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Mi dichiaro antifascista !

5 June 2026 at 15:59

Mi dichiaro antifascista. Che sollievo.

Ringrazio il sindaco di Verona, l’ex calciatore Damiano Tommasi assai Democratico (con e senza maiuscola) per averla pensata giusta: ha deciso che per ottenere un passo carraio nella città di Giulietta, oltre alla tassa relativa, i richiedenti firmino una dichiarazione di antifascismo.

Pur non abitando a Verona e non avendo necessità di un passo carrabile, intendo presentare e sottoscrivere l’istanza. Finalmente sarò al riparo da attacchi, sospetti, maldicenze.

La mia città, Genova, ha anticipato da anni il primo cittadino scaligero, pretendendo, per le associazioni che utilizzano spazi civici per eventi ed attività, analoga autocertificazione con una mano sul cuore e l’altra sul portafogli. Orgoglio della Superba, perbacco.

L’antifascismo è oggi un concetto vuoto, simile a chi si dichiarasse pro o contro Napoleone Bonaparte. Tutto ciò che non piace alla gente che si piace è ipso facto chiamato fascismo, categoria eterna del Male.

Dunque, il bene è antifascista: è la proprietà transitiva, parola di Aristotele.

Non conta alcuna riflessione sul fascismo storico, sulla sua inesistenza nel presente e qualunque altra obiezione. Se lorsignori assicurano che ogni male è automaticamente fascista, bisogna schierarsi dalla parte del bene.

A che serve ricordare che l’obbligo di antifascismo non è previsto da alcuna legge? Tanto vale, a Verona e altrove, per il passo carrabile, l’uso di spazi civici o altro, firmare quello che fa piacere al potere.

È un po’ come l’autorizzazione all’uso dei dati personali che firmiamo in calce ai moduli più svariati o l’accettazione dei cookies per accedere a un sito web. Sono le nuove frontiere obbligate, le dogane immateriali postmoderne. Una in più non potrà farci più male di altre innumerevoli imposizioni quotidiane.

Per di più, dichiararsi antifascisti ci permette di entrare nella buona società e diventare cittadini modello della democrazia. Una bella comodità: libera dal peso di elaborate premesse, consente perfino di assumere posizioni non del tutto ortodosse.

È un ombrello protettivo, un lasciapassare universale. Dal momento della firma – anche in formato elettronico- riacquistiamo la nostra libertà, conculcata dall’ombra del sospetto di essere, Dio non voglia, loschi figuri No–Antifa.

Propongo che all’atto della sottoscrizione venga fornita una spilletta, una “cimice” da esibire sul risvolto degli abiti, giusto per togliere ogni dubbio e tranquillizzare l’OVRA (Opera Volontaria Repressione Anti-antifascista).

Sbrigata la pratica burocratica e dichiaratomi antifascista, posso finalmente dire ciò che è pericoloso senza il prezioso certificato.

Ad esempio, che l’esclusione di Erri De Luca da un festival letterario per le sue posizioni filo sioniste a stretto rigore è un atto fascista, giacché punisce la libertà di pensiero e parola, discriminando su base ideologica (articoli 3 e 21 della benemerita costituzione antifascista).

De Luca mi è cordialmente antipatico, sono contrarissimo alle sue idee su Gaza e Israele, ma difendo il suo diritto ad esprimerle.

Forse, ha smarrito il certificato Antifà, che permette di dire tutto ciò che si vuole, naturalmente entro il perimetro “anti”.

Abilita perfino a comportarsi come gli esecrati nemici, chiudere la bocca all’avversario, negargli agibilità politica e dignità personale in quanto fascista a giudizio insindacabile del collettivo antifà, riunito in seduta permanente nelle redazioni, nelle università, negli uffici pubblici, nelle piazze.

L’antifascismo è il patentino universale, la chiave che apre tutte le porte. Meglio ancora: è il green pass del buon cittadino. O ce l’hai e campi tranquillo o sei un reprobo e un nemico del popolo. Meglio non rischiare.

Ricordate la tessera del partito nazionale fascista? Bisognava averla o erano guai. Ai suoi tempi Leo Longanesi avvertiva che in Italia esistono due tipi di fascisti: quelli propriamente detti e gli antifascisti.

Forse davvero il morto regime e il famigerato ventennio sono il ritratto di famiglia del nostro popolo, come afferma la cultura liberal.

Dunque, va estirpata ogni traccia del Male Assoluto (parola di Gianfranco Fini che se ne intende) e pretesa la dichiarazione di antifascismo.

Per lenire il fastidio dei riottosi, un argomento a favore del green pass Antifà è la sua estensione: se tutti siamo antifascisti, nessuno è fascista e entrambi i termini vengono destituiti di significato e consegnati agli storici, se non agli archeologi.

Inoltre, se la dichiarazione diventa un obbligo, il dazio da pagare alla dogana democratica, è ampiamente giustificato moralmente chi firma controvoglia. Non accettiamo forse senza leggerle o capirle clausole contrattuali capestro con le banche, le assicurazioni, i fornitori di servizi?

Consentiamo senza fiatare che i nostri dati personali siano compravenduti e l’invasione nella nostra navigazione in rete ci sia negata senza l’Ok preventivo.

Dai, firmiamo lo stampato e tiriamo avanti. Teniamo famiglia, dobbiamo vivere e lavorare, magari ci serve il passo carraio. Tanto, il potere, di qualunque ideologia si travesta, è sempre contro di noi, pretende obbedienza e sottomissione.

Magari con il green pass in bella vista potremo assentarci alle manifestazioni del 25 aprile, fingere di non ricordare le parole di Bella Ciao, cambiare canale all’omelia di fine anno del presidente.

Saremo (più o meno) liberi di dire quel che ci aggrada, al riparo dell’ombrello arcobaleno Antifà. Suvvia, facciamo contento il sindaco Tommasi, i suoi democratici seguaci e l’ANPI.

Il potere di ieri chiedeva – più spesso imponeva- obbedienza e sottomissione. Quello di oggi in più pretende l’applauso, l’adesione convinta e in forma scritta. Ne ha diritto: è l’Impero del Bene. Antifascista, naturalmente.

L'articolo Mi dichiaro antifascista ! proviene da Blondet & Friends.

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In un mondo in cui il grande pubblico, noi tutti, vediamo il cibo rappresentato, raccontato, cucinato e mangiato in tv, o più ancora sui social, moltiplicato dall’articolo della rivista di settore o dal reel mordi e fuggi, sopravvive ancora l’eredità di ricordi ed emozioni familiari legati al cibo? Il ricettario della nonna è un’espressione ormai datata o in qualche casa possiamo ancora ritrovarlo vivo?

Se andiamo a leggere le biografie degli chef, spesso affermati e di successo, una mamma che cucina e prima ancora una nonna le troviamo di frequente. Anche qui, ammesso che non si tratti di biografie un po’ romanzate, siamo comunque nell’ambito di professionisti della ristorazione, ma nelle case di noi tutti la tradizione, la conoscenza alimentare è ancora un lascito di cui fare tesoro? E le nuove generazioni che cosa ne fanno di questo lascito?

Per rispondere a queste domande sull’evoluzione del costume alimentare italiano, l’alchimista Anna Prandoni ha riunito sul palcoscenico del Festival di Gastronomika una coppia di testimoni della condivisione legata al cibo: Samanta Cornaviera, archeologa culinaria, e Chiara Maci, food expert, volto televisivo e scrittrice.

Samanta Cornaviera è una speaker nella vita e ad ascoltarne la dizione lo si indovina subito; è appassionata di antichi ricettari novecenteschi con un amore che va oltre l’interesse filosofico-letterario e diventa pratica. Supportata da cuochi e amici spesso queste ricette Samanta le recupera e le fa realizzare, assaggiare e apprezzare in eventi che hanno il sapore del passato e la fragranza di una torta Mazzini appena sfornata.

Chiara Maci è interprete della cucina in una maniera molto ampia, oggi come scrittrice non solo di ricette ma anche di romanzi. Sul tema della trasmissione familiare dell’amore per il cibo, la storia di Chiara è esemplare, a tratti quasi estrema: «Arrivo da un’ossessione per la cucina in casa mia, il papà che ci portava in giro per ristoranti, la mamma ci ha cresciuti con la cucina del Cilento». I suoi ricordi sono quelli di una mamma che ha sempre cucinato, un esempio visivo senza nessun insegnamento tecnico in particolare: «Non ricordo una dose data da mia madre. La mia è stata una famiglia che mi ha insegnato la cultura alimentare. Noi tutti e tre fratelli siamo sommelier, mi hanno insegnato a bere bene perché è cultura. Per reazione a tutta quell’enogastronomia, il primo Vinitaly a sei anni, mi sono fiondata su tutt’altro, come giurisprudenza, salvo poi tornare lì perché è quello che amo. Importante è che tutto questo non finisca, è un rito che fa famiglia». Una sorta di viaggio di ritorno, l’educazione al buono e al bello non si possono rimuovere.

Chiara Maci ph. @GaiaMenchicchi

E oggi? Oggi Chiara è mamma due volte e almeno in un caso c’è già chi sta seguendo le orme di famiglia: «la prima figlia, che ha dodici anni, è molto brava in cucina, anche con la voglia di provare a fare a occhio, io la lascio fare: mio figlio invece non ha nessuna propensione per la cucina». Rispetto al web e ai social Chiara è stata tra le prime, assieme alla sorella Angela, a credere nella condivisione di ricette: «Già sedici anni fa, prima di Instagram, ho creduto al potere dei social come strumento di condivisione e proprio lì ho iniziato a condividere ricette della mia famiglia che chiunque in giro per il mondo poteva leggere».

Il quaderno delle ricette 2.0, online e a disposizione di tutti, per una trasmissione che da familiare diventa globale. Un inizio con la voglia di essere utile agli altri, ci racconta Chiara, che oggi lo fa con la voglia di divertirsi e affiancando anche altre attività figlie di una creatività cresciuta nel tempo. Se poi i social davvero insegnino a cucinare, come un tempo faceva l’esempio delle precedenti generazioni, è tutto da dimostrare. Sono uno strumento, dipende dall’uso che se ne fa, secondo Chiara: tutorial e video più tecnici hanno sicuramente un intento divulgativo, per altri creatori di contenuti può essere più una questione di intrattenimento. Oggi rispetto a qualche anno c’è stata un’evoluzione, o meglio, un’accelerazione, i contenuti proliferano e quasi si crea un rumore di fondo da cui diventa difficile per molti distinguere l’autenticità dei messaggi.

Anche l’analisi storica di Chiara Maci registra profondi mutamenti: «È cambiato il contenuto e la finalità, prima non si pensava a un futuro lavorativo. All’inizio per me la cosa più incredibile era poter scrivere liberamente, mi sentivo una giornalista e addirittura ero letta, coi commenti delle persone in tempo reale, ricordo ancora le emozioni di allora e mi faceva venire voglia di scrivere sempre di più. Adesso chi inizia parte già con l’obiettivo di fare visualizzazioni, meno spontaneo; io sono sempre comunque pro-evoluzione, sono felice che la cucina sia diventata un po’ di tutti, anche se mi spiace vederla diventare un trend. Mi diverte il fatto che tutti parlino di cibo soprattutto post Covid, è inclusivo».

Samanta Cornaviera, con la sua collezione di libri di ricette, racconta la storia con la S maiuscola che spesso passa anche dalle cucine. In casa sua la trasmissione non è pratica, fatta di gesti in cucina, ma più filosofica, e non potrebbe essere altrimenti con questo retroterra culturale: «ho un figlio maschio e perlomeno gli ho insegnato il gusto, cosa è buono e cosa non lo è. Il sugo ambrosiano di Ada Boni del 1932, la torta Mazzini ancora del secolo prima, gli ho lasciato la memoria storica del gusto. Sa scegliere e per me questo è già abbastanza». Spesso le ricette del passato sono state scritte da cuochi o appassionati gourmet con procedimenti improvvisati e risultati incerti, ci racconta Samanta. Forse il gusto letterario aveva la meglio sul risultato gustativo di quelle ricette. Gli stessi nomi dei ricettari erano evocativi, basti pensare a “Il talismano della felicità” del 1927 di Ada Boni. Per non parlare della cucina futurista di Marinetti, vero fuoco d’artificio di nomi dal Carneplastico all’Aerovivanda.

Samanta Cornaviera ph. @GaiaMenchicchi

Quanto alla famiglia di origine di Samanta è facile trovare motivi del suo interesse per la cucina, essendo figlia di un panettiere-pasticcere: «In vita mia ho rubato con l’occhio e ricordo di mio padre come con la mano prendeva il malto, o di come tagliava la focaccia. Mia madre lavorava in negozio, la domenica diventava casalinga con la pentola di ragù sul fuoco già dal mattino. Per cui rifaccio delle ricette che faceva lei, come la verza con il latte, però tutto tramandato oralmente».

È ora di guardare indietro e andare avanti, secondo Samanta, e il suo non è un facile slogan: «Da tempo faccio degustazioni di biscotti d’epoca (il biscotto ambrosiano del primo ricettario post-unitario d’Italia con marmellata albicocche e glassa Curaçao), da lì mi è venuta la voglia di fare una linea di biscotti d’epoca. Ho creato un packaging e una pubblicità con l’intelligenza artificiale, ed è venuta bene!». A livello produttivo Samanta non ancora trovato uno sbocco concreto, ma l’idea rimane buona e prova che archeologia culinaria e strumenti del futuro possono andare a braccetto se conditi con una dose di inventiva.

Ph. @GaiaMenchicchi

A questo punto del dibattito la coppia riunita da Anna Prandoni rivela molti più punti di contatto del previsto e mette a fuoco l’ingrediente segreto della trasmissione familiare dell’amore per il cibo, e inaspettatamente forse non si tratta solo di ricette né di ricettari in senso stretto.

Alain Chapel, storico cuoco francese del secolo scorso e figura emblematica della nouvelle cuisine, scrisse un libro di ricette, “La cuisine c’est beaucoup plus que des recettes” (la cucina è molto di più di semplici ricette). E forse il senso della trasmissione e il collante di queste due storie sta proprio qui: l’imprinting familiare è una questione di sensibilità e di cultura del cibo, in un’entusiastica staffetta generazionale, slegata dalla tecnica, che volendo si può sempre imparare, da procedimenti e dosi che pure possono esserci, ma senza quell’humus culturale sono nozioni destinate all’oblio.

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