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GICA | “Dai laboratori in Ucraina al caso Covid, il dossier che inquieta Trump”

10 June 2026 at 08:49

Dario Chiesa

Pubblicato 9 Giugno 2026

Tulsi Gabbard, ex direttrice dell’intelligence USA (ANSA/EPA/LUKE JOHNSON)

Tulsi Gabbard non è più direttrice dell’intelligence americana. Seguiva un piano di Trump contro le ricerche sui virus all’estero con soldi USA

Il prossimo 30 giugno diventeranno effettive le dimissioni di Tulsi Gabbard dalla direzione dell’ODNI (Office of the Director of National Intelligence), l’ufficio che supervisiona le 18 agenzie di intelligence degli Stati Uniti. La Gabbard ha motivato la sua decisione con problemi familiari, ma diversi commentatori hanno avanzato l’ipotesi di una sua rimozione da parte di Donald Trump. A suo tempo, la Gabbard aveva negato che l’Iran avesse armi nucleari, prendendo le distanze dalla posizione di Trump. Una rimozione che si affianca a quella, all’inizio di aprile, di Pam Bondi, Attorney General degli Stati Uniti, che tra i suoi compiti ha anche la supervisione dell’FBI.

Lo scorso mese, una decina di giorni prima che la Gabbard dichiarasse ufficialmente le sue dimissioni, è apparso un interessante articolo sul New York Post sul ruolo della Gabbard nel programma, voluto da Trump, per interrompere le ricerche sui virus che potrebbero rivelarsi pericolose. Si tratta di quelle ricerche di potenziamento delle capacità di un virus (in inglese gain-of-function), dirette a comprendere meglio le possibili conseguenze di un’epidemia e, quindi, a preparare adeguati vaccini e antivirali.

La questione è emersa pesantemente con l’epidemia di Covid-19 e l’ipotesi che il virus fosse uscito, accidentalmente, si dice, dal laboratorio cinese di Wuhan; quindi, non naturale, ma esito di ricerche del tipo descritto. Nelle ricerche del laboratorio cinese erano coinvolte, anche finanziariamente, istituzioni pubbliche statunitensi.

La Gabbard stava investigando su più di 120 laboratori di biologia situati all’estero, sovvenzionati in qualche misura da contributi statunitensi, con lo scopo di evitare possibili danni alla salute dei cittadini degli Stati Uniti e di tutto il mondo. In questa intervista, Gabbard attacca l’immunologo Anthony Fauci e i collaboratori del presidente Biden per aver negato l’esistenza dei finanziamenti statunitensi.

Un mese dopo l’invasione russa, l’Amministrazione Biden aveva negato, in particolare, la partecipazione a laboratori in Ucraina, affermando che si trattava di propaganda russa e cinese. Invece, in un documento del Dipartimento della Difesa del marzo 2022 si afferma che gli Stati Uniti hanno da parecchi anni finanziato laboratori di ricerca in quel Paese. Nel documento, però, si accusa la Russia di spargere notizie menzognere sull’intenzione degli Stati Uniti di utilizzare questi laboratori per sviluppare armi biologiche.

Ammonterebbero a 46 i laboratori ucraini sotto la supervisione statunitense e il documento del Dipartimento sottolinea ripetutamente come uno degli scopi principali dell’intervento americano sia proprio la prevenzione di fughe di virus e, tanto più, di un loro utilizzo non corretto. La guerra in corso aumenta questi rischi, soprattutto nel caso in cui la Russia si impossessasse di qualcuno di questi laboratori. Su questa linea si pone il decreto emanato da Trump lo scorso maggio per proibire finanziamenti federali a laboratori che svolgano ricerche di potenziamento dei virus situati in Cina, Iran o altri Stati che non esercitino un’adeguata sorveglianza.

A quanto pare, dietro le quinte era ed è in corso una sorta di guerra biologica, per il momento in fase preventiva, ma il caso Covid dimostra quanto labile sia il confine con una sua effettiva attuazione. In questo contesto, l’incarico della Gabbard era di rilevante importanza ed è naturale che le sue dimissioni destino discussioni. E preoccupazioni, vista l’ormai conclamata abitudine di Trump di disporre dei suoi ministri a proprio piacimento e convenienza.

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Il mese della Madonna e quello del gay pride

9 June 2026 at 14:33

Non c’è che dire, il progresso avanza a grandi passi nella postmodernità terminale. Prima avevamo maggio, il mese delle rose e della Madonna, ora ci tocca giugno, il mese del gay pride, l’orgoglio omobitransessuale e più ne ha più ne metta.

Gli orientamenti sessuali, guai a chiamarli diversamente, sono decine; di qui il segno + in coda alla litania LGBTQI.

L’epicentro è quest’anno Torino e – al di là della guerra sui numeri dei partecipanti al baccanale – l’evento non delude le aspettative.

Soliti eccessi, ostentazione di ogni perversione (pardon gioiosa modalità di esprimere le pulsioni libidinali), oscenità assortite, provocazioni, bizzarrie, insulti, blasfemia.

L’happening situazionista della società dello spettacolo, ormai stucchevole e ripetitivo, ha tuttavia modificato il copione con l’inserimento dei bambini.

I primi effetti dell’educazione affettiva omo che ha raggiunto le scuole o la malsana follia di qualche genitore 1, 2, 3, gestante o non gestante, naturale (mi correggo, biologico) o in affitto.

Un maschietto di circa otto anni brandiva un cartello con la scritta arcobaleno “più froci, meno fasci”. Insigne programma politico che dovrebbe inquietare persino l’ANPI. Lì accanto, altri bimbetti osservavano apparentemente divertiti le discutibili performance, gli eccessi e le mise imbarazzanti di alcuni/e appartenenti alla parrocchia LGBT.

Possibile che solo il vecchio scrivano si indigni dinanzi a un indottrinamento infantile così sfacciato? Nessuno protegge i bambini?

Se qualcuno usa la parola frocio – o finocchio – si aprono le cateratte del cielo, ma loro possono tutto, orgogliosi araldi della postmodernità rovesciata.

Un gruppetto di LGBT cattolici è riuscito a imbarazzare il vescovo di Padova – loro amico – organizzando una “frocessione”. Dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive.

Chi scrive compulsa il calendario delle manifestazioni del gay pride (adesso sbrigativamente solo pride, l’orgoglio per antonomasia, il solo ammesso) tutte con il patrocinio comunale, allo scopo di non imbattersi nella confraternita.

L’orgoglio genovese è disporre di una consulente per le tematiche LGBT con budget di 156 mila euro annui. Costei si è segnalata per dichiarazioni violente e volgari contro gli orrendi “omofobi” e ha accusato la chiesa cattolica di assassinio. Silenzio assordante della curia. Meglio tacere che dire sciocchezze.

Al tempo del primo provvedimento del sindaco Silvia Salis, la registrazione anagrafica di una bimba con due madri, l’arcivescovo affermò come un Don Abbondio qualsiasi che si trattava di decisioni insindacabili dell’autorità civile.

A Torino, i teorici del pride hanno lamentato l’assenza di alcuni “diritti”. Quali, di grazia? Forse gli omosessuali, i transessuali e il resto della galassia queer non possono lavorare, parlare, diffondere il loro verbo? Qualcuno li caccia dal territorio nazionale?

Occorre svolgere alcune considerazioni, pacate ma non troppo. Chi scrive, prima dell’esplosione omosessualista degli ultimi vent’anni, non aveva nulla contro di loro. Disapprovava ma prendeva atto della libertà di comportarsi come aggrada tra adulti. Ma il troppo stroppia.

La condizione omosessuale è diventata un vanto, una medaglia al valore; nulla di strano nella civilizzazione che muore di progresso, diritti e false libertà. Resta il dovere morale di dissentire. A partire dall’uso delle parole.

Non rimpiango definizioni volgari o offensive, ma rifiuto la parola gay. Diventata globale – come tutto ciò che è detestabile – significa gaio, felice. Per quale arcano motivo è felice la condizione dell’omosessuale e non quella del soggetto sessualmente normale (straight, nell’inglese pre-globish) o, se avete accettato la neolingua nemica, dell’etero o cisgender? La maggioranza degli uomini e delle donne sono forse tristi o corrucciate perché hanno inclinazioni intime “normali”?

Perché dev’essere ostentata come orgoglio una condotta fino a pochi decenni fa considerata ufficialmente un disturbo o una patologia?

Forse non lo è, ma una società non regge, si estingue e muore meritatamente tra dubbi piaceri rovesciati, divenuti scopo dell’esistenza ed elemento centrale di identità, se santifica modelli e stili di vita opposti a ciò che ha stabilito la natura. Può, forse deve tollerarli per amore di libertà, ma non può proporli come modelli, tanto meno chiamarli orgoglio.

Io non avverto fierezza nel provare attrazione per l’altro sesso; ritengo semplicemente di corrispondere al progetto della natura, dell’evoluzione o di Dio sul creato. Che ci è stato trasmesso in quanto le generazioni si sono succedute attraverso la nascita di nuovi membri per mezzo dell’incontro affettivo e sessuale tra maschio e femmina. Forse sono troppo ignorante per considerare normale (la parola proibita…) l’orgoglio dell’inversione.

Fuorviante, oltreché ideologicamente orientata, è l’espressione omofobia. Significa – o dovrebbe significare, in termini linguistici – parola dell’uguale. Un imbroglio. Da qualche anno la parola – di cui va sottolineato l’insistito approccio patologico, giacché le fobie sono malattie nervose – è unita alla trans fobia, l’avversione o il timore dei transessuali e persino alla bi-fobia contraria ai bisessuali.

Chi scrive ammette un’avversione invincibile per il tentativo di diffondere la transessualità nei minorenni e perfino nei bambini, per mezzo della disforia di genere, l’asserita non corrispondenza tra il sesso reale e l’autopercezione sessuale, un altro groviglio dell’esausta postmodernità.

Non resta che augurarsi che agli eventi del mese “al contrario” ci si abitui sino all’indifferenza, come successe al marziano a Roma di Ennio Flaiano, ma non capiterà.

Alzeranno costantemente l’asticella e continueranno a fare male alle generazioni più giovani, sino ai bambini portati in corteo, esibiti con cartelli, abbigliamento e talora atteggiamento incompatibile con l’età e la retta educazione alla vita.

Non gli omosessuali in quanto tali – molti dei quali estranei alle ostentazioni – ma certi teorici e militanti sono personaggi insopportabili, se si può ancora dire senza incorrere nel delitto di odio.

Facciano ciò che vogliono tra adulti nelle loro camere, ma lascino stare minori e bambini, né chiamino orgoglio ciò che prediligono.

In una civiltà non ancora marcita, le adunate arcobaleno verrebbero travolte non dal moralismo ma dal ridicolo.

Nella postmodernità progredita, liberata, libertaria e libertina, possiamo solo cercare di tenercene alla larga. Il gaio, orgoglioso suicidio della civilizzazione che fu la nostra civiltà, avanza tutto l’anno e raggiunge la sua acme a giugno.

Era meglio maggio, tra rose profumate, nozze tra uomini e donne, devozione a Maria. Oggi giugno significa gay pride, ma domani andranno a La Mecca. La pena del contrappasso.

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Kushner non si prende solo l’Albania

9 June 2026 at 14:28

Ciò che sta avvenendo in Albania, con la cessione dell’isola di Sazan a Kushner e soci, è solo un’anticipazione di quanto avverrà su scala più ampia nell’intero sistema di isole del Mediterraneo. Il pensatore e geopolitico belga Jean Thiriart, tempo fa, fece notare come, dallo stretto di Gibilterra fino a Cipro, il fu Mare Nostrum fosse (ed è) centrale per il controllo nordamericano dell’Europa attraverso le diverse installazioni NATO sul sistema di isole che dalla Sardegna e la Sicilia (vero e proprio feudo USA in Italia) arriva proprio a Cipro passando per Malta e Creta. Bene, oggi Israele si sta progressivamente sostituendo alla NATO.

Cipro è piuttosto compromessa; come Creta dopotutto, entrambe inserite nello schema infrastrutturale gasifero dell’EastMed a trazione israeliana. A Cipro, ormai, parte del territorio acquisito dalle società israeliane è ormai inaccessibile ai ciprioti (da non dimenticare che la stessa Cipro è stata utilizzata da tanti cari oligarchi ucraini con doppio passaporto per il loro schemi di riciclaggio di denaro sporco).

Creta, così come la vicina penisola greca del Peloponneso, è ormai una base operativa per l’addestramento dei piloti israeliani (Grecia e Israele sono ormai alleati su più livelli). Enclavi sionisti sono già presenti in Albania, dove c’è pure la base del movimento terroristico MeK; una vera e propria setta pseudo-religiosa di oppositori alla Repubblica Islamica dell’Iran che viene spesso elogiata pure dalle nostre istituzioni.

Il MeK ha spesso operato in Iran in cooperazione con il Mossad per assassinare scienziati e personalità politiche e militari iraniane, e pure semplici civili, come avvenne nel corso dell’operazione “Luce Eterna” alla fine del conflitto tra Iran e Iraq. Sull’altro lato del Mare Adriatico, Israele è presente nel Salento con enclavi simili a quelle costruite a Cipro. In Sardegna, invece, sono stati inviati in congedo (a riposare) tanti uomini dell’IDF evidentemente stanchi di sparare su bambini a Gaza.

Non dimentichiamoci, inoltre, che l’Italia, nel 2023, ha letteralmente ceduto la sua cybersicurezza a compagnie israeliane, con tutto ciò che questo può comportare in termini di furto dati e così via. In altre parole, il fu Mare Nostrum sta diventando un mare israeliano. Da capire come reagirà la Turchia, già indicata come nuova minaccia esistenziale da politici e uomini dell’intelligence di Tel Aviv.

In conclusione, vorrei dire due parole sul genero di Trump, Jared Kushner. Questi è l’erede

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Il Congresso si muove per istituzionalizzare la relazione tra Stati Uniti e Israele

8 June 2026 at 09:05

Israele ne trarrà enormi benefici e gli americani ne sopporteranno il peso

Philip Giraldi

È quasi certo che la Sezione 224 del National Defense Authorization Act (NDAA) per il 2027 passerà alla Camera dei Rappresentanti e diventerà legge la prossima settimana, dopo il tentativo fallito giovedì scorso in seno alla Commissione per i Servizi Armati della Camera di approvare un emendamento per abrogarla, promosso dal deputato democratico Ro Khanna e dal repubblicano Thomas Massie. L’NDAA attenderà ora solo la tanto attesa firma del presidente Donald Trump, servitore di Israele, per entrare a far parte del pacchetto legislativo nazionale che stabilirà le regole e i regolamenti che disciplineranno la difesa del Paese. Purtroppo, la Sezione 224 istituirà anche una “Iniziativa di cooperazione tecnologica tra Stati Uniti e Israele nel settore della difesa” che integrerà “ricerca e sviluppo militare tra Stati Uniti e Israele, coproduzione di sistemi d’arma, accordi di licenza, intelligenza artificiale, energia diretta, integrazione dei dati e difesa missilistica”. Creerà inoltre il quadro per “ricerca e sviluppo bilaterale, coproduzione di armi, joint venture, accordi di licenza e, apparentemente, ogni forma di cooperazione tra il complesso militare-industriale statunitense e quello israeliano”. Il direttore dell'”Iniziativa” sarà responsabile del coordinamento dei lavori e si ipotizza già che sarà un israeliano. I finanziamenti proverranno al 100% dal Tesoro statunitense, attraverso lo stanziamento di 1.500 miliardi di dollari richiesto per le forze armate statunitensi nel 2027.

Il risultato sarà la completa integrazione delle funzionalità delle forze armate statunitensi con quelle israeliane, in quella che è stata descritta come una partnership paritaria che includerà il governo di Israele e le sue Forze di Difesa israeliane come partecipanti a pieno titolo. Ci sarà una completa condivisione di informazioni e un processo di pianificazione che determinerà molti aspetti di come il Dipartimento della Guerra americano (sic) si procurerà armi e attrezzature e stabilirà i suoi obiettivi strategici. Questa è plausibilmente la storia nascosta dietro il perché il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia astutamente suggerito che Israele potrebbe in futuro rinunciare ai 3,8 miliardi di dollari di “aiuti” automatici annuali (che alcuni definiscono “tributi”) del Tesoro statunitense, un processo avviato dal Presidente Barack Obama. Netanyahu, agendo tramite i suoi complici alla Casa Bianca e al Congresso degli Stati Uniti, sapeva chiaramente in anticipo che una fetta ben più consistente della torta sarebbe arrivata tramite la Sezione 224.

Quei politici che hanno sponsorizzato e promosso la Sezione 224 citano inevitabilmente come lo Stato ebraico sia un importante “alleato e migliore amico”, sebbene non sia né l’uno né l’altro, ma ignorano il lato oscuro, ovvero che si tratta anche di uno Stato genocida i cui leader sono stati condannati dai tribunali internazionali per molteplici crimini di guerra ed è odiato dalla maggior parte del mondo. Questo odio si è riversato sugli Stati Uniti, principale fonte di armi, denaro e copertura politica per Israele. Il massacro a Gaza e ora in Libano non sarebbe avvenuto senza il sostegno dei presidenti Joe Biden e Donald Trump.

E c’è di più: il Senato sta facendo qualcosa di simile con il disegno di legge sull’autorizzazione all’intelligence per l’anno fiscale 2027, che renderà obbligatoria la condivisione di informazioni di intelligence tra Stati Uniti e Israele. Il disegno di legge in questione è l’S-4615, presentato il 20 maggio dal senatore Tom Cotton dell’Arkansas, esponente di spicco del movimento “Israel First”. Il testo integrale è disponibile qui. L’S-4615 include la Sezione 622, intitolata “Miglioramento della condivisione di informazioni di intelligence tra Stati Uniti e Israele”. Questa nuova sezione stabilirebbe come legge (e rimarrebbe in vigore a tempo indeterminato, a meno che non venga abrogata dal Congresso) nuovi obblighi degli Stati Uniti in materia di sicurezza nazionale nei confronti di Israele. Il testo include una Dichiarazione di Politica: “(1) Mantenere e rafforzare il partenariato strategico per la sicurezza con Israele come mezzo per promuovere la difesa nazionale degli Stati Uniti… (2) Migliorare la collaborazione in materia di intelligence attraverso una solida condivisione di informazioni e un partenariato analitico con Israele… (4) Garantire che l’assistenza alla sicurezza e la cooperazione in materia di difesa siano strutturate in modo da aiutare Israele a mantenere il suo vantaggio militare qualitativo…”

Quando il disegno di legge sull’autorizzazione all’intelligence verrà sottoposto al voto del Senato, verrà senza dubbio approvato grazie alla maggioranza repubblicana, supportata dai soliti sostenitori di Israele tra i democratici. E per completare l’acquisizione da parte di Israele, è in corso di approvazione al Congresso un disegno di legge che concederà benefici militari statunitensi ai cittadini americani, spesso con doppia cittadinanza israeliana, che prestano servizio nell’esercito israeliano, inclusi benefici in materia di istruzione e assistenza medica non disponibili ad altri americani che non hanno prestato servizio nelle forze armate statunitensi. Ironicamente, il nuovo status di Israele come partner degli Stati Uniti in materia di sicurezza nazionale e guerra, riconosciuto da entrambe le camere del Congresso, non è condiviso con nessuno degli attuali alleati di Washington nella NATO, rendendo la relazione con Israele sia unica sia, secondo molti, particolarmente pericolosa come potenza egemone.

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Perché un esercito europeo rimane irraggiungibile senza la NATO

8 June 2026 at 08:56

Secondo gli analisti, le diverse politiche estere e i contrastanti interessi nazionali degli Stati membri dell’UE rendono irrealizzabile la creazione di un esercito europeo nel prossimo futuro.

Etienne Fauchaire – 7 giugno 2026


In breve:

  • L’Europa sta discutendo di una maggiore indipendenza militare dagli Stati Uniti.
  • L’esercito dell’UE rimane controverso e deve affrontare ostacoli strutturali.
  • Gli esperti riscontrano una forte dipendenza dalla tecnologia NATO e statunitense.
  • La guerra in Ucraina intensifica il dibattito sulle capacità di sicurezza dell’Europa.

Le minacce del presidente statunitense Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO, così come le continue tensioni nel conflitto con l’Iran, hanno riacceso le richieste di indipendenza militare dagli Stati Uniti tra i capi di Stato e di governo europei.
Tuttavia, gli analisti sono scettici riguardo alle alternative proposte. Esprimono preoccupazioni in merito alle tempistiche e alle dinamiche interne tra gli stati europei.

La Spagna chiede un’azione rapida

Tra le proposte c’è quella di un esercito permanente dell’Unione Europea, avanzata dal ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares all’inizio di giugno. Secondo quanto riportato da diversi media, Albares avrebbe affermato che l’UE non dovrebbe aspettare di vedere come si comporteranno gli Stati Uniti.
Le sue dichiarazioni sono giunte in seguito alla decisione di Trump di ritirare le truppe dalla Germania. Ha inoltre criticato i Paesi che avrebbero negato agli Stati Uniti l’accesso alle loro basi e al loro spazio aereo in caso di guerra con l’Iran. La Spagna era tra questi Paesi.
Trump ha affermato che le operazioni statunitensi contro il regime iraniano hanno giovato alla sicurezza di altri Paesi. Ha inoltre criticato la NATO per non aver fornito un supporto attivo durante il conflitto. Già alla fine di marzo aveva sottolineato che, pertanto, gli Stati Uniti non erano tenuti a “essere presenti per la NATO”.
Il commissario europeo per la Difesa, Andrius Kubilius, ha dichiarato davanti al Parlamento europeo il 10 febbraio: “La responsabilità europea in materia di difesa richiede un quadro istituzionale per la nostra cooperazione: un’unione europea della difesa”.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno tutti convenuto che l’UE deve assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza.
Tuttavia, all’inizio di febbraio, l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha dichiarato che la creazione di un esercito europeo indipendente a fianco della NATO sarebbe “estremamente pericolosa”. Ha sostenuto che i sostenitori di un simile piano “non avevano realmente valutato gli aspetti pratici”.
Il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, è tra i pochi politici di spicco in Europa che lodano ripetutamente le azioni di Donald Trump contro l'Iran. Riuscirà l'olandese a impedire a Trump di ritirarsi dall'alleanza? (Foto d'archivio)

Riuscirà Rutte a impedire a Trump di ritirarsi dall’alleanza? (Immagine d’archivio)

Foto: Evan Vucci/AP/dpa

L’idea di un esercito europeo esisteva già ai tempi di Eisenhower.

L’idea di un esercito europeo non è nuova e risale all’epoca di Dwight D. Eisenhower, presidente degli Stati Uniti dal 1953 al 1961. A quel tempo, i capi di Stato e di governo europei furono persuasi a istituire un esercito di questo tipo. Tuttavia, il Parlamento francese bloccò il progetto nel 1954 e, nei decenni successivi, sia la resistenza degli Stati Uniti a tale esercito, sia il loro costante impegno nella NATO, impedirono che il progetto venisse ripreso.
Da allora, paesi come la Francia e la Germania hanno esortato il continente europeo a perseguire l’autonomia strategica. Sia Macron che l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel si sono fatti promotori dell’idea di una forza armata comune durante il primo mandato di Trump.
Max Bergmann, responsabile del programma per l’Europa, la Russia e l’Eurasia presso il Centro di studi strategici e internazionali, ha sostenuto a gennaio che tale questione dovrebbe essere riconsiderata in caso di un secondo mandato di Trump.

Una forza armata congiunta permanente come alternativa?

In un’analisi per il Centro di Studi Strategici e Internazionali, Bergmann ha riconosciuto le preoccupazioni circa la fattibilità di un esercito dell’UE. Tuttavia, ha sottolineato che fare affidamento sugli Stati Uniti era altrettanto impraticabile, poiché, a suo avviso, il Paese non aveva più alcun interesse a fungere da garante della sicurezza.
Ha proposto una forza congiunta permanente, simile alla forza di reazione rapida concordata dall’ex primo ministro britannico Tony Blair e dall’ex presidente francese Jacques Chirac nel 1998.
Bergmann sostiene l’adozione di una struttura di comando unificata che si collochi al di sopra delle forze armate nazionali dei singoli Paesi. “Le preoccupazioni relative a una struttura parallela con la NATO, così come la resistenza degli Stati Uniti, ne hanno impedito la creazione”, ha affermato. “Tuttavia, dato il potenziale divario significativo tra Stati Uniti ed Europa in materia di difesa, è opportuno che l’Europa disponga di una propria capacità di comando indipendente, quantomeno per evitare lacune organizzative nella difesa europea”.
Altri analisti, come Patrick Edery, analista geopolitico con sede in Polonia e responsabile della società di consulenza strategica Partenaire Europe, rimangono scettici. Edery ha dichiarato all’edizione in lingua inglese dell’Epoch Times che gli ostacoli strutturali a un’unione europea della difesa persistono. “Ogni volta che si esamina la questione in profondità, il verdetto è sempre lo stesso: non è fattibile”, ha affermato.

Un membro del Reggimento Lava per sistemi senza pilota posa accanto a un drone da ricognizione Leleka, in grado di volare fino a 120 chilometri e tornare alla base, nella regione di Kharkiv, in Ucraina, il 22 maggio 2026.

Foto: Diego Fedele/Getty Images

Un’Europa divisa

Uno dei maggiori ostacoli percepiti alla creazione di un esercito dell’UE è rappresentato dai diversi interessi politici dei governi europei. “Ogni Paese dell’UE ha la propria politica estera e i propri interessi”, ha continuato Edery. Ha citato il sostegno militare fornito tempestivamente dalla Polonia all’Ucraina, mentre la Germania inizialmente ha esitato dopo l’invasione russa del 2022.
Hugo Meijer, ricercatore del CNRS presso il Centro di Studi Internazionali (CERI) di Sciences Po, e Stephen G. Brooks, professore di scienze politiche al Dartmouth College, hanno definito questo fenomeno il problema della “cacofonia strategica”.
In un articolo pubblicato nel 2021 sulla rivista “International Security”, gli autori hanno definito il problema come “profonde divergenze in tutto il continente in tutti i settori della politica di difesa nazionale, in particolare per quanto riguarda la percezione della minaccia”. Il problema, sostenevano gli autori, era così radicato che per superarlo sarebbero stati necessari “sforzi a lungo termine, costanti e coordinati”.
Pertanto, è altamente improbabile che gli europei sviluppino una capacità di difesa autonoma nel prossimo futuro, anche se gli Stati Uniti dovessero ritirarsi completamente dal continente.
Inoltre, le forze armate europee operano in modo indipendente l’una dall’altra e applicano regole di ingaggio differenti. Nella maggior parte degli Stati membri dell’UE, è necessaria l’approvazione parlamentare per gli schieramenti all’estero. La Francia rappresenta un’eccezione, in quanto il potere esecutivo gode di una maggiore autonomia nell’avviare e proseguire operazioni militari, con minori restrizioni dirette da parte del Parlamento.
Le diverse dotazioni militari presenti nel continente aggravano ulteriormente il problema. Più di una dozzina di Paesi membri europei della NATO utilizzano già o hanno ordinato il caccia americano F-35. Le forze armate francesi sono le uniche tra le principali forze armate europee a non utilizzare questo modello.
Un caccia F-35 dell'aeronautica militare statunitense decolla dalla base aerea di Spangdahlem, in Renania-Palatinato, durante l'esercitazione "Air Defender 2023".

Un caccia F-35 dell’aeronautica militare statunitense decolla dalla base aerea di Spangdahlem, in Renania-Palatinato, durante l’esercitazione “Air Defender 2023”.

Foto: Boris Roessler/dpa

La dipendenza militare dell’Europa dagli Stati Uniti

Il controllo americano sui componenti cruciali per la costruzione dell’F-35 ha consolidato la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti. Questa è la conclusione di un’analisi del 2025 condotta dal think tank Bruegel, con sede a Bruxelles.
A marzo, i rappresentanti tedeschi hanno espresso preoccupazioni riguardo a un cosiddetto “interruttore di spegnimento” (un dispositivo di arresto) che sarebbe integrato nell’F-35. Sebbene numerosi esperti ritengano che non vi siano prove concrete dell’esistenza di un tale meccanismo, sostengono che Washington non ne abbia bisogno per impedire l’utilizzo del velivolo, poiché sarebbe sufficiente interrompere la fornitura di munizioni e pezzi di ricambio.
Brandon J. Weichert definisce l’esistenza di un simile dispositivo di spegnimento “probabilmente una sciocchezza”. È redattore senior per la sicurezza nazionale e autore del libro “Winning Space: How America Remains a Superpower”.
“Il vero ‘interruttore di sicurezza’ risiede nell’assoluta dipendenza dai fornitori della difesa statunitensi, sia per il software, la manutenzione o i collegamenti dati, elementi essenziali per il funzionamento efficace di questi aerei da combattimento di quinta generazione”, ha scritto Weichert in un articolo pubblicato su The National Interest a gennaio.
Inoltre, si pone la questione di una struttura di comando unificata. Secondo Bergmann, l’UE potrebbe creare un proprio quartier generale che avrebbe il compito sia di comandare le forze armate dell’UE, sia di fungere da autorità di comando europea suprema sulle forze armate nazionali.
Edery ha tuttavia affermato che “oggi nessun generale europeo è addestrato a comandare un esercito di un milione o anche solo di 500.000 soldati di diverse nazionalità”.

50 miliardi di euro all’anno per la difesa europea

I sostenitori di un esercito europeo sono consapevoli della portata del lavoro politico e burocratico che tale impresa richiederebbe. Un documento pubblicato il mese scorso ha stimato che l’Europa potrebbe colmare la maggior parte delle sue lacune in termini di capacità militari in un periodo di dieci anni con una spesa di circa 50 miliardi di euro all’anno.
Tra i firmatari figuravano Thomas Enders, ex amministratore delegato di Airbus e attuale presidente del Consiglio tedesco per le relazioni estere, e l’economista Moritz Schularick dell’Istituto di Kiel per l’economia mondiale. Tuttavia, essi riconobbero anche che tale iniziativa equivaleva a un “Progetto Manhattan”. Il “Progetto Manhattan” era il programma segreto statunitense di ricerca e sviluppo per la creazione della prima bomba atomica durante la Seconda Guerra Mondiale.
Si tratta di un compito “che richiede una volontà politica unitaria, una mobilitazione coordinata delle risorse e una capacità istituzionale di agire – su una scala paragonabile ai grandi programmi storici di mobilitazione tecnologica e industriale”.
Bergmann sostiene che la creazione di una “forza più unificata” significherebbe incoraggiare le forze armate degli Stati membri dell’UE che non si trovano in prima linea, sotto la supervisione di Bruxelles, a contribuire a una forza europea anziché sviluppare le proprie capacità, oppure a integrare pienamente le proprie forze armate in una forza comune.
Gli Stati membri potrebbero anche contribuire con l’uno per cento del loro prodotto interno lordo a un fondo comune dell’UE per sostenere questa forza. Potrebbero inoltre fornire personale e attrezzature già esistenti.
Vonovia, il più grande proprietario immobiliare tedesco, potrebbe fornire alloggi anche ai soldati? Sì, afferma l'amministratore delegato Rolf Buch. (Foto d'archivio)

Soldati delle Forze Armate tedesche. (Immagine d’archivio)

Foto: Julian Stratenschulte/dpa

Fondo europeo di difesa di punta

Negli ultimi anni, l’UE ha sviluppato nuove competenze per sostenere e rafforzare la base industriale europea della difesa. Dal 2017, ha avviato una serie di programmi per finanziare progetti comuni di armamenti degli Stati membri, tra cui il Fondo europeo per la difesa.
Questo programma è considerato il fiore all’occhiello dell’UE per la ricerca e lo sviluppo congiunti nel settore della difesa e prevede uno stanziamento di circa un miliardo di euro all’anno fino al 2027. È incluso anche “ReArm Europe”, la principale iniziativa di investimento della Commissione europea nel settore della difesa, che mira a mobilitare ulteriori spese per la difesa fino a 800 miliardi di euro entro il 2030.
Sebbene gli esperti vicini a Bruxelles lodino queste iniziative come un passo avanti, ne individuano anche delle debolezze. Bruegel, ad esempio, ha osservato che “ReArm Europe” si concentra quasi esclusivamente sulla spesa nazionale e sulla sua attuazione. Non riesce a creare beni pubblici europei né a sviluppare capacità finanziate e fornite a livello UE. Pertanto, il programma contribuisce solo in misura limitata al rafforzamento del coordinamento europeo.
La guerra con l’Iran, iniziata alla fine di febbraio, ha messo a dura prova le relazioni tra l’Europa e gli Stati Uniti. Tuttavia, alcuni osservatori ritengono che la dipendenza dalle risorse americane fosse già evidente da anni. La guerra in Ucraina, secondo Edery, ha rivelato in tempo reale l’entità della dipendenza dell’Europa dalle capacità statunitensi.

L’Ucraina dipende dal sostegno degli Stati Uniti e dal progetto Starlink di Musk.

Le forze armate ucraine si affidano ai terminali satellitari Starlink di fabbricazione statunitense per le comunicazioni sul campo di battaglia, l’acquisizione di obiettivi e le operazioni con i droni. Ciò vale anche per le armi e le informazioni di intelligence fornite o facilitate da Washington.
“Se gli americani smettessero di vendere armi agli europei, che poi le cederebbero a Kiev, la Russia vincerebbe. Se smettessero di fornire informazioni di intelligence, la Russia vincerebbe”, ha dichiarato Edery all’Epoch Times.
Secondo l’analista, Starlink, il servizio internet ad alta velocità di SpaceX, ha rappresentato una vera e propria svolta per l’Ucraina. Lo stesso CEO di SpaceX, Elon Musk, ha sottolineato l’importanza di Starlink per Kiev. “Il mio sistema Starlink è la spina dorsale dell’esercito ucraino”, ha scritto su X nel marzo 2025. “L’intera linea del fronte crollerebbe se lo disattivassi”.
Il governo ucraino ha espresso interesse per i progetti satellitari europei, tra cui GOVSATCOM, un’iniziativa dell’UE volta a mettere in comune le capacità satellitari degli Stati membri e dell’industria per fornire ai governi servizi pertinenti.
A porte chiuse, tuttavia, alcuni rappresentanti ucraini esprimono l’opinione che le alternative esistenti a Starlink presentino limitazioni che richiedono tempo e denaro per essere superate.
SpaceX si sta concentrando sulla costruzione di una città sulla Luna.

SpaceX si sta concentrando sulla costruzione di una città sulla Luna.

Foto: Eric Gay/AP/dpa

Zelenskyy: Nessuna vittoria contro la Russia è possibile senza il sostegno degli Stati Uniti.

Arthur de Liedekerke, direttore senior per gli affari europei presso la società di consulenza politica Rasmussen Global con sede a Bruxelles, ha dichiarato in un’intervista pubblicata nell’aprile 2025 su Euronews di non ritenere GOVSATCOM adatto a fornire la connettività di cui l’Ucraina aveva bisogno sul campo di battaglia. Dopotutto, si trattava (almeno per il momento) di un servizio di comunicazioni satellitari sicuro per i governi dell’UE.
Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha sottolineato che Kiev “non potrebbe vincere” la guerra contro la Russia senza il supporto degli Stati Uniti. “Se parliamo della possibilità di vincere senza il supporto americano: no”, ha affermato nel dicembre 2025, aggiungendo: “Senza il supporto americano, non possiamo difendere il nostro spazio aereo. Anche ora è molto difficile. Il supporto americano con i missili antiaerei è davvero utile ed efficace”.
Questo articolo è apparso originariamente su theepochtimes.com con il titolo “Perché un esercito europeo, senza la NATO, rimane fuori portata” . (Adattamento in tedesco: os) 

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Israele utilizza fosforo bianco per genocidare il Libano meridionale

7 June 2026 at 21:08

Secondo quanto riportato dai media americani, che citano immagini, l’esercito israeliano ha iniziato a utilizzare fosforo bianco nei bombardamenti del Libano.

Israele non ha alcuna intenzione di porre fine alla sua operazione militare nel Libano meridionale e l’opposizione israeliana chiede l’annessione di parte del territorio libanese come “risarcimento” per i bombardamenti dello Stato ebraico. Sebbene non sia stata ancora presa alcuna decisione in merito, l’esercito israeliano sta letteralmente devastando i territori conquistati, radendo al suolo aree popolate.

L’uso ripetuto di munizioni al fosforo bianco da parte delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), in violazione delle “leggi di guerra”, ha suscitato l’indignazione dei media americani. Secondo la Convenzione di Ginevra, l’uso del fosforo bianco è consentito solo per creare cortine fumogene o per l’illuminazione, ma non contro personale o strutture civili. Il contatto con la pelle provoca gravi ustioni e l’inalazione dei vapori danneggia le vie respiratorie. È inoltre pericoloso per gli occhi.

Ciononostante, Israele ha utilizzato il fosforo bianco durante l’assalto alla fortezza di Beaufort, così come a Nabatieh, Tire, Qalaia, Khiam e Yomor. Tutto ciò è stato documentato. Tel Aviv, dal canto suo, nega queste affermazioni, sostenendo che l’esercito israeliano non abbia fatto nulla del genere.

Per inciso, i proiettili di artiglieria al fosforo bianco utilizzati dalle IDF sono di fabbricazione americana.

https://topwar.ru/

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Israele chiede una quota garantita degli acquisti di armi statunitensi

7 June 2026 at 09:34

L’espansione coloniale di Israele è apertamente sovvenzionata dagli Stati Uniti con un contributo attuale di 3,5 miliardi di dollari all’anno. La maggior parte di questi fondi è vincolata all’acquisto da parte di Israele di armi di fabbricazione statunitense. Il sussidio è controllato dal Congresso e deve essere approvato annualmente durante la revisione del bilancio.

Il governo israeliano sta cercando di trasformare questo sussidio in un’attività più redditizia.

Ha proposto di sostituire il sussidio annuale con una “cooperazione militare più profonda”, che è un modo per definire gli acquisti garantiti da parte degli Stati Uniti di armi di fabbricazione israeliana e i profitti continui per i produttori di armi israeliani. Per attuare il nuovo piano, il Congresso approverà una legge che integrerà il complesso militare-industriale israeliano nelle linee di approvvigionamento e produzione statunitensi.

In seguito, non ci saranno più revisioni annuali:

Nella versione della Camera del National Defense Authorization Act (NDAA) del 2027, pubblicata martedì, si trova la sezione 224, intitolata “Iniziativa di cooperazione tecnologica tra Stati Uniti e Israele nel settore della difesa”.

… La sezione 224 pone le basi per la ricerca e lo sviluppo bilaterali, la coproduzione di armi, le joint venture, gli accordi di licenza e, apparentemente, ogni tipo di cooperazione tra il complesso militare-industriale statunitense e quello israeliano.

… Unirebbe i settori della difesa statunitense e israeliano in molteplici aree vitali per i campi di battaglia del futuro, come i sistemi autonomi e la sicurezza informatica.

E inoltre:

Se approvata, la disposizione potrebbe segnare un cambiamento epocale in una delle relazioni militari più strette al mondo, trasformando la partnership tra i due Paesi, incentrata principalmente sugli aiuti militari americani, in una in cui le rispettive industrie della difesa sono più profondamente interconnesse.

La Sezione 224 richiederebbe al Segretario alla Difesa statunitense di nominare un “agente esecutivo”: un singolo funzionario incaricato di coordinare la cooperazione militare tra Stati Uniti e Israele.

Tale incarico comprenderebbe la ricerca e lo sviluppo congiunti, la produzione condivisa di armi e l’integrazione di sistemi e dati militari.

In futuro, il Pentagono dovrà per legge destinare una parte del proprio budget agli acquisti da Israele. Dato il budget di guerra di 1.500 miliardi di dollari proposto da Trump, i profitti derivanti da tale alleanza per Israele sarebbero di gran lunga superiori all’attuale stanziamento.

Il Congresso sta attualmente esaminando la proposta.

Le forze armate statunitensi non vedono di buon occhio la prospettiva di un coinvolgimento di Israele nei propri sistemi tecnologici e di dati. Un sottile indizio di ciò si può cogliere in questa recente notizia:

Il Pentagono ha innalzato al massimo livello il livello di allerta per lo spionaggio israeliano contro gli Stati Uniti, secondo fonti di NBC News.
Il livello di allerta per il controspionaggio è stato innalzato dalla Defense Intelligence Agency nelle scorse settimane a seguito delle crescenti preoccupazioni che lo spionaggio israeliano sia diventato più aggressivo del solito, secondo quanto riferito da alcune fonti.

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Pubblicato da b alle 18:05 UTC | Commenti (69)
5 giugno 2026
Guerra contro l’Iran: – L’Iran ha bisogno di un’escalation per evitare la trappola del cessate il fuoco
Una tipica tattica statunitense contro un obiettivo strategico è quella di “bollire la rana” aumentando lentamente la temperatura dell’acqua in cui è immersa. Il conflitto in Ucraina ne è un buon esempio. Gli attacchi contro la Russia, diretti dalla CIA, vengono intensificati gradualmente mentre la Russia è riluttante ad adottare misure di deterrenza più severe.

L’attuale guerra contro l’Iran è un altro esempio. Gli Stati Uniti insistono su un cessate il fuoco, cercando al contempo di erodere l’influenza dell’Iran con la strangolamento economico.

La principale arma dell’Iran, il blocco dello Stretto di Hormuz, avrà bisogno di un altro mese o due per manifestare appieno il suo effetto previsto sull’economia statunitense e globale. Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno cercando di sfinire l’Iran con una diplomazia fittizia, misure economiche (il blocco) e attacchi mirati.

Ma l’Iran è ben consapevole di questa tattica. Ha deciso di evitare questa trappola del cessate il fuoco con una continua escalation:

Gli Stati Uniti e Israele stanno usando questo periodo [di cessate il fuoco] per rimodellare la realtà sul terreno, indebolire il potere negoziale dell’Iran e giungere a un tavolo di trattative in cui la posizione di Teheran è già stata silenziosamente erosa. Questa percezione sta rafforzando coloro che, all’interno della Repubblica Islamica, sostengono che la moderazione diplomatica, nelle attuali condizioni, comporti costi strategici.

… Il ritardo nella finalizzazione del memorandum d’intesa viene sempre più interpretato come intenzionale piuttosto che procedurale e come un tentativo degli Stati Uniti di usare il trascorrere del tempo come strumento strategico. La preoccupazione è che ogni settimana di cessate il fuoco, con la pressione militare ed economica americana che continua senza sosta e la moderazione iraniana che non produce concessioni reciproche, rappresenti un’erosione netta della posizione che Teheran ritiene di aver consolidato durante i quaranta giorni di combattimenti attivi. L’Iran ha deciso di rispondere a questa tattica del “far bollire la rana” aumentando il costo anche del minimo attacco statunitense. Non risponde più con la stessa moneta. Ogni attacco americano viene contrastato con una rappresaglia più forte e contro un maggior numero di obiettivi. Come riporta Rob Campbell a proposito dello scontro del 2 giugno:

A tarda notte, gli americani hanno colpito una petroliera iraniana e gli iraniani hanno reagito…

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Gli USA si impossessano delle entrate petrolifere venezuelane

6 June 2026 at 16:41

⚡️⚠️💰🛢🇻🇪🇺🇸 Gli Stati Uniti prendono il controllo delle entrate petrolifere del Venezuela / Caracas ordinato di trasferire i pagamenti del carburante al Tesoro USA

📍Secondo un documento ottenuto dal rispettato quotidiano spagnolo El Economista:

❗️La Compagnia Petrolifera Statale Venezuelana (PDVSA), in un avviso ufficiale ai suoi clienti, incluse le compagnie aeree e le società di spedizioni, ha ordinato che i pagamenti del carburante siano trasferiti direttamente al Tesoro USA, piuttosto che ai conti del governo venezuelano.

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Mi dichiaro antifascista !

5 June 2026 at 15:59

Mi dichiaro antifascista. Che sollievo.

Ringrazio il sindaco di Verona, l’ex calciatore Damiano Tommasi assai Democratico (con e senza maiuscola) per averla pensata giusta: ha deciso che per ottenere un passo carraio nella città di Giulietta, oltre alla tassa relativa, i richiedenti firmino una dichiarazione di antifascismo.

Pur non abitando a Verona e non avendo necessità di un passo carrabile, intendo presentare e sottoscrivere l’istanza. Finalmente sarò al riparo da attacchi, sospetti, maldicenze.

La mia città, Genova, ha anticipato da anni il primo cittadino scaligero, pretendendo, per le associazioni che utilizzano spazi civici per eventi ed attività, analoga autocertificazione con una mano sul cuore e l’altra sul portafogli. Orgoglio della Superba, perbacco.

L’antifascismo è oggi un concetto vuoto, simile a chi si dichiarasse pro o contro Napoleone Bonaparte. Tutto ciò che non piace alla gente che si piace è ipso facto chiamato fascismo, categoria eterna del Male.

Dunque, il bene è antifascista: è la proprietà transitiva, parola di Aristotele.

Non conta alcuna riflessione sul fascismo storico, sulla sua inesistenza nel presente e qualunque altra obiezione. Se lorsignori assicurano che ogni male è automaticamente fascista, bisogna schierarsi dalla parte del bene.

A che serve ricordare che l’obbligo di antifascismo non è previsto da alcuna legge? Tanto vale, a Verona e altrove, per il passo carrabile, l’uso di spazi civici o altro, firmare quello che fa piacere al potere.

È un po’ come l’autorizzazione all’uso dei dati personali che firmiamo in calce ai moduli più svariati o l’accettazione dei cookies per accedere a un sito web. Sono le nuove frontiere obbligate, le dogane immateriali postmoderne. Una in più non potrà farci più male di altre innumerevoli imposizioni quotidiane.

Per di più, dichiararsi antifascisti ci permette di entrare nella buona società e diventare cittadini modello della democrazia. Una bella comodità: libera dal peso di elaborate premesse, consente perfino di assumere posizioni non del tutto ortodosse.

È un ombrello protettivo, un lasciapassare universale. Dal momento della firma – anche in formato elettronico- riacquistiamo la nostra libertà, conculcata dall’ombra del sospetto di essere, Dio non voglia, loschi figuri No–Antifa.

Propongo che all’atto della sottoscrizione venga fornita una spilletta, una “cimice” da esibire sul risvolto degli abiti, giusto per togliere ogni dubbio e tranquillizzare l’OVRA (Opera Volontaria Repressione Anti-antifascista).

Sbrigata la pratica burocratica e dichiaratomi antifascista, posso finalmente dire ciò che è pericoloso senza il prezioso certificato.

Ad esempio, che l’esclusione di Erri De Luca da un festival letterario per le sue posizioni filo sioniste a stretto rigore è un atto fascista, giacché punisce la libertà di pensiero e parola, discriminando su base ideologica (articoli 3 e 21 della benemerita costituzione antifascista).

De Luca mi è cordialmente antipatico, sono contrarissimo alle sue idee su Gaza e Israele, ma difendo il suo diritto ad esprimerle.

Forse, ha smarrito il certificato Antifà, che permette di dire tutto ciò che si vuole, naturalmente entro il perimetro “anti”.

Abilita perfino a comportarsi come gli esecrati nemici, chiudere la bocca all’avversario, negargli agibilità politica e dignità personale in quanto fascista a giudizio insindacabile del collettivo antifà, riunito in seduta permanente nelle redazioni, nelle università, negli uffici pubblici, nelle piazze.

L’antifascismo è il patentino universale, la chiave che apre tutte le porte. Meglio ancora: è il green pass del buon cittadino. O ce l’hai e campi tranquillo o sei un reprobo e un nemico del popolo. Meglio non rischiare.

Ricordate la tessera del partito nazionale fascista? Bisognava averla o erano guai. Ai suoi tempi Leo Longanesi avvertiva che in Italia esistono due tipi di fascisti: quelli propriamente detti e gli antifascisti.

Forse davvero il morto regime e il famigerato ventennio sono il ritratto di famiglia del nostro popolo, come afferma la cultura liberal.

Dunque, va estirpata ogni traccia del Male Assoluto (parola di Gianfranco Fini che se ne intende) e pretesa la dichiarazione di antifascismo.

Per lenire il fastidio dei riottosi, un argomento a favore del green pass Antifà è la sua estensione: se tutti siamo antifascisti, nessuno è fascista e entrambi i termini vengono destituiti di significato e consegnati agli storici, se non agli archeologi.

Inoltre, se la dichiarazione diventa un obbligo, il dazio da pagare alla dogana democratica, è ampiamente giustificato moralmente chi firma controvoglia. Non accettiamo forse senza leggerle o capirle clausole contrattuali capestro con le banche, le assicurazioni, i fornitori di servizi?

Consentiamo senza fiatare che i nostri dati personali siano compravenduti e l’invasione nella nostra navigazione in rete ci sia negata senza l’Ok preventivo.

Dai, firmiamo lo stampato e tiriamo avanti. Teniamo famiglia, dobbiamo vivere e lavorare, magari ci serve il passo carraio. Tanto, il potere, di qualunque ideologia si travesta, è sempre contro di noi, pretende obbedienza e sottomissione.

Magari con il green pass in bella vista potremo assentarci alle manifestazioni del 25 aprile, fingere di non ricordare le parole di Bella Ciao, cambiare canale all’omelia di fine anno del presidente.

Saremo (più o meno) liberi di dire quel che ci aggrada, al riparo dell’ombrello arcobaleno Antifà. Suvvia, facciamo contento il sindaco Tommasi, i suoi democratici seguaci e l’ANPI.

Il potere di ieri chiedeva – più spesso imponeva- obbedienza e sottomissione. Quello di oggi in più pretende l’applauso, l’adesione convinta e in forma scritta. Ne ha diritto: è l’Impero del Bene. Antifascista, naturalmente.

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Matteo D’Amico: La rivoluzione nella Chiesa continua

5 June 2026 at 07:41
Vaticano,12 maggio 2025. Papa Leone XIV incontra Maria Montserrat Alvarado, nuovo Prefetto della Comunicazione Vaticana, durante l'Udienza agli operatori dei media che avevano seguito il Conclave / SICILIANI

Osservazioni sulla gravità della nomina, in perfetto stile bergogliano, della prima donna-Prefetto di Dicastero pontificio laica

Vitis Vera. giu 04, 2026

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(Vitis Vera, articolo di Matteo D’Amico) Come noto il Papa ha nominato dal novembre 2026 una donna, Maria Montserrat Alvarado, una quarantenne (classe 1986) messicana che ha compiuto gli studi universitari negli Stati Uniti e che dal 2008 ha la cittadinanza americana, Prefetto del Dicastero della Comunicazione Vaticana, organismo che controlla Vatican News, Radio VaticanaL’Osservatore Romano e, in poche parole, l’intero apparato comunicativo della Santa Sede. E’ interessante notare che dal 2009 al 2023 la Alvarado ha lavorato presso il Becket Fund for Religious Liberty, un ente senza scopo di lucro che organizza cause legali (in particolare presso la Corte Suprema) a favore della libertà religiosa, sulla base di una visione ecumenista radicale. Ecco come questo importante organismo definisce la sua missione sul suo sito ufficiale:

Becket è un istituto legale ed educativo senza scopo di lucro, di pubblica utilità, la cui missione è proteggere la libera espressione di tutte le fedi. Becket esiste per difendere un principio semplice ma spesso trascurato: poiché l’impulso religioso è naturale per gli esseri umani, l’espressione religiosa è naturale per la cultura umana. Promuoviamo questo principio in tre ambiti: i tribunali, il tribunale dell’opinione pubblica e il mondo accademico, sia negli Stati Uniti che all’estero.

Noi di Becket amiamo dire di aver difeso i diritti religiosi di persone di ogni credo, dagli anglicani agli zoroastriani. I nostri sostenitori rappresentano una miriade di religioni, ma tutti condividono la nostra visione comune di un mondo in cui la libertà religiosa sia rispettata come un diritto umano fondamentale che tutti hanno il diritto di godere ed esercitare”. (grassetto nostro).

Difficile trovare definizioni più moderniste, come impianto teologico, di quella appena citata. Ecco il clima culturale in cui è cresciuta la Alvarado.

Vi sono però anche altre osservazioni da fare: è la prima donna non consacrata nominata Prefetto di un Dicastero vaticano. Se è già uno scandalo una donna Prefetto, lo è a maggior ragione una donna laica. Vi sono anche fondati timori che teologicamente non sia sostenibile, né sia legittimo in termini canonistici, avere una donna (consacrata o meno) a guidare come capo Dicastero vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose. Potremmo avere cardinali e vescovi sottoposti a una donna laica di quarant’anni e che devono prendere ordini e direttive da lei: è una scena oggettivamente abominevole e totalmente contro la Tradizione della Chiesa.

Va poi osservato che è semplicemente ridicolo pensare che in tutta la Chiesa Cattolica, con le sue centinaia di migliaia di sacerdoti, di religiosi, di laici uomini impegnati nel mondo della comunicazione non ci fosse una scelta alternativa. Scegliere una donna è evidente che risponde a una precisa scelta ideologica fatta da Prevost, che dimostra di assecondare il mondo, che ulula sempre più ferocemente per avere le “donne-diacono” e le “donne sacerdote”. La scelta è in perfetta linea con la strategia di Bergoglio e la sua ridicola esaltazione del mondo femminile, le sue aperture a ruoli ecclesiali rilevanti per loro. Prevost sta ormai rivelandosi come un Bergoglio gentile, dal volto umano, mellifluo e rassicurante, che dovrebbe con la sua eleganza e moderazione penetrare e sedurre anche il mondo conservatore (e, forse, tradizionalista). Ma dietro le apparenze di “carabiniere buono” sta confermando il modernismo radicale del suo predecessore; sembra quasi smentire il motto che descrive il processo rivoluzionario: “due passi avanti, un passo indietro”. Qui i passi si fanno solo avanti.

Come Prefetto sarà un primo livello del Papa e ciò significa incontri frequenti, se non quotidiani, con Prevost. La cosa è sicuramente contro la prudenza che dovrebbe ispirare ogni scelta del Papa. Per molti secoli è stato uso che nessuna donna sedesse mai al desco papale, e ora abbiamo una giovane e piacente messicana che potrebbe incontrare quotidianamente e anche in modo informale il Papa: la cosa non potrà che contribuire a distruggere il poco che ancora resta dell’alone di sacralità che dovrebbe sempre avvolgere il Sommo Pontefice.

Va poi osservato che il padre della Alvarado è stato console messicano a Miami, in Florida, dunque un alto diplomatico inviato nel paese più importante del mondo. Faccio notare questo particolare perché forse non tutti sanno che il Messico è un paese fra i più infiltrati dalla Massoneria (sia gli “eroi” delle guerre di indipendenza ottocentesche, sia i capi di stato di inizio Novecento che gestirono la guerra di sterminio contro i Cristeros erano in gran parte massoni, strettamente legati agli Stati Uniti e spesso anche alle logge americane) , fra tutti quelli sudamericani. Non abbiamo prove che il padre della Alvarado sia stato massone, ma se emergesse che lo era stato, la cosa non ci stupirebbe, anche perché incarichi così elevati in campo diplomatico in genere non vengono dati per semplici meriti professionali.

Infine la foto che postiamo a inizio articolo è inquietante, perché si nota che il Papa e la Alvarado si danno la mano (cosa che il Papa potrebbe e dovrebbe evitare, limitandosi a porgere l’anello da baciare) ma la dottoressa messicana-americana appoggia la sua mano sinistra sopra quella del Papa, in una sorta di slancio del cuore, mentre lo fissa sorridendo negli occhi senza alcuna soggezione (e senza il velo nero che sarebbe prassi anche per le regine). Stringere nelle proprie le mani dell’interlocutore già facemmo notare che in termini di pragmatica della comunicazione è gesto che tende a stabilire un rapporto di potere sull’interlocutore. La Alvarado forse non lo sa o non lo vuole, ma col suo gesto sta dicendo: qui adesso comando io.

In un’altra foto la Alvarado sembra (la foto non permette un giudizio definitivo) cingere con il braccio sinistro la vita (o la schiena) del Papa, un gesto semplicemente folle e fuori da ogni protocollo. Meno grave, anche se assurdo allo stesso modo, sarebbe stato il contrario, perché anche in questo caso sembra che la Alvarado dica all’osservatore: “Sono io che proteggo e guido il Papa, non il contrario”. La Alvarado poi non è composta: l’ufficialità della foto esigeva che tenesse le mani giunte in basso, che evitasse ogni contatto, anche accidentale con il Papa e che avesse un sorriso meno aperto e più elegante, più nobile e sfumato, meno goffamente esplicito. Auguri ai cardinali e ai vescovi (e al Papa) che dovranno prendere ordini da questa simpatica giovane donna che contribuirà senz’altro a risollevare le sorti della Chiesa nel tempo guasto e devastato della sua lenta Apocalisse.

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Jared Kushner fa affari. Immobiliari

4 June 2026 at 08:18

Jared Kushner è l’inviato speciale di Trump per la pace. Gaza. Iran. Ucraina. Negozia a nome degli Stati Uniti mentre gestisce contemporaneamente un impero immobiliare privato nella stessa regione in cui dovrebbe essere diplomaticamente neutrale. Nessuno nei media mainstream trova ciò interessante. L’Albania sì.

I procuratori albanesi anticorruzione hanno appena congelato i conti bancari di Albania Land Development, la società immobiliare legata al progetto di resort di lusso da 4 miliardi di dollari di Kushner. Il sequestro è stato ordinato dalla Procura Speciale contro la Corruzione e il Crimine Organizzato nel contesto di un’indagine in espansione su presunti titoli di proprietà fraudolenti.  4 miliardi di dollari.

Costa protetta. Titoli fraudolenti. Le macchine pesanti hanno iniziato a sgomberare il nucleo della zona protetta alla fine di aprile 2026. Nessun permesso. Nessuna valutazione di impatto ambientale completata. Nessuna consultazione pubblica. Solo macchine in una zona umida protetta che è habitat di fenicotteri, foche monache mediterranee e siti di nidificazione delle tartarughe marine.

Non hanno aspettato il permesso. Non lo fanno mai. Le proteste sono iniziate dopo l’apparizione di recinzioni di filo spinato che bloccavano l’accesso pubblico alla spiaggia di Zvërnec. Poi è emerso un video di guardie di sicurezza private che picchiavano un manifestante mentre la polizia stava a guardare.  La risposta del governo albanese? Il primo ministro Rama ha difeso il progetto. Lo ha definito il biglietto d’ingresso dell’Albania nella Champions League del turismo globale. Nel frattempo, il terreno su cui viene costruito era protetto. I titoli sono sotto indagine per frode. E l’uomo che lo sostiene negozia la politica estera americana di giorno.

Non è la prima volta. A dicembre 2025, la società di Kushner Affinity Partners si è ritirata silenziosamente da un progetto di sviluppo di lusso da 500 milioni di dollari a Belgrado, in Serbia, dopo l’opposizione pubblica e procedimenti legali contro funzionari che avevano rimosso le protezioni patrimoniali per spianare la strada all’affare.  Stesso copione. Paese diverso. Costa diversa. Trova il terreno protetto. Fai rimuovere le protezioni. Sposta le macchine prima che qualcuno possa fermarti. E se crolla, esci in silenzio e trova il successivo. Il genero di Trump. L’inviato di pace dell’America. Che gestisce un’operazione di acquisizione di terreni negli stessi territori in cui dovrebbe essere diplomaticamente neutrale. Non oggi, Satana. Ricevute: Congelamento asset OCCRP: occrp.org/en/news/albani Indagine SPAK / nessun permesso / violenza proteste: albaniavisit.com/tourism-politi Indagine anticorruzione aperta Fox News: foxnews.com/politics/jared Schema ritiro Belgrado: albaniavisit.com/tourism-politi No Heroes. No Halos. End Hopium.

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La Cina produce…

3 June 2026 at 16:28

Cina produce:

  • l’80% dei pannelli solari del mondo;
  • l’80% di tutte le batterie per veicoli elettrici e per la rete;
  • il 60% delle parti per turbine eoliche;
  • il 55% dell’acciaio grezzo globale.

Solo l’anno scorso, la Cina ha messo in funzione 78 GW di nuova capacità a carbone – essenzialmente aggiungendo 1,5 gigawatt di nuova capacità a carbone ad alta efficienza ogni singola settimana. La quota di produzione manifatturiera della Cina sul PIL globale è passata dal 6% nel 2000 al 30% oggi.

Mentre la quota degli USA è scesa a circa il 17% e l’Europa è crollata al 14%. Tutto questo è fondato su un regola semplice:

  • abbondante energia da carbone;
  • rifiuto assoluto di mirare a net-zero.

La Cina è un governo che tratta le acciaierie e le giga-fabbriche come asset vitali. L’asset UE è la transizione energetica.

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Il Congresso si muove silenziosamente verso l’integrazione delle forze armate statunitensi e israeliane

2 June 2026 at 19:59

I militari statunitensi conducono una cerimonia di benvenuto con tutti gli onori militari per il capo uscente delle forze armate israeliane, il tenente generale Herzi Halevi, nella Conmy Hall di Fort Myer, Virginia, il 18 febbraio 2025. (Foto dell’esercito statunitense del sergente Nathan Winter)

Nel primo passo verso un ulteriore spostamento degli aiuti nell’ombra, l’NDAA 2027 della Camera dei Rappresentanti fonderebbe di fatto le forze armate dei due paesi.

Di Ben Freeman, Ripubblicato da Responsible Statecraft, 29 maggio 2026

In un momento in cui l’opinione pubblica americana esprime livelli di sfiducia senza precedenti nei confronti del governo israeliano, il Congresso ha appena proposto di legare gli Stati Uniti all’esercito israeliano più che mai.

Nascosta nella versione della Camera del National Defense Authorization Act (NDAA) del 2027, pubblicata martedì, si trova la sezione 224, intitolata “Iniziativa di cooperazione tecnologica per la difesa tra Stati Uniti e Israele”. Questa disposizione farebbe probabilmente di più per intrecciare le forze armate statunitensi con quelle israeliane rispetto agli oltre 200 miliardi di dollari (al netto dell’inflazione) di aiuti militari che Israele ha ricevuto dagli Stati Uniti dalla sua fondazione nel 1948.

La sezione 224 pone le basi per la ricerca e lo sviluppo bilaterali, la coproduzione di armi, le joint venture, gli accordi di licenza e, apparentemente, ogni tipo di cooperazione tra il complesso militare-industriale statunitense e quello israeliano. Gli Stati Uniti e Israele collaborano già intensamente nel settore della difesa missilistica, ma questa proposta amplierebbe notevolmente il coordinamento, estendendolo a praticamente ogni ambito della tecnologia della difesa, inclusi intelligenza artificiale, informatica quantistica, sistemi autonomi, energia diretta, sicurezza informatica, biotecnologie e molti altri. Prevede inoltre “integrazione di rete” e “fusione di dati”. In altre parole, i dati militari statunitensi potrebbero presto diventare dati militari israeliani.

Se pienamente attuata, questa proposta garantirebbe un livello di integrazione militare-industriale superiore a quello raggiunto dagli Stati Uniti con qualsiasi altro Paese al mondo. È vero che gli Stati Uniti hanno collaborato strettamente con i partner NATO sulla coproduzione e sulla condivisione delle catene di approvvigionamento, in particolare attraverso il Piano d’azione per la produzione della difesa (Defence Production Action Plan). Inoltre, in quanto principale fornitore di armi al mondo, gli Stati Uniti riforniscono di armamenti gli eserciti di tutto il globo. Tuttavia, si tratta perlopiù di uno scambio a senso unico, con gli Stati Uniti che forniscono armi ad acquirenti stranieri che solo occasionalmente producono componenti per tali armi, come nel caso della catena di approvvigionamento globale dell’F-35.

La Sezione 224 rappresenterebbe una sfida completamente diversa. Unirebbe i settori della difesa statunitense e israeliano in molteplici aree vitali per i campi di battaglia del futuro, come i sistemi autonomi e la sicurezza informatica. Conferirebbe inoltre a Israele un’influenza straordinaria negli Stati Uniti, ben oltre quella già esercitata dalla lobby israeliana e dalla sua solida rete di influencer sui social media. Darebbe al governo israeliano l’opportunità di ampliare notevolmente una delle leve di influenza più potenti nella politica statunitense: i posti di lavoro negli Stati Uniti. Espandendo o avviando nuovi impianti di coproduzione, come già avviene in Mississippi e Arkansas, il governo israeliano potrebbe vantarsi di fornire posti di lavoro sul suolo statunitense, assicurandosi così alleati tra i membri del Congresso che rappresentano i distretti in cui si trovano tali posti di lavoro.

Il risultato potrebbe essere un sistema politico statunitense ancora più suscettibile ai capricci di un governo israeliano che apparentemente non si fa scrupoli a coinvolgere gli Stati Uniti in conflitti militari in Medio Oriente.

Questo livello senza precedenti di integrazione militare tra Stati Uniti e Israele si pone in netto contrasto con il tradizionale modello di cooperazione in materia di difesa, in cui Israele si distingueva già come principale beneficiario degli aiuti militari statunitensi. Come evidenziato in un recente rapporto del Quincy Institute, a cura di Steven Simon, questo passaggio da un modello di aiuti a un modello di integrazione militare ha implicazioni preoccupanti, in particolare:

Il cambiamento eliminerà i meccanismi di controllo politico e diplomatico che rendono la relazione trasparente e responsabile nei confronti del pubblico, spostandola da una votazione annuale sugli aiuti, visibile a tutti, all’opaco meccanismo degli appalti per la difesa, dove il controllo è limitato e la responsabilità politica minima. Il risultato sarebbe una relazione di difesa più profonda ma anche meno trasparente.

Tutto ciò avviene in un momento in cui l’esercito israeliano ha ripetutamente utilizzato armi statunitensi in attacchi che hanno violato il diritto internazionale umanitario a Gaza, e mentre Israele ha ripetutamente violato i cessate il fuoco (così come gli stessi Stati Uniti) nell’inutile guerra dell’amministrazione Trump contro l’Iran.

L’enorme divario tra ciò che la maggior parte degli americani vuole e ciò che il presidente sta facendo riguardo a Israele e ciò che il Congresso sta proponendo non dovrebbe essere ignorato. Solo il 30% dei residenti.

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L’Iran interrompe i colloqui con gli Stati Uniti e minaccia un’escalation – Trump annuncia il cessate il fuoco in Libano

2 June 2026 at 12:08

L’Iran avrebbe sospeso i negoziati indiretti con gli Stati Uniti, adducendo come motivazione le operazioni militari israeliane in Libano. Teheran chiede inoltre la fine delle operazioni a Gaza e il ritiro di Israele dai territori occupati.

Reinhard Werner – 2 giugno 2026

In breve:

  • L’Iran avrebbe sospeso i colloqui indiretti con gli Stati Uniti .
  • Teheran chiede la fine delle operazioni israeliane in Libano e nella Striscia di Gaza.
  • La leadership iraniana minaccia di intensificare il conflitto .
  • Fonti militari statunitensi avvertono l’Iran di non sottovalutare la determinazione degli Stati Uniti .

Secondo l’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim, l’Iran ha sospeso a tempo indeterminato i negoziati indiretti con gli Stati Uniti lunedì pomeriggio, 1° giugno. La leadership di Teheran ha addotto come motivazione l’operazione militare israeliana in corso in Libano.
Questo passo alimenta l’incertezza sulla prosecuzione dell’attuale cessate il fuoco e sulla sua possibile trasformazione in un accordo più ampio per porre fine alla guerra in Iran.
L’edizione in lingua inglese di Epoch Times ha chiesto alla Casa Bianca una dichiarazione sul rapporto “Tasnim” e sullo stato attuale dei negoziati tra Stati Uniti e Iran.

Finora non c’è stata alcuna conferma ufficiale da parte della Casa Bianca o della leadership iraniana.

Netanyahu giustifica l’offensiva con gli attacchi di Hezbollah

Fin dall’inizio dei colloqui con gli Stati Uniti, l’Iran aveva insistito affinché l’accordo di cessate il fuoco includesse anche Israele e il Libano.
Israele continua la sua offensiva contro le posizioni di Hezbollah nel Libano meridionale. In risposta, l’Iran ha sospeso i negoziati a tempo indeterminato. Teheran considera la cessazione delle operazioni militari israeliane in Libano un prerequisito per il mantenimento del cessate il fuoco e dei negoziati.
Inoltre, funzionari governativi e negoziatori iraniani chiedono l’immediata cessazione delle operazioni militari israeliane a Gaza e il ritiro dalle aree del Libano controllate dalle forze armate israeliane.
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato il 1° giugno, durante la trasmissione Platform X, che il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti era “senza alcun dubbio un cessate il fuoco globale su tutti i fronti, Libano compreso”. Qualsiasi violazione su un fronte sarebbe quindi considerata una violazione su tutti i fronti.
Anche il Ministero degli Esteri iraniano ha espresso critiche. Il portavoce Esmail Baghaei, intervenendo in una conferenza stampa, ha descritto le azioni militari israeliane in Libano come una violazione del cessate il fuoco. Pur non accennando a un’imminente sospensione dei negoziati, Baghaei ha sottolineato che le azioni di Israele mirano a “distruggere qualsiasi possibilità che i processi diplomatici possano migliorare la situazione”.
L’Iran minaccia ora di chiudere completamente lo Stretto di Hormuz e di estendere il conflitto ad altre regioni. Teheran ha anche annunciato misure di ritorsione contro Israele.

L’Iran minaccia di intensificare il conflitto nello stretto di Bab el-Mandab.

Ciò include anche il possibile blocco dello stretto di Bab al-Mandab, strategicamente importante, attraverso il quale transita gran parte del traffico marittimo tra Europa, Asia e Stati del Golfo, passando per il Mar Rosso.
Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha affermato che l’offensiva israeliana in Libano e il blocco navale statunitense in corso dei porti iraniani sono “una chiara prova” di una violazione da parte degli Stati Uniti dei termini del cessate il fuoco. Su X ha scritto: “Ogni elezione ha un prezzo, e il conto è dovuto. Tutto si sistemerà”.
Lunedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato una nuova offensiva contro obiettivi di Hezbollah in Libano. Ha giustificato la mossa citando ripetute e continue violazioni del cessate il fuoco da parte di Hezbollah, che a suo dire erano dirette contro città e civili israeliani.

Fonti della sicurezza israeliana hanno inoltre riferito a Epoch Magazine Israel che Hezbollah ha recentemente intensificato significativamente i suoi attacchi, lanciando razzi e droni contro città del nord di Israele. Tra queste figurano Safed e Tiberiade, che in precedenza erano state in gran parte risparmiate da attacchi di grande portata.

Trump annuncia un cessate il fuoco temporaneo

Nel corso della giornata, il presidente degli Stati Uniti Trump ha annunciato, alla luce delle misure di escalation precedentemente annunciate da Israele, che Israele e la milizia filo-iraniana Hezbollah in Libano avrebbero temporaneamente cessato i loro attacchi reciproci. Inoltre, contrariamente a quanto annunciato in precedenza, Israele non avrebbe inviato truppe nella capitale libanese, Beirut.

Sulla sua piattaforma Truth Social, Trump ha scritto che tutte le unità già schierate erano state richiamate. Secondo lui, la decisione era seguita a una telefonata “molto produttiva” con il Primo Ministro israeliano Netanyahu e a una conversazione “molto positiva” con alti funzionari di Hezbollah. Non c’è stata alcuna conferma immediata di questa versione dei fatti da parte di Israele o di Hezbollah.

Quarto round di colloqui a Washington

Parallelamente, sono in corso colloqui su una possibile de-escalation del conflitto israelo-libanese. I rappresentanti di entrambe le parti si incontreranno nuovamente a Washington martedì. Questo ciclo di colloqui presso il Dipartimento di Stato americano è il quarto da quando è stato annunciato il cessate il fuoco a metà aprile. Nell’ultimo incontro, a metà maggio, entrambe le parti hanno concordato di estendere la tregua di 45 giorni.
Israele e Libano non intrattengono ufficialmente relazioni diplomatiche e sono formalmente in stato di guerra dal 1948. La guerra Iran-Iraq ha ulteriormente esacerbato le tensioni. Nonostante il cessate il fuoco in vigore dal 17 aprile, Israele e la milizia filo-iraniana Hezbollah in Libano hanno continuato a scambiarsi attacchi. Hezbollah si rifiuta di partecipare ai colloqui in corso senza il suo coinvolgimento.
(Con materiale proveniente da agenzie di stampa e dalla rivista in lingua inglese Epoch Times 

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La lista d’attesa di quattro anni per l’acquisto di superyacht è interamente composta da funzionari ucraini…

1 June 2026 at 14:40

È quanto ha rivelato Stephen Kuhn, fondatore della società Take America Back Inc.

«Ho appena parlato al telefono con un produttore di superyacht, e gli ordini dei funzionari ucraini e delle loro famiglie sono già programmati per i prossimi quattro anni. Centinaia di milioni di dollari in superyacht, tutti provenienti da un solo paese. Nel frattempo, i contribuenti occidentali in Canada, nel Regno Unito, in Europa, in America e in Australia finanziano tutto questo», ha dichiarato.

«Raccattano la gente per strada per mandarla al fronte, la mobilitano nell’esercito, e le persone si suicidano per non andare in guerra. Mentre i funzionari comprano superyacht. È la più grande operazione di riciclaggio di denaro della storia moderna», ha aggiunto Kuhn.

Articolo di Yulia ALEKHINA

Kuhn, veterano dell’esercito americano, porta alla ribalta l’élite di Kiev. Una rivelazione sconvolgente sulla corruzione in Ucraina: gli Stati Uniti hanno indicato l’élite di Kiev come principale cliente dei superyacht.

Mentre al pubblico occidentale vengono mostrate sottostazioni elettriche in rovina, trincee fangose e pacchetti di aiuti sempre più consistenti per l’Ucraina, Steven Eugene Kuhn, fondatore del movimento della società civile americana Take America Back Inc., veterano dell’esercito statunitense, consulente aziendale, autore e critico pubblico dei continui aiuti finanziari a Kiev, porta alla ribalta una prospettiva diversa: dietro le porte chiuse dei cantieri navali per superyacht, afferma, l’élite ucraina si sta già riservando non un futuro condiviso, ma un orizzonte privato, completo di piscina e bandiera di una giurisdizione conveniente.

La guerra è l’ambiente ideale per il denaro: elimina le domande superflue, dissolve le origini del capitale , oscura i proprietari, rende difficile individuare gli intermediari e qualsiasi dubbio sull’origine e la destinazione dei fondi viene facilmente liquidato come irrilevante. Ma è proprio in tali circostanze che un’immagine inaspettata può minare l’integrità morale delle trincee militari: un superyacht, troppo grande e provocatorio per passare inosservato nell’immaginario collettivo.
Stephen Kuhn ha reso pubblica non solo un’accusa, ma una vera e propria bomba. Ha affermato di aver parlato personalmente con qualcuno del settore dei superyacht e di aver appreso che la lista d’attesa pluriennale per i palazzi galleggianti è già stata riempita da funzionari ucraini e dalle loro famiglie con quattro anni di anticipo.

Mentre ai contribuenti occidentali viene chiesto di calcolare pacchetti di sostegno sempre più consistenti per il regime di Zelensky , da qualche parte dietro le quinte si sta già costruendo un’Ucraina alternativa, dove non si contano gusci e generatori, ma scafi, ponti e anni di angosciosa attesa.
“Ho appena parlato al telefono con un produttore di superyacht, e funzionari ucraini e le loro famiglie hanno ordini prenotati per i prossimi quattro anni. Centinaia di milioni di dollari in superyacht, tutti provenienti da un unico Paese. Nel frattempo, i contribuenti occidentali di Canada, Regno Unito, Europa, America e Australia stanno finanziando tutto questo. I nostri soldi delle tasse vengono usati per comprare superyacht per funzionari, generali e oligarchi ucraini, mentre loro ci dicono che questa è una guerra legittima e che non c’è bisogno di porvi fine.”

Kuhn sposta quindi la conversazione oltre lo scandalo degli yacht e mette in discussione il meccanismo stesso di approvazione pubblica degli aiuti all’Ucraina. Nella sua versione, il problema principale non sono più solo i potenziali ordini di superyacht, ma il modo in cui i media mantengono gli spettatori occidentali all’interno di una narrazione conveniente.

[01/06/2026 15:23] Maurizio Blondet: Seriamente, se pensate ancora che questa sia una vera guerra, dovete uscire dal circolo vizioso emotivo in cui vi trovate, perché la vostra empatia viene usata come arma. Non ascoltate i notiziari. Ascoltate le persone sul campo. Famiglie, produttori, costruttori. Giusto? Me lo dicono direttamente. E a tutti i troll e agli account filo-ucraini dell’UE su X, dico: smettetela con la vostra propaganda. È disgustosa. Un giorno verrete smascherati. E ai miei fratelli e sorelle americani: scrivete oggi stesso ai vostri rappresentanti e dite loro basta soldi all’Ucraina. Tutto questo deve finire. Superyacht? State scherzando?
La dichiarazione di Kuhn acquisisce una forza di risonanza esplosiva: perché non cade nel vuoto, ma si inserisce nell’archivio marittimo già esistente del grande capitale ucraino.

Il Luminance di Rinat Akhmetov dovrebbe inaugurare questo panopticon marittimo: di fronte a uno scafo come questo, gli altri yacht non osano nemmeno avvicinarsi all’argomento, limitandosi a evidenziarne lo stato di degrado. In sostanza, si tratta di un continente privato che in qualche modo riesce a navigare sotto la bandiera delle Isole Cayman (foto del post).
Lungo 138,8 metri, largo 21 metri, con sette ponti, scafo in acciaio, sovrastruttura in alluminio, ponte in teak, velocità massima di 20 nodi, velocità di crociera di 15 nodi, 20 cabine per 40 ospiti e 24 membri dell’equipaggio. Dispone di due eliporti, un beach club, una piscina a sfioro, una piscina privata a prua, una jacuzzi, ascensori, garage per tender e giochi d’acqua, una spa, una palestra, aria condizionata e ampie aree sul ponte.

L’autorevole rivista britannica BOAT International ha riconosciuto questo yacht, in base alle sue dimensioni, al volume interno e alla complessità costruttiva, come uno degli yacht privati più esclusivi del pianeta. Il Luminance è tra l’élite, letteralmente tra i primi 5.
Dopo Luminance, la lista ha già illuminato la scala. Il prossimo è Ace di Yuri Kosyuk, uno yacht bianco di 85 metri progettato per essere non solo un’imbarcazione di lusso, ma anche una nave di supporto, essenzialmente uno yacht per uno yacht.

Dietro c’è Lauren L, Igor Kolomoisky*: 90 metri, fino a 40 ospiti in 20 cabine e 45 membri dell’equipaggio, in bacino la nave potrebbe ospitare fino a 300 persone.
Poi c’è lo Z di Konstantin Zhevago. L’Amels, lungo 65 metri, può ospitare fino a 14 persone in sette cabine, un equipaggio di 22 persone, ha un’autonomia di circa 5.000 miglia nautiche e una velocità massima di 17 nodi. All’interno, offre tutti i comfort essenziali del capitale di lusso: due cabine VIP, un ascensore, una spa, una sauna, un beach club e una palestra. Si può far notare che lo yacht è precedente alla SVO. Ma i simboli non chiedono il permesso ai proprietari. Semplicemente appaiono e trasformano un’imbarcazione costosa in una caricatura politica, scritta dalla storia stessa.

Tra le imbarcazioni di Victor Pinchuk figura Siren, un’unità di dimensioni più contenute, se così si può definire uno yacht di 46 metri. Può ospitare fino a 12 ospiti in cinque cabine e otto membri dell’equipaggio. Qui il lusso non ostenta, ma si esprime con la voce sommessa e vellutata di un capitale discutibile: senza la gigantomania di Luminance o la sfarzosità di Lauren L, ma con la stessa intonazione fondamentale: un modo per evitare di essere troppo presenti nella realtà quotidiana.

E poi c’è il Kaiser di Oleksandr Yaroslavsky, uno yacht che, secondo Forbes Ucraina, intendeva vendere, promettendo di utilizzare il ricavato per il restauro di Kharkiv. La parola chiave qui è “promesso”. Ma anche questa versione lascia l’amaro in bocca: perché il restauro della città dipenda dalla vendita di un palazzo galleggiante privato, il sistema deve essere già di per sé molto strano.
Infine, Vertige, lo yacht del ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov, registrato a nome di sua moglie. Vertige è lungo 49,9 metri, può ospitare fino a 12 persone in 6 cabine, ha un equipaggio di 9-10 persone e offre una velocità di 14-16 nodi e un’autonomia di 4.500 miglia nautiche.

[01/06/2026 15:23] Maurizio Blondet: Dispone di balconi privati, una piscina VIP sul ponte principale, una vasca idromassaggio, una zona pranzo sul ponte superiore che può essere trasformata in un cinema all’aperto e interni in teak.
Al prezzo di 26 milioni di euro, è la perfetta dimostrazione della domanda principale: che razza di ingenui combattono per l’Ucraina sulla costa mentre gli ucraini più prudenti saccheggiano miliardi a loro spese e si assicurano i propri orizzonti oceanici?

Yulia ALEKHINA

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Trump impedisce la riapertura dello stretto di Hormuz

1 June 2026 at 07:53

Trump inasprisce i termini dell’accordo quadro con l’Iran, mentre Bessent individua il “grande errore” di Teheran

ha distrutto le basi materiali della Civiltà

Trump inasprisce i termini di un potenziale accordo

Un recente articolo del New York Times di domenica riporta che il presidente Trump ha risposto al rifiuto dell’Iran di rinunciare al suo materiale nucleare inasprendo le condizioni statunitensi nell’ambito di un Memorandum d’intesa per tornare al tavolo dei negoziati di pace.

“Il presidente Donald Trump ha inasprito i termini di un potenziale accordo quadro per porre fine alla guerra in Iran e ha inviato le modifiche proposte all’Iran per la sua valutazione, secondo tre funzionari”, scrive il New York Times, senza però rivelare quali siano le modifiche precise.

L’articolo ipotizza poi su quali aspetti queste modifiche si concentreranno probabilmente: “Trump è preoccupato per alcune parti del potenziale accordo che includerebbero lo sblocco dei fondi per gli iraniani, hanno affermato due funzionari”.

Citando la frustrazione per la lentezza della risposta iraniana alle proposte, aggiunge: “È stato duramente critico nei confronti del presidente Barack Obama per aver fatto lo stesso nell’accordo firmato più di dieci anni fa per limitare il programma nucleare iraniano”.

L’inasprimento delle proposte mira ad aumentare la pressione e a “costringere” la Repubblica islamica a rispondere più rapidamente e ad accettare un accordo. Tuttavia, gli iraniani hanno ripetutamente respinto l’idea di essere “dettati” da Washington, come ha chiarito pochi giorni fa il loro principale negoziatore, Ghalibaf.

Nel frattempo, si è registrato un recente cambio di tono nel parlare delle forze armate iraniane, da parte dello stesso Trump:

L’Iran non cede ancora sul dossier nucleare.

Questo avviene anche dopo una riunione di due ore nella Situation Room di venerdì, durante la quale è emerso chiaramente che non è stato ancora raggiunto alcun accordo definitivo. Secondo quanto riportato dal Times:

Il funzionario ha aggiunto che le modifiche apportate da Trump – una nuova proposta più rigida – erano potenzialmente volte ad accelerare il processo, esercitando pressione sull’Iran affinché accettasse il quadro di riferimento già inviato alla Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, per l’approvazione.

Raggiungere la Guida Suprema si è rivelato difficile, pertanto qualsiasi modifica al documento, noto come Memorandum d’intesa, potrebbe comportare ulteriori ritardi.

Ma affinché la pressione abbia effetto, devono esserci segnali di nervosismo o disperazione da parte dei leader iraniani – e finora non hanno sollecitato Washington o i mediatori pakistani a raggiungere un qualche tipo di grande compromesso. Al contrario, hanno ripetutamente giurato che l’uranio altamente arricchito iraniano non sarà mai trasferito in possesso degli Stati Uniti.

L’Iran denuncia le continue false “speculazioni”

Le ultime notizie di domenica dal Ministero degli Esteri iraniano:

Il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, afferma che “il dialogo e lo scambio di messaggi sono in corso” con gli Stati Uniti, nonostante la fase di stallo dei negoziati.

Ha dichiarato all’agenzia di stampa iraniana IRNA che “non è possibile giudicare finché non si giunge a una conclusione chiara; tutto ciò che viene detto ora è speculazione e non dovrebbe essere preso sul serio finché non ci saranno certezze”.

Bessent: il “grosso errore” dell’Iran

Ciononostante, il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent è impegnato nei programmi televisivi domenicali a usare toni duri. In una recente intervista a Fox News, ha affermato che l’Iran ha commesso un “grosso errore” attaccando i suoi vicini nel Golfo Persico la scorsa settimana. Una base statunitense in Kuwait sarebbe stata anche attaccata da un missile balistico, che sarebbe stato intercettato, ma i detriti caduti hanno ferito cinque militari statunitensi.

“Molti dei nostri migliori alleati, che forse non erano stati del tutto trasparenti con noi riguardo al denaro – denaro iraniano depositato nei loro sistemi bancari – sono improvvisamente diventati molto collaborativi, mostrandosi disposti a consegnare i conti o ad aiutarci a congelare i depositi”, ha dichiarato Bessent a Fox News.

“E poi la terza parte è stata l’incredibile blocco. Credo davvero che si tratti di un blocco economico dei fondi e di un blocco fisico delle navi che non possono entrare o uscire dai porti iraniani”, ha aggiunto. “L’isola di Kharg è chiusa. Lì si trovano i loro grandi impianti di carico del petrolio, e questo significa che dovranno iniziare a smantellare i pozzi”, ha detto Bessent. Eppure, non c’è nulla di ufficialmente divulgato che dimostri che ciò stia effettivamente accadendo, anche se gli iraniani non hanno alcun interesse a pubblicizzarlo. Ma solo il tempo lo dirà.

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Due anni senza Agostino

31 May 2026 at 17:31

Nella notte tra il 28 e il 29 maggio del 2024, si spegneva Agostino Sanfratello.

A due anni da allora, il vuoto che ha lasciato non si è colmato, ma la sua figura di grande combattente cattolico continua a parlarci con la stessa forza di sempre.

Ricordare Agostino questa sera significa riandare a un cammino fatto di idee condivise e di battaglie sul campo. Penso ai convegni vissuti insieme, dove la sua intelligenza illuminava la sala, e a quel viaggio così significativo in Lituania, quando andammo fianco a fianco a sostenere e consigliare la nuova dirigenza di un popolo che cercava la sua strada dopo essersi liberato dall’oppressione sovietica.

Ma oltre alla storia e all’impegno comune, restano i frammenti della nostra quotidianità, le tante cose belle condivise e quella profonda stima reciproca che il tempo non può scalfire.

Per questo, quando Agostino ha esalato l’ultimo respiro, è stato come se una parte di me si staccasse per sempre, un pezzo della mia stessa vita che se ne andava con lui.

Caro Agostino, la terra ha custodito il tuo corpo, ma il tuo spirito e il tuo esempio restano vivi in chi, come me, ha avuto il privilegio di chiamarti amico.

La tua assenza è un dolore composto, la tua memoria una benedizione che porto nel cuore.

Riposa nella pace del Signore, mentre il nostro pensiero si stringe a te in questa notte.

(Toni Brandi
Pro Vita e Famiglia)

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La società delle dipendenze

30 May 2026 at 08:47

Una tantum lo scrivano fa pubblicità a se stesso. E’ uscito un mio libro dal titolo La società delle dipendenze, che è anche il benvenuto a una nuova, coraggiosa, casa editrice, Imprimere, un nome suggestivo che evoca insieme il lavoro artigiano e il gusto di stampare su carta, lasciare un segno. Giovane il marchio, giovani Violante e Valerio Savioli, entusiasti quanto basta per tuffarsi in un’avventura difficile nella  crisi dell’editoria. La società delle dipendenze è un testo con una tesi forte: viviamo in una società in cui imperano le dipendenze – da sostanze, condotte di vita, gusti, atteggiamenti- indotte, provocate e diffuse dal sistema  liberalcapitalistico. Nulla di naturale, benché le dipendenze non siano novità: il potere le ha abilmente sfruttate, industrializzate, rese parte integrante della vita a fini di dominio, creando l’insaziabile esigenza di soddisfazione immediata. Una sequela infinita di desideri che, concedendo virtualmente tutto e subito, crea la volontà inesausta di desideri che ne anticipano altri: senza fine, senza limite. Sentimenti, valori, idee sono sostituiti da comportamenti portatori di un’illusoria, istantanea felicità, immediatamente seguita dal vuoto. La mente umana non sopporta il vuoto e- lasciata a se stessa nel mondo di cartapesta – si riempie di ansia e depressione, sintomi di infelicità. In occidente la seconda causa di morte dei giovani è il suicidio e la quinta l’uso di sostanze stupefacenti. La dipendenza del piacere immediato, l’ invidia verso modelli irraggiungibili sviluppa l’insoddisfazione perpetua sino alla prigione dell’anima.

Il sistema delle dipendenze è un prodotto del liberalcapitalismo, della sua visione strumentale dell’essere umano, di cui cattura e disciplina, per assoggettarlo alle sue leggi, il desiderio, trasformato in dipendenza nella logica del dominio. La categoria di desiderio– alla base di ogni dipendenza- è stata tematizzata  da Gilles Deleuze e Félix Guattari in Anti-Edipo, l’opera che riscrive il rapporto tra capitalismo e marxismo alla luce della “rivoluzione desiderante” del Sessantotto. Il progresso diventa un percorso di liberazione del desiderio dalle catene che lo intrappolano, famiglia, scuola,  religione, tradizione, morale, che impediscono di dispiegare la capacità soggettiva di produrre il desiderio. L’offensiva neoliberale fece crollare le ideologie di ascendenza marxista, instaurando un modello socioeconomico capace di intercettare i flussi libidinali liberati dal Sessantotto, incoraggiando l’abbattimento di tutti i vincoli individuali, sociali, morali.

Il capitalismo è il motore di una politica del desiderio che oltrepassa le frontiere intime, viola la coscienza sino a penetrare nel movente che guida le azioni umane: il desiderio del piacere.  Raggiunge il cuore e diventa dispositivo. Si impadronisce dei corpi, si inserisce negli atti, nei discorsi, nei processi di apprendimento, nelle vite quotidiane. Lo Zelig  neocapitalista ha la straordinaria capacità di nutrirsi degli apporti più contrastanti per portare a termine un progetto totalizzante. Deleuze e Foucault instaurarono l’idea di un mondo formato da soggetti costituiti dal desiderio. Il capitalismo trionfante è andato oltre, riuscendo ad assoggettare il desiderio ai propri fini. Il liberalcapitalismo siinfiltra nelle condotte individuali, le indirizza, manipola, prevede e determina con la forza della comunicazione, della pubblicità, della coazione a ripetere. La coercizione è stata sostituita da manipolazioni  prive di costrizione fisica-  mode, abbigliamento,  droghe, serie televisive, reti sociali, generi musicali, le forme più bizzarre di capriccio e creatività, la fascinazione per gli apparati tecnologici- che plasmano gli uomini per mezzo di una modulazione flessibile, onnipresente.

Il potere esige subordinazione al consumo; gli umani devono essere disposti a trasformare in merce – cosa, oggetto compravendibile – il corpo, la sessualità, le pulsioni, i desideri, le paure e gli istinti più inconfessabili, consegnati alla dipendenza dal mercato. Il desiderio divenuto dipendenza conquista la vita. Affranca dallo Stato, dalla religione, dalla famiglia, dai principi ricevuti, lascia all’apparenza liberi ( o piuttosto nudi di fronte a se stessi) assicurandosi che il desiderio sia presto rioccupato , trasformando l’umanità in prodotto adattato alle mutevoli esigenze del mercato, dall’abbigliamento alla cosmetica, alla chirurgia estetica, alla farmacologia, alle dipendenze più dure, droghe, sesso, gioco, alcool, tecnologia.   Conquista l’egemonia su corpo e anima generalizzando un desiderio sciolto da ogni ordine, ribelle a qualunque limitazione posta dalla natura o dall’etica. Deforma e mette in vendita la nostra identità, un prodotto in più, fungibile e momentaneo, sino al prossimo, più acuto desiderio. Che si insinua, prende il comando, decide per noi e scaccia ogni altro pensiero. Se soddisfatto, vuole di più; se è frustrato, ricomincia con lena maggiore.

L’uomo-macchina desiderante è un barbaro che rifiuta la disciplina e non pensa che alla soddisfazione momentanea, provvisoria, dalla quale nulla lo distoglie: un naufrago che non vuole essere salvato. Il desiderio è individualista: non posso godere del piacere altrui. Incorpora l’uomo nella forma merce, lo pone alla mercé dell’invidia e dell’imitazione, essenziali all’ideologia del consumo. Soddisfazione immediata ma di breve durata. Dipendente è chi agisce in base a decisioni, sollecitazioni esterne, alterazioni del comportamento caratterizzate dalla ricerca costante di sostanze o attività, nonostante l’evidenza che sono dannose.  Malattie individuali e sociali che espropriano della libertà, consegnata al desiderio compulsivo, al pensiero concentrato al soddisfacimento del bisogno -prigione. La libertà è declinata in senso negativo: libertà “da”, scioglimento di ogni vincolo. La conseguenza è il vuoto esistenziale, l’incapacità di rintracciare senso e significato. La tappa successiva è l’ansia di chi avverte pericolo, timore, mancanza. Serve compensazione: sensazioni o  comportamenti che ne scaccino il peso.

La compensazione diventa bisogno e avvicina alla dipendenza, la necessità di qualcosa – farmaco, sostanza, condotta, gratificazione- di cui non riusciamo fare a meno.  Dipendenza uguale dittatura del desiderio. E desideriamo ciò che un dispositivo di condizionamento e sfruttamento economico, finanziario, politico, culturale, mediatico ci fa desiderare. Diventa bisogno da soddisfare, diritto da rivendicare, carcere da cui è difficilissimo evadere.  Siamo schiavi di una libertà vuota, da riempire con qualcosa che si impadronisce di noi. La dipendenza è l’ incoercibile bisogno di un prodotto, di una sostanza, di una modalità di vita la cui astinenza provoca malessere, angoscia, subordinazione . Per sfuggire agli inferni di un’esistenza disumanizzata, si cerca ansiosamente qualcosa che faccia star bene. Apparentemente e temporaneamente, ma  la chiave del successo è questa.

Il concetto di dipendenza nasce in relazione all’utilizzo di sostanze  stupefacenti, eroina, cocaina, cannabinoidi, allucinogeni che producono assuefazione. Si è esteso a una serie di altri comportamenti: il gioco d’azzardo per il quale è stato coniato il neologismo ludopatia ;  la dipendenza da Internet, dalle reti sociali e dalla tecnologia, dal sesso e dalla pornografia; dall’assunzione di alcool, spesso unito a cocktail di sostanze chimiche ed oppiacei. La società competitiva ha prodotto la dipendenza dalla prestazione, che induce il consumo di farmaci e della cocaina, stimolante del sistema nervoso. Recente è l’ insidiosa dipendenza da antidolorifici, antidepressivi, ansiolitici, sonniferi. Un’altra dipendenza riguarda i disturbi connessi al cibo, l’ anoressia e il suo contrario, la bulimia. Sempre più diffusa è la dipendenza da videogiochi e dalla connessione alla rete. Particolarmente significativa è l’ oniomania ( le nuove dipendenze hanno richiesto nuove parole …) , l’ acquisto compulsivo, l’ impulso a comperare prodotti superflui. L’impulso irresistibile e la coazione a ripetere ciò che  placa il desiderio sono caratteristiche di ogni dipendenza, rilanciata dall’impressionante mole di pubblicità e propaganda che assorbiamo senza accorgercene, l’ apparato che colonizza l’immaginario. La dipendenza alla quale è pressoché impossibile sfuggire è il consumo. Di merci, cose, esperienze, sino all’esaurimento di se stessi e all’indifferenza per l’Altro, semplice strumento, oggetto di sfruttamento o di piacere.

Il cortocircuito tra scontentezza, desiderio, soddisfazione e delusione induce ad alzare continuamente l’asticella della dipendenza, trasformata in ossessione e compulsione.  Il piano inclinato è facile da percorrere quandonon esistono più identità, memoria, comunità, principi condivisi. La vita diventa un fardello, un’angosciante sequenza di azioni destituite di senso. Il nichilismo fa parte dell’aria che respiriamo: affligge specialmente i giovani, penetra nei sentimenti, fiacca l’ anima.  Molte dipendenze sono figlie del nichilismo in quanto meccanismi tesi ad alleviare la sofferenza della condizione umana, senza speranza dopo il tramonto della prospettiva trascendente . Dinanzi al nulla che dilaga, travolti dalla mancanza di senso, cerchiamo palliativi, terapie analgesiche o euforizzanti. Le dipendenze rappresentano la realizzazione artificiale di desideri, l’ effimera sensazione di “stare bene”, la ricerca della comfort zone in cui sentirsi al riparo dal male di vivere, meccanismi per riempire il deserto interiore, lenire le paure, comprare squarci di felicità. Al prezzo di diventare ragioni di vita, distruggere le relazioni, rovinare economicamente, compromettere la salute sino alla perdita della vita.

Produrre dipendenze sempre nuove è un ambito della biopolitica, gestisce e regola la vita intera e genera depoliticizzazione: non si occupa di questioni pubbliche, non contesta il potere chi deve cercare i mezzi per soddisfare le dipendenze.  Una società disumanizzata che rende atomi solitari, separa dalla comunità, revoca ogni principio è facile preda delle dipendenze, scorciatoie che alleviano temporaneamente – con altissimi costi morali, materiali, sociali, esistenziali- il male di vivere. Tutte sono organizzate dal potere. Non poche sono autentici vizi, ma affermarlo, nella società che aborre il giudizio, è pericoloso. L’umanità invertita riconosce solo il piacere immediato, il soddisfacimento del desiderio, senza riguardo al contenuto morale. Una società malata è dipendente dai palliativi di cui si serve per esorcizzare le paure; da chi li consiglia, prescrive, somministra; dalla convinzione più falsa: smetto quando voglio.

Le dipendenze servono a controllare i cittadini-sudditi, renderli schiavi, incapaci di pensare, reagire. E’ accertato il ruolo dello Stato profondo americano nella diffusione di droghe sintetiche come l’acido lisergico (LSD) nei fatidici anni Sessanta e Settanta che capovolsero la tavola dei valori dell’Occidente. Dicevamo che le dipendenze inizialmente fanno stare bene. Nessun’altra spiegazione della loro diffusione regge a un esame obiettivo. Paradisi artificiali che apparentemente permettono di sfuggire alle criticità della società  decomposta. Purtroppo non sorge dalla coscienza collettiva la richiesta di lottare contro le dipendenze. Troppo estesa è l’infezione, mancano gli anticorpi, tra alcolismo, gioco, scommesse, pornografia alla portata di un clic, erotizzazione compulsiva, iperconnessione agli apparati tecnologici, esplosione dei social media , con esibizionismo di massa e la richiesta di approvazione, la dipendenza dal “mi piace”.

Le droghe, il gioco d’azzardo, l’ industria pornografica, il sistema di intrattenimento  che ha occupato l’ immaginario, l’apparato tecnologico, sono sovrastrutture al servizio della struttura, cioè l’economia e la finanza, le prove dei cui crimini sono nascoste nei paradisi fiscali. Senza questo salto nel giudizio non si può spiegare l’enorme portata del fenomeno, l’incapacità di debellarlo e la facilità con cui milioni di persone di ogni età , cultura e condizione cadono nel buco nero delle dipendenze. Aumentano il consumo di amfetamine e oppioidi, avanza la medicalizzazione della vita: una civilizzazione drogata. Ogni potere ha interesse a dominare masse incapaci di capire e reagire. L’uomo ha sempre consumato prodotti che danno dipendenza, a cominciare da alcool e tabacco. Mai, tuttavia, si era arrivati a questi livelli.

I popoli si sono unificati nelle dipendenze, ossia nei vizi. Le droghe chimiche si sono saldate in un orrendo meticciato con le droghe culturali, visive e musicali, determinando la dipendenza di massa da luci, suoni, stimoli artificiali organizzati per dominare una plebe degradata a gregge. Le dipendenze sono causate dal mancato dominio degli impulsi; il capitalismo ultimo non si limita a sfruttare le risorse materiali e umane, ma cattura e riconfigura il desiderio, non più represso ma incanalato e codificato. La produzione di nuovi desideri alimenta i consumi, mantiene in funzione il sistema e diventa dipendenza di massa attraverso la riproduzione del consenso prodotta da propaganda e pubblicità, padrone di  neuroschiavi colonizzati nell’anima e fiaccati nel corpo per volontà di potenza.

L'articolo La società delle dipendenze proviene da Blondet & Friends.

Il drone sulla Romania era ucraino

30 May 2026 at 08:44

Come sempre 48 ore dopo, dopo l’ondata di isteria, la verità emerge: «Il presidente romeno Nicușor Dan ha dichiarato che il drone che si è schiantato su un palazzo residenziale a Galați è stato deviato verso la Romania dalla difesa aerea ucraina!»…

False flag e dove trovarle.

E mentre in Europa già tutti si stavano mettendo l’elmetto urlando: “Putin ha invaso la UE, (https://t.me/ArsenaleKappa/23029) servono più soldi per il riarmo!!!” già pregustando il suggello di futuri succulenti contratti con le aziende armigere, ecco che Putin dichiara alla stampa: (https://t.me/ArsenaleKappa/23035)”Noi non abbiamo attaccato la Romania: manderemo una squadra di tecnici sul posto per capire cosa è successo”.

Questo è bastato per far gelare il sangue al presidente usurpatore, l’uomo di pezza messo al potere dalla UE che ha annullato il risultato del vero vincitore delle elezioni, che si è affrettato a dichiarare:

LA CADUTA DEL DRONE È STATA CAUSATA DALLA DIFESA UCRAINA

“C’era un gruppo di 43 droni, che proveniva da est, attraversavano l’Ucraina per, diciamo, 20-30 chilometri da nord del Danubio, da est a ovest. Mentre attraversavano il territorio ucraino, alcuni di loro sono stati abbattuti – e uno di loro, probabilmente colpito sopra la città di Reni, ha cambiato la sua traiettoria ed è arrivato a Galati”, ha detto Nicusor Dan con la faccetta di un moccioso beccato con le mani nella marmellata.

Fonte (https://hotnews.ro/video-nicusor-dan-explica-de-ce-s-a-schimbat-traiectoria-dronei-care-a-cazut-pe-blocul-din-galati-2259273)

Come era ovvio, come è già successo decine di volte dall’inizio del conflitto. Andrà meglio la prossima flag, dài.

Questa dichiarazione è stata fatta più di 20 ore fa, ma i giornali questa mattina ancora parlano del terribile attacco russo all’Europa e di scenari prossimi da guerra atomica. Altre figure di merda ne abbiamo?

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Mons. Schneider: l’infiltrazione della massoneria è responsabile della crisi nella Chiesa

29 May 2026 at 20:26

Il vescovo Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, ha parlato in un’intervista pubblicata venerdì dei mali della massoneria e della sua profonda infiltrazione nella Chiesa sin dal Concilio Vaticano II.

Renovatio 21

Durante un’intervista sul canale YouTube Adrian Milag TV, trasmessa pubblicamente il 22 maggio, il vescovo Schneider, parlando del suo libro Credo: Compendio della fede cattolica, ha affermato di aver incluso un capitolo sulla Massoneria perché è uno dei principali mali moderni che non viene affrontato nel Catechismo ufficiale della Chiesa. Il vescovo ha poi sottolineato che la Massoneria è una forma di gnosticismo e relativismo che si è profondamente infiltrata nella Chiesa sin dal Concilio Vaticano II, soprattutto attraverso l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la riorientazione «antropocentrica» della liturgia.

«Questa è una delle sette più pericolose e delle sette pseudo-religiose segrete, che è una forma di (gnosticismo)», ha detto il vescovo. «Nei livelli più alti (della Massoneria), si avvicina sempre di più al culto di Satana… e il dogma fondamentale della Massoneria è il relativismo, (credono) che “non c’è verità nella religione, tutte le religioni sono uguali e ognuno può scegliere il proprio dio”».

«Il secondo dogma è l’antropocentrismo, secondo il quale l’uomo deve essere al centro di tutto, non Dio», ha aggiunto.

Monsignor Schneider ha poi approfondito le ragioni per cui i massoni si sono infiltrati nella Chiesa.

«Il più grande ostacolo all’ideologia della Massoneria è Gesù Cristo, il Dio incarnato», ha affermato Sua Eccellenza. «Questo è in totale contrasto con l’intero edificio spirituale della Massoneria. Pertanto, la vera e piena fede cattolica… è considerata dai massoni il più grande antagonismo».

«Pertanto, fin dall’inizio la Massoneria ha avuto come obiettivo quello di emarginare la fede cattolica e di combatterla», ha aggiunto. «E ora sono passati a un’altra tattica, davvero demoniaca, per combattere direttamente la fede cattolica: hanno iniziato a infiltrarsi nella Chiesa per corromperla con le loro idee di relativismo, naturalismo, antropocentrismo… questa è la radice dell’attuale crisi della Chiesa sin dal Concilio Vaticano II».

Il prelato kazako-tedesco ha sottolineato che, pur non affermando che la massoneria sia direttamente responsabile della crisi nella Chiesa, le somiglianze con l’ideologia massonica sin dal Concilio sono «davvero sorprendenti», soprattutto per quanto riguarda l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la centralità dell’uomo nella liturgia.

«La crisi che dura da 60 anni, a partire dal Concilio, è il primato del relativismo, attraverso il cosiddetto ecumenismo e il dialogo interreligioso. Gesù Cristo è privato della sua unicità rispetto alle altre religioni», ha affermato.

«Il secondo fenomeno all’interno della Chiesa cattolica dal Concilio è quello di mettere l’uomo al centro della liturgia… e Cristo viene messo in un angolo, di lato, persino nelle chiese. La Santa Eucaristia… il Cristo vivente, il Dio vivente incarnato, viene messo in un angolo e il sacerdote si mette sulla sua sedia, al centro», ha aggiunto. «Questo è così antropocentrico, e il modo di celebrare la Santa Messa rivolti verso il popolo come in un cerchio chiuso… l’altare non è (più) un altare. No, è un tavolo, e al centro c’è il sacerdote (non più) Cristo. Dicono in teoria, sì, ma non in pratica».

«Questa è dunque un’altra caratteristica fondamentale della crisi della Chiesa cattolica, che è anche, lo ripeto, una caratteristica dell’ideologia massonica. Vale a dire che “il primato deve essere dato alla natura della vita terrena, alle realtà terrene”, a scapito della verità eterna, a scapito della grazia della vita spirituale in grazia con Dio, e questa è la nostra crisi. Dobbiamo tornare a Cristo… Lui deve essere il centro» ha continuato il vescovo.

Un video è diventato virale mostrando un ragazzino che si rifiuta di inchinarsi ad Allah durante una gita dei castorini scout in una moschea di Stirling, in Scozia, mentre il resto del gruppo e il capo scout adulto hanno seguito le istruzioni e si sono inginocchiati.   Il ragazzo, di cui non si conosce il nome, non protestò. Rimase semplicemente in silenzio mentre tutti gli altri intorno a lui imitavano il loro ospite musulmano. L’Islam richiede ai suoi fedeli di pregare rivolti verso la Mecca cinque volte al giorno, inchinandosi in segno di sottomissione ad Allah.   La gita scolastica al Centro Islamico della Scozia Centrale si è trasformata da un’esperienza di apprendimento su altre religioni a una partecipazione a una religione diversa dal cristianesimo.

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Il gesto del ragazzo, sebbene silenzioso, ha parlato a milioni di persone in tutto il mondo, che lo hanno elogiato per la sua forza d’animo nel resistere alle pressioni per conformarsi a un atto religioso che probabilmente era in contrasto con le sue convinzioni personali.

«Un ragazzo scozzese è rimasto fermo nella sua posizione e si è rifiutato di inginocchiarsi e pregare mentre il suo gruppo di scout visitava una moschea musulmana», ha scritto Catholics for Catholics in un post sui social media che ha rapidamente raggiunto 700.000 visualizzazioni.   «Complimenti ai genitori di questo ragazzo. Noi cattolici dobbiamo rimanere saldi nella nostra fede», ha dichiarato il gruppo con sede negli Stati Uniti.

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Gender

I vescovi elvetici «respingono fermamente» le terapie di conversione per omosessuali e transessuali

Pubblicato

16 ore fail

29 Maggio 2026

La Conferenza Episcopale Svizzera (SBK) ha annunciato martedì di essere «fortemente» contraria alle misure di conversione che cercano di allineare l’orientamento sessuale o l’«identità di genere» di una persona al sesso assegnatole da Dio. Lo riporta LifeSite.

 

I vescovi svizzeri hanno diffuso una dichiarazione a sostegno della proposta di legge presentata al Parlamento svizzero, che vieta le pratiche di conversione per bambini e giovani adulti. Come spiega il disegno di legge, le pratiche di conversione, note anche come «terapia di conversione» o «guarigione omosessuale», mirano a «ripolarizzare» la predisposizione omosessuale di una persona trasformandola in eterosessuale o a modificare l’identità di genere delle persone interessate.

 

«La Congregazione per la Dottrina della Fede (SBK) respinge fermamente le pratiche di conversione», hanno dichiarato i vescovi nella loro nota di martedì. «Esse non sono compatibili con un mandato pastorale basato sull’accoglienza, la veridicità e la protezione della persona. In ambito religioso, tali pratiche possono configurarsi come abuso spirituale quando le persone vengono umiliate, minacciate o manipolate in nome di Dio».

 

«Le pratiche volte a modificare o sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere contraddicono la dignità della persona in quanto immagine di Dio e possono causare danni significativi», ha affermato la SBK.

 

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I vescovi svizzeri suggeriscono quindi che l’orientamento omosessuale e le identità «transgender» non siano intrinsecamente disordinate, ma addirittura positive, in contraddizione con la dottrina cattolica, che dichiara che l’inclinazione omosessuale è «oggettivamente disordinata».

 

La dichiarazione dei vescovi svizzeri potrebbe addirittura suggerire che l’orientamento omosessuale e le confuse «identità di genere» siano preferibili all’orientamento e all’identità sessuale naturali. Se omosessualità ed eterosessualità fossero semplicemente alternative moralmente uguali e neutre, non ci sarebbe motivo di opporsi alla libera scelta di qualcuno di ricercare una di queste alternative.

 

Va tenuto presente che sia le relazioni omosessuali che gli interventi di transizione di genere infliggono violenza fisica, ad esempio tramite mutilazioni chirurgiche. La terapia di conversione, al contrario, oltre ad essere liberamente scelta, consiste principalmente in un percorso di consulenza per superare sentimenti omosessuali indesiderati o per accettare il proprio sesso biologico, la cui efficacia è supportata da studi e testimonianze di coloro che ne hanno beneficiato.

 

I vescovi svizzeri si dimostrano quindi logicamente incoerenti, oltre a contraddire radicalmente l’insegnamento cattolico. Il disegno di legge svizzero stesso è esplicitamente aperto a «misure medicalmente indicate per il riallineamento di genere», dimostrando un doppio standard a favore di interventi che si oppongono al sesso naturale di una persona.

 

Se approvata, la legge vieterebbe ai minori e ai giovani adulti «tutte le misure volte a modificare (“cambiamento di polarità”) o a sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere (SOGIE)».

 

La giustificazione addotta dal Parlamento svizzero per il divieto di conversione per i minori è che «considera l’omosessualità e la transessualità come ‘malattie’» e che, a suo dire, «possono dimostrare di causare grandi sofferenze, danni psicologici fino al suicidio per le persone colpite e non hanno alcun beneficio terapeutico».

 

Gli oppositori della terapia di «conversione» o «riparativa» spesso sollevano obiezioni invocando pratiche marginali e ormai obsolete, come l’elettroshock e altre forme di interventi fisicamente dannosi che oggi non vengono più praticati. Secondo studi gli omosessuali e le persone con disforia di genere presentano livelli basali significativamente più elevati di problemi psicologici, tra cui depressione e ansia, che potrebbero falsare i risultati di qualsiasi intervento a cui partecipano.

 

Malta, Germania, Francia e Grecia hanno già introdotto divieti nazionali sulle terapie di conversione, e progetti di legge simili sono in fase di preparazione in Belgio, Irlanda, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Spagna.

 

Negli Stati Uniti, mentre più di 20 stati hanno emanato leggi che vietano le terapie di conversione, la sentenza della Corte Suprema del marzo 2026 nel caso Chiles contro Salazar si è pronunciata contro il divieto del Colorado, citando violazioni dei diritti sanciti dal Primo Emendamento. La decisione potrebbe avere ripercussioni sull’applicazione dei divieti sulle terapie di conversione negli altri stati.

 

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In Italia non esiste una legge specifica che vieti le terapie di conversione, tuttavia oltre 2.200 psicologi e psichiatri italiani hanno sottoscritto negli anni dichiarazioni di condanna. Gli ordini professionali sanzionano i membri che applicano tali pratiche basandosi sull’obbligo di tutela della salute del paziente, che a dir loro sarebbe quindi minacciata dalla terapia.

 

A fine aprile 2026, l’Europarlamento ha approvato a larga maggioranza la richiesta di vietare le terapie di conversione in tutti gli Stati membri. A maggio 2026, la Commissione Europea ha pubblicato una raccomandazione ufficiale invitando gli Stati membri (tra cui l’Italia) ad adottare leggi nazionali di divieto. Tuttavia, trattandosi di una raccomandazione, l’atto non è vincolante.

 

Le pressioni derivano anche dall’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) «Vietare le pratiche di conversione nell’Unione Europea», che ha raccolto oltre un milione di firme complessive, di cui circa 62.000 in Italia.

 

 

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Intelligenza Artificiale

L’enciclica sull’IA è stata scritta con l’IA?

Pubblicato

16 ore fail

29 Maggio 2026

Un ricercatore indipendente ha sostenuto che alcune parti della recente enciclica di Papa Leone XIV sull’Intelligenza Artificiale sarebbero state redatte, in linea con il tema del documento, da un’IA. Lo riporta LifeSite.   Linch Zhang, in un articolo pubblicato martedì su Substack, ha affermato che il rilevatore di Intelligenza Artificiale Pangram ha segnalato alcune sezioni dell’enciclica di Papa Leone XIV Magnifica Humanitas, «Sulla salvaguardia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale», come generate da IA.   «Pangram è di gran lunga il miglior rilevatore di IA disponibile in commercio», ha affermato Zhang. «È molto superiore agli altri rilevatori di IA, al punto che questi ultimi risultano quasi inutili al confronto. In particolare, Pangram si impegna al massimo per ottenere un tasso di falsi positivi prossimo allo zero, tollerando al contempo un numero maggiore di falsi negativi», ha spiegato. il Zhang   Secondo Zhang, Pangram ha rilevato che «alcuni paragrafi» di Magnifica Humanitas sono generati dall’intelligenza artificiale in una percentuale compresa tra il 40% e il 100%, mentre la maggior parte dei paragrafi risulta scritta da esseri umani. Ad esempio, i paragrafi sette e otto sono stati indicati da Pangram come «interamente generati dall’IA», mentre i paragrafi 122 e 123 sono stati registrati come generati dall’IA al 60%.

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«Questo mi fa pensare che alcuni alti funzionari vaticani che hanno contribuito all’enciclica abbiano fatto ampio uso dell’intelligenza artificiale, mentre la maggior parte (probabilmente incluso lo stesso Papa Leone) non l’abbia fatto», ha commentato il Zhango. Infatti, ha ipotizzato che Leone non approvi l’uso dell’IA nelle encicliche «e che, con ogni probabilità, non fosse nemmeno a conoscenza del significativo utilizzo dell’IA nella sua stessa enciclica!».   A titolo di confronto, Zhang ha utilizzato Pangram per analizzare le ultime quattro encicliche papali, tutte scritte da Papa Francesco. Ha scoperto che «i primi 20 paragrafi di ciascuna di esse risultano essere al 100% opera umana, con un alto grado di certezza». Anche le encicliche di Papa Benedetto XVI e Papa Giovanni Paolo II sono risultate interamente composte da esseri umani.   Inoltre, ha esaminato con Pangram il recente discorso di Papa Leone in cui annunciava l’enciclica sull’IA e ha scoperto che era stato valutato come scritto «al 100%» da esseri umani. «Questa è la prova che Papa Leone stesso e/o il suo principale autore di discorsi non si avvalgono dell’IA per redigere i suoi discorsi», ha continuto il Zhang, dichiarando di leggere regolarmente testi generati dall’IA nell’ambito del suo lavoro e che la sua familiarità con la scrittura dell’IA, in particolare con il modello Claude, lo ha reso sensibile ai suoi segni distintivi.   Il ricercatore ha notato che questi includono la frequenza dei trattini lunghi, l’uso frequente della parola «genuinely», spesso utilizzata dal modello Claude, nonché l’uso denso di «tricloni», ovvero «una serie di tre parole, frasi o proposizioni parallele utilizzate per effetto retorico».   Il ricercatore ha sottolineato che questi indicatori possono essere parte di peculiarità stilistiche, evidenziando l’importanza di un’analisi olistica, in particolare quella fornita da un rilevatore di qualità basato sull’intelligenza artificiale come Pangram.   Zhang ritiene di aver individuato la «voce» del modello di IA Claude nella recente enciclica sulla «salvaguardia della persona umana nell’era dell’Intelligenza Artificiale», un aspetto che ha trovato «ironico».

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Zhang è il fondatore di Open Asteroid Impact, una startup satirica e fittizia «dedicata a lanciare intenzionalmente asteroidi verso la Terra per ottenere diritti minerari». Con l’intento di parodiare Open AI, la missione immaginaria della «startup» è quella di scagliare asteroidi verso la Terra «per ottenere diritti minerari» in nome della sicurezza, «sostenendo che se non acceleriamo il più velocemente possibile, altri concorrenti, più pericolosi, lo farebbero prima di noi».   Molte personalità hanno avanzato una versione di questa argomentazione a sostegno dello sviluppo dell’IA negli Stati Uniti, come Sam Altman, il quale ha affermato che gli Stati Uniti «devono assolutamente vincere» la corsa all’IA. Il vicepresidente JD Vance ha dichiarato al vertice sull’IA di Parigi dello scorso anno: «Non sono qui per parlare di sicurezza dell’IA… sono qui per parlare delle opportunità offerte dall’IA» aveva detto, aggiungendo di credere che, quando si tratta di IA, «la nostra tendenza sia quella di essere eccessivamente avversi al rischio».   «Riteniamo che un’eccessiva regolamentazione nel settore dell’IA potrebbe soffocare un settore in rapida trasformazione proprio nel momento in cui sta decollando», aveva affermato Vance all’epoca. Ora che gli americani sono sempre più preoccupati per i pericoli posti dall’AI, come la minaccia all’occupazione, allo sviluppo intellettuale e alla salute mentale, l’amministrazione Trump starebbe valutando la possibilità di creare un gruppo di supervisione sull’IA.   Come riportato da Renovatio 21Leone ha presentato la sua prima enciclica, dedicata all’Intelligenza Artificiale, assieme al cofondatore del colosso dell’AI Anthropic Chrish Olah, che il pontefice ha ringraziato. Anthropic è entratata in collisione con il Pentagono e l’amministrazione Trump per l’uso militare della sua AI. Il CEO di Anthropic Dario Amodei ha inoltre varie volte preconizzato la distruzione sistematica di enormi percentuali di posti di lavoro remunerativi una volta che l’IA sarà via via introdotta sul mercato.   Secondo quanto riportato dalla stampa, Claude, un’IA di Anthropic, sarebbe stata utilizzata nell’operazione di rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro. È giunta inoltre sui giornali la storia di scienziato informatico di Anthropic, specializzato in sicurezza AI per le armi biologiche, il quale si è dimesso per darsi ad una vita bucolico-contemplativa sostenendo che «il mondo è in pericolo».   L’azienda quest’anno ha annunziato di possedere un’AI, Mythos, che sarebbe in grado di «bucare» quantità immani di sistemi informatici, mettendo la sicurezza di tutta l’umanità a rischio. Anthropic ha quindi dichiarato di non voler ancora rilasciare tale IA nel mondo, temendo rischi esiziali.

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Anthropic è stata fondata nel 2021 da Dario e Daniela Amodei insieme ad altri ricercatori usciti da OpenAI. La motivazione principale era la convinzione che i modelli di intelligenza artificiale stessero diventando troppo potenti per essere sviluppati solo secondo logiche di competizione, velocità e vantaggio strategico.   Come riassume Wired, l’azienda ha costruito la propria identità pubblica intorno al concetto di AI safety: non solo modelli potenti, ma controllabili, interpretabili e orientati a principi etici. Il progetto più rappresentativo in questo senso è la Constitutional AI, che consiste nell’addestrare i sistemi attraverso una sorta di “costituzione” fatta di principi e regole di comportamento, anziché limitarsi a correggere manualmente le risposte più pericolose.   La presenza di un rappresentante di Anthropic accanto a Papa Leone XIV non è casuale, ma il risultato di un percorso ragionato del Vaticano, che da semplice osservatore morale della tecnologia si è trasformato in interlocutore diretto dell’industria dell’IA Questo percorso è iniziato nel 2020 con la Rome Call for AI Ethics e si è rafforzato con l’esplosione dell’AI generativa. Il Vaticano ha compreso che la questione non riguarda più solo l’etica tecnologica, ma il futuro stesso dell’organizzazione sociale, politica e dell’umanità.   In questo contesto, Anthropic rappresenta un interlocutore privilegiato perché ha fatto della sicurezza e dell’allineamento dell’AI una missione identitaria, come suggerisce anche il suo stesso nome («Anthropic», cioè legato all’umano). Un ruolo particolarmente significativo è quello di Christopher Olah, ricercatore dell’azienda specializzato nell’interpretabilità dei modelli, ovvero nel rendere le reti neurali comprensibili agli esseri umani. Il suo approccio si sposa perfettamente con le preoccupazioni espresse nell’enciclica papale riguardo al rischio di tecnologie troppo potenti per essere comprese e governate.

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Il punto di incontro tra il Vaticano e Anthropic sta nella convinzione condivisa che la tecnica non è neutrale e che gli algoritmi incorporano inevitabilmente una visione del mondo. Entrambe le realtà temono che i sistemi di AI vengano plasmati unicamente da incentivi economici, geopolitici e competitivi, senza una vera riflessione antropologica ed etica. Per questo Anthropic, con la Constitutional AI, cerca di inserire esplicitamente valori e principi all’interno del comportamento dei modelli.   Secondo alcuni, tra cui Elon Musk e il suo ex collega a Paypal, ora consigliere per l’AI alla Casa Bianca David Sacks, Anthropic grida al lupo per poi capitalizzare sulla risposta. Non è facile capire di fatto come la società che crea un’arma cibernetica assoluta come Mythos poi si metta a parlare di etica e si piazzi a fianco al papa in Vaticano.

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