Vladimir Putin si dice pronto a "una soluzione pacifica". Ma il presidente ucraino gli indirizza una lettera aperta: "Poniamo fine a questa guerra con un dialogo diretto". Mosca: "Non contrari all'adesione dell'Ucraina alla Ue". E Trump esulta: "Sarebbe bellissimo se si incontrassero"
Silenziata dalla narrazione mediatica dominante, resa vuota dal modo retorico in cui ne parla la politica, banalizzata dal mondo della cultura e dell’arte: la pace non è mai stata così necessaria, eppure non è mai stata così latitante, a partire dai nostri feed social.
È da questa urgenza che nasce No Peace No Panel, la campagna sostenuta da giornalisti e giornaliste del servizio pubblico e privato, cittadini e cittadine comuni, direttori e direttrici di testate nazionali, intellettuali, vertici degli enti di categoria e associazioni giornalistiche e dalle più importanti associazioni e reti pacifiste. L’obiettivo è quello di ripensare la narrazione (soprattutto mediatica) passando dal concetto di par condicio a quello di pax condicio: per i dibattiti (e i contenuti) che trattano gli svariati temi contemporanei è sufficiente il consueto equilibrio tra destra e sinistra (par condicio), ma quando si parla di guerra questo schema non basta più, perché l’unico contraddittorio all’altezza del conflitto, è la pace. Allora bisogna iniziare a chiedersi se è presente almeno un portavoce di pace, se si sta rappresentando solo il bellicismo, se si è dato spazio alla pace e alle sue idee (pax condicio). Il decalogo è stato presentato anche in Commissione di Vigilanza Rai ed è in attesa di un voto che tarda da più di un anno e mezzo a causa dello stallo della Commissione. Intanto l’escalation mediatica continua, le guerre si moltiplicano e la voce della pace non trova spazio. Così oggi, grazie Fatto Quotidiano e alla creatività di MammaStudio, nasce una campagna social che prova a comunicare sui temi di pace in maniera nuova.
Parlare di pace è problematico perché per farlo dobbiamo prendere per forza in considerazione il suo opposto: la guerra. La pace sembrerebbe costituirsi solo per negazione: è il segno meno sulla guerra a dettare la pace, come se l’assenza, anche parziale di conflitto determinasse di per sé la pace. In questo modo, però, si priva la pace della sua dimensione narrativa e quindi della sua capacità trasformativa e resistente. Una condizione necessaria: se non alleniamo la pace, non avremo “muscoli” sufficienti per portarla sul ring e mandare al tappeto l’ennesima guerra. Proprio quello che sta succedendo.
Il pacifismo sembra avere le armi spuntate sia nella realtà – basti pensare a quante manifestazioni nazionali unitarie pacifiste si è stati in grado di organizzare in Italia in questo momento storico, che è considerato il più grave periodo di conflitti dalla seconda guerra mondiale ad oggi – così come nel racconto mediatico. I portavoce di pace sono gli ultimi chiamati a dire la loro e quindi non hanno modo di costruire opinione né leadership (cosa potremmo rispondere, ad esempio, alla domanda: chi è il nuovo Gino Strada?). La pace non è in grado di diventare virale sui social e ci sono pochissimi distributori di cultura e arte capaci di andare oltre lo sventolio di una bandiera arcobaleno e un pacifismo da “volemose bene”.
Intanto, il bellicismo imperversa. In questo ecosistema di dibattito pubblico la pace sembra un concetto debole, noioso, retorico, astratto. La guerra invece è concreta, necessaria, spettacolare, immediata. Nelle chiacchiere da bar – riflesso del talk show medio italiano – sembra sempre “vincere” il più informato di geopolitica, il più cinico e cosciente sugli equilibri tra potenze globali, insomma quello che alla fine dei conti porta avanti senza neanche saperlo un concetto basilare quanto tossico: la guerra è inevitabile. Come se il conflitto fosse la normalità e la pace l’eccezione. Per non parlare dell’opinionista da “se vuoi la pace, prepara la guerra”, come se la pace fosse derivativa e il suo fare dipendesse dalla guerra (sorvolando sul fatto che forse, dopo 1300 anni di sanguinosi conflitti, sia giunto il tempo che questa locuzione latina venga superata). E via discettando fino a chi si aggrappa a vecchi slogan tipo “il mondo non si cambia con i fiori”, per dare alla pace una cornice da ingenui sessantottini. O ancora “i pacifisti non sanno come funziona la realtà”, come se la realtà fosse una condizione perpetua di lotta.
Di fronte a tutto questo, la pace è disarmata. E anche chi sente dentro di sé che è la cosa giusta, non ha strumenti semplici e a portata di mano per parlarne. Il pacifista che è in noi capisce di doversi informare troppo, di dover cercare troppo su Google o di dover leggere troppi libri per poter far fronte al plotone d’esecuzione dei commentatori da tavolino pronti a metterlo all’angolo con un: “questi pensano di fermare i carri armati con i fiori”. Certo, trasformare la pace da concetto morale a fenomeno culturale non è un gioco da ragazzi. Lo dimostrano i tantissimi portavoce di pace (associazioni e reti, movimenti non-violenti, Ong che operano su territori di guerra) che, troppo spesso ignorati dai media mainstream, si battono da anni, con coraggio, per farlo.
La campagna No Peace No panel propone una soluzione, che non è l’unica. Il concetto è chiaro: fino a quando la voce della pace non verrà rappresentata equamente nei dibattiti e nei contenuti, questa verrà relegata nella spirale del silenzio e non emergerà, non avrà modo di guardarsi, ascoltarsi, immaginare nuovi significati, diventare popolare o criticata, ma comunque presente. È anche un problema di applicazione della Costituzione. “L’Italia ripudia la guerra” sì, ma solo lì, nella Costituzione (art .11).
Nel Paese e nel suo sistema informativo e culturale no, lì si parla quasi solo di guerra e il risultato è scontato: la guerra si moltiplica. Ecco perché pensiamo di dover passare dalla par condicio, alla pax condicio. Una proposta che riguarda non solo i dibattiti, ma anche i contenuti. In un Paese nel quale la maggioranza della popolazione nei sondaggi è sempre sfavorevole alla guerra e all’utilizzo della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, si parla troppo poco di pace: gli stessi sondaggi sono poco diffusi, c’è poco spazio per i libri usciti sul tema, le campagne dei pacifisti non vengono citate, le tesi del disarmo quasi mai rappresentate. Intanto c’è un militare o ex militare a fare da opinionista in ognitalk show (quando sarà possibile vedere la realtà analizzata da una prospettiva diversa, per esempio di un costruttore di pace?) e la narrazione giornalistica non riesce ad andare oltre la cronaca di guerra e l’immagine di scenari sempre più allarmarti. È l’escalation mediatica.
Noi vorremmo una pace dai toni forti, che sia in grado di essere anche pop, ironica, riconoscibile. Perché no: “memizzabile”. In grado di operare inversioni di senso: riuscite a immaginare una “propaganda di pace”? Una parola che andrebbe risemantizzata, perché oggi non riesce a contenere l’enorme somma di bellezza che produce: le vite senza droni sulla testa, senza guerra nei tg, senza paura dell’invasore, con le menti sgombre dall’angoscia, libere di sognare un mondo migliore, di dedicarsi a salvare il pianeta dalla crisi climatica o semplicemente vivere un’esistenza di pace.
Eppure come spiega l’artista visual Tommasina Giuliasi con il suo progetto artistico di proiezioni su bandiere bianche: non ci danno pace. E noi, non dovremmo iniziare a prendercela da soli?
Max Brod: Giornalista Rai e coordinatore della campagna No Peace No Panel
Nelle stesse ore in cui a San Pietroburgo si apriva il Forum Economico Internazionale, la cosiddetta "Davos russa" voluta dal Cremlino per mostrare al mondo un Paese tutt'altro che isolato, il cielo sopra la seconda città della Federazione veniva attraversato da velivoli ucraini diretti contro infrastrutture strategiche, terminal petroliferi e installazioni militari. È l'immagine più efficace di una guerra combattuta sempre più in profondità nei territori dei contendenti, ma accompagnata da un'intensa attività diplomatica che prova a immaginare il giorno dopo. Grazie anche alle parole di Zelensky, che si dice pronto a incontrare Putin senza la mediazione di Washington.
La giornata si è aperta con una delle operazioni ucraine a lungo raggio più significative dall'inizio della guerra. Droni di Kiev hanno colpito il terminal petrolifero di San Pietroburgo, snodo energetico strategico sul Golfo di Finlandia, a circa 1.100 chilometri dal confine. Le autorità russe confermano l'attacco e riferiscono di feriti e danni nell'area di Kronstadt, dove si concentrano infrastrutture portuali e militari sensibili. L'esercito ucraino sostiene di aver colpito navi e asset logistici, tra cui la corvetta lanciamissili Boykiy. Il presidente Zelensky ha riferito anche di un raid contro un'azienda del settore militare nella regione di Tambov. Sul versante opposto un drone avrebbe centrato un autobus diretto in Crimea: il bilancio è di otto morti. Il Cremlino promette rappresaglie e la prosecuzione dell'offensiva.
Mentre i combattimenti continuano senza tregua, Kiev lavora per consolidare il sostegno politico e militare dell'Occidente. In visita in Ucraina per una riunione del Consiglio Atlantico, il segretario generale della Nato Mark Rutte ha affermato che è Mosca, e non Kiev, a trovarsi oggi sotto pressione, pur ribadendo che l'adesione ucraina all'Alleanza non è all'ordine del giorno. Rutte ha inoltre assicurato la prosecuzione delle forniture dei missili intercettori PAC-3, sebbene le scorte dei sistemi Patriot restino limitate, e ha confermato il funzionamento del programma Purl, attraverso il quale i Paesi alleati acquistano armamenti dagli arsenali statunitensi destinati all'Ucraina.
Nel colloquio con Rutte, Zelensky ha però manifestato la preoccupazione che l'attenzione della comunità internazionale possa allontanarsi dal conflitto, e si è detto disposto ad avviare un dialogo diretto con Putin, senza attendere un eventuale intervento Usa. Da Washington, tuttavia, il segretario di Stato Rubio ha assicurato che gli Usa sono pronti a tornare a svolgere un ruolo attivo negli sforzi diplomatici.
Parole importanti, ma il quadro resta contraddittorio. Il premier ungherese Magyar ha proposto Budapest come possibile sede per futuri negoziati di pace, mentre da Mosca la portavoce del ministero degli Esteri Zakharova afferma che non sono arrivate proposte europee concrete su un mediatore. Il Cremlino rilancia il nome dell'ex cancelliere tedesco Schroder. Questo scenario fa da sfondo all'apertura del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, vetrina delle nuove relazioni costruite dalla Russia dopo l'isolamento seguito all'invasione dell'Ucraina. All'evento partecipano 130 Paesi, anche Rodney Mims Cook Jr per gli Usa. Presente anche l'ex sottosegretario del governo gialloverde Michele Geraci, con un millantato incarico ministeriale smentito però dall'esecutivo. Atteso l'intervento di Putin, che tornerà sul conflitto, tra segnali di apertura o nuove rigidità.
Rimane elevata la tensione tra Usa e Iran, con nuovi raid reciproci, ma Donald Trump continua a professare ottimismo su un esito positivo dei negoziati, con una firma che può scattare "già nel weekend", e il capo della diplomazia americana Marco Rubio definisce l'operazione militare "conclusa". Ribadendo poi il messaggio che eventuali attacchi sono "di natura puramente difensiva" e volti a proteggere le navi mercantili civili che tentano di attraversare lo stretto di Hormuz.
Gli Stati Uniti l'altra notte hanno attaccato l'isola di Qeshm, colpendo una torre radio di Teheran, come conferma il Centcom, che ha parlato di azioni "difensive". E ha spiegato che le forze Usa hanno intercettato e abbattuto tre droni iraniani lanciati verso marinai civili che stavano transitando nelle acque regionali, e tre missili lanciati al Bahrein. La Repubblica islamica ha reagito lanciando missili contro la nave Panaya e prendendo di mira Kuwait e Bahrein. "Abbiamo danneggiato la base della Quinta Flotta e preso di mira una base aerea nella regione", rivendicano i pasdaran, ma Washington replica che è "falso".
Il presidente Trump, intanto, conferma il suo ottimismo, sostenendo che i colloqui si stanno "evolvendo rapidamente" e che l'Iran ha "già concordato che non avranno armi nucleari". Il tycoon in un'intervista al podcast con Miranda Devine del Washington Post dice di credere che la guida suprema Mojtaba Khamenei sia "assolutamente coinvolto" nel processo decisionale su come porre fine alla guerra, e che "mi piacerebbe incontrarlo, e probabilmente ci incontreremo prima o poi, a seconda di come si evolveranno le cose". Anche secondo il segretario di stato Marco Rubio l'ayatollah - succeduto al padre Ali Khamenei, rimasto ucciso nella prima ondata di attacchi di Usa e Israele - è vivo e "sempre più attivo", precisando tuttavia che tutte le comunicazioni tra gli Stati Uniti e il leader dell'Iran "sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari". Proprio questo aspetto fa sottolineare al titolare di Foggy Bottom la difficoltà di veicolare messaggi all'interno del governo di Teheran. Trump, da parte sua, afferma che gli Stati Uniti "non hanno bisogno" delle loro forze sul terreno, e la sua guerra sta andando bene anche senza la necessità di inviare truppe. "Abbiamo annientato gran parte del loro esercito solo con i bombardamenti - prosegue - Non abbiamo mandato nessuno sul campo".
Poi, il comandante in capo ride delle teorie secondo cui sarebbe stato ingannato dal premier Benjamin Netanyahu per dare il via all'operazione militare. "Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare - assicura al Wp - Ho iniziato perché non possiamo permettere che l'Iran si doti di un'arma nucleare". E questo "riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso".
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avvertito che qualsiasi attacco a Beirut scatenerà una "ripresa della guerra su vasta scala". E il vicepresidente del Parlamento Mojtaba Nikzad ripete che "la delegazione iraniana insiste sul nostro diritto all'arricchimento dell'uranio, sulla revoca delle sanzioni e sul risarcimento dei danni". "Non abbiamo negoziato sul programma missilistico - sostiene ancora - Non è corretto dire che ci limitiamo a combattere, ma non dialoghiamo. Le linee rosse tracciate dalla Guida sono all'ordine del giorno. Conduciamo trattative con gli Usa se necessario, ma non ci fidiamo delle promesse".
Nella foto, sulla Prospettiva Nevskij l'aria non è tersa come al solito, quando il vento dalla taiga o del Mar Bianco lucida il profilo di quella che è stata definita una delle più belle città italiane nonostante se ne stia acciambellata in un angolo semiartico del Baltico. No, sulla cupola d'oro della cattedrale di Sant'Isacco si allarga un fumo nero, denso, che non somiglia alla nebbia mattutina descritta in Anna Karenina, ma piuttosto fa risprofondare San Pietroburgo, la perla del Baltico, la "finestra russa sull'Occidente", ai tempi del feroce assedio nazista del '41-'44. Portando con sé quel gusto rancido di guerra in casa che l'Europa si sta sempre più abituando a masticare.
Mezza Ucraina è ormai rasa al suolo, ma paradossalmente il fumo a San Pietroburgo è un'immagine più potente dei palazzi sventrati di Kiev, perché proprio nell'immaginario collettivo risiede la centralità della periferica ex capitale imperiale, nonché città natale di Vladimir Putin. I droni e i missili ucraini Boykiy che ieri hanno centrato le infrastrutture petrolifere russe alla vigilia del summit economico con delegati di 130 Paesi, costringendo a deviare i voli in arrivo all'aeroporto Pulkovo, in realtà hanno abbattuto ben altro: il mito d'acciaio della Leningrado inespugnabile.
Ovvio, la città barocca e neoclassica eretta da Pietro il Grande alla foce paludosa della Neva in spregio a tutto quanto lo Zar liberale odiava della Russia rurale non è certo caduta, e non è neanche ferita; a dirla tutta, le uniche vere vittime dell'attacco sono l'orgoglio nazionale della popolazione e il senso di sicurezza di chi la governa dal Cremlino. Eppure vedere trascinata nel conflitto la città che più di tutte ha fatto da tramite culturale fra Europa e Russia fa riflettere, ci fa sentire le ostilità ancor più vicine di quanto non sembrassero le ben più atroci stragi nel Donetsk.
San Pietroburgo è un'Atlantide del passato, "un riflesso in un vetro appannato" come scriveva Nabokov, ma ha dna pienamente europeo fin dalla sua gestazione. Costruita dai migliori architetti italiani, è la città degli Zar spietati e di quelli assassinati, di tre rivoluzioni e di un attentato jihadista, la città delle Notti bianche e di Delitto e castigo, dei racconti di Gogol e dei versi di Battiato, la città dell'Ermitage e della fortezza di Pietro e Paolo, la città di Lenin e di Stravinskij, del balletto e delle purghe del Kgb, della presunzione e della semplicità. È una città "fondata sugli scheletri" delle decine di migliaia di operai costretti ad erigerla e sull'utopia bolscevica, ma che è riuscita a sopravvivere austera tra eroismo e orrore, dall'ammutinamento dei marinai anarchici di Kronstadt - la base militare nella baia antistante, anch'essa colpita ieri dagli ucraini - alla resistenza di Leningrado.
San Pietroburgo, amichevolmente Piter, è parte di noi tutti, di quanti hanno avuto la fortuna di visitarla e innamorarsene, di quanti l'hanno sognata leggendola o di quanti hanno imparato a declinare i verbi di moto sugli autobus della sua Prospettiva. Vederla in fumo, seppur da lontano, fa rabbrividire tutti. Compresi i tanti che sanno scindere la ricchezza incalcolabile dell'anima russa dalla pochezza di chi ha scelto una guerra senza pace.
"Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari". L'intervista di ieri alla Cnbc in cui il premier israeliano Benjamin Netanyahu flagella il presidente francese Emmanuel Macron e altri leader europei accusati di sudditanza nei confronti delle minoranze islamiche e di ignavia nei confronti del conflitto iraniano contiene parecchie verità. Ma risponde anche a un'evidente necessità. Riaprendo lo scontro con l'Europa Bibi punta soprattutto a far dimenticare quello con l'alleato Donald Trump. E a ricucire quell'alleanza con l'America che gli ha permesso - il 28 febbraio scorso - di attaccare la Repubblica Islamica.
Anche perché dietro quella diatriba telefonica, confermata ieri da un Trump che ammette di aver dato del "fottutamente pazzo" a Netanyahu, che l'ha ridotta a "divergenze tattiche", si nasconde un evidente successo strategico dell'Iran. Imponendo il cessate il fuoco in Libano come questione chiave per la riapertura di Hormuz e il raggiungimento di una non meglio definita intesa sul nucleare con gli Usa gli iraniani stanno trasformano la trattativa in un'equazione irrisolvibile. Un'equazione capace di paralizzare l'amministrazione Usa e il governo Netanyahu condannando entrambi a un'irreversibile sconfitta nelle elezioni di autunno per il rinnovo del parlamento israeliano e del Congresso statunitense. Una doppia sconfitta che sancirebbe di fatto la vittoria ai punti della Repubblica Islamica.
Bloccare la macchina militare israeliana significa infatti mantenere in vita quella di Hezbollah e garantire la continuazione degli attacchi con missili e droni che hanno costretto all'esodo gli abitanti dei villaggi e delle cittadine israeliane al confine. La continuazione di quegli attacchi rischia di condannare alla sconfitta Netanyahu accusato dagli avversari di aver tenuto il Paese in guerra per tre anni senza aver sconfitto i due principali nemici, ovvero l'Iran e il Partito di Dio. D'altra parte accettare le condizioni di Teheran sul Libano e sacrificare l'alleato Netanyahu equivale a rinunciare all'opzione militare. E quindi all'unica minaccia capace di far paura Teheran. Sottoscrivendo le richieste iraniane sul Libano il presidente americano rischia insomma di ritrovarsi prigioniero di quella tela di Penelope dei negoziati che gli iraniani sono abilissimi a tessere e disfare ogni qualvolta ne hanno bisogno. Una tela che più si avvicina la scadenza delle elezioni di Midterm più si fa soffocante. I tempi stretti rendono complessa anche un'eventuale rottura delle trattative con Teheran e la ricerca di una vittoria sul campo. Sia la riapertura "manu militari" di Hormuz, sia il recupero dei 460 chili di uranio arricchito al 60% rimasti in territorio iraniano sono operazioni assai rischiose. E più passa il tempo più rischiano di costringere Trump ad affrontare il voto di novembre con un conflitto ancora in corso. O peggio, con il peso di un insuccesso militare.
Vladimir Putin foi avisado de que não pode permitir-se manter a sua guerra na Ucrânia ao ritmo atual, ao mesmo tempo que Kiev continua a somar vitórias na linha da frente e a devastar infraestruturas energéticas no interior profundo da Rússia. Altos responsáveis das finanças e o banco central russo terão instado o Kremlin a travar a escalada das despesas com a defesa, numa altura em que ambas as partes intensificam dispendiosos ataques aéreos contra infraestruturas vitais. Na sequência da vaga de ataques contra cidades de toda a Ucrânia durante a noite que de segunda-feira, matou pelo menos 22 pessoas,
Il pilota dell'F-15E Strike Eagle abbattuto sull'Iran era già stato abbattuto su uno dei tre caccia caduti nei cieli del Kuwait per singolare caso di “fuoco amico” nei primi giorni dell’operazione Epic Fury. Così, il colonnello che svolgeva il ruolo di ufficiale addetto ai sistemi d'arma si è trovato a lanciarsi due volte in poco più di un mese di operazioni di combattimento nel Golfo.
La notizia è stata riportata ieri dal portale The High Side, che ha citato funzionari dell’US Air Force, e confermata da CBS News, che ha citato a sua volta due fonti a conoscenza dei fatti.
Mentre il Comando Centrale degli Stati Uniti responsabile delle operazioni in Medio Oriente non ha ancora rilasciato dichiarazioni o commenti in merito, il nominativo, o call sign, del pilota, noto come “DUDE44”, sembra lasciare pochi dubbi sulla straordinaria singolarità degli eventi che lo avrebbero visto eiettarsi due volte, il 2 marzo e il 3 aprile, da un aereo da combattimento biposto raggiunto e abbattuto da un missile. Secondo quanto reso noto dalle fonti, il pilota avrebbe inoltre riportato delle ferite a causa del “malfunzionamento” del paracadute che non si sarebbe aperto correttamente dopo l’eiezione nei cieli iraniani.
Le ferite riportate dal pilota, che nel caso di eiezione viene letteralmente sparato fuori dall’abitacolo dalla propulsione a razzo del suo seggiolino, hanno aumentato le difficoltà della sua fuga in territorio ostile. Fuga terminata con l’operazione di ricerca e soccorso in combattimento che ha coinvolto le forze speciali statunitensi, che hanno approntato una pista avanzata nel cuore del territorio iraniano, e dell’intelligence, che avrebbe impiegato per la prima volta un particolare tipo di tracciamento che rileva, attraverso il battito cardiaco, l’esatta posizione del pilota rimasto nascosto sulle alture a nord dell’Iran per quasi due giorni.
In entrambi i casi, DUDE44 volava su uno degli F-15E Strike Eagle, un collaudato cacciabombardiere biposto, schierati assieme al resto dell’imponente “armata aerea” che gli Stati Uniti hanno inviato in Medio Oriente per condurre le missioni di combattimento previste dall’Operazione Epic Fury, attualmente ancora in corso.
Il primo abbattimento, dovuto a un singolare caso di fuoco amico che si ritiene abbia coinvolto un singolo caccia dell’aeronautica kuwaitiana, un F-18 che era impegnato, come i tre F-15 entrati nel mirino dei suoi missili, a “difendere” lo spazio aereo dalle minacce iraniane, avrebbe confuso l’amico con il nemico per via di un malfunzionamento dei sistemi IFF, acronimo di Identification Friend or Foe, un transponder che trasmette un “segnale criptato che i radar terrestri dotati di IFF possono leggere”, distinguendo l’amico dal nemico, e che avrebbe quindi dato luogo a un incidente “blu-on-blu”, come viene definito il fuoco amico.
Il secondo abbattimento è avvenuto durante una missione nei cieli iraniani, quando l’F-15, che si ritiene appartenesse a uno squadrone proveniente dalla base RAF di Lakenheath, il 48th Fighter Wing, è entrato nel mirino di un missile a ricerca di calore o di un sistema di difesa aerea portatile, o MANPADS, di fabbricazione cinese, fornito con una partita di armi giunta nei primi giorni di guerra.
Come sappiamo, dopo l’abbattimento gli Stati Uniti hanno lanciato un’imponente missione Combat Search and Rescue che ha coinvolto Pararescuemen dell’Aviazione e Navy SEAL della Marina. Nel corso dell’operazione, durata ben 36 ore, sono andati persi diversi droni, un aereo da attacco al suolo A-10 Thunderbolt impiegato nel ruolo “Sandy”, abbattuto durante il recupero del primo pilota, due MC-130 Commando II che rimasero impantanati sulla pista improvvisata in territorio iraniano e tre elicotteri MH-6 Little Bird, distrutti a terra per non lasciarli cadere in mano nemica.
Che un pilota venga abbattuto e si eietti in sicurezza una volta nelle operazioni guerra contemporanee è già un evento raro. Ma che sia costretto ad eiettarsi due volte durante lo stesso conflitto è davvero un evento raro. Sono stati registrati casi simili in passato, ma risalgono a decenni fa. Secondo una delle fonti consultate, l'ultima volta potrebbe risalire addirittura alla guerra del Vietnam. Se tutte le informazione verranno confermate, il Dude44, è un pilota davvero fortunato.
Prima il rumore delle esplosioni. Poi il silenzio rotto dalle sirene e dalle squadre di soccorso che scavano tra le macerie alla ricerca di sopravvissuti. È l'alba di un'altra notte di guerra in Ucraina, una delle più devastanti degli ultimi mesi. Il bilancio è di 22 morti e 146 feriti dopo la massiccia offensiva aerea lanciata dalla Russia contro Kiev, Dnipro, Kharkiv, Mykolaiv, Zaporizhzhia, Poltava, Sumy e Chernihiv.
A pagare il prezzo più alto è stata Dnipro, dove i missili hanno colpito edifici residenziali provocando la morte di 16 persone, tra cui due bambini, e il ferimento di altre 42. A Kiev le vittime sono sei, 90 feriti e circa 140mila cittadini rimasti senza elettricità. Mosca ha lanciato nella notte 656 droni e 73 missili di diversa tipologia. Le difese aeree ucraine affermano di averne intercettati 642, ma l'entità dell'attacco ha comunque lasciato una lunga scia di distruzione da Kiev al sud-est del Paese. Intanto cresce la preoccupazione sul fronte nord-orientale: nella regione di Kharkiv le autorità hanno ordinato l'evacuazione di oltre 7mila civili dalle zone vicine al confine russo, temendo una nuova escalation delle operazioni militari.
Volodymyr Zelensky ha chiesto nuove forniture di missili Patriot e un rafforzamento della difesa antimissile europea, sostenendo che senza una protezione adeguata gli attacchi continueranno. Mosca nega di aver colpito obiettivi civili e afferma che i raid hanno preso di mira infrastrutture militari e industriali, presentandoli come una risposta alle operazioni ucraine contro il territorio russo e le aree occupate. Tra i bersagli presi di mira anche i depositi che custodiscono i missili balistici FP-7, armamenti che, con una portata di 200 chilometri, rappresentano una minaccia crescente per le forze russe.
Le reazioni internazionali sono state immediate. António Guterres, segretario generale dell'Onu, invita il presidente russo Vladimir Putin a «fermare l'escalation e aprire la strada alla pace». L'Eliseo accusa la Russia di mostrare un «totale disprezzo» per diplomazia e diritto internazionale. Il cancelliere tedesco Firedrich Merz ha parlato di «libertà e unità dell'Europa in pericolo», indicando nella minaccia una sfida comune per l'intero continente. Sulla questione gli Usa sono intenzionati ad ampliare la presenza di armi nucleari in Europa, valutando Polonia e Baltici come basi per aerei Nato a duplice capacità. Uno scudo nucleare sul fianco est.
Il Cremlino continua a dichiararsi aperto al dialogo, ma ribadisce che qualsiasi accordo dovrà passare dal ritiro delle forze ucraine dai territori che Mosca rivendica propri. Nella capitale russa è stato intanto avvistato l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, che Putin considera un possibile canale di interlocuzione con l'Europa. Proseguono nel frattempo i contatti tra Russia e Usa, favoriti anche dal ritorno, dopo 8 anni di assenza, di una delegazione americana al Forum economico internazionale di San Pietroburgo. Secondo indiscrezioni, Donald Trump avrebbe chiesto al presidente cinese Xi Jinping di esercitare la propria influenza su Putin per rilanciare il negoziato. Per Zelensky il leader del Cremlino «non riuscirà a conquistare né il Donbass né, tantomeno, l'intera Ucraina». Sul fronte Ue António Costa, con il sostegno di Merz, ha ribadito il percorso di adesione dell'Ucraina, con nuovi passaggi negoziali il 15 giugno e il via libera di Budapest.
In Crimea si aggrava la carenza di carburante, mentre droni di Kiev hanno colpito la raffineria di Ilsky.
Il vero obiettivo non è il clima. È la deterrenza. C'è qualcosa di quasi surreale nel vedere una guerra raccontata attraverso il prisma delle emissioni di CO.
Missili che colpiscono raffinerie, città rase al suolo, migliaia di morti, infrastrutture energetiche distrutte, intere economie paralizzate. E la domanda che è stata posta al lettore del Corriere della Sera da Milena Gabanelli e Francesco Tortora è: quante tonnellate di gas serra sono state emesse?
La prima reazione, inevitabilmente, è una grassa risata. Le guerre esistono da quando esiste l'uomo e non sono mai state progettate per rispettare gli obiettivi climatici. Pensare che un conflitto possa essere valutato principalmente sulla base della sua impronta carbonica significa confondere le conseguenze con le cause. Nessuna forza armata nella storia ha mai rinunciato a una battaglia perché troppo emissiva. Nessun Paese ha evitato un'invasione per non compromettere il percorso verso la neutralità climatica.
Eppure sarebbe un errore liquidare articoli come questo come semplice ingenuità giornalistica. Perché il messaggio reale è molto più sofisticato e, proprio per questo, più insidioso. L'obiettivo non è dimostrare che la guerra inquina. È ovvio che inquini. L'obiettivo è associare progressivamente nella mente dell'opinione pubblica il concetto stesso di difesa a qualcosa di moralmente discutibile, economicamente improduttivo e ambientalmente dannoso. Se la guerra produce emissioni, se l'industria della difesa genera impatti ambientali, allora investire in capacità militari diventa parte del problema anziché della soluzione. È un passaggio culturale fondamentale.
Per decenni l'Europa ha potuto permettersi di considerare la sicurezza come un bene gratuito, garantito da altri. La fine della Guerra Fredda aveva alimentato l'illusione che il commercio avrebbe sostituito la geopolitica e che l'interdipendenza economica avrebbe reso i conflitti un residuo del passato. La realtà si è incaricata di demolire questa convinzione. L'Ucraina, il Mar Rosso, il Medio Oriente e l'Indo-Pacifico ci ricordano ogni giorno che la storia non è finita.
In questo contesto, sostenere che gli investimenti nella difesa siano un problema ambientale rischia di produrre un effetto paradossale: indebolire proprio quelle capacità di deterrenza che servono a evitare i conflitti.
E qui emerge una contraddizione raramente evidenziata. Se davvero l'obiettivo fosse minimizzare le emissioni prodotte dai conflitti, la priorità dovrebbe essere investire maggiormente nella capacità di deterrenza, non ridurla. Ogni guerra evitata grazie a forze armate credibili genera un beneficio umano, economico e ambientale infinitamente superiore a qualsiasi programma di compensazione delle emissioni. La storia insegna che le guerre più devastanti scoppiano spesso quando qualcuno ritiene che il proprio avversario sia troppo debole o troppo impreparato per reagire. La pace non nasce dalla vulnerabilità, nasce dall'equilibrio. Nasce dalla capacità di convincere chi sta dall'altra parte che il prezzo da pagare sarebbe troppo alto.
Per questo il vero dibattito non dovrebbe riguardare la quantità di CO emessa da un carro armato o da un caccia militare. Dovrebbe riguardare il costo dell'assenza di deterrenza. Perché una società che smette di investire nella propria sicurezza non elimina la guerra. Semplicemente trasferisce ad altri il potere di decidere quando e come combatterla. E quando quel momento arriva, le emissioni diventano l'ultimo dei problemi.
Prima arrivano le vittime. Poi le distruzioni. Poi la perdita della libertà.
Non si può fare a meno di notare il gran buon umore intorno a quel "fucking crazy" che, secondo parte delle cronache, Trump ha dedicato a Netanyahu. Che spettacolo. I due cattivi, bruciati in effige nella mente, nel cuore, nelle manifestazioni di piazza e sui media danno spettacolo: il grosso prende a parolacce il sodale minore, e gli dice quello che vogliono sentir dire i protagonisti del prime time: "Ti odiano tutti. Te lo avevo detto io". Adesso i fatti. Trump ha obbligato Netanyahu al cessate il fuoco cui l'Iran sottopone la disponibilità a un colloquio, ritenendo credibili le richieste degli Ayatollah. Hezbollah dal 2 marzo, inizio della guerra pilotata dall'Iran, ha sparato 5.500 missili sull'esercito israeliano e 2.200 sulla popolazione civile, senza distinzione rispetto al cessate il fuoco del 16 aprile. Scuole, affari, scuole chiuse, agricoltura in rovina, 26 soldati e due civili uccisi, 14 dalla tregua. Dunque Netanyahu aveva deciso domenica di attaccare la centrale del terrore a Dahyeh, dentro Beirut. Ma ha accettato di rinunciarci, perché Trump lo ha accusato di rovinargli i piani con l'Iran, che pone la condizione del cessate il fuoco con Hezbollah. Ma i suoi cari seguitano a sparare, e Trump non riuscirà a ottenere dall'Iran nemmeno una tregua significativa. L'Iran seguiterà a ordinare agli Hezbollah di sparare su Kiriat Shmone, Manara, Chanita, Shlomi (cittadine e villaggi agricoli, tutti bombardati ieri dopo la nuova tregua). Questo perché l'Iran non ha nessun interesse filosofico o strategico alla pace: ha fatto invece del cessate il fuoco una pedina del suo gioco di guerra, ovvero del ricatto cui sottopone Trump, che pressato dal compleanno, i Mondiali di calcio, il MidTerm, il 250esimo, cerca attivamente una tregua. Ma un grande gioco si compie su questo palcoscenico già dal 7 di ottobre, una propaganda astuta e nuova che ha rovesciato la politica internazionale: l'Iran da ignobile rais jihadista di una popolazione sottomessa e torturata e maggiore organizzatore del terrorismo internazionale, gioca adesso la carta della popolarità anti-Trump, cerca il ruolo di potenza internazionale, positiva, forte, coerente. Distruggere Israele resta il suo scopo palese. Funziona. E usa gli Hezbollah per ricattare l'Occidente col concetto di una pace impossibile, per titillare Israele cosicché entri in conflitto con gli Usa. Concretamente Israele non se ne andrà a casa perché deve per forza difendere i suoi cittadini, cercherà di seguitare a distruggere fino e oltre il Litani le gallerie, le armi, l'organizzazione degli Hezbollah, ma non sparerà se non sarà attaccato. Ma gli Hezbollah attaccheranno, perché l'Iran così gli ordina, e la sua strategia sul bordo di uno scoppio globale terrificante per tutti, così da ottenere ciò che vuole. Il regime riorganizza i missili; e della consegna dell'uranio arricchito, punto chiave di Trump oltre a Hormuz, ieri non si è sentito parlare. Il sottinteso è la minaccia di una guerra che l'Iran fa balenare e che nessun accordo col regime degli Ayatollah scongiurerà mai.
L'intervento di Donald Trump ha salvato in extremis i colloqui con l'Iran scongiurando il rischio che il tavolo delle trattative saltasse per colpa dell'escalation di Israele in Libano contro Hezbollah. E ora il presidente americano è fiducioso che si possa chiudere un accordo la prossima settimana: "Le notizie secondo cui la Repubblica Islamica dell'Iran e gli Stati Uniti avrebbero interrotto i colloqui alcuni giorni fa sono infondate ed errate". Il tycoon riferisce che sono proseguite "senza interruzioni": "Non si sa mai dove porteranno ma come ho detto all'Iran: È ora, in un modo o nell'altro, che voi facciate un accordo. Fate questo da 47 anni e non si può permettere che continui ancora a lungo!".
Le mosse del tycoon per impedire il fallimento dei negoziat hanno evitato il peggio, dopo che i combattimenti nel Paese dei cedri sono diventati un punto critico, con l'Iran che considera il conflitto una violazione del cessate il fuoco con gli Stati Uniti. D'altro canto Netanyahu, che dovrà affrontare le elezioni entro la fine dell'anno, è sotto pressione interna per continuare la campagna militare in Libano, e i prossimi giorni rappresenteranno un banco di prova per le rassicurazioni del comandante in capo Usa sul fatto che l'alleato ascolterà le sue richieste. Intanto, ieri, una persona è rimasta uccisa in un attacco di droni contro un'auto ad Ansar, nel sud del Paese, e altri sei corpi, di cui quelli di tre bambini, sono stati recuperati dalle macerie di un'abitazione vicino a Saïda. Bibi ha poi avvertito che "il regime del terrore iraniano è destinato a scomparire dal mondo, e noi lo aiuteremo a raggiungere questo obiettivo".
L'accordo per l'estensione della tregua e la riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe avvenire nel corso della "prossima settimana", ha detto Trump in un'intervista ad Abc, sottolineando che potrebbe essere "persino migliore di una vittoria militare". "Le cose sembrano mettersi bene. Non è una cosa semplice, per loro non è una cosa facile. Non è facile neanche dal nostro punto di vista, ma stiamo ottenendo quello che ci serve", ha assicurato il comandante in capo. Anche il segretario di Stato Usa Marco Rubio si è detto convinto che un accordo potrebbe concretizzarsi oggi, domani o la prossima settimana. Durante una deposizione alla Commissione Affari Esteri del Senato, Rubio ha ribadito che l'Iran aspirerebbe a costruire un'arma nucleare e sarebbe sul punto di sviluppare uno scudo di armi convenzionali che gli consentirebbe di perseguire l'obiettivo. Sulla possibilità di raggiungere un'intesa per porre fine alla guerra, non ha nascosto le difficoltà dei negoziati indiretti, pur ribadendo che è possibile. A suo parere, inoltre, il leader supremo Mojtaba Khamenei, ferito negli attacchi americani e non più apparso in pubblico, è vivo e sempre più attivo: "Ci sono segnali che indicano un suo crescente coinvolgimento", ha spiegato.
A Washington è inoltre iniziato il nuovo round di colloqui diretti tra Israele e Libano, dopo che Trump ha detto di aver ricevuto da entrambe le parti l'impegno a favorire una de-escalation. Il quarto incontro tra i rappresentanti dei due Paesi, che non intrattengono relazioni diplomatiche, si sta svolgendo presso il Dipartimento di Stato ed è previsto che duri due giorni: tra i partecipanti ci sono l'ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, l'inviata libanese Nada Hamadeh Moawad, e Daniel Holler, alto consigliere del segretario di Stato. Secondo il board editoriale del Wall Street Journal, l'Iran ha indotto l'inquilino della Casa Bianca a "salvare Hezbollah. Minacciando le trattative, il regime ha spinto gli Usa a legare le mani a Israele". Per il giornale, intervenendo tra le parti, Trump "ha scelto di evitare l'escalation e continuare il dialogo".
La guerra tra Russia e Ucraina si allarga ancora nel cuore del territorio russo. Un attacco di droni ucraini ha colpito il terminal petrolifero di San Pietroburgo, provocando esplosioni, incendi e disagi all’aeroporto Pulkovo proprio mentre in città si apre il Forum economico internazionale ospitato da Vladimir Putin. Mosca denuncia anche 7 morti in un attacco contro un autobus diretto in Crimea. Intanto in Ucraina sale a 22 morti il bilancio dei raid russi di ieri.
Nuova escalation nel Golfo: nella notte Iran e Stati Uniti si sono scambiati attacchi tra lo Stretto di Hormuz, il Kuwait e il Bahrain. Il Centcom afferma che i missili iraniani sono stati abbattuti o non hanno raggiunto i bersagli, mentre Washington ha colpito una stazione militare a Qeshm. Teheran parla di rappresaglia dopo il raid Usa contro una petroliera diretta all’isola di Kharg. Sullo sfondo, il nodo dei colloqui per estendere il cessate il fuoco.
La Cina torna a mostrare i muscoli nel Pacifico occidentale. Negli ultimi giorni il gruppo navale guidato dalla portaerei Liaoning è stato impegnato in una vasta esercitazione nelle acque a est delle Filippine, un’area sempre più strategica nello scenario geopolitico asiatico. La mossa di Pechino arriva in una fase di crescente competizione tra il Dragone e gli Stati Uniti, ma anche mentre Tokyo e Manila rafforzano la loro cooperazione in materia di sicurezza.
Le esercitazioni della Cina
Secondo quanto riferito da Reuters, il ministero della Difesa giapponese ha monitorato la Liaoning e le unità di scorta tra il 26 e il 28 maggio nelle acque a est dell’isola filippina di Luzon. Durante la navigazione, i velivoli e gli elicotteri imbarcati sulla portaerei hanno effettuato circa 170 operazioni di decollo e atterraggio, mentre la formazione navale si è spinta fino a circa 590 chilometri a sud-est dell’isola giapponese di Miyako.
Tokyo ha confermato che il gruppo stava procedendo verso sud-est lungo la fascia orientale delle Filippine. Le esercitazioni di Pechino si inseriscono in una più ampia attività della Marina cinese nel Pacifico occidentale. Nelle scorse settimane, la Liaoning aveva già preso parte ad addestramenti con la nuova fregataType 054B, una delle piattaforme più moderne entrate recentemente in servizio.
In quell’occasione, la Cina aveva annunciato che il gruppo portaerei sarebbe stato impegnato in missioni di addestramento d’altura, esercitazioni con fuoco reale, operazioni di supporto e attività di ricerca e soccorso, con l’obiettivo dichiarato di migliorare le capacità operative in scenari di combattimento realistici.
— Japan Joint Staff (@JapanJointStaff) June 2, 2026
Un messaggio a Filippine e Giappone
Il Giappone ritiene che queste missioni servano soprattutto ad accrescere la capacità cinese di condurre operazioni aeronavali a lunga distanza, consolidando la presenza di Pechino nelle rotte strategiche del Pacifico. Non solo: le manovre si sono concretizzate in un momento di forte tensione diplomatica tra Cina e Giappone.
Negli ultimi giorni, infatti, Pechino ha criticato duramente Tokyo per il rafforzamento della cooperazione militare con Manila, definita da funzionari giapponesi come un rapporto ormai vicino a una vera alleanza. I due Paesi stanno discutendo nuove forniture militari, inclusa la possibile cessione di sistemi d’arma e unità navali, mentre hanno avviato colloqui sulla delimitazione delle rispettive zone economiche esclusive.
Sullo sfondo resta la questione di Taiwan, che la Cina considera parte integrante del proprio territorio e che continua a rappresentare il principale potenziale punto di crisi nella regione. Ecco che la presenza della Liaoning a est delle Filippine diventa un messaggio rivolto ai vicini e agli alleati degli Stati Uniti, volto a dimostrare che la Marina cinese è ormai in grado di operare con continuità anche lontano “da casa”.
Si complica il fragile equilibrio tra Iran, Stati Uniti e Israele. Secondo media iraniani, da giorni si è interrotto lo scambio di messaggi tra Teheran e Washington, mentre i Pasdaran rivendicano il controllo dello Stretto di Hormuz e minacciano nuovi scenari militari. Dopo l’attacco alla nave Msc Sariska V in Iraq, Netanyahu avverte che il regime iraniano “alla fine crollerà”, mentre da Teheran si parla di guerra “inevitabile”.
Un solo elemento lega il governo di Benjamin Netanyahu al regime dei pasdaran ed è la comune avversione per la tregua inseguita negli ultimi cinquanta e passa giorni da Donald Trump. Una tregua che il Presidente Usa ha rimesso in piedi ieri sera telefonando a Bibi e chiedendogli di sospendere il programmato bombardamento di Beirut annunciato ore prima dal premier israeliano.
Ma per capire le difficoltà in cui naviga la Casa Bianca bisogna ricostruire i convulsi sviluppi delle ultime 72 ore. Netanyahu costretto ad andare alle urne a settembre, non può permettersi d'ignorare la sorte degli abitanti del Nord d'Israele costretti all'esodo da missili e droni di Hezbollah. L'Iran invece non può abbandonare al proprio destino quel «Partito di Dio» creato e cresciuto dai Guardiani della Rivoluzione tra il 1982 e il 2000, in concomitanza con l'occupazione israeliana del Sud del Libano. E così il Paese dei Cedri torna ad essere la terra di mezzo su cui rilanciare la guerra e dribblare i tentativi di tregua con l'Iran intessuti dall'amministrazione Trump. Tutto questo s'intreccia con l'avanzata di Tsahal nel Sud del Libano e la simbolica conquista israeliana del castello di Beaufort e di altre roccaforti del Partito di Dio. Un'avanzata a cui i militanti sciiti - incoraggiati secondo fonti americane dai pasdaran - replicano con nuovi missili contro i villaggi del Nord d'Israele e con una serie di attacchi di droni costati la vita ad un soldato israeliano.
L'escalation spinge Netanyahu e il ministro degli Esteri Israel Katz ad annunciare l'imminente ripresa dei bombardamenti sui sobborghi meridionali di Beirut controllati da Hezbollah. Una risposta agli iraniani e ad Hezbollah, ma anche un calcio negli stinchi a Trump che giorni prima ha chiesto a Netanyahu di metter fine agli attacchi su Beirut per permettergli di chiudere un accordo di tregua con l'Iran. Così per qualche ora il buco nero libanese sembra inghiottire tutte le trattative condotte fin qui dagli emissari della Casa Bianca e lasciare Trump con un pugno di mosche in mano. «La violazione della tregua su un fronte - scrive su X il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi - è una violazione su tutti i fronti». L'agenzia Tasnim, controllata dai pasdaran, annuncia invece la ripresa del blocco di Hormuz e la chiusura «dello stretto di Bab el Mandeb, al fine di punire i sionisti e i loro sostenitori». Parole che sembrano metter a fine ai negoziati con la Casa Bianca e amplificare la crisi globale già innescata dal blocco di Hormuz.
Con conseguenze particolarmente gravi per l'Europa e il nostro Paese. Un blocco di Bab El Mandab per mano delle milizie Houthi - alleate di Teheran - azzererebbe i passaggi attraverso Suez costringendo i mercantili a circumnavigare l'Africa. E questo - oltre a moltiplicare i costi delle merci - spingerebbe le navi a preferire i porti del Nord Europa a quelli italiani. La repentina evoluzione rappresenta anche uno smacco per Trump. Messo con le spalle al muro da nemici e alleati il presidente rischia di dover riprendere gli attacchi a Teheran giocandosi ulteriori consensi sul piano interno. Ecco allora la telefonata in zona Cesarini a Netanyahu e la richiesta, accolta apparentemente dall'alleato israeliano, di bloccare i bombardamenti su Beirut. Resta però drammaticamente aperto il fronte iraniano. Ma Trump per ora minimizza. «Non mi importa se sono finiti» dichiara in un'intervista alla Cnbc affrontano il tema dei colloqui con Teheran. Il conflitto, però, è di nuovo ad un passo. E per un presidente che ha sempre promesso di metter fine alle «guerre infinite» non è un problema da poco.