no Lobão. “Ele me chamou quando o Léo Jaime parou e tirou férias. Tinha visto um show meu com o Leo no Maracanãzinho, no Festival Alternativa Nativa, em 88. Gravei quatro discos”, revela.

Sob o sol de Parador

Um deles em Los Angeles (EUA): “Sob o Sol de Parador”, de 1989. Produzido por Liminha, a obra traz “Essa Noite, Não (Marcha a Ré em Paquetá)”. Rodrigo recorda que Lobão e a banda tocavam essa música nos aeroportos: “A gente levava sempre um violão a tiracolo.”

Os artistas costumavam levar um som no saguão do aeroporto às três da manhã, esperando o voo da madrugada: “Tinha muito voo madrugadão antigamente.” De acordo com o baixista, ficava mais barato fazer uma turnê dessa forma, ir para o Nordeste e Norte.

Quando se iniciaram os ensaios, Rodrigo estava com a ideia da linha de baixo em sua cabeça. “É meio que um reggae sem ser reggae, né? Ela não tinha uma estrutura de reggae e ela tinha uma parte B que caía como se fosse um Neil Young e tal. Aí eu fui no meu instinto mesmo, criei um baixo que soasse junto com a divisão do violão. Foi meio isso.”

No Hollywood Rock, em São Paulo, os artistas do Barão Vermelho viram a apresentação de Rodrigo Santos com Lobão. Após o show, numa festa no Hotel Hilton, o empresário Duda Ordunha convida o músico para se juntar aos barões. Dé Palmeira estava pra deixar o baixo.

Rodrigo, contudo, hesitou: “pô, Duda, não dá pra sair.” Dadi Carvalho, que tocara com Mick Jagger, ex-A Cor do Som e Novos Baianos, substituiu Dé no Barão. Gravou “Na Calada da Noite”, mas recebeu convite de Caetano para acompanhá-lo em turnê, ao qual disse “sim”.

Músico virou membro do Barão Vermelho em 1992

Contracapa do LP “Supermercados da Vida”, lançado em 92 – Foto: Flávio Colker

Às oito da manhã, o telefone tocou. Rodrigo atendeu: era o baterista Guto Goffi. À tarde, foi ensaiar para o repertório do LP “Supermercados da Vida”, lançado em 1992. O Barão, nesta época, rodava o país com a turnê — uma porrada! — em que celebrava seus 10 anos de vida.

“Umas duas semanas depois do primeiro ensaio, tinha show do Barão marcado no interior de Minas, se não me engano”, lembra o artista. “Eram os shows que o Dadi não poderia fazer. Foi antes do Imperator, no Rio.” Rodrigo tirou o repertório a partir de uma fita cassete.

De cara, houve sintonia entre ele e os barões. A banda começou a ter backing vocals, pois a voz do baixista combinava com a do vocalista e guitarrista Roberto Frejat. No disco “Carne Crua”, de 1994, o músico assinou, junto de Frejat e Dulce Quental, a faixa “Vida Frágil”.

“Ela tinha me mandado a letra e eu tinha feito um rock’n’roll. Um rock com riff. E tinha mostrado isso pro Frejat. Eu falei: ‘Pô, quer fazer comigo?’ E aí, beleza. Eu tava com outras canções que não mereciam entrar, não quis mostrá-las. Aí eu mostrei essa, ele gostou”, diz.

Rodrigo foi ao estúdio de Frejat. Lá, levaram um som. Quando chegou a hora do ensaio, os seis barões juntos trouxeram a música para um outro lado. Segundo o baixista, a composição estava indo para uma direção mais Doobie Brothers, com guitarras dobradas em terças.

Entrou a percussão, um suingue a mais. “Eu também fui participando disso e achando legal, criei um baixo diferente, porque eu e o Frejat, a gente tinha criado a música, parte A, B e C.” Os músicos mantiveram a estrutura melódica e harmônica, mas mudaram o arranjo rítmico.

No estúdio com os barões

“Ficou sensacional”, avalia Rodrigo Santos. “Criei um baixo do qual gosto muito. O diálogo da gente sempre foi apresentar a canção e, no estúdio, ela criar a própria vida com a soma dos seis. Cara, nós seis tínhamos uma química muito boa de composição e de arranjo.”

Durante as sessões de “Carne Crua”, Rodrigo teve a ideia do backing vocal para a canção “Meus Bons Amigos”. “O amor sem fim…. Aquela terça não tinha. E eu escutava vocais na minha cabeça em algumas músicas. Aí cheguei para o Paulo Junqueira, que produzia o disco. Falei: ‘Cara, eu posso experimentar um negócio lá no estúdio?’”, recorda-se o músico.

Junqueira rebateu: “Não, a música tá pronta, tá pronta.” Rodrigo, então, argumentou: “Cara, eu fico escutando uns backing vocals na minha cabeça. Deixa eu testar um negócio aqui.” O produtor, por fim, cedeu: “Vai lá.” “Quando eu botei o ‘amor sem fim’, que a música subiu, ele apertou o talkback, eu de fone ainda, e falou: ‘Mais 100 mil cópias vendidas.’ Todo mundo que tinha ideia no Barão era assim: vai lá, cara, executa a tua ideia aí, a gente vê.”

No CD “Puro Êxtase”, de 1998, o baixista escreveu a canção “O Sono Vem”. Ele a criou quando conhecera a sua esposa. “Eu a conheci e tal e eu queria encontrá-la, eu não conseguia parar de pensar nela. E depois não conseguia dormir por causa disso também, apaixonado.”

“E eu falei: ‘pô, se eu parar de pensar em você, o sono vem.’ Escrevi essa frase. Tava ouvindo muito U2 na época. Aí eu compus essa música e botei na minha secretária eletrônica para não esquecer. Deixava ali no violão pra lembrar. Não tinha gravadorzinho”, revela Rodrigo.

Foi gravada numa demo de voz e violão. Rodrigo apresentou a música para Frejat, que já chegava com guitarra e uma bateria eletrônica. “Cada um fazia do seu jeito”, conta. O cantor gostou. Levaram-na ao Barão: “cara, o repertório era votação, né?”. Suave, todos gostaram.

Na década de 90, o Barão explodiu. Duplo platina. Houve ainda o “Álbum”, de 96, bem como o ‘Balada MTV’, de 99. “Foi uma coisa espetacular. Teve ainda o lance dos Stones [o Barão abriu os cinco shows do grupo londrino no Brasil, em 1995]”, rememora o baixista.

Em São Paulo, os cariocas tocaram sob uma chuva torrencial no estádio Pacaembu. “A gente foi tocando, chovendo. Os instrumentos todos pararam”, relata Rodrigo. E ainda faltavam duas músicas. E todo mundo gritando debaixo de uma ducha gigante. “Porra, a plateia inteira dizendo: ‘Barão, Barão.’ Por conta da nossa ali raça tocando”, revive Rodrigo.

Barão tirou férias para Frejat se dedicar à carreira solo

Barão após show no Circo Voador: banda gravou em 2005 primeiro DVD – Foto: Fotonauta

A partir de 2001, o Barão Vermelho tirou férias. Frejat queria se dedicar à carreira solo. “Vira um outro Barão, outro momento da vida, uma coisa mais esporádica, para, volta e tal”, comenta Rodrigo Santos. O grupo se juntou em 2004. Foi quando o CD “Barão Vermelho”.

“Neste disco, a gente chegou com umas 30 músicas”, conta. “Cada um chegou com, sei lá, 10 músicas, muitos parceiros, todo mundo compondo com todo mundo.” Rodrigo é autor de três faixas. “Tinha uma quarta, ‘O Estrangeiro’, que eu havia feito com Maurício Barros e Mauro Santa Cecília e que acabou indo para o meu disco solo, meu primeiro disco solo.”

Na volta do Barão em 2017 — sem Frejat nos vocais —, Rodrigo também compôs com os barões. “Eu compus várias músicas também, todo mundo, eu, Suricato, o Maurício, o Guto e tal, já sem o Frejat, né?”, diz. Rodrigo Suricato virou frontman, além de assumir a guitarra.

“E acabou que eu saí do Barão em novembro, né? Antes de sair qualquer disco autoral do Barão, eu lancei no meu disco de 2019 uma música minha com o Suricato. ‘Um de Nós’, o nome da música. E ficou bem bonita”, afirma. “Ela ia para o disco do Barão, que foi lançado autoral depois que eu já tinha saído. É o ‘Viva’. Talvez essa música estivesse nele, não sei.”

Rodrigo decolou como artista solo. Hoje, ele percorre o Brasil. Onde passa, leva “A Festa Rock”. Além disso, anda pelo mundo com o Call The Police, interpretando o repertório da banda inglesa ao lado do guitarrista Andy Summers e do baterista João Barone. Superou o vício em álcool e drogas. Dá palestras, conselhos. Nunca se esqueceu de seus bons amigos.

Em breve, o artista lança “Rodrigo Santos Canta Nelson Motta”, com direção musical do compositor e produtor. No PiriBier, Rodrigo estará acompanhado de dois músicos goianos: Ingrid Lobo, guitarra e backing vocal, e Pedro Brito, bateria. Pode anotar: será uma festona.

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A giugno apre a Bari il Centro Europeo Ricerche Musicali, il fondatore: “Sarà un acceleratore professionale per tutto il territorio”

4 June 2026 at 16:15

Da giugno a Bari suonerà una melodia diversa. Nel capoluogo pugliese aprirà il Cerm, Centro Europeo Ricerche Musicali, un istituto di formazione, un luogo dove i giovani potranno studiare l’universo della musica e il suo funzionamento. Fondato e diretto da Antonio Princigalli, il Centro vuole essere un “acceleratore professionale, creativo e culturale”, come lo definisce lui stesso, un’occasione per apprendere, condividere e sviluppare le conoscenze relative a ogni aspetto dell’ecosistema del settore e dove favorire la crescita occupazionale.

I primi corsi istituiti per l’anno accademico 2026/2027 saranno presentati agli open days previsti il 13, 20, 27 giugno e il 4 luglio. Si tratta di Music Business e Management, con Dino Lupelli e il contributo di oltre trenta docenti; Fundraising e relazioni istituzionali, coordinato da Silvia Tarassi; From Sound to Story, dove Dario Tatoli sarà un maestro per chi vuole imparare a raccontare storie tramite il suono; Tecnico/a Audio Video Luci; Oltre l’Oriente immaginato, nel quale Nabil Bey Salameh offrrirà una panoramica critica e approfondita del mondo arabo attraverso la musica; e infine il Corso Popolare di Chitarra grattugiata in cui Massimo Zamboni suggerirà un “manuale d’istruzioni per sopravvivere suonando”.

“Il sistema musicale va rigenerato di continuo”. spiega Princigalli al Corriere della Sera. Serve immettere nuova linfa vitale in un settore in “netta involuzione a livello nazionale e regionale”, anche perché, come racconta, “ho sempre considerato quello musicale un sistema produttivo che, come gli altri, sopravvive e si sviluppa solo se c’è una ricerca continua, se c’è nuova produzione, nuovi ricercatori, nuove aziende”. Una mancanza di cui invece il manager si è accorto circa dieci anni fa: “In Italia e nella nostra regione (la Puglia ndr) c’è un tappo generazionale gigantesco”, conclude.

Il Cerm darà quindi vita a un vero punto di riferimento per la musica sul territorio, attraverso corsi, seminari, masterclass e workshop. Un’iniziativa che ha già avuto un grande seguito con più di venti partner tra festival, agenzie, centri di produzione ed etichette. Si tratta di alcune delle realtà più vivaci del panorama nazionale e regionale: secondo l’Osservatorio culturale della Puglia, nel 2024 nelle Regione i soli festival ed eventi musicali hanno creato oltre 1.200 posizioni lavorative stagionali. Occorre quindi avere figure professionali sempre più specializzate per un settore chiave nell’economia del territorio. Su questa scia, oltre allo studio, ci sarà in parallelo l’attività di ricerca, motivo per il quale è stato istituito un fondo aperto all’implementazione da parte di enti pubblici e soggetti privati con il quale si promuovono e sostengono la produzione creativa di artisti emergenti. Ci si dedicherà anche allo studio del patrimonio musicale materiale e immateriale e ai progetti sull’evoluzione dell’ecosistema musicale in tutte le sue declinazioni, con un focus specifico sullo sviluppo dell’ecosistema locale. A gennaio 2027 saranno pubblicati i primi avvisi di borse di ricerca.

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“Ad Amici ho stretto fortissimo la mano a Maria De Filippi perché non ci credevo. Le accuse di omofobia a Riccardo Stimolo? Si è scusato, è buonissimo. C’è la guerra, ma siamo speranzosi”: parla Elena D’Elia

4 June 2026 at 15:26

Si intitola “Non è mica fantasia” il nuovo singolo di Elena D’Elia, finalista di “Amici di Maria De Filippi“. L’inedito dà il nome all’Ep, in uscita il 12 giugno nella versione fisica.

Com’è stato il post “Amici”?
Quando mi sveglio la mattina, mi guardo allo specchio e dico ‘Oddio! In che senso?’. Ancora sono un po’ incredula per tutto quello che ho vissuto. Mi porto tanto dietro i rapporti con tutte le persone che ho ‘coltivato’, ho accudito lì dentro. Mi porto tutte le forti emozioni, perché la bellezza di fare un percorso del genere ti fa vivere una quantità di emozioni folli e tante, concentrate.

Qual è il tuo ricordo più intenso?
Quando ho preso la maglia dorata della Finale. È stato proprio un lasciare scorrere le emozioni, tutto dopo aver scalato una montagna altissima. È stato bello guardarmi lì, in mezzo allo studio che tremava e che diventa tutto dorato mentre stringevo fortissimo la mano fortissima a Maria De Filippi per rendermi ancora più conto che stava succedendo davvero.

Un ricordo negativo?
Dopo aver vissuto queste esperienze così piene e forti, usciti fuori dalla scuola ‘rallenta’ tutto ed è straniante. A me piace sempre fare moltissime cose. Sono tornata a Firenze, ho ultimato il disco, ho avuto tempo per riflettere e per assorbire tutto.

Ci sei riuscita?
Non sono riuscita ad assorbire ancora tutto molto bene, ma penso che sia anche il bello di lasciare un po’ scorrere le emozioni e non metabolizzare tutto al 100%.

Cosa hai capito?
Sono incredula, ma consapevole del percorso fatto di crescita, della tanta voglia di fare che mi rimane sempre in corpo, da sempre da quando sono piccola.

Cosa ne pensi della vittoria di Lorenzo?
Sono felicissima perché è un fantastico artista. Molto giovane, ma anche tanto maturo anche per la sua età. Gli voglio tanto bene e gli auguro tutto il meglio, perché è tutto meritato. Ero affascinata da qualsiasi cantante o ballerino lì dentro perché erano mossi da tanta passione. Stare in mezzo alle ambizioni degli altri così è sempre stimolante. 
E io spero di non essere stata da meno.

Tra i brani di questo disco c’è “Non è mica fantasia” e tra gli autori di questo disco c’è Riccardo Stimolo. Come mai avete deciso di scrivere una canzone insieme?
Questo brano è nato assieme a Riccardo e Lorenzo ed è nato da una semplice domanda. A Riccardo voglio tanto bene e penso abbia anche una bellissima con una forte qualità interpretativa. Anche lui si merita veramente di raggiungere tutto quello che si è prefissato e tutto quello che si immagina dalla vita. Siamo stati compagni di squadra, uniti nelle vittorie e nelle sconfitte.

Riccardo è stato accusato di omofobia per alcune sue vecchie frasi. Come l’hai vissuta?
Non è come lo hanno descritto e penso che la vicenda sia tutta sbagliata.

Perché?
Ha ammesso i suoi errori, ha capito e posso confermare che è assolutamente lontano dall’idea di quello di cui è stato accusato. Ha vent’anni ed è mosso da tanta bontà. Ha tanto amore da dare e quindi mi viene da dire solo questo su di lui. A me, come a tutti i nostri compagni, non è mai stata sfiorata l’idea per un attimo che fosse omofobo. È una accusa che non lo rappresenta proprio e può confermarlo chiunque entra in contatto con lui e lo conosce un minimo. Sbagliamo tutti nella vita e l’importante è riconoscerlo e non rifare gli stessi errori.

Canti: “Siamo giovani, lasciateci stare, siamo fatti per immaginare”. Difficile farlo per il clima di guerre e di odio che ci circonda?
È proprio per questo che canto quei versi. È importante che ci sia spazio per sognare, per amare, per sbagliare, per rialzarsi, per vivere la vita proprio in questo periodo così buio. C’è anche tanto vuoto attorno…

Come mai?
Siamo un po’ figli della ‘tecnologia’ che ci apre però a mondi sconosciuti, di solitudine… Per questo, secondo me, dobbiamo sempre essere aperti ad esprimerci, lottando per avere un qualcosa da dire, di avere un qualcosa da sognare nonostante il contesto.

Pensi davvero che possa esserci un mondo migliore per voi?
La speranza è l’ultima a morire, si dice, fino a quando possiamo crediamo nel meglio, perché siamo noi che siamo al comando del nostro pensiero e quindi se possiamo farlo ben venga.

In “Wanda” dici: “Volevo interrogarmi, gli errori sono tanti”. Ne hai fatti già così tanti nonostante la tua giovane età?
Eh per miei vent’anni sono tanti (ride, ndr). In tanti momenti della mia vita avrei voluto reagire in maniera diversa. C’è stato un momento in cui ho rallentato tutto perché avevo vissuto delle delusioni e avevo sbagliato nel giudizio di determinate persone, il che mi ha portato a tutto questo, ad attutirmi un po’ nei confronti non della vita. Avrei voluto non sbagliare, ma in realtà no perché se non avessi mai sbagliato non sarei mai cresciuta. E quindi mi interrogo sugli errori che sì, sono tanti, ma poi ricomincio a vivere.

in “Lolita” parli di aspettare il karma. Ti riferisci a chi ti ha deluso?
Si dice’ non fare agli altri quello che non vuoi venga fatto a te stesso’. Ci credo tanto perché se semini del male, tante volte è difficile raccogliere il bene.

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Cinque Vasco Rossi appaiono in giro per le città italiane: 5 come 50 anni di carriera. Arriva l’annuncio dei più eventi del 2027 per 500mila persone?

4 June 2026 at 09:27

Non uno, ma ben cinque Vasco Rossi sono apparsi sui manifesti elettronici di oltre venti città italiane da Milano a Roma, da Bologna a Napoli. Cinque espressioni del rocker a raffigurare le sue molteplici anime, cinque come cinquanta il numero degli anni di carriera che il prossimo anno l’artista si appresta a festeggiare “con più eventi per oltre 500mila persone”.

L’iniziativa diffusa compare mentre il tour 2026 entra nel vivo, dopo la data zero di Rimini, e si prepara a fare tappa a Ferrara, dove il 5 e 6 giugno sono attesi 120mila spettatori al Parco Urbano G. Bassani. Nessuna comunicazione ha accompagnato la comparsa delle immagini, il che ha naturalmente alimentato le interpretazioni più varie da parte del pubblico.

Sul profilo ufficiale del cantante invece qualche considerazione sul tour iniziato da Rimini con la data zero: “Giugno, ormai, arrivano due cose sicure: il caldo… E i concerti di Vasco. Quest’anno il tour sarà all’insegna della provocazione. Ironica. Feroce. Rock. Per sdrammatizzare… O forse per esorcizzare questo periodo storico così buio, pieno di odio, violenza e paura.

E ancora: “Noi continuiamo a considerare la musica e i concerti una forma di resistenza attiva. Contro la paura. Contro la violenza. Contro la legge del più forte. Quella esercitata brutalmente tra guerre di conquista e sterminio da arroganti prepotenti e sociopatici individui a capo di immense potenze. E allora noi rispondiamo così: con le canzoni. Con migliaia di persone insieme. Con la vita. Con un po’ di sana, scandalosa, felicità collettiva”.

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Il tribunale social prende di mira Tiziano Ferro dopo l’inizio del suo tour: ora tocca a noi fan supportarlo

3 June 2026 at 16:14

di Laura Ruzzante

La “data zero” è, da sempre, un patto di sangue tra l’artista e il suo pubblico. Non è la perfezione della prima alla Scala; è il motore che si scalda, la carne viva che si rimette in gioco. E a Lignano Sabbiadoro, davanti a un colossale, monumentale schermo di 60 metri che tagliava il cielo, Tiziano Ferro ha fatto esattamente questo: ha rimesso in gioco la vita. Dopo gli anni bui, i problemi di salute, il dolore lacerante di un divorzio sbattuto in piazza, il “Sono un grande” tour è partito. E puntuali, immancabili, tragici come una cambiale scaduta, sono partiti anche i cecchini del web.

La gogna dei mediocri

Il tribunale dei social, quella fogna a cielo aperto dove chiunque si sente autorizzato a fare il critico musicale, il dietologo e il confessore, ha emesso la sua sentenza preventiva: “è sovrappeso”, “ha il fiatone”, “ha perso la voce”. La fiera della meschinità. Gente che fatica a fare le scale di casa che pretende la perfezione atletica da un uomo che ha passato l’inferno e ha avuto il coraggio di ripresentarsi su un palco.

Siamo alle solite: “Le persone ti perdonano tutto, tranne il successo”, diceva il saggio. È il cancro della gogna social, quel bullismo digitale che, nei casi più tragici, spinge le persone al baratro. Ma la dinamica psicologica di questi leoni da tastiera è tanto feroce quanto ridicola: se incontrassero Ferro per strada, quegli stessi odiatori seriali sarebbero i primi a calare le braghe, a sfoderare il sorriso migliore e a mendicare un selfie da esibire come un trofeo.

L’anima contro l’algoritmo

Parliamoci chiaro, con la schiettezza che si deve alla verità: è stato un concerto perfetto? No. Ci sono state sbavature? Sì. Ma è stato un problema? Nemmeno per idea.

In un’epoca musicale desolante, dominata dall’autotune che rende i cantanti tutti simili a robot da catena di montaggio, in un mercato saturato dai vari Bangaranga che vincono l’Eurovision all’insegna del rumore e della provocazione spicciola, uno come Tiziano Ferro è un patrimonio dell’umanità pop. Ad avercene, di artisti così. Musicisti che sul palco non portano una chiavetta Usb con le tracce pre-registrate, ma portano il cuore. Tiziano dà tutto: ride, piange, esulta, arranca, risorge. E, soprattutto, emoziona. Fa sorridere il cuore.

Un abbraccio collettivo

Dietro i numeri di una scaletta stordente, che fila via come la colonna sonora della nostra giovinezza — da Sere nere a Non me lo so spiegare, da Xdono a La fine, passando per la potenza emotiva de Il conforto e Accetto miracoli — c’è la storia di un uomo che ha deciso di non nascondersi. Ed è qui che la critica deve fermarsi per lasciare spazio all’empatia, all’umanità profonda che da sempre unisce un artista vero a chi lo ascolta.

Tiziano ci ha regalato testi indimenticabili, ha dato voce ai nostri silenzi, ha curato le nostre ferite quando eravamo noi a non sapercelo spiegare. Ora i ruoli si invertono. Un uomo che ha sofferto così tanto e che si rimette davanti a uno stadio merita ammirazione, rispetto e supporto. Non i pollici versi di quattro frustrati. Adesso sta al pubblico, quello vero, fare da scudo. Sta a noi stringerci attorno a lui e restituirgli, con gli interessi, la vicinanza di cui ha bisogno per tornare a essere quel gigante che non ha mai smesso di essere. Il resto è solo rumore di fondo.

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È morto Peabo Bryson, la voce della colonna sonora di “Aladdin” e “La Bella e la bestia”. Pilastro del Rythm and Blues americano. La famiglia: “Ha avuto un ictus”

3 June 2026 at 09:52

La sua voce e le sue canzoni hanno incantato i fan dei capolavori della Disney come “Aladdin” e “La bella e la bestia”. Oggi quella voce si è spenta. Peabo Bryson, tra i pilastri del Rythm and Blues americano, è morto martedì 2 giugno a Marietta, nello Stato della Georgia, all’età di 75 anni. La famiglia ha annuciato il decesso, spiegando che il cantante è morto a causa delle complicazioni seguite a un ictus che lo ha colpito lo scorso fine settimana.

“Siamo profondamente commossi dall’affetto, dalle preghiere e dal sostegno ricevuti da fan, amici e colleghi di tutto il mondo – ha dichiarato la famiglia in una nota – Sebbene i nostri cuori siano spezzati, troviamo conforto nel sapere quanto Peabo fosse amato e quante vite abbia toccato con la sua voce e il suo spirito generoso. La sua eredità musicale vivrà per generazioni”.

Negli ultimi anni aveva affrontato seri problemi di salute. Nel 2019 era sopravvissuto a un grave infarto che lo aveva lasciato clinicamente morto per quasi trenta minuti. Dopo quella esperienza aveva scelto di dedicarsi maggiormente al benessere fisico e alla salute, continuando comunque a esibirsi dal vivo. Solo poche settimane fa aveva tenuto un concerto in Georgia, nell’ambito delle celebrazioni per i suoi cinquant’anni di carriera.

Tra i successi “Tonight I Celebrate My Love” e “If Ever You’re in My Arms Again”. Poi i due classici Disney, entrambe vincitori del Golden Globe e dell’Oscar per la migliore canzone. Nel 1992 l’apice della popolarità con “A Whole New World”, interpretata insieme a Regina Belle per il film d’animazione “Aladdin”. Il brano conquistò le classifiche, diventando uno dei simboli musicali dell’epoca.

L’anno successivo Bryson vinse il primo Grammy Award grazie al duetto con Céline Dion in “Beauty and the Beast”, canzone portante del film di animazione “La Bella e la Bestia” (1991). Nel 1994 arrivò il secondo Grammy consecutivo proprio per “A Whole New World” (nella versione in italiano della colonna sonora di “Alladin” il titolo della canzone è “Il mondo è mio”).

Il nome completo è Robert Peapo Bryson ed è nato il 13 aprile 1951 a Greenville, nella Carolina del Sud. L’artista sviluppò fin dalla più tenera età una profonda passione per la musica, coltivata grazie all’influenza determinante della madre, che lo introduceva regolarmente al mondo dei concerti. Nell’adolescenza, aveva maturato la ferma convinzione di voler dedicare l’intera esistenza alla musica, una scelta coraggiosa che non mancò di suscitare le preoccupazioni della famiglia, consapevole delle insidie e delle incertezze che il mondo dello spettacolo riserva.

Mossi i primi passi nel panorama musicale come corista in diversi ensemble, decise in seguito di semplificare la grafia del suo secondo nome, adottando la forma “Peabo”, più immediata e d’impatto. Nel 1967 siglò il suo primo contratto discografico, un traguardo che aprì le porte a una carriera destinata a lasciare un segno indelebile nella storia della musica. Il debutto ufficiale come artista solista giunse nel 1976 con la pubblicazione dell’album “Peabo”, cui fecero seguito i fortunati lavori “Reaching for the Sky” e “Crosswinds”, entrambi insigniti della prestigiosa certificazione disco d’oro, a testimonianza del rapido e meritato consenso riscosso dal pubblico.

Tantissimi duetti nel corso della carriera: Minnie Riperton, Natalie Cole, Roberta Flack, Regina Belle, Melissa Manchester, Deborah Gibson e Linda Eder.

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